di Alice Facchini
redattoresociale.it, 26 gennaio 2021
Da una parte i senza tetto sono in situazione di difficoltà economica e di esclusione sociale, e quindi sono portati a commettere i cosiddetti "reati di povertà". Dall'altra, non hanno una casa dove scontare pene alternative, e così finiscono più facilmente in carcere. È la denuncia di Avvocato di strada: "Servono strutture apposite riconosciute dalla magistratura".
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 26 gennaio 2021
Sabato mattina con grande interesse ho seguito un evento organizzato dal professor Giovanni Fiandaca, Garante dei diritti delle persone private della libertà della regione Sicilia per presentare due testi di recente pubblicazione rispettivamente di Luigi Pagano e Giacinto Siciliano; due direttori di carcere, l'uno in pensione e l'altro attualmente direttore della Casa Circondariale "San Vittore" di Milano.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 26 gennaio 2021
I Ddl per accelerare i giudizi penali e quelli civili sono fermi in Senato. Una relazione più proiettata sul futuro che ancorata al passato. Per evidenti convenienze politiche. È quella che il ministero della Giustizia sta mettendo a punto e che Alfonso Bonafede si accinge a tenere in Parlamento a crisi ormai aperta dopo la decisione del capo del Governo di formalizzare le dimissioni.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 26 gennaio 2021
Continua nonostante le restrizioni della pandemia il programma "Per Aspera ad Astra" in 12 istituti di tutta Italia. In attesa di riprendere spettacoli e prove in presenza si progettano copioni e nuove scene di "cultura e bellezza". Se il rumore è l'assassino del pensiero - si dice - il silenzio è l'assassino della vita. Non il silenzio della notte stellata evidentemente. Quello del non-racconto, del non dire.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 26 gennaio 2021
Comunque vada a finire la crisi, Giuseppe Conte sarà chiamato a pagare un prezzo molto salato. C'è un nodo, infatti, che il presidente del Consiglio dovrà sciogliere, e in fretta, per restare in sella: la Giustizia. Tornata al centro dello scontro politico per una coincidenza fatale - la relazione al Senato del ministro Alfonso Bonafede proprio nelle ore più tese della crisi -Via Arenula si è trasformata nella moneta di scambio chiesta al premier da tutti gli ipotetici e futuri compagni di strada. Renziani o responsabili che siano, tutti fanno leva su quello che reputano il punto più debole dell'esecutivo per trattare il loro ingresso in maggioranza.
Alcuni chiedono la "testa" di Bonafede per cinico gusto punitivo nei confronti dell'avvocato, altri ne approfittano per regolare qualche conto col ministro, considerato portatore di una cultura giustizialista da spazzare via. Appartengono di certo a questa categoria renziani e forzisti, da anni protagonisti di uno scontro feroce col Guardasigilli sui temi bandiera del Movimento 5 Stelle, primo fra tutti: la riforma della prescrizione.
Concepita durante il Conte uno e tramutata in legge col Conte due, la prescrizione targata Bonafede (sospesa dopo la sentenza di primo grado, anche in caso di assoluzione) è diventata l'ossessione di Matteo Renzi, che già nel febbraio scorso aveva minacciato di aprire una crisi di governo su questo tema. Solo la promessa di correggere il tiro attraverso gli emendamenti alla riforma del processo penale (da depositare entro la prossima settimana) aveva scongiurato il rischio di una frattura insanabile già un anno fa.
Perché l'ex premier e il Guardasigilli non sono mai entrati davvero in sintonia, e anni di accuse reciproche non hanno certo aiutato a rasserenare il clima. E se a febbraio del 2020 Bonafede veniva definito "ministro del giustizialismo" sulla prescrizione, pochi mesi dopo, a maggio, in piena emergenza Covid nelle carceri era proprio l'ex premier ad abbandonare la barricata "garantista" per unirsi al coro di chi accusava Bonafede di "aver scarcerato boss mafiosi". Anche in quel caso, solo dopo una intensa mediazione, Italia viva decise di non sostenere la mozione di sfiducia al Guardasigilli presentata dalle opposizioni.
