di Iuri Maria Prado
Libero, 2 novembre 2020
Senza prove, il tribunale di Pavia inflisse 24 anni di carcere a un militare ucraino. Sull'accusa di aver ucciso il fotoreporter hanno pesato le motivazioni ideologiche. Un soldato ucraino con cittadinanza anche italiana, Vitaly Markiv, è stato condannato a ventiquattro anni di prigione per l'assassinio, nel 2014, del giornalista Andrea Rocchelli. La difesa, sostenuta dall'avvocato Raffaele Della Valle, già difensore di Enzo Tortora, sostiene che la condanna è stata inflitta senza il conforto di prove appaganti.
La Federazione Nazionale della Stampa, che si è costituita parte civile perché con l'uccisione di Rocchelli sarebbe stato violentato il diritto all'informazione dei cittadini, si è compiaciuta di quella sentenza perché un omicidio è stato punito, e pace se l'obiettivo del processo - di qualsiasi processo - non è ottenere una condanna ma accertare i fatti e le responsabilità che la giustificano.
Rocchelli è rimasto ucciso nel conflitto tra separatisti filo-russi e l'esercito regolare ucraino.
Il fatto è avvenuto nei pressi di una collina dove l'accusa ha collocato Markiv il quale, da mille ottocento metri di distanza, avrebbe identificato Rocchelli e gli altri con lui e, da soldato semplice, avrebbe ordinato il fuoco dei mortai che infine ha ucciso i poveretti. Nessuno ha visto Markiv sparare. Nessuno ha spiegato come potesse discernere da quella distanza che si trattava di quei giornalisti. Nessuno ha chiarito come un militare di basso rango possa assumere la regia di un'operazione con l'uso di armi pesanti.
Ci si è concentrati su altro. E cioè sulla vera o presunta impostazione ideologica di Markiv, un fascista punto e basta. Su fotografie che lo ritraggono in pose spavalde o in altre dove compare qualche simbolo nazista. Ancora, è stato dato notevole rilievo al profilo ultranazionalista di Markiv, e al fatto che la sua vicenda è stata vissuta con partecipazione e solidarietà da parte di ambienti di destra.
Una buona quota di queste circostanze, pur chiaramente irrilevanti per giustificare una condanna per omicidio, è finita nel calderone motivazionale della sentenza pavese che ha chiuso il primo grado del giudizio con quella forte sanzione.
Può compiacersene la burocrazia sindacale della stampa corporata che scambia un'aula di giustizia per un'agenzia di rivendicazione socio-politica, così come il garantismo progressista che fa il suo manifesto sul nazista che ammazza il reporter democratico: ma il diritto sta da un'altra parte, e si spera che il giudizio di appello sappia riconoscerlo.
di Antonella Napoli
articolo21.org, 2 novembre 2020
Una stampa libera è essenziale per una democrazia. Un'informazione vigorosa può denunciare la corruzione, far luce sugli abusi dei diritti umani e fornire al pubblico notizie essenziali durante emergenze e crisi, come quella della pandemia di Covid 19 in corso.
In molti luoghi, i giornalisti rischiano attacchi da parte di regimi autoritari e organizzazioni criminali che cercano di reprimere la libertà di stampa e la libertà di espressione. Dall'inizio del secolo sono stati uccisi più di 1.500 operatori dell'informazione in tutto il mondo e nell'85% dei casi gli assassini sono rimasti impuniti.
I giornalisti di tutto il mondo devono affrontare molestie, minacce, detenzioni arbitrarie e procedimenti penal politicamente motivati. Durante la pandemia, i governi autoritari in Cina, Venezuela, Iran, Egitto ma anche in Europa, su tutti il caso Ungheria, hanno usato il Covid-19 come scusa per intimidire, attaccare e arrestate i reporter scomodi.
Nella Giornata internazionale per porre fine all'impunità per i crimini contro i giornalisti, Articolo 21 insieme alle altre organizzazioni per la difesa del diritto alla libertà di informazione chiede ai governi di intraprendere indagini indipendenti e trasparenti su minacce, attacchi e omicidi quando si verificano; porre fine ad abusi da parte di forze di sicurezza e polizia che maltrattino i giornalisti; e aboliscano le leggi e le pratiche che limitano la loro azione.
