di Paola Fucilieri
Il Giornale, 8 novembre 2020
Un centinaio di detenuti contagiati dal Covid solo nel carcere milanese di San Vittore. Il culmine è stato raggiunto venerdì sera e nella casa circondariale è scattato subito l'allarme. In piazza Filangieri, infatti, c'è un hub, ovvero un reparto attrezzato per la cura del "Covid-19" creato dall'amministrazione penitenziaria presso l'istituto milanese in collaborazione con la Regione Lombardia, fortemente voluto per esigenze sanitarie dal direttore Giacinto Siciliano.
di Giancarlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2020
"Serve per far confessare", "è delatorio", "i detenuti vessati anche nel vestiario", "non è più un regime eccezionale", etc. Luoghi comuni che fanno il gioco dei garantisti "à la carte" e dei mafiosi. Pubblicando l'intervento di Henry J. Woodcock sul 41bis, Marco Travaglio "immagina" che vi sarà un dibattito sul tema "fra gli addetti ai lavori". In questi anni ho molto scritto dell'argomento e forse ciò mi legittima ad intervenire. Ma ero incerto se farlo e ho deciso di sì soltanto per dovere di coerenza. Perché?
di Liana Miella
La Repubblica, 8 novembre 2020
Oggi forse il voto. La sinistra di Area candida Poniz ma chiede il voto palese perché teme dissensi anche interni. Da Magistratura indipendente però arriva una pressante richiesta di "discontinuità" proprio rispetto all'ex giunta Poniz. Da una parte c'è Bonafede, che va avanti nella sua strategia anti-Covid sulla giustizia. Dall'altra c'è una nuova Anm, che dovrebbe analizzare quei testi, ed è in allarme per le indiscrezioni, ma si presenta pesantemente divisa al primo appuntamento per eleggere il futuro presidente.
Il Messaggero, 8 novembre 2020
Il Covid corre anche nelle carceri. In dieci giorni è triplicato il numero dei detenuti positivi. Se al 28 ottobre erano 150, adesso sono 448. Ancora più alto il contagio tra i poliziotti penitenziari e il personale addetto: in 574 hanno contratto la malattia.
di Giulia Merlo
Il Domani, 8 novembre 2020
Il ministro ha comunicato con un post il rinvio degli esami di abilitazione I 20mila che erano in attesa delle prove scritte sono ora in un limbo e senza nessun tipo di ristoro economico. Il danno di vedersi rinviare l'esame di abilitazione alla professione forense a poco più di un mese dalle date fissate è stato grande ma in qualche modo atteso visto l'aggravarsi della pandemia.
Peccato che ai praticanti avvocati sia toccata la beffa di scoprirlo da Facebook. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, infatti, ha comunicato con un post che "a causa dell'aggravamento della situazione sanitaria e la conseguente necessità di ridurre, quanto più possibile, le occasioni di diffusione del virus si impone il rinvio delle prove scritte degli esami d'avvocato programmate per il 15-16-17 dicembre".
Una modalità che ha lasciato basiti gli oltre 20mila aspiranti avvocati che hanno affidato soprattutto ai social la loro doppia frustrazione: il rinvio, ma anche la mancanza di indicazioni sul futuro. "Il rinvio dell'esame sine die non è una soluzione e, ancor di più, un errore che aggrava la condizione nella quale già ci troviamo, tardando ulteriormente il nostro ingresso nel mondo del lavoro", scrive Vincenzo La Licata, il responsabile dell'Associazione italiana praticanti avvocati.
L'esame da avvocato, infatti, è un test di abilitazione complesso che richiede una preparazione di molti mesi: prima ci sono tre prove scritte - un parere di diritto penale, uno di diritto civile e un atto a scelta tra tre tracce - poi, superate quelle i cui tempi di correzione sono di circa sei mesi, va sostenuto un esame orale su sei materie. In tempi normali, l'iter occupa quasi un anno, oltre alla preparazione: gli scritti a dicembre, gli orali cominciano in settembre e nei grandi fori possono durare anche fino a novembre e dicembre, tanto che è prassi iscriversi di nuovo all'esame nell'incertezza del superamento dell'orale.
Quindi, la cancellazione delle prove scritte di dicembre senza una data di rinvio fa piombare gli aspiranti professionisti in un limbo di incertezza. Proprio questa è la contestazione: "La mancata attivazione del ministero della Giustizia il quale non ha provveduto ad adottare misure alternative al fine di consentire lo svolgimento dell'esame". Tra le ipotesi mai concretizzate, infatti, c'era la soluzione straordinaria di non svolgere le prove scritte ma solo la prova orale a distanza di sicurezza oppure da remoto, "proprio come già previsto dal ministero dell'Università e della Ricerca per tutte le altre libere professioni" scrivono i praticanti. In uguale confusione sono anche i praticanti che hanno sostenuto le prove a dicembre 2019: la pandemia ha rallentato le correzioni degli scritti e gli esiti sono arrivati ben oltre giugno, facendo slittare l'inizio degli orali. Orali che, nonostante la pandemia, continuano a svolgersi in presenza.
