di Piero Sorrentino
Il Mattino, 2 novembre 2020
Parlare o scrivere su quello che potrebbe accadere il giorno dopo, ormai, è diventato difficile. Viviamo schiacciati dentro un orizzonte di tempo che si fa sempre più sottile e indecifrabile. Tuttavia, quello che sarebbe successo era già chiaro da molti mesi.
Sapevamo da tempo della seconda ondata. Paventavamo gli ospedali pieni e la diffusione incontrollata del virus. Paradossi della vita al tempo della pandemia. Stiamo scivolando con una velocità incontrollabile su un piano inclinato, al termine del quale c'è però qualcosa che conoscevamo da tempo. Tutto è veloce e tutto, contemporaneamente, è immobile.
Tutto è ignoto e tutto è risaputo, già visto, già sentito. Ad ogni modo, è probabile che alla fine di questa giornata saremo tutti davanti al televisore acceso ad ascoltare, con il solito misto di angoscia e incredulità, i contenuti del nuovo provvedimento di chiusura.
Quali che ne saranno i contenuti, Dpcm e ordinanze regionali troveranno ad accoglierli una Napoli slabbrata, chiusa e incattivita. Non canteremo dai balconi, non esporremo striscioni coi colori dell'arcobaleno e no, non diremo che andrà tutto bene e ne usciremo migliori. Se è innanzitutto la politica a cadere a pezzi sotto i colpi della indecisione, del traccheggiamento, della confusione, della molta voglia di parlare e della poca voglia di decidere, in una colpevole immobilità della quale rischiamo di pagare pesanti conseguenze, va detto che in questo secondo giro la crisi sembra aver investito anche l'idea stessa di cittadinanza, di collettività, di unione tra diversi, di mutua solidarietà. Le condizioni della politica sono un fatto grave e preoccupante.
Ma altrettanto grave e preoccupante è che troppi cittadini si stanno convincendo dell'immodificabilità di tali condizioni perché le vedono fondersi ai segnali di un degrado più generale, al cui centro c'è un dato nuovo e inquietante: la latitanza della responsabilità personale. Molti cittadini, in altri termini, si stanno convincendo dell'idea che possono contare solo su sé stessi e sulla loro famiglia, sui loro affetti più prossimi, su quello che ricade esclusivamente sotto il dominio del sé, del proprio benessere, della propria sicurezza e del proprio divertimento.
Una parte per nulla trascurabile di cittadinanza - certo, con tutte le luminose eccezioni del caso - tenuta insieme dalla ricerca della felicità privata, che non sembra più convocata a sacrificare se stessa in nome di ideali comunitari o politici, assecondando ormai in massa una tentazione che era stata perseguita in molti tempi e in molti luoghi, ma che in poche epoche - forse nemmeno all'epoca della guerra - era riuscita a diventare così visibile ed egemone.
Sennò. in che altro modo dare un senso alle immagini delle strade affollate, del lungomare inondato di gente, dei ristoranti affollati? Al centro storico, sabato, era tutto un affollarsi di gruppi per il brunch di Halloween, cominciato intorno a ora di pranzo. E come leggere l'irritazione più o meno mascherata, quando non le vere e proprie opposizioni, di inquilini e amministratori di condominio che si lamentano delle code di persone potenzialmente positive in attesa di sottoporsi al tampone presso i centri privati, la gran parte dei quali si trovano appunto nei condomini?
E la sensazione di questo ripiegamento ciò che oggi - nella città offesa dal virus e umiliata dalla crisi sociale, dalla Whirpool che chiude senza troppi complimenti e manda per strada centinaia di famiglie, nella Napoli mortificata e incarognita dei tantissimi microimprenditori, commercianti, lavoratori regolari e in nero che stentano la vita, nella Napoli del cosiddetto Paese reale, è questa sensazione che più contribuisce a moltiplicare ogni egoismo ma anche a far scricchiolare ogni fiducia sul fatto che, da tutto questo, se ne possa uscire non migliori, ma nemmeno con le ossa rotte e con l'umore sotto i tacchi.
Se è vero che oggi Napoli sente in questi termini, se percepisce su di sé la latitanza della sfera pubblica, un vuoto e una confusione di indirizzo, di controllo, o viceversa un troppo pieno di Stato, con una incontrollata e contraddittoria superfetazione di interventi, ordinanze, regolamenti, non è perché sia impazzita di colpo.
Ma perché sente che, nella bufera del virus, c'è stata una progressiva perdita di identificazione emotiva e culturale con gli altri - i più deboli, gli svantaggiati, i poveri, gli anziani, i disabili, i non-garantiti - con la conseguente, inevitabile rinuncia a portarne la responsabilità.