In Italia, grazie al segretario di Usigrai Vittorio di Trapani, la Rai ha proiettato sulla facciata della sede di viale Mazzini i nomi degli 80 giornalisti assassinati è ancora in attesa di verità e giustizia.
Mai come quest'anno, alla vigilia della sentenza per il processo per la morte di Andrea Rocchelli e Andrej Mironov, uccisi in Ucraina nel 2014, e dopo l'uccisione di Jamal Khashoggi, fatto a pezzo nel consolato saudita a Istanbul, e.di Daphne Caruana Galizia, fatta saltare in aria nella sua auto a Malta, l'End Impunity Day indetto dall'Onu acquisisce un significato e una rilevanza ancor maggiori.
Daphne, Jamal, Andy e Andrej erano colleghi liberi, coraggiosi ma non sprovveduti. Nonostante questo sono caduti vittime di chi ha voluto porre fine al loro impegno nelle inchieste contro corruzione e violazioni dei diritti umani. Per tutti loro, 77 colleghi assassinati semplicemente per aver fatto il proprio mestiere, giustizia non è ancora compiuta. Per alcuni non lo sarà mai.
Una vera e propria emergenza che dovrebbe mobilitarci tutti a sostenere lo stato di diritto mettendo in campo ogni sforzo comune, a livello globale, per chiedere ai governi di porre fine alle impunità per questi crimini. Per Jamal, Daphne, Andy e tutti gli altri colleghi sacrificati sull'altare del giornalismo libero e indipendente.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 2 novembre 2020
Fondamentalista, capo militare corrotto, figlio di un generalissimo di Kabul: fuggito ai talebani e riparato in Italia, oggi Farhad racconta tutto in un libro e va nelle scuole. "Le bambine continuavano a gridare, a chiamare la loro mamma, ma le loro voci erano coperte dalle ovazioni provenienti dagli spalti. Il primo a lanciare la pietra fu il marito della donna.
Dopo averne soppesate alcune tra le mani, scelse la più grossa dal mucchio. Un silenzio improvviso e irreale invase lo stadio, mentre l'uomo, ad alta voce, augurava l'inferno a sua moglie e le scagliava la pietra contro. La colpì a una spalla e le ossa fecero un rumore secco. La poveretta emise un urlo straziante... Tornato a casa, quella sera, mi infilai a letto senza cenare, le mani premute sugli occhi nel vano tentativo di imprigionare l'orrore. Ma era impossibile".
Quel venerdì sulle tribune, da testimone - Il prima e il dopo, allo stadio di Kabul. Un venerdì del 1997. Prima di quel pomeriggio, Farhad Bitani era stato solo un bimbo ignaro: figlio privilegiato d'un potente generale afghano, quindi ragazzino ridotto alla fame per via del padre caduto in disgrazia, infine adolescente sopravvissuto ai talebani saliti al potere. Quel pomeriggio, Farhad s'era lasciato portare da un amichetto alla pubblica lapidazione di un'adultera (in Afghanistan basta dare un'informazione stradale a un passante, per passare da adultera) e qualcosa cambiò, dopo l'urlo nero di quella madre: mai più, si disse. Mai più sarebbe entrato in quello stadio e un giorno, in qualche modo, sarebbe uscito da quegli incubi.
Per la verità ci volle molto tempo, perché Farhad smettesse davvero d'intrupparsi nella folla eccitata dalle esecuzioni, di passeggiare fra le mani mozzate e appese agli alberi, di restare in quella macelleria. "È stato un cammino lungo dodici anni", racconta oggi nel retro d'un ristorante di Torino, rifugiato politico, due carabinieri discreti che ci monitorano: "Qui in Italia non ho voluto una scorta, perché questa è una vita che mi sono scelto io. La scelta d'aver vissuto nell'ipocrisia e d'avere, adesso, un tremendo bisogno di verità. Soltanto la verità può liberare il mio Paese e rendere puri uomini come me".
Un esempio poco seguito - Di uomini come lui ce ne sono ancora pochi, in Afghanistan. A 34 anni, Farhad è un ex di tutto. Ex capo militare pashtun che s'intascava soldi e potere. Ex fondamentalista per nulla riluttante che sputava sulle donne e sognava d'uccidere tutti i cristiani. Ex d'una vita fanatica che "non potevo non vivere, perché c'era un muro che mi circondava e tutto il resto non era altro che il mondo degli infedeli. Se vivi nel male, non lo capisci.