Adesso che Conte traballa, sono in tanti a mettere nel mirino il ministro della Giustizia, l'uomo che ha trasformato un professore universitario in presidente del Consiglio. E a puntare le frecce non sono solo avversari storici. Perché è proprio dentro al Movimento 5 Stelle che monta l'insoddisfazione più aspra nei confronti del capodelegazione. Certo, il malumore non traspare dalle dichiarazioni dei vertici, tutti pronti a fare quadrato attorno a Bonafede, è nella pancia del gruppo parlamentare che la voglia di rivalsa cresce.
"In tutto questo tempo Alfonso non ha toccato palla", dice una deputata grillina, "si è limitato a fare il passacarte di Conte", è l'accusa più pesante. "Crimi e Di Maio lo difendono? Evidentemente qualche ministro si sentirà ben rappresentato, non il gruppo parlamentare, glielo garantisco", prosegue la "confessione" di chi imputa a Bonafede anche la responsabilità di non aver bloccato Conte, di non averlo invitato "a darsi una calmata".
Insomma, deputati e senatori non sembrano affatto pronti a "scendere in piazza" per difendere il loro ministro. Anzi, se Via Arenula fosse l'unica merce di scambio per garantire il proseguimento della legislatura, in tanti sarebbero disposti a metterla sul banco. E chi lo ammette non lo fa solo dietro garanzia d'anonimato. C'è chi esce allo scoperto senza temere ripercussioni. "Nel governo Conte 2 Bonafede ha fatto molto poco, e qualcosa è stato fatto anche male", dice senza mezzi termini il deputato M5S Andrea Colletti.
"Dal mio punto di vista, sono errate anche le modalità con cui si sta lavorando al Recovery per quanto riguarda le risorse da investire sulla giustizia: così non si migliora e non si innova nulla", aggiunge Colletti, prima di infierire: "La politica legislativa del ministro è in mano ai burocrati. Per me il grande errore di Bonafede è stato affidarsi ai magistrati del suo ministero e poco ai parlamentari: le Commissioni Giustizia di Camera e Senato hanno lavorato pochissimo".
Una bocciatura senza appello, dunque, che restituisce l'immagine di un Movimento lacerato da un regolamento di conti interno, in cui gli "esclusi" dalla gestione politica provano a togliersi ora più di un sassolino dalla scarpa. Mentre Conte sale al Quirinale, per Bonafede comincia la battaglia più complicata. Per evitare di "cadere" dovrà guardarsi soprattutto le spalle.
di Massimo Krogh
Il Mattino, 26 gennaio 2021
Da non politico, penso e mi sento di dire che la politica è un impulso di vita, vale a dire una tendenza spirituale che interpreta la vita. Vi sono buoni politici come i cattivi e i pessimi, da non confondere però con la politica oggettivamente intesa, la quale è essa stessa vita.
di Pieremilio Sammarco*
Libero, 26 gennaio 2021
Giovedì il ministro della Giustizia Bonafede dovrebbe presentare la sua relazione sullo stato della giustizia: già immaginiamo gli annunci roboanti con cifre iperboliche sulle risorse da destinare a questo settore, aumenti di organico, programmi di edilizia carceraria, digitalizzazione e snellimento di ogni fase e tipo di processo e così via di seguito.
Ma, al netto della propaganda, rimanendo ancorati alla realtà, la fotografia che si ha della giustizia in Italia è impietosa e buona parte la si deve sia a questa guida politica che ai suoi interpreti. Se proviamo a seguire le 4 direttrici che attraversano il campo della giustizia (strutture, personale, norme, processo), arricchite da qualche esempio, il quadro d'insieme che ne esce è sconfortante.
