di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 6 febbraio 2021
Il presidente Mattarella ha tentato di preservarci con un estremo appello alle energie migliori della nazione, indicandone il nome di Mario Draghi quale sintesi. Libertà o sicurezza. Al fondo del sentiero, davanti all'Italia potrebbe esserci ancora questo bivio classico: una scelta dolorosa che si ripropone nella storia, e dalla quale il presidente Mattarella ha tentato di preservarci con un estremo appello alla razionalità e alle energie migliori della nazione, indicandone il nome di Mario Draghi quale sintesi.
Zygmunt Bauman ricordava come la relazione dialettica, di odio-amore, tra questi due valori "così indispensabili a una vita decente e così difficili da riconciliare e godere contemporaneamente", libertà e sicurezza, appunto, fosse parte inalienabile della condizione umana. Il Ventunesimo secolo, coi suoi coriandoli di tragedia, ha spazzato via il dogma della modernità novecentesca, l'illusione di avere il controllo delle nostre esistenze, riconsegnandoci infine al presente... di una volta: in balìa della paura. E quando il livello di guardia della paura viene superato, fino a farci sentire minata la nostra sicurezza e quella di coloro che amiamo, siamo disposti a cedere quote via via più significative di libertà, secondo un immutabile movimento pendolare che risale almeno all'antica Roma e arriva almeno fino al Patriot Act quale reazione degli americani all'aggressione islamista dell'11 settembre.
Questa, e non altra, è la vera posta in gioco. E le delegazioni che si avvicendano in queste ore davanti al premier incaricato dovrebbero tenerlo ben presente. Andrebbe dunque evitata la tentazione, comprensibile certo, di piantare bandierine attorno al perimetro del tentativo di Draghi. O di innalzarvi totem identitari quali, a seconda di chi salga sul proscenio, il reddito di cittadinanza e la patrimoniale o la difesa di quota 100 e la caccia ai migranti, la pregiudiziale antileghista o il Ponte sullo Stretto o, addirittura, la rivendicazione (forse un po' ingenua) di una sorta di primogenitura sul premier incaricato sottolineando di averne a suo tempo agevolato il percorso verso i vertici di Bankitalia e della Bce. Allo stesso modo, bisognerebbe evitare di usare Draghi come arma per regolare conti interni ai partiti o agli schieramenti, perché in queste ore non si tratta di decidere il futuro di Giorgetti o di Bettini, o di trovare un nuovo lavoro a Di Maio: il futuro e il lavoro in gioco sono quelli di sessanta milioni di persone.
I "sì" al tentativo cominciano a fioccare, assieme alla caduta verticale dello spread. Ma se, nelle prime ore, questo nuovo esecutivo pareva il governo di nessuno, adesso non deve diventare il governo del "troppa grazia", frutto di un assalto italico che rischi di far deragliare la diligenza: il cui percorso è in realtà segnato dai punti fissati da Mattarella e dalla minuziosa descrizione che martedì sera, fallita l'esplorazione di Roberto Fico, il presidente ha fatto di ciò che accadrebbe all'Italia se, sia pure con incontestabile legittimità, abbracciasse l'opzione del voto anticipato.
L'incrocio tra mesi di campagna elettorale, che nei fatti inizierebbe sin da subito, e la necessaria redazione del Recovery plan da spedire in Europa entro fine aprile, inquinerebbe certamente con promesse irrealistiche i programmi di rilancio: i fondi europei, ad essi condizionati, potrebbero non arrivare mai a salvarci, a fronte di un debito pubblico che quest'anno toccherà il 160% del Pil. Le riforme indispensabili (giustizia, burocrazia, fisco, concorrenza) non verrebbero neppure incardinate. La campagna vaccinale ancora assai incerta e, in special modo, l'organizzazione sul territorio delle vaccinazioni di massa, da varare quando le dosi saranno sufficienti, con prevedibili scontri ulteriori tra potere centrale e poteri locali, andrebbe a scontare l'assenza di un governo nella pienezza delle funzioni: così come l'emergenza sociale, già oggi gravissima, che si farà drammatica da fine marzo con lo sblocco dei licenziamenti.
