ilsicilia.it, 27 gennaio 2021
La procura apre inchiesta contro ignoti per omicidio colposo. La Procura di Termini Imerese ha aperto un fascicolo contro ignoti, quindi senza indagati, per omicidio colposo sulla morte del detenuto tunisino di 29 anni, Chiheb Hamrouni, trovato senza vita nella sua cella due giorni fa. Il sostituto Giacomo Barbara ha disposto l'autopsia che sarà eseguita domani, alle 17, all'istituto di Medicina legale di Palermo.
L'uomo era tra i principali imputati nel processo scaturito dall'indagine "Scorpion Fish" della guardia di finanza coordinata dalla Dda su un presunto traffico migranti e contrabbando di sigarette estere del giugno 2017. Lo scorso 4 giugno, la seconda sezione della Corte d'assise d'appello di Palermo gli aveva ridotto la pena da 7 anni e 4 mesi di carcere a sei anni e sei mesi. Per l'autopsia, chiedendo l'accertamento delle cause della morte del detenuto, il pm Giacomo Barbara ha nominato come periti i medici legali Antonina Argo e Ginevra Malta, dell'Istituto di Medicina Legale del Policlinico "Paolo Giaccone" di Palermo.
Il carcere di Termini Imerese ha notificato l'atto con cui viene fissata la data dell'autopsia anche al difensore di Chiheb Hamrouni, l'avvocato trapanese Fabio Sammartano, che aveva reso noto la notizia della morte in carcere del suo assistito che, ha ricordato, "aveva da poco reso importanti dichiarazioni nell'ambito di altre indagini della Dda palermitana in materia di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e contrabbando transnazionale di tabacchi lavorati".
di Maurizio Artale*
Ristretti Orizzonti, 27 gennaio 2021
Stefano oggi ha 64 anni. Il suo non è un nome di fantasia. Il suo è il nome di battesimo. Non si è mai voluto nascondere e non si è mai fatto sconti. Ha attraversato interamente la sua pena: nel 1990 la Corte d'Assise d'Appello di Torino lo condanna all'ergastolo ostativo: fine pena mai.
Sono trascorsi 14 mila e 600 giorni da quella data, dal giorno della sua condanna all'ergastolo per omicidio a causa di una rapina finita in tragedia.
La psicologa del Centro di Accoglienza Padre Nostro, fondato a Brancaccio dal Beato Giuseppe Puglisi, conobbe il Sig. Stefano a Palermo, 30 anni dopo quella condanna, in occasione di un Progetto di Inclusione Sociale denominato "Second Life", un progetto di orientamento lavorativo e sociale che a partire dal titolo rimandava proprio ad una seconda chance. E lui, Stefano, detenuto "modello", che in carcere aveva preso il diploma di ebanista, partecipando a decine e decine di corsi, durante quel colloquio disse: "Dott.ssa, ma quale "Second Life"?! io sono marchiato, non perché sono un detenuto, ma perché sono un ergastolano con un marchio scritto addosso: su di me c'è scritto "fine pena mai". Lei lo sa, dott.ssa, che vuol dire MAI?"
E da quel giorno, circa 10 anni fa, Stefano ha ricevuto in consegna un mazzo di chiavi: le chiavi dei sogni di un piccolo prete di periferia, un prete che lui non ebbe mai modo di conoscere personalmente. Eppure, i volontari del Centro da lui fondato consegnarono a Stefano proprio un mazzo di chiavi: chiavi che aprono e chiudono campi sportivi, stanze per i colloqui psicologici o per la consulenza legale, chiavi che custodiscono beni di prima necessità per i più bisognosi, chiavi che aprono le porte del futuro ai giovani in cerca di un titolo di studio, di una ambizione da coltivare.
