di Francesca Saglimbeni
L'Arena, 23 gennaio 2021
"Le misure alternative alla detenzione per le persone senza dimora". Se ne parlerà oggi alle 15.30, in un webinar organizzato dall'associazione Avvocato di strada grazie al finanziamento di Fondazione Cariverona, nell'ambito del progetto "Diritti ai margini".
Un tema molto caldo in questo momento in cui, oltre ai dibattiti storici sulla funzione riparativa/rieducativa della pena e sulla dignità della persona, entrano in gioco le criticità del sovraffollamento delle carceri e dei protocolli anti-contagio.
Punto nodale è l'ammonimento del Consiglio d'Europa, che negli ultimi anni ha spinto gli Stati membri ad adottare misure alternative alla detenzione sempre più̀ efficaci sia in un'ottica rieducativa, che general preventiva. indirizzo che in Italia è stato fortemente ricalcato dalla sentenza Torreggiani, che nel 2013 ha condannato il nostro Paese per i trattamenti inumani e degradanti ricevuti da ben 7 persone ristrette.
L'alternativa all'espiazione della pena dietro le sbarre c'è, e va in diverse direzioni, le quali saranno illustrate da Vincenzo Semeraro, magistrato di sorveglianza del Tribunale di Verona e l'avvocato Simone Giuseppe Bergamini, moderati dall'avvocata Sara Barbesi, penalista del foro di Verona e volontaria di Avvocato di Strada.
Il dialogo cercherà di sensibilizzare soprattutto verso una categoria di detenuti, ovvero i senza fissa dimora, per i quali l'accesso al sistema di esecuzione penale esterna non è sempre garantito in egual misura ad altri condannati. Chi non ha casa e vive in una situazione di estrema povertà̀, si scontra ancora con tutta una serie di difficoltà acuite da uno sradicamento dal territorio e vari ostacoli sociali. Per partecipare: Prenotazione obbligatoria su ZOOM: https://starthubconsulting.zoom.us/webinar/register/WN_zR3bVZvfSDOadTePonN1jQ
ilreggino.it, 23 gennaio 2021
Si tratta di un servizio di assistenza legale a titolo gratuito per tutti i coloro che non possiedono i requisiti per accedere al patrocinio a spese dello Stato. "Prosegue l'attività di consulenza ed assistenza legale della rete di Avvocati Marianella Garcia. I professionisti, che operano all'interno del centro comunitario Agape, offrono un servizio di volontariato professionale e prezioso - dichiara il Presidente Agape, Mario Nasone - che continua ad essere un punto di riferimento per quanti vivono situazioni di fragilità ed hanno necessità di tutela ed accompagnamento.
In un periodo così difficile, anche per le difficoltà delle persone ad accedere ai servizi pubblici e tenuto conto della pandemia incalzante, si deve prendere atto di come si siano acutizzati i problemi delle famiglie e dei singoli e il ricorso a questa forma di aiuto rappresenta un ausilio concreto, professionale e tempestivo, rivolto a quelle categorie di cittadini che in questo momento hanno bisogno di riscontri". Così come già è avvenuto in passato nei casi di donne vittime di violenze, di cittadini migranti, famiglie in crisi, madri sole, minori, gli Avvocati della "Marianella Garcia" offrono il loro volontario supporto. L'Avvocato Lucia Lipari, responsabile della MG, ha precisato inoltre che: "possono rivolgersi alla nostra rete anche servizi pubblici, associazioni e cooperative che si occupano di fasce deboli e che hanno esigenza di potere fruire di consulenza e di una tutela legale per le persone di cui si prendono carico. La lotta alla povertà può fare un salto di qualità solo ripensando ad un sistema di welfare capace di implementare le risorse, rendere più efficaci e mirati gli interventi e spingendo cittadini e professionisti a fare di più per la collettività".
Il servizio di consulenza e di assistenza legale può essere richiesto nelle giornate di lunedi e mercoledì dalle ore 15.00 alle 18.00, telefonando allo 0965/894706. Per le richieste che avranno bisogno di un colloquio in presenza sarà fissato un appuntamento, nel rispetto delle disposizioni di sicurezza vigenti, presso il Centro Comunitario Agape, in via P. Pellicano n. 21/h.
L'Ufficio Legale della Marianella Garcia garantisce così un servizio di assistenza legale a titolo gratuito per tutti i coloro che non possiedono i requisiti per accedere al patrocinio a spese dello Stato, presta ascolto, informa sui benefici di legge, assiste legalmente le fasce deboli ed orienta chi manifesta una richiesta d'aiuto.
Corrobora anche lo Sportello Minori e Diritti in collaborazione con il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, insieme ad altri partner quali Agape, Save The Children, Unicef e la Camera Minorile di Reggio Calabria; cura la formazione professionale e specialistica, svolge attività a tutela dell'etica nelle professioni e attività di promozione della cultura dei diritti. Opera in sinergia con altre realtà associative, enti ed organismi a livello regionale e nazionale, nonché con Istituzioni Pubbliche.
di Matteo Vercelli
L'Unione Sarda, 23 gennaio 2021
Nell'Isola il 5,4% dei detenuti frequenta percorsi accademici contro una media nazionale dell'1,4%. In Sardegna il 5,4% dei detenuti frequenta corsi universitari, contro l'1,4% registrato a livello nazionale. Un buon risultato, dunque, emerso durante la tavola rotonda on line su università e recupero sociale organizzata dalla Facoltà di Studi umanistici per celebrare i 400 anni dell'Ateneo cagliaritano.
