di Giacomina Pellizzari
Messaggero Veneto, 20 novembre 2020
Positivi anche 15 agenti e un impiegato: due sono stati accompagnati in Pronto soccorso. Il virus sta mettendo a dura prova il carcere di massima sicurezza di Tolmezzo, dove tra detenuti, agenti di polizia penitenziaria e amministrativi si contano 132 casi di contagio da Sars-Cov2.
Il coronavirus ha colpito più della metà dei detenuti, 116 dei 203 presenti in questo momento nella struttura, 16 guardie carcerarie e un amministrativo. La maggior parte degli infettati sono asintomatici, ieri sera però due detenuti manifestavano sintomi importanti e sono stati accompagnati in pronto soccorso e sottoposti ai controlli medici.
"Stiamo navigando a vista, dobbiamo inventarci una strategia" ammette la direttrice, Irene Iannucci, impegnata nella gestione di un'emergenza senza precedenti. Il risultato degli ultimi 150 tamponi processati è arrivato ieri e di fronte a questi numeri è venuta meno anche la prevista organizzazione dell'area isolamento con 20 posti letto. "Stiamo aspettando i referti che devono essere consegnati alla direzione e comunicati ai detenuti, dopodiché - aggiunge Iannucci - valuteremo se saranno necessari alcuni spostamenti". È evidente che se un'intera sezione risulta contagiata automaticamente si trasforma in una sezione Covid.
"Il personale del servizio sanitario che opera nel carcere e che dipende dall'Azienda sanitaria ci darà le indicazioni per evitare l'allargamento del contagio" sperando che nessuno si aggravi: "Qualcuno - ribadisce la direttrice - manifesta sintomi più importanti di altri, ma non certamente da richiedere ricoveri in terapia intensiva". Intanto, da lunedì scorso sono state sospese le lezioni scolastiche e, nelle prossime ore, saranno annullate tutte le attività. Si lavora per limitare i contatti e per tutelare tutti, il personale, chi arriva dall'esterno e i detenuti.
Il sindaco, Francesco Brollo, e il garante regionale dei detenuti, Paolo Pittaro, stanno seguendo con apprensione la situazione. Il primo cittadino non nasconde la sua preoccupazione: "Tolmezzo l'altro ieri era il settimo comune con il peggior rapporto positivi-popolazione, su questo incidono i contagi presenti in carcere e nella casa di riposo. È evidente che stiamo scontando il ruolo comprensoriale della città". Brollo ricorda, infatti, che il carcere non è un'isola chiusa in sé stessa, c'è un numero importante di persone che lavora nel penitenziario e che, ogni sera, rientra in famiglia. "È una porta girevole e la preoccupazione c'è tutta - conclude il sindaco -, siamo di fronte a una situazione complessa provocata da un virus che non risparmia nessuno".
A preoccupare il garante, invece, è il cronico sovraffollamento che sicuramente non facilita il compito a chi si trova a gestire l'emergenza sanitaria. "Nei giorni scorsi - riferisce Pittaro - ho chiesto ai direttori dei cinque penitenziari regionali una relazione sull'emergenza sanitaria provocata dal coronavirus. La situazione più complessa è quella di Tolmezzo visto che a Pordenone, Gorizia e Trieste, al momento (il dato si riferisce a mercoledì) l'infezione non è stata rilevata. Nella Casa circondariale di Udine è risultato positivo un agente penitenziario che è in via di guarigione". Pittaro aggiunge che anche nel Cpr di Gradisca non sono stati registrati contagi.
Il Sole 24 Ore, 20 novembre 2020
In molti casi il rifiuto è espressione di opinioni politiche o di convinzioni religiose o è motivato dall'appartenenza a un determinato gruppo sociale. Nel contesto della guerra civile in Siria, sussiste una forte presunzione che il rifiuto di prestare servizio militare in tale paese sia collegato a un motivo che può far sorgere il diritto al riconoscimento dello status di rifugiato. In numerosi casi, infatti, tale rifiuto è espressione di opinioni politiche o di convinzioni religiose o, ancora, è motivato dall'appartenenza a un determinato gruppo sociale. Lo ha chiarito al Cgue con la sentenza 19 novembre 2020 nella causa C-238/19.
