di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 20 febbraio 2021
Le parole della Guardasigilli sulla prescrizione mettono in allarme la dirigenza pentastellata. Cosa avrà in mente la neo ministra della Giustizia Marta Cartabia quando parla di impegno ad affrontare il nodo della prescrizione all'interno della riforma complessiva del processo penale? È questa la domanda che alcuni grillini cominciano a porsi mentre il partito perde pezzi, smatellato a colpi di scomuniche ed espulsioni.
Non è il momento di mettere altra carne al fuoco, dopo l'allontanamento dei ribelli, indisponibili ad abbracciare con entusiasmo la svolta "draghiana" voluta fortemente da Beppe Grillo. La giustizia è il core business del Movimento 5 Stelle e la riforma della prescrizione è l'applicazione pratica di una visione secca sintetizzabile in due slogan: "Al primo dubbio, nessun dubbio", come amava ripetere Gianroberto Casaleggio, e "sei innocente non finisci in carcere", per citare l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede. Ed è su questa nettezza senza sfumature, sul sospetto metro di purezza, che i grillini hanno conquistato il cuore, e la pancia, di milioni di elettori.
E chiedere ai grillini un'abiura pure sulla prescrizione sarebbe troppo. Soprattutto perché i fuoriusciti hanno già iniziato bombardare il quartier generale pentastellato con accuse di "tradimento" ai valori fondanti. Il vocabolario retorico di un'intera vita politica scagliato addosso ai vertici 5S, ormai diventati responsabili. Un esempio? Le parole utilizzate da Andrea Vallascas, deputato espulso per l'insubordinazione a Draghi, che nel commentare la sua lettera di "licenziamento" dal Movimento risponde così a Vito Crimi: "La mia coscienza, il mio Paese, verranno sempre prima di un diktat politico partorito per ragioni di puro calcolo da persone con la sensibilità istituzionale del nostro Capo Politico, che non si scompone di sedersi gomito a gomito con gli eredi politici di Dell'Utri ma poi si mette in cattedra e darci lezioni di etica e coerenza".
Quelle di Vallascas non sono semplicemente parole dettate dalla rabbia e dalla delusione, contengono l'intero immaginario politico del grillismo, formato da due squadre contrapposte: onesti e disonesti. E basta solo citare la nuova alleanza di governo con Forza Italia - o un suo storico esponente - per ascrivere Crimi e compagni all'altra squadra, quella dei conniventi, nella logica dei dissidenti ("al primo dubbio, nessun dubbio").
La prescrizione diventa di conseguenza l'ultima trincea da cui non schiodare per il M5S, per evitare che l'intera struttura crolli. I grillini si aggrappano così alla parte rassicurante del discorso di Cartabia, a quella non urgenza di metter mano alla riforma Bonafede per dedicarsi alla riforma più ampia del processo penale. Guadagnare tempo prezioso prima di possibili ritocchi alla prescrizione e procedere spediti all'epurazione del dissenso senza tentennamenti.
È questa l'esigenza immediata. Sono già 36 - 15 senatori e 21 deputati - i parlamentari messi alla porta. E pazienza se, con questi numeri, i dissidenti potranno creare un Gruppo in entrambe le Camere, Grillo non vuole avere più niente a che fare col passato. Passato da cui proviene anche il simbolo che probabilmente verrà messo a disposizione degli epurati per aver diritto a una rappresentanza organizzata Parlamento: l'Italia dei valori, l'antenato del Movimento 5 Stelle.
Buona parte dell'armamentario sull'onestà, infatti, proviene proprio dal partito fondato dall'ex pm di Mani pulite, che adesso potrebbe essere rianimato. Per questo gli espulsi rivendicano la loro fedeltà allo spirito originario contro la deriva governista. Un'argomentazione che non lascia indifferenti alcuni esponenti di peso del M5S, come Paola Taverna, critica con l'operazione Draghi ma non al punto di uscire dai ranghi, che spera ancora in un "reintegro" dei ribelli. "Ricordo che tanti colleghi che hanno votato in dissenso sono parte fondamentale del Movimento, oltre che amici fraterni e compagni di tante battaglie. Serve unità adesso, perché proprio in questo momento comincia la nostra più grande partita", scrive su Facebook la vice presidente romana del Senato. Persino il collegio dei probiviri, l'organismo che dovrebbe certificare il cartellino rosso per la "fronda", si spacca, con una componente su tre, Raffaella Andreola, che chiede la sospensione dei provvedimenti.
Perché tra le "pedine" sacrificate figurano anche personaggi chiave della storia pentastellata: l'ex ministra per il Sud Barbara Lezzi e, soprattutto il presidente della commissione parlamentare Antimafia Nicola Morra. Molti eletti temono che buttare fuori esponenti di quel calibro significa esporre il partito al fuoco martellante di Alessandro Di Battista, che oggi ha convocato militanti e simpatizzati per una diretta su Instagram alle sei del pomeriggio. Anche per questo, tenere il punto sulla prescrizione non sarà solo questione politica, ma di sopravvivenza.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 febbraio 2021
La Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione penitenziaria che si era opposta alla decisione del Tribunale di sorveglianza de L'Aquila. Per la Cassazione, il detenuto al 41bis non può acquistare il cibo che è invece consentito ai detenuti comuni. Il Magistrato di sorveglianza de L'Aquila ha accolto il reclamo presentato da Carlo Greco, sottoposto nella Casa circondariale de L'Aquila al regime del 41bis, avente ad oggetto il mancato inserimento nel "modello 72" di una serie di prodotti alimentari che sono invece consentiti ai detenuti non sottoposti al regime differenziato e la previsione di determinate fasce orarie in cui ai detenuti sottoposti al predetto regime penitenziario era consentito cucinare.
