di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 27 gennaio 2021
Nel togliere quel bene supremo, una comunità civile si sentirebbe responsabile di una sopraffazione mostruosa. Ciò la indurrebbe a rendere decenti le condizioni di vita dei detenuti. Ma non ne siamo capaci. Ecco perché.
di Giuseppe De Filippi
Il Foglio, 27 gennaio 2021
Concentrate i vostri sforzi di comprensione dei fatti politici (è dura per tutti, non bisogna abbattersi) sulla questione giustizia. Come bussola avrebbe funzionato per tutti gli ultimi 30 anni, consentendo di capire a sufficienza degli sviluppi nella competizione per il potere e anche di quelli economici, sociali e della possibilità di riformare le istituzioni.
Insomma non proprio tutto poteva leggersi attraverso il codice della giustizia, ma una gran parte del lavoro sarebbe stata acquisita. Allora proviamoci anche adesso, perché non serve un retroscenista (professione in disuso nei tempi recenti in cui succedono più cose sulla scena che sul retro) per legare la crisi di potere con l'appuntamento fatale della relazione del ministro Alfonso Bonafede.
Oggi il Foglio ne tratteggia un ritratto al quale non c'è niente da aggiungere e che descrive un politico e una linea sulla giustizia incompatibili con un governo che si dichiara liberale, europeista e tutto il resto che sapete.
Bonafede sembra essere rimasto impigliato nel primo grillismo, fuso com'era (anche per il momento storico in cui è nato) con il giustizialismo mediatico e specialmente televisivo, e con quel piano di lavoro non si può governare, ma al massimo ci si può scalmanare all'opposizione per acchiappare voti, cioè quello che facevano i grillini prima maniera.
A questo punto, per seguire le convulse ore che ci portano alla cena, proviamo solo a guardare le cose che hanno a che fare con la giustizia e con Bonafede. Tra le prime in cui andiamo a incappare c'è l'apertura di disponibilità da parte di esponenti di Forza Italia verso l'appoggio a una nuova maggioranza, sufficientemente contiana, cioè a partire dalla quasi-maggioranza attuale, a condizione di avere una riforma della giustizia in cui si rimettano in discussione gli eccessi persecutori della linea mutuata da Bonafede ma proveniente da altri ambienti (ribadiamo: quel primo grillismo un po' scopiazzava in giro, sentiva quello che c'era nell'aria, era manettaro perché c'era la moda del giustizialismo, ma nella sua anti-politicità avrebbe potuto assumere, senza scossoni, anche altri atteggiamenti).
La stessa cosa vale per gli altri centristi, per di più ora colpiti nel loro leader da un'inchiesta proveniente da uno dei campioni della giustizia spettacolarizzata. La domanda politica è se Giuseppe Conte e, con un'altra decisione, i 5 stelle, riescono a superare non tanto la figura di Bonafede quanto quei legami culturali e opportunistici con cui una decina di anni fa si celebrò il matrimonio tra grillismo e uso politico della giustizia.
L'impressione è che poi quella roba passasse sempre un po' sopra la testa dei grillini, non completamente credibili quando tentavano di intestarsi (onestà, onestà) le battaglia degli schieramenti tipicamente legati all'attività di un certo potere giudiziario. Un sussulto, un barbaglio, di questa condizione lo ebbe a sperimentare anche Bonafede, quando si vide esposto a improvvisi attacchi per aver scelto, con una discreta quota di autonomia, il direttore del Dap, scelta per la quale venne pubblicamente attaccato da Nino Di Matteo nientemeno che dagli studi di Massimo Giletti.
Allora si tratterebbe di recuperare un po' di quell'autonomia di decisione e provare a lavorare con o forse al posto di Bonafede. Se qualcosa si muove lungo questo asse allora ci saranno notizie anche per il governo e la maggioranza. Seguite e parlatene a cena. Sul dibattito, intanto, si potrebbe prendere tempo con soluzioni creative.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 27 gennaio 2021
Se le disgrazie altrui si utilizzano a mo' di consolazione, si capisce che l'utilizzatore non versi in splendide condizioni. La disgrazia per eccellenza, in Italia, è diventata la Calabria, quotidianamente c'è un suo male che arriva mediaticamente a lenire il male nazionale: dalla sanità, alla politica, all'assetto idrogeologico, ai rifiuti. È un laboratorio infinito, in cui si produce l'orrore. E lei, la Calabria, se ne sta appesa per il collo al pendolo di un orologio sfasato, che oscilla per gran parte del tempo da un solo lato: quello della tragedia. Di tanto in tanto spezza il blocco e passa nell'altro campo: quello della farsa. Sta fra un necrologio e una cartolina: si legge male la Calabria in bilico fra le Procure e il cinema, il gotico e il pacchiano. Poiché queste sono le sole lenti di lettura, ovviamente si legge male, con un unico giudizio: irredimibile Calabria.
E non si può fare un torto a chi, da fuori, veda una terra perduta: da parecchi anni è sull'orlo di un burrone, sul perché la lascino in bilico, sulla mancanza dell'ultimo calcio bisognerebbe interrogarsi. Basterebbe poco, un colpo e cesserebbe il battito. Al contrario, servirebbe un impegno eccezionale per allontanarla dal dirupo, portarla lontano dal pericolo e trarla in salvo.
Invece: nessuno vuole ammazzarla e nessuno vuole salvarla. C'è chi si nutre della sua agonia e chi trae giovamento dalla sua sopravvivenza.