1. Quanto alle strutture, gli edifici - anche carcerari - sono inadeguati e gli spazi insufficienti; i templi della giustizia sono, soprattutto nelle grandi città, un dedalo di corridoi dove giacciono i faldoni ed impera la burocrazia dei funzionari. Le risorse informatiche obsolete e carenti, come evidenziato in questa pandemia quando i processi sono stati per lo più rinviati, anziché essere celebrati in videoconferenza.
2. Si dice da tempo che il personale togato e amministrativo è insufficiente rispetto alla mole di lavoro. Può essere vero, ma perché questa giustificazione non sia un pretesto per non svolgere appieno i propri compiti, e necessitano, come in una qualunque realtà privata, misurare la produttività dei lavoratori attraverso controlli serrati sui tempi di lavorazione degli atti giudiziari e l'emissione delle sentenze. È noto che senza controllo non vi è efficienza. Quanto alla magistratura, si sono registrate numerose ipotesi di corruzione commesse dai magistrati nell'esercizio delle loro funzioni, oltre allo scandalo delle nomine al Csm che ha svelato un sistema capillare di spartizione correntizia che ignorava merito e capacità dei singoli candidati. E tutto questo naturalmente non ha fatto altro che, agli occhi del pubblico, gettare discredito sull'intera categoria.
3. L'apparato normativo, a seconda dei settori, si rivela a tratti inadeguato, a volte farraginoso e altre volte sembra appositamente creato per vessare l'individuo. Con riferimento alle nuove tecnologie o alle questioni bioetiche, le norme stentano: si pensi, ad esempio, alla difficoltà di introdurre la digital fax per i giganti di Internet, o il pagamento dei diritti d'autore agli editori per le news diffuse da Google, o à trattamento di fine vita. Nel settore dei lavori pubblici, il codice degli appalti introduce procedure macchinose e complesse per la pubblica amministrazione e si è visto che senza questa briglia è possibile realizzare grandi opere come il ponte Morandi. Nel penale, l'introduzione di reati vaghi e fumosi come il voto di scambio ed il traffico di influenze attribuiscono una ampia discrezionalità agli inquirenti che consente loro di avviare indagini che spesso non portano a nulla, se non alla rovina della vita politica e professionale dei malcapitati.
4. I processi sono lo specchio finale del disastro sistemico: nel civile la loro eccessiva durata incide sull'andamento del Pil, scoraggiando investitori stranieri e riducendo l'interesse ad avviare iniziative imprenditoriali. Nel penale, il processo è un marchingegno che sembra essere stato creato per stritolare l'imputato: oltre all'abolizione della prescrizione, la prova, a dispetto di quanto previsto dal codice, non si forma più nel dibattimento, ma nella fase delle indagini per lo più mediante strumenti di sorveglianza, i quali anche se attivati senza controlli o con risultanze dubbie, non possono essere utilmente disconosciuti.
E prima ancora che arrivi la sentenza del Tribunale perviene, grazie al circuito mediatico, quella dell'opinione pubblica, assetata di trovare un colpevole a cui dare le colpe per le proprie insoddisfazioni.
Nel tributario, infine, vi è uno sbilanciamento tra le posizioni delle parti: non essendoci una banca dati delle decisioni delle Commissioni Tributarie, l'Agenzia delle Entrate ha in casa tutta la giurisprudenza dove e parte necessaria, mentre il contribuente annaspa, dovendo ricostruire da solo principi e soluzioni in un quadro normativo confuso e contraddittorio. Tutto questo (ed altro), per certo, non sarà menzionato nella relazione annuale del ministro Bonafede.
*Professore di Diritto Privato Comparato Università di Bergamo
di Liana Milella
La Repubblica, 26 gennaio 2021
Spunta l'emendamento Costa sulla presunzione di innocenza. A Montecitorio scontro fra garantisti e giustizialisti. L'esponente di Azione chiede di introdurre nella legge di delegazione europea, che si discute a Montecitorio a partire da oggi, i principi garantisti sul processo. Lucia Annibali di Italia viva ha presentato una legge identica ma dice: "Dobbiamo decidere".
