di Nicola Palma
Il Giorno, 22 gennaio 2021
È sempre più critico contro le multinazionali dei farmaci il commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, Domenico Arcuri, nel fare il punto settimanale sulle attività di contenimento e contrasto all'epidemia. Il nodo resta quello della franata sulle forniture: "Se la vaccinazione fosse continuata ai ritmi con i quali era iniziata, la profilassi degli over 80 sarebbe già iniziata dappertutto. Purtroppo, e questo non era possibile prevederlo, ci siamo trovati di fronte ad una minore disponibilità di dosi e questo ha prodotto dei rallentamenti su chi non aveva ancora iniziato".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 gennaio 2021
Rita Bernardini da lunedì manifesterà, insieme ad altre personalità come Sandro Veronesi e Luigi Manconi, davanti al ministero della Giustizia. Riesplode, come previsto, l'emergenza Covid 19 nelle carceri. In realtà non è mai finita, il sovraffollamento persiste e c'è difficoltà nell'isolare i detenuti positivi. La gestione sanitaria all'interno dei penitenziari si fa sempre più ardua, e a rimetterci sono quei detenuti che hanno gravi patologie pregresse.
di Paolo Andruccioli
collettiva.it, 22 gennaio 2021
I primi provvedimenti alla prova dell'emergenza carceri. Entro oggi tutti gli operatori penitenziari dovranno rispondere ad un sondaggio del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, sulla scelta di vaccinarsi volontariamente. Qualcosa si muove, ma bisogna fare presto. L'allarme riguarda possibili focolai da Covid-19 nelle carceri, dove le condizioni dei detenuti e degli operatori sono diventate di nuovo precarie a causa soprattutto del sovraffollamento, che non si è ridotto neppure con la diminuzione dei reati e quindi degli arresti. Nei giorni scorsi sono circolati vari appelli al governo per avviare da subito un percorso di vaccinazione in tutti gli istituti penitenziari. Lo hanno detto con forza la senatrice Liliana Segre e il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma. Lo hanno scritto osservatori e operatori del settore.
di Errico Novi
Il Dubbio, 22 gennaio 2021
Bonafede, e riforme del processo, nel mirino: si avvicina l'altolà Ue sui fondi. Tra una settimana Renzi vota contro la Relazione del guardasigilli. Paralisi su prescrizione e ddl civile. Ma anche sui piani per modernizzare i tribunali. C'è un fatto nuovo, sulla giustizia. Finora lo scontro era stato prevedibile anche negli esiti: dissenso di Renzi sulle riforme del processo penale e in generale su Bonafede, probabile paralisi dei ddl in Parlamento, con il blocca-prescrizione messo però già in cassaforte dai 5 stelle.
Ora i siluri in arrivo per il guardasigilli al Senato sulla sua "Relazione annuale" e per leggi delega relative al processo penale e civile mettono a rischio il Recovery. Che l'Ue ha condizionato alla modernizzazione del sistema giudiziario. Non a caso il Cnf ha avanzato al governo proposte per migliorarlo. Orizzonte sul quale ora piomba una specie di meteorite politico.
Finora la giustizia è stata una materia facile. Si fosse trattato di un esame universitario, lo studente bravo e opportunista l'avrebbe messa in cima al piano di studi: il 30 e lode era a portata di mano. Tradotto: non c'è da stupirsi che l'offensiva di Renzi contro gli ex alleati abbia al centro del mirino Bonafede. Bersaglio comodo. Perché l'intransigenza del guardasigilli sulla prescrizione, tanto per fare un esempio, mette in seria difficoltà il Pd. Solo che adesso c'è un problema: alla giustizia è sospeso mezzo Recovery. Se non si fanno le riforme del processo e non si trova un'intesa sui progetti, l'Europa poterebbe irrigidirsi. Se. E il "se" corrisponde a una marea d'incognite. Sul penale, che a inizio febbraio approderà all'ordalia degli emendamenti, il nodo prescrizione resta, e Italia viva lo renderà gordiano, grazie al lodo Annibali, pronto per essere scagliato in commissione Giustizia.
Al Senato c'è una situazione numerica ancora peggiore per Bonafede, e per Conte: lì la commissione Giustizia è presieduta da un leghista, Andrea Ostellari, ha come vicepresidente un senatore di Italia viva, Giuseppe Cucca, e soprattutto ha numeri da Vietnam peggiori che a Montecitorio, dove si andrebbe 23 a 23, mentre a Palazzo Madama renziani e opposizioni mettono assieme 13 parlamentari, contro i 12 della maggioranza residua. Diciamolo: al Senato, la riforma penale così com'è ora, cioè con la prescrizione appena sfiorata dal "lodo Conte bis", non passerà mai.