E credi che quella violenza sia la normalità". Per il giovane e arrogante Farhad era normale bloccare un tizio per strada e prendersi la sua macchina, solo perché era troppo bella. O che i mullah sbattessero la testa agli scolaretti fino a sfigurarli, e solo perché avevano chiesto a che cosa servisse leggere il Corano.
O far finta di niente alle simpatiche festicciole dove gli adulti pedofili mettevano i bambini in mezzo e li facevano ballare - "muovete meglio il culo!" - truccati da femmine. O incappare nei posti di blocco dove le milizie si divertivano col raqs morda, il ballo del morto: fermavano un tizio, accendevano la musica, gli tagliavano la testa e versavano nel corpo l'olio bollente, battendo le mani a ritmo mentre il corpo del decapitato ancora s'agitava per i riflessi nervosi.
Ripudiato e condannato a morte - Il nuovo Farhad è altro. Inseguito da una condanna a morte dei talebani, tornati a contare. Abbandonato da parenti e amici che gli promettono di bere il suo sangue. Scampato a un attentato nelle strade di Kabul. Additato come apostata e spia d'Israele. Col divieto di mettere piede in Afghanistan, Iran, Arabia Saudita, Dubai, ovunque ci sia un'autorità islamica pronta a eseguire la fatwa.
Col padre che quasi non gli rivolge più la parola, da quando Farhad ha rotto il silenzio e narrato la propria vita: L'ultimo lenzuolo bianco, libro potente e sincero, appena ripubblicato da Neri Pozza, tradotto in inglese e in spagnolo, presentato in più di trecento scuole, già riadattato per il teatro e per farci un film. Il percorso di chi ha viaggiato al termine della notte afghana, senza perdersi un solo orrore, senza omettere un solo dettaglio, e alla fine ritrovandosi.
Dall'alcol alla penna, per non dimenticare - "All'inizio è stata durissima. Restavo chiuso in una stanzetta, bevevo fino a stordirmi. Poi ho preso dei fogli e ho cominciato a scrivere tutto il dolore che avevo passato". Le librerie sono piene di titoli sull'Afghanistan, "ma c'è molta robaccia", sostiene Farhad. "Io comunque non sono uno scrittore, sono un testimone. Ci ho messo tre anni, a trovare un editore. Faccio paura, mostro dall'interno quel mondo d'ipocrisia e di falso Islam. Tanti ragazzi s'identificano nella mia storia: capiscono che è possibile cambiare destino, anche il più segnato. Ero un musulmano estremista, ora sono aperto a tutte le religioni. Papa Francesco parla sempre di quest'apertura, il rapporto con Dio passa per l'accettare le differenze. E il problema non è l'Islam, che ci vuole liberi e accoglienti: il problema sono quei musulmani, come i talebani, che non hanno nemmeno letto il Corano".
Futuro Afghanistan, i timori - Tutto è cambiato in Farhad, nulla in Afghanistan. E non promette niente di buono il Trump che vuole ritirare le truppe dalla più lunga guerra mai condotta dagli Usa: "Bombardare i talebani nel 2001 fu giusto, e chi non ha vissuto quelle cose non può capire. Ma andarsene ora, significa ricreare il caos". Noi italiani ci abbiamo speso sette miliardi di euro, laggiù... "E si potevano fare grandi cose, invece di costruire scuole senza insegnanti o elargire borse di studio solo ai figli di afghani potenti". Ma non contano solo i soldi: "A cambiare l'Afghanistan, non son bastati miliardi d'aiuti. E invece sono bastati i piccoli gesti d'accoglienza, la scoperta che si può amare l'altro senza combatterlo, a cambiare me".