"C'è sì la guerra fredda che non è finita, e continuano anche alcuni spargimenti di sangue locali, ma la gente che è al riparo li guarda come grandinate estive in un giorno di sole" scriveva in un suo saggio del19 61 Italo Calvino. Si riferiva all'inattesa e imprevista ripresa economica che si era aperta nel dopoguerra. Sembra che parli di noi, oggi, tentati di guardare al riparo delle nostre garanzie e dei nostri piccoli egoismi i chicchi fatali della grandine chiamata Covid.
laliberta.info, 2 novembre 2020
Giornata intensa quella di mercoledì 7 ottobre per la carpinetana Anna Protopapa, referente dell'associazione Gens Nova per l'Emilia-Romagna e per il gruppo di amici che insieme hanno partecipato all'udienza generale del Santo Padre Francesco. Al termine dell'udienza, infatti, Anna ha potuto consegnare al Papa le mascherine realizzate con alcuni detenuti reggiani, rappresentati dal Comandante commissario capo dottoressa Rosa Cucca. Mascherine donategli in segno di riconoscenza per le incoraggianti parole che il Santo Padre aveva inviato alla carpinetana nel mese di maggio, quando la ringraziava per le diverse iniziative benefiche intraprese sul nostro territorio e che avevano incoraggiato anche i detenuti e la comunità.
alessandriaoggi.info, 2 novembre 2020
Ci sono 56 positivi tra i detenuti delle carceri piemontesi, a Torino, Alessandria e Saluzzo. Venerdì ne è morto uno al Don Soria di Alessandria dove esiste un focolaio con 26 detenuti positivi al Covid19. Quello che preoccupa è che ad Alessandria non si sono fatti i tamponi, come denuncia senza tanti fronzoli Bruno Mellano, garante regionale dei detenuti che spiega: "C'è da tener conto che la situazione di reclusione il panico arriva prima.
Poi mancano stanze per isolare chi ha sintomi, o arriva da fuori. A questo punto torna d'attualità la discussione sulle condizioni dei penitenziari. Appare ovvio che il contagio, oltre ai detenuti, colpisca anche gli agenti di polizia penitenziaria. "Per questo la gestione dell'emergenza dovrebbe essere affrontata in maniera molto più efficace e organica da molti punti di vista, sia per la parte che riguarda l'utenza detenuta, che sotto il profilo dell'organizzazione del lavoro e delle misure a protezione degli operatori e, di rimando, per gli stessi reclusi", dice Gennarino De Fazio, del sindacato Uil-pa Polizia Penitenziaria.
A questo proposito pubblichiamo una segnalazione del padre di un detenuto nel carcere di Voghera che ci è giunta in redazione: "Sono stato appena informato che ieri sera (24 ottobre; n.d.r.) nel carcere di Voghera un detenuto è stato trovato positivo al Covid-19, compagno di cella di mio figlio S.S. Il compagno di cella nei giorni precedenti aveva avuto un episodio febbrile. Allo stato sembrerebbe che oltre all'isolamento di mio figlio non sia stato disposto ancora il tampone per verificare il suo eventuale contagio al Covid-19, e sino ad ora i detenuti non hanno avuto alcun contatto con i medici. Mio figlio ha riferito quanto accaduto telefonicamente alla famiglia, alla quale ha riferito i fatti che le ho narrato, spiegando che anch'egli ha sintomi sospetti.
livornopress.it, 2 novembre 2020
Dopo il decesso di un detenuto per Covid, una nostra fonte riservata ci ha confermato le preoccupazioni testimoniate; da alcune famiglie di detenuti per i congiunti sottoposti ai test.
Sempre secondo la nostra fonte. Inizialmente si è provveduto a fare i tamponi ai circa 115 detenuti di alta sicurezza, dai quali è emerso il dato di almeno 25 positivi. Visti questi risultati venerdì sono stati estesi i tamponi anche ai detenuti di media sicurezza. Il problema però ora è isolare le persone che sono risultate positive, magari allestendo una sezione Covid. Se consideriamo il fatto che siamo in un istituto di detenzione la situazione non è semplice da affrontare.
di Giuliano Foschini e Anais Ginori
La Repubblica, 2 novembre 2020
Brahim Aoussaoui aveva progettato l'attentato di Nizza in Italia. Aveva deciso di punire la Francia, dopo che Charlie Hebdo aveva ripubblicato le caricature di Maometto, alla vigilia del processo per gli attentati del 2015. Non ha fatto tutto da solo: qualcuno - questa per lo meno è la convinzione dei servizi di intelligence - lo avrebbe guidato a distanza, attraverso un canale Telegram. E certamente in Francia non è arrivato da solo: Aoussaoui - le cui condizioni fisiche sono migliorate nelle ultime ore, ma non è ancora in grado di rispondere alle domande degli inquirenti francesi - era a Nizza con Ahmed Ben Amor, tunisino anche lui di 29 anni. Con il quale aveva fatto la traversata via mare dalla Tunisia. Con lui era arrivato a Lampedusa, con lui era stato trasferito a Bari. E con lui aveva raggiunto Nizza, probabilmente da Roma.