Di più. In Aula la settimana prossima ci sarà un passaggio delicatissimo, per Bonafede: si voterà la sua Relazione sullo Stato della giustizia. Prova "importante", la definisce una figura poco visibile ma essenziale nel Pd, il vicecapogruppo alla Camera Michele Bordo, avvocato penalista e vicino a Orlando. Bordo non lo dice troppo ad alta voce pure per non passare per menagramo, ma sa benissimo che se tra una settimana, nell'aula del Senato, col no renziano alla Relazione annuale, si abbattesse sul guardasigilli un siluro terra- aria, si spalancherebbero le porte dell'armageddon. Una specie di effetto a catena che paralizzerebbe non tanto il già esanime Conte tre, ma tutti i progetti sul sistema giustizia che vanno finanziati col Recovery e che servono a loro volta da precondizione affinché l'Ue eroghi i fondi anche per le altre voci di spesa annunciate dall'Italia.
Uno scenario apocalittico, che contribuisce a spiegare le esitazioni percepite in transatlantico fra i renziani. C'è da prendersi una responsabilità nuova, e pesante, sulla giustizia. Non più limitata, appunto, al consueto perimetro del ring fra 5 stelle giustizialisti, resto del mondo più o meno garantista e Pd in mezzo. Certo, ieri un'altra figura chiave e poco reclamizzata della politica giudiziaria, il sopracitato Cucca, è stato chiaro: "La relazione di Bonafede non l'abbiano ancora letta, ma sul Recovery della giustizia molte cose non ci piacciono, e la posizione di Italia viva resta quella annunciata da Renzi". Cioè voto contrario. Ma al di là dei pallottolieri, il dato certo è che sulla giustizia non c'è manco l'ombra di quel pur minimo accordo necessario a lavorare anche sui progetti per la modernizzazione dei tribunali.
A rendersene conto, non a caso, sono stati per primi gli avvocati italiani, che attraverso la loro massima istituzione, il Consiglio nazionale forense, hanno fatto una cosa semplice: hanno inviato al governo un documento di 111 pagine pieno di proposte per far respirare i tribunali - per esempio con l'affidamento di alcune controversie agli stessi difensori, sul modello collaudato in ambito familiaristico - e per avviare seriamente l'adeguamento delle strutture fisiche e immateriali - con un digitale che non riduca il processo ad automatismo robotico. Servirebbero le migliori energie del Paese, per realizzare una piattaforma simile. Ma il pantano politico allontana l'ipotesi in maniera irreparabile.
Una parte consistente delle proposte avanzate dall'avvocatura riguarda la giustizia civile. Ma come ha spiegato ieri in un'intervista al Dubbio il presidente leghista della commissione di Palazzo Madama, Ostellari, la maggioranza non ha avuto la forza di scegliere una direzione. E ora, con l'attrito fatale tra renziani e sopravvissuti, è chiaro che sarà peggio.
Ad accorgersi della catastrofe non è solo l'avvocatura, ma anche quel protagonista della giurisdizione che condivide col Foro le fatiche di un sistema logorato ed eroico, ossia i magistrati. Ieri l'Anm ha bombardato la riforma del Csm in audizione alla Camera (come riferito in altro servizio del giornale, ndr), manco fosse la tana di Saddam per l'America di Bush.
Però, poche ore prima dell'intervento a Montecitorio, il segretario del "sindacato" dei giudici Salvatore Casciaro ha rilasciato all'Adnkronos una dichiarazione di assoluto buonsenso: "La questione della durata ragionevole dei processi, civili e penali", ha premesso, "richiede non solo la determinazione delle forze politiche ma anche un confronto serio con le categorie interessate, portatrici di sapere tecnico ed esperienza sulle problematiche degli uffici giudiziari".
Ha quindi aggiunto: "Servono interventi strutturali e coordinati, l'approntamento delle adeguate risorse finanziarie, ma anche riforme processuali mirate nel rispetto dei principi costituzionali: limitarsi a un solo aspetto, e per giunta non far precedere la definizione delle strategie di intervento, nei tavoli di progettazione del Recovery, da un serio confronto con gli operatori sarebbe un errore che rischia di depotenziare l'impianto complessivo delle riforme, e di far perdere al Paese un'occasione storica di rilancio".
