di Angela Grassi
La Prealpina, 10 novembre 2020
Due casi finora. In via per Cassano colloqui ridotti e tamponi per il personale. Solo due positivi,
identificati appena dopo l'arresto e il trasferimento in via Per Cassano. Da lì, immediato lo spostamento in altre sedi carcerarie deputate ad accogliere, in Lombardia, reclusi alle prese con il Covid. Alla casa circondariale bustese per il momento la situazione appare sotto controllo. "Sono arrivati due casi positivi - conferma la comandante della polizia penitenziaria Rossella Panaro - ma abbiamo attuato i protocolli di isolamento previsti. Non abbiamo finora incontrato particolari difficoltà".
Ogni settimana, Panaro incontra i detenuti insieme con il dirigente sanitario interno e con il direttore Orazio Sorrentini. "Spieghiamo a tutti le ultime novità e le misure che di conseguenza vengono prese - chiarisce quest'ultimo - La cosa più importante e delicata riguarda i colloqui: siamo in attesa di direttive dagli uffici superiori, al momento i colloqui visivi sono stati ridotti ma si fanno. Con tutte le cautele del caso, da mesi abbiamo installato dei plexiglass e sia il detenuto sia la persona ammessa a vederlo indossano mascherine. Ora è consentita una persona alla volta, non possiamo far entrare minorenni e ultra 65enni".
Il problema è chiaramente chi arriva da fuori. "I due casi positivi erano due neo arrestati, provenivano dall'esterno - dice Sorrentini - Seguendo i protocolli abbiamo stabilito cosa fare, una volta emersa la positività durante l'isolamento precauzionale assoluto, sono stati inviati nei reparti allestiti sia a San Vittore sia a Bollate. È quanto previsto dal dipartimento: ci sono reparti preposti in altre carceri lombarde". Al momento i detenuti accolti sono 360, più o meno stabili rispetto al calo del lockdown, che aveva segnato anche una riduzione dei reati e, quindi, dei nuovi arrivi.
"Sicuramente i detenuti sono calati, sono molti meno rispetto alla storica situazione di sovraffollamento ma non registriamo un ulteriore calo - spiega il direttore - Di recente il ministro della Giustizia si è espresso valutando l'idea di liberare in detenzione domiciliare dei reclusi che scontino condanne per reati minori e abbiano davanti un fine pena inferiore ai 18 mesi.
Al momento la decisione spetta alla magistratura di sorveglianza, ma nessuno è stato mandato a casa. Era stato anche ventilato, sempre su decisione della magistratura di sorveglianza, che chi vive in regime di semilibertà potesse dormire a casa, ma non ci riguarda perché non abbiamo casi del genere". Insomma, si attendono normative che ancora non sono state emanate. Nel frattempo, in via per Cassano tutto il personale e la polizia penitenziaria dovrebbe sottoporsi a tampone, grazie a quanto previsto dall'Asst Valle Olona.
Il Gazzettino, 10 novembre 2020
Tamponi a tappeto a carcerati e agenti della polizia penitenziaria dopo la scoperta dei positivi all'interno della casa di reclusione di via Due Palazzi. Sono sei i detenuti che hanno contratto il virus, otto i poliziotti più anche, tra i civili, un'insegnante. E scatta così anche l'allarme dei sindacati della Penitenziaria.
A parlarne è Giampiero Pegoraro, della Cgil: "Abbiamo chiesto più volte che le carceri vengano trattate come le case di riposo o gli ospedali. Sono comunità chiuse dove se scoppia un'epidemia la curva sarebbe devastante. Vogliamo che i tamponi vengano eseguiti su tutti ogni 20 giorni. Serve maggior collaborazione tra l'amministrazione e i sindacati, ma anche le cooperative. Tanto che voglio chiedere un incontro al direttore proprio per discutere di questo tema e realizzare anche un protocollo da seguire per i detenuti che lavorano fuori dal carcere".