Carta d'identità - La vita - Farhad Bitani (Kabul, 1986) ex capitano dell'esercito afghano, è fondatore di GAF, Global Afghan Forum, e vicepresidente di Hands for Adoptions. Ha vissuto la guerra sotto il regime dei mujaheddin e poi dei talebani. Ha compiuto studi in Italia, prima all'Accademia Militare di Modena e poi alla Scuola di Applicazione di Torino. Trasferitosi definitivamente come rifugiato politico in Italia, dedica la sua vita al dialogo interculturale. Il libro - In "L'ultimo lenzuolo bianco" (Neri Pozza), racconta la sua storia: da guerriero islamista a uomo del dialogo per la pace e osservatore privilegiato della storia dell'Afghanistan, un Paese passato dal governo dei mujaheddin a quello dei talebani, fino alla velata democrazia di oggi sotto l'ombrello occidentale.
di Antonella Napoli
La Repubblica, 2 novembre 2020
Le donne e gli uomini scampati alle inondazioni nella stagione delle piogge, la più devastante degli ultimi 100 anni, consapevoli però di una svolta epocale nel loro Paese. Come ogni giorno Miryam Abdelgadir prepara le taniche da riempire con l'acqua potabile del pozzo più vicino alla sua capanna, che dista circa tre chilometri. Si carica sulle spalle l'ultima nata dei suoi cinque figli, che sta ancora allattando, e si incammina lungo la strada sterrata che parte dal campo di Mayo.
Per lei e le donne degli insediamenti nella periferia di Khartoum che accolgono gli sfollati scampati alle inondazioni causate dalla stagione delle piogge, la più devastante degli ultimi 100 anni, la rivolta del pane non ha portato grandi cambiamenti. Ma tutte loro sono consapevoli che abbia favorito una svolta epocale nel Paese. Un deciso cambio di passo che ha convinto anche gli Stati Uniti a riprendere le relazioni con il Sudan, come testimoniano la visita di fine agosto e la telefonata nei giorni scorsi del segretario di Stato Usa Mike Pompeo, che ha chiamato il primo ministro sudanese Abdalla Hamdok per esprimere le condoglianze per le vittime delle alluvioni, oltre 300 morti e 500 mila case distrutte, e annunciare aiuti da parte di Washington.
Il malcontento dell'ala islamista. Ma, soprattutto, ha rinnovato l'impegno a rimuovere le sanzioni con la cancellazione del Sudan dall'elenco dei Paesi fiancheggiatori del terrorismo. Una decisione che passa per il compimento della transizione, ma anche per i rapporti con Israele. Dall'incontro a sorpresa in Uganda nel febbraio di quest'anno tra Benjamin Netanyahu e il generale Abdel Fattah Al Burhan, capo del consiglio sovrano sudanese, la Casa Bianca sta incoraggiando Khartoum a normalizzare le relazioni con il governo israeliano. Non mancano però le frizioni, dovute al malcontento dell'ala islamista, che ancora si annida nei palazzi del potere. Ne è consapevole anche Miryam, che nel 2019 ha partecipato assieme a suo marito alle proteste che hanno determinato la caduta del presidente - dittatore Omar Hassan al Bashir.
"Siamo soddisfatte delle riforme fatte finora". "Ma non vogliamo - aggiunge Miryam - che il governo sia influenzato dai militari. Il cambiamento non si compirà fino in fondo se viene permesso a chi faceva parte del regime precedente di rimanere al potere. Deve essere un consiglio tutto civile a dirigere la transizione". Dopo il golpe e l'istituzione di una Giunta militare, con la firma il 17 agosto dello scorso anno della dichiarazione costituzionale, è nato un governo transitorio guidato da un economista. Una transizione che si è tinta di rosa con l'abrogazione di leggi vessatorie nei confronti delle donne, come gli articoli del codice penale relativi all'abbigliamento e alle libertà personali, norme basate sulla Sharia estremamente restrittive per le sudanesi succubi di un sistema maschilista e patriarcale.
