Gazzetta di Parma, 3 novembre 2020
Intatto, almeno finora, il calendario dei processi. Ma a Parma, come nel resto del Paese, detenuti collegati in videoconferenza dal carcere quando vorranno prendere parte alle udienze. È uno dei provvedimenti inseriti nel decreto legge "Ristori", firmato nei giorni scorsi, per cercare di far proseguire il lavoro giudiziario con maggiore sicurezza dopo la risalita dei contagi un po' ovunque.
Come già sperimentato durante i mesi di lockdown, i detenuti potranno partecipare da remoto attraverso Teams, la piattaforma utilizzata dal ministero della Giustizia. Sono previste alcune eccezioni, per esempio nel caso di discussioni finali, a meno che le parti acconsentano.
Ma anche nella fase delle indagini sarà possibile mandare avanti le attività pur sedendo in stanze separate e anche a molti chilometri di distanza. Il decreto prevede che l'indagato e la persona offesa possano essere sentiti dal pm anche in collegamento dallo studio del difensore che li assiste, mentre i consulenti o gli esperti di cui si avvalgono il pubblico ministero e la polizia giudiziaria potranno essere ascoltati anche dal loro stesso ufficio. Una modalità a cui, tuttavia, il difensore dell'indagato potrà opporsi, se è prevista la sua presenza. Tutte novità a termine, naturalmente. Finché la nuova emergenza non sarà rientrata.
di Luigi Romano e Riccardo Rosa
napolimonitor.it, 3 novembre 2020
L'11 marzo scorso - due giorni dopo le rivolte che hanno coinvolto i detenuti nella maggior parte delle carceri italiane e durante le quali sono morti tredici tra questi - il ministro della giustizia Bonafede si presenta in parlamento per una "informativa sull'attuale situazione nelle carceri". Nel suo discorso Bonafede appare in balia degli eventi. Condanna con generica retorica le violenze dei detenuti, elenca una serie di provvedimenti che avrebbe preso nei primi giorni di emergenza Covid l'amministrazione penitenziaria, ringrazia il personale degli istituti e prova a lavarsi le mani rispetto alle criticità del sistema, addossando le colpe delle condizioni delle prigioni italiane alla cattiva gestione dei decenni passati.
Tra i provvedimenti che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria avrebbe dovuto prendere nei giorni dell'emergenza ce ne sono alcuni che, ancora oggi, a distanza di mesi, non hanno visto la luce. Il più rilevante riguarda quella che viene definita, in una nota del 26 febbraio, una necessaria e "capillare attività di informazione e sensibilizzazione della popolazione detenuta perché [...] questa possa condividere eventuali disposizioni da adottare, soprattutto con riferimento alla temporaneità delle stesse, per limitare le occasioni di contagio o lo sviluppo e la diffusione del virus negli istituti". Il riferimento è alla condivisione con i detenuti, e alla comunicazione tempestiva (entrambe mai avvenute), della transitorietà e delle motivazioni emergenziali alla base del provvedimento sulla restrizione dei colloqui con le famiglie.
L'intera informativa del ministro si configura come una difesa d'ufficio del capo del Dap dell'epoca, Basentini (poi defenestrato dopo le polemiche televisive sulla scarcerazione dei capi mafiosi durante l'emergenza Covid), mentre la morte di quattordici detenuti viene liquidata con poche parole e derubricata come una questione della quale si occuperà la magistratura.
Sette mesi dopo, Bonafede viene nuovamente chiamato in causa - dopo non aver risposto all'"interrogazione urgente" della senatrice Nugnes del 20 aprile -, questa volta da un'interpellanza firmata dal deputato radicale Riccardo Magi e dall'autonomista trentino-tirolese, presidente del gruppo misto, Manfred Schullian. I deputati chiedono conto degli eventi avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere un mese dopo le rivolte di marzo, e per la precisione tra il 5 e il 6 aprile 2020. In riferimento alle violenze ai danni dei detenuti commesse da un plotone di oltre trecento agenti penitenziari provenienti dall'esterno del carcere, l'interpellanza chiede al ministro se fosse informato di una perquisizione che ha avuto le fattezze di un blitz punitivo, e se il Dap avesse avviato delle indagini interne sui pestaggi dopo aver ricevuto numerosi esposti dell'associazione Antigone e dopo la pubblicazione di alcuni articoli di stampa, ben prima che la magistratura si interessasse alla vicenda.
All'interrogazione risponde il sottosegretario per la giustizia Vittorio Ferraresi. La sua relazione è un lungo riepilogo, nemmeno troppo dettagliato, degli eventi avvenuti a Santa Maria, ma senza entrare nel merito del ruolo avuto dal ministero e dalle varie catene di comando sulla mega-perquisizione, né sul conflitto in corso tra due poteri, ovvero la magistratura di sorveglianza e la polizia penitenziaria. Poche ore prima della perquisizione, infatti, il carcere di Santa Maria Capua Vetere era stato visitato dal magistrato di sorveglianza Marco Puglia, successivamente alle tensioni registratesi il giorno precedente, quando circa cento detenuti avevano protestato, avendo appreso la notizia del primo positivo al Coronavirus nel carcere campano.
