di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 22 novembre 2020
A due settimane dalla chiusura delle indagini, Piazzale Clodio si prepara a rinviare a giudizio i cinque membri dei servizi segreti considerati gli aguzzini del ricercatore. Conte telefona ad al-Sisi: è tempo di collaborare. Ma nello stesso colloquio, scrivono i media egiziani, ha parlato di rafforzamento dei rapporti commerciali e militari.
Sono stati tre giorni intensi sul fronte italo-egiziano: la telefonata tra il primo ministro Conte e il presidente al-Sisi, i prossimi rinvii a giudizio per l'omicidio di Giulio Regeni, l'udienza per il rilascio (o la conferma della custodia cautelare) di Patrick Zaki, l'arresto del direttore della sua ong, Eipr. Tre giorni che aprono a due settimane di attesa "attiva": la speranza che in questo arco di tempo Il Cairo rimuova finalmente il muro di gomma su cui da quasi cinque anni rimbalzano le richieste di verità della famiglia Regeni e dell'opinione pubblica italiana.
Su Patrick Zaki una risposta dovrebbe giungere stamattina: ieri al Tribunale penale del Cairo si è tenuta l'ennesima udienza per il rinnovo della custodia o il rilascio del giovane studente dell'Università di Bologna, arrestato lo scorso 7 febbraio. Secondo la campagna "Patrick libero", Zaki era presente insieme ai legali e ha avuto occasione di parlare. La decisione della corte è prevista per oggi, a chiusura di una settimana di arresti che ha colpito i vertici dell'ong con cui collaborava, l'Egyptian Initiative for Personal Rights.
E poi c'è il caso di Giulio Regeni, impantanato da anni tra le sabbie mobili dei silenzi egiziani, quando va bene, e dei depistaggi, quando va male. A premere sull'acceleratore è di nuovo la Procura di Roma: a meno di due settimane dalla chiusura delle indagini, il team guidato dal procuratore capo Prestipino e dal pm Colaiocco è pronto al rinvio a giudizio dei cinque membri dei servizi segreti egiziani (il generale Sabir Tareq, i colonnelli Usham Helmy e Ather Kamal, il maggiore Magdi Sharif e l'agente Mahmoud Najem) che il 4 dicembre 2018 Piazzale Clodio inserì nel registro degli indagati.
Il 28 novembre scorso l'annuncio della chiusura delle indagini era giunto in concomitanza con l'incontro virtuale con gli inquirenti egiziani, uno dei tanti vertici fatti di silenzi e mancate risposte. Tra cui spicca la richiesta, mossa tramite rogatoria, dell'elezione di domicilio in Italia dei cinque indagati, per poterli processare. La Procura è stanca di aspettare. E chiederà di andare a processo: gli elementi raccolti, fa sapere alla stampa, sono "univoci" e "concordanti" e dimostrano sia il coinvolgimento dei cinque membri dell'Nsa nel rapimento e l'omicidio di Giulio sia le azioni di depistaggio messe in campo fin dal 3 febbraio 2016, giorno del ritrovamento del corpo del ricercatore.
Il 4 dicembre Colaiocco depositerà gli atti delle indagini e chiederà di procedere contro di loro con un decreto di irreperibilità. E processo sarà, in contumacia se il presidente egiziano al-Sisi non li consegnerà all'Italia. Dal punto di vista pratico, il rinvio a giudizio, il processo in contumacia e l'eventuale condanna non avranno effetti concreti senza la fattiva collaborazione giudiziaria del Cairo: non sarà possibile estradarli. Si tratterebbe comunque di un colpo all'immagine del regime egiziano, di fatto messo a processo in Italia, visto il ruolo di spicco rivestito dai cinque indagati all'interno della macchina repressiva di Stato.