Un cittadino siriano soggetto all'obbligo di leva che è fuggito dal suo paese per eludere il servizio militare, esponendosi pertanto al rischio di subire azioni giudiziarie o sanzioni penali in caso di ritorno in Siria, contesta dinanzi al Verwaltungsgericht Hannover (Tribunale amministrativo di Hannover, Germania) la decisione del Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Ufficio federale per l'immigrazione e i rifugiati, Germania) di concedergli la protezione sussidiaria senza riconoscergli lo status di rifugiato.
Secondo il Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, l'interessato, di per sé, non avrebbe subìto persecuzioni che lo abbiano spinto alla partenza e, avendo soltanto fuggito la guerra civile, non dovrebbe temere persecuzioni se ritornasse in Siria. In ogni caso, non sussisterebbe alcun collegamento tra le persecuzioni temute e uno dei cinque motivi di persecuzione che possono far sorgere il diritto al riconoscimento dello status di rifugiato, ossia la razza, la religione, la nazionalità, l'opinione politica o l'appartenenza a un determinato gruppo sociale.
Il Verwaltungsgericht Hannover ha chiesto alla Corte di giustizia di interpretare la direttiva sulla protezione internazionale secondo la quale gli atti di persecuzione possono, tra l'altro, assumere la forma di azioni giudiziarie o sanzioni penali in conseguenza del rifiuto di prestare servizio militare in un conflitto, quando questo comporterebbe la commissione di crimini, reati o atti che escludono il riconoscimento dello status di rifugiato, come un crimine di guerra o un crimine contro l'umanità. Secondo il Verwaltungsgericht Hannover, l'interessato avrebbe potuto essere indotto a commettere crimini del genere in qualità di coscritto nell'ambito della guerra civile siriana.
La Corte di giustizia rileva, anzitutto, che in mancanza, nello Stato di origine, di una possibilità prevista dalla legge di rifiutare di prestare servizio militare, non si può opporre all'interessato il fatto che non abbia formalizzato il suo rifiuto seguendo una determinata procedura e sia fuggito dal suo paese di origine senza presentarsi alle autorità militari.
Inoltre, in un contesto di aperta guerra civile caratterizzato dalla commissione ripetuta e sistematica di crimini di guerra o contro l'umanità da parte dell'esercito mediante l'impiego di militari di leva, è irrilevante il fatto che l'interessato non sia a conoscenza dell'ambito dei suoi futuri interventi militari.
Per contro, deve sussistere un collegamento tra le azioni giudiziarie o le sanzioni penali conseguenti al rifiuto di prestare servizio militare e almeno uno dei cinque motivi di persecuzione che possono far sorgere il diritto al riconoscimento dello status di rifugiato. Secondo la Corte, l'esistenza di un tale collegamento non può essere considerata accertata né, di conseguenza, può essere sottratta all'esame delle autorità nazionali responsabili dell'esame della domanda di protezione internazionale.
Il rifiuto di prestare servizio militare, infatti, può anche avere motivi distinti dai cinque motivi di persecuzione summenzionati. In particolare, esso può essere motivato dal timore di esporsi ai pericoli che lo svolgimento del servizio militare comporta in un contesto di conflitto armato.
Tuttavia, in numerosi casi, il rifiuto di prestare servizio militare è espressione di opinioni politiche, consistenti nel rifiuto di qualsiasi impiego della forza militare o nell'opposizione alla politica o ai metodi delle autorità del paese di origine, di convinzioni religiose o, ancora, è motivato dall'appartenenza a un determinato gruppo sociale.
Sussiste infatti una forte presunzione che il rifiuto di prestare servizio militare nelle circostanze che caratterizzano la causa sottoposta alla Corte si ricolleghi a uno dei cinque motivi che possono far sorgere il diritto al riconoscimento dello status di rifugiato. Non è onere dell'interessato fornire la prova di tale collegamento, spetta invece alle autorità nazionali competenti verificare, alla luce di tutte le circostanze di cui trattasi, la plausibilità di tale collegamento.