All'interno del Due Palazzi la popolazione carceraria è composta da 600 persone, cui si aggiungono 400 agenti. Al momento, però, l'Ulss ha fatto sapere che il focolaio è sotto controllo. I detenuti infetti sono stati spostati in un'ala normalmente utilizzata come polo universitario. Due piani sono in isolamento, mentre i poliziotti positivi sono in quarantena. Nei prossimi giorni tutti saranno nuovamente testati.
metropolisweb.it, 10 novembre 2020
"Ho appreso da diversi media locali del focolaio scoppiato nel carcere di Poggioreale, dove sono risultati positivi 30 detenuti, due dei quali trasferiti d'urgenza in ospedale. Solo pochi giorni fa ho denunciato la mancanza di strutture adeguate per la presa in carico dei casi di contagio da Covid-19 all'interno delle carceri. In questi mesi Bonafede ha solo perso tempo e non ha fatto nulla per garantire il diritto all'assistenza sanitaria dei detenuti ed evitare che si ripetano le scene già viste in primavera: scarcerazioni indiscriminate (anche di boss della criminalità organizzata), disordini, rivolte e tentativi di evasione". Lo sottolinea in una nota Piera Aiello, deputata del gruppo Misto.
"Ho visitato Poggioreale un mese fa e ho potuto verificare personalmente le condizioni in cui versa la struttura. Quel carcere va chiuso. Non solo perché gli spazi destinati alla cura del Coronavirus appaiono del tutto inadeguati allo scopo, ma anche per lo stato di degrado generale, il sovraffollamento e tutti i rischi che ne derivano per la sicurezza del personale di Polizia penitenziaria e dei detenuti", conclude Aiello che è anche componente della commissione Antimafia e da anni sotto scorta per le minacce ricevute dalla mafia.
tgcom24.mediaset.it, 10 novembre 2020
La donna, all'epoca responsabile della sezione di Alta Sicurezza del carcere di Opera, era imputata per non aver diagnosticato in tempo un tumore e per non aver applicato la "terapia del dolore". Una dottoressa è stata condannata a 6 mesi dal Tribunale di Milano per "lesioni" nei confronti di un ergastolano che morì poi all'ospedale San Paolo nel dicembre del 2014.
All'epoca responsabile del reparto della sezione di alta sicurezza del carcere di Opera, la donna era imputata per non aver diagnosticato in tempo un tumore di cui era affetto il detenuto e per non aver nemmeno applicato la corretta "terapia del dolore" per lenire le sue sofferenze.
Il giudice della quinta penale Alessandro Santangelo ha riqualificato l'accusa di omicidio colposo in lesioni perché, in sostanza, quella forma di carcinoma polmonare avrebbe avuto comunque esito letale. Stando alle indagini del pm di Milano, Maria Letizia Mocciaro, la dottoressa avrebbe causato "una sofferenza estrema" al detenuto perché non valutò "correttamente" i sintomi, non dispose "i corretti esami", non diagnosticò "4-6 settimane prima il tumore", non avviò "la corretta terapia radioterapica e/o chemioterapica con finalità palliativa", né una "terapia del dolore che avrebbe mitigato in tal modo la sindrome dolorosa, migliorando la qualità di vita residua del paziente e allungando la vita dello stesso fino a 3-5 mesi".
A partire dall'agosto 2014, sempre secondo il pm, il medico non avrebbe prescritto "esami più approfonditi di secondo livello che, secondo l'ars medica, avrebbero potuto condurre alla corretta diagnosi, data la persistenza e l'aggravamento del quadro clinico fortemente sospetto per una patologia tumorale e l'approntamento di una terapia adeguata".
di Roberta Rampini
Il Giorno, 10 novembre 2020
Al carcere di Bollate sono stati raccolti quaranta pacchi per chi si trova in difficoltà. In termini giuridici si chiama giustizia riparativa: chi sta dentro (i detenuti) fa qualcosa di buono per chi sta fuori. Un modo per riparare il danno fatto alla società da parte di chi ha commesso un reato. A noi piace definirla una storia di straordinaria solidarietà. È quella che arriva dal carcere di Bollate. Un gruppo di detenuti dell'associazione Catena in movimento, all'insegna dello slogan "Insieme abbattiamo l'indifferenza", ha raccolto generi alimentari e preparato 40 pacchi da consegnare ad altrettante famiglie in difficoltà di Milano.