Per questo è sceso in campo il primo ministro Conte, lo stesso che lo scorso giugno di fronte alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Regeni presentò la sua particolare strategia di convincimento: affari e amicizia con al-Sisi in cambio di rispetto e verità. Mai arrivati. Venerdì mattina Conte ha avuto un colloquio telefonico con il presidente egiziano a cui avrebbe detto, riporta Repubblica, che di tempo a disposizione non ce n'è più: con la chiusura delle indagini dietro l'angolo, meglio collaborare e consegnare i cinque aguzzini.
Solo così - aggiungiamo noi - potrebbe "salvare" il regime. Questa è la più seria paura di al-Sisi: abbandonare gli assassini di Giulio significherebbe togliere il velo a un sistema di controllo e repressione consolidato e istituzionale, gestito dai vertici del paese. Secondo i media egiziani, a partire dal filo-governativo al-Ahram, Conte avrebbe ribadito ad al-Sisi l'intenzione di proseguire nel rafforzamento delle relazioni bilaterali, a partire dal commercio, gli investimenti e il settore militare. Parole che, se confermate, non dovrebbero togliere il sonno al regime.
di Nessuno tocchi Caino
La Repubblica, 22 novembre 2020
Il report di Nessuno Tocchi Caino. La moratoria per l'abolizione della pena capitale votata all'Onu
da 120 Paesi, 39 contrari e 24 astenuti. Nell'Indiana (Usa) un ispanico al patibolo. "Lunedì scorso, il 16 novembre, le autorità irachene hanno impiccato 21 uomini. Un numero sconcertante", riferisce Elisabetta Zamparutti, sul Riformista in un suo articolo ripreso poi nella newsletter di Nessuno Tocchi Caino, di cui è tra le fondatrici, oltre che essere stata deputata Radicale eletta nelle liste del PD nella XVI Legislatura.
"Erano accusati di terrorismo. Il Ministro degli Interni, nel darne notizia, non ha fornito dettagli né sull'identità dei giustiziati, né sui reati compiuti, limitandosi a dire che tra loro c'erano i responsabili di due attacchi suicida che causarono dozzine di morti nella città settentrionale di Tal Afar. Le impiccagioni - prosegue la Zamparutti - sono avvenute nel carcere di Nasiriyah, nel Sud del Paese, l'unico in cui si compiono le esecuzioni. Gli iracheni lo hanno soprannominato la 'balena', perché questo vasto complesso carcerario, dicono, inghiotte le persone".
La centrale degli abusi. Lo scritto dell'esponente Radicale prosegue: "L'Iraq ha dichiarato vittoria sullo Stato Islamico nel 2017, mettendo un numero impressionante di sospetti jihadisti sotto processo e compiendo esecuzioni di massa. L'Iraq aveva dichiarato vittoria anche su Saddam Hussein nel 2006, mandandolo al patibolo ad Abu Grahib, il carcere di Baghdad che dopo essere stato la centrale delle torture del regime sadamita è divenuto poi la centrale degli abusi compiuti durante l'occupazione americana. Oggi Abu Grahib è chiuso.
Ma la logica 'male scaccia male' imperversa ancora", commenta la Zamparutti. E aggiunge: "La pena di morte può essere imposta per circa 48 reati, inclusi reati non di sangue come il danneggiamento di proprietà pubbliche. Ma la raffica di condanne capitali ed esecuzioni a cui abbiamo assistito nell'Iraq 'liberato' è stata determinata per lo più dal reato di terrorismo introdotto nel 2005 con una definizione tanto ampia e generica da spiegare i numeri elevati, seppur sottostimati, che ci troviamo di fronte".
Moratoria sulla pena di morte, Onu: 120 stati a favore. Una schiacciante maggioranza di stati membri delle Nazioni Unite il 17 novembre scorso ha approvato la proposta di risoluzione, sottoposta al Terzo Comitato dell'Assemblea generale, per una moratoria sull'uso della pena di morte. Il testo è stato presentato da Messico e Svizzera a nome di una Task force interregionale di stati membri e co-sponsorizzato da 77 stati.