La presenza "di garanzia" del magistrato a Santa Maria sembrava aver abbassato la tensione e scongiurato ulteriori strascichi. Eppure, poche ore dopo la sua uscita dal carcere, trecento agenti di polizia penitenziaria, interpellati (da chi?) dopo le tensioni del giorno precedente, sono entrati a volto coperto fin dentro le celle dei detenuti, dando vita a quella che da subito non abbiamo esitato a definire una "mattanza". Una vera e propria vendetta per le proteste del giorno precedente, che oggi sembra essere destinata a dar vita al più importante processo ai danni dell'amministrazione penitenziaria nella storia della Repubblica.
Non c'è forse bisogno di sottolineare che nella sua risposta - durante la quale il sottosegretario utilizza un lessico estremo per condannare le proteste dei detenuti, mentre mai si esprime sull'eventualità di gravissime violenze operate dal personale di polizia - Ferraresi non cita in alcun modo la presenza in carcere del magistrato Puglia, cercando di smorzare l'evidente contraddizione di due poteri - la magistratura e la polizia penitenziaria - che scendono in conflitto su un terreno concreto.
L'assenza di una prospettiva politica della pena, e l'abbandono di qualsiasi forma di intervento trattamentale negli istituti, hanno reso il carcere uno spazio esclusivamente votato alla contenzione. Le spinte dei sindacati di polizia hanno trovato così terreno fertile, in un sistema che secondo l'ordinamento penitenziario dovrebbe mantenere equilibrio tra l'area giuridico-pedagogica e quella della sicurezza, entrambi elementi dell'esecuzione della pena supervisionati dalla magistratura di sorveglianza. Persino la Fp-Cgil in un comunicato che riguarda Santa Maria Capua Vetere ha sottolineato come il regime delle celle aperte debba essere gestito secondo i criteri della premialità, accedendovi solo i più meritevoli (secondo quali valutazioni?) e ribadendo implicitamente che la norma deve essere la chiusura delle celle. Il risultato di queste spinte è che a oggi, stando alle ultime visite dell'Osservatorio di Antigone, il regime chiuso sembra tornato a essere la normalità, prassi che riporta indietro nel tempo il modello carcerario.
Al di la degli esiti del procedimento sulle violenze di Santa Maria, sono importanti alcune riflessioni che tralasciano le posizioni dei singoli soggetti che hanno agito quel pomeriggio e che vanno inquadrate in una visione d'insieme del sistema. Le dichiarazioni del ministero sul ripristino della legalità in seguito a una protesta, sono contraddittorie, avendo constatato sul campo le modalità di recupero delle gerarchie interne durante la rivolta al carcere di Fuorni (Salerno), il primo istituto a insorgere.
In quell'occasione l'ordine interno dell'istituto si era sgretolato e i reparti celere della polizia e dei carabinieri riuscirono a ripristinare il controllo solo dopo alcune ore. Le violenze di Santa Maria colpiscono invece "a freddo", il 6 aprile, quando la protesta del giorno prima era già ampiamente rientrata. Per questo, chi ha agito quel pomeriggio lo ha fatto per rappresaglia con l'intento di ristabilire i rapporti di dominio. È stata un'azione di guerra che rispecchia in parte il modello di gestione del penitenziario.
Qualche ragionamento è lecito anche rispetto all'attenzione mediatica che in questa fase viene riservata al processo, a fronte della grande reticenza (come sempre quando si parla di carcere, e ancor più dei casi riguardanti violenze da parte delle forze dell'ordine) che si era registrata nelle prime settimane dopo i fatti. L'articolo in cui denunciavamo gli avvenimenti di Santa Maria, insieme al documento audio che riportava le registrazioni di alcune telefonate in cui i detenuti raccontavano ai propri familiari le violenze subite, ebbe nei giorni di marzo una diffusione importante (oggi viene citato dal senatore Manconi sulle colonne di Repubblica).
All'epoca, però, pochissimi media nazionali, persino su nostro sollecito, ritennero opportuno approfondire la vicenda, come stanno invece facendo oggi, per esempio con gli articoli pubblicati da Domani e il Riformista. Questo diverso atteggiamento ci dà la portata dell'importanza del processo che sta per iniziare e che coinvolgerà, secondo le informazioni che abbiamo a disposizione (e considerando l'alto numero di avvisi di garanzia recapitati), anche alcuni profili dirigenziali del sistema carcerario.