La Corte rileva inoltre che, in un contesto di conflitto armato, in particolare di guerra civile, e in assenza di una possibilità prevista dalla legge di sottrarsi agli obblighi militari, è altamente probabile che il rifiuto di prestare servizio militare sia interpretato dalle autorità come un atto di opposizione politica, a prescindere dalle motivazioni personali eventualmente più complesse dell'interessato. Orbene, secondo la direttiva sulla protezione internazionale, nell'esaminare se l'interessato nutra un timore fondato di essere perseguitato è irrilevante che egli possegga effettivamente le caratteristiche razziali, religiose, nazionali, sociali o politiche che provocano gli atti di persecuzione, purché una siffatta caratteristica gli venga attribuita dall'autore delle persecuzioni.
Gazzetta del Mezzogiorno, 20 novembre 2020
"Lo Stato eviti la scarcerazione degli imputati". Dopo l'allarme per i processi di mafia del Procuratore di Torino, Anna Maria Loreto, anche il Procuratore generale del Piemonte, Francesco Saluzzo, chiede un intervento normativo, o in alternativa la revisione delle linee guida sanitarie negli istituti penitenziari, per celebrare i processi che oggi si devono misurare con le stringenti previsioni a contrasto del pericolo di contagio. La proposta non piace però alla Camera Penale, che invoca "lo Stato di Diritto" e la "presunzione di innocenza".
La questione riguarda i collegamenti in videoconferenza fra le aule di tribunale e le carceri: una soluzione che permette ai giudici di celebrare un'udienza con il detenuto presente (sia pure "a distanza"). Ma se l'imputato è positivo non se ne fa nulla, neppure se si tratta di un asintomatico.
La conseguenza è uno stop del processo con uno slittamento anche di parecchie settimane. In Piemonte, in particolare, è successo nel corso del dibattimento di 'ndrangheta chiamato "Carminius-Fenice" davanti al tribunale di Asti. Uno dei numerosi imputati, positivo al Covid ma asintomatico, ha fatto sapere che non intendeva rinunciare a seguire l'udienza.
Allestire il collegamento, però, non è stato possibile, e ai giudici, in base alla procedura, non è rimasto che aggiornare i lavori. La dilatazione dei tempi, oltre ad allontanare il giorno della sentenza, avvicina quello delle scarcerazioni "facili". Anche di chi, una volta fuori, potrebbe "riappropriarsi degli spazi criminali sul territorio".
Ecco perché per il Procuratore generale del Piemonte "sarebbe necessario, pur nel rispetto del termine massimo complessivo della custodia cautelare, che venisse previsto che la sospensione dei predetti termini per la fase processuale in corso operasse non solo per l'imputato che abbia un impedimento di carattere sanitario", ovvero perché positivo, "ma per tutti gli altri coimputati - detenuti - nel medesimo processo".
Non la pensa così l'avvocato Alberto De Sanctis, presidente della Camera penale del Piemonte occidentale. "I termini di custodia cautelare sono necessari per tutelare il principio di presunzione di innocenza", sostiene ricordando che "il nostro è uno Stato di Diritto che tutela la presunzione di innocenza. Quegli imputati sono tutti presunti innocenti, non sono colpevoli che devono "solo" essere condannati. Pertanto, i termini di custodia cautelare non possono essere dilatati oltre il ragionevole".
di Massimiliano Minervini
gnewsonline.it, 20 novembre 2020
Noi guerra! Le meraviglie del nulla è il titolo dello spettacolo teatrale andato in scena nel carcere di Opera. La particolarità dell'evento, oltre alla proposizione di una diretta streaming, sta nel fatto che i costumi di scena sono stati realizzati anche grazie al lavoro degli studenti della classe V dell'Istituto Tecnico Moda Olga Fiorini di Busto Arsizio.
Le modalità di realizzazione dell'iniziativa sono chiarite da Silvio Di Gregorio, direttore del penitenziario: "I detenuti mettono in scena opere drammaturgiche, suggerite dalla regista Ivana Trettel, e poi sviluppate dai reclusi stessi. I costumi vengono autoprodotti, eventualmente chiedendo collaborazioni esterne come accaduto in questo caso. Abbiamo, inoltre, al momento fruito del supporto di Giovanni Anceschi, che ha fornito idee innovative per la scenografia".