Arrivederci a primavera In realtà, la data di slittamento è stata ipotizzata anche se il ministro non l'ha inclusa nel suo post di Facebook. "Le prove dovevano svolgersi dal prossimo 15 dicembre ma, dalla comunicazione del governo, abbiamo appreso che saranno rinviate alla primavera del 2021", scrive il deputato di Liberi e uguali e avvocato, Federico Conte.
Che sottolinea anche un altro aspetto: ormai da tempo è in corso un dibattito per ripensare l'esame di abilitazione alla professione forense, che però non è mai culminato in una proposta concreta. Per ora, tuttavia, rimane evidente un dato: 20mila praticanti che hanno già sostenuto dei costi (i corsi di preparazione possono costare anche qualche migliaio di euro, oltre all'acquisto dei codici commentati per svolgere la prova, che costano circa 450 euro) sono bloccati.
Hanno svolto due anni di pratica in uno studio, ma nessuna norma prevede che il loro lavoro venga retribuito. Alcuni avvocati garantiscono un compenso, altri un piccolo rimborso spese, moltissimi invece considerano quello dei praticanti una sorta di volontariato obbligatorio per diventare professionisti. E nessuno dei decreti ha previsto per loro un qualche tipo di ristoro economico. Professionisti a metà, tra i 26 e i 30 anni, senza un orizzonte certo.
di Simona Musco
Il Dubbio, 8 novembre 2020
Ecco le misure previste dal dl Ristori bis per la Giustizia. Appello senza l'intervento di pm e difensori. E, ancora, sospensione del corso della prescrizione e dei termini di custodia cautelare nei procedimenti penali nel periodo di emergenza, onde evitare estinzione del processo e gente fuori dal carcere "prima" del tempo. Sono queste le due misure relative alla giustizia previste dal decreto Ristori bis. Una notizia che l'avvocatura accoglie come "la soppressione del giusto processo", con il processo d'appello ridotto ad un semplice passaggio di carte, nonostante la prevista facoltà di chiedere la discussione orale, che in assenza di norme tecniche sarebbe, di fatto, "impossibile".
di Francesco Carraro
Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2020
Non tutti gli effetti primari o secondari del Covid-19 sono negativi, o addirittura disastrosi. In taluni limitati casi, in certi particolari settori, si sono registrate delle conseguenze paradossalmente positive. Parliamo, per esempio, dell'universo "giustizia" e, per la precisione, del "pianeta" della giustizia civile.
Come arcinoto, uno dei problemi endemici in materia è rappresentato, in generale, dalla lunghezza e dalla lentezza dei processi. Più in particolare, tutti gli operatori del settore - in primis, ovviamente, gli avvocati - sanno bene che non solo sono "lenti" e "lunghi" i procedimenti civili, sono anche lentissime e lunghissime le mattinate trascorse nell'asfittica anticamera di un'aula o nell'angusto corridoio di accesso alla stanza del magistrato di turno.
Laddove clienti, difensori, testimoni si accalcano in paziente attesa del dipanarsi degli eventi. O, per meglio dire, della "chiama" dei processi: una quantità di cause fissate tutte lo stesso giorno, tutte alla stessa ora, tutte nello stesso luogo. E che si svolgono, nella migliore delle ipotesi, seguendo l'ordine del cosiddetto "ruolo generale"; nella peggiore, in base all'atavico principio secondo cui chi prima arriva meglio alloggia, mentre gli altri si mettono in coda.
Con una precisazione doverosa e di "non poco momento", come usa dire in gergo legale per indicare le cose di non lieve importanza: sovente, tali udienze si riducono a due-minuti-due di botta e risposta in cui vengono verbalizzate frasi di "quattro" parole tipo: "si precisano le conclusioni come in atti"; oppure: "si insiste per l'accoglimento delle istanze".
Ebbene, tutto ciò avveniva in Italia nel periodo che potremmo definire a.C.: ante Covid. Oggi, invece - nell'era pandemica e venuta meno l'iniziale sospensione di ogni attività processuale - gli avvocati civilisti si sono risvegliati in un mondo nuovo. Un mondo che non rassomiglia affatto a quello precedente e che, per tanti aspetti, sembra miracolosamente migliorato. Giunti all'appuntamento con il giudice, ci si trova di fronte a uno scenario capovolto: dal pieno (di locali gremiti) al vuoto (di stanze spopolate), dal caos vociferante di prima al silenzio ordinato di adesso, dal pressappochismo di un orario (quasi) mai rispettato alla puntualità svizzera dell'ora stabilita.
