di Matilde Bellingeri
Il Sole 24 Ore, 26 gennaio 2021
La misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa è stata applicata all'indagato per il reato di cui all'art. 612-bis poiché con reiterate condotte quotidiane di molestia, interrompeva la fornitura dell'acqua del fratello ed alzava il volume della musica, disturbando il figlio nei suoi studi ed in generale inducendo nella famiglia della persona offesa un cambiamento apprezzabile delle abitudini di vita.
Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 1541/21, depositata il 14.1.2021) precisa i limiti interpretativi del delitto di atti persecutori e della misura ex art. 282 ter c.p.p. che spesso ne accompagna l'accertamento
La vicenda - La misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa è stata applicata all'indagato per il reato di cui all'art. 612-bis poiché con reiterate condotte quotidiane di molestia, interrompeva la fornitura dell'acqua del fratello ed alzava il volume della musica, disturbando il figlio nei suoi studi ed in generale inducendo nella famiglia della persona offesa un cambiamento apprezzabile delle abitudini di vita. Avverso la pronuncia del Tribunale del Riesame proponeva ricorso per Cassazione l'indagato. La Corte, ritenendo la prospettazione insufficiente a supportare la tesi accusatoria, ha accolto il ricorso e fornito importanti principi di diritto.
I principi di diritto - Lo stalking è un reato abituale che si configura esclusivamente quando le condotte di minaccia o molestia sono tali da causare nella sfera della persona offesa almeno uno degli eventi tipici ivi descritti: perdurante e grave stato di ansia nella vittima degli atti persecutori, fondato timore per la propria o altrui incolumità, costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita.
Alla stregua del principio di offensività la norma deve essere interpretata restrittivamente sicché dalla sub specie di "apprezzabile cambiamento delle abitudini di vita" devono essere esclusi i fatti che, sebbene percepiti come fastidiosi, abbiano portato la persona offesa a piccoli, ma irrilevanti, cambiamenti delle abitudini di vita.
Ai fini della verificazione dell'"apprezzabile cambiamento delle abitudini di vita" occorre considerare il significato e le conseguenze emotive dell'essere costretti a modificare le proprie abitudini, non essendo sufficiente una mera valutazione quantitativa delle variazioni apportate, attraverso un generico riferimento ai disagi conseguenti alla condotta (nella specie intermittente erogazione dell'acqua e difficoltà del figlio nello studio). In ossequio ai principi di tassatività e determinatezza il Giudice deve sempre precisare i termini in cui si manifesta l'evento e illustrare il ragionamento eziologico all'esito del quale detta alterazione risulta conseguenza apprezzabile e inevitabile della condotta persecutoria.
Questi profili sono stati ritenuti assenti nella pronuncia del Tribunale del Riesame, il quale avrebbe erroneamente individuato l'evento dell'alterazione delle abitudini di vita nelle reiterate condotte moleste, pur senza indicare gli elementi fondanti il nesso di causa. Ad avviso della Corte di Cassazione i plurimi interventi sull'impianto di erogazione idrica, unitamente alle immissioni sonore, non sarebbero sufficienti a supportare la tesi accusatoria della sussistenza di gravi indizi di colpevolezza ex art. 612 bis c.p.;
Conseguentemente, anche ai fini dell'applicazione della misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa ex art. 282 ter c.p.p. non è sufficiente l'accertamento di un quadro indiziario relativo alla sussistenza di reiterati atti molesti occorrendo, altresì, la presenza di elementi idonei a provare la sussistenza del nesso di causa tra la condotta delittuosa e almeno uno degli eventi tipici previsti ai fini della configurazione del reato. Imponendo all'indagato di mantenere una distanza di almeno 10 metri dalla abitazione della persona offesa e dalle sue pertinenze (ivi compreso l'alloggiamento del contatore idrico), il Tribunale del Riesame avrebbe snaturato la funzione della misura cautelare ex art. 282 ter c.p.p., se si considera come sia stata disposta con riferimento al luogo di collocazione dell'impianto di erogazione dell'acqua - con lo scopo evidente di impedirvi l'accesso - e non, come invece avrebbe dovuto, ai luoghi frequentanti dalla persona offesa.
Non si deve dimenticare che il divieto di avvicinamento previsto ai sensi dell'art. 282 ter c.p.p., è stato introdotto nel nostro ordinamento proprio in relazione al reato di atti persecutori, per fronteggiare quelle situazioni di persistente ricerca e avvicinamento alla vittima. Il divieto ex art. 282 ter c.p.p. riferendosi alla persona offesa (e non esclusivamente ai luoghi dalla stessa frequentanti) è espressione di una precisa scelta normativa: consentire alla persona offesa il completo svolgimento della propria vita sociale in condizioni di sicurezza.
di Claudia Morelli
Italia Oggi, 26 gennaio 2021
La carta che il ministro della giustizia Alfonso Bonafede intende giocarsi per salvare la poltrona e con essa il governo Conte-bis, sarebbe quella di un nuovo decreto legge per recuperare al Paese quella capacità attrattiva dissolta in processi civili e penali che durano decenni.
Ampliare l'utilizzo di sistemi di Adr incentivandoli fiscalmente, ammissibilità di misure cautelari nell'arbitrato, introduzione nel codice di procedura civile del principio di sinteticità e chiarezza degli atti di parte e del giudice, introduzione di meccanismi premiali se le parti, in casi specifici, concorrano a snellire la fase decisoria in Cassazione. La carta che il ministro della giustizia Alfonso Bonafede intende giocarsi per salvare la poltrona e con essa il governo Conte-bis, sarebbe quella di un nuovo decreto legge destinato a integrare, da una parte, le riforme del processo civile, del processo penale e dell'ordinamento giudiziario, pendenti in Parlamento da prima del Covid 19; dall'altra, a supportare le misure organizzative di rafforzamento delle risorse negli uffici giudiziari, prevista dalla legge di Bilancio 2021. A questa rosa di interventi sarebbe affidata la resilienza e il riscatto del sistema Giustizia, per circa 3 miliardi di euro, per recuperare al Paese quella capacità attrattiva dissolta in processi civili e penali che durano decenni.