Per questo ha disposto che la Direzione di quell'Istituto consentisse al reclamante di acquistare al "modello 72" gli stessi cibi acquistabili presso le altre sezioni del carcere e di cucinare cibi senza la previsione di fasce orarie.
Con successiva ordinanza il Tribunale di sorveglianza dell'Aquila ha rigettato il reclamo proposto dall'Amministrazione, rilevando, preliminarmente, come la Corte costituzionale, con sentenza n. 186 del 2018, avesse ritenuto che il divieto di cuocere cibi al 41bis, costituisse una limitazione, non contemplata per i detenuti comuni, contraria al senso di umanità della pena e costituente una deroga ingiustificata all'ordinario regime carcerario in quanto estranea alle finalità proprie del regime differenziato e, dunque, dalla valenza meramente e ulteriormente afflittiva.
Per tale ragione, doveva garantirsi che i detenuti in regime duro fossero assimilati, sotto l'aspetto relativo all'alimentazione, ai detenuti delle sezioni comuni e di Alta Sicurezza: per questo, secondo il tribunale di sorveglianza, in assenza di ragioni di sicurezza per un trattamento diverso, non c'è alcuna giustificazione una restrizione dell'orario in cui i detenuti potevano dedicarsi alla cottura dei cibi; così come la mancata omologazione dei generi alimentari presenti nel "modello 72" dei detenuti appartenenti ai vari circuiti configura una ingiustificata disparità di trattamento, con la sottoposizione dei soggetti al 41bis un trattamento ulteriormente afflittivo privo di qualunque giustificazione, trattandosi di beni non di lusso.
L'amministrazione penitenziaria a quel punto ha fatto ricorso in Cassazione che è stato accolto, con la sentenza numero 4031, con la premessa che l'acquisto di cibi pregiati diventa una possibile dimostrazione di potere, annullando l'ordinanza, ma con rinvio al tribunale per un nuovo giudizio. Perché? La Cassazione ritiene necessario sollecitare, da parte dei giudici di merito, un ulteriore sforzo motivazionale, volto a chiarire di quali beni si sia chiesta l'inclusione nel "modello 72", in modo da poter verificare la ragionevolezza o meno della scelta in rapporto alle finalità proprie del regime differenziato.
di Debora Alberici
Italia Oggi, 20 febbraio 2021
Il recluso non ha diritto a essere risarcito per la detenzione inumana quando, pur essendo molto piccola la cella, ha comunque libertà di movimento all'esterno. Lo hanno sancito le Sezioni unite penali della Corte di cassazione che, con la sentenza n. 6551 del 19 febbraio 2021, hanno respinto il ricorso del Ministero della giustizia, condannato a risarcire oltre 4 mila euro a un detenuto, che aveva usato diversi criteri di calcolo dello spazio vitale.
Il Massimo consesso di Piazza Cavour ha risolto un radicato contrasto di giurisprudenza. Alle fine delle ventisette pagine di motivazioni ha infatti affermato espressamente che "i fattori compensativi costituiti dalla breve durata della detenzione, dalle dignitose condizioni carcerarie, dalla sufficiente libertà di movimento al di fuori della cella mediante lo svolgimento di adeguate attività, se ricorrono congiuntamente, possono permettere di superare la presunzione di violazione dell'art. 3 Cedu derivante dalla disponibilità nella cella collettiva di uno spazio minimo individuale inferiore a tre metri quadrati; nel caso di disponibilità di uno spazio individuale fra i tre e i quattro metri quadrati, i predetti fattori compensativi, unitamente ad altri di carattere negativo, concorrono alla valutazione unitaria delle condizioni di detenzione richiesta in relazione all'istanza presentata ai sensi dell'art. 35-ter ord. pen.
Prima ancora di arrivare a questa conclusione le Sezioni unite hanno fornito un altro importante elemento per individuare la detenzione inumana, e cioè che "nella valutazione dello spazio minimo di tre metri quadrati si deve avere riguardo alla superficie che assicura il normale movimento e, pertanto, vanno detratti gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui rientrano i letti a castello".
Tutto ciò risponde alle indicazioni della Corte dei diritti umani secondo cui l'attribuzione di uno spazio individuale inferiore al minimo di tre metri quadrati non comporta inevitabilmente e di per sé la violazione dell'art. 3 Cedu, ma fa sorgere soltanto una forte presunzione, non assoluta, di violazione. Ha, inoltre, stabilito che tale presunzione può essere vinta dagli effetti cumulativi degli altri aspetti delle condizioni di detenzione.
