di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 febbraio 2021
La Corte costituzionale dovrà esprimersi sulla legittimità degli internati al 41bis, dopo il ricorso accolto dalla Cassazione. Sono detenuti che hanno finito di scontare la pena, ma rimangono in carcere perché considerati ancora socialmente pericolosi. Parliamo degli internati. Sulla carta vengono raggiunti da una misura di sicurezza presso una "casa lavoro".
Ma è sempre in carcere: le case lavoro hanno celle, sbarre, agenti e addirittura gli internati non godono dei benefici penitenziari dei detenuti stessi. "Oggi le case lavoro sono popolate da disperati, malati di mente, tossicodipendenti, infermi, stranieri senza documenti, persone fragili", dice Alessandro Prandi, Garante della Città di Alba, intervenendo nel convegno organizzato da Bruno Mellano, il garante della regione Piemonte. È un incontro in videoconferenza, intitolato "Senza Casa, senza Lavoro: gli internati in misura di sicurezza e il caso Piemonte", organizzato dal garante piemontese.
Abruzzo, Emilia Romagna e Piemonte sono le regioni con più internati - "La nostra regione, del resto, con 53 internati nella sede di Biella, è sul podio per numero di soggetti interessati. 78 sono in Abruzzo, 54 in Emilia Romagna, 35 in Sicilia, 23 in Sardegna eccetera", ha ricordato Mellano, chiarendo che "la situazione subalpina è ancora più difficile, perché al momento si definisce Casa-Lavoro una sezione del carcere di Biella, con la prospettiva incerta di spostare gli internati suddividendoli fra Alba ed Alessandria. Sempre rigorosamente in ambito penitenziario". Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà, ha portato un saluto iniziale, ricordando che "l'attuale casa lavoro ha poco di dissimile rispetto alla detenzione e nel caso di rilascio le persone si ritrovano a tornare nel loro contesto, ma senza casa e senza lavoro".
D'accordo anche Sonia Caronni esperta di esecuzione penale, Garante della Città di Biella, ricordando che "si tratta di percorsi di reclusione lunghissimi, che alienano totalmente dalla vita esterna le persone che passano anni e anni all'interno di queste strutture. È risultato quasi impossibile il reinserimento nella società, quando abbiamo provato". Per Francesco Maisto, Garante dei detenuti di Milano, "il concetto di pericolosità sociale ha un'inconsistenza scientifica. La domanda a questo punto è: assimilando di fatto la pena e la misura detentiva a queste misure restrittive, non è fondato porre una questione di costituzionalità su questo punto?".
Katia Poneti, esperta giuridica presso il Garante della Toscana, ha sottolineato che "i reclusi non sono persone con una carriera criminale, ma molto spesso soggetti con gravi problemi personali". Per Marco Pellissero, Docente di Diritto Penale dell'Università di Torino, "le misure di sicurezza per i soggetti imputabili sono anche una palese truffa delle etichette, specie quando l'esecuzione della misura si identifica sostanzialmente con l'esecuzione della pena".
Stefano Anastasia, Portavoce nazionale dei Garanti regionali e territoriali, ha concluso i lavori sostenendo che "le necessità di contenere la marginalità è frutto di una cultura penalistica e giuridica del secolo scorso, che io considero incompatibile con i principi costituzionali. Oggi è decontestualizzata rispetto a quella casa di lavoro che si pensava di realizzare e quindi dovremmo semplicemente e radicalmente cancellarla".
Residuo della concezione fascista - Gli internati - definizione che richiama il vecchio linguaggio manicomiale - vivono in carcere a tempo quasi indeterminato, nonostante non abbiano una pena inflitta. Il rischio è di scontare, di fatto, una lunghissima pena nonostante abbiano già fatto i conti con la giustizia. Gli internati, infatti, chiamano la loro condizione "ergastolo bianco", perché la misura di sicurezza può essere prorogata diverse volte.
Il motivo? Subentra un meccanismo nel quale, non lavorando di fatto, gli internati non offrono elementi per far valutare ai giudici la loro cessata o diminuita pericolosità. A quel punto non possono che scattare le proroghe dell'internamento. Prima del 2014, il rischio di chi è internato era davvero quello di scontare una pena perpetua.
A far fronte a questo problema, ai sensi dell'art. 1 comma 1ter del D.L. 31 marzo 2014 n. 52 così come convertito in legge 30 maggio 2014 n. 81, si prevede che "le misure di sicurezza detentive provvisorie o definitive, compreso il ricovero nelle residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, non possono durare oltre il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, avuto riguardo alla previsione edittale massima".
Questi internamenti sono misure che risalgono al codice fascista Rocco, non a caso diversi giuristi le definiscono "reperti di archeologia giuridica". Reperti che hanno anche una definizione ben precisa "il doppio binario".
In attesa della Consulta sul 41bis - Come annunciato da Il Dubbio a settembre scorso, la Cassazione ha accolto il ricorso degli avvocati Valerio Vianello Accorretti e Piera Farina, chiedendo alla Consulta di esprimersi sulla legittimità degli internati al 41bis. La corte di Cassazione ha infatti recepito il problema e ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del 41bis comma 2 e 2 quater, nella parte in cui prevedono la facoltà di sospendere l'applicazione delle regole di trattamento nei confronti degli internati.
La Cassazione, oltre a fare riferimento alla violazione dei vari articoli della Costituzione, ha anche fatto riferimento all'articolo 4 del protocollo 7 della Cedu. Un passaggio significativo, perché tale articolo della Convenzione europea dei diritti dell'uomo parla del diritto di non essere giudicato o punito due volte per lo stesso fatto. In effetti, applicare il 41bis a una persona che ha finito di scontare la sua pena è una doppia punizione.
Dalle motivazioni, si evince che la prima sezione della Cassazione censura la sottoposizione degli internati al 41bis con riguardo a tre aspetti. Il primo. Il regime del 41bis applicato agli internati rende sostanzialmente identico il concreto regime applicativo della pena e della misura di sicurezza detentiva assoggettando alla medesima regolamentazione istituti funzionalmente differenti e obliterando la distinzione - riconosciuta in Costituzione - tra gli stessi.
Il secondo aspetto riguarda il fatto che l'applicazione del 41bis costituisce un elemento che influisce sulla durata della misura di sicurezza; sino a quando l'internato sarà sottoposto al regime duro, non potrà accedere a misure extra-murarie rendendo pressoché impossibile la sperimentazione di un effettivo percorso di recupero e perciò anche la revoca o comunque la sostituzione della misura di sicurezza detentiva.