Più ancora che le parole, dovrebbero indurre a riflessione il volto e il tono del capo dello Stato quando ha rammentato che riavemmo un governo funzionante solo quattro mesi dopo lo scioglimento delle Camere del 2013 e cinque dopo quello del 2018. Stavolta, sciogliendo le Camere subito, si potrebbe arrivare a giugno-luglio, fuori tempo massimo per evitare un triplo tracollo: sanitario, economico e sociale.
È giusto pretendere una risposta matura, adesso, da un'orchestra politica che negli ultimi anni ha steccato tutti gli spartiti così da indurre in gran sospetto il Financial Times che, pur col massimo apprezzamento per le "eccezionali capacità politiche" mostrate da Draghi e per la sua "reputazione mondiale brillante", teme che al premier incaricato venga riservato, al meglio, il destino di Mario Monti, caduto gradualmente "nelle mani dei partiti". È un monito da non prendere sottogamba.
Ciò che può accadere in questo 2021 ai nostri posti di lavoro e alle scuole dei nostri figli, ai nostri risparmi e all'efficienza degli apparati dello Stato, se non verrà governata con serietà la più grave emergenza della storia repubblicana, è qualcosa in grado di indurre ben più che una reazione di paura nella nostra comunità: qualcosa tale da riattivare alla fine, a fronte di una bancarotta sociale non arginata dalla razionalità politica, il moto consueto del pendolo verso una spasmodica richiesta di sicurezza, anche in cambio di una proporzionale riduzione di libertà. Non ci rassicuri la nostra affiliazione alla famiglia europea. L'Unione, tra proclami e misure inefficaci, s'è già acconciata da un pezzo a convivere borbottando con qualche democratura dai limitati diritti civili. Rischiamo l'impatto con un meteorite: dai rappresentanti degli italiani è lecito attendersi qualcosa di più che un pigolio di interessi di bottega.
di Chiara Graziani
L'Osservatore Romano, 6 febbraio 2021
Ventisettemila bambini, la gran parte sotto gli otto anni. Alcuni arrivati in braccio alle madri, altri nati lì, in una città di tende e fango, un campo prigione nel nord est della Siria per le vedove ed i figli del cosiddetto Stato islamico (Is) collassato nel 2016 dopo nove anni di guerra. Per le Nazioni Unite "uno dei problemi più urgenti al mondo". Anche uno dei più dimenticati, in un mondo dalla memoria già corta.
Ventisettemila piccoli fantasmi rimasti a galleggiare come detriti dopo l'implosione della follia terrorista che voleva farsi Stato ed aveva mosso guerra di conquista nel Medio Oriente. Negli anni in cui l'Is chiamò a raccolta da mezzo mondo aspiranti combattenti per far rinascere il Califfato, in tanti furono portati dai genitori - piccolissimi o appena concepiti - in queste terre, per essere allevati in un nuovo ordine. Sono stati indottrinati, hanno visto morire padre e madre, non conoscono altro che guerra, radicalismo, scontri, fazioni, punizioni. Il campo di Al Hol - fornace di polvere l'estate, pozza di melma d'inverno, ora assediato anche dal covid come avverte Medici senza frontiere - è la loro finestra sul futuro. Il recinto blindato, guardato dai soldati e le soldatesse dell'Sfd, è l'unico orizzonte che chiude lo sguardo e l'idea di come sia fatto il mondo.
Le Nazioni Unite, venerdì scorso, hanno lanciato un appello per la salvezza di quei 27.000 bambini. Lo spazio li tiene prigionieri ma il tempo è un nemico peggiore, perché plasma anime incapaci di libertà ed amore.
Quando il responsabile per l'antiterrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov dice in una riunione informale del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che quei piccoli sono "incagliati, abbandonati al loro destino" parla di vite umane prigioniere di un meccanismo ad orologeria. "Devono essere considerati innanzitutto come vittime, ed i minori di 14 anni hanno diritto di non essere detenuti e puniti" è stato l'appello rivolto al Consiglio da Voronkov.
Virginia Gamba, rappresentante alle Nazioni Unite per i bambini vittime di conflitti armati, si è fatta avvocata della causa sempre nel Consiglio di sicurezza: "I bambini - ha detto - hanno diritto ad una nazionalità e ad un'identità".