E così, come accade a volte, il destino inverte le parti. Stefano, da un giorno all'altro, si trova dall'altra parte: lui, si proprio lui, è diventato per i ragazzi di Brancaccio il custode. Potremmo dire che per quasi 10 anni Stefano è stato "l'agente per la sicurezza" al Centro Polivalente Sportivo, al Centro Aggregativo minori e adolescenti, al Pronto Soccorso Sociale. Le sue funzioni principali sono state infatti quelle di garantire l'ordine e la sicurezza all'interno delle numerose sedi del Centro, partecipando al contempo a tutte le attività, osservando i ragazzi ed impegnandosi, a suo modo, per la loro crescita ed educazione.
Racconta spesso ai giovani di non aver visto crescere né i suoi figli, né i suoi nipoti. Eppure i ragazzi di Brancaccio si fidano di lui, ascoltano i suoi consigli. Stefano non ha cancellato nulla: descrive la sua vicenda umana e parla di una vita durissima. Questa storia lui la percorre passo dopo passo, e forte di questo dice ai ragazzi di non cercare i soldi facili, di non perdersi. Ripete loro di doversi creare un futuro. Lui, si lui, Stefano parla del tempo, parla di futuro...proprio lui che da 40 anni porta incisa addosso la parola MAI.
A dicembre 2020 Stefano riceve un altro mazzo di chiavi: l'art. 176 comma terzo del Codice Penale stabilisce che Stefano può essere ammesso alla liberazione condizionale: saranno i frutti di un percorso personale di ravvedimento, segnato dalla crescita, ma sarà anche il frutto dell'incontro, negli ultimi 10 anni, con il volto del martire attraverso i volontari ed operatori che ne hanno continuato l'opera a Brancaccio di cui lo stesso Stefano ha pitturato i contorni.
A lui Stefano dedica la sua scarcerazione condizionale ed è per questo che tiene, nel suo portafoglio, la sua immagine come si usa fare a Palermo con un caro defunto o con un santo.
A questo punto, adesso, con questa ennesima chance, mentre Stefano dorme a casa con la sua famiglia, una serratura è ancora chiusa. È questa la sua pena eterna, quella umana, dice Stefano, non quella della legge: "poter chiedere perdono ai familiari della persona che non c'è più a causa mia. È questa la mia fine pena mai. Fin quando non si realizzerà questo incontro il mio cuore non si darà pace".
*Presidente Centro di Accoglienza Padre Nostro
di Alessandro Puglia
Vita, 27 gennaio 2021
Dal primo pane biologico distribuito nei mercati, alle paste di mandorle con il marchio Dolci Evasioni realizzate nel laboratorio del carcere di Siracusa e oggi distribuite in Italia e in Europa. Ecco come la cooperativa L'Arcolaio ha portato avanti un modello di economia carceraria e di rilancio di un territorio che crede nell'unicità della sua natura
Ogni pasta di mandorla ha la sua storia dentro e fuori le mura del carcere di Siracusa. È qui, nella casa circondariale di Cavadonna, che dal 2005 gruppi tra gli otto e i dieci detenuti con regolare contratto di lavoro contribuiscono a far apprezzare in Italia e in Europa alcuni tra i più tipici dolciumi siciliani, specialmente quelli a base di mandorle. Perché la loro squisitezza è frutto di un lavoro meticoloso e attento fatto direttamente da un rapporto esclusivo con la terra, tra gli alberi di mandorlo che costellano le strade della provincia aretusea. A lavorarle sono mani che oggi costruiscono legami di pace perché hanno accettato quella proposta educativa che genera il cambiamento, sempre più necessaria tra le carceri italiane. Progetti che già dal 2003 vengono portati avanti dalla cooperativa L'Arcolaio, inizialmente con un piccolo forno che produceva pane biologico di casa, successivamente con una vasta produzione di prodotti a base di mandorle che dal 2005 con il marchio di Dolci Evasioni conquista in breve tempo il panorama nazionale del commercio equo e solidale.