Tanto più che il perdurare della applicazione del regime differenziato presuppone una situazione che non consente di escludere la perdurante pericolosità del soggetto. Il terzo aspetto, invece, riguarda il dubbio che nello spazio giuridico europeo le misure di sicurezza per soggetti imputabili siano incompatibili con la garanzia fondamentale del "ne bis in idem", se le stesse non risultano realmente differenziabili dalla pena, non soltanto a causa della loro diversa finalità ma soprattutto in ragione di modalità di esecuzione radicalmente differenziate. Ora sarà la Consulta a dichiarare o meno l'illegittimità costituzionale. Ancora una volta ci dovranno pensare i giudici, anziché la politica sempre più ostaggio degli umori.
di Errico Novi
Il Dubbio, 17 febbraio 2021
L'effetto Cartabia consiste in una sospensione del conflitto con effetto immediato. Resta però un dato: la maggioranza, sulla giustizia penale, è radicalmente rovesciata. E la sopravvivenza della prescrizione di Bonafede non potrà essere lunga.
Si può parlare di disarmo. A cinque giorni dalla nomina di Marta Cartabia a via Arenula, il quadro della giustizia ricorda la conferenza di Yalta. Enrico Costa di Azione comunica con Carlo Calenda il temporaneo stop all'emendamento sulla prescrizione. Cosimo Ferri e Lucia Annibali, dal fronte Italia viva, annunciano identica decisione. Matteo Salvini ha detto già domenica scorsa che bisogna "scegliere poche cose, non la riforma della Giustizia o della Costituzione, ma salute, lavoro e ritorno alla normalità". Forza Italia, per voce di Pierantonio Zanettin, conferma al Dubbio quanto dichiarato da Francesco Paolo Sisto: non ritiriamo il siluro anti Bonafede ma "siamo pronti ad ascoltare le proposte della ministra e poi valuteremo, sicuri che la presidente emerita della Consulta troverà le soluzioni migliori per evitare i processi infiniti". Serve altro?
L'effetto Cartabia consiste in una sospensione del conflitto con effetto immediato. Resta però un dato: la maggioranza, sulla giustizia penale, è radicalmente rovesciata. E la sopravvivenza della prescrizione di Bonafede non potrà essere lunga. Persino dal Pd i due capigruppo nelle commissioni Giustizia di Senato e Camera, Franco Mirabelli e Alfredo Bazoli, chiedono, nel primo caso, "una riforma che assicuri alle fasi del processo una scadenza" e, nel caso di Bazoli, "una più esauriente definizione per la prescrizione dei reati, che oggi, per quasi unanime opinione, non ha una disciplina convincente".
Sulla giustizia penale cambia tutto. E il Movimento 5 Stelle è destinato a restare in minoranza, presto o tardi: è solo questione di tempo. Può essere illuminante una curiosità: il Fatto quotidiano, giornale in sintonia con i pentastellati e certo non entusiasta del governo Draghi, lunedì scorso ha pubblicato in prima pagina un titolo-slogan non riferito ad alcun articolo interno ma con un punto di vista netto: "La neoministra Cartabia vuol congelare l'emendamento pro prescrizione. Dopo il ministero Green, è un'altra furbata per prendere i voti dei 5 Stelle e fregarli poi". Non c'è un numero di pagina che rimandi a ulteriori approfondimenti: la questione è tutta lì.
Sarà un caso ma sempre ieri, nel giorno dell'apparente distensione sul processo penale, Alfonso Bonafede, tornato un semplice parlamentare 5 stelle, ha detto che voterà la fiducia ma che "non sarà in bianco". Non fa riferimenti alle riforme della giustizia o alla prescrizione, ma è chiaro che se pure di qui ad alcuni mesi la maggioranza prendesse sul penale una direzione sgradita al Movimento, la reazione di Bonafede e dei pentastellati sarebbe inevitabile.
D'altra parte già nel tentativo convulso di varare un Conte ter, il Pd aveva chiarito ai grillini che un passo avanti sulla prescrizione sarebbe stato necessario. Crimi e Bonafede avevano accettato il lodo Orlando: 7- 8 mesi per approvare il ddl penale, con congelamento della prescrizione in caso di flop. Certo, erano convinti che in quel momento contasse disinnescare l'assalto renziano. Però il Partito democratico è stato chiaro. E ancora adesso la linea del Nazareno è tutt'altro che bizantina: i 5 stelle accettino l'idea di essere in una maggioranza nuova, in cui quasi tutte le altre forze hanno una posizione diversa dalla loro sulla prescrizione, in un quadro simile non si può ragionare con le pretese del passato. Insomma, che il Movimento sia "in minoranza nella maggioranza" è un altro dato ineluttabile.
Va detto che nell'immediato il disarmo premia la mediazione del Pd. Dai suoi esponenti impegnati sulla giustizia erano venuti i primi appelli a ritirare gli emendamenti anti Bonafede. Ora Bazoli esprime la soddisfazione dei democratici per il fatto che "come avevamo auspicato, i gruppi firmatari di emendamenti sulla prescrizione al Milleproroghe abbiano deciso di non metterli ai voti: siamo in una fase politica nuova, occorre deporre le armi e le bandiere ideologiche e affrontare i temi della giustizia in modo condiviso e pragmatico". Il capogruppo pd nella commissione Giustizia di Montecitorio interviene dopo che Enrico Costa ha annunciato, in un'intervista a Repubblica, il "congelamento" degli emendamenti, in modo da consentire a Cartabia di illustrare al Parlamento "le proprie linee programmatiche" e arrivare a un "passo avanti collegiale" della maggioranza. Il testo del deputato di Azione era stato firmato anche da Riccardo Magi, leader di + Europa, che conferma: "Governo e maggioranza dovranno trovare una soluzione strutturale, e rapidamente, per garantire la ragionevole durata del processo". Cosimo Ferri, deputato di Italia viva, spiega al Dubbio: "Penso che per cortesia istituzionale si debba ritirare l'emendamento, Cartabia merita un atto di fiducia". L'ex vice di Orlando a via Arenula fa poi notare un dettaglio semplice: "Una modifica che congeli la norma Bonafede e riporti in vigore la riforma della prescrizione targata Orlando potrà sempre essere riproposta in altri provvedimenti". Lucia Annibali, prima firmataria dell'emendamento renziano, conferma lo stop. È più sfumata, come detto, la posizione di Forza Italia: "Aspettiamo che vi sia un'interlocuzione con la ministra, prima di ritirare la modifica", ribadisce Zanettin, "sappiamo che gli emendamenti al Milleproroghe andranno votati nelle prossime ore, e che certo Cartabia non avrà modo di presentare le proprie linee programmatiche in commissione Giustizia prima di quel voto. Ma", dice il deputato azzurro, "si potranno trovare occasioni diverse nell'immediato, per una prima intesa di maggioranza sulla giustizia". È cominciata una nuova era. E il disarmo è doveroso. Ma non vuol dire che Bonafede sia uscito illeso dalla battaglia sulla prescrizione, anzi. È solo questione di tempo.
di Marco Campora e Valerio Esposito
Il Riformista, 17 febbraio 2021
Sono trascorsi moltissimi anni dall'ultima volta che la nomina di un ministro della Giustizia ha suscitato tante speranze tra gli avvocati, in particolare, tra i penalisti. È inutile negarlo: una parte di questo entusiasmo è determinata anche dal fatto che gli ultimi due anni e mezzo sono stati caratterizzati da provvedimenti, dichiarazioni, visioni distopiche che hanno messo a dura prova non soltanto il funzionamento della giustizia, ma l'idea stessa dello Stato di diritto.