La guerra li ha privati innanzitutto di questo. Un volto, un nome. "Relitti" li ha definiti Gamba in Consiglio. Questi bambini sono, per più di un motivo, un problema di tutta la comunità internazionale. Arrivano da ogni parte del pianeta, anche dall'Europa, dal Regno Unito, dagli Stati Uniti, dall'India. Non c'è Paese dove il richiamo a popolare terre da colonizzare in nome del cosiddetto Stato islamico non abbia attirato aspiranti colonizzatori in cerca di una nuova collocazione sociale. Bambini d'ogni colore, divisi per provenienza nei gironi del campo: siriani ed iracheni - la maggioranza - nel corpo principale della struttura. Nei cosiddetti annessi, affidati alle Fsd curdo-siriane le altre nazionalità. Diecimila persone, donne con bambini piccoli e piccolissimi.
Finita la guerra, il campo di Al Hol, come altri fra il nord est della Siria e l'Iraq, si è materializzato nel luogo degli ultimi assalti per richiudersi intorno al gregge allo sbando di donne e bambini. Da allora una sorta di maledizione ha reso Al Hol inespugnabile, luogo da dove non si fugge, è difficile entrare e poco si sa. Medici senza frontiere ne ha fatto, poco più di cinque mesi fa, una descrizione agghiacciante: già costretti in una prigione iperaffollata gli "ospiti" dovrebbero rispettare anche il distanziamento per il covid dopo che 394 casi erano stati accertati. Le strutture per l'assistenza sanitaria - 24 in origine - stanno chiudendo una dopo l'altra.
Quest'estate non ne restavano che 15. Poi si è arrivati a 5 per decine di migliaia di persone flagellate non solo dal covid, a fronte di nessuna assistenza possibile, ma anche da una micidiale esplosione di diarrea acuta. L'80% dei piccoli pazienti della struttura di Medici senza frontiere, aperta nella zona degli annessi, ne soffre. Malati, denutriti, prosciugati dalla diarrea, Msf offre loro quello che si chiama "centro di nutrizione terapeutica".
Molti di questi bambini, infatti, non sono in grado di trattenere cibo normale. Mesi fa ne morirono sette in una volta e fece notizia. La mancanza di igiene, i continui tagli all'acqua corrente non fanno che allargare il disastro. La provincia di Hassasek, dove sorge Al Hol, è alla sete da quando l'acquedotto di Al-Halouk è stato danneggiato. Quasi mezzo milione di persone hanno un accesso penosamente insufficiente all'acqua. In un campo di prigionia, dove gli ospedali da campo chiudono e diversi operatori sanitari hanno contratto il covid, l'effetto è devastante.
Eppure i Paesi di origine non sanno, o non vogliono, gestire il ritorno alla società civile di minori traumatizzati e costretti a vivere in un microcosmo che riproduce, anche nelle gerarchie fra prigionieri, la follia fondamentalista. Se molte donne subiscono ce ne sono altre che hanno tenacemente ricostruito una catena di comando basata sulla paura e sul fanatismo. Per 27.000 bambini, malnutriti, malati, senza speranza, l'Is non ha mai perso la guerra.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 febbraio 2021
Per Vito Crimi a gennaio 2021 risultano richiesti 10.155 braccialetti elettronici, di cui 5.940 disattivati. Ma il 4 aprile 2020 Arcuri ne ha ordinati 1.600. Solo la Corte dei Conti potrà finalmente trovare il bandolo della matassa sui braccialetti elettronici. Da almeno quattro anni, Il Dubbio ha seguito fin dall'inizio le fasi del bando, poi vinto da Fastweb e - non per colpa della compagnia telefonica - con tanto di ritardo nell'avvio della produzione dei braccialetti elettronici perché mancava il nulla osta del ministero dell'Interno per il collaudo che consisteva in almeno due fasi. Il secondo collaudo non appare tuttora nel sito della Polizia di Stato, dove passo dopo passo hanno pubblicato tutte le fasi della procedura.