L'idea è nata dietro le sbarre, da Mario, Cristian, Domenico, Antonio, Maurice, Edgar, Lister, Roberto, Prince e Paolo, che hanno voluto pensare a chi sta fuori e vive una situazione di disagio. In poche settimane si è creata una "catena di solidarietà" che ha consentito di far arrivare quei pacchi alle famiglie, Simona Gallo, funzionario area giuridico pedagogica del carcere di Bollate che ha fatto da ponte tra dentro e fuori, Luisa Specchio, consigliere comunale milanese, Giovanni Zais, presidente di Milano Positiva e don Lorenzo Negri, parroco della Chiesa di San Gabriele Arcangelo in Mater Dei.
"In occasione del primo lockdown i detenuti che lavorano per l'associazione Catene in Movimento hanno confezionato oltre 10mila mascherine per la popolazione carceraria e non solo - spiega Gallo -. Per sdebitarsi con i compagni altri detenuti hanno deciso di iniziare una raccolta di generi alimentari, c'è stata una grande generosità da parte di tutti e così hanno deciso di donare. Sono state individuate 40 famiglie che vivono un disagio economico". Anche nel primo lockdown i detenuti del carcere alle porte di Milano avevano raccolto 1.405 euro da donare alla protezione civile e 250 chili di generi alimentari per il Banco Alimentare della Lombardia.
di Anna Puricella
La Repubblica, 10 novembre 2020
Si chiama "aMano libera": è un progetto che permette a detenuti ed ex detenuti delle carceri italiane di imparare a produrre taralli, ora in vendita nei supermercati appartenenti al gruppo Megamark (A&O, Dok, Famila e Iperfamila). In un piccolo anello di pasta si nasconde la possibilità di una nuova vita. "aMano libera" è un progetto che permette a detenuti ed ex detenuti delle carceri italiane di imparare a produrre taralli. Ora quei taralli si trovano in vendita nei supermercati appartenenti al gruppo Megamark (A&O, Dok, Famila e Iperfamila).
Perché la Fondazione Megamark di Trani ha giocato un ruolo chiave nello sviluppo dell'idea: partita dal progetto "Senza sbarre" della Diocesi di Andria, è stata messa a punto dall'associazione "Amici di San Vittore Onlus" (sempre ad Andria) e ha vinto il bando "Orizzonti solidali" 2018-2019, concorso promosso proprio da Megamark con le varie insegne dei suoi supermercati. Ecco che, quindi, quei piccoli anelli di pasta arrivano adesso sugli scaffali, pronti per la vendita: sono prodotti nella masseria fortificata San Vittore (nell'omonima contrada di Andria), un casale contadino che è stato trasformato in un laboratorio tecnico a disposizione dell'associazione "Amici di San Vittore Onlus".
Ad aiutare gli apprendisti maestri dei taralli è un tutor del tarallificio "Tesori d'Apulia" di Trani, e adesso i detenuti ed ex detenuti si sono specializzati anche in diverse varietà di prodotto. Ci sono taralli tradizionali al finocchio, ma anche quelli al pomodoro secco o al vino Nero di Troia, confezionati in pacchi da 200 grammi. "Crediamo fortemente nel valore di percorsi finalizzati a dare un'opportunità e una fonte di sostegno a chi, a causa di uno sbaglio commesso, ha la vita segnata da un percorso carcerario - dice Francesco Pomarico, direttore operativo del gruppo Megamark - Questi taralli rappresentano un'opportunità per tutti: un segno di speranza per i ragazzi che li produrranno e un gesto di amore e solidarietà per i clienti che li acquisteranno".