Avvenire, 20 febbraio 2021
Occorre più rispetto per i diritti dei detenuti e vanno migliorate le condizioni in cui vivono. In particolare nelle celle va assicurato un adeguato spazio di movimento di almeno tre metri quadri liberi dai mobili fissi, come i letti a castello. Altrimenti è necessario che ci siano adeguate attività esterne. Il richiamo rivolto al Ministero della Giustizia, viene dalle sezioni unite della Corte di Cassazione che hanno confermato il diritto di un ex detenuto a un indennizzo, anche se di nemmeno un euro al giorno, per i 4.571 giorni trascorsi nei più affollati e fatiscenti penitenziari (Pianosa, Palmi, Reggio Calabria, Carinola, Napoli-Poggioreale e Larino). Secondo il Ministero, invece, nel computo dello "spazio vitale" dovevano finire i metri occupati dai letti e persino il bagno. Ma la Cassazione, sulla scorta delle ultime indicazioni della Corte europea per i diritti umani, ha deciso diversamente.
di Piercamillo Davigo
Il Fatto Quotidiano, 20 febbraio 2021
Il lettore Salvatore Griffo domanda: "Per quale ragione la riforma della prescrizione del ministro Bonafede determinerebbe processi 'infiniti' come sostenuto dai politici che vorrebbero abolirla per tornare al sistema precedente? Ma, prima della sciagurata riforma del governo Berlusconi, la durata dei processi era così lunga?".
È necessario chiarire bene che cos'è la prescrizione penale in Italia. L'art.157 del codice penale (come modificato dalla legge 5 dicembre 2005, n. 251, detta "ex Cirielli" perché l'on. Cirielli, che l'aveva proposta, chiese di non chiamarla più con il suo nome) stabilisce: "La prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si trattali contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria".
La prescrizione decorre dalla consumazione del reato e non da quando la notizia di questo reato perviene all'autorità giudiziaria. Per esempio, in materia di reati fiscali, poiché di frequente gli accertamenti vengono fatti dagli uffici finanziari dopo cinque anni dalla commissione, le notizie di reato pervengono quando gran parte del termine è decorso, anche se i termini sono prolungati di un terzo.
Il compimento di determinati atti (sentenza di condanna, ordinanza cautelare personale, interrogatorio e altri) interrompe il decorso della prescrizione, che poi ricomincia a decorrere, ma il termine complessivo non può superare quello iniziale aumentato di un quarto. Questa, insieme ai criteri di priorità, spiega perché molte prescrizioni maturano in fase di indagini preliminari. In quasi tutti gli Stati la prescrizione è un istituto di natura processuale e non sostanziale e smette di decorrere con l'inizio del processo. Anche in Italia, nel processo civile la prescrizione cessa di decorrere con l'inizio del processo.
La Corte di giustizia dell'Ue ha ritenuto che il precedente sistema di prescrizione penale italiano contrasti col diritto comunitario e consentito solo per il tempo anteriore alla direttiva 2017/1371 del Parlamento europeo e del Consiglio, perché impedisce l'adozione di sanzioni efficaci, dissuasive e proporzionate su gravi frodi dell'Iva. I fautori del ritorno alla prescrizione che decorre durante le impugnazioni sostengono che il suo blocco farebbe durare all'infinito i processi.
È vero il contrario. Anzitutto esistono reati imprescrittibili: quelli puniti con la pena dell'ergastolo anche per effetto di circostanze aggravanti. Se fosse fondata la tesi che la prescrizione accelera i processi quelli per reati imprescrittibili non si farebbero mai. Quali sono le ragioni della durata dei processi? La causa principale deriva dal loro numero.
Semplificando: se un giudice ha un processo da fare e questo richiede quattro udienze durerà quattro giorni. Se sono necessari adempimenti fra un'udienza e l'altra (disporre perizia, acquisire documenti, citare testi) che richiedono, ad esempio, un mese, il processo durerà quattro mesi. Ma se il giudice ha duemila processi sul ruolo e la prima udienza libera è dopo un anno, un processo di quattro udienze durerà quattro anni. L'idea che i giudici italiani non facciano nulla e che solo la prescrizione imminente li induca a trattare i processi è falsa.
La loro produttività è una delle più alte d'Europa. La vera anomalia italiana è la dimensione del contenzioso: le sopravvenienze civili annue contenziose di primo grado per ogni giudice in Italia sono 438,06; in Francia 224,15; in Germania 54,86. Le sopravvenienze penali annue di reati gravi per ogni giudice, in Italia sono 190,71; in Francia 80,92; in Germania 42,11 (dati Cepej 2008; per il 2010 non sono disponibili i dati della Germania). La diminuzione del numero dei procedimenti si può ottenere in sede penale riducendo drasticamente le fattispecie di reato con un'ampia depenalizzazione, riduzione della perseguibilità d'ufficio e introducendo apprezzabili margini di rischio per chi propone impugnazioni infondate e dilatorie. Neppure è vero che il numero dei giudici di professione in Italia sia insufficiente.
Tale numero, come indicano i rapporti della Commissione europea per l'efficienza della giustizia, è in linea con quello di uno Stato per certi versi simile come la Francia. La strada percorribile per fronteggiare i tempi inaccettabili della durata dei procedimenti non sembra quindi quella di aumentare il numero di giudici (e quindi in generale dei magistrati, dovendo coerentemente in tale ipotesi incrementare il numero degli addetti al pubblico ministero), anche perché gli esiti degli ultimi concorsi non consentono illusioni in proposito, salvo che si ritenga di abbassare la soglia qualitativa oggi richiesta per superare la giustamente rigorosa selezione (un recente concorso a 500 posti di magistrato ordinario in tirocinio ha prodotto 253 idonei su decine di migliaia di domande).