A rivelare il dato è stato il Provveditore regionale all'amministrazione penitenziaria, Maurizio Veneziano, che ha definito il fenomeno "fortemente significativo di un'azione ben condotta in questa regione con il supporto dell'amministrazione penitenziaria nazionale, che ha saputo creare una rete interistituzionale in grado di far salire questo dato a livelli così importanti. In Sardegna siamo capofila di una progettualità che sarà certamente seguita e avallata nel resto d'Italia".
Dallo scorso anno l'Università di Cagliari ha attivato un Polo universitario penitenziario che garantisce la frequenza a corsi e seminari ai detenuti e alle detenute negli istituti di Uta e Massama che ne facciano richiesta. Un'attività che genera anche un indiretto risparmio di risorse: "Normalmente - ha aggiunto Veneziano - un detenuto costa allo Stato in media 300 euro al giorno. Tutto quello che spendiamo in cultura, istruzione, lavoro - elementi premianti del trattamento penitenziario che riducono la recidiva una volta terminata la pena - va a formare un grande valore economico".
Il riferimento è all'attività svolta dai Poli Universitari Penitenziari, istituiti dal 2018 in tutta Italia e operativi anche in Sardegna: "Abbiamo iniziato in una ventina di atenei - ha detto Franco Prina, Presidente Conferenza Nazionale dei Poli Universitari Penitenziari della Conferenza dei Rettori italiani - Oggi siamo 37 e copriamo regioni nuove, come Puglia e Sicilia, in cui stiamo attivando nuove convenzioni con i provveditorati. In totale l'anno scorso erano 920 i detenuti iscritti in università italiane che offrono questo servizio".
L'impegno dell'Università di Cagliari nelle carceri di Uta e Massama è stato testimoniato dal Rettore Maria Del Zompo: "L'unico ascensore sociale che funziona, l'unica realtà che può far cambiare di stato una persona è la cultura, la conoscenza - ha ricordato - Questo accade nella scuola e negli studi universitari: è con orgoglio che il nostro ateneo, grazie alla professoressa Cristina Cabras e alle altre istituzioni coinvolte, porta avanti un percorso difficile di recupero di persone che hanno sbagliato e che hanno voglia di riscattarsi".
Nei mesi scorsi l'Università di Cagliari ha garantito lezioni e seminari ai detenuti che ne hanno fatto richiesta, grazie all'impegno di decine tra ricercatori e unità di personale tecnico-amministrativo.
"Negli anni scorsi gli studi scientifici dello staff della prof.ssa Cabras - ha aggiunto Gianfranco De Gesu, Direttore Generale dei Detenuti e del Trattamento, Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia - hanno dimostrato che quando i detenuti delle colonie penali sarde avevano la possibilità di acquisire competenze attraverso lo studio, il tasso di recidiva crollava. L'incontro con il mondo universitario era quindi assolutamente necessario. Il Covid ha poi fatto sì che anche l'amministrazione penitenziaria adottasse collegamenti multimediali che hanno consentito anche in questo periodo la partecipazione dei detenuti ai corsi universitari".
All'incontro è intervenuto anche don Ettore Cannavera, fondatore della Comunità La Collina e per tanti anni cappellano nel carcere minorile di Quartucciu: "Dico sempre che devianti non si nasce, ma si diventa - ha detto - soprattutto quando non si ha avuto la possibilità di crescere culturalmente. Per questo l'impegno dell'Università nelle carceri è fondamentale: la maggior parte dei ragazzi però non ha accesso a questa possibilità, molti perché vivono ancora nell'analfabetismo. È importante che l'università ci aiuti a far crescere i nostri ragazzi nella cultura e nella stima di sé, perché tutti devono avere questa possibilità, anche quelli che sono finiti in carcere".
di Francesca Sabella
Il Riformista, 23 gennaio 2021
L'allarme del garante Ciambriello: "Gli ultimi dati sui contagi confermano che il carcere è tutt'altro che un luogo immune al virus, come invece dichiarato dalla politica e da incauti operatori della giustizia. Eppure i detenuti rientrano ancora tra gli "scartati" dal piano dei vaccini". Nel giorno in cui il commissario Domenico Arcuri annuncia che il vaccino ai reclusi sarà somministrato subito dopo gli 80enni, il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello riaccende i riflettori sull'emergenza pandemica dietro le sbarre e sull'urgenza di somministrare il vaccino a chi vive tra le mura del carcere, ora che i numeri sono tutt'altro che rassicuranti.
In Campania sono 68 i detenuti risultati positivi al virus: uno all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere e 64 in quello di Secondigliano, a loro se ne aggiungono altri tre che sono invece ricoverati in ospedale. Inoltre ci sono 53 contagiati tra agenti di polizia penitenziaria e personale sanitario. A preoccupare è anche l'isolamento imposto ai detenuti che hanno avuto contatti con persone positive al virus.
Nel penitenziario di Secondigliano, sono centinaia i reclusi sottoposti a quarantena precauzionale e fiduciaria che lunedì prossimo si sottoporranno al tampone per verificare la positività al virus. "Di fronte a questi numeri - commenta Ciambriello - bisogna attendere una quantità eccessiva di morti per parlare di carcere e Covid o il solo rischio è sufficiente per affrontare la questione? Se sono già decine di migliaia i contagiati in tutta Italia, molti nella sola Campania, le conseguenze sanitarie, fisiche, psicologiche di questo contagio vanno affrontate subito".