Una storia di economia carceraria e di rilancio del territorio che oggi continua attraverso progetti già avviati come quello della lavorazione dei frutti iblei fino all'ultimo arrivo della sontuosa macchina per pelare le mandorle all'interno del progetto Fuori, la vita oltre il carcere, avviato con il sostegno della Fondazione Con il Sud. In un carcere dove le mandorle vengono declinate in ogni lora forma: dalle paste di mandorla, al pesto alle mandorle, alle mandorle tostate o pelate, agli amaretti. Da un punto di vista tecnico il macchinario permetterà di risparmiare i costi di pelatura, garantirà anche in termini di tracciabilità il processo di filiera ai clienti e aprirà le porte alle aziende del territorio che ne faranno richiesta. Il tutto all'interno di un carcere.
Il progetto Fuori permetterà così a 12 detenuti di seguire un corso formativo per ottenere la qualifica di addetto panificatore-pasticcere. Quattro di loro svolgeranno un tirocinio di sei mesi in pasticcerie del territorio, mentre altri tre detenuti che magari hanno qualche anno in più di pena da scontare saranno assunti all'interno del laboratorio della struttura carceraria.
"È un progetto che mira a potenziare le attività del nostro laboratorio in un contesto di reinserimento socio-lavorativo che portiamo avanti da anni oggi pensato per assistere i detenuti soprattutto nella fase di passaggio dal carcere al regime di libertà", spiega Valentina D'Amico, 40 anni, responsabile Area Sociale della cooperativa L'Arcolaio. "Noi facciamo da garante perché quando loro cercheranno un lavoro non possano portarsi addosso lo stigma di dire: io sono un detenuto" aggiunge Valentina che si sente ripetere spesso una frase: "il carcere mi ha salvato".
A ripeterla oggi è Max Coshman, 44 anni, ucraino, responsabile del laboratorio di essiccazione Frutti degli Iblei ed ex coordinatore dei pasticceri nel laboratorio di Dolci Evasioni. "Ho scontato una lunga pena e sin dal primo momento in carcere, prima a Verona e poi a Padova ho incontrato persone che volevano aiutarmi. Non parlavo neanche l'Italiano ed ero convinto che a 8 anni si diventa già uomini. Mi sbagliavo.
A Siracusa ho conosciuto quella che io chiamo la famiglia de L'Arcolaio. Hanno creduto in me. Ho imparato a gestire le cose, le mie cose, con amore e rispetto. E ho capito che la vera libertà dipende soltanto da noi, dentro o fuori il carcere. Se penso all'esperienza nel laboratorio di Dolci Evasioni penso ai tanti compagni che ho incontrato, nessuno di loro avrebbe mai pensato di ritrovarsi in quel luogo. Sì il carcere mi ha salvato", racconta Max che nel laboratorio di Canicattini Bagni sta preparando una spedizione contenente sali minerali aromatizzati, risultato del progetto Frutti degli Iblei, sostenuto dalla Fondazione di Comunità Val Di Noto.
Per realizzare prodotti in cui il sale marino della riserva naturale di Trapani e Paceco viene miscelato con le essenze delle erbe dei monti Iblei occorre organizzare un imponente lavoro con la terra. Giorgio Nichele, 53 anni è il responsabile delle attività nei terreni del progetto Frutti degli Iblei. E con Max hanno raccolto e trasportato con la carriola tonnellate di rosmarino.
Giorgio è arrivato in Sicilia da Desenzano e ci è rimasto anche per amore. Nelle sue vite precedenti aveva una ditta d'antiquario e operava in una comunità per tossicodipendenti. Oggi indossa ancora quel vecchio cappello di boyscout dove sono custoditi i suoi valori intramontabili, tra cui quella frase di Baden Powell che ripete tutte le sere prima di andare a dormire: "Sii felice, rendendo felice gli altri".
Le attività si svolgono in contrada Piano Milo, in un vasto terreno di 13 ettari che la Diocesi di Siracusa ha concesso in comodato d'uso alla cooperativa l'Arcolaio, nel comune di Noto. Due di quegli ettari oggi sono coltivati. "Abbiamo dovuto fare il lifting a questa zona, costruito una strada, creato un pozzo. Prima della pandemia la giornata tipo era così strutturata: ritrovo alle 7 del mattino, poi li caricavo tutti nella mia auto e arrivavamo nei terreni dove in genere facciamo attività fino alle 12,30 con una pausa di 15 minuti. Ogni prodotto e tecnica utilizzata per la raccolta si basa su principi sostenibili: per fare un esempio per la raccolta delle erbe usiamo sacchi in cotone".