41bis, gli ultimi arresti ci interrogano sulle falle del carcere duro. Per questo serve un confronto
di Stefania Ascari*
Il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2021
La presenza è potenza. È questo che rende le mafie così difficili da sradicare. La cronaca recente parla di Antonio Gallea, considerato il mandante dell'omicidio del giudice Rosario Livatino avvenuto il 21 settembre 1990, arrestato nell'operazione antimafia "Xydi" assieme ad altre 23 persone, tra cui un ispettore e un assistente capo della Polizia, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreti d'ufficio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 febbraio 2021
La Conferenza Stato-Regioni ha ridefinito la campagna vaccinale. Nella nuova road map in base a consegne e tipologie dei vaccini, anche il personale penitenziario e detenuti sono inseriti nel target da vaccinare. Parliamo dell'incontro Stato - Regioni di mercoledì scorso dove hanno condiviso le nuove fasi di somministrazione e le fasce di priorità. Sono 4 le fasi della campagna di vaccinazione. Con la prima e la seconda si punta ad abbassare la letalità, mentre con la Fase 3 dove c'è anche la popolazione penitenziaria e Fase 4 si mira a limitare la diffusione del virus.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 5 febbraio 2021
Mantenere la riforma Bonafede diventa questione di vita o di morte, per i grillini, per scongiurare la scissione, superare le resistenze dei senatori e mettere all'angolo Matteo Renzi.
Ora che Giuseppe Conte ha sdoganato Mario Draghi dietro a un tavolino di cristallo piazzato fuori da Palazzo Chigi, la strada per la formazione di un nuovo governo con dentro i pentastellati si presenta in discesa. Il Movimento 5 Stelle, sfiancato e balcanizzato da una crisi politica rapidissima, aspettava un segnale dal suo premier per addolcire il "boccone amaro" del sì all'ex presidente della Bce. E ora che quel segnale è arrivato, la missione pacificatrice di Di Maio e Crimi diventa impresa possibile. Ma non certa. Perché nonostante la disponibilità al dialogo annunciata da Conte, tra i grillini, soprattutto al Senato, non si affievoliscono le polemiche per la remissività mostrata dal gruppo dirigente al tavolo delle trattative con Renzi nei giorni più caldi della crisi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 febbraio 2021
Bazoli (Pd): "No a rotture sul lodo Annibali, ma in autunno". Ci sarebbe una notizia. Ed è in una riflessione proposta al Dubbio da Alfredo Bazoli capogruppo dem in commissione Giustizia alla Camera: "Nell'immediato, sulla prescrizione dovrebbe valere la logica del lodo Orlando, almeno nei rapporti fra Pd e Movimento 5 Stelle: quindi, a breve, nessuna modifica della norma Bonafede. Con riserva di intervenire sul punto se da qui a qualche mese non sarà stata approvata una riforma penale davvero efficace".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 febbraio 2021
Quindi va creduto? Archiviata la posizione dei magistrati per il depistaggio delle indagini sulla strage di Via D'Amelio basato sulle dichiarazioni di Scarantino. Come già annunciato è stata archiviata dal gip di Messina la posizione dei magistrati per il depistaggio delle indagini sulla strage di Via D'Amelio, nella quale morirono Borsellino e la sua scorta.
Il procedimento archiviato ha preso le mosse dalla trasmissione da parte della Procura della Repubblica di Caltanissetta alla Procura della Repubblica di Messina - a seguito del deposito della sentenza di primo grado del "Borsellino quater" - degli atti relativi al procedimento n. 916/18 modello 45 "al fine valutare le condotte dei magistrati all'epoca in servizio presso il distretto di Corte d'Appello di Caltanissetta in ordine alle indebite pressioni rivolte, in particolare, nei confronti di Scarantino Vincenzo, nell'ambito dei procedimenti conseguenti la strage di via D'Amelio".
Il 4 giugno del 2015 per Scarantino i giudici erano consapevoli che le sue dichiarazioni fossero false - Nel corso dell'udienza del 4 giugno del 2015 nell'ambito del procedimento summenzionato, il falso pentito Scarantino aveva fatto esplicito riferimento alla consapevolezza da parte dei magistrati che avevano gestito la sua collaborazione - nello specifico Giovanni Tinebra (poi deceduto), Carmelo Petralia e Anna Maria Palma Guarnier - che le dichiarazioni da lui rese nella fase delle indagini preliminari sulla strage di via D'Amelio fossero false.Ma nulla, nessuna responsabilità penale. L'indagine da parte della Procura di Messina guidata da Maurizio De Lucia è partita, per poi però appunto chiedere l'archiviazione.