Hanno votato a favore del testo 120 stati, 39 hanno espresso voto contrario e 24 si sono astenuti. Per la prima volta Gibuti, Libano e Corea del Sud hanno detto sì alla proposta di risoluzione. Repubblica del Congo, Repubblica Democratica del Congo, Eswatini, Guinea, Nauru, Filippine e Sierra Leone sono tornati a votare a favore, cosa che non avevano fatto nel 2018, così come lo Zimbabwe è tornato ad astenersi dopo che nel 2018 aveva votato contro. Nove stati hanno fatto marcia indietro: Dominica, Libia e Pakistan hanno mutato il voto favorevole in contrario, Niger e Isole Salomone sono passati dal sì all'astensione, Antigua e Barbuda, Sud Sudan, Isole Tonga e Uganda dall'astensione al voto contrario. Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Gabon, Palau, Somalia e Vanuatu, che nel 2018 avevano votato a favore, non hanno preso parte alla votazione.
Usa: Stato dell'Indiana, giustiziato un ispanico. Con circa 6 ore di ritardo, rispetto all'orario previsto, Orlando Hall, 49 anni, ispanico, è stato giustiziato con un'iniezione letale nella prigione federale di Terre Haute, nell'Indiana. Tre le sostanze chimiche iniettate nelle vene del detenuto: il thiopental di sodio, che rende incoscienti, il bromuro di pancuronio, che provoca la paralisi muscolare e inibisce la respirazione e il cloruro di potassio, che ferma il cuore.
Hall è stato dichiarato morto alle 23.47 del 19 novembre, ovvero alle 4,47 del mattino del 20 novembre in Italia. Era accusato, ed aveva ammesso, di aver violentato e ucciso, seppellendola viva, nel 1994, assieme a quattro complici, Lisa Rene, 16 anni. La ragazza era la sorella di uno spacciatore che doveva a Hall e ai suoi amici 4.700 dollari per un acquisto di marijuana. Hall era stato condannato a morte nell'ottobre 1995.
Inizialmente una giudice federale di Washington (Tanya Chutkan) aveva disposto una sospensione dell'esecuzione sulla questione che l'amministrazione penitenziaria ottenga i potenti farmaci letali senza presentare una regolare "ricetta medica".
L'accusa: "Pene applicate in base alla razza". Dopo l'immediato ricorso della procura federale, nel giro di alcune ore la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato la sospensione, che nelle intenzioni del giudice federale si sarebbe applicata anche alle altre due esecuzioni federali previste con Trump ancora in carica, quelle di Lisa Montgomery l'8 dicembre, e di Brandon Bernard il 10 dicembre. I suoi avvocati hanno insistito fino all'ultimo sul fatto che sin dall'inizio, Hall avesse ammesso le sue responsabilità, e che durante il processo avesse cercato di scusarsi con la famiglia della vittima, ma il tribunale non glielo aveva permesso. Secondo un'analisi statistica citata dai difensori di Hall, la pena di morte federale in Texas tra il 1988 e il 2010 è stata "applicata in modo sproporzionato in base alla razza".
Le statistiche sulle esecuzioni in Usa. Delle 56 persone nel braccio della morte federale, 26 di loro, o il 46%, sono nere, e 22, o il 39%, sono bianche. I neri costituiscono solo il 13% della popolazione statunitense. Hall diventa l'ottava persona giustiziata nel 2020 dal sistema federale, l'undicesima giustiziata dal governo federale da quando ha ripreso le esecuzioni nel 2001, la quindicesima persona giustiziata quest'anno negli Stati Uniti e la n° 1.527 da quando gli Stati Uniti hanno reintrodotto la pena di morte nel 1976 e ripreso le esecuzioni nel 1977.