In Italia vengono proposte impugnazioni in un numero che non ha eguali in altri Paesi: la Cassazione italiana tratta quasi 90.000 processi ogni anno (di cui quasi 60.000 penali), quella francese 1.000. La Corte suprema degli Stati Uniti d'America ne tratta 80!
Le ragioni delle impugnazioni così numerose stanno nell'assenza di deterrenze a proporre appelli e ricorsi solo dilatori (confidando nell'arrivo della prescrizione e comunque per differire l'esecuzione della pena). Nel caso di ricorso inammissibile viene inflitta una sanzione amministrativa di circa 2.000 euro, ma di queste sanzioni viene incassato solo il 4%. Il resto sono chiacchiere.
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 febbraio 2021
Incontra i partiti e li vincola a un ordine del giorno: la riforma penale assicuri processi giusti e non eterni. Poi vede il Garante dei detenuti. La lite sulla prescrizione va avanti da più di tre anni. Alla guardasigilli Marta Cartabia sono bastati tre quarti d'ora per sistemare la questione. Giovedì sera, in un incontro a Montecitorio con i responsabili Giustizia della maggioranza, ha messo a punto un ordine del giorno sulla giustizia penale. Condiviso da tutti e chiarissimo: le "modifiche normative" in arrivo dovranno intervenire sulla riforma del processo "nel pieno rispetto della Costituzione".
Con Marta Cartabia converrà ricorrere a uno specifico aggiornamento formativo. Semplice, in fondo. Testo di riferimento: le sentenze della Corte costituzionale. Nella loro parte conclusiva in genere sono scritte con un periodo molto lungo, densissimo, che ha nella sua ampiezza il pregio di contenere tutto, ma proprio tutto, pur senza entrare nei dettagli. Sono affermazioni di principio astratte in grado di contemplare tutti i possibili casi concreti. Bene. La tecnica del "lodo Cartabia" sulla prescrizione, proposto dalla ministra giovedì sera e fulmineamente condiviso da tutta la maggioranza, è come una sentenza della Consulta. Basta leggerlo. Forma scelta: ordine del giorno, che sarà messo ai voti nelle prossime ore alla Camera, collegato al decreto Milleproroghe. Il testo impegna il governo "ad adottare le necessarie iniziative di modifica normativa e le opportune misure organizzative volte a migliorare l'efficienza della giustizia penale, in modo da accertare fatti e responsabilità in tempi ragionevoli (articolo 111 della Costituzione), assicurando al procedimento penale una durata media in linea con quella europea, nel pieno rispetto della Costituzione, dei principi del giusto processo, dei diritti fondamentali della persona e della funzione rieducativa della pena". C'erano capigruppo e responsabili Giustizia di tutti i partiti che sostengono il governo Draghi. Come nelle sentenze della Corte, la norma sulla prescrizione non è esplicitamente evocata, ma è il punto di caduta sostanziale.
L'assunto induce al ritiro degli emendamenti "anti Bonafede" anche Forza Italia, la Lega e Italia viva, in linea con quanto già comunicato martedì da Enrico Costa (Azione) e Riccardo Magi (+ Europa). Ma è evidente la norma Bonafede cambierà, e che sarà corretta ben oltre il lifting del "lodo Conte bis". Cartabia si muoverà sì in modo da assicurare "effettività nell'accertamento dei reati e delle responsabilità personali". Ma anche secondo i principi costituzionali del "giusto processo" e della "funzione rieducativa della pena". Cosa vuol dire? Primo: il giusto processo, secondo l'evocato (dalla guardasigilli) articolo 111, è quello che si celebra a una distanza non smisurata dal presunto illecito, altrimenti è impossibile per l'imputato difendersi, trovare chi si ricordi cosa avvenne davvero e possa testimoniare in suo favore. Secondo: se la durata deve essere "ragionevole" in modo da essere anche compatibile con la "funzione rieducativa della pena", vuol dire che non ha senso condannare qualcuno trent'anni dopo il fatto, quando cioè è un'altra persona (non ha senso se non per i reati più gravi, che non si prescrivevano mai già prima di Bonafede). Ergo, la ministra reintrodurrà eccome una prescrizione, un limite massimo oltre il quale il processo non va avanti, altrimenti il processo diventa ingiusto e la pena non è rieducativa, ma vendicativa.
I tempi? Il Movimento 5 Stelle tira un sospiro di sollievo: la norma Bonafede non sarà congelata da emendamenti al Milleproroghe. Ma non si tratta di un rinvio alle calende greche. Lo sanno bene anche i due pentastellati presente alla riunione: il ministro ai Rapporti col Parlamento Federico d'Incà e, soprattutto, Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia della Camera, dov'è in discussione il ddl penale. Cartabia ha sì ricordato che la norma Bonafede, seppur già in vigore da Capodanno 2020, "dispiegherà i propri effetti non immediatamente", e che la fretta compulsiva non serve. Ma la logica va benissimo anche agli altri protagonisti del vertice: i capigruppo in commissione Giustizia del Pd, Alfredo Bazoli, della Lega, Roberto Turri, e di Leu, Federico Conte.