A Caltanissetta è in corso un processo a 3 poliziotti con le stesse accuse - Mentre, per gli stessi fatti e per la stessa accusa (concorso in calunnia aggravata dall'avere favorito Cosa nostra) a Caltanissetta è in corso un processo contro tre dei poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, membri del gruppo Falcone-Borsellino che indagò sulle stragi mafiose del '92 di via D'Amelio e di Capaci. I tre, secondo l'accusa, avrebbero in qualche maniera manovrato le dichiarazioni rese da Scarantino, costringendolo a fare nomi e cognomi di persone innocenti in merito all'attentato in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.
Un'inchiesta, ribadiamo, quella nei confronti degli investigatori e dei pm (ora archiviata), nata sulla scorta delle motivazioni della sentenza Borsellino quater in cui si parla in maniera chiara del depistaggio delle indagini certificando che Scarantino è stato "indotto a mentire". Eppure, secondo il giudice dell'udienza preliminare, "la corposa attività d'indagine posta in essere dall'Ufficio di Procura presso questo Tribunale non ha consentito - a parere di questo Giudice - di individuare alcuna condotta penalmente rilevante a carico dei magistrati oggi indagati che fosse volta ad indurre consapevolmente Scarantino Vincenzo a rendere false dichiarazioni e a incolpare".
Le dichiarazioni discordanti del falso pentito - Per arrivare a questa conclusione, il gip prende le mosse delle dichiarazioni discordanti di Scarantino. Prima dice di essere stato indotto dai soli poliziotti senza la presenza dei magistrati, ma poi dice l'esatto contrario. "Chiesti chiarimenti- scrive il giudice - in merito alle diverse dichiarazioni rese nel tempo sulle condotte dei magistrati che si erano occupati della sua collaborazione, alle sue varie ritrattazioni, alle dichiarazioni reticenti e ai vari "non ricordo", lo Scarantino ha giustificato la sua condotta in maniera confusa, addossandosi la colpa in quanto soggetto emotivamente instabile e additando la Polizia come la causa della "rovina della sua vita".
In sostanza Vincenzo Scarantino viene creduto solamente quando accusa esclusivamente la polizia. O meglio, quando davanti ai magistrati di Messina ritratta nuovamente la sua versione. Si legge sempre nell'ordinanza di archiviazione che "d'altronde, senza la successiva collaborazione di Spatuzza Gaspare (iniziata nel giugno 2008), della falsità delle dichiarazioni di Scarantino Vincenzo non vi sarebbe stata alcuna certezza".
La totale mancanza di attendibilità di Scarantino era nota dal 1995 - Eppure, molti anni prima qualche altra certezza c'era stata. Parliamo del 3 gennaio del 1995, quando c'è stato il confronto tra Scarantino e i collaboratori di giustizia Totò Cancemi, Gioacchino La Barbera e Mario Santo Di Matteo. Ed è proprio in quel confronto che emerse la totale mancanza di attendibilità di Scarantino. Ma è accaduto che il verbale del confronto è rimasto nel cassetto per diverso tempo. Alla data dei confronti, ovvero il 13 gennaio 1995, nessuno dei processi riguardante la strage di via D'Amelio era stato ancora definito.
La sentenza del primo processo concluso, il Borsellino 1, viene pronunciata solo nel gennaio del 1996, a distanza di oltre un anno dall'avvenuta assunzione dei confronti. Il deposito di quei verbali demolitori della figura di Scarantino, quanto al profilo criminale quanto al contenuto delle dichiarazioni, avrebbe potuto quindi incidere sensibilmente sulle conclusioni di quel processo. Che invece, com'è noto, si concluse accettando l'intero impianto accusatorio basato sulla parola di Scarantino e condannandolo all'ergastolo.