Dalle prime distribuzioni di pane biologico in piazza Santa Lucia a Siracusa di anni ne sono passati. Giovanni Romano, 67 anni, fondatore della cooperativa L'Arcolaio spiega che alla base di tutto c'è una proposta educativa: "Noi crediamo nei detenuti e chiediamo a loro di accettare il cambiamento". Su questa scia sono nate in Sicilia altre esperienze positive di economia carceraria da Sprigioniamo Sapori a Ragusa a Cotti in fragranza nel carcere minorile Malaspina a Palermo.
Oggi i prodotti di Dolci Evasioni arrivano non soltanto in tutto il territorio nazionale, ma anche all'estero attraverso il lavoro di distribuzione del Consorzio Le Galline Felici di cui Dolci Evasioni è tra i soci fondatori.
"Abbiamo un mercato di riferimento in Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Austria, Germania, Svizzera, Italia. All'interno 40 soci e altrettanti fornitori esterni. Abbiamo iniziato con il classico viaggio in furgone all'estero con i nostri prodotti. Oggi abbiamo una mailing list con migliaia di utenti. Raccontiamo cosa c'è dietro un prodotto, in questo caso dietro a una pasta di mandorla. Il consumatore diventa parte integrante del processo produttivo. Crede in un progetto per l'impegno sociale che c'è dietro e lo sostiene", spiega Michele Russo, responsabile dell'area Comunicazione del consorzio Le Galline Felici. Una rete che potrebbe far nascere la prima filiera della mandorla in Sicilia, ispirandosi a un'agricoltura inclusiva e sostenibile che rigenera una terra, davanti a questi progetti, mai stata così fertile.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 27 gennaio 2021
Covid: 60 contagi nel carcere di Secondigliano, cresce la preoccupazione per chi ha problemi di salute. "A questi ragazzi li tengono come gli animali, eppure la loro pena la stanno pagando. Malafede (così definiscono il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ndr) dovrebbe dimettersi perché non sa fare il suo lavoro".
Così un gruppo di familiari e amici dei detenuti hanno deciso di far sentire la loro voce radunandosi fuori ai cancelli del carcere di Secondigliano a Napoli. La notizia dei 60 contagi nel carcere preoccupa. Ma il gruppo di familiari non ci sta e alza la voce per far sentire da fuori il loro sostegno e denunciare le condizioni di vita all'interno del carcere.
"Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si deve dimettere perché è un ignorante, è un dilettante - grida uno dei manifestanti - la tutela della salute è un diritto di tutti, che sia o non sia un detenuto. Chi è in carcere è un popolo di serie C?".
"La legge non è uguale per tutti, è solo un abuso di potere - ha detto la mamma di uno dei detenuti di Secondigliano - In carcere ci sono persone invalide, che stanno male, che non hanno la possibilità di far sentire la loro voce per paura di ritorsioni da parte delle guardie. Non abbiamo una legge ma solo delinquenti seduti al parlamento che non prendono in considerazione i problemi delle carceri".
Ad allarmare i parenti, oltre all'incalzare della pandemia, sono i sovraffollamenti che peggiorano la situazione e rendono più facile il contagio. Molti segnalano le difficili situazioni di salute dei loro cari e temono che in carcere possano contrarre il virus. "Non vediamo papà da diversi mesi a causa del Covid, nelle videochiamate lo vediamo molto sofferente, sta malissimo - racconta tra le lacrime Carmela Polverino, scesa in piazza per suo padre - Ha 77 anni ed è affetto da Parkinson, varie patologie e una bronchite. Noi familiari siamo in angoscia per lui, stiamo morendo dal terrore che possa prendere il Covid dentro e non capiamo nemmeno se riceve cure adeguate".