E poi Enrico Costa di Azione e il responsabile Giustizia di FI Francesco Paolo Sisto. E per capire il senso del loro sollievo, torna utile quanto detto poche ore dopo l'incontro, cioè ieri mattina, da Bazoli: "Ho manifestato, per conto del Pd, apprezzamento per l'approccio e il metodo, volti alla più larga condivisione dei percorsi su cui fare incamminare le riforme. E ho condiviso la proposta, che ricalca quanto abbiamo più volte suggerito per la nuova fase politica: affrontare nodi delicati e difficili come quelli della prescrizione dentro il campo più largo della riforma penale, per trovare soluzioni condivise che tengano insieme i principi di rango costituzionale della ragionevole durata, delle garanzie dell'imputato, dei diritti della persona offesa". Poi il passaggio decisivo: "Abbiamo suggerito alla ministra di non sprecare il lavoro fatto in commissione sul ddl di penale già incardinato da mesi, e anzi di partire da lì per individuare le soluzioni tecniche su cui lavorare". Proposta ben accolta da Cartabia. Il che però dice tutto sui tempi: non si tratterà di un lavoro di là da venire, in capo a lunghe mediazioni. Non può essere così perché i tempi del Recovery non lo consentono: le riforme del processo servono anche a rassicurare chi elargirà quei fondi, cioè l'Unione europea. E ancora, come Bazoli sa, il termine per proporre emendamenti alla riforma penale non arriverà chissà quando: è fissato di qui a un paio di settimane, cioè l' 8 marzo. Cartabia potrà convenire su una proroga, magari di un mese. Ma se per scrivere un ordine del giorno su un dilemma che ha provocato la caduta del precedente governo le è bastata mezz'ora di riunione a Montecitorio, per superare il "lodo Conte bis" e ripristinare un limite massimo di durata ai processi, e cioè reintrodurre la prescrizione nei casi più gravi, non avrà certo bisogno di un'intera legislatura. Al massimo un mese, appunto.
di Roberta Rampini
Il Giorno, 20 febbraio 2021
Si è tolto la vita impiccandosi nella cella del carcere di Bollate dove stava scontando una pena per reati a sfondo sessuale. Il detenuto, un italiano di 50 anni, avrebbe approfittato di un momento in cui il compagno di cella si è allontanato per una visita medica nell'ambulatorio della casa di reclusione per togliersi la vita con un laccio al collo.
Quando gli agenti della polizia penitenziaria si sono accorti dell'accaduto non hanno potuto fare nulla. Secondo quanto ricostruito, il detenuto non aveva dato segnali di disagio, di giorno lavorava nell'area industriale del carcere. Come tutti gli altri detenuti, in questi mesi di pandemia aveva dovuto modificare qualche abitudine, ma nulla lasciava presagire quel tragico gesto.
Il Sappe, sindacato autonomo polizia penitenziaria, chiede alla nuova ministra della Giustizia Marta Cartabia "un cambio di passo sulle politiche penitenziarie". In particolare, il segretario Sappe della Lombardia, Alfonso Greco, denuncia che "le condizioni lavorative del personale di polizia penitenziaria sono sempre più gravose e, probabilmente, se avessimo maggiori risorse umane insieme ad altre figure deputate alla cura del disagio psicologico, si riuscirebbe ad aiutare maggiormente i soggetti a rischio suicidio. L'ennesimo evento critico dimostra come i problemi sociali e umani permangono nei penitenziari".
di Manuela Modica
Il Fatto Quotidiano, 20 febbraio 2021
Protocollo d'intesa firmato tra il Dipartimento amministrazione penitenziaria, il direttore del carcere e il sindaco: "Così realizziamo il reinserimento sociale". Un progetto nazionale che coinvolge un'isola il cui rapporto con il carcere è stato sempre molto forte. In certi casi leggendario.
Pulizia del mare e delle coste, cura del verde pubblico: tutto affidato a 15 detenuti del carcere di Favignana per favorirne il reinserimento sociale. Con questo scopo è stato firmato ieri sull'isola siciliana un protocollo d'intesa: a sottoscriverlo Dino Petralia, direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il direttore del carcere, Nunziante Rosania, e il sindaco Francesco Forgione, ex parlamentare di Rifondazione comunista e presidente della commissione parlamentare Antimafia. "Si tratta di un progetto che viene consacrato in questo protocollo che si aggiunge ad una serie di protocolli e progettualità che riguarda il percorso trattamentale e di reinserimento sociale per i detenuti", spiega Petralia che è andato personalmente a Favignana per siglare l'accordo.
Un progetto nazionale che coinvolge un'isola il cui rapporto con il carcere è stato sempre molto forte. In certi casi leggendario. Addirittura a Favignana si attribuisce l'origine stessa delle mafie, almeno nell'immaginario mitologico delle stesse cosche.
La favola che ha nutrito l'identità di generazioni di mafiosi, ricordata dallo stesso Forgione in un libro firmato assieme ad Enzo Ciconte e Vincenzo Macrì, è ambientata proprio il carcere di Favignana, dove leggenda vuole che tre cavalieri spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, appartenenti ad una società segreta di Toledo, fossero rinchiusi nel '400. Una prigionia lunga 29 anni, durante i quali approntarono le regole sociali delle più grandi organizzazioni mafiose: Osso in Sicilia, Mastrosso in Campania e Carcagnosso in Calabria. A riprova del forte impatto che il carcere dell'isola delle Egadi ha avuto nel tempo: "Al di là di queste suggestioni - chiosa Petralia - l'area penitenziaria per Favignana è stata da sempre "datore di lavoro", dando impiego nel settore penitenziario. Un grande impatto ha sicuramente avuto il forte San Giacomo, carcere di massima sicurezza, dismesso nel 2010. Questo progetto darà spazio all'integrazione in un'isola molto bella: i detenuti daranno il loro contributo e si sentiranno ancora più isolani".