Yemen: 21 condannati a morte dagli Houti per spionaggio. Un tribunale controllato da Houthi dello Yemen, il gruppo armato sciita zaydita, antagonista della coalizione a guida Saudita e protagonista del conflitto che sta lacerando il Paese dal 2015, il 14 novembre scorso ha condannato a morte 21 uomini per presunto spionaggio in favore della coalizione saudita che sostiene il governo yemenita.
Lo ha riferito la TV al-Masirah, gestita dagli Houthi, senza identificare i condannati, che sono tutti cittadini yemeniti. La sentenza del tribunale di Sana'a, la capitale controllata dagli Houthi, è l'ultima in una serie di processi a porte chiuse svolti da tribunali Houthi contro oppositori politici. Lo Yemen è dilaniato da questa guerra civile cominciata quando il gruppo degli Houthi, sostenuto dall'Iran, ha assunto il controllo di diverse province settentrionali e ha costretto il governo del presidente Abd-Rabbuh Mansour Hadi, sostenuto dai sauditi, a lasciare Sana'a. La guerra ha ucciso nel Paese decine di migliaia di persone, causato quasi 4 milioni di sfollati e spinto oltre 20 milioni di persone sull'orlo della carestia.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 22 novembre 2020
Piovono su Riyadh accuse e condanne per le violazioni dei diritti umani e per gli abusi che le attiviste saudite subiscono in prigione. Il vertice online del G20 rischia di abbellire l'immagine dei Saud.
erede al trono già alla guida dell'Arabia saudita. Lo denuncia in un rapporto di 40 pagine l'avvocata scozzese Helena Kennedy, nota esperta dei diritti umani, che invita il Regno unito e gli altri paesi a boicottare il G20 che si apre oggi in Arabia Saudita, a meno che che le prigioniere non siano liberate. Il suo appello si aggiunge a quello di Amnesty International che giovedì ha esortato i leader che parteciperanno online al vertice a chiedere l'immediata liberazione di cinque attiviste: Loujain al Hathloul, Nassima al Sada, Samar Badawi, Nouf Abdulaziz e Mayaa al Zahrani, arrestate nel 2018. "Per le autorità saudite il G20 è fondamentale: è l'occasione per promuovere nel mondo il loro programma di riforme. Nel frattempo i veri riformatori dell'Arabia Saudita sono dietro le sbarre", avverte Lynn Maalouf di Amnesty.
Per chi difende i diritti umani è evidente il tentativo della monarchia saudita di rimodellare la sua immagine attraverso costose campagne di pubbliche relazioni, che spesso raggiungono gli obiettivi. Non poche volte Mbs è stato presentato come un modernizzatore dai media internazionali. Eppure il principe ereditario ha ordinato brutali retate di rivali e oppositori ed è ritenuto da più parti il mandante dell'assassinio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, avvenuto due anni fa nel consolato saudita di Istanbul.
Dalla sua parte ha avuto gli Stati uniti. Nei passati quattro anni Donald Trump non ha esitato a schierarsi contro parlamentari repubblicani e democratici pur di assicurare l'impunità a Mbs per l'omicidio di Khashoggi e per i crimini commessi dall'Arabia saudita nella guerra ai ribelli sciiti Houthi in Yemen. L'ong Oxfam a questo proposito ricorda che dall'inizio del conflitto in Yemen, nel marzo 2015, i paesi del G20 hanno esportato armamenti per 17 miliardi di dollari verso l'Arabia Saudita, alla guida della coalizione responsabile di raid aerei nel paese.
Solo l'Italia dal 2015 al 2019 ha autorizzato l'export di armamenti per un valore di circa 845 milioni di euro verso Riyadh che si aggiungono agli oltre 704 verso gli Emirati Arabi. Ciò mentre le incursioni aeree colpiscono anche ospedali, aggravando il bilancio di una guerra che ha già causato oltre 100 mila vittime tra cui più di 12 mila civili.