A questo punto, due considerazioni si impongono. Una riguarda il passato, un'altra il futuro. Da un lato, infatti, ci si dovrebbe chiedere perché ora funziona un sistema così "civile", logico e razionale di organizzare, e tenere, i processi; e perché, invece, "prima" ciò non accadeva. Attribuire questa "magia" alle esigenze precauzionali e di distanziamento sociale imposte dall'epidemia significa solo ammettere la pretestuosità degli alibi finora accampati per giustificare i disagi. Tipo: non abbiamo tempo, non abbiamo risorse, non si può fare altrimenti. I fatti di oggi dimostrano proprio il contrario. Evidentemente, il tempo e le risorse c'erano anche prima giacché la situazione attuale non è frutto di nuovi stanziamenti, ma solo di un diverso, e più efficiente, approccio organizzativo.
Veniamo ora alla seconda considerazione, quella rivolta all'avvenire: ma è mai possibile che - nell'epoca dello streaming permanente, dello smartworking universale, di Zoom, di Skype, delle videocall di Whatsapp - i processi debbano svolgersi secondo l'unità di tempo, di luogo e di azione di aristotelica memoria? E cioè che un avvocato di Venezia sia costretto a farsi tre o quattro ore di macchina o di treno per andare a Milano o a Torino (o viceversa), magari solo per pronunciare le frasi di circostanza di cui sopra?
In realtà, la giustizia ai tempi del Coronavirus ha dimostrato come queste arcaiche e farraginose modalità di espletamento delle tipiche attività forensi non siano, nella più gran parte dei casi, necessarie. Basta connettersi a una piattaforma on line e il gioco è fatto: i giudici e gli avvocati si vedono e si parlano, in diretta; gli uni avanzano istanze, formulano eccezioni, perorano ragioni, gli altri manifestano indirizzi, prendono decisioni, emettono ordinanze.
Prevengo l'obiezione: per il resto del mondo è la norma. Lo so, ma vi assicuro che, per il mondo della giustizia civile, ha costituito una innovazione "rivoluzionaria" la possibilità di tenere udienze "da remoto" introdotta dall'art. 83, c. 7, lett. f del DL 28/2000 convertito in Legge 27/2020.
Eppure, dopo la tempesta della scorsa primavera, le resistenze a questa novità sono state fortissime e si è tornati indietro. Ciò che dovrebbe costituire la (lodevole) norma è derubricato al rango di (fastidiosa) eccezione. È come se la giustizia italiana stesse aspettando la fine dell'emergenza per riprecipitare definitivamente nei suoi vizi secolari e nei suoi ritmi ottocenteschi. Sarà compito anche e soprattutto della classe forense fare in modo che ciò non accada.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 8 novembre 2020
È stallo totale nell'Anm per il rinnovo dei vertici, a partire dal presidente. I 36 componenti del "parlamentino" delle toghe, riuniti in parte da remoto in parte in presenza nelle stanze di un hotel romano adiacente alla storica sede della Cassazione, dopo 9 ore di discussione, in parte dedicate a una surreale scelta del presidente dell'assemblea, sono ancora ben lontani dall'avere trovato una soluzione.
Di certo pare ormai tramontata l'ipotesi di giunta unitaria, i nuovi entrati di Articolo 101 e Autonomia e Indipendenza per ragioni diverse, i primi sostenitori di un sorteggio per il rinnovo del Csm indigeribile per gli altri gruppi associativi, la seconda per la proposta di modifiche statutarie assai problematiche, sono fuori.
Ma le 3 correnti "storiche" sono ben lontane da un'intesa. Tanto che il supplemento dei lavori di questa mattina potrebbe non essere decisivo e condurre a uno slittamento. Area, con tensioni al proprio interno su nomi e futuro del cartello, pur vincitrice delle elezioni di poche settimane fa, Magistratura Indipendente, che chiede discontinuità, e Unicost, sono prigioniere di tensioni reciproche e veti incrociati.
Su Luca Poniz, di Area, presidente uscente e più votato alle elezioni, pare esserci lo "sgradimento" di MI, che invoca discontinuità per rifondare un Anm all'altezza della sfida del post Palamara; su Silvia Albano, di Area, i dissensi sono all'interno della sua stessa componente.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 8 novembre 2020
Slitta ancora la riforma della class action. Per vedere, forse, entrare in vigore la nuova versione dell'azione di classe all'italiana bisognerà aspettare il prossimo maggio. A pochi giorni dal via, che sarebbe scattato il prossimo 19 novembre, la bozza del decreto ristori bis rinvia di altri 6 mesi l'esordio di uno dei provvedimenti più controversi del recente diritto dell'economia. Inevitabile allora il parallelo con quanto previsto su un altro fronte cruciale, quello della nuova disciplina della crisi d'impresa, dove il Codice che riscrive l'attuale Legge fallimentare è stato fatto slittare al prossimo settembre.