"Aprire l'isola al carcere e di conseguenza il carcere all'isola è un fatto straordinariamente importante", sottolinea Forgione. Che annuncia: "Riattiviamo anche il laboratorio di sartoria, l'idea è quella di produrre non solo le mascherine ma prodotti legati all'economia dell'isola. Allo stesso tempo ieri abbiamo avviato un percorso per la restituzione alla comunità del vecchio carcere che è una fortezza straordinaria, bellissima".
Il reinserimento sociale dei detenuti da un lato e l'ex carcere come struttura museale dall'altro: "Attraverso la fortezza vorremo così raccontare una parte di storia d'Italia: è in questo carcere che sono passati i più noti camorristi, ma anche i brigatisti, da Adriana Faranda a Pierluigi Concutelli. Investiremo la ministra Cartabia della proposta, ma un percorso lo avevamo già avviato con il sottosegretario Andrea Giorgis".
Intanto ad agevolare i progetti di inserimento sociale al carcere di Favignana c'è la lunga esperienza in questo campo maturata dal direttore del carcere, Nunziante Rosania, neuropsichiatra e già direttore dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona, dopo la riforma riconvertito in carcere, dove erano stati tanti i progetti di reinserimento degli internati nonostante il sovraffollamento. Per lungo tempo quello di Barcellona fu l'unico Opg d'Italia, perché la Sicilia non aveva recepito la legge nazionale che ne predisponeva la conversione.
"Abbiamo 60 detenuti, definitivamente condannati. Questo ci permette di lavorare a più progetti di recupero di carattere riabilitativo", spiega Rosania. E continua: "Abbiamo attivato una collaborazione valida col sindaco che si è presentato particolarmente dinamico e produttivo, così che finalmente abbiamo potuto dare concretezza ad una serie di cose che erano già in fase di elaborazione". Il Verde pubblico, la pulizia dei litorali, ma anche progetti ambientalisti: "Dopo un'attenta formazione dei detenuti verranno inseriti in progetti di recupero ambientale e di salvaguardia del territorio, addirittura potranno essere formati come vere e proprie guide sul territorio e potremmo occuparci anche delle altre isole delle Egadi".
Mentre in commercio entrerà il brand del reinserimento dei detenuti: "Abbiamo riattivato la sartoria, dopo un lungo percorso: ripristinare le macchine non è stato facile. Adesso ci proporremo sul mercato esterno con brand specifico". E i progetti futuri sono tanti: "Attiveremo anche corsi per le coltivazioni speciali relative ai prodotti tipici di questa zona". Così annuncia Rosania che è però prossimo alla pensione: "Prima di andare via spero di potere vedere tutti progetti avviati".
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 20 febbraio 2021
Le dichiarazioni di Draghi, a proposito dei diritti delle persone di origine straniera, poche righe e molto generiche, sembrano indicare una continuità con il precedente governo, in coerenza con la conferma di Lamorgese al Viminale. Le parole pronunciate dal neo Presidente del Consiglio, più di altre dichiarazioni programmatiche di governi del passato, andranno pertanto vagliate alla prova dei fatti, soprattutto in un Parlamento nel quale l'idea stessa di maggioranza e opposizione è quasi svanita.
Citando da un lato i rimpatri e dall'altro il pieno rispetto dei diritti, il capo del nuovo governo ha voluto sottolineare una certa distanza dalle parole della destra xenofoba, che è parte della sua maggioranza. Il riferimento al Patto Europeo e alla trattativa che si farà dentro quel quadro, è rituale e alimenta ancora l'idea che la "solidarietà effettiva", richiamata nel discorso dell'ex presidente della Bce, tuteli l'interesse dei Paesi del sud, a partire dal nostro.
Purtroppo i numeri smentiscono questa rappresentazione, laddove, sia sul medio che sul lungo periodo, l'Italia, se si guarda alle domande d'asilo, e quindi alle persone accolte a carico dello Stato (ovviamente in proporzione alla popolazione), continua ad essere uno dei Paesi dell'Ue con un carico inferiore agli altri (siamo sempre intorno al quindicesimo posto, lontani dal primato di Malta, Germania, Francia, Svezia).
In ogni caso, è bene ricordarlo, parliamo di numeri così piccoli da essere imbarazzanti per l'intera Ue, se si considera il numero complessivo delle persone di competenza dell'Unhcr (siamo oramai a 80 milioni nel mondo nel 2020) e il rapporto tra profughi, rifugiati e richiedenti asilo presenti e popolazione Ue (nel 2020 sono 461 mila, -31% rispetto al 2019). Le aree geaografiche che accolgono la stragrande maggioranza delle persone obbligate a lasciare le loro case continuano a essere le aree più povere del pianeta.
Su un argomento divisivo e complesso Draghi evidentemente ha scelto un profilo basso per non dare spazio a polemiche. La battaglia adesso si gioca tutta dentro una maggioranza che ha inglobato anche l'opposizione, con parti che potranno invertirsi a seconda degli argomenti e della capacità di produrre conflitto ed egemonia. Le scelte dipenderanno dall'equilibrio che di volta in volta, sui singoli argomenti, si determinerà nel governo, nella maggioranza e nel Paese reale.