Oggi al G20 mancheranno i servizi fotografici dei leader che si stringono la mano sui tappeti rossi. Saranno sostituiti da grandi schermi televisivi dove appariranno e parleranno i più importanti capi di governo. Non è ciò che desideravano re Salman e suo figlio Mohammad. Tuttavia, tenendo conto della presenza in Medio oriente del segretario di Stato Mike Pompeo, alleato e amico dei regnanti Saud, resta concreto il rischio che il vertice si riveli comunque una vetrina per la monarchia saudita preparandola nel migliore dei modi al dopo-Donald Trump.
A Joe Biden, che in campagna elettorale ha promesso una revisione delle relazioni con Riyadh (a cui pochi però credono), si è rivolta qualche giorno fa l'ambasciatrice saudita a Washington, Reema Bandar Al Saud, ricordandogli che l'Arabia saudita è il più grande alleato arabo dell'America. E ha sostenuto che il suo paese è "una società inclusiva" impegnata nell'uguaglianza di genere. "Alcuni critici - ha affermato - si aggrappano a visioni antiquate e obsolete, dobbiamo fare un lavoro migliore e correggere la visione distorta del regno". Proprio a questo servirà il G20.
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 22 novembre 2020
Hanan al-Barassi si faceva chiamare Azouz Barqa, l'anziana donna di Barqa. In questa definizione c'era tutta la sua saggezza, la sua compostezza. Il coraggio di denunciare, anche, che le è costato la vita. Aveva quarantasei anni, era un'avvocatessa.
Difendeva a Bengasi i diritti delle donne e il diritto dei libici onesti di vivere in una città in cui il potere non fosse gestito in maniera clientelare e violenta. Il pomeriggio del 10 novembre era in centro città con sua figlia. Stavano per entrare in un negozio quando tre Suv con i vetri oscurati si sono fermati davanti a loro. Due uomini col volto coperto hanno prima tentato di rapirla, poi le hanno sparato di fronte agli occhi increduli di sua figlia.
E di fronte a passanti, negozianti, che hanno fatto poco o nulla per difenderla. Dopo averla uccisa gli uomini incappucciati non sono fuggiti, ma hanno camminato lungo la via dei negozi di Bengasi al passo dell'impunità. Sul corpo di Hanan i segni dell'esecuzione: tre ferite di arma da fuoco alla testa.
Nei giorni precedenti all'assassinio al-Barassi era tornata a denunciare la corruzione e gli abusi dei gruppi che sostengono il generale Haftar, e la sua gestione del potere nella parte orientale della Libia. Nell'ultimo video, poche ore prima di essere uccisa, è in auto, determinata, sorride e rivendica: "Non ho intenzione di chinarmi, mi faranno tacere solo con la morte". L'hanno fatto. In quello che è l'ultimo di una serie di omicidi politici, e soprattutto è l'ennesimo atto contro un'attivista donna. Nel 2014 Salwa Bugaighis, rinomata avvocatessa, fu uccisa a colpi d'arma da fuoco nella sua casa di Bengasi da uomini non identificati. Su questo crimine nessuno ha indagato. E nessuno è stato perseguito.
Nel luglio del 2019 Seham Sergewa, parlamentare, attivista per i diritti delle donne, è stata rapita in casa sua, sempre a Bengasi. Aveva criticato gli estremisti vicini a Haftar e la sua offensiva militare per conquistare Tripoli. Di lei non si è saputo più nulla. Dopo il suo rapimento sulla facciata dell'abitazione in cui è stata prelevata nel cuore della notte, è comparsa la scritta: "The army is a red line", l'esercito è la linea rossa.