È pleonastico ribadire le sciagurate riforme che sono state ideate e realizzate negli ultimi 30 mesi: quella della prescrizione, la cosiddetta Spazza-corrotti quantomeno prima dell'intervento della Corte Costituzionale, il divieto di giudizio abbreviato per i reati puniti con l'ergastolo, i decreti Sicurezza che hanno inciso fortemente su diritti e libertà di specifici soggetti.
Oltre i provvedimenti legislativi, l'idea liberale della giustizia è stata offuscata e talvolta fortemente lesionata da comportamenti, dichiarazioni e omissioni che ci hanno fatto a lungo temere che ci si fosse avviati verso una spirale senza ritorno, cioè alla definitiva teorizzazione e applicazione del populismo giudiziario che considera il diritto e la sanzione penale come meri esercizi di vendetta.
Ma le speranze suscitate dalla nomina di Marta Cartabia non dipendono esclusivamente dal raffronto con il recentissimo passato. L'attuale ministra - oltre una straordinaria competenza nella materia - è portatrice di un'idea di giustizia che presenta notevoli e numerosi punti di contatto con la visione di cui noi avvocati penalisti siamo da sempre fautori. Ci sono - e ci saranno - delle differenze di vedute e forse anche di sensibilità su alcuni temi, ma finalmente, abbiamo la serena convinzione di muoverci all'interno di un medesimo perimetro di regole e valori condivisi.
Non ci aspettiamo "miracoli" né abbiamo l'ingenuità di credere che d'emblée saranno azzerate tutte le strampalate riforme degli ultimi anni. La maggioranza politica che sostiene il governo Draghi è, infatti, forse troppo composita e variopinta per mettere mano in maniera sistematica a riforme relative a temi "caldi" e sensibili. Ma di due cose siamo certi: la sensibilità e le competenze di Cartabia produrranno sicuramente dei seri interventi sul carcere e sull'esecuzione della pena che è, senz'altro, il settore più disastrato della giustizia penale; la narrazione negli ultimi anni dominante - incentrata sul più carcere, più pena, sulla vendetta pubblica, sui corpi e le anime da far "marcire" in galera - subirà una sensibile battuta di arresto e si tornerà a ragionare in termini di funzione rieducativa della pena e di extrema ratio del diritto penale.
Del resto, solo l'applicazione di un diritto penale che disciplini e sanzioni esclusivamente le condotte che ledono o mettono in pericolo il patto sociale, potrà porre rimedio all'altro gravissimo problema che funesta la giustizia penale: la durata elefantiaca dei procedimenti penali che si traduce in denegata giustizia oppure in pene irrazionali che mortificano ogni esigenza di rieducazione. E tutto questo non è poco perché solo destrutturando progressivamente, in primis dal punto di vista culturale, i capisaldi del populismo penale sarà possibile tendere a una giustizia penale realmente rispettosa del dettato costituzionale.
Proprio in ragione delle eccellenti qualità umane e professionali di Cartabia e nella sicura consapevolezza di una sensibilità comune in relazione ai temi di maggior rilievo, ci permettiamo di rivolgere un appello alla ministra e cioè di dedicare una parte rilevante del suo programma di governo e delle risorse al carcere e ai Tribunali di Sorveglianza. L'appello parte da Napoli - è non è un caso - poiché nella nostra città il problema della detenzione non riguarda solo un'esigua minoranza e gli addetti ai lavori, ma è un tema che direttamente o indirettamente coinvolge una parte non irrilevante della popolazione. Occorre riportare al centro dell'attenzione il settore più ignorato della giustizia penale e cioè quello dell'esecuzione della pena. Settore che, anche a causa dell'emergenza pandemica, rischia il definitivo tracollo. In questi mesi, il Tribunale di Sorveglianza di Napoli sta letteralmente affogando, non essendo nelle condizioni di rispondere alle numerosissime e legittime richieste provenienti dai detenuti.
In un passato neanche troppo lontano si auspicava - in quanto peraltro previsto dalla legge - un magistrato di sorveglianza presente nelle carceri che controllasse adeguatamente il rispetto dei diritti umani nelle concrete modalità di espiazione della pena. Oggi tutto questo appare come una chimera, non essendo possibile per il magistrato neppure svolgere adeguatamente la funzione giurisdizionale in senso stretto.
Questo sfascio non è casuale ma frutto di un cinico calcolo politico. In presenza di risorse insufficienti si è deciso di tagliare soprattutto nel settore più debole, quello di chi non ha voce, di chi non ha protettori e semplicemente non produce consenso. E allora rivolgiamo un appello affinché, nell'ipotesi in cui dovessero essere effettivamente stanziate per la giustizia ingenti nuove risorse provenienti dal Recovery Plan, una parte considerevole di tali risorse sia destinata all'Ufficio e al Tribunale di Sorveglianza, settore ormai allo stremo.
In questo momento - anche a causa dell'emergenza sanitaria - il carcere è esclusivamente un reclusorio in cui sono sospese quasi tutte le attività. Dunque, di fatto, un luogo in cui si abdica a ogni finalità rieducativa e si privilegia esclusivamente - e in maniera miope - quella di prevenzione (se non addirittura quella meramente retributiva). Una pena congegnata in questo modo è tecnicamente illegale e impone immediati interventi da parte dello Stato che ha un obbligo di lealtà nei confronti di tutti i cittadini (in particolare, nei confronti dei reclusi).