Ma, come dire: della prospettiva saggiamente invocata da Casciaro non c'è l'ombra. E anzi, c'è lo scenario inevitabilmente evocato da Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione Camere penali: il Pd, ha detto ieri a propria volta, farebbe bene a essere coerente con le critiche avanzate sulla riforma del processo penale, e con l'impegno a rivedere il blocca- prescrizione qualora il ddl penale si fosse mostrato incapace di disinnescare il devastante di quella norma. Ecco, è più o meno lo schema incombente: Renzi metterà i dem all'angolo, secondo la logica giustamente ricordata da Caiazza. Quindi la paralisi sulla giustizia è certa. Quello che comincia a essere un po' meno certo è l'arrivo di quei famosi 209 miliardi dai quali dovrebbe passare il futuro del Paese.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 22 gennaio 2021
Il ministro studia come disinnescare la mina dei renziani sulla maggioranza. Voto a rischio previsto mercoledì prossimo, è possibile però uno slittamento. Ma c'è il nodo prescrizione dietro l'angolo, già nel Milleproroghe.
di Simona Giannetti
Il Riformista, 22 gennaio 2021
È successo a Luca: ora per tre anni non potrà accedere alle misure alternative anche se gli manca solo un anno da scontare. Il tipo di reato non conta. Questi automatismi sono assurdi e riempiono le carceri. Oggi gli istituti penitenziari scoppiano di detenuti e il Covid continua la sua diffusione anche se, numeri alla mano, la vulgata persino tra i magistrati sarebbe quella per cui in carcere in fondo si sta più sicuri che da liberi. "Tranquillo è morto in galera", si usa dire tra le celle.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 gennaio 2021
La Cassazione ha rimandato alla corte d'Appello di Palermo l'ordinanza di risarcimento a Bruno Contrada per un vizio di forma. La Corte di Cassazione, Sez. IV penale, ha annullato con rinvio l'ordinanza della Corte d'Appello di Palermo che aveva riconosciuto all'ex 007 Bruno Contrada la riparazione per ingiusta detenzione, quantificandola in 667.000 euro.
"Aspettiamo di leggere le motivazioni per un esame più approfondito - spiega il suo avvocato Stefano Giordano - ma è evidente fin d'ora che la Corte di legittimità non ha dato esecuzione alla sentenza di Strasburgo, secondo cui il dottor Contrada non andava né processato, né condannato".
L'avvocato chiarisce che la Cassazione non è entrato nel merito - Ora la palla passa nuovamente alla Corte d'Appello palermitana. "Ma, comunque andrà a finire - osserva amaramente sempre l'avvocato Giordano -, è probabile che il dottor Contrada non vedrà mai un centesimo di quanto gli spetta, considerate la sua età e le sue condizioni di salute e la lunghezza dei tempi processuali". Inoltre, onde evitare facili strumentalizzazioni, il legale di Contrada sottolinea che la Suprema Corte non è entrata nel merito (né può farlo) del diritto di Contrada alla riparazione per ingiusta detenzione "ma ha probabilmente ravvisato un vizio motivazionale dell'ordinanza della corte d'Appello e pertanto ha disposto un nuovo giudizio". Ovviamente, tale sentenza non va annullare una verità giudiziaria scalfita sia dalla Corte Europea di Strasburgo, che dalla Cassazione.
Bruno Contrada non doveva essere né processato, né condannato - Quale? Bruno Contrada non doveva essere né processato, né condannato, dal momento che all'epoca dei fatti (dal 1979 al 1988) il reato di concorso esterno in associazione mafiosa (nato dal combinato disposto dell'art. 110 e 416 bis c.p.) non era sufficientemente chiaro, né prevedibile, in quanto la sentenza chiarificatrice sarebbe arrivata solo nel 1994.
Dopodiché, altra questione, con ordinanza depositata il 6 aprile 2020, la Corte d'Appello di Palermo liquida a favore di Bruno Contrada la somma di 667 mila euro per ingiusta detenzione. Sì, perché ha trascorso ingiustamente 4 anni in carcere e 4 di arresti domiciliari. La conseguenza è stata disastrosa per lui e i suoi familiari. Ora però la Cassazione, per vizi motivazionali, rimanda l'ordinanza alla corte d'Appello. Due questioni diverse.