Massima calabrese infallibile recita: nulla è come sembra, trova a chi giova e troverai il colpevole. Se la si usasse avremmo una narrazione diversa dal racconto fasullo in uso. Sull'abisso, prossimi all'irredimibilità, i calabresi, non ci sono arrivati di colpo, vi sono stati condotti passo dopo passo. Ora, è vero, è inutile rivedere gli errori, il passato è passato, ma la condizione di prossimi agli inferi dipende tutta da ciò che hanno fatto loro e da ciò che loro si sono lasciati fare.
Ognuno si prenda le colpe che ha, dopo i calabresi ci andranno all'inferno, ma non è che dovranno farlo chiedendo pure scusa ai carnefici? Gli hanno fatto, e si sono lasciati fare: che il popolo calabrese dopo millenni di stanzialità sia finito preda della irresistibile partenza, si è svuotato un mondo, che ovvio non era felice.
Da metà Ottocento, a oggi, le nuove generazioni sono state mandate via. Una terra senza sangue giovane non cambia. Non è questione sia migliore chi parta o chi resti, è questione della mancanza della parte vitale di un corpo, che non c'è stata per lottare, lavorare, costruire. Ai rimasti è stato insegnato l'arrangiarsi, il piegarsi e, senza inalberarsi, in tempi recenti o remoti, tutti hanno avuto qualcuno che si sia piegato. I rimasti si sono trovati schiacciati fra uno Stato lontano, e indifferente, e un potentato locale spregiudicato e spietato, dotato di un formidabile cane da guardia: la 'ndrangheta.
Si è vissuto così, fra la costrizione a partire e la necessità di compromettersi per vivere, e un padre o un nonno o un bisnonno si è piegato pure per gli integerrimi di oggi, pure per i moralizzatori. La Calabria non ha mai vissuto la normalità in nessun settore: lavoro, sanità, giustizia, viabilità, istruzione. Per decenni tutto è viaggiato in un certo modo. E non è che nel resto del Paese abbia imperato la perfezione, anzi, il Sud ha subito di tutto, ma certo non ha imposto totalitarismi politici o economici. Certo è che oggi la Calabria sia un fenomeno da baraccone, buona per divertire, consolare.
I calabresi hanno la colpa gravissima di non aver lottato da subito per la propria libertà. Dopo sono diventati cani alla catena che cialtroni di fuori e traditori di dentro hanno condotto dove fosse utile a loro. E adesso sono prossimi all'irredimibilità, e ancora gli vengono impartite lezioni sulle loro colpe, e ancora gli inviano Messia con la promessa di salvezza; e ancora, loro, si lasciano raccontare, irretire.
Ancora non trovano la forza di fare l'unica cosa che abbia davvero dignità. Lottare, provare a essere liberi da nemici esterni e traditori interni, che sono ancora gli stessi, che lì portano ancora gli stessi nomi di famiglia. E l'Italia potrebbe provare a far qualcosa, invece di consolarsi dondolando il capo davanti al quadro dell'orrore: come l'ambasciatore di Hitler a Parigi, davanti alla Guernica di Picasso, senza capire che la Germania aveva determinato l'orrore.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2021
La disciplina italiana sul mandato d'arresto Ue non tutela a sufficienza il diritto alla salute. Non prevede infatti un esplicito motivo di rifiuto nel caso la consegna della persona interessata ne possa verosimilmente compromettere l'equilibrio psicofisico.
Per queste ragioni la Corte d'appello di Milano ha rinviato alla Corte costituzionale la legge n. 69 del 2005, con la quale è stata recepita nel nostro ordinamento penale la decisione quadro sul mandato d'arresto europeo nella parte in cui non prevede tra i motivi di rifiuto, (ma solo eventualmente di sospensione) le ragioni di salute croniche e di durata indeterminabile con gravi conseguenze per la persona oggetto della domanda di consegna.
Nel caso approdato alla V sezione infatti (richiesta di consegna avanzata dalla Croazia nei confronti di una persona con gravi disturbi psichici accusata da traffico e spaccio di stupefacenti), al di là delle eventuali condizioni "inumane o degradanti" cui la persona interessata potrebbe essere sottoposta, la tutela della salute psichica verrebbe danneggiata o messa in serio pericolo dalla stessa attivazione del procedimento di consegna: la peculiarità della malattia psichiatrica, l'interruzione del rapporto terapeutico con il medico che lo ha in cura, Io sradicamento anche solo temporaneo dalla famiglia, "sono tutti elementi che, come attestato dalla perizia svolta su incarico di questa Corte renderebbero molto concreto il pericolo suicidario".
Il sistema previsto dalla legge n. 69, centrato "solo" sulla possibilità di sospensione, appare irragionevole alla Corte d'appello sotto una pluralità di profili: l'eventualità di una sospensione della consegna successiva alla pronuncia favorevole alla consegna medesima, "sottrae alla fase giurisdizionale la valutazione circa l'analisi di un'eventuale lesione al diritto fondamentale della salute quale motivo che consenta di rifiutare la consegna; rimette alla fase esecutiva (eventuale) la verifica - con atto peraltro non impugnabile - della sussistenza di gravi ragioni di salute consentendo la sospensione del procedimento; sospensione del procedimento che tuttavia avrebbe, nel caso che ci occupa, una durata indeterminabile". Ancora, il regime della sola sospensione si porrebbe poi in contrasto anche co in principi del giusto processo, perché, nel caso di malattie croniche o comunque non risolvibili in tempi anche solo medi, espone il procedimento penale a una sostanziale paralisi. Inoltre, sia pure comprensibile in termine di maggiore affidamento tra gli Stati dell'Unione europea, l'assenza del rifiuto per tutela della salute, in Italia ma anche nella decisione quadro, introduce un elemento di diversità rispetto al regime giuridico dell'estradizione, valido tra Paesi non appartenenti alla Ue, dove invece questo motivo è espressamente stabilito.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2021
In una lettera al Ministero, il Presidente dell'Ucpi Caiazza esprime "sconcerto" per l'emissione di decreti ministeriali derogatori di norme del codice di procedura penale. Troppe le disfunzioni del Portale Telematico del penale che generano limitazioni all'esercizio dell'attività difensiva. Il Presidente dell'Unione delle camere penali Gian Domenico Caiazza scrive al Capo Dipartimento dell'Amministrazione Giudiziaria, Barbara Fabbrini, per chiedere un periodo congruo - di almeno un anno - nel quale l'utilizzo del Portale sia previsto come facoltà e non come obbligo, in attesa di veder risolte le molte problematiche di utilizzo.