Sarà l'antipasto - in scena alla Camera a partire da oggi, ma con il clou domani pomeriggio - dello scontro sulla relazione per la giustizia del Guardasigilli Alfonso Bonafede. Sempre se, crisi permettendo, quel dibattito si svolgerà. Ma prima di mercoledì, ecco un altro appuntamento destinato a provocare una lite sul tema del processo giusto.
l titolo del provvedimento, di per sé, non dà nell'occhio - "legge di delegazione europea 2019-2020" - ma basta scorrere gli emendamenti, già a partire dal primo articolo, per accorgersi che sui principi del giusto processo e sul rispetto dell'imputato da non presentare subito come un sicuro colpevole, inevitabilmente, garantisti e giustizialisti affileranno le armi. Anche perché di mezzo c'è Enrico Costa, il deputato ex forzista e ora calendiano di Azione, per giunta di professione avvocato, che ormai da anni non perde occasione per introdurre nei codici tutte le garanzie possibili per l'imputato, prima che un processo definitivo sancisca la sua effettiva colpevolezza.
E stavolta saranno tuoni e fulmini, perché lui propone tre emendamenti per tutelare chi viene messo sotto processo, tutti ricopiati di peso dalla direttiva europea. A questo punto gli schieramenti permetteranno già di fare la prima conta dell'aula in vista della relazione di Bonafede.
Cosa farà Italia viva? La responsabile Giustizia Lucia Annibali, che ha presentato un progetto di legge dello stesso tenore degli emendamenti di Costa, per ora dice: "Dobbiamo riunirci e decidere". Costa, per parte sua, è deciso comunque a sfidare la maggioranza: "Ricordo a tutti che già il Guardasigilli Andrea Orlando aveva chiesto di recepire la direttiva europea. Italia viva ha sempre condiviso questi principi tant'è che ha presentato la sua proposta di legge. Quindi mi auguro che prevalgano le convinzioni, e non le convenienze".
Se questo, in sintesi, è lo scenario politico, vediamo in concreto e nel merito di cosa si sta discutendo. E se gli emendamenti di Costa rischiano di essere bloccati e di non essere messi neppure in discussione. La legge di delegazione europea riguarda moltissimi temi e recepisce tutte le direttive della Ue che devono entrare a far parte della legislazione italiana.
È stata approvata al Senato a novembre, la maggioranza vuole chiuderla in fretta senza ulteriori rinvii, e per questo è contraria a inserire nuovi emendamenti alla Camera che comporterebbero poi un ulteriore passaggio al Senato, dove, per via del Covid, c'è un forte arretrato. Tant'è che sul processo civile il governo vuole ricorrere a un decreto legge. Su questo, c'è la prima reazione irritata di Costa: "Di fronte a principi costituzionali così importanti sarebbe davvero grave se privilegiassero il calendario rispetto alle garanzie costituzionali".
Ma vediamo quali sono le proposte di Costa che firma gli emendamenti con Riccardo Magi di Più Europa. Con una premessa. Già nel titolo, la direttiva 343 approvata il 9 marzo del 2016 dal Parlamento europeo, ci fa capire quali sono i temi in discussione. Recita così: "Rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali".
Un testo che chiedeva agli Stati europei, già dall'anno scorso, di trasmettere subito, e poi ogni tre anni, "i dati disponibili relativi al modo in cui sono stati attuati i diritti sanciti dalla presente direttiva". Un ordine preciso dunque, e non solo un'indicazione sommaria o un suggerimento.
