di Emiliano Squillante
Il Manifesto, 19 febbraio 2021
Unione europea e Russia ai ferri corti. Borrell: rilasciatelo come firmatari della Convenzione europea dei diritti umani. La vicenda Navalnyj continua a generare tensioni nei rapporti tra Ue-Russia, dopo che il 16 febbraio la Corte europea per i diritti dell'uomo ha deciso di invitare Mosca a rilasciare l'oppositore, per cui è stata disposta la commutazione della sospensione della pena per il caso Yves Rocher in tre anni e mezzo di detenzione - di cui due anni e otto mesi da trascorrere in colonia penale.
La richiesta, confermata anche dalla difesa di Navalnyj, ha portato rapidamente alla dura reazione delle autorità russe: ad esprimersi - oltre al ministro della Giustizia Konstantin Chuichenko che ha definito le richieste "irricevibili" - anche la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, che ha parlato di conseguenze "catastrofiche". Non meno aspro il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, che ha parlato di un "tentativo inaccettabile di interferire negli affari interni della Russia: una decisione illegittima che è fonte di preoccupazione".
Sulla questione è intervenuto anche l'Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, che ha ribadito in un tweet il suo invito a rilasciare Navalnyj, ricordando che l'oppositore "dovrebbe essere rilasciato immediatamente" e auspicando che la Federazione "rispetti i suoi impegni internazionali in quanto firmataria della Convenzione europea dei diritti dell'uomo". Il capo della diplomazia comunitaria si è trovato recentemente nell'occhio del ciclone a seguito della sua visita a Mosca ad inizio mese, durante la quale ha discusso il caso Navalnyj con il ministro degli Esteri Sergej Lavrov.
Sono stati infatti 81 i deputati europei che, al suo rientro, hanno sottoscritto una lettera dell'eurodeputato estone Riho Terras (esponente del Partito popolare europeo), in cui si chiede alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di intervenire per chiederne le dimissioni. Secondo Terras, l'Alto rappresentante avrebbe "provocato gravi danni alla reputazione dell'Ue e alla dignità del suo ufficio". Lo stesso Borrell, scrivendo sul suo blog, aveva confermato l'esito negativo della visita condannando l'espulsione di tre diplomatici europei - un polacco, un tedesco e uno svedese - dalla Russia annunciata durante la sua conferenza stampa con Lavrov.
Le tensioni sul fronte diplomatico sono poi proseguite con reazioni analoghe da parte di Berlino, Varsavia e Stoccolma, e anche ieri dopo che Mosca ha annunciato l'espulsione di un diplomatico dell'ambasciata estone, dopo un'analoga decisione delle autorità di Tallinn. Proseguono nel frattempo i procedimenti penali ai danni dei sostenitori di Navalnyj, che domani è atteso in tribunale per due udienze: l'esame del ricorso contro la sospensione della pena nel caso Yves Rocher e il proseguimento del processo per diffamazione. Anche il fratello di Navalnyj, Oleg, resterà agli arresti domiciliari per aver violato le norme sanitarie durante le manifestazioni del 23 gennaio scorso, secondo quanto disposto ieri dal tribunale della città di Mosca.
di Michele Pennetti
Corriere della Sera, 19 febbraio 2021
Da oggi nei supermercati e negli iper Coop di tutta Italia, in vendita i pomodori di Casa Sankara, l'azienda gestita a San Severo da braccianti africani di undici nazionalità. Da schiavi a produttori di pomodoro. Da clandestini delle campagne a protagonisti di una filiera che al punto uno prevede il rispetto delle regole. Da vittime dei caporali a loro concorrenti.
Le centinaia di migranti africani di undici nazionalità che vivono a Casa Sankara, l'immensa rimessa ristrutturata a San Severo dalla Regione per cancellare la vergogna della baraccopoli di Rignano Garganico, finalmente vedono realizzato il loro sogno.