Il governo Conte è appeso al filo della relazione annuale sull'andamento della giustizia del ministro Bonafede in Parlamento. Ma troppo lontane appaiono le proposte del guardasigilli e il suo approccio giustizialista, tradotto nelle norme sulla prescrizione.
Da qui, l'intenzione di accelerare la presentazione di un nuovo decreto legge il quale interverrebbe a mettere qualche pezza dopo che l'esperienza del servizio Giustizia in epoca pandemica si è dimostrata più che rivedibile: cancellerie bloccate nell'accesso da remoto; indecisione verso le udienze da remoto; molti uffici giudiziaria ancora non digitalizzati e collegati alla rete; processo civile telematico ormai vecchio, processo penale e di cassazione solo alle prime battute telematiche (non senza default); scarsa tenuta dei server e continuità della giustizia sempre più in crisi con frequenti blocchi del sistema (a novembre il sistema dei depositi telematici si è bloccato in tutto il Sud). Questi, in sintesi, comunque, alcuni interventi in via di definizione con il provvedimento d'urgenza, che Italia Oggi può anticipare.
Adr. Misure di incentivazione fiscale, sia implementando e semplificando l'attuazione di quelle esistenti, sia introducendone di nuove, per estendere l'utilizzo delle Alternative dispute resolution (risoluzione alternativa delle controversie).
Processo civile. Misure per migliorare l'efficienza del processo con riferimento ai temi centrali delle preclusioni processuali, ristabilendo le cadenze temporali per la definizione del thema decidendum, affinché alla prima udienza le posizioni delle parti siano complete e il giudice possa valutare le scelte processuali funzionali alla più rapida definizione del giudizio; principio di chiarezza e sinteticità degli atti delle parti e del giudice; ulteriore accelerazione del giudizio di appello.
Arbitrato. Agli arbitri conferire il potere di concedere sequestri ed altri provvedimenti cautelari se previsto dalla convenzione di arbitrato o da altro atto scritto separato redatto anteriormente all'instaurazione del giudizio arbitrale.
Spese di giustizia. Meccanismi premiali ove le parti, in casi specifici, concorrano a snellire la fase decisoria in Cassazione, e in materia di digitalizzazione dei pagamenti delle indennità di cui alla legge 24 marzo 2001, n. 89, al fine di accelerare il procedimento di liquidazione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 gennaio 2021
Accusato di aver influenzato il suo collegio per favorire la mafia, dopo dieci anni è stato assolto definitivamente perché "il fatto non sussiste". Le dichiarazioni del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri sui giudici che "scarcerano nelle fasi successive" ha fatto ritornare alla mente il clima che si respirava negli anni 80, quando salì agli onori delle cronache il giudice della corte di Cassazione Corrado Carnevale. Ispirando la sua azione a uno dei capisaldi dello Stato di diritto, la presunzione d'innocenza, ben riassunta nella massima: meglio un colpevole fuori, che un innocente dentro, Corrado Carnevale, ora 90enne, non è mai stato simpatico a molti dei sui ex colleghi.
Senza peli sulla lingua criticò anche il pool antimafia dove c'era Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, perché li definiva "sceriffi". Una cosa è certa. Non traspare da nessuna parte che Falcone e Borsellino ritenessero "colluso" con la mafia Corrado Carnevale. Non fecero mai nessuna insinuazione di questo tenore. Ma, nello stesso tempo, non nascosero che, a causa della sua proverbiale estrema puntigliosità, lo ritenevano un problema per l'esito del maxiprocesso costruito sul cosiddetto teorema Buscetta. Viceversa, non c'è da stupirsi se i mafiosi riposero le speranze in Carnevale. Oramai è storia che grazie a una idea di Falcone, l'ex ministro della giustizia Martelli attuò la rotazione del collegio giudicante, impedendo nei fatti al giudice Carnevale di presiedere la prima sezione della corte di Cassazione. Fu in quel momento che Falcone, agli occhi di Totò Riina, divenne un nemico da annientare.
Corrado Carnevale è una persona che non ha mai aderito ad alcuna corrente della magistratura, e ciò è sconveniente per chi è desideroso di fare carriera. Fino al 1985, la carriera di Carnevale conosce un crescendo impressionante: in pochi anni brucia tutte le tappe e i record della magistratura. Dal 1986 in poi, a seguito della sentenza emessa dalla I sezione penale del Cassazione da lui presieduta nel cosiddetto processo Chinnici (rinviò alla Corte la sentenza per una nuova valutazione), inizia l'attacco e l'isolamento ai suoi danni. Sui giornali nasce il mito del giudice "ammazza-sentenze". Il primo avviso di garanzia lo riceve dall'allora capo della procura di Palermo Gian Carlo Caselli e dall'allora procuratore Antonio Ingroia, il 23 aprile 1993. L'inchiesta dura dieci anni, fino all'assoluzione del 30 ottobre 2002.
Ma per capire bene di che cosa stiamo parlando, dobbiamo analizzare le sentenze. Le uniche che cancellano anni e anni di maldicenze e accuse, riportando il tutto alla giusta dimensione dei fatti. E c'è voluta sempre la Cassazione a sentenziare che Corrado Carnevale non influenzò i giudici del suo collegio per favorire la mafia. La Corte suprema ha scritto nero su bianco che la decisione del giudice di secondo grado è "assolutamente carente nella individuazione di elementi che possano ritenersi davvero idonei a dimostrare che le deliberazioni della I. Cassazione, oggetto di contestazione, non furono espressione della volontà collegiale formatasi liberamente attraverso l'apporto di volontà individuali determinatesi autonomamente, indipendentemente da influenze e condizionamenti altrui, bensì il risultato del comportamento dell'imputato, illecito in quanto volto a favorire l'associazione criminale Cosa Nostra". Per questo la sentenza di condanna viene annullata dalla Cassazione. Un annullamento senza rinvio, poiché le lacune non possono essere colmate in un eventuale giudizio di rinvio. "Tanto si ricava - si legge nelle motivazioni della sentenza di Cassazione dalla completa e minuziosa disamina degli atti compiuta in sede di merito, in cui si è indagato su ogni circostanza che a tal fine sembra rilevante. Indagine che tuttavia ha proposto o elementi inutilizzabili, o elementi già disattesi, o elementi non dotati di alcuna, rilevante significazione".