Ma già a novembre, quando la legge di delegazione europea è arrivata in commissione Giustizia alla Camera, e Costa ha proposto i suoi emendamenti, la sua proposta è stata bocciata. In una riunione molto tesa, è finita in parità, 23 a 23, con il voto determinante del presidente di M5S Mario Perantoni. Le proposte di Costa non sono state inserite nel testo destinato al dibattito in aula. Adesso rieccole, questa volta sotto forma di emendamenti da discutere nell'emiciclo.
Il primo, all'articolo uno, chiede semplicemente di recepire la direttiva Ue. Ma già dal secondo, all'articolo due, si entra nel merito. Costa e Magi chiedono di "adottare le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole".
Ancora: i due proponenti chiedono di "regolamentare le forme di comunicazione giudiziaria da parte delle procure della Repubblica durante le indagini preliminari, consentendo esclusivamente e tassativamente la diramazione di comunicati stampa con l'indicazione degli specifici fatti e delle norme contestate ai soggetti indagati".
Ma non basta, Costa e Magi chiedono ancora di "prevedere che, fino alla conclusione delle indagini preliminari, non vengano diffusi dall'autorità giudiziaria, a fini di comunicazione, filmati contenenti riprese di atti di indagine preliminare (intercettazioni, perquisizioni, esecuzione di misure cautelari), né audio di intercettazioni non ancora vagliate nell'apposita udienza stralcio".
Infine chiedono pure che "alle inchieste non venga assegnata una denominazione non prevista dalle norme di legge" e di "ripristinare il divieto di pubblicazione integrale dell'ordinanza di custodia cautelare". Per chiudere vogliono stabilire anche un altro principio garantista: "La condotta dell'indagato che in sede di interrogatorio si sia avvalso della facoltà di non rispondere, non costituisce, ai fini del riconoscimento della riparazione per ingiusta detenzione, elemento causale della custodia cautelare subita".
Insomma, per dirla in estrema sintesi, Costa vuole tappare la bocca ai magistrati, impedire le conferenze stampa dei procuratori dopo gli arresti, bloccare l'uscita di qualsiasi dettaglio sulle indagini, né foto, né filmati, né brani di intercettazioni, tantomeno quell'ordinanza di custodia cautelare che era stata liberalizzata proprio dalla legge Orlando sulle intercettazioni come elemento di trasparenza in un momento clou dell'indagine.
Un'esagerazione di Costa? Una pretesa eccessiva? Il deputato di Azione si fa forte delle parole contenute nella direttiva europea che chiede agli Stati membri di "adottare le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole".
Principio generale - appena citato dalle toghe di Magistratura democratica per criticare le ultime dichiarazioni pubbliche del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri - che poi viene esplicitato in una decina di articoli, tutti dello stesso tenore delle richieste di Costa. A partire dalla seguente premessa: "La presunzione di innocenza sarebbe violata se dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche o decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza presentassero l'indagato o imputato come colpevole fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente provata.
Tali dichiarazioni o decisioni giudiziarie non dovrebbero rispecchiare l'idea che una persona sia colpevole. Ciò dovrebbe lasciare impregiudicati gli atti della pubblica accusa che mirano a dimostrare la colpevolezza dell'indagato o imputato, come l'imputazione, nonché le decisioni giudiziarie in conseguenza delle quali decorrono gli effetti di una pena sospesa, purché siano rispettati i diritti della difesa". Musica per le orecchie dei garantisti.
Alla vigilia del dibattito sulla relazione di Bonafede non poteva cadere, nell'aula della Camera, una discussione peggiore di questa. È stato solo il caso, ma se gli emendamenti verranno votati, questo rappresenterà già un primo screening dei consensi su cui il governo potrà contare in vista del dibattito sulla giustizia del giorno dopo.
di Annalisa Cuzzocrea
La Repubblica, 26 gennaio 2021
Ci sono due visioni dietro quello che appare come un unico schema. La prima è di chi pensa che chiedere al premier di salvare Bonafede, dimettendosi prima del suo discorso in aula, fosse inevitabile, ma che nulla cambia riguardo alla linea da tenere: o lui o le urne. C'è però tutto un altro pezzo di Movimento che non crede più nelle possibilità dell'ipotesi ter.