Per i responsabili di "Senza sbarre", don Riccardo Agresti e don Vincenzo Giannelli, l'arrivo dei taralli nei supermercati è un successo: "Magistrati, direttori di carceri, lo stesso presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, insistono nel sottolineare l'utilità e la sostenibilità di misure alternative al carcere. "aMano libera" è il simbolo della speranza, del cambiamento, di quella seconda possibilità che questi ragazzi meritano di avere; insieme possiamo contribuire a scrivere per loro un futuro diverso, all'insegna della legalità".
di Massimiliano Minervini
gnewsonline.it, 10 novembre 2020
Anche quest'anno alcuni detenuti dell'istituto di pena di Vibo Valentia saranno impegnati nel confezionamento di 11.000 idee regalo della Callipo, coadiuvati dal personale dell'azienda specializzata in prodotti alimentari. Il progetto ha preso il via nonostante la pandemia da Covid-19: "Abbiamo seguito tutti i protocolli - afferma Angela Marcello, direttrice del penitenziario calabrese -, al fine di garantire la sicurezza sia dei reclusi che dei dipendenti dell'azienda. Si tratta di una iniziativa partita tempo fa e giunta al sesto anno".
Sono 6 i detenuti scelti per l'impacchettamento dei prodotti: "In equipe - prosegue la direttrice - abbiamo selezionato le persone più meritevoli. Coloro che vengono adibiti a questa attività si sentono sempre molto gratificati, traendone notevoli benefici. Per alcuni di essi è stato possibile anche proseguire l'attività una volta espiata la pena".
"Abbiamo allestito - prosegue Angela Marcello - all'interno dell'istituto un ampio ambiente, che permette di lavorare nelle migliori condizioni. Il confezionamento dei cestini avviene anche con l'ausilio dei dipendenti della azienda. Chiaramente, è prevista una retribuzione per coloro che sono impegnati in questa attività".
di Annarita Briganti
La Repubblica, 10 novembre 2020
Più simbolico di così? Bookcity per il Sociale 2020, la parte di BookCity che si svolge negli ospedali, nelle carceri, nelle associazioni di volontariato e nelle biblioteche di condominio quest'anno prevede anche un incontro organizzato dagli Amici del Trivulzio, la onlus del Pio Albergo Trivulzio dove c'è stata una strage di anziani, per il Covid, con tanto d'inchiesta in corso.
Il 14 novembre alle 15,30 si terrà un talk con la vicesindaco di Milano Anna Scavuzzo, il fotografo e giornalista Andrea Cherchi, l'attore, drammaturgo e regista teatrale Massimiliano Finazzer Flory, il professore Giovanni C.F. Villa e Attilio Busolin, Giovanni Colombo e Marco Zanobio, autori di un libro sul tema. Importante anche il reading che i volontari del progetto "Tessitori di voce" terranno il 13 novembre alle 17 per i pazienti e per il personale sanitario di Humanitas, mentre gli ospedali sono sotto attacco.
Il pubblico si potrà collegare su Zoom, prenotando tramite Bookcity o attraverso la Fondazione Insieme con Humanitas, che organizza l'iniziativa, che sarà registrata e poi trasmessa sul canale YouTube della Fondazione. Il 13 novembre è pure la giornata clou degli eventi per i detenuti. Tra le altre iniziative di questa sezione del cartellone, alle 11 è previsto il reading teatrale dell'Associazione culturale Cetec per San Vittore, con Elena Pilan, Donatella Massimilla, Gilberta Crispino e Gianpietro Marazza alla fisarmonica.
Alle 17 al carcere di Opera ci sarà uno spettacolo con dieci detenuti ed ex detenuti, ideato dall'artista Giovarmi Anceschi. Alle 18 letture e dibattiti al carcere minorile Beccarla. Tra le sedici biblioteche di condominio che aderiscono a questa edizione di Bookcity per il Sociale segnaliamo l'ultima arrivata, la Biblioteca di condominio Aler "Falcone e Borsellino", dedicata ai due giudici, nelle case popolari di via Giulio Belinzaghi 11.