In sostanza la sentenza viene annullata senza rinvio perché il fatto ascritto a Carnevale non sussiste. Fine di un incubo, ma le stimmate rimangono, perché - come disse Carnevale stesso in una intervista apparsa tre anni fa nel numero di marzo della rivista della Camera penale di Roma "Cento Undici", firmata da Valerio Spigarelli e Giuliano Dominici, "facevo il lavoro dell'anatomopatologo, quello che fa l'analisi sul cadavere".
Interessante sempre la sua testimonianza che fa comprendere il clima nel quale operavano i magistrati, il ruolo della stampa che cavalcava certi processi e l'inevitabile indignazione popolare. Corrado Carnevale racconta della lettura del ricorso contro l'ordine di cattura nei confronti di un famoso personaggio dell'epoca per omicidio. La lesse parola per parola davanti al collegio e alla fine il più anziano disse: "È acqua fresca".
Allora Carnevale rispose: "Annulliamo!". I suoi colleghi però controbatterono: "E che vogliamo andare un'altra volta a finire sui giornali?". Un aneddoto che fa capire come la pressione politica e mediatica cercava di influenzare l'esito dei processi. L'ex giudice Carnevale se n'è infischiava, pagandone pure le conseguenze. Altri un po' meno. E oggi, invece? I giudici hanno la forza di decidere sui grandi processi senza farsi influenzare dai mass media con tanto di pressione politica? La storia insegna che ci sono, esistono tuttora. Anche a rischio di finire potenzialmente alla gogna e ricevere insinuazioni di collusione dai propri colleghi. Nel nostro Paese i giudici vanno bene se condannano, ma non se assolvono.
di Gianluca Perricone
L'Opinione, 26 gennaio 2021
Lo scorso 11 gennaio Vito Crimi (reggente pro tempore del malmesso Movimento 5 Stelle) ha pubblicato un post sulle "meraviglie" realizzate dall'attuale governo. Mi è venuta la malaugurata idea di commentare in modo civile quelle righe e, tra gli argomenti, ponevo anche la mancata riforma della giustizia. Non l'avessi mai fatto: decine, centinaia di fiancheggiatori di Crimi e compagnia si sono scatenati accusandomi di tutto: di essere stato complice di chi in 30 anni ha rovinato il Paese, di essere amico di chi si è intascato i famigerati 49 milioni (proprio a me lo dicono...), che il bunga-bunga non mi sarebbe estraneo, di non capire un c...o e di farmi curare: il tutto perché mi sono permesso di mettere sobriamente in dubbio quanto scritto dal Crimi.
Tra i tanti attacchi che ho subìto - e arriviamo al tema giustizia - ce ne è stato uno sferrato da un "sommo giurista" che ha stigmatizzato quanto da me scritto, sostenendo che la riforma della giustizia c'è già stata perché il governo è riuscito a far passare la riforma della prescrizione ed il cosiddetto "spazza-corrotti": ecco, per certi pentastellati, riformare la giustizia vuol dire manette e null'altro. Tempi della giustizia civile e penale? Responsabilità civile dei giudici? Detenzione e condizioni dei detenuti nelle carceri? Nulla di tutto questo (e non solo).
Chissà se finalmente mercoledì (o giovedì, a seconda delle volontà del Governo e del ministro) riusciremo finalmente a sapere gli indirizzi che l'esecutivo vuole dare alla giustizia italiana. Il ministro-dj Alfonso Bonafede ha comunque un futuro anche fuori dal ministero di via Arenula: come avvocato o, male che vada per lui, come animatore in qualche discoteca.
di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 26 gennaio 2021
La via crucis giudiziaria di Mannino, il circo mediatico di Gratteri, le gogne pubbliche, la prescrizione, il trojan e processi che, nonostante proclami e annunci, sono sempre più lenti. Ma il guardasigilli non sembra accorgersi mai di nulla.
Per favore, smettiamola con i luoghi comuni e con la facile ironia. A che vale ricordargli che prima di raggiungere le alte vette del governo se ne stava lì, a Mazara del Vallo a proporre come dj le canzoni di Gigi D'Agostino? Lui vi risponderà che comunque, da ministro della Giustizia, ha varato leggi, come la Spazza-corrotti, destinate a sconvolgere il codice penale, a crocifiggere il malaffare, a snidare la delinquenza che si nasconde tra le pieghe della politica e nelle stanze opache della burocrazia, negli affari dei poteri forti e nelle trame nascoste dei poteri criminali. E vi griderà in faccia uno slogan che va oltre "onestà-tà-tà". Vi griderà: viva le manette, viva la galera. Sì, perché Alfonso Bonafede, quel simpatico Fofò che ride sempre, nella buona e nella cattiva sorte, non è solo un forcaiolo grillino; non è uno dei tanti giustizialisti che urlano il vaffa e agitano il cappio. È il ministro che ha istituzionalizzato la gogna.