Chi critica le scelte del generale Haftar, chi critica la sua famiglia, muore. O scompare. E quello che resta è violato. Così la tomba dell'avvocatessa al-Barassi, profanata pochi giorni dopo la sua morte. Il rapimento di Sergewa, l'esecuzione in pieno giorno di Barassi, raccontano il dissenso impossibile in Libia, e raccontano anche l'estromissione delle donne dai tavoli negoziali. Anche nelle trattative di pace in corso in queste settimane le donne sono sottorappresentate: su 75 delegati che hanno partecipato all'ultima serie di incontri, le donne sono solo una dozzina scarsa.
L'esecuzione di Barassi racconta, però, anche qualcosa in più: l'impunità, l'assenza di sanzioni per i responsabili di crimini efferati, di crimini di guerra. Come quelli che pesano sulle milizie legate a Haftar. Perché Barassi non era solo una donna che ha avuto il coraggio di denunciare gli stupri subiti dalle donne di Bengasi, aggressioni in cui sarebbero coinvolti membri di gruppi armati che sostengono l'Esercito Libico di Haftar, ma ha avuto la risolutezza di dare un nome agli abusi.
Poco prima dell'assassinio aveva promesso di rivelare nuovi abusi dei familiari di Haftar, compreso uno dei suoi figli, Saddam. Gli abusi di quello che lei definiva "il governo della famiglia", fatto di corruzione, abusi di potere. Più volte denunciati, più volte provati, mai sanzionati. Due anni fa Radio France International ha riferito che Saddam Haftar era coinvolto nel contrabbando di oro e riciclaggio di denaro dalla Turchia. Nel 2018 un report delle Nazioni Unite aveva denunciato che questo traffico gli era valso un miliardo e mezzo di lire turche e che i collegamenti non fossero limitati alla Turchia ma anche agli Emirati, cui il figlio del generale vendeva oro in cambio di armi e mercenari.
Nel report si legge anche che Saddam Haftar avrebbe confiscato alla Banca Centrale Libica di Bengasi 500 mila dollari e monete d'argento per un valore di due milioni di dollari. Hanan al-Barassi sapeva, vedeva e aveva il coraggio della testimonianza. Avrebbe voluto svelare di più. È stata uccisa prima di poterlo fare. È stata uccisa nel mezzo dei colloqui di pace. Resta da capire, per il presente e soprattutto per il futuro, come si negozi la pace in un Paese in cui gli assassini degli attivisti non vengono identificati, denunciati, giudicati, puniti.
agi.it, 22 novembre 2020
Lo riportano i media locali. Gli imputati sono scappati, all'alba, dopo aver demolito le porte delle loro celle e attaccato gli agenti delle forze di sicurezza sul posto. Decine di detenuti sono evasi dalle celle del Palazzo di Giustizia di Baabda, nella capitale libanese Beirut. Lo riportano i media locali. Gli imputati sono fuggiti, all'alba, dopo aver demolito le porte delle loro celle e attaccato gli agenti delle forze di sicurezza sul posto. Cinque di loro sono morti in un incidente stradale dopo che il mezzo su cui erano fuggiti è finito contro un albero. Secondo un primo bilancio, gli evasi sono una settantina.
Le forze di sicurezza hanno isolato l'area che circonda il Palazzo di Giustizia, 15 detenuti sono stati arrestati e quattro si sono consegnati. Ma al momento rimangono 44 carcerati evasi e ancora in libertà. I detenuti sono fuggiti dalla struttura abbattendo le porte delle loro celle: erano più numerosi delle guardie e sono stati in grado di rinchiudere i secondini in una stanza prima di fuggire. Il procuratore Ghada Aoun ha ordinato un'indagine immediata sull'evasione. Non ha escluso la possibilità di "collusione tra i detenuti e le guardie di sicurezza responsabili di sorvegliare le loro celle".