Quando in videoconferenza Vito Crimi comincia a dare i numeri del Senato, in quella che ai presenti sembra un po' la conta delle figurine, "ce l'ho, ce l'ho, mi manca", i ministri e i sottosegretari del Movimento 5 stelle cominciano a sbuffare. Sono le 18. La riunione è stata indetta per capire il da farsi. E il da farsi è già deciso: il Movimento ha chiesto a Giuseppe Conte di non mandare Alfonso Bonafede in aula senza paracadute. Di salvare il Guardasigilli da una bocciatura certa sulla relazione annuale della Giustizia che, inevitabilmente, sarebbe comunque ricaduta sul premier e sul governo.
"Non si è chiuso nessun accordo con nessuna quarta gamba", esordisce il reggente M5S. Sostenuto dai conti del ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà. Bonafede sta ancora lavorando al suo discorso, sta trattando possibili aperture in senso garantista con il suo predecessore, il vicesegretario pd Andrea Orlando, e con il deputato Pd Walter Verini.
L'idea è di convincere a votarlo almeno un pezzo di centristi e gli stessi responsabili della fiducia. I suoi lo fermano: "Non ha senso, non ci voterebbero comunque e ci scopriremmo su un fronte interno", è il senso del ragionamento dei dirigenti M5S. Che già pensano ai possibili attacchi dei soliti malpancisti, a cominciare dal presidente della commissione Antimafia Nicola Morra, davanti a un Movimento che si sorprende a scoprire il garantismo per far guadagnare un po' di ossigeno al governo.
Prende la parola Stefano Buffagni: "Non possiamo mandare Alfonso a schiantarsi in aula - dice il sottosegretario al ministero per lo Sviluppo economico - dobbiamo difendere i nostri. Difendere Conte, che è il perno fondamentale della maggioranza. Ora però vi chiedo: qual è la strategia?". Silenzio. Crimi neanche accende il microfono su Zoom. Interviene il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: "È inutile che ci giriamo intorno, i numeri non ci sono, dobbiamo trarne le conclusioni e affrontare da domani la situazione". Parlano anche le sottosegretarie Mirella Liuzzi e Laura Agea, in difesa di Conte. Qualcosa, però, si è spezzato. Perché la mossa del M5S - per la prima volta dopo settimane - non mette Conte davanti a tutto, anzi.
Ci sono due visioni, dietro quello che appare come un unico schema. La prima è di chi pensa che chiedere al premier di salvare Bonafede, dimettendosi prima del suo discorso in aula, fosse inevitabile, ma che nulla cambia riguardo alla linea da tenere: o Conte o urne. Così l'hanno detta e la ripetono ministri ed esponenti di governo di rilievo come Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, o Stefano Patuanelli, responsabile dello Sviluppo economico, che ancora ieri all'idea di riaprire a Renzi diceva: "Chi è il problema non può essere la soluzione. Non è una questione personale, ma di affidabilità politica".
C'è però tutto un altro pezzo di Movimento che non crede più nelle possibilità del Conte ter. E che lavorerà per un nuovo governo anche se il presidente del Consiglio dovesse perdere la sua golden share, rimettendola magari nelle mani di chi l'ha avuta per primo, come Luigi Di Maio. Perché non venga fuori troppo presto, l'assemblea congiunta di ieri sera di Camera e Senato è stata rinviata da Crimi "a data da destinarsi". Non è il momento di dare sfogo ai malumori e alle paure dei parlamentari, che già si sono fatti attrarre dall'idea di maggioranze allargate o di possibili ritorni (uno tra tutti, l'invito ad abbassare "il testosterone" del deputato Sergio Battelli). Ma non si tratta solo di ingovernabili peones, o di viceministri preoccupati del loro futuro come Giancarlo Cancelleri (che alla Stampa è arrivato a dire, poi smentendo: "Nessuno è indispensabile"). Sono dirigenti di peso M5S, ormai, a dire chiaramente: "Il premier sui responsabili ha capito di aver sbagliato. Proverà a fare il Conte ter, ma non ci riuscirà".
zic.it, 26 gennaio 2021
L'inchiesta sociale di Zic.it sulla sanità pubblica nella pandemia da Covid-19 continua con la pubblicazione della testimonianza di un detenuto del carcere della Dozza.