È questa la novità emersa nelle ultime ore, dopo l'ennesimo scambio di informazioni tra la nostra procura antiterrorismo e quella francese. A Grasse, 45 chilometri da Nizza, è stato fermato, insieme con altri due cittadini algerini, Ben Amor, con il quale Aoussaoui era stato visto parlare il giorno prima dell'attacco alla Basilica. Nel frattempo la Polizia italiana, sotto il coordinamento dell'Ucigos, ha ricostruito alcuni passaggi di Aoussaoui in Italia. È arrivato a Lampedusa lo scorso 21 settembre. A bordo di un barchino con 21 persone. Immediatamente la polizia ha cercato di rintracciare le persone che viaggiavano con lui: si tratta di due nuclei familiari e di altre 11 persone. Tutti, dopo l'arrivo in Italia, sono stati caricati sulla nave Rhapsody, per passare i 15 giorni di quarantena. Nave che il 9 ottobre è arrivata a Bari.
Delle undici alcuni sono stati sistemati nei Cpr, i Centri di permanenza per il rimpatrio. È stata una scelta casuale: i primi migranti scesi dalla nave sono stati sistemati nei centri mentre gli altri, tra cui Aoussaoui, sono stati rilasciati con un ordine di espulsione firmato dal questore. Sulla procedura la procura di Bari ha aperto un'indagine conoscitiva che ha certificato la correttezza dei passaggi. La Polizia sta cercando di rintracciare tutte le 21 persone. All'appello mancherebbero in quattro. Uno di loro è appunto Ben Amor, fermato in Francia.
Secondo quanto è stato ricostruito, il ragazzo sarebbe andato direttamente da Bari a Roma. Mentre Aoussaoui da Bari è tornato in Sicilia. Al momento sulle motivazioni del viaggio ci sono punti interrogativi: avrebbe raggiunto il figlio di un amico dei genitori ma alla procura Antiterrorismo non sfugge che proprio tra Palermo e Alcamo, dove l'attentatore è stato, è attiva un'organizzazione che offre supporto logistico ai clandestini.
Da quanto hanno ricostruito Aoussaoui ha raggiunto poi Roma. E da Roma, probabilmente insieme con Ben Amor, ha raggiunto in bus Nizza 36 ore prima dell'attentato. La Polizia italiana sta analizzando i filmati delle telecamere di stazioni ferroviarie e di bus per capire se i due fossero soli. Mentre i tabulati telefonici nelle prossime ore potrebbero dare riscontri importanti.
Non dovrebbero avere, invece, alcun ruolo i due fermati dalla Gendarmerie francese nelle scorse ore: sono stati visti parlare con Aoussaoui prima dell'attentato, ma avrebbero solo scambiato banali informazioni. Un consiglio su un croissant, una bottiglia d'acqua. "Al momento la cosa certa è che Aoussaoui è arrivato in Francia per uccidere", ha detto il Ministro dell'Interno francese Gérard Darmanin.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 2 novembre 2020
C'è qualcosa di più profondo, un insieme di fattori culturali e psicologici che ci impedisce di vedere ciò che in realtà si presenta con un'evidenza clamorosa. Ci devono essere ragioni molto solide se tante persone, solitamente attente e intellettualmente oneste, non riescono proprio a dare un nome e una definizione al terrorismo dei decapitatori e degli sgozzatori che stanno insanguinando la Francia "infedele".
Certo, c'è molta paura di pronunciare quella parola che inizia per "I" e che in forma cautelativa qui si evita di scrivere nero su bianco, c'è il terrore che taglia le lingue e cerca di non aizzare i fanatici che in nome di quella indicibile "I" di cui è meglio non svelare le lettere immediatamente successive, uccidono senza pietà, e dunque basta con la satira, da riservare eventualmente alle religioni di questi tempi meno inclini alla vendetta. No, c'è qualcosa di più profondo, un insieme di fattori culturali e psicologici che ci impedisce di vedere ciò che in realtà si presenta con un'evidenza clamorosa.
C'è la legittima e comprensibile resistenza a farsi rigettare nel contesto di una per noi inconcepibile e anacronistica "guerra di religione". C'è il senso di colpa, per così dire europeo e occidentale, per i crimini commessi nel passato e che oggi i "dannati della terra" vogliono farci pagare con gli interessi. C'è una forma di ottusità ideologica che ci impedisce di vedere come la fede religiosa possa avere un qualche ruolo nella modernità secolarizzata.