La difficoltà nei colloqui di persona scoraggiano molto i detenuti che si sentono privati anche degli affetti. Ma il garante dei detenuti di Napoli, Pietro Ioia, ha confortato tutti: "Ho parlato con la direttrice del carcere e con la dirigente sanitaria - ha detto al pacifico gruppo di manifestanti - Ci sono 60 positivi al Covid, di cui 3 in ospedale, ma stanno già meglio. La situazione è sotto controllo: i contagiati stanno in celle isolate in una sezione apposita. Dobbiamo aspettare che passi il tempo e tutti guariscano. Oggi iniziavano anche i tamponi. Siamo fiduciosi, siamo qui fuori per far sentire la nostra vicinanza ai detenuti, per far sì che non si sentano soli. Speriamo che la Sanità non sia per loro di serie B, ma di serie A per tutti".
di Francesco Falcone
La Stampa, 27 gennaio 2021
Al carcere Lorusso e Cotugno Dana Lauriola e altre attiviste stanno facendo lo sciopero della fame. Dalle 10 di ieri mattina fino a mezzogiorno. Poi ancora nel pomeriggio. E nei giorni a seguire, sempre mattina e pomeriggio, un presidio di attivisti del movimento No-Tav presidierà l'incrocio di piazza del Moro, nel cuore di Bussoleno, per esprimere solidarietà a Dana Lauriola (portavoce del movimento valsusino) e alle altre donne detenute alle Vallette in sciopero della fame da alcuni giorni.
L'iniziativa, nata in risposta all'appello lanciato ieri dalle "Fomne contra il Tav", mira a sostenere l'azione nonviolenta delle carcerate che protestano per la "riduzione" di alcuni loro diritti, a partire dai tempi abitualmente concessi per le videochiamate ai famigliari. Le detenute chiedono, inoltre, che la visita ad un parente in carcere sia riconosciuto quale valido motivo di spostamento al di fuori dei confini dei Comuni, per evitare che chi si trova recluso debba rinunciare a questo momento di socialità a causa delle restrizioni anti-Covid.
Per l'intera settimana il presidio nella piazzetta di Bussoleno che ospita la panchina rossa contro la violenza sulle donne sarà punto di riferimento del presidio a sostegno delle detenute. Invece sabato 30 l'appuntamento sarà davanti al carcere Lorusso e Cotugno di Torino, dove Dana Lauriola e le altre donne animatrici della protesta proseguono il loro sciopero della fame.
corrieredisaluzzo.it, 27 gennaio 2021
Sono 14 i detenuti del carcere "Morandi" di Saluzzo iscritti all'Università di Torino, 9 al primo anno e 5 al secondo, 10 iscritti ai corsi del dipartimento di Cultura politica e società e 4 a Giurisprudenza. Dopo i primi due anni avviati in via sperimentale il progetto di Polo universitario nel carcere di Saluzzo (il secondo in Piemonte dopo Le Vallette di Torino), istituto penitenziario di alta sicurezza, è stato formalizzato martedì 25 gennaio con la firma della convenzione con Università di Torino.
Gli studenti detenuti possono fruire fin d'ora delle lezioni registrate, l'accordo prevede la possibilità di dialogo tra docenti, tutor e studenti e di sostenere gli esami al completamento del percorso. "Grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo agli studenti vengono forniti gratuitamente i libri e l'università rinuncia alla parte di tasse che le compete" ha spiegato il prof. Franco Prina, delegato dal rettore per il Polo universitario per studenti detenuti.
I problemi ancora da risolvere riguardano la dotazione tecnologica dell'istituto penitenziario di Regione Bronda che, come ha spiegato la direttrice Giuseppina Piscioneri, "per la sua posizione dispone di poca copertura". Dal punto di vista logistico è stata individuata la nona sezione dove saranno riuniti tutti gli iscritti, sezione che però al momento è occupata da otto detenuti comuni.