Con il taglio sacrilego della prescrizione ha trasformato il processo in un rito infinito, durante il quale un imputato potrà stare appeso al palo finché morte non lo separi. E con l'introduzione del diabolico trojan, la spia più invasiva inventata dalla cultura sbirresca delle intercettazioni, ha fatto in modo che venissero consegnati ai magistrati - soprattutto a quelli più rampanti e spregiudicati - spezzoni di vita non solo degli inquisiti ma anche di persone che con l'indagine non hanno nulla a che fare. Il trojan è un'applicazione che può essere inoculata nel telefonino dell'indiziato, senza che lui se ne accorga ovviamente; e che ha la capacità di catturare le voci di chiunque si trovi a parlare nelle vicinanze dell'uomo "attenzionato" dalla procura. Voci di ogni genere e grado, anche e soprattutto innocenti, che non hanno alcuna valenza penale ma intanto finiscono lì, in un brogliaccio a disposizione dei pubblici ministeri, dei cancellieri, dei difensori, degli ufficiali di polizia giudiziaria e quindi anche dei giornali. Il trojan è l'organo dello sputtanamento. Che si attiva anche quando l'indiziato spegne il telefono e che dunque finisce per registrare ogni dialogo del-
l'indiziato, anche quello più intimo con la moglie o con l'amante. Ricordate il caso di Luca Palamara? Ricordate quante nefandezze vennero fuori dal trojan piazzato nel telefonino dell'uomo più potente dell'Associazione nazionale magistrati e del Csm, l'organo di autogoverno dei giudici? Nefandezze e trame di potere, accordi sottobanco e inconfessabili complicità.
Il trojan inserito nel telefonino di Palamara ha finito per seppellire la credibilità del Consiglio superiore della magistratura e, se vogliamo, anche del sistema giudiziario. È diventato infatti difficile per chiunque credere nel sacro principio dell'autonomia dei giudici dopo avere letto i traffici che Palamara tramava con gli altri caporioni delle correnti togate per promuovere o emarginare - dentro e fuori il Palazzo dei Marescialli - il capo di una procura, il presidente di un Tribunale, un giudice della Cassazione o un presidente di Corte d'appello. Altro che gogna.
Si dirà: che c'entra Bonafede con le scempiaggini di Palamara? Il trojan, pur con l'invasività che lo contraddistingue, ha fotografato una realtà. Al limite ha fatto crollare l'ultima impalcatura o, se volete, il tetto di un edificio - quello della giustizia italiana - vecchio, logoro, ammuffito, diroccato, traballante. Che il ministro Bonafede, in oltre due anni di presenza rumorosa al vertice del palazzo cinquecentesco di via Arenula, ha comunque lasciato tale e quale.
Oggi, vigilia di un difficilissimo passaggio parlamentare, il Guardasigilli promette mare e monti: sedicimila assunzioni, riforme mirabolanti e risolutive, interventi decisi e muscolosi contro le lentezze e le storture dell'organizzazione giudiziaria. "La fede - sosteneva san Paolo - è sostanza di cose non viste e di cose sperate". Ma i fatti dicono una sola cosa: nel gennaio del 2019, dopo il taglio della prescrizione ha promesso di rendere i processi più veloci e più giusti, ma dopo due anni la macchina infernale della giustizia, anche a causa del Covid, è più lenta di prima. Inghiotte vite e onorabilità. Umilia l'imputato. Mortifica lo stato di diritto. Affligge i carcerati. "La giustizia senza castigo è un'utopia, ma il castigo senza misericordia è crudeltà", annotava cinque secoli fa san Tommaso d'Aquino. Un principio di sacra umanità cristiana che Bonafede stenta a fare suo. E per avere contezza del baratro che si staglia dietro la politica giudiziaria del ministro Fofò basta citare due nomi che hanno infelicemente segnato le cronache di questi giorni. Due nomi contrapposti. Da un lato Calogero Mannino, l'ex ministro democristiano inchiodato per ventisette anni, dai cosiddetti magistrati coraggiosi, a un processo senza fine; e poi definitivamente assolto da tutte le accuse, anche le più infamanti.
Dall'altro lato Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, ultimo campione di quei pubblici ministeri che tanto piacciono al circo mediatico-giudiziario: magistrati di prima linea, mandati da Dio in terra per salvare l'umanità dalla mafia, dalla 'ndrangheta e da ogni altra contaminazione criminale. Non uomini semplici ma eroi che amano i grandi numeri, le maxi retate e i maxi processi; che non chiudono un'indagine se non c'è dentro un nome di spicco, un colletto bianco, un politico di primo piano. Un nome, insomma, che faccia volare l'inchiesta sulle ali delle prime pagine dei giornali, sulle luci dei talk-show, sui palcoscenici seducenti della popolarità.
Per favore, smettiamola con i luoghi comuni. Non insistete nel rinfacciare a Bonafede la sua confusione su che cosa e il dolo e che cosa è la colpa. Non mettetelo in difficoltà se in materia di mafia confonde il 41 bis con il 416 bis. Rinfacciategli piuttosto i silenzi su Mannino e Gratteri.
La via crucis giudiziaria dell'ex ministro democristiano-incarcerato e incriminato per collusioni con la mafia dai magistrati d'assalto che a Palermo volevano riscrivere la storia d'Italia - avrebbe dovuto spingere il ministro a riflettere sugli effetti che può avere su un innocente un processo senza fine.
Con Mannino i giudici non avevano fretta perché la legge antimafia - quella voluta da Giovanni Falcone e portata in parlamento nel '91 da Claudio Martelli, allora ministro di Giustizia - raddoppia già i tempi della prescrizione. Se tu vieni accusato di peculato, dopo dodici anni hai diritto alla prescrizione. Ma se il pm ti contesta l'aggravante mafiosa prevista dall'articolo 7 della legge Martelli gli anni necessari per la prescrizione automaticamente raddoppiano: ne serviranno 24. Lo stesso vale per l'abuso di ufficio: in via ordinaria il reato viene prescritto dopo cinque anni, ma con l'aggravante mafiosa di anni ne servono dieci.
E così per ogni accusa, per ogni imputazione. Diventa difficile, se non impossibile, per un picciotto o un boss di mafia ottenere una sentenza in tempi ragionevoli. Ma un imputato che con la mafia non ha mai avuto nulla a che fare perché deve essere sottoposto a un identico calvario? La prescrizione, piaccia o no, è quello strumento giuridico - di alta civiltà giuridica - con il quale lo stato dichiara la propria impotenza: se i tribunali non riescono a garantire giustizia entro i termini fissati dalla legge, il processo automaticamente decade: l'imputato non viene né assolto né condannato; saluta i giudici e se ne torna a casa. Invece Bonafede, con la norma inserita nel decreto "Spazza-corrotti" ha voluto
infierire e ha esteso il rigore della legge antimafia a tutti i cittadini che inciampano in una colpa o in un reato: superato il primo grado di giudizio, il tempo del processo non ha più un limite. L'imputato qualunque - alla stregua di Mannino, ma anche di Antonio Bassolino, di Mario Ciancio e di altri cento imputati eccellenti - potrà vivere una gogna lunga anche ventisette anni. Dovrà pagare per tutto quel tempo gli avvocati e potrà anche chiudere la propria attività perché non ci sarà una banca che gli concederà un mutuo o un finanziamento. Sarà la morte civile. Viva le manette. Viva la galera.