Libri da consultare sul posto o da prendere in prestito perché, dicono i cittadini che l'hanno creata e che animano un gruppo pubblico su Facebook, "solo attraverso la cultura si possono cambiare davvero le cose". Al festival milanese questa istituzione culturale propone la conversazione, dal titolo perfetto per il momento che stiamo vivendo, "A che pagina è la nostra fortuna?", 13 novembre ore 18,30 con gli autori attori Gianluigi Gherzi e Cristiano Sormani Valli. Milano, come sempre, superata l'emergenza sanitaria, ripartirà anche grazie alle iniziative dei singoli, al volontariato, al volontariato culturale.
di Marco Boccitto
Il Manifesto, 10 novembre 2020
Il premier Ahmed non ferma l'offensiva militare, centinaia di morti da entrambe le parti. A vuoto anche l'appello del papa. Timori per i raid sui civili e i campi profughi eritrei. Neanche l'appello del papa sembra aver scalfito le maniere forti con cui il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha deciso di regolare la questione del Tigray. Ieri sesto giorno di guerra nella regione settentrionale del Paese, secessionista di fatto dopo che la sua élite ha dominato per decenni la scena politica nazionale. Le forze speciali del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), denunciano il coinvolgimento, al fianco dei reparti dell'esercito federale, delle forze altrettanto speciali dell'Amhara. E accusa il governo di aver condotto almeno 10 bombardamenti aerei in aree densamente abitate della capitale regionale Macallè. Debretsion Gebremichael, ormai ex governatore, si appella all'Unione africana per un intervento immediato.
Il conflitto resta avvolto in un vuoto informativo dovuto alla mancanza di riscontri indipendenti sul campo. La chiusura delle reti telefoniche e di internet impedisce la ricerca di riscontri oggettivi ai comunicati delle parti in conflitto. Ahmed ha promesso che fornirà i dettagli a tempo debito, una volta tacitate le armi. Un ufficiale delle truppe federali ha dichiarato alla Reuters che negli scontri a Kirakir sarebbero stati uccisi quasi 500 miliziani tigrini. Ma vi sarebbero anche centinaia di morti tra le truppe federali dopo la battaglia per la conquista di Dansha.
L'offensiva di Ahmed prosegue anche sul piano istituzionale, con il parlamento che ieri ha votato la dissoluzione del governo regionale del Tigray e il commissariamento ad interim. È il "ripristino dello stato di diritto" che ieri il premier è tornato ad evocare. Manu militari. Ieri Ahmed ha licenziato il capo di stato maggiore dell'esercito Adem Mohammed, ha nominato un nuovo capo della polizia federale e ha sostituito il ministro degli Esteri. Ed è tornato ad accusare il Tplf di aver "sponsorizzato, addestrato ed equipaggiato qualsiasi forza che fosse disposta a impegnarsi in atti violenti e illegali per far deragliare la transizione democratica". Con riferimento ai sanguinosi incidenti seguiti all'omicidio della popstar oromo Hachaalu Hundessa e allo strappo più recente, il voto locale che nel Tigray si è svolto malgrado il lockdown nazionale imposto da Addis Abeba, Preludio al casus belli indicato da Ahmed, l'attacco delle forze speciali tigrine a una base federale.
Secondo Will Davison, analista senior dell'International Crisis Group, "il percorso per far arrendere la leadership del Tigray è arduo" e il Tplf potrebbe essere capace di una forte controffensiva. Il Tigray confina con l'Eritrea con cui l'Etiopia è stata in guerra per oltre vent'anni ed è ancora pieno di basi e armi pesanti che il Tplf sostiene di aver sottratto alle forze federali.