L'avanzata del Covid fa tremare le prigioni di tutto il Paese. Secondo i dati diffusi pochi giorni fa dal Ministero della Giustizia, sarebbero 666 detenuti positivi al Covid e circa 26 quelli che al momento necessitano di cure ospedaliere e sono quindi ricoverati. Cresce anche il numero di contagiati tra gli addetti ai lavori: 612 positivi tra agenti di polizia penitenziaria e personale penitenziario, altri 14 sono invece ricoverati in ospedale. Appare evidente la necessità di vaccinare la popolazione carceraria o, quantomeno, di iniziare a organizzare la campagna vaccinale stabilendo tempistiche e modalità di tale azione.
La battaglia per far sì che i detenuti vengano inseriti tra le categorie a rischio e quindi vaccinati tra i primi, è stata al centro dell'attenzione anche dell'Ordine degli avvocati di Napoli che si è mobilitato per portare alla ribalta l'emergenza Covid in carcere. È stata la prima iniziativa in questo senso da parte di un ente pubblico, l'impegno è scattato dopo lo sciopero della fame di Rita Bernardini, ex deputata dei Radicali, e gli appelli di penalisti e garanti.
"È giusto, come si sta già facendo, procedere alla vaccinazione degli operatori sanitari nelle carceri, così come per gli agenti di polizia penitenziaria e gli operatori - afferma il garante regionale dei detenuti - Mi chiedo, però, visti i focolai di contagio in tutta Italia, i detenuti malati cronici con età superiore a 60 anni che si trovano nei Sai (Servizi di Assistenza Intensificata) delle carceri, quando riceveranno questa possibilità, chiaramente sempre su base volontaria? O forse sono cittadini di "serie B", cosiddetti scartati? Il rischio è quello di un razzismo di ritorno verso persone che avrebbero diritto al vaccino ma non l'ottengono solo perché detenuti".
Infine, il garante sottolinea come, nella seconda fase di pandemia, il numero di detenuti in Campania che hanno beneficiato di misure premiali ed eccezionali sia stato estremamente esiguo: dei 250 che avrebbero potuto scontare residui pena a casa, solo 90 hanno lasciato il carcere.
"Mi auguro che la magistratura di sorveglianza discuta in tempi ragionevoli delle istanze di liberazione anticipata per consentire a quanti più detenuti possibile di ottenere la detenzione domiciliare con o senza braccialetto elettronico - conclude Ciambriello - Lo stesso vale per le istanze di l'affidamento in prova ai servizi sociali e di semilibertà, oltre che per i ristretti gravemente ammalati che potrebbero beneficiare del differimento dell'esecuzione della pena".
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 23 gennaio 2021
Mons. Cesare Nosiglia, tramite la nostra rubrica "La Voce dentro" del numero del 20 dicembre scorso, poiché causa l'emergenza Covid non ha potuto celebrare la consueta Messa di Natale nel carcere torinese "Lorusso e Cutugno", ha scritto una lettera di auguri per i ristretti adulti e per i giovani reclusi nel carcere minorile "Ferrante Aporti". Una detenuta ci ha inviato una lettera (che pubblichiamo) per ringraziare l'Arcivescovo, il nostro giornale e i lettori che hanno accolto l'appello di regalare un abbonamento ai carcerati.
Gentile Direttore, con questa lettera vorrei ringraziare la redazione e tutti coloro che si ricordano di noi detenuti come persone e pensano a noi con umanità. Ho letto la lettera che mons. Cesare Nosiglia, tramite il suo giornale, ha voluto inviarci e le chiedo di portagli i miei ringraziamenti per le parole di speranza chi ci ha donato.
Ci è mancata la Messa di Natale presieduta dall'Arcivescovo che mi ha cresimata qui in carcere nel 2017, ci sono mancati i volontari e anche la presenza della vostra giornalista che ci segue per il suo giornale che leggiamo grazie alla generosità di tanti suoi abbonati. Mi spiace che stia per finire il suo "mandato", anche perché mons. Nosiglia è un uomo vicino alla gente comune e che non ha paura di esporsi anche redarguendo i "detentori del potere".
Questo per me è importantissimo perché ci fa sentire meno soli, dà forza a quei lavoratori che stanno perdendo il lavoro, agli ultimi lasciati al freddo, agli anziani soli dona quell'affetto di cui una società troppo egoista spesso ne dimentica l'esistenza. Qui in carcere il 2020 è stato un anno devastante, in un luogo già chiuso e stringente per il corpo e l'anima, il tempo è diventato ancora più lungo e pesante.
Solo grazie ai cappellani durante il primo lockdown siamo riusciti a tenere viva la speranza e abbiamo deciso di evitare sterili rivolte o piagnistei. Come detenuti abbiamo scelto di rispettarci come persone e di divulgare il nostro appello, pubblicato sui alcuni giornali a fi ne dicembre, per chiedere un gesto di clemenza e in questo periodo di Pandemia misure meno affl ittive estese a tutta la popolazione detenuta. Per quanto mi riguarda, ho molta paura a tornare fuori nelle "vie del male" e sto facendo del mio meglio per tornare ad essere una donna che si vuol bene e non si spreca. Purtroppo il carcere è un ambiente duro e mi pesa molto stare lontana dai miei affetti e con persone "estranee", anche se la solidarietà e l'impegno tra alcune di noi non manca e ci unisce. Ma non siamo tutti uguali anche se, almeno tra "gli ultimi", bisognerebbe essere coesi e non farsi i dispetti.
Purtroppo il futuro è carico più di incertezze che di buon auspici specie per chi come me teme l'esclusione completa da un possibile reinserimento una volta scontata la mia pena. "Fuori" c'è una crisi spaventosa, qui i progetti di reinserimento al lavoro per le donne scarseggiano e mi chiedo ogni giorno con angoscia se ce la farò.