Ed esprime "sconcerto" per l'emissione di decreti ministeriali "ai quali di fatto si attribuisce forza normativa di fonte superiore - poiché derogatoria - rispetto alle norme del codice di procedura penale". Il riferimento è al decreto 13 gennaio 2021 "Deposito di atti, documenti e istanze nella vigenza dell'emergenza epidemiologica da Covid-19 (GU n. 16 del 21-01-2021). "Più che potenziare il processo penale telematico per decreto - scrive Caiazza - andrebbero eliminati per legge tutti gli ostacoli all'esercizio del diritto di difesa che il Portale sta creando".
"Ogni disfunzione, ogni criticità, ogni malfunzionamento - si legge nella missiva -, si traduce inevitabilmente in un pregiudizio per il compiuto e sereno esercizio del diritto di difesa". Ragion per cui "finché non saranno risolte tutte le numerose problematiche che stiamo riscontrando, risulta indispensabile sospendere l'obbligo di utilizzo in via esclusiva del portale per il deposito degli atti".
Segue l'elenco delle disfunzioni. Per esempio: il difensore, nei procedimenti in cui è già nominato prima della conclusione delle indagini o all'atto della notifica dello stesso, non risulta automaticamente autorizzato all'accesso dal Portale a quel determinato procedimento, né vi è alcuna sospensione dei termini processuali.
Inoltre, effettuato il deposito della nomina sul portale, occorre attendere un riscontro che può tardare anche settimane per procedere con le attività difensive previste dell'articolo 415 bis Cpp Altre volte invece il portale va in blocco, con un "rallentamento esasperante" nel suo funzionamento. I penalisti definiscono poi "sorprendente" che ogni Procura segua un proprio "approccio" al Portale. Mentre la stesura di numerose "circolari" interpretative o organizzative hanno prodotto "una vera e propria Babele giudiziaria".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 27 gennaio 2021
Giacinto della Cananea, ordinario di Diritto amministrativo alla Bocconi, è componente laico del Consiglio di presidenza della Giustizia tributaria. Nel 2018 venne scelto da Luigi Di Maio come capo del Comitato del M5S per il "contratto di governo".
Professore, il dibattito sulla riforma della giustizia rischia di condizionare il destino del Recovery italiano?
Può condizionarla in due modi. Da un lato, da molti anni le raccomandazioni della Commissione europea segnalano che il settore pubblico è d'ostacolo all'incremento della crescita economica, segnatamente per "la lunghezza delle procedure, tra cui quelle della giustizia civile" e "i tempi di esaurimento dei procedimenti penali presso i tribunali d'appello", come si legge nella "Raccomandazione sul programma nazionale di riforma 2020 dell'Italia" ai punti 25 e 27. Sono stimoli che vanno tenuti nel debito conto ai fini della predisposizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, finalmente presentato alle Camere il 12 gennaio. Dall'altro lato nelle prossime ore dovrebbe essere presentata, seppur in forma solo scritta, la Relazione del ministro sull'amministrazione della giustizia. Al di là del rischio di un giudizio parlamentare negativo, che alcuni temono possa compromettere il processo di approvazione del Piano, c'è un dato certo: il Piano va in ogni caso completato. Come ha osservato il presidente della Repubblica l'8 agosto scorso, "il Piano rappresenta un impegno ineludibile; un appuntamento da non perdere per incidere su nodi strutturali".
Alfonso Bonafede aveva annunciato, appena insediatosi a via Arenula, che avrebbe realizzato
una riforma "strutturale della Giustizia". A distanza di oltre due anni, però, siamo ancora a una fase non avanzata dell'iter parlamentare. Dipende da una mancanza di volontà politica o da altro?
Molti hanno notato i ritardi, pochi si sforzano di comprenderne le cause. La prima è che la classe politica italiana coltiva, con poche eccezioni, il mito della "grande riforma", che è inevitabilmente di tipo legislativo e richiede lunghi negoziati tra i parlamentari, molti dei quali mostrano una passione non per il decidere, ma per "lo stare per decidere". La seconda causa riguarda l'attuale Parlamento. Dallo studio che coordinai poco dopo le elezioni del marzo 2018 emerse chiaramente che la giustizia era, unitamente alla politica estera, il tema su cui si più differenziavano i programmi elettorali dei tre partiti che avevano più eletti. Lo ha confermato il dibattito parlamentare dell'anno scorso sulla giustizia. La terza causa è l'autoreferenzialità di molti giuristi, poco inclini a dare ascolto alle osservazioni altrui - come quelle esposte da Daniela Marchesi nel volumetto "Litiganti, avvocati e magistrati" quasi venti anni or sono - e, come ha notato Francesco Giavazzi, a dare spazio a chi ha capacità gestionali.