C'è una profonda stanchezza per alcuni valori, in primis la libertà d'espressione e l'eguaglianza tra donne e uomini che invece, agli occhi di fondamentalismi ostili di matrice religiosa, sono il simbolo della peccaminosità dell'Occidente liberale, meritevoli perciò di una purificatrice condanna a morte. C'è l'ecumenismo relativista che vede in ogni rivendicazione di ("nostra") identità l'anticamera della sopraffazione nei confronti delle minoranze deboli e schiacciate, e che oggi sarebbero animate da un senso di rivalsa, certo criminalmente distorto e tuttavia indotto da motivazioni diverse da quelle del fanatismo religioso.
C'è la scarsa, chiamiamola così, voglia di combattere per la difesa di valori che un tempo consideravamo irrinunciabili, e oggi forse non più. C'è la paralisi culturale del "cui prodest", quella paura di dirsi verità sgradevoli per non regalare argomenti agli avversari da cui l'eccesso di edulcorazione che porta alla vera a propria autocensura. Quindi, certo la paura.
di Sergio Harari
Corriere della Sera, 2 novembre 2020
Il personale sanitario è ridotto all'osso, spossato e decimato dai contagi e dalle quarantene, e gli attuali turni massacranti non potranno prolungarsi in eterno. "Errare humanum est, perseverare autem diabolicum", dice un vecchio aforisma che dovrebbe far molto riflettere in questi giorni. Sono settimane che la curva dei contagi, dei ricoveri e dei morti conosce una crescita costante e che le proiezioni degli epidemiologi parlano chiaro sui futuri scenari.
Così come è ormai evidente da tempo che il tracciamento dei casi si è perso, i numeri sono diventati troppo importanti per poterlo garantire. Eppure si indugia sulle misure da prendere come se non vi fosse nessuna fretta. Come se i drammi vissuti per i colpevoli ritardi di soli pochi mesi fa non ci avessero insegnato nulla. Assistiamo a un continuo rimpallo di competenza tra le diverse istituzioni, mentre i pronto soccorso si affollano e le corsie dei nostri ospedali sono già in evidente crisi.
La seconda ondata della spagnola fu la peggiore, fu quella che registrò più vittime e falcidiò più vite; così probabilmente non sarà con il Covid 19, molto verosimilmente la mortalità sarà inferiore alla scorsa primavera, ma il numero di contagi e la diffusione del virus è ancora maggiore di allora. Anche al netto del diverso numero di tamponi, il virus oggi circola molto di più. Qualsiasi lettore può rendersene conto direttamente: quante persone fra le vostre amicizie avete conosciuto che la scorsa primavera avevano contratto l'infezione? E in queste settimane? Anche se la stragrande maggioranza dei contagiati non necessita di ricovero una piccola percentuale sì, e se il numero dei positivi aumenta, il conto è presto fatto.
Ma non è solo per questo che la seconda ondata rischia di essere ben peggio della prima. Oggi, oltre ai malati di Covid, nei nostri ospedali abbiamo anche tutti quei pazienti con malattie serie ma negativi al virus: oncologici, cardiopatici, e altri ancora. Le nostre risorse però non ci consentono di raddoppiare i reparti, il personale sanitario è ridotto all'osso, spossato e decimato dai moltissimi contagi e dalle necessarie quarantene, mentre gli attuali turni massacranti non potranno prolungarsi in eterno. Medici e infermieri non sono più sostenuti da quel senso di solidarietà nazionale che garantì il morale e l'adrenalina utili a superare certi momenti di stanchezza. Sia la storia passata che quella molto recente ci insegnano che ogni esitazione, ogni ritardo si paga, abbiamo bisogno di fermare la crescita dell'epidemia subito, non è più il tempo del domani.
di Michele Ainis
La Repubblica, 2 novembre 2020
Le parole sincere possono cambiare il mondo, diceva Buddha. Durante questa crisi, possono evitare quantomeno che il mondo cambi in peggio. Invece un altro morbo s'è aggiunto a quello che già circola nell'aria: il virus dell'ipocrisia. Ne è stata infettata la politica, e da lì il contagio si propaga nelle istituzioni, s'allarga alle leggi cui siamo sottoposti.
Giacché i nostri governanti ci trattano come un popolo bambino, e allora ci propinano mezze misure, giustificandole con mezze verità. Esempio: i ristoranti. Stavano per chiuderli, come accadde in primavera. Per non spaventare gli italiani, per non destare troppe proteste nei diretti interessati, per queste o altre recondite ragioni, li hanno lasciati aperti fino alle 18. Ma in favore di chi? A pranzo, con gli uffici deserti causa smart working, non ci va quasi nessuno. Dunque i ristoranti sono stati messi in quarantena senza dirlo.
E nel frattempo molti ristoratori chiudono i battenti, tanto non ne vale più la pena. Decisione loro, mica del governo. L'Italia non ha il cuore di pietra come la Francia o la Germania, che ne hanno appena decretato la serrata. Il nostro governo è più che permissivo, per 13 ore al giorno non pone alcun divieto. Sicché va in scena l'antica strategia dello scaricabarile. Non solo fra le istituzioni e i cittadini, anche fra le stesse istituzioni.