Ma non mi faccio "uccidere" dal vittimismo, lo combatto: con il lavoro di addetta alle pulizie, con lo studio universitario anche se con difficoltà perché la sezione del Polo universitario interna è per ora riservata ai detenuti maschi; e poi ho svolto volontariato presso l'Icam, la sezione speciale dove sono ristrette le mamme con bambini sotto i 6 anni: tutto ciò mi riempie le giornate e il cuore perché mi sento una persona migliore servendo il prossimo. Ricordo gli insegnamenti dei salesiani quando andavo l'oratorio Agnelli e la scuola salesiana che frequentavo.
Rivolgere la mia preghiera a Dio mi aiuta, mi rafforza e non mi fa sentire sola. E non è una vergogna per me essermi allontanata da certi "codici" della strada: temo solo che senza un progetto per il mio futuro e senza un lavoro la solitudine mi ci riporti dentro.
Fuori avevo scelto la deviazione, qui mi sto impegnando come non mai a crearmi un futuro e non sbagliare ancora. Poiché non ho una casa e un lavoro fuori, prego e aspetto con ansia che gli educatori mi diano una mano a trovare un lavoretto esterno come prevede l'art.21 per poter proseguire il percorso verso la libertà e una nuova vita. Grazie per l'attenzione che ci riservate, grazie all'Arcivescovo.
Lettera firmata
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 23 gennaio 2021
Nel 2020 è successo un miracolo nella terra di Allah. Dopo essere stato per anni uno dei carnefici più prolifici al mondo, l'Arabia Saudita si è concessa una tregua. Ha tagliato meno teste: "solo" 27. Di solito l'esecuzione avviene nella città dove è stato commesso il crimine, in un luogo aperto al pubblico vicino alla moschea più grande. Il condannato è portato sul posto con le mani legate e costretto a chinarsi davanti al boia, il quale sguaina una lunga spada tra le grida della folla che urla "Allahu Akbar!" (Dio è grande).
A volte, quando il reato commesso è considerato particolarmente brutale, alla decapitazione segue anche l'esposizione in pubblico dei corpi dei giustiziati. È il boia stesso a fissare la testa mozzata al corpo per poi farlo pendere per circa due ore dalla finestra o dal balcone di una moschea o fissarlo a un palo, durante la preghiera di mezzogiorno. Talvolta i pali formano una croce, da cui l'uso del termine "crocifissione". Benvenuti in Arabia Saudita, dove regna la legge islamica dura e pura. L'unico paese al mondo a mozzare la testa come metodo per eseguire sentenze capitali in base alla Sharia. L'antico principio del Codice di Hammurabi, la legge del taglione, detta anche pena del taglio, nel Regno di Saud ha trovato la sua applicazione letterale.
Negli ultimi anni, l'Arabia Saudita, insieme a Cina e Iran, aveva sempre conquistato il terribile podio dei primi tre Paesi-boia del pianeta, piazzandosi sul gradino più basso, il terzo, ma pur sempre un posto non invidiabile per chi ha a cuore i diritti umani e ritiene intollerabile che nel terzo millennio vi siano ancora Paesi che per fare giustizia lapidano, decapitano, impiccano, fucilano o avvelenano esseri umani.
Nel 2020 è successo un miracolo nella terra di Allah. Dopo essere stato per anni uno dei carnefici più prolifici al mondo, il boia con la spada si è concesso una tregua. Ha tagliato meno teste: "solo" 27, un numero drasticamente ridotto dopo il "lavoro straordinario" compiuto nel 2019 e nel 2018 con, rispettivamente, 184 e 144 teste mozzate.
Mentre l'omicidio, secondo l'interpretazione saudita della Sharia, è compreso tra i reati "hudud" per i quali il Corano prevede esplicitamente una pena inderogabile, la decapitazione, i reati legati alla droga sono considerati "ta'zir": il crimine e la punizione non sono definiti nell'Islam, sono a discrezione del giudice. Ciò nonostante, l'ideologia proibizionista ha sempre dato un contributo consistente alla pena del taglio in Arabia Saudita.
Nel nome della guerra alla droga, negli ultimi anni sono state effettuate decine e decine di esecuzioni. Sentenze discrezionali per reati "ta'zir" hanno portato a condanne a morte irragionevoli. Molti di coloro che sono stati giustiziati per droga erano spesso trafficanti di basso livello provenienti quasi tutti dai Paesi poveri del Medio Oriente, dell'Africa e dell'Asia. Avevano poca o nessuna conoscenza dell'arabo e non erano in grado di comprendere o leggere le accuse contro di loro in tribunale.
Spesso non sapevano di essere stati condannati a morte e, in molti casi, neanche che il loro processo si era concluso. Alcun di loro hanno potuto capire ciò che gli stava accadendo solo all'ultimo momento, quando le guardie hanno fatto irruzione nella cella, hanno chiamato la persona per nome e l'hanno trascinata fuori con la forza per portarla sul luogo dell'esecuzione. Nel 2020, invece, le decapitazioni per droga sono state "solo" 5, avvenute tutte a gennaio, prima dell'entrata in vigore di una nuova legge, emanata per decreto reale come di solito accade, che ordina l'interruzione di tali esecuzioni.
L'anno scorso il Regno saudita ha anche abolito la pena di morte per crimini commessi da minori e ha ordinato ai giudici di porre fine alla pratica della fustigazione pubblica, sostituendola con il carcere, multe o servizi di pubblica utilità. Dietro questi cambiamenti, v'è sicuramente il principe ereditario Mohammed bin Salman che, nel suo tentativo di modernizzare il Paese, attrarre investimenti stranieri e rinnovare l'economia, ha guidato una serie di riforme che riducono il potere dei wahhabiti ultraconservatori, fautori di una rigida interpretazione dell'Islam.