La soluzione non può che essere quella di dar vita, attraverso un ampio ricorso alle misure alternative - e con l'auspicio che si possa tornare a ragionare con serenità di provvedimenti di clemenza quali amnistia e indulto - a una sostanziale diminuzione della popolazione carceraria che crediamo possa essere una delle missioni principali della politica giudiziaria del nuovo Governo. Lo abbiamo detto in premessa: non ci aspettiamo "rivoluzioni" nel campo della giustizia penale, anche perché probabilmente il quadro politico attuale non lo consente. Siamo, tuttavia, certi che - anche grazie alla nuova ministra - sarà possibile abbandonare il percorso intrapreso negli ultimi anni e iniziare a tracciare nuove rotte, con l'obiettivo ultimo di riportare il cittadino al centro di ogni discorso o riforma sulla giustizia.
di Giacomo Salvini
Il Fatto Quotidiano, 17 febbraio 2021
La bomba prescrizione per ora è lì, sotto la scrivania del nuovo ministro della Giustizia Marta Cartabia. Pronta ad essere innescata spaccando subito la nuova maggioranza che sostiene il governo Draghi. Venerdì, dopo la fiducia, nelle commissioni Affari Costituzionali e Bilancio della Camera non si voteranno gli emendamenti di Enrico Costa (Azione) e Riccardo Magi (Più Europa) che avevano posto la cancellazione della norma Bonafede che blocca la prescrizione dopo la sentenza di primo grado come pregiudiziale all'articolo l del decreto Mille-proroghe.
Un segnale "distensivo", hanno spiegato ieri Costa e Magi, in attesa di "un segnale di apertura e fiducia" del nuovo Guardasigilli. Ma nel frattempo restano "segnalati" (cioè considerati prioritari) gli emendamenti di Forza Italia e di Italia Viva per spazzare via la "blocca-prescrizione" e tornare alla vecchia legge Orlando, che la sospendeva solo per 36 mesi tra primo grado e Appello. Non è detto che la prossima settimana questi emendamenti saranno votati perché, come hanno deciso ieri i capigruppo in una riunione informale, si vuole evitare che la maggioranza imploda ancor prima che il nuovo ministro si insedi.
Ma lasciare sul tavolo gli emendamenti è un modo per tenere sulle spine Cartabia e chiedere un segnale da parte sua su un tema così divisivo: "Noi non abbiamo ancora congelato niente - spiega la responsabile Giustizia di Iv Lucia Annibali - la prescrizione resta un punto importante come quello del processo penale". Stessa idea del forzista Francesco Paolo Sisto che insieme al collega Pierantonio Zanettin ha confermato le sue richieste di modifica: "I nostri emendamenti li teniamo - dice al Fatto - aspettiamo di parlare con il ministro Cartabia, che ha un'autorevolezza indiscussa, e che venga a riferire il suo programma. Poi decideremo cosa fare".
Sisto, responsabile giustizia di FI, spiega però che la condizione per deporre l'ascia di guerra è che Cartabia "cambi radicalmente approccio rispetto a Bonafede sulla giustizia". Ergo: "Riformare il processo penale e la prescrizione mettendo al centro il cittadino e non i pm in base al principio di non colpevolezza" conclude il berlusconiano.
Insomma, i due partiti della nuova maggioranza guidati da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi chiedono che sia il Guardasigilli a dare segnali per superare le due norme volute da Bonafede su prescrizione e riforma del processo penale (approvata dal governo giallorosa e bloccata in commissione), in cambio di quella che Sisto chiama una "riappacificazione sul tema della giustizia". Stessa minaccia ventilata da Costa, avvocato eletto con FI e poi passato con Carlo Calenda, che pur avendo ritirato il suo emendamento ci tiene a spiegare che il suo "è un atto di rispetto nei confronti del ministro, ma chiederemo modifiche immediate sullo stop alla prescrizione e sulla riduzione dei tempi del processo - spiega - ma una cosa è chiara: ora ci vuole un cambio radicale rispetto all'impianto di Bonafede".
Una posizione che già la prossima settimana potrebbe spaccare la maggioranza visto che il M5S continua a fare muro sul tema: "Se Cartabia tocca la prescrizione, ce ne andiamo dalla maggioranza" ha minacciato domenica Vito Crimi nell'assemblea con i senatori M5S.
La conferma arriva dalla deputata Vittoria Baldino: "Non siamo disposti a fare passi indietro sulla prescrizione" dice al Fatto. Intanto Bonafede ha annunciato che voterà la fiducia al governo per "tenere unito il M5S" ma "non sarà in bianco". Ma, oltre a porre condizioni a Cartabia, Berlusconi e Renzi stanno provando a piazzare un sottosegretario a testa a via Arenula per "controllare" l'operato del Guardasigilli: i renziani spingono per Gennaro Migliore mentre FI vorrebbe Sisto. Che non smentisce: "Lo deciderà la provvidenza".
Il Riformista, 17 febbraio 2021
La spietatezza o il dubbio. Il rancore o una comprensione possibile. Il modo in cui ci si rapporta con chi sbaglia segna due mondi differenti. O si sta da una parte o dall'altra. Non è questione di partiti. È ciò che si è. Avanti. Indietro. Per spiegare l'Italia, il punto in cui si trova, qualcuno usa la fisiognomica, si ferma sullo sguardo degli uomini, i rappresentanti politici e istituzionali. Per spiegare il grado di civiltà giuridica, del Paese, può bastare lo studio della storia degli atti, di chi si succede al ministero della Giustizia.
Due Italie differenti, forse inconciliabili. Lì, nel come ci si rapporta con chi sbaglia, si sta in un mondo o in un altro, a seconda di come la si pensi, lì si va avanti alla ricerca di un traguardo ideale o si torna irrimediabilmente indietro. O la Cartabia o Bonafede è il mondo che si vuole, è ciò che si è: non è, solo, questione di partiti, cultura, censo, provenienza, ma solo il fatto di che cuore batta in petto. Oltre che sui temi economici, il lavoro e ogni altro campo, l'Italia si dibatte e combatte da decenni fra la spietatezza e il dubbio, fra la ricerca di una comprensione possibile e la risolutezza della condanna irreversibile.
Bonafede è stato, si spera l'ultimo di una lunga serie, il rappresentante di una parte sociale che forse ha concesso troppo al rancore. La Cartabia, insieme a pochi altri che fino a qualche giorno fa erano considerati dei folli, ha rappresentato la fermezza dell'amore, la certezza che debba arrivare qualcosa di migliore, almeno nel campo della giustizia, almeno nel rapporto fra chi vive oltre le sbarre e chi sia convinto di esistere nella libertà, almeno nella relazione fra giudice e giudicabile e giudicato. Contro di lei si è scatenata una parte che si dice di sinistra, progressista, al centro della polemica si è posta la posizione del nuovo ministro sulle unioni omosessuali, sull'aborto.
Il Ministero della Giustizia si occupa dell'organizzazione giudiziaria, svolge funzioni amministrative relative alla giurisdizione civile e penale, ha la gestione degli archivi notarili, la vigilanza sugli ordini e collegi professionali, l'amministrazione del casellario, la cooperazione internazionale e l'istruttoria delle domande di grazia da proporre al presidente della Repubblica. Cura lo studio e la proposta di interventi normativi di settore: presso l'ufficio sono istituite Commissioni di studio con compito di analisi in materie che potranno essere oggetto di riforma normativa.