Ancora più grave il silenzio del ministro di Giustizia sulle dichiarazioni di Nicola Gratteri, il magistrato che di questi tempi anima maggiormente il piazzale degli eroi. Dopo l'ultima roboante operazione di polizia contro la 'ndrangheta e con lo scalpo di Lorenzo Cesa, segretario nazionale del-l'Udc, ancora in mano, il procuratore di Catanzaro si è fatto il consueto giro di giornali e tv per diffondere urbi et orbi le sue accuse agli indiziati, agli indagati, ai complici, ai fiancheggiatori e ai comprimari. Poi in una vampata di orgoglio e di amor proprio ha rilasciato una intervista a Giovanni Bianconi, del Corriere della Sera, durante la quale si è lasciato andare a una risposta che avrebbe meritato da parte di Bonafede più di una attenzione e più di una riflessione. Bianconi gli chiede come mai molte delle sue prodigiose e strabilianti inchieste vengono puntualmente dimezzate se non addirittura azzerate dai giudici di merito. E Gratteri risponde: "Se altri giudici scarcerano nelle fasi successive non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazioni". Bianconi sobbalza. Ci sono ragioni meno nobili? Ci sono prove nei cassetti che prima o poi verranno fuori? Il procuratore si ferma: "Non posso rispondere", dice. E tra il dire e il non dire finisce l'allusione.
Di fronte a un messaggio, così potente e obliquo, inviato a mezzo stampa da Gratteri a tutti i giudici che dovranno valutare - serenamente, terziariamente - il suo operato di procuratore, il ministro Bonafede avrebbe dovuto quantomeno inviare gli ispettori a Catanzaro per vedere se veramente ci sono nei cassetti carte compromettenti. Si sarebbe potuto raccordare con il procuratore generale della Cassazione o con il vicepresidente del Csm. Così, tanto per capire. Oppure si sarebbe potuto porre una domanda sull'insofferenza di certa magistratura inquirente nei confronti dei giudicanti.
Diciamolo: l'onnipotenza porta spesso all'insofferenza. I precedenti non mancano: anche la procura di Palermo, negli anni di Gian Carlo Caselli e della sua antimafia chiodata, diede la caccia ai giudici del tribunale che mostravano perplessità sulla linea dura e pura dei pubblici ministeri; o a quelli, sbeffeggiati come parrucconi, che nelle Corti d'assise o d'appello stavano attenti alle forme, più che alla sostanza, convinti che la forma è la massima garanzia di una giustizia giusta. Nella caccia all'uomo fu coinvolto anche uno squadrone di pentiti. I quali, manco a dirlo, coglievano l'occasione per togliersi macigni dalle scarpe e mettere alla gogna chi, magari, li aveva mandati in galera con una sentenza di condanna.
Ne fu vittima Pasquale Barreca, un giudice e un galantuomo di altri tempi, assolto dopo essere stato abbondantemente massacrato a Caltanissetta da un processo ingiusto e astioso. Ma la vittima più illustre fu Corrado Carnevale, presidente della prima sezione penale della Corte di cassazione, un maestro del diritto che non aveva alcuna remora nell'annullare condanne prive di solide prove. Contro di lui, rigoroso giudice di legittimità, furono reclutati tra il 1993 e il 1994 pentiti buoni per tutte le accuse e sicofanti destinati a luminose carriere.
Uno di questi, Salvatore Cancemi, arrivò a dichiarare che lui si recava a Roma, per aggiustare i processi in Cassazione, con le borse piene di piccioli. Fandonie. Che però paralizzarono il giudice Carnevale - i giustizialisti di allora per sfregiarlo lo chiamavano "ammazzasentenze" -con una gogna lunga e brutale, e con un processo per concorso esterno in associazione mafiosa che si trascinò per molti anni. Fino alla definita assoluzione perché "il fatto non sussiste" e al reintegro, siamo già alla fine del 2007, nel suo ruolo di supremo giudice.
La frase torva di Gratteri sui collegi giudicanti rivela che all'interno dell'ordinamento giudiziario c'è una casta bramina che vuole imporre a tutti i costi la propria supremazia. Che non sopporta più la gerarchia dei controlli, che ama fare i processi in televisione e non nelle aule dei tribunali o delle corti d'appello. Una casta fanatica e aggressiva. Che ama il potere. Anche e soprattutto il potere di condizionare la politica, di orientarla, di dettarle l'agenda.
Il silenzio su Gratteri, al pari di quello su Mannino, rende automaticamente Bonafede complice di questo casta e di questo sistema. Il ministro, che è anche capo della delegazione grillina a Palazzo Chigi, indossa la grisaglia, il gilet e non dimentica mai, come il premier Giuseppe Conte, la pochette a quattro punte nel taschino della giacca.
Ma il vestito serve spesso a coprire o a nascondere le distanze. Per esempio l'abisso che separa un uomo di stato da un forcaiolo a cinque stelle; o un ministro della Repubblica da un manetta-ro. Ricordate quello che arrivò a dire un paio di anni fa durante una cerimonia ufficiale?
"Il processo finisce con la condanna". Il suo amico e collega Di Maio, dopo l'approvazione del reddito di cittadinanza, si è affacciato al balcone di Palazzo Chigi e ha annunciato al mondo che aveva abolito la povertà. Il simpatico Fofò, per non essere da meno, ha annunciato invece di avere abolito l'istituto dell'assoluzione. Tutti in galera. Un manettaro e nulla più.