Allo stesso tempo, però, è necessario comprendere da quali impulsi e con quali scopi (non necessariamente la tutela dei diritti dei detenuti) prendono corpo determinate campagne di stampa, in una contesa che più che mirare alla ricostruzione della verità potrebbe configurarsi come uno scontro tra forze istituzionali che, verosimilmente, cercheranno di esporsi il meno possibile.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 novembre 2020
Gabriella Stramaccioni racconta che l'uomo, con problemi mentali, era in detenzione domiciliare per diffamazione e finirà la pena ad aprile del 2021. Ha quasi 80 anni con problemi mentali, era in detenzione domiciliare per un reato di diffamazione, ma il 15 ottobre scorso lo hanno tradotto nel carcere di Rebibbia nuovo complesso perché non ha rispettato alcuni obblighi imposti dal giudice.
La denuncia arriva da Gabriella Stramaccioni, la Garante delle persone private della libertà per il Comune di Roma. Lui si chiama Marco, è del 1941 e ha subito, com'è detto, una condanna definitiva per diffamazione con una pena che finirà di scontare ad aprile del prossimo anno.
Non aveva neanche capito di essere ai domiciliari - In piena pandemia, quando si stanno adottando provvedimenti per ridurre il sovraffollamento onde evitare che non ci sia posto per isolare e curare i malati di Covid 19, accade che fanno entrare in carcere un anziano che molto probabilmente, proprio per il suo stato psichico, nemmeno si è reso conto di ciò che ha fatto.
"Il signore ha problemi mentali - denuncia la Garante Gabriella Stramaccioni - e la moglie non aveva neanche capito che fosse ai domiciliari. Mi hanno cercata per capire il perché il marito fosse stato portato in carcere. Mi chiedo e chiedo: si possono evitare queste assurdità?".
Una storia che ha destato stupore tra il personale dell'area educativa del carcere, anche perché ci troviamo nuovamente nel periodo in cui, oggi più che mai, va ricordato che nel nostro sistema il carcere costituisce l'extrema ratio.
Nelle carceri è impossibile assicurare il distanziamento fisico - Come ha detto il Procuratore generale della Corte di Cassazione Giovanni Salvi, tramite un documento del primo aprile scorso, "occorre dunque incentivare la decisione di misure alternative idonee ad alleggerire la pressione dalle presenze non necessarie in carcere: ciò limitatamente ai delitti che fuoriescono dal perimetro predittivo di pericolosità". Sì, perché chiunque conosca la realtà carceraria italiana sa bene che è impossibile assicurare dentro le carceri quel distanziamento fisico, nonché le altre misure essenziali di profilassi. I detenuti dividono le camere fra più persone, condividono i servizi, consumano pasti insieme nelle celle, gli spazi comuni sono limitati.
395 detenuti e 424 agenti penitenziari positivi - Insomma, in carcere l'assembramento, che tutti dobbiamo evitare, è inevitabile con i numeri che ci sono. Poi ci sono gli anziani e malati, proprio quelli che sono i soggetti più vulnerabili al Covid 19, che in carcere non dovrebbero proprio starci. L'equilibrio all'interno degli istituti penitenziari affollati è molto precario e bisogna intervenire velocemente con provvedimenti efficaci per evitare i contagi.
A ieri i detenuti positivi nelle carceri italiane sono 395, contro i 145 del 27 ottobre, mentre gli agenti sono 424 rispetto ai 199 di una settimana fa. La stessa garante Stramaccioni ha fatto recentemente un appello alla magistratura di sorveglianza affinché "verifichi di nuovo, come è stato fatto durante il lockdown, tutti i casi di incompatibilità con il regime detentivo da parte di coloro che soffrono di particolari patologie. E parliamo di tante persone".
Da garante visita frequentemente le carceri romane ed ha evidenziato che ci sono troppe criticità, "troppi ritardi da parte della Magistratura di Sorveglianza a dare risposte alle istanze che riguardano la liberazione anticipata, la incompatibilità per malattie alla detenzione, alla concessione dei permessi o dei benefici permessi per legge. Le cancellerie sono in forte difficoltà e molte pratiche non vengono lavorate, nei tempi opportuni". In tutto questo, accade che mandano a Rebibbia un anziano signore, con problemi mentali e per un reato non grave. "Per cortesia, facciamolo uscire subito!", chiede a gran voce la Garante Stramaccioni.
askanews.it, 3 novembre 2020
I principi della Costituzione non conoscono muri, nemmeno quelli delle carceri dove, lì più che mai, sono necessarie parole di giustizia a salvaguardia della dignità umana. In particolare per i soggetti più vulnerabili: le donne con i loro bambini.
A partire dall'analisi dell'articolo 27 della Costituzione, dove si specifica che le pene devono tendere alla rieducazione, la quinta puntata di "Senza distinzione di genere", il programma di Rai Cultura con Stefania Battistini, in onda martedì 3 novembre alle 22.10 su Rai Storia (canale 54), offre un viaggio nel tempo all'interno dei penitenziari italiani, dove le riforme dell'ordinamento carcerario sono legate a doppio filo con le storie delle detenute.