E per certi versi le ragioni sono analoghe. Perché se il nuovo assetto della class action era già stato oggetto di uno slittamento circa un anno fa in occasione del proverbiale decreto Milleproroghe di fine 2019, motivato soprattutto con ragioni tecniche (la mancata realizzazione in tempo utile del portale telematico attraverso il quale dare visibilità alle proposte di azione di classe), ora le ragioni sembrano essere piuttosto quelle di evitare di mettere sotto ulteriore stress il sistema delle imprese che si sarebbe trovato tra poco più di una settimana a dovere fare i conti con uno strumento profondamente ripensato.
La nuova class action è destinata a sostituire quella attualmente in vigore che è regolata nel Codice del consumo, dove la collocazione testimonia l'intenzione di tutelare i diritti individuali dei consumatori e degli utenti che si trovano in una condizione di omogeneità nei confronti di un'impresa. E tuttavia questa fisionomia ha probabilmente sin dall'origine determinato il flop sostanziale di un istituto che invece sul piano formale era stato presentato come assai innovativo.
Nei fatti di azioni collettive andate a segno se ne sono contate ben poche; dati aggiornati al 2017, a 7 armi dall'introduzione nel nostro ordinamento giuridico, ne individuavano solo 2 concluse con risarcimenti. Un esito determinato in larga parte dall'infrangersi dei tentativi promossi soprattutto dalle associazioni dei consumatori sullo scoglio più alto, quello dell'ammissibilità e quindi dell'omogeneità degli interessi fatti valere.
Con la nuova class action la titolarità passa a chiunque ritiene siano stati violati diritti (ma non interessi) individuali omogenei e per qualsiasi forma di responsabilità (per esempio quella relativa a danni all'ambiente oppure alla salute). Resta il meccanismo di opt in, cioè la necessità di una manifestazione di volontà per entrare nella classe, anche se con l'assoluta anomalia, in barba a qualsiasi rischio di soccombenza, di un ingresso nella classe anche dopo il (primo) giudizio di condanna.
Con il rischio, per le imprese, di un utilizzo dell'azione come vero e proprio bancomat. Resta l'assenza del carattere punitivo, come peraltro raccomandato anche in sede europea: a poter essere ottenuta sarà sempre la condanna al risarcimento del danno. Assai contestato dalle imprese, che vi vedono un evidente volano al contenzioso, era poi stato anche il meccanismo di remunerazione degli avvocati e dei rappresentanti della classe tarato sulle adesioni e sul volume dei risarcimenti.
di Massimiliano Minervini
gnewsonline.it, 8 novembre 2020
Ha preso il via, nella giornata di giovedì 5 novembre 2020, il progetto "Senzaporte", giunto alla seconda edizione. All'iniziativa, promossa da King Kong Teatro con il contributo della Regione Lazio - Assessorato alla cultura per officine di teatro sociale 2020/2021, partecipano tre case circondariali: Latina, Velletri e Viterbo.
Fino a giugno 2021 si terranno, negli istituti di pena, una serie di incontri, che permetteranno ai detenuti di sperimentare un cammino di training e pratica teatrale. Al termine del percorso, è prevista una performance teatrale in ciascuno delle carceri coinvolti.
"La compagnia teatrale King Kong, con cui abbiamo una collaborazione di lungo corso - commenta Nadia Fontana, direttrice del carcere di Latina -, permette ai detenuti di esprimersi nel migliore dei modi. Si tratta di una esperienza molto positiva per i reclusi, pur svolgendosi in un arco temporale ridotto. Il teatro è uno strumento estremamente utile, che conduce gli interessati a un percorso introspettivo e culturale.
Non può esservi rieducazione senza cultura, sono concetti interconnessi. È importante non tanto conoscere gli autori, ma che si impari il rispetto delle regole, del vivere comune anche attraverso la storia e la letteratura. I detenuti comprendono che le loro storie non sono un unicum, ma sono percorsi già battuti e che esiste una possibilità di cambiamento. Forniamo strumenti e spunti di riflessione. In questo senso il teatro è un magnifico tramite". "Negli spettacoli finali - conclude Fontana - delle scorse edizioni, ho assistito a dei veri e propri cambiamenti, con i detenuti-attori a proprio agio sul palco".
- Campania. "Il coronavirus è arrivato con prepotenza nelle carceri, bisogna svuotarle"
- Napoli. Covid: 30 detenuti contagiati nel carcere di Poggioreale, 2 gravi portati in ospedale
- Verona. Suicida in carcere a soli 23 anni: era uno dei rivoltosi dell'ex caserma Serena
- Catania. Il Vangelo donato in carcere
- Belluno. Problemi in carcere: "Chiudete subito la sezione salute mentale"