Nel mezzo restano gli oltre 96.000 rifugiati eritrei ospitati nei campi profughi del Tigray. Oltre alla sicurezza preoccupano i rifornimenti dato che le comunicazioni e le strade sono interrotte, i voli vietati. Chiuso anche il confine con il Sudan. Se i combattimenti dovessero estendersi le persone dovrebbero scegliere tra tornare in Eritrea rischiando la pena di morte o restare e rischiare di morire in Etiopia. Crescono al contempo i timori di un'ondata di profughi interni collegata al conflitto. E nel peggiore degli scenari possibili si rincorrono le voci circa l'eventuale coinvolgimento della stessa Eritrea. Fuori dalla base militare di Dansha i pickup militari sono contrassegnati da un'insegna di metallo nero con su scritto: "Costruiamo insieme un paese democratico".
di Roberto Saviano
La Stampa, 10 novembre 2020
Abbatte i muri, apre le sbarre delle carceri. Dà fastidio ai potenti più di chi scrive. E così ti sei fatto l'idea che gli scrittori siano persone innocue. Che le loro armi siano spuntate. Sei convinto che le parole non possano né abbattere muri né forzare sbarre. "Sono solo parole!". Non si dice così?
Ci hai mai pensato? Per leggere ci si deve appartare, si deve intrattenere con il libro un rapporto intimo. E questo rapporto con il libro è da sempre percepito come pericoloso. Quello che fai in piazza lo vedo, lo controllo, lo attacco, lo monitoro, posso esporlo al ludibrio pubblico, ma quello che fai e pensi in privato mi è insopportabile perché non lo posso controllare e non riesco a prevederne i risvolti. Nell'intimità di tende tirate, il libro sottrae il lettore alla diligente opera di seduzione del demagogo. La parola autentica fa questo: interrompe l'ipnosi, blocca il transfert, vanifica la trance che il demagogo-seduttore tenta con ogni mezzo d'instaurare con la folla. La parola vuole fare da forza d'interposizione, creare disturbo, come lo zoccolo di legno dell'operaio, piantato a bloccare gli ingranaggi della catena di montaggio. Sai come si chiama in francese lo zoccolo? Sabot. Da cui il nostro sabotaggio. Di questo viene accusata la parola.
E lo so che di per sé il tentativo d'interrompere un transfert non è un reato, ma nei fatti è punito quasi in ogni parte del mondo. Prova ne è il numero di giornalisti, scrittori, filosofi, artisti e intellettuali che il potere si premura - direttamente o indirettamente - d'infangare, deridere, umiliare, multare, punire ogni giorno. Ti rendi conto che quel numero è largamente superiore a quello dei criminali e degli assassini con cui il potere entra in scontro aperto? Un assassino uccide, lo processi e lo condanni, un ladro compie una rapina, lo processi e lo condanni. Fermi il suo crimine, blocchi la sua refurtiva, metti al sicuro le banche, gli impedisci di uccidere ancora. Ma la parola come la imprigioni? Come la strappi?
Poi però capisci che il potere ha fastidio di chi scrive perché, in realtà, ha fastidio di chi legge. Chi scrive di per sé non è pericoloso, perché se nessuno lo legge ha solo perso il suo tempo. Il problema sono i lettori. Chi legge difficilmente si fa bastare lo slogan, la frase fatta, l'icona, il simbolo. Il lettore è un cercatore solitario, ma chi cerca scava e a forza di scavare prima o poi trova. Non è il libro che manipola il lettore, è il lettore che manipola il libro. Il libro è uno strumento che il lettore usa per esprimere sé stesso, per tirarsi fuori, per pensare, per esistere.
Queste pagine certo che le ho scritte io, ma hanno fibra solo se vanno a prendere tutto quello che era nel fondo, quello che tieni dentro, e che ora stiamo, insieme, portando fuori. Sono io che, in un certo senso, sto scrivendo le tue parole. Questo non vale per tutti i lettori e ovviamente non vale per tutti gli scrittori. Certo, c'è la scrittura d'intrattenimento, quella che ti porta a una festa. È meno importante? Assolutamente no. Ma quella rischia assai meno. Quella è accettata a qualsiasi latitudine e in ogni epoca. Diverti! Canta poesie innocue! Vedi, io frequento intrattenitori, ma sento la differenza che c'è tra loro e quelli che con la parola hanno provato a combattere. Quelli che per la propria parola sono stati perseguitati peggio di pericolosissimi criminali.