Un tema delicato che spesso pone all'attenzione del legislatore anche i diritti dei figli, soggetti terzi incolpevoli, che subiscono indirettamente la pena inflitta al genitore. Le sentenze principali individuate a tal proposito sono la n.350 del 2003 e la n. 239 del 2014. In entrambi i casi si cerca un bilanciamento tra le esigenze punitive dello Stato, anch'esse di livello costituzionale, e le esigenze del maggiore interesse del minore.
Nella prima sentenza viene affrontata specificamente la condizione di un figlio portatore di handicap, nella seconda invece il tema discusso riguarda le forme della detenzione domiciliare. "Ci sono tanti modi - spiega Marta Cartabia - per permettere alle donne con figli di espiare la loro pena attraverso delle modalità che non pregiudichino una crescita di questi figli in un rapporto sano con le madri".
La Nazione, 3 novembre 2020
Al via la selezione, domande entro il 13 novembre. L'incarico sarà incentrato soprattutto sulla formazione professionale dei detenuti. Al via una procedura di selezione comparativa per l'affidamento dell'incarico di direzione tecnica della lavorazione industriale della sartoria del carcere. L'incarico pone al centro prestazioni d'opera per la direzione tecnica della sartoria all'interno dell'istituto penitenziario di Volterra.
Le prestazioni riguarderanno principalmente le commesse per conto dell'amministrazione penitenziaria: l'incarico dovrà riguardare, in particolare, la formazione dei detenuti-sarti, avviandone o incrementandone la qualificazione professionale. Ulteriori indicazioni su prestazioni richieste ed obblighi per il soggetto incaricato saranno specificati nella convenzione che sarà stipulata con il professionista che vincerà la selezione.
L'avviso sarà pubblicato sul sito web del ministero della giustizia e della casa di reclusione di Volterra, sul sito della Regione Toscana, sull'albo pretorio del Comune di Volterra e trasmesso alla Camera di Commercio di Pisa. La durata della prestazione è prevista per il periodo dal primo gennaio 2021 al 31 dicembre 2022,0 con la possibilità di una proroga tecnica per il tempo strettamente necessario per l'individuazione del nuovo contraente.
Il compenso, da corrispondersi mensilmente, è stabilito nella misura di 20,42 euro orari, Iva inclusa, per una prestazione settimanale che non potrà essere superiore a 30 ore, con esclusione di ogni altra gratificazione o indennità e di ogni trattamento previdenziale e assicurativo. Il pagamento verrà corrisposto periodicamente, previa verifica della regolarità della prestazione resa, secondo le modalità previste dallo schema di convenzione.
Ecco i requisiti richiesti: possesso della cittadinanza italiana o di uno degli stati membri dell'Unione Europea; godimento dei diritti civili e politici; possesso di titoli comprovanti una valida esperienza maturata nel settore e/o attestati di specifici corsi frequentati con superamento di esami finali; non aver riportato condanne penali con sentenza passata in giudicato, né avere procedimenti penali pendenti a proprio carico e non essere destinatario di provvedimenti che riguardano l'applicazione di misure di prevenzione o di provvedimenti iscritti nel casellario giudiziale e non essere sottoposto a procedimenti penali; possesso di valida esperienza nei mestieri afferenti le attività sartoriali, idonee all'esercizio delle funzioni relative all'incarico oggetto del bando e possesso o impegno ad aprire una partita Iva.
Le domande dovranno essere presentate entro il 13 novembre a "Casa di reclusione di Volterra, via Rampa di Castello, 4, 56048, Volterra", a mano o per raccomandata, o all'indirizzo pec
di Stefano Bramanti
Il Tirreno, 3 novembre 2020
Nei giorni scorsi l'iniziativa del corso di agraria dell'istituto tecnico portoferraiese che si è tenuta nei terreni all'esterno della Casa di reclusione di Porto Azzurro. Il "Progetto Idea" dell'istituto tecnico Cerboni prosegue. E, nei giorni scorsi, è avvenuta la raccolta delle olive degli studenti del corso di agraria, un impegno realizzato insieme agli alunni del carcere di Porto Azzurro di forte San Giacomo, diretto da Francesco D'Anselmo. Pure loro seguono lo stesso piano didattico e sono ormai giunti al traguardo finale del percorso di riabilitazione per il reinserimento nella società.
Idea è un acronimo sta per Impresa didattica elbana agricola ed è condotto dalla docente Brunella Righetti che insegna "trasformazione dei prodotti", nella scuola superiore di Piazzale Buttafuoco diretta dalla preside Alessandra Rando. Righetti agisce pure all'interno del carcere dove vanno avanti i medesimi corsi di agraria rivolti a detenuti che frequentano dalla prima classe alla quinta, e quindi quest'anno scolastico qualcuno di loro conseguirà il diploma di maturità.