"Opera liquida - prosegue Di Gregorio - è la compagnia teatrale che ha calcato la scena e che partecipa a un progetto regionale di lotta al bullismo. Con alcuni detenuti della compagnia, in tempi non pandemici, andiamo nelle scuole, oppure sono gli studenti a venire da noi ogni 15 giorni, visitando l'istituto e assistendo a uno spettacolo contro il bullismo in tutte le sue forme. Al termine della rappresentazione si tiene un dibattito sull'argomento. Questa ulteriore iniziativa si chiama Stai all'occhio. Quindi, c' è un risvolto di sensibilizzazione dei più giovani di educazione alla legalità. Vogliamo che i ragazzi imparino a riconoscere l'autorità. Solo così è possibile comprendere il senso del limite e rispettarlo". Nemmeno la pandemia ha però fermato gli spettacoli: "La scommessa in tempi di Covid - conclude il direttore - ritenendo questa attività valida a 360 gradi, è portare in scena gli spettacoli, raggiungendo i destinatari con la forma della trasmissione streaming".
di Federica Cappellato
Il Gazzettino, 20 novembre 2020
I prodotti di un territorio simbolo della lotta alla pandemia insieme a quelli di Codogno come segno di solidarietà e di unione. Boscoletto: "Un gesto di testimonianza di come ci si può aiutare mettendo al centro un sostegno al lavoro delle aziende".
Un ponte che parte da Vo' e arriva a Codogno e fonda i suoi pilastri sul sociale, in particolar modo su anziani e persone svantaggiate. La Cooperativa Giotto e l'Opera Immacolata Concezione di Padova, enti che si occupano di lavoro nelle carceri e assistenza e cura degli anziani, ieri sono state ricevute dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, a cui hanno consegnato tre ceste regalo confezionate dai detenuti del carcere di Padova e contenenti prodotti tipici di Vo' e di Codogno.
"È un gesto - ha spiegato il capo della cooperativa Giotto Nicola Boscoletto - che abbiamo voluto condividere con la seconda carica dello Stato per ricordare come questa pandemia ci abbia unito tutti; le ceste saranno disponibili a chiunque ci contatti per dei significativi regali di Natale, e mettono insieme le eccellenze di due territori profondamente colpiti per primi dalla pandemia. L'iniziativa vuol essere un semplice gesto di testimonianza di comeci si può aiutare, mettendo al centro, prima ancora dell'aiuto economico, un sostegno al lavoro delle aziende e perciò alle persone che vi operano. Perché siamo convinti che, come ripete instancabilmente Papa Francesco - ha concluso - il lavoro è ciò che dà dignità".
Le aziende di Vo', appartenenti al Consorzio volontario Tutela dei vini dei Colli Euganei, rappresentano un micro tessuto di realtà famigliari che nei momenti difficili cercano di rispondere assieme, con tutte le difficoltà che questo comporta.
Nell'occhio del ciclone a marzo, isolata a lungo dal resto d'Italia, l'intera comunità collinare ha saputo reagire, supportando la ricerca dell'Università di Padova da un lato e con il proprio lavoro dall'altro. Lo testimoniano l'ottima vendemmia e i riconoscimenti che diverse cantine socie del Consorzio Vini Colli Euganei hanno ottenuto.
Ma un grande messaggio arriva anche dalle due realtà sociali proponenti. Significativo è il sostegno della Fondazione Opera Immacolata Concezione Onlus di Padova che svolge tutta la sua attività a sostegno e cura delle persone anziane e fragili, proprio le più a rischio in questa pandemia. La cooperativa Sociale Giotto invece è da decenni impegnata nell'inserimento lavorativo di persone in disagio sociale (ad esempio in carcere) e con problematiche fisiche, psichiche e psicofisiche.
In questi mesi salvaguardare più persone possibile al lavoro è stato il primo obiettivo. Mai come in questo periodo si è capito quanto valga il lavoro oltre il giusto e dovuto stipendio. Con questo intento la cooperativa è riuscita a convertire un'attività, che svolgeva in carcere per conto di una azienda fortemente colpita dalla pandemia, nella produzione di mascherine di comunità in tessuto. Questo ha permesso di salvare una decina di posti di lavoro. Allo stesso modo ha consolidato i servizi rivolti alle persone e alle imprese attraverso supporti informatici e telefonici.
di Gianmario Scaramuzza*
Il Gazzettino, 20 novembre 2020
Volevo fare alcune considerazioni in merito alla questione oggetto del Consiglio comunale del 18
novembre a Rovigo, a proposito delle vicende del tribunale e del carcere minorile, nel corso del quale ho fatto la seguente dichiarazione. A mio avviso, allo stato attuale è inutile ragionare su quello che è stato fatto in passato e frugare fra le cose fatte bene e quelle sbagliate. Noi dobbiamo preoccuparci con maggiore determinazione di quello che succede oggi, di quello che abbiamo davanti, e in prospettiva pensare, al futuro. Una cosa è certa, i poteri nazionali, in questo caso il Ministero di Grazia e Giustizia, spesso incidono in maniera decisiva, e senza possibilità di confronto, sulle scelte locali.