Nel settore penitenziario, il Ministero attua le politiche dell'ordine e della sicurezza negli istituti e servizi penitenziari, del trattamento dei detenuti, di amministrazione del personale penitenziario. Si occupa dei minori e dei giovani-adulti sottoposti a misure penali.
La Guardasigilli del Governo Draghi, nella tempesta confusionale che ha avvolto per decenni quasi tutti i Corpi Istituzionali del Paese, è stata uno dei pochi vascelli fedeli alla rotta naturale, le sue vele si sono gonfiate del fiato dei padri costituenti. Lei davvero ci ha provato a tenere in vita la Costituzione più bella del mondo, ad applicare i suoi principi nel pianeta doloroso della Giustizia. E anche se fosse solo, esclusivamente, per lei, il giorno del giuramento del Governo Draghi è stato un giorno migliore.
di Attilio Bolzoni
Il Domani, 17 febbraio 2021
Correva l'anno 1991, il 18 febbraio. Trent'anni sono passati da quando l'eccellentissimo giudice della prima sezione penale della Cassazione Corrado Carnevale aveva scarcerato con un cavillo quarantatré dei super boss portato a processo da Giovanni Falcone. Ecco le loro storie.
Il portone di ferro di via Enrico Albanese numero 3 si spalanca e il primo che esce è un ragazzo smilzo, nervoso, molto pallido, visibilmente stordito dall'aria della libertà. "Chiddu è Anatredda", quello è Anatrella, sussurra una donna inzuppata di pioggia che trova riparo sotto gli alberi. Anatrella, Salvatore Rotolo, sicario, cinque uomini uccisi con le sue mani nella "camera della morte", la stalla a un passo del porticciolo di Sant'Erasmo dove torturavano e facevano "cantare" i traditori. Non c'è nessuno che aspetta Anatrella.
Un minuto dopo esce il secondo. Cappotto elegante, i capelli neri impomatati, baffetti, trascina una costosa valigia di pelle nera. È Pietro Senapa, uno che i cadaveri li squagliava nell'acido o li buttava in mare con un blocco di cemento ai piedi. I parenti lo circondano. C'è la madre, ci sono le sorelle, i cugini, i fratelli, i cognati. Riemerge dai baci e dagli abbracci, vede che ho una penna e un taccuino e "Pieruccio" mi dice: "Scrivilo: Carnevale è buono e giusto come Papa Giovanni".
Palermo, carcere dell'Ucciardone, 18 febbraio del 1991, l'eccellentissimo giudice della prima sezione penale della Cassazione Corrado Carnevale ha appena scarcerato con un cavillo quarantatré imputati condannati al maxi processo contro Cosa nostra. È giornata di festa per la mafia siciliana. Quello che qualcuno aveva promesso, qualcun altro lo sta mantenendo: uscirete presto, uscirete tutti. Dopo Anatrella e Pieruccio Senapa, esce Pietro Alfano detto ù zappuni per gli incisivi a forma di zappa, dopo Alfano esce Stefano Fidanzati dell'Arenella, dopo Fidanzati esce Giovanbattista Pullarà di Santa Maria del Gesù, poi uno dei Prestifilippo dei Ciaculli, Vincenzo Buffa, Mariano Agate di Mazara del Vallo, poi un altro dei Marchese. Dopo tre giorni uscirà anche Michele Greco, "il papa della mafia" e il capo della Cupola.
È un pomeriggio freddo di trent'anni fa. Il cielo grigio, Palermo che ha sperato ripiomba nel suo passato. Il "maxi" si è concluso con 19 ergastoli e 2665 anni di carcere, il secondo grado ha ridotto le pene e stravolto l'impianto del giudice Falcone negando l'"unitarietà" di Cosa Nostra, sono solo "bande scollegate una dall'altra". Il processo viaggia verso la Suprema corte ma intanto "Papa Giovanni" grazia i boss.
Sono ore di confusione, non si sa chi può uscire e chi deve stare dentro. La seconda sezione della Corte di assise di appello, presieduta da Salvatore Scaduti, ordina la liberazione di altri ventotto mafiosi "se non detenuti per altra causa". Fra loro ci sono anche Pippo Calò, il vecchio Francesco Madonia, Masino Spadaro, Giuseppe Lucchese.
Sono quelli che hanno fatto di Palermo una città di lapidi e di croci. I giudici sembrano impotenti, la Cassazione è Cassazione, la legge è legge.
La decisione di Corrado Carnevale fa venire i capogiri, per lui la Cupola è soltanto una favola. E, per "l'altissima corte", sono scaduti i termini di custodia cautelare per quei quarantatré del maxi processo. Quindi, tutti fuori. È un'interpretazione forzata e un po' maramalda. Non tiene conto dell'articolo 297 comma 4 del nuovo codice di procedura penale, entrato in vigore nel 1989: esclude, con chiarezza, che i giorni di udienza vengano computati nel calcolo dei termini di custodia cautelare.
Ma Carnevale non se ne cura, lui nutre un profondo disprezzo per quei giudici di Palermo, detesta Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Firma. E i mafiosi tornano liberi.
È uno dei magistrati più famosi d'Italia, odiatissimo da alcuni suoi colleghi e amatissimo dai principi del foro. È anche lui siciliano, di Licata, provincia di Agrigento. Dal 1985 è presidente di sezione della Suprema corte, "il più giovane presidente titolare della storia della Cassazione". I giornalisti gli danno un soprannome: "L'ammazzasentenze".
È vanitoso, non si sottrae alle interviste. Dice: "La Costituzione vuole il magistrato in toga e non in divisa". Dice: "C'è chi si è messo in testa di fare l'angelo vendicatore dei grandi mali che affliggono la società". Dice ancora: "Io mi rifiuto di essere un combattente contro la mafia. Il mio compito non è quello di lottare...alcuni magistrati dovrebbero sparire dalla circolazione...".
Quante sentenze ha ammazzato presidente?, gli chiedono un giorno. Sono quasi 500. Ha invalidato i provvedimenti di don Stilo in Calabria, del camorrista Giuseppe Misso per la strage del rapido 904 Napoli-Milano e di Giuseppe Greco, il figlio del "papa". Ha annullato il processo per l'Italicus, 12 morti e 48 feriti. Ha assolto Licio Gelli dall'accusa di sovversione e Salvatore Greco per l'omicidio del consigliere istruttore Rocco Chinnici. E una sera del febbraio del 1991, con un colpo di penna, rimette in strada gli uomini più pericolosi della Sicilia.