La domanda di democrazia e libertà. "Nonostante le intimidazioni e le vessazioni che fin dalla nascita subivamo - spiega Amira Abdelgadir, avvocato e attivista politica, che durante le rivolte era stata arrestata e tenuta in carcere una settimana per aver partecipato a una manifestazione a Omdurman - siamo scese in piazza in migliaia: almeno il 70% della popolazione femminile. Chiedevamo democrazia e libertà ma anche politiche di tutela e di protezione delle donne. E proprio grazie a questo oggi il governo sta portando avanti un cambiamento radicale nei confronti della condizione femminile, che va dalla cancellazione del divieto di viaggiare senza il permesso di un maschio della famiglia, alla criminalizzazione delle mutilazioni genitali femminili"
La rimozione di usanze arcaiche. Con l'approvazione del testo di legge che Amira stessa ha contribuito a scrivere, il governo sudanese ha trasformato in reato un'usanza arcaica. La nuova norma punisce tanto la pratica clandestina quanto gli interventi effettuati in strutture mediche. "Stiamo cambiando il Sudan, questo nuovo articolo del codice penale contribuirà a sconfiggere una delle pratiche sociali più pericolose, l'infibulazione costituisce una chiara violazione dei diritti delle donne" dice soddisfatto il ministro della Giustizia Nasredeen Abdulbari sottolineando che "l'87% delle bambine sudanesi era vittima della terribile usanza". Oltre agli interventi a favore della popolazione femminile, voluti dal premier Hamdok, sono state approntate altre importanti riforme destinate a cambiare il volto del Paese africano che un anno fa avviava il suo percorso democratico dopo mesi di rivolte e centinaia di vittime.
Soppresso il reato di apostasia. L'esecutivo ha disposto in questi mesi anche la soppressione del reato di apostasia, di sodomia, punibili con la pena di morte, e del consumo di alcol, ma quest'ultimo solo per i non musulmani che rappresentano il 3% della popolazione sudanese. Hamdok, che esaurirà il suo compito con la convocazione delle elezioni previste nel 2022, ha avviato anche un piano di salvataggio economico sostenuto da un iniziale prestito della Banca Mondiale di 2 miliardi di dollari. Uno dei punti chiave del programma, presentato dal Ministero delle Finanze sudanese lo scorso autunno, la cancellazione dei sussidi per il pane e il carburante, tra i fattori scatenanti delle rivolte che avevano portato alla caduta del regime. La decisione ha suscitato nuove proteste, represse con lacrimogeni e arresti.
Il trasferimento diretto delle risorse alle famiglie. Il primo ministro del Sudan, che per anni ha prestato servizio nella Commissione economica delle Nazioni Unite, ha voluto trasformare gli aiuti di Stato in trasferimenti diretti di denaro alle famiglie più povere.
"Risollevare le sorti di un'economia in profonda crisi e con un debito spaventoso si sta rivelando impresa ardua quasi quanto porre fine ai conflitti interni dopo 17 anni di guerra" rivendica il vicepresidente del Consiglio sovrano Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come 'Hemetti', ex comandante delle Forze di Supporto Rapido, milizie paramilitari prima denominate 'janjaweed', letteralmente 'diavoli a cavallo'.
A lui, che ha guidato per anni la repressione violenta del dissenso in Darfur, classificata dalla Corte penale internazionale come "crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio", è stato affidato il compito di annunciare l'abolizione della legge che aveva istituito in Sudan l'Islam come religione di Stato.
La speranza della fine di un conflitto lungo 17 anni. La scelta è stata resa pubblica durante i negoziati di pace tra il governo sudanese e i ribelli. Un'intesa raggiunta in due fasi. La prima: la firma il 31 agosto a Juba, capitale del Sud Sudan, dell'accordo di pace con i rappresentanti del Sudan Revolutionary Front, alleanza che riunisce 17 gruppi armati delle regioni del Darfur e del Sud Kordofan. La seconda: che coinvolgerà anche il Movimento di liberazione del popolo del Sudan - Nord, che non aveva sottoscritto la prima intesa. Un risultato storico, impensabile fino a qualche mese fa, che pone fine a conflitti durati oltre 17 anni.
di Lucilla Vazza
gnewsonline.it, 1 novembre 2020
Nel pomeriggio di venerdì si è svolto in videoconferenza il meeting straordinario del Gruppo Vendome, che riunisce i ministri della Giustizia di Italia, Germania, Belgio, Spagna, Francia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Il Gruppo, che prende il nome dalla piazza di Parigi dove è avvenuta la prima riunione il 5 novembre 2018, ha come obiettivo la condivisione di strategie e il confronto su problematiche comuni in tema di Giustizia. Per l'Italia ha partecipato il sottosegretario alla Giustizia, Vittorio Ferraresi.
di Massimo Krogh
Il Mattino, 1 novembre 2020
Dal Mattino (del 26 ottobre scorso) si apprende che Napoli avrebbe raggiunto il primato degli errori giudiziari, con l'effetto di un notevole eccesso di spesa per lo Stato per risarcimenti e indennizzi per ingiusta detenzione.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 1 novembre 2020
Una nuova nomina al Csm sta facendo discutere i consiglieri, soprattutto togati: quella del segretario generale, che è anche l'interfaccia di Palazzo dei Marescialli con il Quirinale. Mica roba da niente. E poiché le correnti si trascinano quel famigerato "uno a te, uno a me", anche se Palamara un po' docet, in questa partita l'appartenenza agli schieramenti ha il suo peso.