E tu, che lettore vuoi essere? Un lettore innocuo? Eh, ma allora devi accontentarti di scrittori innocui. Non leggere la Commedia, ad esempio, perché quel libro è nato dal sangue dell'esilio di Dante! E non dirmi che hai letto L'insostenibile leggerezza dell'essere. Neppure le parole di Kundera sono leggere. Tutt'altro. Talmente pesanti che, dopo essere stato espulso per due volte dal partito comunista cecoslovacco, fu accusato di esser stato un delatore, proprio in favore di quello stesso partito! Di Kundera hanno fatto un delatore e di Dante un nemico della sua città.
E l'autore del Dottor Živago? Anche tu hai amato quel romanzo? Ma allora lo vedi, neppure tu ti accontenti degli scrittori innocui! Pasternak per quel libro è stato accusato di essere "ozioso", "degenerato". "Scrittura intimista", così si bollava la letteratura che non tesseva le lodi di Stalin. Šalamov, del resto, I racconti della Kolyma li scrive dopo aver trascorso anni nei Gulag. E gli scritti di Liu Xiaobo sono proibiti in Cina. Potrei continuare a lungo...
È il lettore che fa tremare la dittatura sovietica, leggendo i racconti di Šalamov. È il lettore che apre le sbarre di ferro che tengono prigioniero Liu Xiaobo nel carcere cinese! Questo è il tuo potere, lettore: il potere più forte che ti sia mai stato concesso! Quello di leggere ed entrare in queste pagine e in queste vite. Quello di difendere queste vite. Quello di far parte di una comunità che lotta, che grida, che non si lascia zittire. Questo è quello che con disprezzo viene chiamato "gregge", ma che dobbiamo invece chiamare comunità. Dobbiamo imparare a sentirci comunità, perché solo la comunità può tenere botta, solo la comunità può sperare di far avanzare le cose. E allora dobbiamo contarci, dobbiamo contare quanti appartengono al nostro gregge.
C'è stato un tempo in cui anche io usavo questa parola senza capirne il significato. Usavo la parola "gregge" pensando a quanti avevano spento il cervello per farsi bastare la propaganda, chiamavo "gregge" i tedeschi che acclamavano i discorsi eversivi e sconclusionati di Hitler: non pensavo che c'era anche l'altro gregge, quello che sosteneva Martin Luther King o Nelson Mandela.
Un gregge senza il quale questi uomini non ce l'avrebbero fatta. Nessuno di loro ce l'avrebbe fatta, se quando ricevevano uno sputo non ci fossero stati intorno altri a prendere con loro quegli sputi, se ogni volta in cui ricevevano uno spintone altri non si fossero stretti attorno a loro a prendere quegli spintoni, quei calci, quei pugni, quelle offese, rimanendo vicini, scambiandosi uno sguardo per sostenersi nella paura, passandosi la lanterna per rischiarare un poco la via, per scaldare il cammino, per stemperare l'incertezza, per sollevare a turno chi cade anche quando non c'è davanti alcun orizzonte di gloria e marciare insieme significa solo ricevere colpi, insulti e privazioni.
Gregge sono gli apostoli che si fanno testimoni della crocefissione di Gesù, consapevoli che i loro nomi verranno schedati dall'autorità romana che non tarderà a ripagarli con la stessa sorte. Gregge sono tutti quelli che gridano ogni volta in cui si fa di tutto per presentare gli uomini di buona volontà - quelli che ogni mattina si alzano col solo scopo di provare a riparare il mondo - come impostori, profittatori, degenerati, nemici della patria, sovversivi, violenti, egocentrici, paranoici, squilibrati, manipolatori, bugiardi, mentecatti, inetti, calcolatori e avidi.