Come lei ha ricordato, la Commissione Ue chiede all'Italia riforme finalizzate in particolare alla "riduzione della durata dei processi civili e penali nei tre gradi di giudizio" e alla "riduzione del carico della sezione tributaria della Cassazione". Il governo, invece, ha risposto con il blocco della prescrizione. Una riforma che, a detta di tutti, aumenterà ancora di più la durata dei processi. Può dirci qual è la sua opinione?
Il problema si manifesta con particolare intensità nell'ambito tributario: "Presso la Corte suprema di Cassazione l'elevato numero di cause in entrata, combinato ai tassi di smaltimento inferiori della sua sezione tributaria, incide negativamente sull'efficienza generale della Corte e solleva preoccupazioni per la qualità del sistema della giustizia tributaria", si legge nella Raccomandazione del 2019, al punto 27. La Cassazione è, quindi, parte del problema, oltre che della soluzione, perché è un'istituzione fondamentale, che va restituita al suo ruolo. Sul blocco della prescrizione, la mia opinione è sempre stata critica, per ragioni di costituzionalità, evidenziate dall'ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, e di opportunità, per il venire meno d'uno stimolo a celebrare tempestivamente i processi.
Al settore Giustizia sono stati destinati 3 miliardi di euro. In particolare 2,3 miliardi per assunzioni di personale e 450 milioni per nuove cittadelle giudiziarie e riqualificazione "green" e antisismica degli edifici esistenti. Qual è il suo giudizio?
Temo che ci sia un errore d'impostazione, ossia pensare che la modernizzazione della giustizia sia un'attività ad alta intensità di lavoro, mentre richiede investimenti soprattutto sulla formazione dei magistrati e sulla loro produttività. Non ci si può limitare ai procedimenti disciplinari, occorrono gli incentivi economici e di tipo reputazionale. Vanno richiamati nei tribunali magistrati adesso destinati ad altri compiti. Sulla riqualificazione antisismica, molti architetti e ingegneri evidenziano i ritardi dell'Italia rispetto al Giappone e ad altri Paesi.
Lo scoppio della pandemia ha messo in luce tutte le criticità del Paese sul fronte dell'innovazione e della digitalizzazione. La giustizia ha pagato lo scotto maggiore. Faccio un esempio: il personale amministrativo (a iniziare dai cancellieri), nonostante fosse obbligatorio lo smart working, non poteva lavorare da remoto in quanto impossibilitato ad accedere alla rete e al Registro generale. Come spiega questi ritardi?
Il sistema amministrativo italiano è stato colto alla sprovvista sul piano normativo, e non basta qualche tardiva circolare della Funzione pubblica, ma prima ancora su quello culturale. Ricordo che alcuni anni fa la mia proposta di utilizzare i collegamenti telematici per alcune riunioni del Consiglio di presidenza della Corte dei conti fu accolta dai più con stupore. C'è anche un forte e ingiustificabile ritardo negli investimenti sulla rete delle comunicazioni elettroniche, rispetto ai nostri partner europei. Mi sono sempre chiesto come mai non se ne chiedesse conto pubblicamente ai manager che l'hanno gestita.
Un'ultima domanda. Se fosse il ministro della Giustizia, quale sarebbe il suo primo provvedimento?
Chiederei immediatamente d'inserire nel Piano nazionale di ripresa e resilienza una serie di obiettivi intermedi, le modalità per controllarne l'attuazione, le misure da prendere in caso di ritardi e discostamenti.
di Simona Musco
Il Dubbio, 27 gennaio 2021
Il progetto per la giustizia contenuto nel Recovery Plan va rafforzato. E non si tratta di risorse - tre miliardi non sono pochi - ma di visione: puntare sulla digitalizzazione dimenticando i processi decisionali è il grande errore che rischia di far sprecare un'occasione. Ed è per questo che la soluzione, secondo l'economista Carlo Cottarelli, è il manager dei tribunali. Una figura che potrebbe restituire efficienza alla macchina e lasciare al centro della giustizia le persone.
Quali sono i problemi principali per la giustizia italiana?
Il problema generale è quello della lentezza. Bisogna riconoscere che qualche progresso è stato fatto negli ultimi anni. Secondo l'ultimo rapporto Cepej (Commissione europea per l'efficacia della giustizia, ndr) la durata media dei processi che arrivano al terzo grado di giudizio in Italia si è ridotta a sette anni e quattro mesi, contro gli otto del 2016. Anche la giustizia amministrativa ha accelerato i tempi, però sempre con un certo ritardo rispetto ad altri Paesi con i quali ci dobbiamo confrontare. In Germania, ad esempio, i processi civili durano due anni e quattro mesi. C'è poi un forte arretrato per ridurre il quale si vogliono assegnare risorse straordinarie.
La riforma punta a favorire conciliazioni giudiziali o transazioni extragiudiziali per snellire l'accesso alla giustizia. Si trova d'accordo?
Ci deve essere maggiore attenzione per queste procedure e credo anche ci debba essere, anche se mi rendo conto che questo potrebbe essere molto controverso, qualche freno maggiore a iniziare cause che sono frivole e a portarle avanti soltanto con lo scopo di ritardare la sentenza. I costi di accesso alla giustizia non devono essere impeditivi, tutt'altro, ma portarli alla media europea potrebbe essere un'idea. Questo è quello che io e Alessandro De Nicola, Leonardo D'Urso e l'ex giudice del Tribunale di Torino Mario Barbuto abbiamo proposto in uno studio per l'Osservatorio Conti Pubblici Italiani dell'Università Cattolica.