Una condizione che carica di responsabilità lo schieramento democratico e di sinistra e anche le organizzazioni di tutela e promozione dei diritti degli stranieri. Sarebbe auspicabile che nelle prossime settimane le coalizioni dell'associazionismo che portano avanti da anni un lavoro di pressione politica nei confronti delle istituzioni, a partire dal Tavolo Asilo nazionale, incontrassero quei parlamentari che vogliono promuovere una battaglia comune per modifiche legislative che anche in questa fase vanno sostenute, a partire dalla riforma della legge sulla cittadinanza (secondo la proposta della campagna L'Italia sono anch'io e del movimento Italiani Senza Cittadinanza e di quella della campagna Ero Straniero), e per consentire ingressi legali per lavoro e ricerca di lavoro.
Una relazione tra associazionismo e parlamentari che nei prossimi mesi può essere determinante nell'orientare il dibattito pubblico e le scelte del governo, ma anche per monitorare la concreta applicazione delle disposizioni dei mesi scorsi, a partire dalle modifiche ai decreti sicurezza. Il Viminale, a riguardo, gioca un ruolo delicato e la coalizione PD, 5Stelle e LeU deve fare il possibile per impedire ai leghisti di occupare uno spazio per loro vitale ma che per il Paese potrebbe rivelarsi letale se lasciato in mano alla propaganda razzista. Garantire che non si torni indietro sui risultati importanti ottenuti durante il Conte2 e presidiare alcuni dossier delicati, come quello del salvataggio in mare e del rispetto dei diritti umani alle frontiere, è un obiettivo che va perseguito con forza, senza lasciare alcuno spazio alle destre e all'ideologia sovranista.
di Marta Blumi Tripodi
rollingstone.it, 20 febbraio 2021
Nel libro "Barre" Kento racconta 10 anni di laboratori rap nelle carceri minorili. Si entra per piccoli crimini e non si esce quasi mai redenti. "Questi ragazzi hanno storie terribili, non mettiamoli dietro le sbarre". In tutta Italia le carceri minorili sono parecchie e ben note, dal Beccaria di Milano a quello di Casal del Marmo a Roma.
La cosa che forse potrebbe stupire, però, è che a fronte di così tante strutture il numero dei detenuti è estremamente esiguo: i ragazzi dai 14 ai 18 anni attualmente dietro le sbarre sono circa 500 su tutto il territorio nazionale. La maggior parte per reati contro il patrimonio, piccoli furti o spaccio. Questo perché in base al nostro ordinamento (per fortuna) è molto difficile andare in carcere da minorenne, ci sono parecchie misure alternative alla detenzione.
Quelli che finiscono dentro sono "gli ultimi tra gli ultimi", racconta Francesco Carlo, in arte Kento, rapper da sempre impegnato in molte battaglie civili e sociali - ad esempio con il suo storico gruppo Kalafro Sound Power, tra i primi a schierarsi apertamente contro la 'ndrangheta - e oggi intervistato in veste di autore del libro Barre, edito da Minimum Fax.
È legato anche a un omonimo mixtape, ad opera di Kento stesso e verrà presto diffuso anche in un cofanetto che conterrà il libro, il mixtape in vinile e una t-shirt in edizione limitata realizzata da una cooperativa che si occupa del reinserimento lavorativo dei carcerati. Barre racconta la sua esperienza decennale con i laboratori di rap all'interno delle carceri minorili di tutta Italia. "È una realtà clamorosamente sconosciuta, nonostante sia così vicina a noi" aggiunge. "Ho imparato molto presto che il carcere non solo impedisce ai ragazzi di uscire, ma impedisce anche a noi cittadini comuni di entrare".
In passato Kento ha scritto altri libri sul rap, ma è stato molto indeciso se scrivere Barre, perché a causa degli accordi di confidenzialità e delle tematiche sensibili c'erano talmente tanti problemi di ordine morale e giuridico che sembrava un'impresa impossibile. "È come se avessi iniziato a lavorarci dieci anni fa, quando ho cominciato a fare laboratori di rap nelle carceri, ma è solo nel 2019 che mi sono deciso a metterlo davvero nero su bianco: c'erano troppe cose da dire", spiega.
La sua primissima esperienza sul campo nel 2009 non è stata affatto facile.
"Parallelamente al laboratorio veniva girato anche un documentario, in cui tutti noi operatori rilasciavamo interviste. A una domanda specifica, dichiarai in video quello che ho detto prima, ovvero che per me i ragazzi detenuti sono gli ultimi tra i colpevoli: chi non ha famiglia, non riesce a pagarsi un buon avvocato, non è in grado di capire la gravità delle accuse che gli vengono mosse".
Il dirigente di quel carcere gli aveva chiesto di ritrattare, e lui si era rifiutato, a costo di essere tirato fuori dal progetto. "Anche gli altri operatori coinvolti mi spalleggiarono, e ci fu un'escalation tale che ci mandarono una lettera di diffida su carta intestata del Ministero, bloccando il laboratorio da un giorno all'altro", ricorda.