A Palermo c'è paura. Si diffonde la notizia che da un momento all'altro potrebbe lasciare l'Ucciardone anche Michele Greco, il capo della Commissione che ha l'aspetto di un parroco di campagna ma è un pupo manovrato dai Corleonesi. Prima dell'arresto, nella sua tenuta della Favarella aveva fra i suoi ospiti abituali anche il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, sua Eccellenza Giovanni Pizzillo (il presidente della Corte di appello di Palermo, il magistrato più alto in grado nell'isola), sua eminenza il cardinale Ernesto Ruffini. E conti e baroni e marchesi.
Tutti l'attendiamo in via Enrico Albanese numero 3, all'ingresso dell'Ucciardone. Ora esce, ora esce. Passa un giorno, passano due giorni. Niente, don Michele è ancora in cella. Alla procura generale fanno e rifanno i conti sulle sue condanne, non ne ha nemmeno una definitiva. Forse solo quella per la falsificazione della patente che gli hanno trovato in tasca il giorno della cattura, in un casolare sopra la montagna di Caccamo. Finalmente il portone di ferro si apre. Ecco, fra un attimo spunterà la faccia da prete del "papa". Ma l'uomo che sorride alla libertà è Nicola Milano detto Ninu ù Ricciu, uno dei capi della famiglia di Porta Nuova. E Michele Greco?
La Corte di assise firma l'ordine di scarcerazione, il foglio transita a mezzogiorno in cancelleria dove però c'è una fotocopiatrice rotta, il tecnico l'aggiusta dopo le 13, gli impiegati del tribunale non se la sentono di fare gli straordinari per liberarlo. Il "papa", che non abbandona mai il suo Vangelo e due breviari, rimane all'Ucciardone a pregare. Tutto rimandato alla mattina dopo quando, finalmente, è pronto per tornare nella sua dimora di campagna. Davanti al carcere c'è trambusto, cronisti, carabinieri, poliziotti e, con fare sospetto, tre o quattro uomini che vengono fermati e perquisiti dagli agenti dell'"investigativa" della squadra mobile. Sono incensurati. Si scoprirà che sono dei "servizi".
Se non avesse visto "Il Padrino"
A Villa Whitaker, sede della prefettura di Palermo, il prefetto convoca il comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, è invitato anche l'Alto commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica. A Roma ci sono riunioni febbrili fra il ministro dell'Interno Vincenzo Scotti e quello della Giustizia Claudio Martelli, tutti e due in gran segreto di sera entrano a palazzo Chigi per ordinare, con un decreto legge stampato in fretta e furia sulla Gazzetta Ufficiale, un nuovo arresto per i quarantatré boss appena scarcerati. Con il decreto si stabilisce, una volta per tutte, che i tempi processuali saranno "congelati" automaticamente e indipendentemente dalle richieste dei pm o dai provvedimenti dei giudici.
È il solo mezzo per riportare i boss all'Ucciardone. Dopo tre giorni, uno dopo l'altro tornano nel carcere borbonico di Palermo. Gli avvocati insorgono, sbraitano, protestano contro quello che diventa per tutti "il mandato di cattura del governo". Un po' come è accaduto l'anno scorso con il ministro Bonafede che, sempre con decreto, ha rispedito in galera i detenuti usciti dopo la circolare dell'amministrazione penitenziaria per il rischio Covid.
In quei pochi giorni di libertà quarantadue boss si sono goduti la famiglia in silenzio. Uno solo si è concesso alle telecamere. Proprio lui, il "papa". Con un'arancia in mano, passeggiando lentamente nella sua tenuta della Favarella, si è raccontato al grande pubblico. Cominciando così: "Mi volete dire in che cosa io avrei mafiato? Mi chiamano il papa ma non posso paragonarmi ai papi per intelligenza, cultura e dottrina. Ma per la mia coscienza serena, e per la profondità della mia fede, posso anche sentirmi pari a loro, se non superiore a loro...".
Continuando così: "La rovina dell'umanità sono certi film, film di violenza, film di pornografia. Per esempio, se il pentito Totuccio Contorno avesse visto Mosè e non Il Padrino, non avrebbe calunniato nessuno e io non sarei qui. Invece purtroppo Totuccio Contorno ha visto Il Padrino...". E finendo così: "La calunnia si è fatta viva con i primi uomini apparsi sulla terra. Ed è sempre stata apportatrice di atroci conseguenze. A me mi hanno rovinato le lettere anonime. Un anonimato cieco e cattivo...Sappiate che la violenza non fa parte della mia dignità".
Il 30 gennaio del 1992 la Cassazione (ma Carnevale non è più alla prima sezione penale per volere del ministro Martelli) lo condannerà all'ergastolo e il "papa" non vedrà mai più la sua Favarella.
di Carmine Di Niro
Il Riformista, 17 febbraio 2021
Colpo di scena alla Procura di Roma. Il Tar del Lazio ha infatti annullato la nomina a procuratore capitolino di Michele Prestipino, accogliendo così i ricorsi presentati dal procuratore generale di Firenze, Marcello Viola, e dai procuratori di Palermo, Francesco Lo Voi, contro la decisione del Csm datata 4 marzo dello scorso anno. Respinto invece il ricorso presentato dal procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo.
Una nomina, quella di Prestipino, in "continuità" con la precedente gestione di Giuseppe Pignatone, andato in pensione nel maggio 2019. Come ricordava Giovanni Altoprati su questo giornale, per "imporre" Prestipino a Roma il Csm era stato costretto a una interpretazione estensiva del Testo unico sulla dirigenza per gli uffici giudiziari.
Sulla carta, infatti, Lo Voi e Creazzo avevano molti più titoli. Oltre a essere già procuratori, Lo Voi aveva rappresentato l'Italia a Eurojust, mentre Creazzo era stato vice capo legislativo al ministero della Giustizia. Questa volta, per superare l'handicap del curriculum di Prestipino che era solo aggiunto e non aveva molti titoli, il Csm è ricorso alle "esperienze".
"Sebbene privo di indicatori specifici si è reso protagonista di esperienze pregnanti rispetto all'incarico da conferire, tali da fondare sul piano prognostico il giudizio sulla sua maggiore capacità a porsi a guida dell'ufficio a concorso", era stata la formula utilizzata a Palazzo dei Marescialli per motivare la sua scelta.