Insieme a Righetti opera l'altro docente dell'Itcg Alessandro Petri, professore di Produzioni vegetali ed entrambi si confrontano con la classe quarta agraria composta da nove giovani studenti che sono Federico Anselmi, Caterina Castelli, Lorenzo Colandrea, Luca Concu, Lorenzo Inglese, Jacopo Medici, Leonardo Paoli, Francesco Petito, Leonardo Soria.
"Il Progetto Idea è partito due anni fa - spiega la professoressa Righetti - varato dalla Regione Toscana che si avvale di fondi europei. I nostri ragazzi del Cerboni collaborano, al Forte San Giacono, con gli altri studenti della casa di reclusione guidati dai responsabili dell'Azienda agricola carceraria, Marco Tessieri e il suo vice Mauro Conte e 150 ore sono dedicate alle attività pratiche di agraria".
Quindi Anselmi e company hanno agito nelle aree coltivate della casa di reclusione elbana, poste attorno alla fortezza, ma sono intervenuti pure nelle tenute agricole di Porto Azzurro di Antonio Arrighi e quella di Italo Sapere, che sono tutor aziendali degli studenti.
"E quest'anno- conclude Righetti - ci sono state 15 ore in cui gli alunni hanno fatto la raccolta di olive presso la struttura carceraria. L'anno scolastico scorso avevano potato i vigneti anche nelle aziende agricole portoazzurrine. E oltre la raccolta delle olive hanno agito negli agrumeti e la raccolta è proseguita nell'oliveto della tenuta di Antonio Arrighi. Il progetto fu avviato dalla preside, ora in pensione, Grazia Battaglini, che lo formalizzò; in seguito lo ha reso operativo la nuova preside Rando.
La finalità di questi impegni è quella di arrivare a vedere la produzione dell'olio extravergine d'oliva e quando saranno maturi i frutti degli agrumeti carcerari nasceranno marmellate che saranno preparate con i macchinari della ditta Armando a Porto Azzurro e gli alunni seguiranno anche tutto l'aspetto gestionale e commerciale di questi prodotti.
Il frantoio usato è quello compensandole di Portoferraio, ma è stato visitato pure un frantoio di Pilade che esiste al bivio tra Porto Azzurro e Capoliveri, tutto automatizzato dove vengono consegnate le olive e si produce l'olio extravergine, grazie all'intervento dei dipendenti di quella struttura, che alla fine del processo riempiendo taniche di acciaio".
Corriere del Veneto, 3 novembre 2020
Il virus entra anche nella procura di Treviso facendo scattare le misure di sicurezza. A fronte di tre contagi al terzo piano del palazzo di giustizia (dove ci sono gli uffici dei magistrati), il sostituto procuratore Massimo De Bortoli, ha deciso di limitare gli accessi agli uffici alle sole forze dell'ordine e agli avvocati per eventuali emergenze.
"Fortunatamente stanno tutti bene e sono praticamente asintomatici" spiegano dalla procura, ma intanto l'Usl ha avviato il tracciamento dei colleghi e dei familiari dei positivi per contenere possibili focolai. Il virus infatti non sembra arrestarsi e ieri, in sole 24 ore, sono stati 34 i ricoveri in più in ospedale e uno in più in terapia intensiva.
Treviso comincia così la settimana decisiva per il lockdown e per l'istituzione delle "province zona rossa", con quasi settemila persone attualmente positive al virus. L'Usl 2 continua ad aveNell'Usl re il record regionale di contagi da inizio epidemia, 12.306 trevigiani. Ieri è stato registrato anche un decesso: è un paziente dell'ospedale di Vittorio Veneto di 90 anni, morto dopo il contagio da Covid e con più patologie pregresse. Le vittime nella Marca diventano quindi 380. Il dato su cui si concentrano i sanitari oggi è però quello dei ricoveri. dell'infezione.
La prima settimana di chiusure alle 18 nei locali, senza palestre e senza piscine, si è conclusa con un leggerissimo rientro dei numeri dei contagi, ma i sintomatici gravi sono in aumento. I 338 casi positivi in più di ieri sono l'esito di circa cinquemila tamponi nei drive-in: "Ma aggiungendo quelli che facciamo periodicamente al nostro personale e nei centri servizi arriviamo almeno a 6.500 al giorno". E oggi parte anche il Covid-point di Casier: una giornata di test per vedere se la Dogana di Treviso sarà effettivamente sgravata dei pazienti in arrivo dall'area sud della provincia.