La domanda che mi pongo è: con quali criteri logistici, politici, sono state fatte determinate scelte da parte del Nazionale, non avendo nessuna conoscenza di quello che la comunità di Rovigo ha bisogno e la finalità a cui si vuole perseguire? Siamo nel campo dell'assurdo, che nel caso in esame oggi vuole imporre alla città scelte non condivise. La scelta è di merito della questione dell'Istituto penale minorile in centro città, cioè si vuole alloggiare una quindicina di detenuti minori in un luogo dove erano alloggiati circa trecento detenuti maggiorenni. I maggiorenni, fortunatamente, dopo pressanti richieste, sono stati spostati in un nuovo carcere moderno e adeguato a tale scopo appena fuori città.
Il Ministero, però, ha pensato di riportare nel vecchio carcere, in città appunto, un altro tipo di detenuti, senza valutazione di ogni genere e senza ponderare la necessità dell'ampliamento dell'attuale Tribunale attiguo a quel carcere, che soffre da troppo tempo per la mancanza di spazi essenziali e adeguati alle nuove esigenze. La ristrutturazione del vecchio carcere è stata progettata dal Ministero e a nulla, ad oggi, sono valse le ragioni opposte di chi ci vive in questa città.
Questa decisione dell'Istituto di pena minorile è quindi fatta d'imperio da parte del Nazionale, mentre le necessità del Tribunale sono lasciate ai politici locali, che devono arrangiarsi per trovare gli spazi necessari in altro luogo che diverrà naturalmente poi proprietà del Ministero. Forse, con maggiore ponderatezza e logica, era meglio fare al contrario, cioè trovare altrove nuovi spazi per il carcere e lasciare al Tribunale la possibilità di ampliarsi in un unico sito senza spezzettarlo in luoghi diversi e scomodi per magistrati, avvocati e personale.
Siamo alle solite Rovigo non può essere considerata la Cenerentola del Veneto, e utile solo per favorire scelte nazionali non condivise; dall'altra parte, lasciarla al suo destino senza nessun tipo di supporto sostanziale per costruire uno sviluppo sostenibile e un'innovazione per la città. Serve dare, invece, una speranza ai tanti giovani costretti da anni ad abbandonare la loro città per mancanza di lavoro e di prospettive. Mai, come in questo caso, maggioranza ed opposizione del Comune di Rovigo hanno la possibilità di alzare con forza la loro voce senza sbandamenti e distinguo, ma unitariamente per il bene comune di tutta la città.
Noi non dobbiamo chinare il capo in segno di resa, non serve a questo punto, in questa sede, elencare possibilità alternative come quelle che sono state dette con piani A, B e C per il Tribunale, ma dobbiamo restare sul punto in esame per affermare all'unisono noi non vogliamo il carcere minorile in centro città e siamo per il sì all'ampliamento del Tribunale nell'ex carcere. In seguito, le altre opzioni ci ragioneremo sopra.
*Consigliere comunale del Forum dei Cittadini
di Giuseppe Cantatore
Gazzetta del Mezzogiorno, 20 novembre 2020
"Mamma, spediscimi qualunque cosa qui in carcere. Perché quello in cui apro il tuo pacco è l'unico momento in cui mi sento a casa". Si è chiusa così l'ultima telefonata tra Michael e Daniela. Lui ha 27 anni ed è in carcere da quasi un anno e mezzo, gli ultimi otto mesi trascorsi nel penitenziario di Siracusa.
Lei è sua madre e vive a Corato insieme al bambino di Michael, che ha solo due anni e mezzo. La loro storia aveva fatto il giro dei giornali e dei programmi tv poco più di tre anni fa, quando mamma Daniela fece arrestare suo figlio latitante e poi scrisse una lettera struggente per spiegare il suo gesto e finanche un libro, intitolato "Oh, mà!".