Ristretti Orizzonti, 26 gennaio 2021
Il Portavoce dei Garanti territoriali, Stefano Anastasìa: "Speriamo che sia di buon auspicio per altre decisioni in ambienti penitenziari". "A tutti gli ospiti che lo hanno accettato (tutti tranne uno), al personale sanitario e di vigilanza delle Residenze per l'esecuzione della sicurezza (Rems) di Palombara Sabina e Subiaco è stato somministrato il vaccino anti-Covid-19".
Lo riferisce Stefano Anastasìa, Portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà e Garante regionale di Lazio e Umbria. Due sono le Rems a Palombara Sabina e una a Subiaco. Circa una cinquantina gli ospiti in tutto, pazienti autori di reato che stanno scontando una misura di sicurezza detentiva, affidati alla Asl, perché dichiarati (oppure in valutazione) incapaci d'intendere e di volere.
"Mi congratulo con i dirigenti del dipartimento di salute mentale della Asl Rm5 - prosegue Anastasìa - per l'iniziativa che riconosce la condizione di vulnerabilità degli ospiti di queste strutture e l'urgenza della loro vaccinazione, anche per la prosecuzione dei loro percorsi terapeutici. Speriamo che sia di buon auspicio anche per altre decisioni, conseguenti alle dichiarazioni del commissario straordinario per il contrasto all'emergenza epidemiologica, Arcuri, secondo cui, dopo gli ultraottantenni verrà il turno dei lavoratori e dei detenuti in carcere".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 26 gennaio 2021
L'ordinanza 1476 depositata oggi ha accolto il ricorso di una madre, pur dichiaratasi incapace di occuparsi della figlia, contro lo stato di adottabilità confermato in Appello. La Cassazione, sulla scorta della giurisprudenza della Corte Edu, introduce nel nostro ordinamento "l'adozione mite", che non recide cioè il legame con la famiglia biologica, e relega "l'adozione legittimante" al ruolo di extrema ratio utilizzabile unicamente in presenza di una irreversibile incapacità di cura da parte dei genitori. In tal modo si intende dare copertura a tutti quei casi in cui il giudice accerti comunque l'interesse del minore "a conservare il legame con i suoi genitori biologici, pur se deficitari nelle loro capacità genitoriali".
Con l'ordinanza 1.476 depositata oggi ed ampiamente motivata, la Prima Sezione civile individua anche lo strumento normativo nell'"adozione in casi particolari", e segnatamente nell'articolo 44, lett era d) della legge 184/1983, qualificata come norma di chiusura ed interpretata estensivamente.
I giudici hanno così accolto, con rinvio, il ricorso di una madre contro la decisione della Corte di appello che aveva confermato lo stato di adottabilità della figlia. La decisione, si legge nell'ordinanza, si è "sottratta all'obbligo - sulla stessa incombente - di considerare, compiuti gli opportuni approfondimenti istruttori, il ricorso ad una forma di "adozione mite", ai sensi dell'art. 44, lett. d), che consenta un graduale recupero del rapporto tra quest'ultima e la madre biologica, in considerazione dell'affetto e dell'interesse dimostrato dalla madre nei suoi confronti".
La Corte territoriale si è limitata "a confermare la dichiarazione dello stato di adottabilità della piccola effettuata dal Tribunale per i minorenni". Mentre come chiarito dalla Cedu in caso di presa in carico del minore, l'Autorità pubblica deve attivarsi rapidamente "per riunire la famiglia biologica non appena ciò sia possibile". La bambina era stata sottratta alla mamma all'età di cinque mesi e nei successivi due anni si era proceduto soltanto a due incontri. Successivamente il terremoto delle Marche del 2016 aveva reso inagibile il luogo indicato per i successivi contatti. Contro questi impedimenti fisici la donna, che pure riconosceva di non essere in grado di prendersi cura da sola della figlia, si era sempre battuta svolgendo anche incontri preparatori con gli assistenti sociali.
La Cassazione ricorda che, con specifico riferimento alla cosiddetta "adozione mite", la Cedu ha affermato di essere "ben consapevole del fatto che il rifiuto da parte dei tribunali di pronunciare un'adozione semplice risulta dall'assenza nella legislazione italiana di disposizioni che permettano di procedere a questo tipo di adozione" ma anche che alcuni tribunali italiani "avevano pronunciato, per mezzo di una interpretazione estensiva dell'articolo 44 lett. d), l'adozione semplice in alcuni casi in cui non vi era abbandono".
Alla stregua di tali considerazioni, l'ha concluso che "costituisce un obbligo delle autorità italiane, prima di prevedere la soluzione di una rottura del legame familiare, di adoperarsi in maniera adeguata per fare rispettare il diritto della madre di vivere con il figlio, al fine di evitare di incorrere nella violazione del diritto al rispetto della vita familiare, sancito dall'articolo 8 Cedu" (Corte Edu, 21 gennaio 2014, Zhou c. Italia; conf. Corte Edu, 13 ottobre 2015, S. H. c. Italia).
"In presenza di situazioni di semi-abbandono - argomenta la Suprema corte -, nelle quali, cioè, la non piena idoneità genitoriale dei genitori biologici non esclude, tuttavia, l'opportunità della loro presenza nella vita del figlio in considerazione dell'affetto e dell'interesse, da essi comunque dimostrato nei confronti del minore - l'adozione che recida ogni rapporto con il genitore biologico può rivelarsi una scelta non adeguata al preminente interesse del minore".
Da qui l'affermazione del seguente principio di diritto a cui dovrà attenersi la Corte territoriale in sede di rinvio: "L'adozione cd. legittimante che determina, oltre all'acquisto dello stato di figlio degli adottanti in capo all'adottato, ai sensi dell'art. 27, primo comma, della legge 4 maggio 1983, n. 184, la cessazione di ogni rapporto dell'adottato con la famiglia d'origine, ai sensi del terzo comma, coesiste nell'ordinamento con la diversa disciplina dell'"adozione in casi particolari", prevista dall'art. 44 della legge n. 184 del 1983, che non comporta l'esclusione dei rapporti tra l'adottato e la famiglia d'origine; in applicazione degli artt. 8 Cedu, 30 Cost., 1.n. 184 del 1983 e 315bis, secondo comma, cod. civ., nonché delle sentenze in materia della Corte Edu, il giudice chiamato a decidere sullo stato di abbandono del minore, e quindi sulla dichiarazione di adottabilità, deve accertare la sussistenza dell'interesse del medesimo a conservare il legame con i suoi genitori biologici, pur se deficitari nelle loro capacità genitoriali, costituendo l'adozione legittimante una extrema ratio cui può pervenirsi nel solo caso in cui non si ravvisi tale interesse".