Gli ospedali cominciano ad essere oberati di lavoro. "L'attività negli ospedali continua, non siamo ancora in emergenza - ribadisce Benazzi. Chi ha prenotato visite o esami specialisti non deve temere che saltino. Anche se Vittorio Veneto è Covid-hospital continuiamo a fare le attività oncologiche, i tumori alla laringe e il pronto soccorso. Le visite specialistiche sono al piano terra quindi con un percorso differenziato. Il San Camillo continua con le visite specialistiche, il personale oggi gestisce un massimo di 40 posti Covid ma 9 sono impegnati".
di Francesco Damato*
Il Dubbio, 3 novembre 2020
Storia di una riforma nata male che rischia di finire anche peggio. Fra gli effetti di questa maledetta pandemia virale c'è il fallimento che più clamoroso non poteva rivelarsi della riforma del titolo quinto della Costituzione voluto nel 1999, in vista delle elezioni ordinarie del 2001, dal centrosinistra d'edizione ulivista.
Che aveva avuto in quella legislatura ben quattro edizioni, in barba alla semplificazione, maggiore governabilità e altre meraviglie ancora promesse al popolo con l'avvento della cosiddetta Seconda Repubblica. Il cui esordio tuttavia non era spettato al centrosinistra ma, a sorpresa, al centrodestra improvvisato da Silvio Berlusconi, con la sua Forza Italia, alleandosi al Nord con la Lega di Umberto Bossi e al Centro- Sud col Movimento Sociale di Gianfranco Fini in evoluzione verso Alleanza Nazionale.
Rottosi subito il rapporto fra Berlusconi e Bossi, basatosi sull'idea di trasformare in senso federale la Repubblica aumentandone le autonomie locali come antidoto alla secessione padana, quei geni della sinistra trascorsero il loro tempo, mentre Lamberto Dini guidava un governo simil- tecnico per portare avanti il più possibile una legislatura azzoppata, a studiare il modo in cui rendere la rottura nel centrodestra la più profonda e meno recuperabile possibile.
Come? Facile: inseguendo Bossi sulla strada del federalismo, ciò promettendogli più di quanto Berlusconi avesse potuto e voluto fare. Vinte le elezioni politiche anticipate del 1996 grazie alla rottura del centrodestra, provò la svolta federalista per primo Romano Prodi da Palazzo Chigi, ma quell'altro geniaccio di Fausto Bertinotti lo fece cadere a metà legislatura. Ci provò allora non con uno ma con due governi Massimo D'Alema in persona, che era considerato il più abile, il più furbo, il più tutto della coalizione ulivista. Ma non ci riuscì neppure lui perché commise l'imprudenza di scommettere su un turno elettorale regionale che perse, dimettendosi con un sentimento di orgoglio di cui va ancora fiero.
E passò la mano a Giuliano Amato, sfidando a suo modo quella parte dell'ex Pci e, più in generale, della sinistra che non perdonava allo stesso Amato di essere stato il braccio destro, il "dottor Sottile", il grande consigliere dell'odiatissimo Bettino Craxi, nel frattempo liquidato giudiziariamente dalla scena politica e costretto alla fuga, o addirittura latitanza, o all'esilio, secondo le preferenze, nella sua casa delle vacanze in Tunisia, finendo lì i suoi giorni amari.
Toccò dunque al povero, sventurato Amato improvvisare una riforma costituzionale del titolo V per aumentare le competenze regionali, trattenere Bossi sulla strada che aveva già intrapreso di ritorno all'alleanza con Berlusconi, a dispetto delle resistenze di Fini, e rivincere le elezioni ordinarie del 2001, come quelle anticipate del 1996.
L'operazione fu di tale spregiudicatezza politica e parlamentare che lo stesso Amato dopo qualche anno se ne sarebbe pubblicamente pentito, soffrendo soprattutto dei pochi voti di scarto con cui la legge passò soprattutto al Senato, alla faccia delle larghe convergenze auspicate a parole quando si mettono le mani sulla Costituzione.
Da quella legge, che superò lo scoglio referendario tra l'indifferenza generale, e col centrodestra nel frattempo tornato al governo, fece le spese a tal punto lo Stato che l'attività della Corte Costituzionale s'intasò con un'infinità di ricorsi, o di inseguimenti fra le regioni che volevano sempre di più e il governo di turno che voleva dare sempre di meno, pur con i leghisti e il loro federalismo dentro.
Fu insomma un pasticcio, dal quale peraltro il povero Amato non era riuscito a ricavare nel 2000 neppure l'investitura a candidato, per l'anno dopo, a Palazzo Chigi. La sempre troppo composita coalizione di cosiddetto centrosinistra gli aveva preferito Francesco Rutelli. Che avrebbe poi avuto l'onore, orgogliosamente rivendicato, di perdere onorevolmente col Cavaliere, tanto preoccupato in effetti della concorrenza del giovane "Cicciobello" da negargli alla fine della campagna elettorale un confronto diretto.
Ai guasti creati da quella sciagurata riforma voluta solo per motivi di concorrenza o inseguimento politico, non certo per definire con la necessaria chiarezza i nuovi, maggiori poteri delle Regioni e la sopravvivenza dello Stato, il centrosinistra cercò nel 2005- 2006 di rimediare con una nuova riforma. Che ebbe la sola sfortuna, o il solo inconveniente di portare il nome di Matteo Renzi. Il quale di suo aggiunse quel tantino di esuberanza e impazienza, volontà di sfida e quant'altro, da perdere il referendum confermativo.