Secondo il Tar, come anticipa il Corriere della Sera, "non è dato comprendere perché, se per Prestipino la "raffinata conoscenza delle mafie tradizionali (in specie Cosa Nostra e 'Ndrangheta) gli hanno consentito di cogliere e sviluppare sul piano processuale gli elementi di continuità e di originalità della situazione laziale e di quella peculiare della città di Roma, tale riconosciuta conoscenza eccezionale dell'attività di Cosa Nostra da parte del dottor Lo Voi non possa consentirgli ugualmente di cogliere e sviluppare come procuratore - presumibilmente in poco tempo o quantomeno in quello impiegato dal dottor Prestipino quale 'aggiunto', l'originalità della criminalità laziale". Prestipino ricorrerà al Consiglio di Stato, mentre lo stesso Csm potrebbe sostenere la sua nomina a Roma.
di Luca Bolognini
Il Domani, 17 febbraio 2021
È davvero possibile "leggere" e prevedere i comportamenti delle persone permettendo alla polizia o addirittura alle macchine di intervenire e catturare potenziali malviventi? Non si tratta di domande di scuola e di discussioni accademiche rispetto a un futuro lontano e improbabile, perché il progresso corre veloce e questi interrogativi su "tecnogiustizia" e "tecnoautorità" iniziano a entrare nella nostra società. In Gran Bretagna così come in California vengono testati da tempo programmi di intelligenza artificiale che individuano aree, comunità e situazioni a rischio oppure scandagliano database con criminali comuni, cercando di indovinare quali soggetti possano commettere un reato violento, assegnando a ciascuno un punteggio di rischio. La Commissione Ue sta preparando un regolamento sull'intelligenza artificiale. Peccato che si riferirà solo all'Ai per usi civili, mentre i problemi più gravi li avremo nei settori della difesa e della sicurezza.
È desiderabile che i dati, gli algoritmi, le macchine esperte, in una parola l'intelligenza artificiale diventino un'arma di previsione, dissuasione e repressione del crimine? È davvero possibile "leggere" e prevedere i comportamenti delle persone permettendo alla polizia o addirittura alle macchine di intervenire e catturare potenziali malviventi? È tollerabile che una società avanzata e uno stato di diritto possano anche soltanto concepire di analizzare espressioni ed emozioni per scommettere sull'attitudine criminale di un individuo?
Non si tratta di domande di scuola e di discussioni accademiche rispetto a un futuro lontano e improbabile, perché il progresso corre veloce e questi interrogativi su "tecnogiustizia" e "tecnoautorità" iniziano a entrare nella nostra società. Non stiamo parlando di Tom Cruise e Minority Report, insomma, ma di vita reale. In Gran Bretagna così come in California vengono testati da tempo programmi di intelligenza artificiale che individuano aree, comunità e situazioni a rischio oppure scandagliano database con criminali comuni, cercando di indovinare quali soggetti possano commettere un reato violento, assegnando a ciascuno un punteggio di rischio. Come ha raccontato Fabio Chiusi su Valigia Blu si sperimentano perfino strumenti per rilevare dai volti le emozioni: in Uttar Pradesh, a Lucknow, le autorità hanno installato sistemi di identificazione di espressioni facciali di paura, tristezza, dolore e quant'altro possa indicare una violenza in atto contro donne e bambini (fenomeno assai diffuso, secondo le statistiche, in quel territorio come, purtroppo, in tanti altri luoghi del mondo).
Questo "test", che cerca di sfruttare algoritmi intelligenti per captare segnali d'allarme sui volti delle vittime, ha destato commenti sconcertati tra gli esperti di machine learning: pensare che un algoritmo possa capire le emozioni di un individuo solo valutandone le rughe del viso parrebbe, in effetti, un'illusione destinata a naufragare, poiché non tutto è visibile agli occhi artificiali. D'altra parte gli esseri umani non mostrano tutto ciò che provano; reagiscono sorridendo anche in frangenti dolorosi o di terrore o rimangono impassibili subendo abusi. Insomma, la pretesa di rilevare stati d'animo con una telecamera deve fare i conti con l'unicità umana e le variabili della coscienza. Sarebbe enorme la quantità di falsi positivi causati da queste tecnologie, ben lungi dall'essere infallibili.
Il principio di "Rule of Human Law by Default" dovrebbe imporre la progettazione e l'uso di sistemi informatici, a maggior ragione se intelligenti, nei quali l'ultima parola spetti sempre e solo a super-admin umani. Cosa che ora non c'è e non ci mette al riparo dall'avere in futuro macchine a governarci, anche solo implicitamente. Già oggi quando parliamo di tutela dei lavoratori, i sindacati sono costretti spesso ad avere a che fare, più che con datori di lavoro umani, con algoritmi, app, controlli automatizzati che dettano le regole sul lavoro.
Il rischio è quello di innescare un meccanismo irreversibile. La Commissione Ue ha lavorato negli anni per immaginare requisiti etici da applicare all'intelligenza artificiale. Dopo avere pubblicato linee guida etiche e un libro bianco sull'argomento, ci si attende a breve una proposta di regolamento europeo che miri a normare le forme più rischiose per i diritti e le libertà degli individui. L'intelligenza artificiale può essere una grande opportunità, ma se non governata può davvero essere "l'ultima invenzione dell'essere umano", per citare, tra gli altri, James Barrat: in effetti, al di là della nostra sorte, potrebbe arrivare il momento in cui le persone delegheranno la creatività e la capacità di inventare agli algoritmi. Uno scenario di autoriduzione allo stato vegetativo assolutamente non desiderabile. Le macchine, in passato, hanno sostituito le azioni umane e questo ha avuto conseguenze sui posti di lavoro. Oggi il rischio è di un salto ulteriore: robot e algoritmi possono iniziare a sostituire i pensieri e le volontà degli esseri umani. C'è una bella differenza. Occuparsi di scenari distopici non vuol dire essere contro lo sviluppo tecnologico, l'intelligenza artificiale e le altre magnifiche sorti "e-progressive", ma avere la consapevolezza e la determinazione, finché si è in tempo, di ancorare questa evoluzione a un'etica umanistica. Vale per la scienza, per l'industria, per la politica e per ogni istituzione.
La politica dovrebbe abbandonare i conformismi e avere il coraggio, forse spudorato, di inserire nelle costituzioni nuovi principi e norme fondamentali. Proprio lo "stato di diritto umano", ad esempio, per il quale mai dovrebbe essere lasciata la possibilità di agire come autorità o persino di far legiferare alle macchine e agli algoritmi. Bisogna evitare l'avvento di poliziotti-bot o, peggio, di deputati-bot, e l'ultima parola nell'amministrazione di società o sistemi informatici dovrebbe sempre e solo appartenere a esseri umani.