In quel documento veniva proposto anche l'aumento del contributo unificato per disincentivare il ricorso in giudizio e la resistenza temeraria. Ma così non si rischia di trasformare la giustizia in una roba solo per ricchi?
La proposta era di adeguarlo alla media europea. Ed è per questo che bisogna vedere cosa si fa all'estero, per avere un criterio ragionevole. Siamo stati molto attaccati su questo aspetto, perché mediaticamente funziona meglio, ma la nostra proposta si basa su molto altro, come ad esempio l'introduzione di una cultura manageriale nella gestione dei tribunali, che credo sia la parte fondamentale. Non bisogna fare propaganda inutile: tradizionalmente abbiamo una litigiosità più elevata che all'estero e dobbiamo chiederci perché.
Quindi lei è d'accordo con la proposta del Cnf del "court manager"?
Sì: i tribunali sono enti pubblici che producono sentenze e la bontà delle sentenze dipende ovviamente dalla qualità della decisione finale, ma anche dai tempi. E il tempo di conclusione dei processi e di "consegna" delle sentenze è molto alto. Bisogna introdurre, quindi, delle figure che abbiano una preparazione manageriale. E non si deve rifiutare il concetto che il tribunale, in qualche modo, sia un'azienda. È un ente pubblico di cui si deve valutare la performance e devono essere introdotti dei criteri di gestione e valutazione del personale che dipendono dalla puntualità con cui si gestiscono i processi. È abbastanza evidente che ci sono tempi diversi da tribunale a tribunale e tra diverse aree del Paese.
Nel Recovery plan non si parla espressamente di "manager", ma di un nuovo modello organizzativo...
È solo un accenno, non mi sembra che sia un aspetto prioritario, mentre dovrebbe essere considerato un punto fondamentale. Bisogna premiare chi gestisce bene i tribunali. Attualmente abbiamo una situazione a macchia di leopardo, proprio perché non si presta abbastanza attenzione a questo aspetto. Invece bisogna applicare su tutti i tribunali i criteri che si applicano in quelli che hanno le migliori performance.
Serve una figura esterna?
Non è necessario, può essere anche il presidente del Tribunale, però deve avere un addestramento e una formazione di tipo manageriale, nonché i poteri necessari.
Il piano del Cnf punta ad una giustizia che non sia solo efficiente ma che al centro metta le persone, per garantire i diritti ai cittadini. Come si concilia ciò con la celerità?
È certo che al centro debbano esserci le persone. Ma non c'è contrapposizione tra le garanzie dei cittadini e l'economia, perché quello che crea problemi all'economia e ai cittadini è l'incertezza. L'economia è fatta di cittadini e processi troppo lunghi fanno male a tutti. L'obiettivo è avere sentenze più rapide, che invece fanno bene a tutti.
Altro capitolo del piano è la digitalizzazione, che in tempi di Covid si è rivelata utile ma ha anche mostrato la fragilità delle strutture italiane. Siamo pronti a questo passaggio?
Scordiamoci che, sia nel campo della giustizia sia nella riforma della Pa, la digitalizzazione possa risolvere tutto. Deve esser fatta, certo, però alla fine a rallentare le cose sono i processi decisionali e quelli non possono essere digitalizzati. Non posso far fare delle sentenze ad una macchina.
Quindi è contro le "derive robotiche"?
Assolutamente. Mi preoccupano.
Servono più persone, dunque?
Servono più cancellieri e addetti ai servizi segretariali. Ma non si tratta di cifre enormi. Il costo della giustizia non è particolarmente alto in Italia. Ma l'importante è agire su diversi piani, non pensare che ci sia una soluzione magica.
Ci sono a disposizione circa tre miliardi. Possono bastare per fa sì che la giustizia migliori?
Non sono pochi. Il problema principale è di organizzazione, di procedure, di incentivi agli strumenti di soluzione extragiudiziale.
Qual è il giudizio complessivo su questo piano?
C'è un'attenzione importante per alcuni settori come la pubblica istruzione, anche se forse bisognerebbe investire di più, sulla sanità, sugli investimenti pubblici, assumendo che poi si riescano a fare. Non c'è abbastanza impegno per ridurre la burocrazia, le norme e le procedure inutili, per introdurre elementi di gestione moderna del personale, delle attività produttive, con chiari indicatori di risultato, obiettivi definiti ogni anno e responsabili per quegli obiettivi, cosa che in teoria facciamo dal 2009 ma che in pratica non avviene. La giustizia è da rafforzare e non si parla abbastanza di concorrenza, perché un'economia di mercato che non ha abbastanza concorrenza finisce per favorire le lobby, i monopoli e le posizioni di potere. Queste cose sono essenziali per la crescita italiana: creare un ambiente in cui il settore delle imprese private venga a investire facilmente senza troppi intoppi. Puntare soltanto sull'investimento pubblico è esagerato.
Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2021
Dopo la crisi aperta da Matteo Renzi la relazione del ministro Bonafede si è trasformata in una mina pericolosa in grado di fare saltare in aria tutto il governo. Per questo motivo il premier ha deciso di dimettersi prima della discussione in Aula sulla giustizia. In passato ci sono due precedenti di relazioni non votate dal Parlamento: ecco quali ed eccome come andrà questa volta.
Doveva essere la prova che doveva suggellare l'allargamento della maggioranza di Giuseppe Conte. Dopo la crisi aperta da Matteo Renzi si è presto trasformata in una mina pericolosa in grado di fare saltare in aria tutto il governo.