"La moratoria sui reati legati alla droga significa che il Regno sta dando una seconda possibilità ai criminali non violenti", ha detto la Commissione saudita per i diritti umani, per la quale il cambiamento rappresenta un segno che il sistema giudiziario saudita si sta concentrando sulla riabilitazione e sulla prevenzione piuttosto che esclusivamente sulla punizione.
Secondo Human Rights Watch, la diminuzione delle esecuzioni è un segno positivo, ma le autorità saudite devono anche fare i conti con un "sistema di giustizia penale orribilmente ingiusto".
Mentre le autorità annunciano le riforme, i pubblici ministeri sauditi chiedono ancora la pena di morte nei confronti di oppositori politici per nient'altro che le loro idee pacifiche, i giudici continuano a condannarli a morte e l'uomo con la spada li attende davanti alla moschea più grande per staccargli la testa tra le grida della folla che urla "Allahu Akbar!".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 gennaio 2021
La donna, sposata con un italiano, vive con la figlia minore nel nostro Paese dal 2018. Rischia 10 anni per dei biglietti di viaggio, quasi tutti rimborsati. Senza battere ciglio, il governo italiano ha concesso l'estradizione richiesta dalle autorità russe nei confronti di una donna, madre di una bambina di sette anni, e questo nonostante che sia stata minacciata da un importante politico aderente al partito di Putin con queste testuali parole: "Utilizzeremo tutte le nostre risorse e le nostre partnership amichevoli sul territorio italiano!".
Non solo. L'Italia - nonostante una importante patologia della donna - non ha chiesto nemmeno riassicurazioni sul luogo di detenzione dove verrà tradotta, sulle condizioni del sovraffollamento e sulle condizioni igieniche anche in relazione al Covid 19. Come se non bastasse, per il nostro governo, non è rilevante il fatto che ad effettuare le indagini e ad inquisire la donna, sia un procuratore russo che sarebbe stato truffato dalla agenzia di viaggi gestita dalla donna. Il condizionale è d'obbligo, visto che in seguito quasi tutti i clienti sono stati rimborsati.
Anastasia Chekaeva sottoposta a procedimento penale per una presunta truffa - Per questa vicenda lei rischia 10 anni di carcere. Ora la donna è stata tradotta nel carcere di Sassari, e da un momento all'altro arriveranno le autorità Russe per prelevarla e rinchiuderla, in via preventiva, in un luogo detentivo che potrebbe anche costarle la vita. Una storia davvero drammatica e seguita dall'avvocata Pina Di Credico Del foro di Reggio Emilia e dall'avvocato Fabio Varone del foro di Nuoro. Parliamo di Anastasia Chekaeva, cittadina della federazione Russa, sottoposta nel suo Paese a procedimento penale per presunti fatti di truffa perché - addetta a una agenzia di viaggi presso il centro commerciale "Galleria Chizhov" nella città di Voronezh -, si sarebbe appropriata di somme pagate dai clienti per l'acquisto di viaggi organizzati poi non forniti. Parliamo di un importo complessivo inferiore a 20.000 euro. In seguito rimborserà quasi tutti. Tranne chi? Il procuratore russo che ha deciso di inquisire lei e il marito di cittadinanza italiana, titolare dell'agenzia.Ma si aggiunge un altro problema.
Contro di lei si sono accaniti due uomini del partito di Putin - Il legale rappresentate della "Galleria Chizhov" è Klimentov Andry Vladimirovich, vice Presidente della Commissione per il Lavoro e la Protezione Sociale della popolazione. Ma il pezzo grosso è il fondatore della Galleria: Chizhov Sergey Viktorovich, dal 2007 deputato della Duma di Stato della Russia. Entrambi sono noti e discussi esponenti politici del partito "Russia Unita", il cui leader è Vladimir Putin. Sono loro che si sono ferocemente accaniti per vendicarsi della "cattiva pubblicità" causata dal processo contro l'agenzia che ospitano nella loro galleria. Una rabbia dovuta anche alle relative strumentalizzazioni politiche da parte degli oppositori. Non a caso, Klimentov, ha scritto un messaggio nei confronti dell'italiano F. Crespi, titolare dell'agenzia di viaggi e marito della Chekaeva, con parole di questo tenore: "Le conseguenze saranno molto brutte!".
Com'è detto, i clienti dell'agenzia di viaggio sono stati quasi tutti risarciti. Tra quelli che ancora dovevano essere rimborsati c'è il procuratore nel distretto di Leninsky presso la città di Voronezh, e si tratta della stessa Procura che ha aperto il procedimento e svolto le indagini. Sulla base di tali accuse, l'Autorità giudiziaria russa ha avviato un procedimento penale nei confronti della Chekaeva, ma - come risulta dagli atti del processo - l'ha tenuta sempre all'oscuro, al fine di precostituirsi il titolo per poter emettere a suo carico un provvedimento di carcerazione preventiva e domandare la successiva estradizione all'Italia. Il marito è italiano e per lui l'estradizione non poteva essere chiesta. Ecco perché il procuratore ha preferito accusare solo la donna, tra l'altro semplice dipendente dell'agenzia. "A dimostrazione che la Chekaeva non si sia allontanata dal territorio della Federazione russa per sottrarsi al procedimento - spiegano a Il Dubbio gli avvocati Pina Di Credico e Fabio Varone -, è provato dal fatto che è da tempo titolare di carta d'identità italiana e di regolare permesso di soggiorno, vive stabilmente in territorio italiano con la figlia minore, cittadina italiana di sette anni, entrambe domiciliate in Italia dal 4 gennaio 2018 e residenti in un piccolo comune in provincia di Sassari".