E così, oltre alla salvezza della già fallita riforma del titolo V si aggiunse quella dell'ormai quasi defunto Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro. E fu perduta anche l'occasione di una riduzione dei parlamentari abbinata ragionevolmente ad una modifica del cosiddetto, paralizzante e ripetitivo bicameralismo perfetto, come lo definiscono i costituzionalisti. Ora che con la pandemia i conflitti di ogni giorno, di ogni notte, di ogni ora e di ogni minuto fra il governo e le Regioni, sempre al plurale per carità, si sono rivelati rovinosi come più chiaramente non poteva apparire e avvenire, c'è anche chi vorrebbe addirittura non riformare davvero e finalmente il titolo V ma tornare ancora più indietro e chiudere l'istituto regionale, di cui tutti hanno peraltro scoperto i costi cresciuti a dismisura, assieme alle spartizioni partitiche, correntizie e quan'altro di ogni angolo di potere e sottopotere.
Speriamo che a pandemia sconfitta, chissà a quale prezzo, si capisca anche l'opportunità di rinunciare a Regioni e relativi governatori, ha titolato in prima pagina uno dei giornali più filogovernativi e filo-grillini del mercato editoriale profittando del gigantesco errore - va riconosciuto- compiuto da Giovanni Toti in Liguria, Che è stato quello di proporre, pur a titolo "protettivo", gli anziani anche perché "non produttivi" Un giornale di centrodestra come Libero, non di sinistra, ha tradotto l'idea nella rovinosa, drammatica immagine dei vecchi chiusi negli armadi, non si sa se più per allontanarli o avvicinarli alla destinazione finale delle bare.
*Giornalista, analista politico
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 3 novembre 2020
Per contrastare il Covid-19 non si deve temere l'"impopolarità" nel senso migliore del termine: spiegare e far comprendere all'opinione pubblica anche quello che non vuole sentirsi dire. Governo e Regioni faticano a capire che la seconda fase della pandemia da coronavirus non regala né promette rendite di posizione politiche ma esige maggiori responsabilità. Nella primavera scorsa si poteva pensare di avere di fronte un'Italia spaventata e pronta a quasi tutto per uscire a un'ondata di contagi sconosciuta e terribile.
Con senso di responsabilità e disciplina, sei mesi fa pochi hanno rinunciato a fidarsi di una maggioranza governativa e di presidenti di Regione colti alla sprovvista e senza un piano. Le restrizioni inedite della libertà sono state accettate su uno sfondo di unità e di coesione motivate dall'emergenza sanitaria. Ora non più. L'ottica è cambiata. Il rimpallo degli errori e dei ritardi non viene percepito come quasi inevitabile conseguenza di un contagio non previsto da nessuno. Lo stato di necessità di allora era figlio della sorpresa; quello che si sta delineando chiama in causa anche l'imprevidenza e la disorganizzazione.
Per questo il cosiddetto scaricabarile rischia di assumere in pieno il suo significato offensivo. Diventa l'emblema di una ricerca di colpe attribuite in apparenza agli "altri", intesi come livello diverso di potere e di maggioranza politica; di fatto pagate dalla popolazione. E finisce per sottolineare un'assenza insieme di coraggio e di trasparenza, che promettono di incidere in profondità sul rapporto di fiducia costruito faticosamente fino all'estate. A forza di inseguire i sondaggi di popolarità, Palazzo Chigi comincia a rendersi conto che cosa significhi provare il morso doloroso dell'impopolarità.
Non, però, perché ha preso decisioni sgradite ma efficaci; semmai per una ragione opposta. A pesare negativamente è il senso di inutilità delle misure prese, di mesi buttati via, e di mancanza di controllo della situazione da parte di chi doveva governarla; sono le divisioni all'interno della maggioranza sui tempi e sui modi delle chiusure, e i conflitti e l'incomunicabilità tra il premier Giuseppe Conte, e l'opposizione e le regioni. Probabilmente è vero che gli enti locali in prevalenza a guida leghista o comunque di centrodestra aspettano soltanto di puntare il dito contro l'esecutivo; e che in Parlamento le richieste di dialogo sono strumentali. Si è visto anche ieri.
Ma tutto questo non può diventare un alibi per non provare ad aprire seriamente un confronto. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, insiste da due giorni su un'unità non di facciata. È emblematico il suo colloquio di ieri con due governatori, uno di sinistra, Stefano Bonaccini dell'Emilia-Romagna, l'altro di destra, Giovanni Toti, della Liguria. Serve a dare un segnale se non altro di metodo a chi si fa scudo dello scontro per non decidere; e a chi evoca l'autonomia delle regioni o il primato dello Stato solo quando sembrano un presagio di disastri. Il governo ha il dovere di prendere in mano la situazione; di indicare le priorità; e di ottenere il consenso di tutti oppure di spiegare perché va avanti comunque.