L'umano, con le sue imperfezioni incalcolabili e con i suoi sentimenti misteriosi, custodisce il segreto del perdono e della pace, sconosciuti all'iper razionalità perfetta degli algoritmi, per i quali tutto è calcolabile. Si sta entrando in un mondo ancora inesplorato nel quale, in nome del progresso, ci imbatteremo in sistemi estremamente rischiosi per i nostri diritti e le nostre libertà. Una soluzione può essere trattare l'intelligenza artificiale alla stregua dei medicinali e dei dispositivi medici, idea già proposta dal sottoscritto e da altri esperti come Stefano Quintarelli: prima dell'immissione in commercio di sistemi AI rischiosi, si dovrebbe prevedere un percorso di sperimentazione e di valutazione degli impatti per considerarne gli effetti collaterali e attivare forme di vigilanza sulle conseguenze indesiderate.
Sembra la strada tracciata anche dal libro bianco della Commissione Ue che prelude al prossimo regolamento europeo. Peccato che quel regolamento si riferirà solo all'intelligenza artificiale per usi civili, mentre i problemi più gravi li avremo nei settori della difesa e della sicurezza.
di Emilio Pucci
Il Gazzettino, 17 febbraio 2021
Per Walter Verini, coordinatore dei lavori del Pd sulla giustizia, "è il momento della svolta" su un tema che finora ha diviso le forze politiche.
Nuovo governo, nuovo clima? Secondo lei è effettivamente possibile la mozione moratoria dopo gli scontri degli ultimi anni?
"Non è solo possibile, ma necessaria. Da tempo come Pd lo sosteniamo, perché la giustizia non può più essere il terreno tossico di scontro politico. Questo tipo di governo e questa pur anomala maggioranza parlamentare possono favorire un clima che porti a riforme condivise".
Sulla prescrizione si è deciso di sotterrare l'ascia di guerra?
"Abbiamo apprezzato il ritiro degli emendamenti divisivi. Non sarebbero stati solo un gesto di scortesia istituzionale verso il nuovo ministro, ma un partire col piede sbagliato".
Quale sarà il nuovo corso, considerando che la maggioranza è composta da forze diverse tra loro? Sul processo penale ora si punterà ad accelerare alla Camera?
"La strada è questa. Come per il processo civile, si tratta di una riforma fondamentale. Le decine di audizioni hanno suggerito cambiamenti da accogliere, ma il punto di fondo è che si potrà finalmente giungere alla durata ragionevole dei processi, con tempi certi. Con la presunzione di innocenza degli imputati, ma anche con il diritto ad avere un esito in tempi giusti. E lo stesso naturalmente vale per le vittime di reati. A quel punto anche il tema prescrizione - che nei processi infiniti è una difesa dell'imputato ma anche un fallimento dello Stato - perde la sua dirompenza".
Sulla prescrizione si ripartirà dal cosiddetto Lodo Orlando?
"Ripeto, la giustizia deve essere materia di confronto. La proposta di Orlando andava proprio in questa direzione".
Quale sarà l'atteggiamento del Pd?
"Il Pd sostiene lealmente il governo con le sue idee senza sventolare bandierine".
Come sarà secondo lei la coabitazione tra FI e M5S, che sui temi della giustizia si sono sempre scontrati?
"Bisognerà togliere di mezzo totem e tabù, puntando su lotta alla corruzione e alle mafie, su processi di durata ragionevole. Nel civile e nel penale. Serve l'indipendenza e la rigenerazione della magistratura, da aiutare anche con la riforma del Csm. E il rispetto autentico dei diritti della difesa. No a processi mediatici. E carcere con pene certe, soprattutto alternative per i reati di non grave allarme sociale, ma tese alla rieducazione. Non solo perché è giusto, umano, coerente con l'articolo 27 della Costituzione, ma perché un detenuto che esce rieducato non torna a commettere reati. Umanità significa anche sicurezza dei cittadini. Perché non lavorare per declinare insieme questi principi, che sono testi all'esame delle Camere?".
Si potrebbe pensare ad una costituente sulla giustizia?
"Senz'altro sì, come spirito e volontà. Intanto si può pensare a delle sessioni dedicate al tema".
Cosa si aspetta dal ministro Cartabia?
"La sua autorevolezza, il suo rigore costituzionale, il suo equilibrio potranno certamente favorire, in un clima collaborativo tra governo e Parlamento, il raggiungimento di importanti obiettivi. Aggiungo che il Recovery plan prevede investimenti per miliardi nella giustizia, in strutture, digitalizzazione, modernizzazione e risorse umane. Ciò si deve accompagnare a riforme. E il ruolo del Guardasigilli sarà fondamentale".
Ma il problema era la presenza di Bonafede o i distinguo di Renzi?
"Il problema, da anni, sono i tabù, i totem, le strumentalità che davano vita spesso a un populismo giudiziario da un lato e a un garantismo a intermittenza dall'altro".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 17 febbraio 2021
Il luogo "aperto al pubblico" non rientra nella prescrizione della sorveglianza speciale del Codice antimafia. Il divieto di partecipare a pubbliche riunioni riguarda solo quelle che si svolgono in luoghi pubblici. E non in quelli "aperti al pubblico", dove l'accesso non è indiscriminato, ma regolamentato anche solo attraverso il pagamento di un biglietto o la limitazione degli ingressi. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 6089/2021, ha perciò respinto il ricorso del procuratore contro il proscioglimento "perché il fatto non sussiste", in occasione dell'accesso allo stadio da parte di un sorvegliato speciale cui era stato prescritto il divieto di partecipare a pubbliche riunioni. La Cassazione respinge l'orientamento che sovrappone il luogo pubblico a quello aperto al pubblico in nome della finalità del divieto che sarebbe quello di evitare tout court la comunicazione con un ampio numero di persone da parte di chi è colpito dalle misure previste dall'articolo 6 del Codice antimafia, perché considerato socialmente pericoloso.
La sentenza riporta la soluzione a cui aderisce, indicata dalle sezioni Unite nel 2019, con la quale si afferma che il divieto di partecipazione a pubbliche riunioni va assunto in maniera obbligatoria ed esplicita in sede di applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale. Infatti, in caso di adozione delle misure di prevenzione ex articolo 6 del Codice antimafia vanno dettate le prescrizioni indicate dal comma 4 dell'articolo 8 tra cui quelle di "non associarsi abitualmente alle persone che hanno subito condanne e sono sottoposte a misure di prevenzione o di sicurezza" e di "non partecipare a pubbliche riunioni". Divieti che si associano alle altre prescrizioni positive di vivere onestamente e di rispettare le leggi.
Infine, conclude la Cassazione facendo rilevare che il divieto di accesso, per ragioni di sicurezza, alle manifestazioni sportive (che si svolgono, come chiarito, non in luogo pubblico, ma aperto al pubblico) è regolato da altra disciplina, la legge 401 del 1989.
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