Da oggi, sugli scaffali dei supermercati e degli iper di Coop Alleanza 3.0 di tutta Italia, compariranno i barattoli di pelati raccolti dai braccianti dell'associazione Ghetto Out - Casa Sankara e inscatolati in confezioni da 400 grammi con l'etichetta Riaccolto - La Terra della Libertà. In verità il marchio recita R'Accolto. Ma si legge riaccolto perché quell'apostrofo simbolizza una "i" minuscola, invisibile come lo erano gli extracomunitari ammassati a Rignano, che vivevano in condizioni disumane, sfruttati dai signori (per modo di dire) della terra.
Coltivati su quattordici ettari, è innegabile che questi pomodori abbiano un sapore diverso. Sprigionano la squisitezza dell'iniziativa promossa proprio da Coop Alleanza 3.0 e Legacoop Puglia che, insieme, sostengono la start up etica foggiana sbocciata quattro anni fa. Sprizzano la voglia di legalità che ha animato i ribelli del ghetto capitanati dal senegalese Mbaye Ndiaye, gli stessi che adesso gestiscono la "loro" azienda agricola in autonomia e abitano a Casa Sankara con le rispettive famiglie. Sintetizzano la riuscita (e la bellezza) del progetto di Stefano Fumarulo, il dirigente dell'antimafia sociale fortemente voluto da Michele Emiliano alla Regione, stroncato nel 2017 a 38 anni da un improvviso malore nel garage di casa a Bari.
"La catena virtuosa nata a San Severo è un tassello che si aggiunge al modello di società inclusiva che proprio Stefano agognava", dichiara Carmelo Rollo, presidente di Legacoop Puglia. "È la testimonianza - continua - di cosa accade quando il sistema cooperativo si mette a disposizione del territorio e crea un valore indiscusso per tutti. La Capitanata, da tempo identificata come verminaio di arbitrarietà e violazioni, diventa così un luogo di riscatto grazie anche al lungimirante supporto della Regione".
Soci e consumatori di supermercati e ipermercati Coop compreranno i pelati Riaccolto a un prezzo speciale, più alto della media in rapporto a merce simile. Lo scopo è aiutare la crescita dell'associazione Ghetto Out che si cura della produzione. Peraltro, condividendo sui social l'acquisto con l'hastag #CasaSankara e taggando Coop Alleanza 3.0, ciascuno potrà testimoniare già da stamane la sua scelta etica.
"Con questa campagna vogliamo sensibilizzare i nostri clienti, ma anche tutti gli stakeholder, a prendersi carico del tema dell'illegalità, delle sue cause e delle sue conseguenze", afferma Mario Cifiello, presidente di Coop Alleanza 3.0. "Il rischio che stiamo correndo, soprattutto in questi tempi di pandemia, è che l'impresa "cattiva" scacci quella buona e che la ricerca del prezzo più basso cancelli i diritti delle persone. I pomodori coltivati a San Severo - dichiara sempre Cifiello - sono la dimostrazione che un'altra economia, un altro modo di intendere le scelte da parte dei consumatori è possibile". Una storia di riscatto sociale e ribellione reale al caporalato. Una prova di accoglienza sincera che fa anche un po' bene al cuore.
di Chiara Gentili
sicurezzainternazionale.luiss.it, 19 febbraio 2021
Una protesta scoppiata nella prigione di Tacumbú, la più grande del Paraguay, martedì 16 febbraio, si è conclusa con un bilancio di almeno 7 vittime tra la popolazione carceraria. Centinaia di detenuti, armati di coltello, hanno scatenato oltre 24 ore di caos, prendendo il controllo di uno dei padiglioni della prigione, sequestrando 19 guardie e massacrandosi tra di loro. L'intervento delle forze antisommossa ha permesso di riportare l'ordine. Gli agenti, tuttavia, non sono riusciti ad evitare l'uccisione di almeno 7 persone, 3 delle quali decapitate.