Purtroppo, nella storia del nostro Paese, a fronte di migliaia di casi di ingiusta detenzione ed errori giudiziari non tutti poi vengono risarciti dallo Stato. Il caso Contrada, però, è emblematico. La condanna era avvenuta prendendo per vere le parole di alcuni pentiti. Alcuni di loro, sono proprio quelli che l'ex 007 ha fatto arrestare. Ma non basta. Contrada è diventato l'uomo perfetto per inserirlo in diversi teoremi giudiziari. L'ultima, è che avrebbe incontrato i boss Madonia. Peccato che sia stato proprio Contrada, interpellato irritualmente dall'allora procura di Caltanissetta, ad indicare i Madonia come esecutori della strage. Ci fu poi il depistaggio. Una volta smascherato, si scoprì che tra gli esecutori c'era proprio uno di loro.
di Maurizio Turco, Irene Testa e Giuseppe Rossodivita*
Il Dubbio, 22 gennaio 2021
La deriva delle udienze da remoto è l'ultimo siluro al diritto di difesa. Silenziato con un semplice clic. La settimana scorsa, grazie al Dubbio, è stata resa pubblica la inquietante e grave vicenda che ha colpito un avvocato difensore il cui microfono è stato repentinamente spento dal giudice, che ha così messo a tacere la sua voce e l'articolo 24 della Costituzione, durante un acceso contraddittorio con il pm, in quel simulacro di processo che viene oramai comunemente chiamato processo da remoto.
La pandemia, com'è noto, ha acuito le gravissime criticità del sistema giustizia italiano, cenerentola tra i cosiddetti paesi sviluppati, e fino ad ora per fronteggiare l'emergenza, il governo ha saputo solamente sacrificare il diritto di difesa dei cittadini, nella non troppo celata speranza di poter rendere stabile il sistema anche a pandemia superata.
E allora occorre dirlo forte e chiaro: il processo penale da remoto non è un processo, il processo cartolare in grado di appello non è un processo, è altro e a noi Radicali non piace affatto semplicemente perché rende solo apparente la difesa del cittadino portato a processo dallo Stato. Quanto accaduto all'Avvocato Simona Giannetti, la cui voce è stata messa a tacere con un semplice clic, ne rappresenta in modo plastico la prova.
Allo stesso modo non è accettabile anche solo pensare di celebrare il processo penale in appello, magari in Corte d'assise d'appello, con modalità "cartolari" e con giudici collegati tra loro sempre in remoto, al di fuori della camera di consiglio, unico luogo dov'è garantito il confronto, il dibattito e finanche lo scontro oltre che la conoscenza dei fascicoli processuali spesso composti da decine di migliaia di pagine. Ogni persona dispone di quattro beni fondamentali: la vita, la salute, la libertà e il proprio patrimonio, piccolo o grande che sia. Dei primi due la giustizia, con l'abolizione della pena di morte e il divieto di tortura, non si dovrebbe più occupare - in realtà come sappiamo esiste ancora la morte per pena - degli ultimi due invece sì, e la libertà, in questa scala di valori, è il terzo bene più prezioso di cui dispone ogni essere umano.
Ebbene nel processo penale c'è in gioco la libertà personale, la libertà di un individuo accusato dallo Stato: e uno Stato che consente di togliere la libertà, magari per il resto della vita, con un collegamento on line magari dalla cucina di casa di un giudice è uno Stato che mostra di non avere alcun rispetto per la libertà dei propri cittadini.
Il Partito Radicale già a suo tempo aveva osteggiato ogni genere di distanza dell'imputato dal suo difensore e dal suo accusatore, oltre che dal suo giudice, quando aveva elevato la sua strenua opposizione rispetto alle norme che vollero nei processi per reati associativi il collegamento del detenuto in videoconferenza, anziché la sua presenza in aula. Oggi la pandemia non deve diventare l'alibi per dare seguito a quell'approccio che vede difesa e imputato come scomode presenze in aula le quali, allungando i tempi di una celere conclusione dei giudizi, sfavoriscono i numeri da offrire alla politica per dare bella mostra di un efficace funzionamento della giustizia.
Le vicende sono state raccontate al Dubbio da Simona Giannetti, che è avvocato iscritta al Partito Radicale e membro della Commissione Giustizia del Partito: renderle pubbliche ha significato anzitutto far conoscere ciò che sta accadendo nei Tribunali virtuali e rivendicare la necessità di richiamare l'informazione sul pericolo che il diritto di difesa sia messo sempre più ai margini del processo penale.