Mike, come lo chiama la mamma, finì subito in carcere, poi ottenne il trasferimento nella comunità "Exodus" di don Mazzi che si occupa di recuperare ragazzi difficili e tossicodipendenti. "Lì si stava rimettendo a posto, poi me l'hanno strappato di nuovo per un fatto di tre anni prima, tutto da dimostrare" racconta Daniela. Nel giugno 2018 Michael venne infatti arrestato di nuovo, stavolta con la pesante accusa di associazione di tipo mafioso.
Finì in cella a Melfi e nel gennaio scorso venne condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi. Poi è arrivato il Covid e le cose, se possibile, sono peggiorate. "All'improvviso, un pomeriggio di marzo, è scattata una rivolta in carcere e molti detenuti sono stati trasferiti in altri penitenziari, in maniera così brutale e in condizioni talmente pietose che ho dovuto denunciare tutto in Procura" ricorda Daniela. "Mio figlio è finito a Siracusa, ma io per due angoscianti settimane non ho avuto sue notizie. Non sapevo neppure dove si trovasse e come stesse. Ho scoperto da una sua telefonata, fatta grazie a due euro donati a Mike dal cappellano del carcere, che era in Sicilia".
I chilometri e il Covid hanno subito messo una distanza incolmabile tra il giovane e la sua famiglia. "Io l'ho visto l'ultima volta a febbraio, quando era ancora a Melfi. Poi i colloqui sono stati sospesi per la pandemia, ma anche quando sono ripresi non sono stata in grado di andare a trovarlo a Siracusa perché costa troppo.
Un mese fa ci è andata solo la compagna con il loro bimbo". Ora che le visite sono state nuovamente bloccate, la vita scorre attraverso le videochiamate. "Ci vediamo per una ventina di minuti una volta alla settimana. Ma non può essere sufficiente. Noi siamo preoccupati per lui e lui per noi. Là dentro, dove tutto è amplificato, l'unica fonte d'informazione è la tv e non si parla d'altro che di Covid.
Speriamo nell'appello, ma la verità è che in tutto questo caos non ci si ricorda più che abbiamo figli, mariti e fratelli in carcere. Loro invisibili e abbandonati in cella, mentre le famiglie a casa con difficoltà e costi enormi devono provvedere a tutto", sottolinea Daniela, che ha scritto una lettera indirizzata al figlio per rappresentare i sentimenti e le angosce di molte madri come lei. "Amatissimo figlio, è da febbraio che non ho più un tuo abbraccio, che non leggo più la speranza nei tuoi occhi. Sei diventato uno dei tanti invisibili di cui la società può fare a meno.
Ma io faccio parte di quella società e di te, non posso fare a meno. Il terrore si sta impadronendo di me, ma non è il virus che temo, temo piuttosto l'indifferenza di chi continua a non vedervi e a non occuparsi di voi. Temo che in caso di necessità non possa essere al tuo fianco per aiutarti. Temo che in caso di necessità tu non possa essere al nostro fianco e so quanto soffriresti.
Tutto si è bloccato - prosegue la lettera - le vite si sono bloccate, la quotidianità si è bloccata, ma per fermare gli affetti non basta un Dpcm, non bastano le promesse di qualcuno che non ha la minima idea di cosa si provi ad avere un figlio oltre le sbarre. Un figlio che si mantiene in vita con una videochiamata in cui deve concentrare amore, rabbia, pazienza, affetto e rimpianti. Non so quando potrò rivederti e abbracciarti, il virus non è l'unico impedimento, ma sta sicuro che per me non sarai mai un invisibile".
di Biagio Salvati
Il Marrino, 20 novembre 2020
Il bilancio è emerso in un incontro tra i garanti dei detenuti e il prefetto. Si torna a parlare di Covid tra detenuti e personale di Polizia Penitenziaria, circostanza che non risparmia le case circondariali del Casertano. Sono infatti una decina i detenuti e una cinquantina gli agenti della Polizia Penitenziaria contagiati al Covid-19 complessivamente nelle quattro strutture carcerarie della provincia: ovvero Santa Maria Capua Vetere, Carinola, Arienzo e Aversa.