In Italia rigettati i ricorsi e le istanze della difesa - L'autorità giudiziaria italiana, sia nella fase giurisdizionale (Corte d'appello e Corte di Cassazione) che precede la decisione di consegna del ministro, sia nella fase amministrativa (Tar e Consiglio di Stato) successiva alla decisione, ha rigettato i ricorsi e le istanze della difesa (comunicati al ministero), nonostante la insussistenza oggettiva delle condizioni legittimanti l'estradizione.
"È stato violato - denunciano gli avvocati della Chekaeva - sia il diritto al giusto processo, sancito dall'articolo 6 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo, ratificata dall'Italia e dalla Russia, sia il diritto a non subire trattamenti crudeli, disumani o degradanti, stabilito dall'articolo 3 della stessa Convenzione, tenuto conto della situazione di sovraffollamento e delle gravissime condizioni igienico-sanitarie della popolazione carceraria della Federazione Russa, in particolare dei centri di detenzione preventiva (Sizos), come risulta dalla copiosa documentazione prodotta nei vari giudizi". Una situazione ulteriormente aggravata dalla emergenza sanitaria dovuta alla diffusione dei contagi da Covid-19 proprio nelle carceri russe, circostanza anch'essa documentata anche in relazione alle particolari condizioni di salute della Chekaeva.
I legali, inoltre, sottolineano che risulta anche violato il diritto della figlia minore, cittadina italiana, a conservare il rapporto con la madre, in violazione della Convezione europea sull'esercizio dei diritti dei minori (ratificata dall'Italia e non ancora dalla Federazione Russa, nonostante la sua sottoscrizione), considerato che la vita della bambina è radicata in Italia, ove risiede da tre anni, né potrebbe trasferirsi in territorio russo, dove ovviamente la Chekaeva non potrebbe assisterla.
Inoltre, il 28 ottobre 2020, è stata inoltrata al ministero sia una istanza di riesame della decisione di consegna per la violazione dell'art. 14 della Convenzione europea di estradizione - ratificata dall'Italia e dalla Federazione Russa - poiché l'Autorità giudiziaria russa, nell'ambito dello stesso procedimento penale per il quale aveva richiesto l'estradizione, ha posto sotto processo la Chekaeva per reati di truffa diversi rispetto a quelli oggetto della domanda estradizionale. "Su tale istanza di riesame il ministero - denunciano sempre gli avvocati Di Credico e Fabio Varone - non ha mai comunicato alcuna decisione".
Ieri la Corte d'appello di Sassari ha sottoposto la Chekaeva alla custodia cautelare in carcere - Nonostante ciò, il governo ha dato corso all'esecuzione della estradizione, poiché la Corte d'appello di Sassari, in data 22 gennaio 2021, su sollecitazione del governo stesso, ha sottoposto la Chekaeva alla misura della custodia cautelare in carcere al fine della sua consegna alla Federazione Russa e alle autorità di Putin.
"Il tutto - denunciano con forza i legali della donna - sta avvenendo in piena pandemia mondiale per la diffusione del virus Covid-19 che avrebbe dovuto indurre il nostro ministero quantomeno a sospendere la consegna in attesa del miglioramento delle condizioni sanitarie".
Ma da un momento all'altro potrebbero arrivare le autorità russe per portarla in un Paese dove lo stato di diritto è quasi del tutto inesistente. Nel frattempo gli avvocati Pina Di Credico e Fabio Varone faranno ricorso alla Cedu. Ma non c'è tempo, il nostro governo dovrebbe come minimo sospendere l'estradizione. Inoltre c'è una bambina che potrebbe rimanere da sola. Il padre è costretto a lavorare in Svizzera per poter sfamare la famiglia. La madre invece, rischia di essere rinchiusa per 10 anni. Il tutto per dei biglietti di viaggio, tra l'altro quasi tutti imborsati.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 23 gennaio 2021
Polizia e paramilitari hanno adottato torture e ingiustificate detenzioni come metodo di contenimento delle proteste. Numerose le violazioni dei diritti umani durante le proteste di Maidan in Ucraina. Così la Corte europea dei diritti dell'uomo con diverse sentenze (ricorsi nn. 15367/14, 12482/14, 39800/14, 42753/14, 43860/14, 21429/14 e 58925/14) ha stigmatizzato come torture e attentati alla sicurezza e alla libertà personale le azioni di repressione della protesta operate dalle forze dell'ordine e da corpi paramilitari. I giudici della Corte europea, all'unanimità, hanno affermato l'avvenuta violazione di diversi diritti umani tutelati dalla convenzione Cedu: articolo 3 (divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti); articolo 5, paragrafi 1 e 3 (diritto alla libertà e alla sicurezza); articolo 11 (libertà di riunione e associazione); articolo 2 (diritto alla vita); articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare).
I fatti sono quelli noti per la cronaca come le proteste di Maidan, dal nome della piazza principale di Kiev, e quelli delle manifestazioni tenutesi in altre città dell'Ucraina. E sotto la lente della Corte Cedu sono finite le attività di contrasto a tali proteste, ma soprattutto le modalità con cui sono state realizzate: dalla dispersione dei manifestanti alla loro detenzione, dal rapimento di attivisti ai maltrattamenti loro inflitti. Tutti i ricorrenti davanti alla giustizia europea, erano stati coinvolti negli scontri con la polizia o con gli agenti non statali, accusati gli uni e gli altri di avere impiegato modi brutali verso i manifestanti, a cui sarebbe stato negato il diritto a manifestare, anche con detenzioni ingiustificate e, in un caso, con l'omicidio.