La Commissione Giustizia del Partito Radicale, composta da avvocati iscritti e istituita dopo l'espulsione dell'ex consigliere Luca Palamara che vi partecipa, è l'occasione per ribadire alla politica, che da quarant'anni a questa parte continua a dimenticare nella sua agenda la giustizia, e quanto quest'ultima sia profondamente malata. Non lo sanno tutti, che la giustizia è malata: lo sanno quei cittadini che davanti alla giustizia vengono chiamati, e lo sanno bene gli avvocati, che ogni giorno si recano nei palazzi per esercitare il diritto di difesa e che per primi, a causa delle disfunzioni dell'amministrazione giudiziaria, soffrono le inefficienze del sistema.
Ma la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica continua a essere attivamente disinformata dal mainstream dei media italiani succubi, per interessi editoriali e per timore reverenziale, dello strapotere delle Procure e di quei pochi magistrati diventati vere e proprie star televisive. È questo il brodo culturale, si fa per dire, che porta a identificare gli avvocati con i loro assistiti, che porta a celebrare le indagini, in tv e sulla carta stampata come fossero sentenze, che porta poi a ignorare le sentenze quando, a distanza di anni, le stesse effettivamente arrivano.
L'esigenza irrisolta di una Giustizia giusta e la necessità di una Informazione completa che la riguardi sono la ragione che ha indotto il Partito Radicale a istituire la Commissione Giustizia: l'obiettivo è un pacchetto di leggi da presentare alle istituzioni, anche in previsione di una primavera referendaria; i temi non possono che essere l'Informazione e la Giustizia.
*Segretario, tesoriere e presidente Commissione Giustizia del Partito Radicale
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 gennaio 2021
Il dossier mafia-appalti fu archiviato dopo la strage di via D'Amelio, il 14 agosto 1992, la richiesta fu scritta nel 13 luglio 1992 e inviata al Gip il 22 luglio. Se è vero che la gestione "corleonese" aveva esasperato la propensione di Cosa Nostra a ricorrere alla violenza, è anche vero che ne aveva contestualmente coltivato la vocazione imprenditoriale, consentendo in tal modo agli affiliati di acquisire preziose esperienze gestionali, creando e perfezionando meccanismi di condizionamento delle gare d'appalto bandite dagli enti pubblici, stabilendo legami ed intese con grandi imprese nazionali e regionali. Si intravvedeva una regia unica degli appalti. Un qualcosa di pericoloso, non solo per l'economia: era diventato un cavallo di troia per permettere a Riina di condizionare la politica. Uno strumento di potere abnorme.
Falcone e Borsellino "pericolosi nemici" di Cosa nostra - L'ipotesi che dietro le stragi mafiose ci sia stata la volontà di fermare le inchieste sui rapporti tra imprenditori e mafia rimane ancora a galla, confermata d'altronde nella sentenza n. 24/ 2006 della Corte di Assise di Appello di Catania e ribadita in Cassazione. Parliamo di una sentenza che riguarda esattamente i processi per le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Scrivono i giudici che Falcone e Borsellino erano "pericolosi nemici" di Cosa nostra in funzione della loro "persistente azione giudiziaria svolta contro l'organizzazione mafiosa" e in particolare con riguardo al disturbo che recavano ai potentati economici sulla spartizione degli appalti.
Motivo della "pericolosità" di Borsellino? La notizia che egli potesse prendere il posto di Falcone nel seguire il filone degli appalti. Tale ipotesi è stata anche recentemente riportata nelle motivazioni della sentenza di secondo grado del Borsellino quater. Questo, però, in contrapposizione della motivazione della sentenza di primo grado sulla presunta trattativa Stato- mafia dove si legge che non vi è la "certezza che Borsellino possa aver avuto il tempo di leggere il rapporto mafia appalti e di farsi, quindi, un'idea delle questioni connesse". I fatti però sembrano dire altro. Non solo Borsellino, quando era ancora alla procura di Marsala, chiese subito copia del dossier mafia-appalti redatto dagli ex Ros e depositato nella cassaforte della Procura di Palermo sotto spinta di Giovanni Falcone, ma mosse dei passi concreti per indagare informalmente sulla questione, tanto da incontrarsi in caserma con il generale dei Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno per ordinargli di proseguire le indagini e riferire esclusivamente a lui.