La prima versione del primo Dpcm della seconda serie (sembra Netflix, ma purtroppo non è un film), quello del 18 ottobre, scaricava sui sindaci la responsabilità del lockdown. Ora è la volta del rimpiattino fra Stato e Regioni: chiudi tu, no tu. Nel frattempo l'esecutivo finge di tendere la mano all'opposizione, ma in realtà tende il telefono, informando i suoi leader cinque minuti prima della conferenza stampa del premier. L'opposizione finge disponibilità a collaborare, dopo di che mitraglia ogni provvedimento del governo, forse anche un panettone gratis per Natale.
Questa fiera delle menzogne si ripete pure nelle relazioni fra governo e Parlamento. Dopo le polemiche sull'abuso dei Dpcm, il primo aveva promesso di recepire gli indirizzi del secondo, prima di varare l'ennesimo decreto. L'ha fatto una volta, poi non più. Ne mancava il tempo, questa la giustificazione. Ma ogni Dpcm è per definizione un atto urgente, e l'urgenza o c'è o non c'è, non funziona a intermittenza come le frecce di un'autovettura.
Inoltre gli ultimi Dpcm sono stati preceduti da lunghe riunioni con le delegazioni dei partiti, delle categorie economiche, degli enti locali. Fuori dal Parlamento, non dentro le sue sale. Quindi è mancata la voglia, non il tempo. Viceversa in altri casi la voglia c'è, però difettano gli accordi. È l'apologia del "vorrei ma non posso", consacrata nel Dpcm del 24 ottobre.
Dove s'affaccia una nuova fauna di prescrizioni normative, oltre i diritti e gli obblighi, le facoltà e i divieti: la specie dei consigli. Vi s'incontrano difatti 3 raccomandazioni e 5 "forti raccomandazioni", che spaziano dall'uso delle mascherine dentro casa all'esigenza di limitare i viaggi, di non incontrare estranei, e via raccomandando.
E perché non obbligando? In parte perché sarebbe impossibile piazzare un poliziotto in ogni abitazione, in parte per contrasti fra i partiti. Da qui la formuletta ipocrita, a costo di scivolare verso lo Stato etico, che s'intrufola negli stili di vita individuali.
E se i cittadini disobbediscono alla raccomandazione? Subiranno un rimprovero semplice, oppure un forte rimbrotto, a seconda dei casi. Ma i casi sono dubbi, tanto che una circolare del ministero dell'Interno ha dettato chiarimenti. Ecco infatti il frutto di questa politica bugiarda: l'incertezza. Nessuno sa più che pesci prendere, né noi né tantomeno loro.
di Rachida El Azzouzi*
Il Fatto Quotidian, 2 novembre 2020
Marocco, Algeria e Tunisia. Nei tre Paesi da anni vengono compiute violenze e uccisioni su donne e bambine. Ogni volta si torna a parlare di pena di morte pur di porvi rimedio Ma in realtà è solo ricerca di consenso politico. Si chiamava Chaïma Sadou e aveva 19 anni. È stata trovata morta il 3 ottobre scorso vicino a Boumerdes, in Algeria, in una stazione di servizio abbandonata.
È stata picchiata, violentata e bruciata viva da un uomo contro il quale aveva già sporto denuncia. Rahma Lahmar, 29 anni, è stata trovata morta il 25 settembre in un fossato nella periferia nord di Tunisi. Rientrando a casa dal lavoro ha incrociato un uomo già condannato due volte per tentato omicidio e furto. Infine, Adnane Bouchouf, è stato trovato morto l'11 settembre, sepolto sotto un albero poco lontano da casa sua, in un quartiere popolare di Tangeri, in Marocco. Aveva solo 9 anni ed è stato violentato e ucciso da un vicino.
La violenza contro le donne e i bambini è una piaga profonda in Maghreb. Come già successo in passato, anche dopo questi tre crimini, a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, si è acceso il dibattito sulla pena di morte. In Marocco la pena capitale è ancora in vigore, ma non è applicata dal 1993. La sua abolizione non fa l'unanimità e il re Mohammed VI evita di prendere posizione. Da parte sua, il presidente tunisino, Kaïs Saïed, non ha mai nascosto di sostenere la pena di morte e si è detto favorevole a ricorrervi nei casi di femminicidio, sollevando l'indignazione dei difensori dei diritti umani.
In Tunisia non ci sono esecuzioni dalla moratoria decisa nel 1991 dal defunto dittatore Ben Ali. In Algeria, la pena di morte, che non è applicata dal 1993, è ampiamente sostenuta dall'opinione pubblica. In un video diventato virale, la madre di Chaïma Sadou implora il presidente Tebboune di far giustiziare l'assassino di sua figlia applicando "el Qissas", la legge del taglione prevista dal diritto musulmano. "La pena capitale non impedirà ai criminali di agire", osserva l'avvocato Nadia Aït Zaï, nota figura del femminismo in Maghreb, che si batte da decenni scontrandosi con una potente corrente patriarcale e conservatrice e con l'apatia della classe politica.