"Studiare in carcere può essere molto difficile - ha osservato il garante regionale dei diritti dei detenuti Bruno Mellano - sono indispensabili spazi ed attenzione dedicati".
Mellano ha auspicato che la necessità di rafforzare la rete infrastrutturale possa contribuire a consolidare la filiera della formazione didattica anche di primo e secondo livello, citando l'esperienza esemplare e di assoluta qualità del Liceo artistico "Soleri Bertoni" presente da anni con un corso all'interno del carcere saluzzese.
di Andrea Ossino
Il Tempo, 27 gennaio 2021
L'assistente Capo, in servizio nel carcere di Rebibbia, era in isolamento a casa perché positivo al Covid. Un lavoro opprimente. Il dolore per la perdita del padre. E l'isolamento dettato dalla positività al Covid. Una concomitanza di cause dal risultato drammatico: lunedì scorso un assistente Capo della Polizia Penitenziaria, in servizio nel carcere di Rebibbia, si è suicidato.
Il lento logorio della vita carceraria fiacca anche gli animi più forti. Una triste realtà a cui non sono sottoposti soltanto i detenuti, ma anche i secondini, servitori dello Stato che trascorrono la loro vita all'interno di un penitenziario. All'oppressione dettata da una vita lavorativa faticosa spesso si sommano piccoli e grandi drammi personali, in un mix di difficoltà che troppo spesso sembrano essere insormontabili. E il suicidio, erroneamente, appare come l'unica via per fuggire da quel male interiore. A.G., cinquant'anni, si è impiccato nel suo appartamento, tra quelle mura dove era rinchiuso da quando il tampone gli ha rivelato un responso nefasto.
Era positivo al Covid, ma asintomatico. Il virus non lo ha ferito fisicamente, ma lo ha ulteriormente indebolito psicologicamente. Da solo, l'uomo ha avuto tutto il tempo di alimentare una depressione che si è aggravata da quando il padre, recentemente, è morto. In servizio nel braccio G11 del penitenziario di Rebibbia, uno dei tre reparti dove è esploso un focolaio, trascorreva le sue giornate in carcere. Una vita difficile, una condizione che accomuna tutti i secondini. Il suo dramma non è un caso isolato.
"Negli ultimi due anni sono stati 15 i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita - afferma Donato Capece, segretario del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria - questo è il primo caso di quest'anno. Servono soluzioni concrete per il contrasto del disagio lavorativo del personale di Polizia Penitenziaria.
È necessario strutturare un'apposita direzione medica, composta da medici e da psicologi impegnati a tutelare e promuovere la salute di tutti i dipendenti dell'Amministrazione Penitenziaria. Non si perda altro prezioso tempo che potrebbe costare altre vite umane". Gli appelli negli anni sono stati numerosi, e sempre inascoltati. Adesso al sindacato non resta che rivolgere un pensiero: "Ci stringiamo intorno ai familiari".
di Roberto Puglisi
livesicilia.it, 27 gennaio 2021
Cresce il focolaio dei detenuti positivi al Covid al 'Pagliarelli': sono cinquantacinque, al secondo tampone. Tra otto giorni verrà somministrato un terzo. I già positivi sono stati sottoposti al molecolare, i negativi al test rapido antigenico e al molecolare, successivamente, in caso di positività: lo screening riguarda tutti. Alcuni si sono negativizzati, ma ci sono altri casi di contagio. Il Covid, in una comunità ristretta come un istituto penitenziario, presenta, oltre alla straordinaria angoscia della normalità, qualche motivo di tensione in più.
L'Usca e la protesta - C'è chi, per esempio, avrebbe rifiutato la visita del medico dell'Usca che è dedicata proprio al Pagliarelli. Appunto, le ulteriori complicazioni che una pandemia comporta in carcere non spingono alla serenità degli animi. Si avverte una palpabile tensione che riguarda sia il personale sia i detenuti, sono i sintomi del logorio, amplificato dal contesto.