Il giudice Fadi Akiki, un rappresentante del governo al tribunale militare, ha tenuto una riunione con i funzionari della sicurezza dopo aver ispezionato il carcere e il luogo dell'incidente automobilistico. La popolazione locale è stata avvertita di rimanere in allerta. La clamorosa evasione fa da corollario alla richiesta avanzata dai detenuti al Parlamento perché' approvi un'amnistia generale che vedrebbe migliaia di loro, che affollano le celle e sono a rischio Covid, tornare in libertà. Messo in ginocchio da una profonda crisi politica ed economica, il Libano ha finora registrato 113 mila contagi da Covid e 884 morti. Il Paese attualmente è in lockdown fino alla fine del mese nel tentativo di fermare i contagi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 novembre 2020
Per il Dap sono 24 i detenuti con sintomi e 22 gli ospedalizzati, gli altri 781 sono asintomatici e a loro si aggiungono i 1019 agenti. Per il governo non c'è nessuna emergenza Covid in carcere, perché secondo l'ultimo report aggiornato del Dap risultano solo 24 detenuti con sintomi all'interno dei penitenziari e 22 ospedalizzati. Il resto dei detenuti positivi al Covid, ben 781, sarebbero tutti asintomatici. A parte che il parametro di valutazione per considerare il detenuto asintomatico lascia perplessi e più avanti la questione verrà illustrata attraverso testimonianze dirette, se dovessimo adottare lo stesso metodo statistico anche nel mondo libero, il nostro Paese dovrebbe aprire tutto perché l'emergenza non esisterebbe.
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 21 novembre 2020
Calano le presenze in cella, ma aumentano i positivi al Covid, i suicidi, i migranti nei Cpr e le preoccupazioni del Garante dei detenuti. Giuseppe I. è morto martedì nel penitenziario di Poggioreale. Aveva 68 anni, si era ammalato di Covid-19 e il virus se lo è portato via. Giuseppe era fra i contagiati di coronavirus di cui non parla nessuno, quelli chiusi fra le mura di un carcere, di cui solo i familiari e l'avvocato conoscono la sorte. Prima di lui, a inizio novembre, un altro detenuto 71enne, di cui non sono note le generalità, era morto di Covid ad Alessandria. E il 28 ottobre era toccato ad Antonino G., 82enne recluso a Livorno.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 21 novembre 2020
In Campania sono 321. A Napoli, nella struttura di Pozzuoli, sono 124. Sono le donne in carcere, un universo a parte sotto molti punti di vista. Sono molto meno numerose degli uomini (circa il 4,2% della popolazione carceraria) e per questo i loro problemi sembrano meno urgenti, meno drammatici, e rischiano di ricevere meno attenzione. L'universo femminile della popolazione penitenziaria è segnato da grave marginalità sociale. Basti considerare i reati per cui sono in cella: droga, reati contro la persona, reati contro il patrimonio.
di Franco Giubilei
La Stampa, 21 novembre 2020
Le famiglie "lamentano la possibilità di avere informazioni circa le condizioni dei propri congiunti". Il contagio da Covid continua a crescere silenziosamente fra le mura delle carceri italiane: il bollettino del Garante nazionale dei diritti dei detenuti segnala un aumento del 28% dei positivi fra i reclusi rispetto a una settimana fa, 172 in più, incremento che porta il numero complessivo a quota 732 (46 i sintomatici, 22 i ricoverati in ospedale). Anche il personale degli istituti, fra agenti ed educatori, paga il suo tributo al Coronavirus, con 156 positivi in più e una variazione del 19%. Il Garante sottolinea come si tratti di dati parziali, visto che riguardano 77 carceri su un totale di 192.
pagellapolitica.it, 21 novembre 2020
Il 17 novembre il senatore leghista Andrea Ostellari ha scritto su Facebook che la Commissione Giustizia del Senato, di cui fa parte, "sta perdendo tempo perché il Pd vuole "gli appartamenti dell'amore" nelle carceri". Il senatore ha allegato al post un'immagine con il frontespizio del disegno di legge "Norme a tutela delle relazioni affettive dei detenuti" e la foto della senatrice del Partito democratico Monica Cirinnà, relatrice del provvedimento.
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