Scarantino congedato dal servizio militare perché ritenuto "neurolabile" - Il verbale uscì fuori grazie alla tenacia dell'avvocato Rosalba Di Gregorio, che all'epoca difese alcuni imputati poi condannati ingiustamente per la strage. La commissione Antimafia della Sicilia, nella sua relazione, ha evidenziato che il mancato deposito di detti verbali nella segreteria del pubblico ministero ha "sicuramente determinato una grave deviazione processuale, perché ha impedito alla Corte di Assise di Caltanissetta una piena cognizione ed una corretta valutazione dell'inesistente affidabilità di Scarantino".
Un iter processuale, quindi, che già nel 1995 avrebbe avuto un esito diverso, se solo si fosse portato a conoscenza di quel verbale, il perno principale che avrebbe fatto decadere tutte le accuse senza arrivare fino al Borsellino Quater. Come se non bastasse, nel 2019, durante il processo depistaggio contro i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, esce fuori un documento che attesta che Vincenzo Scarantino fu congedato dal servizio militare perché ritenuto dai medici "neurolabile".
È stato prodotto dall'avvocato Rosalba Di Gregorio, legale di Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina e Gaetano Murana, ex imputati falsamente accusati e poi scagionati e scarcerati. Secondo quanto risulta nel documento del 1986 a Scarantino venne diagnosticata una "reattività nevrosiforme persistente in neurolabile". Motivo in più per chiedersi del come mai non si siano fatti tutti quegli accertamenti quando a suo tempo presero per oro colato le false dichiarazioni di Scarantino. Una Fiammetta Borsellino, delusissima dell'archiviazione, si è lasciata andare a un amaro "cane non mangia cane".
di Rocco Schiavone
L'Opinione, 5 febbraio 2021
"Non parliamo di certi giornalisti che noi al Csm e all'Anm - quando ne facevo parte - definivamo come magistrati onorari aggregati, impegnati sempre a portare avanti nelle loro campagne di stampa le verità rivelate dei loro referenti tra le correnti in magistratura".
La vera inaugurazione dell'anno giudiziario 2021 è quella che arriva dalle parole di Luca Palamara. Non è stata certo quella scialba e un po' imbarazzante che si è svolta in Cassazione, con il solito modello "a distanza e in sicurezza".
In compenso le cose importanti - come quella su citata - si sono sentite in occasione della presentazione tenutasi nella sede del Partito Radicale a Roma del libro "Il Sistema". Scritto a quattro mani dal direttore de "Il Giornale" Alessandro Sallusti proprio con il "neo capro espiatorio delle magagne in toga", l'ormai reietto Luca Palamara.
Quest'ultimo, che quel tipo di stampa e di giornalismo che va a braccetto con quel tipo di magistratura vorrebbero fare passare da pazzo e delinquente come fece la mafia con Joe Valachi - piuttosto che dar lui almeno la dignità di un Tommaso Buscetta della categoria, o, non sia mai, quella di uno che ha scelto di sacrificarsi per tutti confessando i misfatti della casta - mena fendenti a destra e a manca. Non solo nelle rivelazioni ex post di una venticinquina d'anni di storia d'Italia, dalle sentenze contro Silvio Berlusconi a oggi in particolare, ma anche nella chiamata in causa di istituzioni terze alla magistratura stessa. Vedi la attuale Presidenza della Repubblica. Asseritamente e inspiegabilmente ansiosa di piazzare un suo vecchio amico come procuratore generale presso la Corte di Cassazione.
Manovra che Palamara oggi svela nel libro precisando di avere detto "no" alle sollecitazioni in materia che gli arrivarono quando era potente. Il libro è ovviamente una miniera anche per le rivelazioni su Henry John Woodcock e le sempre asserite indegne manovre per incastrare l'ex premier Matteo Renzi puntando su inchieste che riguardavano i genitori. Ma soprattutto appare in ogni caso una sia pur tardiva scelta di verità del tutto in contrapposizione con l'aplomb della cerimonia dei vari anni giudiziari in un paese in cui la giustizia non funziona. Quando non fa orrore.