Secondo la docente di diritto della famiglia all'università di Algeri, la legislazione in vigore oggi è troppo debole, malgrado dei passi siano stati fatti con l'articolo 40 della nuova Costituzione, che garantisce maggiore protezione delle donne contro la violenza. Nadia Aït Zaï chiede condanne più dure, fino all'ergastolo, e la creazione di un tribunale speciale: "Le donne non denunciano in modo sistematico per paura di ritrovarsi per strada. Se l'assassino di Chaïma Sadou fosse stato posto sotto sorveglianza dopo la prima denuncia, il crimine si sarebbe potuta evitare". "Non è chiedendo la pena di morte che renderemo giustizia a Chaïma Sadou. Sono le leggi che devono essere cambiate e applicate", si legge sul sito Féminicides Algérie che, in assenza di statistiche ufficiali, si occupa di censire i femminicidi in Algeria.
All'origine del sito, due giovani femministe, Narimene Mouaci Bahi e Wiame Awres: "Le donne assassinate non sono solo numeri, avevano un nome, delle vite, a volte dei bambini - osservano le due giovani -. Non le dimentichiamo". Il sito ha contato almeno 41 femminicidi nel 2020, una sessantina nel 2019, ma i numeri sono di molto inferiori alla realtà. In un clima di repressione, ma sulla scia del #Metoo e della rivolta popolare del movimento Hirak, l'8 ottobre due manifestazioni femministe senza precedenti in omaggio a Chaïma Sadou si sono tenute a Algeri e Orano.
"In Marocco, Tunisia e Algeria, la donna è stata confinata nello spazio privato. In questo modo è stata ostacolata la sua piena partecipazione alla vita pubblica e sono stati limitati i suoi diritti. In questi paesi è la legge musulmana a decidere il posto che le donne devono occupare", spiega ancora l'attivista Nadia Aït Zaï. "Dietro un discorso protettivo, che nasconde l'ipocrisia collettiva, la donna è stata considerata sempre solo come sorella, figlia o moglie, raramente come una persona a pieno titolo - scrive in un editoriale il caporedattore di Liberté
Algérie, Hassan Ouali. Dietro parole affettuose, si cela un desiderio di sottomissione e dominio". Anche la Tunisia, presentata come "laboratorio della democrazia" nel mondo arabo dalla caduta di Ben Ali nel 2011, non è immune a forme estreme di conservatorismo.
Il presidente Kaïs Saïed ha firmato il 13 agosto un grande passo indietro seppellendo l'uguaglianza tra uomo e donna in caso di eredità, riforma portata avanti dal suo predecessore sotto la pressione dei movimenti femministi, e reintroducendo la lettura letterale del Corano. "La questione dell'eredità è centrale perché tocca il potere materiale degli uomini, sottolinea la teologa marocchina Asma Lamrabet, figura di spicco del femminismo musulmano. Mettere in discussione questo principio religioso significa scalfire i fondamenti del patriarcato arabo- musulmano, dunque l'autorità assoluta degli uomini sulle donne". In Tunisia la morte di Rahma Lahmar ha rimesso sul tavolo la questione della pena capitale, in un contesto di crescente insicurezza. Nel 2018 il tasso di criminalità è aumentato del 13% rispetto al 2017. Secondo il sito Inkyfada, nel 2019
In Algeria i femminicidi sono stati 41 nel 2020 In Tunisia nel 2019 3.000 le violenze In Marocco sono 30 mila i bambini violentati ogni anno sono state registrate quasi 3.000 denunce per violenza sessuale e 13.679 per violenza verbale. Durante il lockdown di marzo, sono stati segnalati quasi 4.000 casi di violenze sulle donne, secondo il ministero tunisino della Giustizia. "L'emozione popolare dopo la morte di Rahma Lahmar è stata alimentata dal sostegno del presidente Saïed alla pena di morte e il dibattito ha preso una dimensione a e politica", ha spiegato il sociologo Zouheir Ben Jeannet, docente all'università di Sfax.
Pochi giorni dopo l'omicidio della giovane donna, il 9 ottobre, il tribunale di Tunisi ha condannato a morte un uomo che nel 2018 aveva accoltellato la madre e le sorelle. "La ripresa delle esecuzioni sarebbe un duro colpo per i progressi fatti nel campo dei diritti umani in Tunisia", ha osservato Amna Guellali di Amnesty International.