"Il modello di adozione in casi particolari, e segnatamente la previsione di cui all'art. 44, lett d) della legge n. 184 del 1983, può, nei singoli casi concreti e previo compimento delle opportune indagini istruttorie, costituire un idoneo strumento giuridico per il ricorso alla cd. "adozione mite", al fine di non recidere del tutto, nell'accertato interesse del minore, il rapporto tra quest'ultimo e la famiglia di origine".
anteprima24.it, 26 gennaio 2021
La Tienda Equosolidale promuove l'iniziativa "Dona un libro ad un detenuto". Si può quindi regalare un libro a chi si trova in carcere permettendogli di trascorrere del tempo ed evadere dal carcere con la mente per qualche momento. L'iniziativa sta avendo un successo enorme. Arrivano libri da tutta Italia. La raccolta è prorogata a metà febbraio. Una richiesta nobile quindi da parte de La Tienda Equosolidale che per dare più forza all'evento chiede anche un supporto morale.
Chiunque decida di donare un libro è infatti invitato a scrivere un piccolo messaggio di speranza ai detenuti. Per partecipare quindi al progetto "Dona un libro a un detenuto" basta recarsi in loco (Vomero, via Solimena 143) oppure inviare il libro per posta.
Questi libri saranno poi distribuiti nelle carceri campane. Salvatore D'Amico, che da anni lotta per i diritti degli ultimi ed è riuscito a distribuire ben 30 mila pasti caldi nel corso del suo operato, ha voluto rilasciarci queste dichiarazioni: "Noi come Tienda Equosolidale da anni attiviamo iniziative a favore delle fasce più deboli della popolazione. Un mese fa abbiamo fatto raccolta di coperte per i senza tetto. Un anno fa abbiamo invece fatto una raccolta di farmaci sempre per queste stesse persone.
In passato abbiamo ospitato il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello ed il garante cittadino dei detenuti Pietro Ioia. Inoltre anche l'Associazione Giancarlo Siani e la cooperativa Lazzarella del carcere di Pozzuoli. Siamo molto attenti a sostenere e promuovere tutti i prodotti del sud del mondo compresi tutti i piccoli produttori campani che non trovano spazio sul mercato perché il mercato sta in mano ai grandi gruppi capitalistici".
di Elisabetta Burla*
triesteprima.it, 26 gennaio 2021
È trascorso un anno dalle prime avvisaglie della presenza del virus; a marzo 2020 i primi provvedimenti anche a tutela delle "comunità detentive", non certo eclatanti i risultati: un numero contenuto di persone hanno potuto usufruire delle misure alternative all'esecuzione della pena, principalmente la detenzione domiciliare.
A marzo 2020 questo Ufficio redigeva un appello alla responsabilità evidenziando problematiche e criticità, evidenziando alcuni aspetti della detenzione in carcere: gli spazi troppo contenuti ove si svolge la vita quotidiana in una condizione di promiscuità; l'impossibilità a mantenere il distanziamento sociale; il timore di un possibile contagio in un luogo ove sarebbe stato complicato limitarlo, così come sarebbe stato complicato gestire la quarantena; l'incredibile superficialità dell'opinione pubblica.
Nulla è cambiato - A distanza di 10 mesi nulla sembra cambiato, salvo che il timore di un possibile contagio, all'interno della Casa Circondariale, è diventato realtà. Il focolaio ha messo in evidenza tutte le difficoltà nella gestione, in spazi e con risorse inadeguate, del contagio. Non si contesta la gestione del particolare momento visto che da parte dell'ASUGI e dell'allora Direzione della Casa Circondariale - dell'allora Direzione perché Trieste, come tutte le Case Circondariale del Friuli Venezia Giulia eccezion fatta per l'Istituto di Tolmezzo, non ha un proprio Direttore ma un Direttore in missione che si trova a dover gestire, anche in questo delicato momento, come molti altri Direttori, più Istituti in diverse Regioni italiane - sono state poste in essere tutte le cautele e le scelte possibili a tutela delle persone.
La richiesta di indicazioni più complete - Ci si sarebbe aspettato un intervento maggiormente garantista, delle indicazioni più complete da parte del Ministero della Giustizia e del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, una maggiore collaborazione tra Uffici - ad esempio - per istruire le pratiche relative alle richieste di misure alternative. Invece si è data la precedenza al lavoro agile, al lavoro da casa, con riduzione degli orari di apertura degli uffici e di presenza del personale in un Paese dove la digitalizzazione dei documenti è spesso un miraggio, ove molti sono gli uffici che non sono dotati degli strumenti idonei a operare adeguatamente. E a ben vedere non sono neppure dotati di un numero adeguato di personale.
La situazione a Trieste - La Casa Circondariale di Trieste non ha un suo direttore; l'area giuridico pedagogica è composta da tre funzionari due dei quali applicati anche negli Istituti di Gorizia (sprovvisto totalmente di personale) e di Udine, manca di una segreteria tecnica; lamenta un inadeguato numero di agenti di polizia penitenziaria.
In una situazione confusa ove le notizie trasmesse appaiono spesso contraddittorie, anche tra i detenuti vi è un prevalente sentimento di timore, timore per un eventuale ritorno del contagio e le conseguenze che lo stesso ineluttabilmente porterebbe, timore per le condizioni della detenzione e per una nuova chiusura alle attività formative che garantiscono un impiego fruttuoso del tempo, permettono il confronto e l'apprendimento, una crescita e un cambiamento; evitano stati di depressione e ciò che da essa consegue.