Ed è per questo che il presidente del consiglio si è dimesso. Una settimana dopo aver incassato la fiducia alle Camere, infatti, la maggioranza avrebbe dovuto passare la prova sulla giustizia. Il guardasigilli, Alfonso Bonafede, avrebbe dovuto relazionare alla Camera e al Senato a partire da mercoledì 27 gennaio. Un intervento alla quale sarebbe seguito il voto sulle risoluzioni: una a favore e una contro la relazione del ministro della giustizia.
L'impressione è che soprattutto al Senato la maggioranza sarebbe andata sotto. Significava una sfiducia in Parlamento per Conte, soprattutto dopo che domenica Luigi Di Maio ha definito quello su Bonafede come "un voto su tutto il governo". Per questo motivo il premier ha deciso di dimettersi prima, senza correre il rischio di farsi sconfiggere in Aula sulla giustizia. In questo modo conserva la possibilità di riottenere l'incarico e lavorare a un nuovo esecutivo.
Ma cosa succede ora con la relazione sulla giustizia? Bonafede avrebbe dovuto comunicare al Parlamento quanto fatto nel 2020, quando al governo c'era pure Italia viva. E dunque la riforma della prescrizione, del processo penale e di quello civile.
Ma nella relazione sulla giustizia saranno riassunte anche le linee guida per il 2021. Vuol dire essenzialmente quanto è contenuto nel Recovery Plan, che stanzia quasi 3 miliardi di euro proprio per la giustizia. Soldi che serviranno soprattutto - 2,3 miliardi - per assumere magistrati, cancellieri, dipendenti che fanno parte del personale tecnico.
In totale si tratta di 16mila persone che avranno come obiettivo quello di eliminare l'arretrato che grava sui giudici, velocizzando i processi. Che fine fa ora quella relazione, visto che il governo si è dimesso? Sarà con tutta probabilità inviata alle Camere, senza alcuna discussione e ovviamente alcun voto. Col governo dimissionario e in carica solo per gli affari correnti, infatti, si ferma tutta l'attività parlamentare, eccetto che per gli atti urgenti come la conversione dei decreti legge in scadenza.
La relazione però alle Camere deve essere trasmessa. In base alla riforma della legge sull'Ordinamento giudiziario del 2005, infatti, è di fatto propedeutica alla inaugurazione dell'Anno Giudiziario in Cassazione. Si registrano due precedenti di relazioni presentate ma non votate. Il primo è stato nel 2008, quando l'allora guardasigilli Clemente Mastella si recò a Montecitorio per tenerla a poche ore dall'arresto (ai domiciliari) della moglie Sandra Lonardo.
Mastella parlò alla Camera ed andò a dimettersi, per cui non ci fu un voto sulla relazione. L'unico precedente di relazione tenuta durante un governo dimissionario risale, invece, all'epoca di Mario Monti nel 2013. Si decise in quella occasione di dare per assolto l'obbligo con la semplice trasmissione della relazione dell'allora guardasigilli Paola Severino senza svolgere le comunicazioni in Aula. Strada che verrà con tutta probabilità percorsa anche questa volta.
di Dimitri Buffa
L'Opinione, 27 gennaio 2021
Alla fine, se un governo non si occupa in maniera seria della giustizia, sarà la "giustizia" a occuparsi di lui. È la nemesi. La terribile dea greca della vendetta che, in realtà, è una trasposizione occidentalizzata della orientale legge del Karma. Ne sa qualcosa il ministro Alfonso Bonafede: ogni qual volta qualcuno gli ha chiesto conto delle mancanze del suo ministero - in primis sulla situazione quasi tragica delle carceri per segnalare la quale, da qualche giorno, è ricominciato il digiuno di dialogo di Rita Bernardini del Partito Radicale - si è limitato ad affermare che è "tutto sotto controllo". Davvero? Compresa l'epidemia di Covid alla fine divampata in tutti e 192 gli istituti penitenziari italiani, con buona pace di chi come Marco Travaglio si ostina a scrivere contro ogni evidenza che in quei posti si sarebbe più al sicuro che altrove, per il solo fatto di essere isolati dal resto del mondo?
La realtà si è presa la responsabilità di smentire le prese di posizioni ideologiche dei manettari. Che hanno fallito su tutto. Tanto che adesso Bonafede viene indicato come il più sacrificabile persino da parte dei grillini sull'altare di un agognato esecutivo Conte ter. Fin qui la "nemesi". Poi c'è lo "Stato di diritto" che i quasi tre anni di governi con i Cinque Stelle in posizione dominante - e con lo stesso su citato ministro a un posto che non faceva per lui, conquistato solo perché essendo stato allievo e assistente universitario di "Giuseppi" Conte e avendolo per questo presentato a Beppe Grillo e a Luigi Di Maio come possibile premier aveva in cambio ricevuto la importante carica - hanno ridotto in poltiglia. Ebbene, anche lo Stato di diritto improvvisamente viene rivalutato e quasi "vendicato" grazie sempre all'intervento della dea Nemesi, che come in una tragedia greca viene fuori dal coro di lagnanze da parte di altri magistrati contro lo strapotere mediatico di alcuni pm, che ancora si illudono che l'Italia voglia farsi rivoltare come un calzino o smontare come un Lego.
Il "malcapitato" che adesso si trova, all'improvviso, ad affrontare questo cambio di vento è il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri. Criticato ferocemente non più solo dagli ex imputati, poi assolti, di alcune sue inchieste o dalla "corporazione" degli avvocati - sempre sospettata di nefandezze nell'immaginario malato del meraviglioso mondo a Cinque Stelle - ma addirittura dalla corrente di Magistratura democratica, che nel proprio sito internet praticamente sollecita un intervento da parte del Csm (Consiglio superiore della magistratura) a tutela di quei magistrati calabresi e non che potrebbero essersi sentiti accusati di chissà quali connivenze con la criminalità organizzata. Il contrasto contro la quale lo stesso Gratteri ha apparentemente assunto come "missione per conto di Dio".