Per la Corte è stata raggiunta la prova che la repressione sia stata deliberatamente condotta con violenza e maltrattamenti. Da cui la responsabilità dello Stato, che si sarebbe affidato proprio a tali mezzi illegali e contrari al rispetto dei diritti umani, al fine di far rientrare le proteste. Quindi una vera e propria strategia di umiliazioni e violenze tali da fiaccare i manifestanti. La protesta prende l'avvio nel 2013 quando lo Stato ucraino pone nel nulla l'accordo di associazione con l'Unione europea e culminerà nei moti "rivoluzionari" del 2014.
di Claudia Guasco
Il Mattino, 23 gennaio 2021
Aveva dieci anni, tre profili Facebook e almeno due su TikTok. È morta strangolandosi in bagno con la cintura dell'accappatoio, voleva filmarsi nella spaventosa sfida Black out challenge. Gli investigatori stanno cercando di capire se sia stata la bambina a creare le identità virtuali o un adulto abbia provveduto per lei. Ma nel frattempo il Garante per la protezione dei dati personali "ha disposto nei confronti di TikTok il blocco immediato dell'uso dei dati degli utenti per i quali non sia stata accertata con sicurezza l'età anagrafica". Un provvedimento che lancia un segnale forte a tutti i social e crea un importante precedente: chi non si adegua, sarà sottoposto alla medesima disposizione.
L'authority "ha deciso di intervenire in via d'urgenza a seguito della terribile vicenda della bambina di dieci anni di Palermo", spiega in una nota. Ma già lo scorso dicembre "il garante aveva contestato a TikTok una serie di violazioni: scarsa attenzione alla tutela dei minori; facilità con la quale è aggirabile il divieto, previsto dalla stessa piattaforma, di iscriversi per i minori sotto i 13 anni; poca trasparenza e chiarezza nelle informazioni rese agli utenti; uso di impostazioni predefinite non rispettose della privacy". In attesa di ricevere il riscontro richiesto con l'atto di contestazione, l'autorità ha deciso comunque di intervenire "al fine di assicurare immediata tutela ai minori iscritti al social network presenti in Italia". Ha quindi vietato a TikTok l'ulteriore trattamento dei dati degli utenti "per i quali non vi sia assoluta certezza dell'età e, conseguentemente, del rispetto delle disposizioni collegate al requisito anagrafico". Il divieto "durerà per il momento fino al 15 febbraio, data entro la quale il Garante si è riservato ulteriori valutazioni. Il provvedimento di blocco verrà portato all'attenzione dell'Autorità irlandese, considerato che recentemente TikTok ha comunicato di avere fissato il proprio stabilimento principale in Irlanda". Il mondo dei social è avvisato. Tutte le piattaforme principali, da Facebook a Instagram, da Twitter a YouTube, fissano a tredici anni l'età minima per l'iscrizione, chi non vigila incorrerà nell'azione del Garante che impone il blocco dell'utilizzo dei dati personali dell'utente di cui non è in grado di dimostrare il requisito anagrafico. Un intervento per effetto del quale il minore potrà essere semplice fruitore della piattaforma ma non caricare contenuti, se tenta di farlo viene estromesso dall'account.
Ieri uno striscione è stato appeso al balcone della scuola nel centro storico di Palermo frequentata dalla bambina: "Ciao, per anni ti abbiamo tenuto per mano, ora ti terremo nel cuore". I suoi organi salveranno la vita a quattro piccoli. "Abbiamo scelto di dire si alla donazione perché nostra figlia avrebbe detto si, fatelo. Era una bambina generosa. E visto che non possiamo averla più con noi, abbiamo ritenuto giusto aiutare altre persone", dicono sconvolti i genitori. Subito dopo aver saputo dai medici che non c'era più nulla da fare e che era stata dichiarata la morte cerebrale della figlia, la coppia ha acconsentito all'espianto degli organi. Il prelievo è stato eseguito all'ospedale dei Bambini: il fegato, che è stato diviso a metà e destinato a due piccoli pazienti, i reni e il pancreas. "Un esempio della grande generosità e solidarietà di due splendidi genitori", riflette il coordinatore del Centro regionale trapianti, Giorgio Battaglia. Intanto la procura di Palermo e la Procura dei minori, che indagano per istigazione al suicidio a carico di ignoti, hanno disposto l'autopsia. La bambina aveva diversi profili su Facebook e TickTok e con il telefonino, che è stato sequestrato e dal quale gli inquirenti contano di acquisire elementi importanti per comprendere cosa sia accaduto, potrebbe essere stato registrato il video degli ultimi istanti di vita della bambina che sarebbe poi dovuto finire sul social cinese come prova della partecipazione alla sfida.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 23 gennaio 2021
La regione settentrionale del Tigray è devastata dagli scontri: una enorme massa di persone tenta di raggiungere il Sudan. Il presidente Ahmed Abiy, Nobel per la pace nel 2019, nega e ha chiuso l'area. Ma che cosa c'è alle radici del conflitto? No ai giornalisti, chiuse le strade, tagliati i collegamenti aerei e qualsiasi tipo di comunicazione telefonica o Internet. In sostanza: censura totale, o meglio, boicottaggio dell'informazione indipendente.
A detta del premier etiope, Ahmed Abiy, premio Nobel per la pace nel 2019, le notizie su cosa stia accadendo dall'inizio della guerra il 4 novembre nella provincia settentrionale del Tigray dovrebbero arrivare esclusivamente da lui o dagli scarni bollettini dei suoi portavoce militari. Nonostante i profughi scappati in Sudan negli ultimi due mesi siano ormai oltre 60.000 e portino con loro racconti di massacri e orrore generalizzati. Secondo l'Onu arriveranno presto a oltre 100.000. Gli sfollati interni al Tigray superano i 220.000. Si parla di oltre 2,5 milioni di persone investite dalla crisi. Un numero enorme, tenendo conto che i tigrini non arrivano ai 6 milioni in tutto. Sono cifre approssimative, probabilmente per difetto.