Molti attivisti temono che il dibattito sulla pena di morte offuschi le vere problematiche sociali, tra cui l'impunità di stupratori e assassini. Nel 2016 quasi 34 femminicidi sono stati censiti dal ministero tunisino della Salute, una cifra molto inferiore alla realtà. In Marocco è lo stupro e omicidio del piccolo Adnane Bouchouf, in un quartiere operaio di Tangeri, a riaprire i dibattiti sulle violenze.
"Queste atrocità non sono fatti di cronaca, ma sintomi delle nostre società maghrebine dove la violenza inflitta a donne e bambini non si riesce a contenere", osserva Houria, attivista femminista di Tangeri. In una lettera aperta, Abdellah Taïa, primo scrittore musulmano marocchino ad assumere pubblicamente la propria omosessualità, punita nel paese dove l'islam è la religione di Stato, sottolinea l'incapacità collettiva ad affrontare il problema in profondità: "Si denuncia, ma non si fanno azioni serie per spalancare il vaso di Pandora.
Tutti i marocchini che conosco hanno subito violenze sessuali da bambini. Ogni giorno ci sono decine di piccoli Adnane". In un'intervista a Jeune Afrique, lo scrittore, che nei sui libri ha raccontato le ripetute violenze da lui stesso subite durante l'infanzia, denuncia le leggi liberticide e retrograde vigenti: "Finché esisteranno leggi ipocrite che proibiscono il sesso al di fuori del matrimonio, punendolo con la prigione, esisteranno violenza e omicidio".
La violenza contro le donne è radicata nelle mentalità, legittimata e socialmente accettata. Da dati ufficiali, i due terzi delle violenze sessuali avvengono nello spazio pubblico in Marocco. In oltre il 90% dei casi si tratta di stupro o tentativi di stupro e le vittime sono principalmente donne di età inferiore ai 30 anni. Fino al gennaio 2014 lo stupratore poteva sfuggire alla prigione sposando la sua vittima se minorenne. La pedofilia è un flagello e un tabù in Marocco. Ong, come la Amdh, l'associazione marocchina per i diritti umani, denunciano da anni condanne troppo clementi nei confronti dei predatori sessuali. L'associazione Touche pas à mon enfant stima a quasi 30.000 i bambini violentati ogni anno.
*Traduzione di Luana De Micco
di Antonella Napoli
articolo21.org, 2 novembre 2020
In Turchia almeno 90 giornalisti sono ancora in carcere altri in libertà vigilata e in attesa di essere giudicati per crimini mai commessi. C'è chi ha raccontato l'anomala scalata al potere di un ministro, chi ha portato avanti inchieste sulla corruzione nelle amministrazioni pubbliche, altri hanno semplicemente espresso critiche sull'operato del governo o raccontato le difficolta del sistema economico turco. Come i 38 giornalisti finiti sul banco degli imputati accusati di diffondere notizie false e che danneggiavano l'economia del Paese in violazione della "legge sui mercati dei capitali.
Kerim Karakaya, Fercan Yalınkılıç, Mustafa Sönmez, Merdan Yanardağ, Sedef Kabaş, Orhan Aydın, e altri 32, redattori e collaboratori di testate turche e internazionali come Bloomberg, Halk TV, Tele1 TV ma anche economisti, editorialisti e volti noti della televisione turca, sono a processo davanti alla Corte del Tribunale İstanbul 3 ripreso la scorsa settimana e rinviato al 20 febbraio del 2021 dopo che il procuratore ha chiesto per tutti la condanna.
In particolare i primi sei giornalisti e l'attore e editorialista del portale di notizie SolHaber,Orhan Aydın, rischiano le pene più pesanti, dai 2 ai 5 anni.
I giornalisti di Bloomberg Yalınkılıç e Karakaya sono accusati per un articolo pubblicato il 10 agosto 2018 in cui si parlava del più grande shock valutario nel paese dal 2001 e di come le autorità e le banche stavano rispondendo all'emergenza.
L'autorità di regolamentazione bancaria turca Bddk aveva presentato una denuncia per la diffusione delle notizie accusando gli autori di tentare di minare la stabilità economica della Turchia.
Gli altri imputati avevano invece commentato la notizia sui social. Il 14 giugno 2019, quasi un anno dopo i fatti contestati, l'ufficio del pubblico ministero ha presentato l'atto d'accusa contro i 38 imputati che è stato accolto dal tribunale penale che ha istruito il processo.
La prima udienza si è svolta il 20 settembre 2019. Durante l'audizione, entrambi i giornalisti di Bloomberg, i principali accusati, hanno rilasciato delle dichiarazioni spontanee rigettando le accuse. Kerimkaya, giornalista di economia con esperienza ventennale e che ha collaborato alla stesura della Legge sul mercato dei capitali, ha sottolineato come l'articolo in cui affermava che il dollaro USA fosse cresciuto del 24% rispetto alla lira turca e che gli organismi di controllo economico turchi si erano riuniti per studiare una strategia di contenimento, raccontasse fatti.