"Non crediamo che la comunicazione dei procuratori della Repubblica possa spingersi fino al punto di lasciare intendere che essi siano gli unici depositari della verità, e di evocare l'immagine del giudice che si discosti dalle ipotesi accusatorie come nemico o colluso - si legge nel comunicato durissimo emanato dall'esecutivo di Md (Magistratura democratica) in un articolo pubblicato sul sito della corrente in questione - con un tale agire, il Pubblico ministero dismette il suo ruolo di primo tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali, a partire dal principio di non colpevolezza, e assume quello di parte interessata solo al conseguimento del risultato, lontano dalla cultura della giurisdizione e dall'attenzione all'accertamento conseguito nel processo".
Parole che avrebbero potuto sottoscrivere politici che hanno fatto del garantismo la loro battaglia più importante come Marco Pannella o Enzo Tortora. E anche questa è una nemesi, stavolta per Magistratura democratica, che negli anni del proprio furore politico si presentava al pubblico come l'ispiratrice del "sostanzialismo" nella giustizia. Un sostanzialismo che però ha finito per degenerare con la Weltanschauung secondo cui "il fine giustifica i mezzi". Infatti, quando il pubblico ministero si sostituisce alle forze dell'ordine, invece di coordinarle e controllarne la legalità dell'agire nella ricerca delle prove, e "lotta insieme a loro" ecco che la giustizia piano piano - e neanche tanto piano - diventa la divoratrice del diritto.
Manca la nemesi di tutte le nemesi? No, non manca. Un Governo che ha approfittato della pandemia per tenersi a galla con qualunque mezzo possibile, conculcando la libertà dei cittadini con quella stessa cultura del sospetto già ampiamente collaudata da tutti quei pm d'assalto - e non è giusto gettare la croce solo su Gratteri che in fondo è l'ultimo arrivato - che sono stati per decenni idolatrati dalla sinistra di forca e di Governo e che poi sono diventati i totem intoccabili della variante impazzita rappresentata dal grillismo, eccolo cadere proprio su quel terreno che si credeva amico. La classica partita persa "in casa".
E la goccia che ha fatto traboccare il vaso ed impazzire le reazioni di chi oggi vede crollare la propria pseudo-ideologia improvvisata e basata tutto sommato sull'antico motto borbonico di "feste, farina e forca" (quest'ultima delegata a fare la parte del leone) l'ha versata il deputato Enrico Costa di Azione chiedendo in un più che opportuno emendamento che l'Italia recepisca una direttiva europea, che vaga per il Parlamento italiano dal lontano 2016 e che impone ai pm che fanno inchieste un contegno più riservato, e meno esibizionista, nel presentare i propri arresti all'universo mondo. Basta, quindi, con la giustizia-spettacolo che sembra fatta apposta per trasformare i pm d'assalto nei futuri detentori di diritti d'autore per libri e serie televisive. Basta con conferenze stampa in cui l'imputato viene condannato in televisione, prima che in aula e con la difesa ridotta a convitato di pietra.
Un affronto incredibile per quei magistrati dell'accusa finora intoccabili e che hanno scelto questa strada para mediatica (e a volte "paracula") come scorciatoia per l'avanzamento in carriera, a prescindere dai risultati processuali delle proprie inchieste. Arrivando magari a ingenerare il sospetto che le assoluzioni siano dovute alla presunta corruzione, o collusione, con le mafie dei loro colleghi giudicanti.
Questi ultimi quasi mai difesi con le famose "azioni a tutela" da parte del Consiglio superiore della magistratura. Anni fa c'è stato che credeva di potere risolvere questo corto circuito mediatico giudiziario vietando per legge che venissero fatti i nomi dei pubblici ministeri che conducevano le indagini. Oggi ci si accontenterebbe di vietare loro di dare nomi accattivanti e ammiccanti alle indagini. E di comportarsi come le "influencer" su Instagram.
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 27 gennaio 2021
Sotto accusa l'artista calabrese Teresa Merante, "cantante della malavita", che ora rischia un procedimento giudiziario per le strofe dedicate ai carcerati. "Bon capudannu e bon capu di misi / speramu l'annu novu sia felici / bon capudannu a tutti i carcerati / chi alli galeri siti segregati / speramu mu tornati in libbertà / 'nte vostri casi gioia e serenità". Sono queste le strofe incriminate di Teresa Merante, la calabrese "cantante della malavita".
Quelle che stanno suscitando un putiferio. A dicembre 2020, Nicotera, ridente paesino della costa tirrenica in provincia di Vibo Valentia, si veste un po' a festa, di luci e addobbi, forse per alleviare un Natale già triste per via della pandemia. L'iniziativa ha successo e le foto della "via del vischio", un breve tratto del corso che attraversa il centro del paese illuminato e addobbato, fanno il giro della regione.
Diverse persone, famiglie e bambini, vengono a vedere, a fare i selfie - vicino la slitta di luci, o la stanza con le pareti di candeline luminose nella piazzetta del mercato. Il sindaco è contento. Teresa Merante vede le foto e decide di fare la location per la sua clip di capodanno a Nicotera. Telefona all'amministrazione, chiede il permesso di girare alcune scene con la sua troupe - permesso accordato. Viene, gira le scene, sistema il montato, manda nel suo canale YouTube - dove registra milioni di visualizzazioni per le sue canzoni.