Sono un detenuto del carcere di Bologna che si è trovato coinvolto nel grave focolaio di Covid scoppiato alla Dozza ai primi di dicembre. Il mio compagno di cella fu trovato positivo al coronavirus dopo avere manifestato i sintomi del contagio, soprattutto la perdita dell'olfatto e dei sapori del gusto. Venne fatto anche a me un tampone rapido che diede un esito positivo. A quel punto fummo entrambi trasferiti dalla sezione dove normalmente siamo collocati al repartino di isolamento Covid dove c'erano altri 27 detenuti risultati positivi al virus. Anche in questo braccio fummo messi in cella assieme.
Qui, quasi subito, mi venne fatto un tampone molecolare che diede esito negativo. Il mio compagno di branda, invece, risultò essere ancora positivo. Anche dopo questo esito ci hanno lasciati in cella assieme per altre due settimane. Io avevo imparato, seguendo diverse trasmissioni televisive sulla pandemia, che l'isolamento serviva per separare coloro che hanno un'infezione da Covid accertata (con esito positivo del tampone) e le persone sane. In questo modo si possono predisporre le tutele necessarie per prevenire la trasmissione dell'infezione. La presenza nella stessa cella e lo stretto contatto tra una persona positiva e una negativa era in netto contrasto con le disposizioni sanitarie che tutti conoscevano.
Terminato questo periodo di clausura forzata, ad entrambi venne fatto un nuovo tampone molecolare. Io risultai negativo, al mio compagno di cella invece venne ancora diagnosticata la positività. Ci comunicarono che avremmo dovuto sottostare a un altro periodo di quarantena stando ancora undici giorni chiusi insieme nella stessa "camera di pernottamento". Io, a questo punto, iniziai a fare casino. La quarantena si applica a persone sane, ma che potrebbero essere state esposte al virus, avendo avuto contatti stretti con soggetti infetti. Lo scopo del provvedimento è di limitare e restringere i movimenti e i contatti e serve per monitorare l'eventuale comparsa di sintomi, individuare nuovi casi di infezione e limitare il rischio di nuovi contagi. Ma sei io negativo continuavo a stare segregato con uomo contagiato lo scopo della quarantena andava a farsi friggere.
Accettarono di spostarmi, ma mi proposero di andare in cella con un'altra persona positiva. Mi rifiutai e protestai ancora più forte, finalmente mi misero in una cella da solo. E lì restai per altri dodici giorni, poi mi venne fatto un altro tampone. Mi venne di nuovo confermato l'esito negativo; a quel punto fui riportato finalmente al reparto penale, dove solitamente sono recluso. Questo isolamento è stato particolarmente duro. Quasi un mese di cella, ventiquattro ore su ventiquattro, senza mai uscire, che va aggiunto al mese di isolamento per il dopo-rivolta di marzo e all'altro mese per il primo lockdown. Questi giorni non finivano più.
All'inizio ho cercato di non far sapere ai miei famigliari che ero in isolamento per il Covid, ma poi, dato che i colloqui non li faccio da tempo, il fatto di non utilizzare neppure le video-chiamate li ha fatti angustiare di più. E, quindi, per fare in modo che non andassero nel panico, ho fatto arrivare a loro la notizia. In quei giorni interminabili di reclusione totale vedevo solo il detenuto/lavorante; il medico passava una volta al giorno, ogni tanto due.