Personale positivo - C'era già stato un piccolo cluster, tra il personale, nei mesi scorsi. Ora, ci sono quattro positivi. Ed è un altro dato da tenere sott'occhio, anche se l'origine del contagio dovrebbe essere esterno al carcere. La buona notizia è che non ci sarebbero quadri clinici pesanti, in generale. Tra chi lavora è in corso la campagna di adesione volontaria al vaccino. Finora hanno risposto sì più di cinquecento, su una platea di circa settecento.
"Vacciniamo i detenuti" - Sulla questione sono intervenuti, nei giorni scorsi, Rita Barbera, anima sensibile che, con il suo impegno, ha cercato di fare entrare il carcere nel mondo e viceversa. Ecco le sue parole: "In un istituto penitenziario c'è promiscuità e c'è il sovraffollamento, due situazioni gravi. Ecco perché i detenuti e il personale andrebbero vaccinati subito".
Ed ecco la posizione di un'altra figura impegnata come Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia: "Il problema fondamentale riguarda sempre i diritti umani, ma siccome la gente è poco attenta, aggiungerei un dato: se i contagi dilagheranno, la popolazione carceraria finirà per occupare le terapie intensive degli ospedali e il sistema sarà ulteriormente a rischio per tutti. Non possiamo girare la testa dall'altra parte. Il carcere non è un luogo sicuro".
Il Mattino di Padova, 27 gennaio 2021
L'istituto penitenziario padovano ospita un percorso formativo volto a favorire l'inserimento lavorativo dei detenuti, con la mansione di addetto cucina / aiuto-cuoco, sotto la guida dello chef e formatore abilitato Italo Cristofani. Il laboratorio è stato avviato a settembre 2019, il 18 gennaio scorso è potuta iniziare la terza edizione.
Il progetto e il tirocinio sono promossi dalla coop sociale Coislha, con il sostegno del Ministero di Grazia e Giustizia e il co-finanziamento di Fondazione Cattolica. I primi due cicli formativi si sono conclusi: 10 detenuti hanno conseguito l'abilitazione di aiuto cuoco, mentre in questo terzo ciclo appena iniziato, altri cinque soggetti impareranno a destreggiarsi tra i fornelli sotto la guida di Italo Cristofani.
Dalla seconda metà di febbraio sarà possibile acquistare le conserve e le preparazioni prodotte alla Casa Circondariale direttamente dagli scaffali della Bottega del Parco, al Parco Etnografico di Rubano. Sarà solo il primo test per il progetto più ampio di Coislha Food: riunire sotto un unico brand i prodotti naturali del territorio lavorati alla Casa Circondariale, per valorizzare il progetto sociale e le realtà agricole del padovano.
di Claudia Brunetto
La Repubblica, 27 gennaio 2021
Stefano Taormina, condannato all'ergastolo per una rapina finita in omicidio, ha ottenuto la scarcerazione condizionale. Ha lavorato per quasi un decennio al centro Padre Nostro. "Dedico la libertà a don Pino Puglisi: è sempre qui con me".
L'immagine di padre Pino Puglisi è sempre nel suo portafoglio. Non l'ha mai conosciuto, ma il suo messaggio gli è arrivato forte e chiaro nei nove anni in cui si è dato da fare come volontario in mezzo a bambini e ragazzi del centro di accoglienza Padre Nostro, a Brancaccio. Per Stefano Taormina, 64 anni, 40 dei quali passati in carcere, condannato all'ergastolo per omicidio dopo una rapina finita in tragedia, all'inizio di dicembre è arrivata la libertà condizionale. Per uno che nel suo destino aveva scritto "fine pena mai", l'unica parola che conta è "libertà". "Sono libero - dice Taormina - e ancora non ci credo. L'avvocato continuava a ripetermi "sei libero", ma io non capivo. Anche perché in passato me l'avevano negata diverse volte. Provo una gioia immensa. Una nuova vita che inizia. La dedico anche a padre Puglisi che è sempre con me".