"La mia coerenza, però, andò a discapito dei ragazzi, che persero la possibilità di fare quell'attività con noi. Da lì ho imparato ad abbozzare, ad accettare i compromessi, a sorridere quando mi verrebbe voglia di mandare a quel paese tutto". Oggi è più semplice, perché è nata una vera propria rete, Rap Dentro, che coinvolge tutte le associazioni e i soggetti che propongono questo tipo di laboratori. "Ci confrontiamo sulle tematiche e i problemi, condividiamo le risorse e spesso anche gli ospiti: l'unione fa la forza".
Oggi il rap è socialmente accettato, quasi imprescindibile: secondo Kento, non si possono raccontare i nostri anni senza parlare di questo genere musicale. "Il che vuol dire che ora finalmente posso andare da un'istituzione carceraria e proporre i miei laboratori senza che qualcuno storca il naso", dice sorridendo. "Fino a qualche anno fa non era così, non potevamo confrontarci ad armi pari con altre forme di espressione culturale. Questa è una grande vittoria di tutto il movimento hip hop". In carcere, senza smartphone e Internet, la fruizione della musica è completamente diversa, spiega: "I ragazzi hanno dei lettori mp3 da primi anni '00, che contengono pochissime canzoni che ascoltano e riascoltano ossessivamente. Se vogliono caricare un nuovo brano, o un beat nuovo su cui provare, devono cancellarne un altro. Sociologicamente è stranissimo, visti i tempi che corrono".
C'è chi inizia a frequentare il laboratorio perché ha bisogno di impiegare il proprio tempo in qualche modo, e c'è chi vuole fare il rapper di mestiere. "Bisogna però fargli capire che è necessario comportarsi da professionisti, che la musica ha delle regole che prima di essere disattese vanno imparate, che ci vuole serietà, costanza e dedizione", osserva.
E con ragazzi di strada sicuramente molto avanti da tanti punti di vista, ma molto indietro in altri campi, non è facile. "Sono estremamente timidi quando si parla di sentimenti: fanno battute sessuali vergognosamente sconce senza arrossire, ma non riescono a esprimere ciò che provano quando si innamorano di una ragazza. Oppure sono stati detenuti per così tanto che non sanno come fare le cose in cui i loro coetanei sguazzano quotidianamente, come le storie di Instagram. Ma in molti versi non è così diverso da fare un laboratorio rap in un qualsiasi istituto tecnico di periferia, a parte le sbarre".
Alcuni dei detenuti delle carceri minorili italiane non hanno mai avuto la possibilità di inserirsi nella società, racconta Kento. "Ho conosciuto un ragazzo che è arrivato in Italia da solo a 13 anni, finendo in un giro tremendo, e che ha dormito per la prima volta con un tetto sulla sua testa solo una volta in carcere. O un altro che non sapeva addirittura come lavarsi: hanno dovuto insegnargli a farsi la doccia. Sono storie orribili: perfino i più giustizialisti non riuscirebbero a dare delle colpe a persone del genere. È nostra responsabilità non considerarli già perduti, e aiutarli a costruirsi una vita anziché buttare via la chiave", sottolinea.
Purtroppo non sempre succede, anche perché non è tutto rose e fiori, come si può immaginare. "Alcuni degli episodi che racconto nel libro sono molto duri, di forte denuncia. Violenza, affermazioni razziste... Mi sono chiesto a lungo se includere o no questi dettagli, perché sono consapevole che se Barre farà troppo rumore probabilmente non mi lasceranno entrare mai più in un carcere minorile, ma non volevo fare un libro Cuore".
I problemi restano parecchi, come quelli che riguardano le ragazze detenute. "Molte di loro vengono da contesti socio-familiari in cui l'uomo è un aguzzino, e quindi si tende a non far condurre laboratori a operatori maschi. Questo ovviamente fa sì che abbiano un'offerta ridotta, in termini di tipologie di attività che possono fare. Sono doppiamente ultime, anche perché il nostro è un sistema legislativo scritto da uomini per uomini".
Per fortuna, dice Kento, nell'amministrazione penitenziaria ci sono anche delle persone eccezionali e generose, che buttano il cuore oltre l'ostacolo e lavorano oltre le loro competenze e il loro dovere. "Le guardie spesso sono ragazzi di quartiere, e mi è capitato che mi dicessero "Sai, anche io da piccolo ho fatto le stesse cose dei detenuti che sono qui, la differenza è che non mi hanno beccato", racconta. "Il problema è che hanno una responsabilità molto forte, non sempre sono preparati ed è un lavoro davvero stressante: c'è un enorme numero di suicidi tra gli agenti di polizia penitenziaria".
E poi ci sono i cosiddetti unicorni, "che si chiamano così perché tutti ne parlano e nessuno li ha mai visti", ride. "Nell'ambiente in questione sono i ragazzi che entrano criminali ed escono redenti. Come un ragazzo che frequentava i miei laboratori e che è appena uscito col suo singolo: spacca, è fortissimo e sta avendo delle belle soddisfazioni. O un altro che, una volta fuori, si è laureato in giurisprudenza e ora sta facendo la pratica come avvocato".
La speranza di Kento è che il carcere minorile venga abolito, perché a suo parere è un'istituzione che non ha nessun motivo di esistere. "Certo, dobbiamo occuparci dei ragazzi che commettono reati, ma non mettendoli dietro le sbarre. Tra cinquant'anni vedremo tutto questo come una barbarie e ci chiederemo com'è possibile che un tempo rinchiudessimo ragazzini di 14 anni in cella".
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