L'Onu e le agenzie umanitarie internazionali non hanno libero accesso. I rari reporter che hanno violato la censura sono stati messi a tacere. Un paio di inviati della Reuters (meno facilmente sopprimibili grazie al loro impiego con un'agenzia internazionale) sono comunque finiti in carcere perché erano riusciti in modo rocambolesco a contattare alcuni medici di Macallè, il capoluogo della regione contesa, che parlavano di "scontri continui", "ospedali in ginocchio incapaci di curare le vittime civili", disordini attorno alla città e addirittura "genocidi etnici". Risultato: secondo Abiy dovremmo accontentarci delle sue dichiarazioni di "vittoria", come quella del 28 novembre, quando annunciò gongolante che le sue truppe erano entrate nella roccaforte tigrina "senza attaccare i civili, con pochissimi danni" e soprattutto che la zona stava "tornando alla normalità".
I suoi generali hanno poi continuato a parlare di "cattura sistematica" o "eliminazione" dei dirigenti del Fronte popolare per la liberazione del Tigray (meglio noto con l'acronimo inglese di Tplf). Insomma: un successo pieno, capace di garantire finalmente l'unità e la pacificazione del Paese contro i "terroristi aiutati dall'estero" e la guerriglia tribale.
Tanto lascia intravvedere una realtà assolutamente diversa. A partire da un comunicato diffuso dallo stesso governo di Addis Abeba a metà dicembre, che offriva una cifra pari a circa 220.000 euro a chiunque fornisse indicazioni che potessero aiutare a catturare i capi del Tplf. Un'evidente contraddizione, dopo aver sbandierato di essere riusciti a sconfiggerli. È la prova evidente che la guerriglia continua, specie sulle montagne e nelle zone rurali, come del resto avevano previsto sin da subito diversi osservatori ed esperti internazionali del Corno d'Africa. Sebbene la popolazione del Tigray non conti più del 6 per cento dei circa 110 milioni di etiopi, le sue milizie rappresentano ormai da decenni la forza militare singolarmente più importante del Paese. Batterla non sarà affatto semplice per l'esercito federale e comunque necessiterà parecchio tempo.
Ma, al momento, a smentire Abiy sono soprattutto le testimonianze dei civili del Tigray in fuga verso i campi dall'Unhcr (l'organizzazione Onu per i profughi) in Sudan. "Non tornerò a casa mia. Prima occorre che Abiy venga scacciato. I suoi soldati ci uccidono, ci perseguitano. Al momento dell'aggressione dell'esercito ero con mio figlio Sami di 11 anni.
Il resto della famiglia è stato massacrato. Gli hanno sparato due proiettili a bruciapelo. Era coperto di sangue, ma respirava ancora. Volevo portarlo da un medico. I soldati hanno detto che doveva morire, lo hanno lasciato a terra e sono stato costretto ad andarmene", racconta tra i tanti Fish Gibreselaissie, un meccanico originario della cittadina di Adebay, che, dopo settimane di cammino, nutrendosi di bacche, dormendo al freddo, sfuggendo a milizie e gruppi di banditi, è riuscito a raggiungere il campo profughi di Um Rakouba. La sua voce è rilanciata sui comunicati ufficiali dell'Unhcr.
In Sudan arrivano in prevalenza i giovani più forti. I deboli muoiono per la strada. L'età del 30 per cento dei profughi è meno di 18 anni. Gli ultrasessantenni sono meno del 5%. Tanti denunciano la "pulizia etnica", con toni che ricordano da vicino i crimini nella ex Jugoslavia. Non a caso si parla adesso di "balcanizzazione" del conflitto, che rischia di destabilizzare gravemente i già precari equilibri del Corno d'Africa. Questa guerra s'innesta su tensioni precedenti, che come magma sotto la superficie possono riesplodere da un momento all'altro a complicare il quadro.
Lo prova la testimonianza di Teum Haile Selassie raccolta nel campo di Hamdayet, ancora in Sudan. Questi è un medico con vent'anni di professione che in ottobre aveva lasciato Addis Abeba per aprire una clinica privata a Mai-Kadra, non distante da Macallè. "Sono fuggito senza portare via nulla. Ho visto che i tigrini assassinavano le altre etnie. E sulla strada i militari eritrei uccidevano i profughi eritrei", dice. Sono parole che aiutano a ricostruire la storia complessa di questa crisi e provano il pieno coinvolgimento del dittatore eritreo Isaias Afwerki.
Le forze del Tigray sono state infatti centrali nella sconfitta del regime marxista di Mengistu Haile Mariam nel 1991. Da allora hanno dominato l'Etiopia e condotto una guerra di logoramento con l'Asmara. La nomina nel 2018 di Abyi ha innescato un cambiamento epocale. Questi proviene dalla maggioranza Oromo, la più importante tra l'ottantina di etnie etiopi, e sin dall'inizio ha puntato a ricomporre l'unità nazionale marginalizzando il Tigray e concludendo la pace con l'Eritrea. Oggi la situazione si è dunque capovolta: Addis Abeba e Asmara cooperano per battere il Tplf e oltretutto Afweki ne approfitta per inviare le sue truppe per perseguitare i circa 90.000 oppositori eritrei fuggiti nel Tigray. Ai massacri inter-etiopi si aggiungono così quelli tra eritrei. La promessa della "guerra breve" non sarà mantenuta.
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