A salvarlo è stata la condotta virtuosa dentro e fuori dal carcere, ma anche una lunga lista di encomi ricevuti nel tempo in tutta Italia. "Mi sono diplomato come ebanista, ho fatto decine di corsi. Mi sono appassionato alla pittura, dipingo anche il volto di padre Pino Puglisi e ho esposto i miei quadri, ma non mi viene mai bene come vorrei, come me lo immagino.
E poi nei nove anni al centro ho dato il massimo. Mi sono occupato dei campetti sportivi, ne sono stato custode e manutentore, ma quello che mi ha gratificato di più è stato il rapporto con i ragazzi. Alcuni li ho incontrati a cinque anni e oggi sono adolescenti", dice Taormina. E a modo suo li ha educati, forte della sua storia. "Gli ho detto che a inseguire i soldi facili si sbaglia e si rischia grosso, come è successo a me, gli ho detto che la forza e la sopraffazione non sono gli unici modi per rapportarsi agli altri. Gli ho detto di non perdersi in strada e di cercarsi un vero lavoro", racconta.
A Brancaccio è nato e cresciuto, così come i suoi due figli, i tre nipoti e gli altrettanti pronipoti. Il quartiere lo conosce a memoria, fiuta e scruta ogni cosa, riconosce l'illegalità anche quando è ben nascosta. I ragazzi stessi lo fermano, conoscono la sua storia. Per loro è un esempio. "Se vedo due ragazzi in motorino uscire di zona, già mi preoccupo - dice Taormina - temo si spostino per qualche colpo. Quando li fermo per strada, gli chiedo dove hanno preso il motorino che guidano e gli faccio un sacco di raccomandazioni. A Brancaccio perdersi è un attimo.
La mia vita lo dimostra". Brancaccio, però, gli ha anche offerto la possibilità di riscattarsi. E adesso gli ha dato un vero lavoro nella casa di riposo per anziani "Il giardino dei racconti", dove fa il cuoco e si occupa della manutenzione. "Nel mio percorso durissimo che mi ha costretto a rinunciare a tutto, alla vita, a mia moglie lasciata sola a 16 anni, ai miei figli che non ho visto crescere, ho incontrato anche tante persone che hanno creduto in me, che mi hanno dato fiducia. È anche grazie a loro che ho raggiunto questo traguardo. La vita in carcere è stata durissima, ma ho dimostrato di meritarmi anche altro".
Dai primi di dicembre la sua vita è fatta di lavoro, di affetti, del centro Padre nostro e anche delle rigide regole da seguire ogni giorno. "Ci abbiamo creduto fortemente - dice Giuseppe Inguaggiato, il suo avvocato - La libertà condizionale di Taormina è il risultato del contributo di tutti. Ciascuno ha fatto la sua parte, partendo da un punto certo: lo straordinario impegno di quest'uomo che ha commosso tutti noi". La libertà condizionale ha una serie di vincoli: anzitutto l'obbligo di presentarsi in questura tre volte alla settimana e il divieto di uscire di casa dalle 21,30 alle 7 del mattino. "Ma non devo tornare più in carcere", dice Taormina. Dopo cinque anni senza sbagliare mai, lo aspetta l'estinzione della pena. Un fatto più che eccezionale.
"Un miracolo - dice Taormina - Adesso l'unica cosa che mi manca per sentirmi libero davvero dentro di me, nel mio cuore, è poter chiedere perdono ai familiari della persona che non c'è più per causa mia. Soffro maledettamente, ho avuto anche un infarto per il dolore. Penso sempre a quello che ho fatto e mi pesa non essere riuscito, in tutti questi anni, a raggiungere i suoi familiari, anche se ci ho provato tante volte. Spero di farcela in questa nuova vita, attraverso l'assistente sociale che mi segue".
Per il centro Padre Nostro, Stefano Taormina è "l'ennesimo frutto di padre Pino Puglisi". "Per nove anni è diventato il perno di tante nostre attività - dice Maurizio Artale, presidente del "Padre Nostro" - il centro è stato creato per questo, per seguire le persone singolarmente in un percorso di rinascita, per provare a concedere loro un'altra possibilità, nonostante tutto".
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