Mafia-appalti archiviata dopo la strage di Via D'Amelio - Il dossier mafia-appalti fu archiviato dopo la strage di via D'Amelio. Dagli atti emerge che la richiesta, scritta nel 13 luglio 1992 dalla Procura palermitana, fu vistata dal Procuratore Capo e inviata al Gip il 22 luglio. L'archiviazione fu disposta il successivo 14 agosto dello stesso anno, con la motivazione "ritenuto che vanno condivise le argomentazioni del Pm e che devono ritenersi integralmente trascritte".
Nel dossier compaiono diverse aziende che avrebbero avuto legami con la mafia di Totò Riina, comprese quelle nazionali. Tra le quali emerge anche il coinvolgimento di aziende enormi che erano quotate in borsa. Tra l'altro, lo stesso Borsellino, ebbe conferma del coinvolgimento di talune imprese durante l'interrogatorio del primo luglio del 1992 reso dal pentito Leonardo Messina. Dagli atti emerge chiaramente che alcune grosse aziende del nord, per prendersi gli appalti pubblici siciliani si sarebbero alleate con i fratelli Antonino e Salvatore Buscemi, legatissimi a Totò Riina. In ballo c'erano investimenti miliardari e relazioni fondamentali per il potere mafioso, che andavano quindi difese a tutti i costi.
La Repubblica, 22 gennaio 2021
Il Garante del Lazio: "Vaccinare detenuti e addetti". Dopo il focolaio emerso nel settore G1, riferisce Stefano Anastasia, ora è la volta del G11. "Detenuti chiusi tutti in cella" denuncia un detenuto in una lettera del 12 gennaio al suo avvocato.
"È uno stillicidio, il continuo accendersi di focolai di Covid-19 all'interno degli istituti di pena. A Rebibbia Nuovo complesso, dopo quello manifestatosi al G12, ora è la volta del G11, dove sono emersi 14 positivi nello screening che la Asl sta svolgendo progressivamente nei diversi reparti". A denunciare la situazione del penitenziario romano è Stefano Anastasia, portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà e Garante regionale di Lazio e Umbria.
"Questa cosa - prosegue Anastasia - non avrà fine se non quando si provvederà a vaccinare l'intera comunità penitenziaria, dai poliziotti che operano quotidianamente nelle sezioni ai detenuti che ci vivono. Francamente, appare ogni giorno più imbarazzante il silenzio del ministro della Salute e del Commissario Covid di fronte ai ripetuti appelli alla revisione delle priorità vaccinali arrivati da autorevoli personalità come la senatrice a vita Liliana Segre e da istituzioni come il Garante nazionale e, da ultimo, ieri, il Consiglio regionale del Lazio, che si è espresso con un voto a larga maggioranza".
"Penso che la situazione è molto molto seria adesso. In queste mura sta scoppiando a dismisura. Questa non è galera, è una tortura", aveva scritto in una lettera del 12 gennaio scorso, un detenuto nel carcere di Rebibbia, a Roma, al proprio avvocato raccontando di come la diffusione del Covid-19 nel carcere sta diventando critica e la condizione dei detenuti sempre più precaria. Negli ultimi giorni sono stati molti i processi rinviati nel tribunale di Roma a causa della situazione epidemiologica nella struttura carceraria. Fonti legali riferiscono che si è proceduto alla chiusura dei settori G11, G12 e Alta Sicurezza.
"Ieri mi hanno mandato in isolamento preventivo perché un altro detenuto era positivo ed era con me in cella, ma asintomatico - scrive il detenuto -. In questo momento, martedì 12 gennaio, hanno chiuso tutto il reparto G12, anche i detenuti comuni, tutti chiusi in cella".
Nella mail inviata al penalista, si afferma che "tutto è partito nel reparto 1S con 38 contagiati". "Ora anche qui sotto ai detenuti comuni. Io sono in un reparto dove siamo 3 in quarantena e c'è anche un positivo da oggi che era il lavorante di sezione".
Il detenuto, che è in regime cautelare in attesa di giudizio, prosegue: "Siamo da 24 ore chiusi anche con la porta blindata e questa mattina non è passato il vitto per mangiare poiché dicono che ci sono cuochi infetti, abbiamo tutto nelle nostre celle. Penso che la situazione è molto molto seria adesso - conclude. È giusto che vi tenga aggiornati della mia situazione perché se dovesse precipitare ho tre figli piccoli, tutti con problemi. Un grande saluto da un ragazzo sfortunato. Help".
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