È quanto emerso dall'incontro avuto con il prefetto di Caserta, Raffaele Ruberto, dal garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello e dalla garante provinciale Emanuela Belcuore, che hanno esposto le criticità delle carceri del casertano in periodo Covid-19. I due rappresentanti hanno inoltre consegnato al Prefetto sia le proposte dei garanti regionali e locali di modifica del decreto Ristori in materia di carcere, sia l'invito al Parlamento per l'indulto.
La "parte del leone" la fa ovviamente il carcere di Santa Maria Capua Vetere, 935 rispetto ad una capienza di molto inferiore: qui sono cinque i detenuti positivi, tutti asintomatici e sono circa 25 gli agenti contagiati. Al carcere casertano sono anche riprese le proteste dei detenuti, al momento piuttosto contenute, dopo che sono stati sospesi, causa Covid, i colloqui con i familiari (per ogni detenuto sono consentite due videochiamate e cinque telefonate a settimana).
I due garanti hanno poi portato all'attenzione del prefetto i problemi strutturali che affliggono le carceri, come la rete idrica ancora non potabile (i lavori entro l'inizio dell'anno) e la linea telefonica carente all'istituto di Santa Maria Capua Vetere. Poi ci sono le difficoltà che si registrano alla casa lavoro di Aversa, dove sono presenti 123 reclusi, unica casa lavoro della Campania dove i ristretti non lavorano.
A ciò si aggiungono i problemi organizzativi e sanitari legati all'emergenza pandemia per le altre carceri di Arienzo (57) e Carinola (337). I garanti hanno manifestato le richieste dei detenuti, dalla mancanza di prodotti per sanificare le celle ad una maggiore attenzione all'igiene personale e a un contatto più frequente tramite videochiamate e telefonate con i familiari. Il prefetto Ruberto, vista la situazione critica delle carceri, si è impegnato a scrivere alle istituzioni governative per rappresentare le problematiche affinché si riesca a trovare una soluzione in merito.
"La politica ai vari livelli spiegano i garanti - deve fare scelte coraggiose e giuste. Il diritto alla salute, alla vita vale anche per i detenuti. Il parlamento e il governo devono mettere in campo risposte concrete, il carcere non va rimosso".
Intanto, a sette mesi di distanza dai pestaggi avvenuti lo scorso aprile nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, a seguito dei quali la locale Procura della Repubblica indagò 57 agenti penitenziari, nei giorni scorsi è arrivata anche una risposta del ministero della Giustizia, in particolare quella del sottosegretario Vittorio Ferraresi (M5S).
Il viceministro, infatti, ha risposto a una interpellanza urgente presentata il 12 ottobre da Riccardo Magi (Radicali Italiani, +Europa) che aveva interrogato il Guardasigilli per sapere se fosse informato, insieme al Dap, della perquisizione che si è svolta quel giorno nel carcere e se siano in corso indagini interne. Per Ferraresi "l'intervento di altri uomini esterni per calmare i detenuti è stata una doverosa azione di ripristino della legalità e agibilità dell'intero reparto, alla quale ha concorso, oltre che il personale dell'istituto, anche un'aliquota di personale del gruppo di supporto agli interventi".
gazzettadalba.it, 20 novembre 2020
La casa editrice Scritturapura ha deciso di ristampare "Il bosco Buonanotte", libro illustrato per bambini frutto di una scrittura collettiva di tredici papà-detenuti di alta sicurezza della Casa di reclusione Morandi di Saluzzo. Il libro, la cui realizzazione è avvenuta all'interno del laboratorio di scrittura del progetto Liberandia (2019-2020, realizzato grazie al contributo delle fondazioni bancarie Compagnia di San Paolo e Cassa di risparmio di Torino) promosso dall'associazione Voci erranti Onlus di Savigliano autrice del volume, era stato presentato sabato 19 settembre al teatro Milanollo di Savigliano ed è subito andato a ruba.