Poi c'era il giro dell'infermiere la mattina e la sera. Gli agenti si facevano vedere poco, avevano molta paura del contagio e, quando arrivavano, erano tutti bardati con strumenti protettivi. Ho pensato molte volte a mia madre, alle mie sorelle e ai miei nipotini. Spesso ho riflettuto sulla morte e su come sarebbe stata la mia vita se mi fossi ammalato davvero. Non so dire se, effettivamente, avevo paura per la mia vita. Piuttosto temevo di non potere più vedere i miei cari e la cosa mi faceva andare giù di testa.
Ho avuto comunque anch'io i miei momenti di panico, pensavo al fatto che qua in carcere non conto niente, che non sono nessuno, perciò vivo o morto sarebbe stato uguale. In quegli attimi mi sono ricordato di un vecchio detto del mio paese: "La carne davanti al macellaio non può dire nulla. Lui la taglia a pezzi e decide solo lui come tagliarla".
Un'altra ossessione è stata la preoccupazione di rimanere infettato dal lavorante. Questo detenuto passava da una cella all'altra del reparto Covid, protetto il giusto. Io tutte le volte che ho potuto non ho preso niente dal carrello della cucina. Compravo qualcosa di confezionato alla spesa del sopravvitto e mangiavo quello. Chi, invece, non aveva quella possibilità, chi non aveva nemmeno gli spiccioli per comprarsi il tabacco, era messo ancora peggio. Tante volte ho sentito le urla di disperazione di chi, in cella, non aveva nulla, perché non aveva soldi per fare la spesa. Quante notti sono stato svegliato da chi gridava per avere una sigaretta.
Mettete insieme tutte queste cose e unitele alla paura dell'infezione, non vi sarà difficile capire come farsi prendere dalla disperazione diventi quasi normale. Per esempio, un mio paesano, rinchiuso anche lui al reparto Covid, una sera sbraitava come un indemoniato, gridava che non ce la faceva più, che si voleva uccidere. Le guardie, dal corridoio, gli dicevano di calmarsi e di non fare cazzate, lui, naturalmente, non ne voleva sapere di quei consigli inutili.
Chiesi agli agenti di aprirmi e che mi lasciassero andare a parlargli. All'inizio non ne volevano sapere, poi anche loro si convinsero che forse era la cosa più intelligente. Andai davanti alla cella di quell'uomo e gli dissi che la nostra religione, come aveva aiutato me, poteva aiutare anche lui. Se lui si fosse suicidato, la sua vita sarebbe finita lì, ma per la sua famiglia e per i suoi figli come sarebbe stata? Cosa avrebbero pensato di lui? Gli ho parlato e sono riuscito a calmarlo e la cosa è stata molto utile anche a me.
Per fortuna questa storiaccia del Covid, qua dentro, non sembra così allargata come lo era un mese fa. I numeri attuali non danno l'impressione di essere molto alti e ci dicono che si riesce a tenere il tutto sotto controllo. Da un po' di tempo sono stati riaperti gli spazi dell'aria, la palestra invece è ancora chiusa, ma questo succede anche fuori.
Questa "mezza normalità" mi permette di riprendere, anche se non a pieno regime, la vita a cui mi ero attrezzato per resistere... E, per passare il tempo, tornerò a contare i giorni che mi mancano alla fine della pena. Il miraggio della libertà è per tutti noi il fondamento delle nostre giornate da reclusi. Spero soltanto che, quando me ne andrò da qua, anche il Covid se ne sia andato, non ce la farei a sottostare ad altre limitazioni.
Lettera firmata
- Atti persecutori e misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa
- Liti, sgravi fiscali alle soluzioni alternative
- Corrado Carnevale, il giudice "ammazza-sentenze" che rispettava il diritto
- Riforma della giustizia? Per i pentastellati è a suon di manette
- Gli imperdonabili silenzi del ministro Bonafede