Per contrastare il Covid-19 non si deve temere l'"impopolarità" nel senso migliore del termine: spiegare e far comprendere all'opinione pubblica anche quello che non vuole sentirsi dire. Dovrebbe essere facile, se il riflesso dell'autodifesa furba cedesse il passo a un autentico spirito di collaborazione. La difficoltà maggiore nasce da una diffidenza reciproca così radicata da cristallizzare i conflitti, mentre peggiorano condizioni economiche, rapporti sociali e contagi; e mentre la babele dei suggerimenti prodotti dai virologi aumenta l'incertezza. È indubbio che l'Italia condivide con il resto dell'Europa un rimbalzo dei contagi tale da mettere in mora intere classi dirigenti.
Di nuovo, però, attenti a non utilizzare l'omologazione come salvacondotto. Bisogna chiedersi come mai in pochi mesi il "modello italiano" così celebrato e autocelebrato sia diventato un deprimente "mal comune, mezzo gaudio" europeo. E soprattutto, è urgente rimediare prima che il nostro Paese diventi una pietra di paragone in negativo. Fino a qualche settimana fa i cantori del grillismo di governo, in sintonia con chi dall'opposizione minimizzava i rischi, ironizzavano su chi temeva proteste e scontento. Forse è il caso che tutti smettano di irridere e bastonare i critici, e si facciano un rapido esame di coscienza, agendo di conseguenza.
adnkronos.com, 3 novembre 2020
"Mi è venuta voglia di fare una mandrakata per tutti loro, perché vivano qui dentro al meglio". Così un commosso Gigi Proietti, il grande attore romano scomparso stamane, commentò la calorosa accoglienza riservatagli dai detenuti della casa circondariale di Rebibbia il 5 gennaio 2015, quando fu ospite d'onore del pranzo natalizio organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio. Non era la prima volta che l'attore entrava in un carcere: qualche anno prima aveva preso parte a un evento a Regina Coeli e nel 2011 prestato il suo volto al calendario della Polizia Penitenziaria.
A raccontare l'episodio a Gnewsonline, il quotidiano web del ministero della Giustizia, è l'ispettore di Polizia penitenziaria Luigi Giannelli, che accompagnò l'attore e sua moglie Sagitta durante la visita nel carcere romano. "I ragazzi della Comunità di Sant'Egidio per il tradizionale pranzo organizzato durante le festività natalizie avevano contattato vari personaggi dello spettacolo che tardavano a dare la loro disponibilità. Proietti invece accettò subito con entusiasmo. Arrivò molto prima del pranzo, alle 10.30, e volle vedere alcuni ambienti dell'Istituto. Tra questi, inevitabilmente, la sala teatro che apprezzò molto".
A tavola i detenuti gli chiesero di esibirsi in una delle scene cult di Febbre da Cavallo. "Ma lui - continua Giannelli - si sottrasse con eleganza all'invito dicendo che quello non era il posto adatto per parlare di truffatori".
Sorprese tutti la scelta di Proietti di sedersi vicino ad alcuni detenuti durante il pranzo che, per poter ospitare più di 150 persone, fu organizzato nei locali della falegnameria. Fabio Gui, dell'Osservatorio Salute in carcere, che partecipò in qualità di volontario di Sant'Egidio, così ricorda quei momenti: "Dopo aver ascoltato con attenzione le vicende dei suoi commensali, Proietti ripeté spesso questa frase: 'La vita è complicata'...
Mi colpì particolarmente l'incontro con Marcel, un detenuto anziano originario del Tufello, la borgata romana dove Proietti aveva trascorso infanzia e parte della sua adolescenza. Rievocarono insieme luoghi e fatti, vissuti da punti di vista molto diversi. Disse di essere venuto come romano, "uno di voi che ha fatto incontri e poi scelte diverse".
"In quell'occasione - aggiunge Gui - il grande artista si fermò a parlare a lungo anche con i giovani volontari, esordendo così: 'Ma che davero non ve pagheno'?... Poi si mostrò colpito e ammirato dalla gratuità del loro impegno".
Tra i vicini di tavolo dell'attore quel giorno c'era anche Marco, che stava vivendo un momento importante della sua vita: aveva appena pubblicato il suo primo libro, scritto in carcere. Oggi Marco è libero, lavora, è autore di tre libri e vuole ricordare così Proietti: "Gli regalai una copia del libro e fui subito colpito dal suo interesse vero, non di circostanza. Quando lesse le prime righe di uno dei racconti vidi una lacrima scendere dai suoi occhi. Non dimenticherò mai quel momento così autentico che mi ha fatto pensare che i grandi artisti si riconoscono anche dalla sensibilità e dalla capacità di continuare a emozionarsi".
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