La manifestazione di venerdì 22 gennaio - E sembra strano ma, ancora una volta, si reputa opportuno ricordare che i detenuti sono persone, persone che come tutti temono anche per la propria salute, un diritto inviolabile, fondamentale, un diritto che va, anche a queste persone, garantito in termini assoluti, senza compromessi, un diritto che - a Trieste - hanno voluto rivendicare con una manifestazione pacifica venerdì 22 gennaio 2021 con battitura e con uno sciopero del carrello chiedendo di poter donare il cibo, ad essi destinato, alla Comunità di Sant'Egidio come segno di riconoscenza e perché possano impiegarlo a favore di persone che si trovano in difficoltà. Le persone detenute chiedono di poter eseguire dei controlli periodici - effettuare dei tamponi con cadenza mensile come accade ad esempio nella casa circondariale di Udine - per verificare il loro stato di salute e prevenire eventuali futuri focolai.
Le richieste dei detenuti - Chiedono di vedersi garantito il diritto alla salute, garanzia che andrebbe anche a beneficio del diritto alla salute di tutte le altre persone che, a diverso titolo, operano nella locale Casa Circondariale. Come accaduto in precedenza si reputa doveroso ricordare che il carcere non è una bolla isolata, non è un mondo altro totalmente avulso dalla società esterna; è una parte della società, è abitato da persone.
Alcune ancora in attesa di giudizio. Incomprensibili, inadeguati e feroci i commenti rilasciati sul post relativo al servizio del TG regionale in relazione alla manifestazione di protesta pacifica. Forse una comunicazione più corretta e meno violenta, una consapevolezza generalizzata dei diritti delle persone, potrebbe costituire un primo passo per cercare di limitare un clima d'odio assolutamente inutile.
*Garante per i detenuti di Trieste
redattoresociale.it, 26 gennaio 2021
Dall'unione di due Cooperative sociali per le persone svantaggiate tra Parma e Piacenza nasce B-coop. L'assessore regionale alle Attività produttive Colla: "In un momento come quello che stiamo vivendo dare una mano ai soggetti più deboli significa fare coesione sociale".
Due cooperative sociali con sede nel piacentino e nel parmense, con l'obiettivo dell'inserimento lavorativo di persone in condizione di svantaggio sociale e a rischio emarginazione e che insieme danno lavoro ad oltre 250 persone, di cui il 40% fragili, si uniscono per dare vita ad un gruppo che consentirà a entrambe le realtà di essere più radicate nel territorio ed efficaci nel raggiungere i propri obiettivi di responsabilità sociale.
Dall'unione di "L'Orto botanico" di Fiorenzuola d'Arda (Pc) e "Biricc@" di Parma nasce B-coop, presentata questa mattina in conferenza stampa, alla presenza del sindaco di Fiorenzuola, Romeo Gandolfi, dell'assessore alle attività produttive della Regione Emilia-Romagna, Vincenzo Colla, del presidente di Legacoop Emilia Ovest, Edwin Ferrari, e dei presidenti delle cooperative fondatrici Giancarlo Anghinolfi e Fabrizio Ramacci.
"Un ottimo progetto che sta nella logica della cooperazione, e cioè dare risposte sociali e creare lavoro - ha detto l'assessore Colla. Conosco da tempo il ruolo di queste due cooperative, che ora stanno dando vita a un'importante operazione di sistema, che gli consentirà di rapportarsi meglio con le istituzioni e con il sistema delle imprese".
"Un momento difficile, quello che stiamo vivendo, e proprio in un momento come questo dare una mano ai soggetti più deboli significa fare coesione sociale- ha aggiunto-. Stiamo progettando il futuro, nonostante l'impegno nella lotta contro il Covid, e abbiamo bisogno di ricucire le nostre comunità, dando nuove opportunità".
"La Regione continuerà a fare investimenti in quest'ambito, anche attraverso la Legge regionale 14- ha assicurato Colla-. Anche recentemente abbiamo stanziato nuove risorse per dare risposte al sistema sociale e collettivo, perché queste realtà e gli operatori che ci lavorano, che spesso svolgono il loro lavoro come una missione, devono essere sostenuti".
Le cooperative, leader nelle rispettive provincie nei settori di riferimento e con un fatturato complessivo di quasi 10 milioni, operano prevalentemente nei settori della raccolta rifiuti e manutenzione del verde (L'orto Botanico) e della lavanderia, panificazione e pulizie (Biricc@), e si distinguono perché hanno importanti progetti di sviluppo nelle carceri, in particolare in quelle di Piacenza. Biricc@ inoltre aprirà a breve una lavanderia dentro il carcere di Parma. Insieme hanno creato un gruppo "multiservizi", che mira a rafforzare progetti innovativi ed inediti per la cooperazione sociale, che si inseriscono nell'ambito del rafforzamento della presenza nella filiera agroalimentare.
In particolare, si punta a mettere a sistema i progetti ExNovo, premio Ersi-Innovatori responsabili 2019 e il progetto Il Panettone di Ranzano (ammesso al premio Ersi 2020, in attesa di esito finale).
Il progetto Ex Novo della cooperativa L'Orto Botanico si realizza nel carcere di Piacenza, in cui i detenuti sono impegnati nella produzione di fragole, ortaggi e miele, prodotti con criteri di sostenibilità e destinati al mercato locale, in un percorso di riabilitazione sociale e trasferimento di competenze utili a essere "spese", a fine pena, nella comunità e sostenere la riabilitazione sociale dei detenuti).
Il Panettone di Ranzano, prodotto secondo una ricetta tradizionale con processi rigorosamente artigianali, è il frutto del lavoro del Forno Cooperativo di Piacenza e del Forno di Ranzano della cooperativa Biricc@ in cui si sviluppano percorsi di inserimento lavorativo di persone in condizioni di svantaggio sociale e si dà un contributo allo sviluppo economico e civile di territori marginali, quali le periferie cittadine di Piacenza e il borgo dell'appennino Parmense.
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