Passa qualche giorno e quella strofa - bon capudannu a tutti i carcerati - diventa la pietra dello scandalo. Ma che succede, a Nicotera - si fanno gli auguri agli ndranghetisti? Il sindaco corre ai ripari - lui non sapeva nulla, non aveva mai sentito la canzone, non aveva mai letto il testo; lui - è noto - è in prima fila nella lotta alla ndrangheta, chiede scusa perché nel filmato si vede che brinda con la cantante: sono stato ingannato.
Se potesse, farebbe cancellare dal video-clip quella frase in coda: "Si ringrazia per la cortese ospitalità l'amministrazione comunale e il sindaco, dott. Giuseppe Marasco". Il quale sindaco, che dottore non è ma ha sempre svolto con competenza e premura il suo lavoro di infermiere, aveva da poco partecipato a un evento con Nicola Gratteri, e si fa subito fotografare nel suo ufficio dove campeggia la foto di Falcone e Borsellino - tanto per mettere le cose in chiaro. Va detto: Nicotera è terra martoriata, come buona parte della Calabria.
Ci sono stati tre scioglimenti del Consiglio comunale - benché non ci siano state mai iniziative penali nei confronti degli amministratori e in generale la questione è che "il contesto è mafioso". Ma davvero basta un augurio ai carcerati - in un testo nel quale peraltro si fanno anche gli auguri "all'emigrati, chi sunnu ccchiù luntanu" e "a tutti i sufferenti e li malati" - per suscitare questa civica indignazione?
Qualcuno dice - ma Teresa Merante non è come il papa che fa la messa di Natale a Rebibbia: ascolta le sue canzoni. Io ascolto le sue canzoni. Ce ne sono di una estrema ingenuità testuale e musicale - una sorta di neo-melodico su una trama di folk - e poi ci sono quelle "incriminate": 'U latitanti, 'U capu di capi. "Li lupi quann'è ura comuncianu a gridari / na luci vascia vascia cumincia a lampeggiari. / Fuiti giuvanotti, chista è la polizia / sparati a tutta forza a sta brutta compagnia. / Nun aviti paura chi su' quattru pezzenti / nui simu i latitanti, nui simu cchiù putenti".
È la storia di Rocco Castiglione, latitante per anni, che Teresa Merante ha poi musicato. Peraltro sono storie che finiscono sempre male, li prendono tutti e languiscono in galera: "ciangiu nta sti quattru mura, ciangiu a la me mamma".
Non c'è redenzione - ma è come un destino che va percorso, fino in fondo. Le canzoni della malavita non sono un fenomeno recente - ancora negli anni Ottanta a ogni mercatino di paese c'era il banco con le cassette, ora c'è il video su YouTube. Ma sono radicate nella cultura popolare meridionale, nella sceneggiata napoletana, nel neo-melodico che si canta da Palermo a Napoli. Uno può chiedersi perché - ma questo è un altro discorso.
E sarebbe come chiedersi perché tra i giovani neri andava fortissimo il gangsta rap o l'hip hop più violento - che le strofe della Merante sono acqua fresca. Un paio d'ani fa fece a sua volta scandalo una trap di un giovanotto di Rosarno - terra di ndrangheta - che si chiama Glock21 e canta cose tipo "A noi non ci fotte nessuno / noi siamo i numero uno".
Il video mostrava un gruppo di ragazze e ragazzi che in posti abbandonati si vestono e si muovono come "quelli americani", buona parte dei quali aveva chi uno zio, chi un cugino, in galera o latitante. Anche loro, YouTube, migliaia di visualizzazioni: Non è il mondo che piace, ma, frate', è il nostro mondo - così dicevano. Portiamo roba pesante addosso, abbiamo i borselli pieni - così dicevano. E si vedevano ragazzi con mitra, fucili, Glock21, l'orologio d'oro Gucci, il macchinone.C'è ora chi chiede una qualche iniziativa giudiziaria contro la Merante.
Per quella "culturale" si sono già mossi i Sud Sound System, che si sentono oltraggiati che una musica salentina sia stata usata per queste cose. Per quella istituzionale ha già tuonato la presidente del Consiglio regionale pugliese, Loredana Capone.
Qualcuno accuserà la cantante di "incitamento alla criminalità"? Per una canzone? Per una compilation? Dovremmo perciò censurare film come Il Padrino o il più recente The Irishman, perché incitano alla criminalità?
Oppure, che so - le musiche di Nicola Piovani per Il camorrista di Giuseppe Tornatore, centrato sulla vita, benché romanzata, di Raffaele Cutolo? Dice - ma che c'entra, qui si parla di arte, di estetica e le canzoni della Merante invece sono sub-cultura.
È questo l'approccio; a leggere i resoconti di un tentativo della cantante di "circoscrivere" l'accaduto - "l'occhio le scappa spesso sul testo che lei o altri hanno preparato allo scopo e legge in maniera non poi così disinvolta" - viene sempre in mente quanto, proprio pochi giorni fa, Corrado Augias diceva della Calabria: è una terra perduta, irrecuperabile.
- Termini Imerese (Pa). Detenuto 29enne morto in cella, il pm dispone l'autopsia
- Palermo. Tutta "colpa" di quel mazzo di chiavi
- Siracusa. In carcere ogni pasta di mandorla ha una storia
- Napoli. I familiari dei detenuti contro il ministro Bonafede: "Si deve dimettere"
- Torino. Presidio No-Tav per le donne del movimento in carcere