È del 29 gennaio scorso un pezzo di Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera che fa la cronaca delle lunghe code di persone colpite da ingiusta detenzione preventiva - e poi assolte nel successivo lungo quando non interminabile processo - che chiedono i risarcimenti negli uffici giudiziari delle rispettive città. E sembra che le percentuali di questi errori per cui vengono chieste le dovute riparazioni vada da un caso su tre di media nazionale a una punta di due su tre che riguarda la Corte di Appello di Varese. Diciamo che Palamara nella sua conferenza stampa di oggi con Sallusti ha fatto la sua contro-inaugurazione dell'anno giudiziario 2021. Quella fuori dai denti che ogni cittadino può comprendere. E allora oggi cosa è la magistratura italiana? Quella delle inaugurazioni di repertorio a distanza o quella che racconta Palamara? Speriamo non sia una domanda retorica.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 5 febbraio 2021
Il gup di Messina ha archiviato le indagini sui magistrati Palma e Petralia. Ma allora chi è che ha istruito il falso pentito accreditato da Di Matteo? Forse si vuole gettare la croce addosso ai poliziotti, di cui uno morto?
I pubblici ministeri sono innocenti, i poliziotti, ancora sotto processo per il reato di calunnia, si vedrà. Forse Vincenzo Scarantino, protagonista suo malgrado del più grande depistaggio di Stato sulla strage di via D'Ameno e l'uccisione del giudice Paolo Borsellino, si sarà torturato da solo fino a inventarsi le proprie responsabilità nel delitto.
Solo questa può essere la verità emersa dalla decisione assunta dal gup di Messina, che ha accolto la richiesta di archiviazione nei confronti dei due ex pubblici ministeri di Caltanissetta, Annamaria Palma e Carmelo Petralia, indagati per calunnia aggravata per aver costruito insieme al vicequestore Arnaldo La Barbera il falso pentito della strage. I due magistrati possono ora dormire sonni tranquilli, una nel suo nuovo ruolo di avvocato generale a Palermo, l'altro come procuratore aggiunto a Catania. Sono tanti gli assurdi di questa storia.
Prima di tutto perché dall'inchiesta è stato escluso l'altro pm delle indagini, Nino Di Matteo. Perché era giovane, appena arrivato, si dice. Argomento cui risponde Fiammetta Borsellino, la figlia minore del magistrato ucciso, dicendo che ci sarebbe da indignarsi, se davvero la sorte di suo padre fosse stata affidata a un ragazzino alle prime armi. Cosa che lei non crede, infatti lo chiama a rispondere delle proprie responsabilità nelle indagini dirette a senso unico. Ricordando il fatto che Di Matteo, chiamato a deporre al processo "Borsellino quater", ha di fatto ammesso la propria partecipazione attiva a ogni fase dell'inchiesta.
"Nei primi interrogatori abbiamo creduto che le dichiarazioni di Scarantino fossero genuine - aveva detto. Solo dopo abbiamo intuito che fossero inquinate". Intuìto? E quando, visto che undici persone innocenti sono state in carcere per quindici anni, fino alla deposizione del "pentito" (vero) Gaspare Spatuzza nel 2008? E visto che nel frattempo il piccolo spacciatore veniva ripetutamente "preparato" da poliziotti e magistrati prima di ogni interrogatorio, fatto che non viene smentito.
Ma che andrebbe chiamato con il nome giusto. Perché evidentemente qualcuno suggeriva quel che Scarantino doveva dire. L'altro assurdo è il fatto che ancora oggi si dia credito al falso pentito, che ha fatto l'ennesima giravolta a Messina rispetto a quanto testimoniato in aula a Caltanissetta, e che ora scarica ogni responsabilità sui poliziotti, mentre prima aveva fatto nomi e cognomi dei magistrati. Facile colpire La Barbera, prima di tutto, che è morto nel 2002.
E poi i tre ex agenti che potrebbero, alla fine, diventare dei veri capri espiatori di un'operazione nata a cresciuta nel mondo delle toghe, oltre che delle divise ad alto livello. Cioè quelli abituati a gonfiare il petto davanti alle telecamere dopo ogni retata, dopo ogni arresto eccellente per la soluzione dei casi più spinosi. Ma che sono poi pronti a scaricare su altri le proprie responsabilità. Magari condizionando, ancora oggi, il falso pentito, aiutandolo (ma senza suggerire, per carità) prima di ogni deposizione.
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