Il Comitato di presidenza è alla ricerca di una sintesi in modo da presentare una proposta che non produca un due di picche al plenum sovrano. Le audizioni dei candidati si sono concluse, i più papabili, finora, sono Marco Dall'Olio e Alfredo Pompeo Viola, entrambi sostituti pg in Cassazione.
Dall'Olio ha dalla sua parte, oltre alle capacità riconosciute da tutti, anche l'essere stato vicesegretario generale e magistrato segretario del Csm. Contro, sempre secondo ragionamenti interni, è l'appartenenza alla "rossa" Md, la stessa dei capi di Corte Piero Curzio e Giovanni Salvi e pure di Stefano Erbani, consigliere giuridico del Quirinale.
È stato, inoltre, capo degli ispettori dell'ex ministro della Giustizia Andrea Orlando. Viola, ben visto anche da alcuni laici, ha dalla sua il ruolo attuale di segretario generale alla procura generale della Cassazione e il ruolo passato di consigliere del Csm. Fu eletto nel 2009 con la centrista Unicost, caduta in disgrazia perché l'uomo forte degli ultimi 10 anni è stato Luca Palamara.
A incalzare Viola e Dall'Olio ci sono Luigi Birritteri e Alessandro Pepe, sempre della procura generale della Cassazione. Birritteri, ex consigliere di Stato, è stato capo del Dipartimento organizzazione giudiziaria al ministero della Giustizia con Angelino Alfano e con Paola Severino. Pepe è stato consigliere del Csm, eletto con la conservatrice MI nel 2009. Nel 2015, con Piercamillo Davigo è tra i fondatori di A&I, per prendere le distanze dall'ingerenza del leader ombra di MI, Cosimo Ferri, ex sottosegretario alla Giustizia con centrodestra e centrosinistra, ora deputato renziano.
di Silvia Vono*
Il Dubbio, 1 novembre 2020
Nonostante i provvedimenti governativi delle ultime ore, una parte dell'attività giudiziaria rischia di restare esposta al vento delle "variabili organizzative" predisposte dai capi di ciascun ufficio. Una nota della Procura generale della Cassazione ha già preannunciato la minaccia. E adesso l'esecutivo non può rispondervi con l'inerzia.
di Francesco Lo Piccolo*
huffingtonpost.it, 1 novembre 2020
Impreparati allora, impreparati adesso, con prigioni che con la pandemia sono diventate delle isole tipo Alcatraz. Se poco o nulla è stato fatto per aumentare i posti letto negli ospedali e nelle terapie intensive o per assumere medici e infermieri falcidiati negli anni dalle politiche dei tagli e dalle logiche del profitto là dove il profitto non dovrebbe essere di casa, ancora meno è stato fatto nelle carceri: non sono bastate le rivolte, ancora meno sono bastati i tredici morti di marzo e i tre morti da Covid in primavera.
di Fabio Gianfilippi*
giustiziainsieme.it, 1 novembre 2020
Le disposizioni emergenziali per contenere il rischio di diffusione dell'epidemia nel contesto penitenziario.
Il carcere alla prova della seconda ondata
Mentre il numero di contagi aumenta su tutto il territorio nazionale, anche il carcere soffre la diffusione del Covid-19, in alcuni casi, per come ricordato dal Garante nazionale nel suo comunicato del 28.10.2020
- Campania. Positivi al Covid in carcere, il Garante: gli anziani lascino le celle
- Livorno. Coronavirus, focolaio nel carcere
- Campania. "Il decreto ristori non basterà a svuotare le carceri"
- Piemonte. Primo caso di detenuto positivo al Covid morto nelle carceri
- Terni. Tre infermieri lavorano a turno per gestire oltre 500 detenuti