"Il bosco Buonanotte" è in vendita a 20 euro sul canale di distribuzione Messaggerie, nelle librerie, su Amazon e su Ibs oppure alla sede operativa dell'associazione Voci erranti a Savigliano (piazza Turletti, 7). I diritti d'autore provenienti dalla vendita del libro serviranno a sostenere altri progetti di inserimento lavorativo di detenuti del territorio cuneese. Per maggiori informazioni scrivere all'indirizzo email
"La prima uscita del libro è stata un successo", dichiara Grazia Isoardi, direttrice artistica di Voci erranti. "In vista delle imminenti festività natalizie crediamo che Il bosco Buonanotte possa essere un'ottima idea regalo, una storia per bambini per dare voce a chi rimane a casa ad attendere. Il progetto ha coinvolto tredici detenuti-padri, due educatrici dell'istituto penitenziario, l'equipe psico-antropologica dell'associazione Mamre di Torino, lo scrittore Yosuke Taki, l'illustratrice Francesca Reinero, la casa editrice Scritturapura e l'associazione Voci erranti.
Il libro parla di maschere e solitudini, illusioni e assenze, mancanze e non detti. È una storia nata in carcere che però parla a tutti perché a tutti può capitare di perdersi in un bosco e di far fatica a ritrovare la strada giusta che riporta a casa. Il progetto ha anche una bella valenza sociale: una fascetta in copertina infatti, oltre a segnalare la ristampa, indicherà che una parte dei proventi di vendita, quelli riservati al diritto d'autore, saranno reinvestiti per altri progetti mirati all'inserimento lavorativo dei detenuti della provincia di Cuneo".
Il percorso che ha portato alla realizzazione de Il bosco Buonanotte, della durata di sei mesi, si è sviluppato attraverso un laboratorio di scrittura creativa che è stato, costantemente, accompagnato e condiviso da tutti i professionisti coinvolti nel progetto. Il metodo di lavoro laboratoriale ha privilegiato il linguaggio della scrittura e del disegno, con momenti di dialogo e rielaborazione insieme ai detenuti. Nell'ultima fase di lavoro il gruppo si è concentrato sulle parole più utilizzate durante il percorso, parole che poi sono diventate gli "ingredienti" principali della storia finale.
"Per chi vive e conosce l'editoria, è sempre un bel risultato ristampare un libro a soli due mesi dalla sua prima uscita", dichiara Stefano Delmastro, titolare della casa editrice Scritturapura. "Questa ristampa, che vedrà anche una sorta di serigrafia in copertina, sarà in pratica una nuova edizione anche perché conterrà quattro pagine in più di testi con gli interventi dei vari professionisti che sono stati coinvolti nel progetto e nella sua realizzazione.
Non solo: alla ristampa è associata anche la diffusione di un filmato visibile sulla pagina Youtube di Voci erranti e di Scritturapura anche in lingua inglese e giapponese, con l'obiettivo di far conoscere a un pubblico più vasto possibile l'alto valore sociale che si cela dietro la concretizzazione di progetti editoriali come Il bosco Buonanotte".
sondriotoday.it, 20 novembre 2020
La ditta Galbusera di Cosio Valtellino, grazie all'interessamento di Giorgio Nana e della signora Gerosa, ha donato alla Casa circondariale di Sondrio biscotti e cracker come segno di interessamento e vicinanza a chi vive ogni giorno rinchiuso e ristretto.
In questi mesi in cui l'attenzione e la preoccupazione di tutti è rivolta al Covid19 e alle sue conseguenze, c'è chi non si dimentica di chi è "in zona rossa" tutto l'anno. I detenuti della casa circondariale di Sondrio, infatti, vivono con particolare sofferenza questi tempi di pandemia, perché si vedono annullate le visite dei parenti e le attività che in passato venivano svolte con la partecipazione di volontari esterni. La paura, l'isolamento, l'ansia, la sfiducia di queste persone sono state recentemente mitigate da un gesto di squisita solidarietà.
"Anche in questa occasione Giorgio Nana - commenta il direttore della casa circondariale, Carla Santandrea - ha dimostrato di avvicinarsi alle persone con una semplicità e naturalezza uniche e rare. Per questo lo ringrazio perché il gesto di portare è stato particolarmente apprezzato come un bel segno e un incoraggiamento per tutti in questo momento particolarmente difficile".
È giusto ringraziare anche tutto il Personale che opera giorno dopo giorno nella Casa Circondariale, il Comandante, gli Agenti, il personale civile e gli operatori sanitari, come anche i cittadini che in vari modi si interessano all'Istituto dimostrando sensibilità e umanità mettendo a disposizione tramite il Cappellano generi di prima necessità.
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