"Le cose che avevo scritto non rappresentavano in alcun modo la condizione preliminare per configurare il reato di "benefici finanziari da speculazioni via stampa" che invece ci viene contestato - ha affermato il giornalista in aula - Io e il collega cofirmatario dell'inchiesta non abbiamo ottenuto alcun vantaggio, né si trattava di speculazioni per influenzare il mercato dei capitali".
Dichiarazione che Yalınkılıç ha condiviso e ribadito nel suo intervento. Nella seconda udienza che si è tenuta il 17 gennaio, il tribunale dopo aver ascoltato gli altri imputati ha rigettato le richieste di assoluzione.
A causa della sospensione di tutti i procedimenti giudiziari dall'inizio di marzo al 15 giugno per la pandemia di Covid-19, il processo è stato ristato al 23 ottobre per le conclusioni dell'accusa.
A febbraio il verdetto. Sentenza che per alcuni è già scritta.
I giornalisti di questo processo, come tutte le decine di altri colleghi arrestati e sottoposti a giudizio, alcuni stanno già scontando le pene, come Ahmet Altan, opinionista televisivo e scrittore di fama internazionale condannato all'ergastolo aggravato, pagano per non aver smesso di fare il proprio mestiere liberamente e per aver criticato apertamente il presidente Recep Tayyip Erdogan e il suo governo.
Come paga con la privazione della libertà, esattamente da tre anni oggi, Osman Kavala.
Il filantropo e imprenditore Kavala è stato arrestato il 1 novembre del 2017 con l'imputazione di "tentato rovesciamento del governo" finanziando le manifestazioni di Gezi Park del 2013, poi quando la Corte europea dei diritti dell'uomo ha ordinato alla Turchia di rilasciarlo per l'infondatezza del processo e la Corte costituzionale lo ha assolto, nei suoi confronti è stata formulata una nuova feroce accusa, quella di aver appoggiato la rete di Fethullah Gulen accusata del fallito colpo di stato del 15 luglio del 2016.
Alla sbarra per i fatti di Gezi Park in tutto ci sono ancora 16 accademici, giornalisti, artisti e imprenditori - alcuni in contumacia - che rischiano l'ergastolo. Un caso su cui hanno espresso grandi preoccupazioni Amnesty International a Human Rights Watch che denunciano come questo processo sia stato istruito senza "uno straccio di prova".
Prima che dai giudici, Kavala era stato accusato da Erdoğan in persona di aver cospirato contro di lui sostenendo economicamente il movimento pacifico che nel 2013 animò una serie di manifestazioni di dissenso contro il governo, iniziate con il sit-in di una cinquantina di persone che si opponevano alla costruzione di un centro commerciale al posto di un parco vicino piazza Taksim, in pieno centro.
Cortei e dimostrazioni vennero repressi con la forza dalle squadre antisommossa della polizia, il bilancio fu di 9 morti e 8163 feriti.
Il rinvio a giudizio con l'accusa di 'tentata eversione dell'ordine costituzionalè di tutti gli imputati è maturato sulla base di un'ordinanza di 657 pagine, in cui compaiono anche i nomi dell'ex direttore di Cumhuriyet, Can Dündar, e del giornalista e opinionista Mehmet Ali Alabora, colpevoli di aver raccontato e commentato l'onda delle proteste.
Leggendo l'atto di accusa è evidente che non esistano prove a sostegno della tesi del procuratore ma teorie senza base giuridica, elemento che solleva dubbi sul rispetto della giustizia turca delle norme internazionali ed europee.
L'inchiesta sul movimento di Gezi Park non è ancora chiusa, altri esponenti della società civile sono sotto indagine. Non perché siano responsabili delle proteste ma semplicemente per aver esercitato il proprio diritto alla libertà di espressione.
Un "clima di paura" teso a scoraggiare lo svolgimento di assemblee pacifiche e a imporre bavagli ai media, imposto dalle autorità in Turchia nel silenzio colpevole di un occidente che disattende, con la propria indifferenza, principi su cui ha bassato la propria struttura democratica.
Oggi più che mai Articolo 21, insieme alla rete delle organizzazioni internazionali dell'Advocacy Turkey Group, continua a chiedere la liberazione di giornalisti, artisti e altre figure del mondo della cultura ancora in carcere in Turchia.
- Ucraina. Una condanna da cancellare per l'assassinio di Rocchelli
- End Impunity Day: dal 2000 uccisi 1.500 giornalisti. Troppi ancora senza giustizia
- Afghanistan. Bitani, ex torturatore afghano: "Così allo stadio lapidavano le adultere"
- Sudan. Tra gli sfollati per le inondazioni le speranza per un Paese nuovo e più libero
- Presto regole comuni su crimini d'odio e prove elettroniche transfrontaliere