"Non si tratta di uno scontro tra clan", ha chiarito il ministro della Giustizia, Cecilia Pérez, in un'intervista radiofonica, mercoledì 17 febbraio, dopo che alcuni media locali avevano fatto accenno ad una lite tra detenuti della mafia paraguaiana, Clan Rotela, e membri del gruppo brasiliano, Primer Comando Capital (PCC), la più grande organizzazione criminale del Sud America, che controlla parte del traffico illegale di droga, armi e persone al confine tra Brasile, Argentina e Paraguay. Secondo il governo di Asunción, la rivolta sarebbe iniziata in seguito al trasferimento di un detenuto del PCC che distribuiva droga all'interno della prigione. Andando più nel dettaglio, il ministro ha successivamente rivelato che la protesta sarebbe stata provocata dalla reazione di un settore organizzato contro il trasferimento di un pericoloso prigioniero, Efrén Orlando Benitez, coinvolto in un presunto piano di fuga che avrebbe consentito a diversi detenuti di scappare. Benitez era stato condannato a 19 anni di carcere nel gennaio 2020.
Mentre il caos dilagava all'interno di Tacumbú, fuori dal carcere, le famiglie di centinaia di detenuti si erano radunate per chiedere cosa stesse succedendo. Davanti all'entrata principale della prigione, file di poliziotti antisommossa stavano schierati, pronti ad entrare, con elmetti, scudi, manganelli e armi da fuoco. La tensione saliva dentro e fuori l'edificio, situato vicino al centro della capitale paraguaiana. Le tv diffondevano immagini dei rapitori che minacciavano di uccidere le guardie. Secondo gli ostaggi, circa 1.000 persone si sarebbero ammutinate mentre almeno 19 guardie carcerarie sarebbero state sequestrate.
Nel giro di poche ore, il ministro della Giustizia è arrivato davanti ai cancelli della prigione e ha iniziato a guidare la trattativa, che si è conclusa con il rilascio degli ostaggi e l'ingresso della polizia. "Erano tutti armati di coltelli e ci hanno portato in una cella, ci hanno rinchiusi con più di 50 persone a guardia. Non abbiamo visto quando sono avvenuti gli omicidi", ha detto uno degli ostaggi alla stampa locale, subito dopo il rilascio. Il testimone ha rivelato che i rapitori non li avrebbero torturati, ma solo minacciati di morte durante il rapimento.
Il Pubblico Ministero ha esaminato la prigione e ha confermato la morte, finora, di 7 detenuti, anche se non ha specificato dove o come siano morti, ad eccezione di tre di loro, che sono stati decapitati. Questo metodo viene spesso usato dalle mafie per inviare messaggi ai loro nemici. Il pm, Giovani Grisetti, ha detto ai giornalisti, fuori dal carcere, che i corpi sono stati portati all'obitorio giudiziario e che la verifica dei fatti proseguirà, quindi non ha escluso che ci possano essere altri morti.
"Il penitenziario è molto grande e l'ordine è stato recentemente ripristinato, quindi è evidente che risulta complicato svolgere il lavoro come si vorrebbe", ha sottolineato il pm, spiegando che "ci sono molte informazioni da elaborare". La procura, nel frattempo, è entrata nell'edificio per ispezionare le strutture dove è avvenuta la rivolta, subito dopo che il ministro della Giustizia ha lasciato il luogo dell'incidente. Perez ha riferito ai media che i detenuti avrebbero accettato di consegnare le guardie solo dopo essersi assicurati che "nessuna ritorsione sarebbe stata presa come conseguenza di tutto questo".
La prigione di Tacumbú ospita circa 4.100 persone, il doppio di quanto dovrebbe. "Le carceri paraguaiane sono state a lungo governate dalle mafie o dalla corruzione, alcune prigioni sono dominate dal PCC e altre dal clan Rotela. Tacumbú è dominata, in teoria, da quest'ultimo", ha rivelato al quotidiano El País Dante Leguizamón, avvocato paraguaiano esperto di sistemi carcerari ed ex presidente del Meccanismo nazionale per la prevenzione della tortura.
Questi 7 omicidi si aggiungono ad altri 392 decessi di persone che si trovano sotto custodia statale dal 2013, secondo un rapporto dell'ente. "Nelle informazioni del governo ci sono molte contraddizioni. Dicono che la rivolta di martedì sia dovuta al trasferimento di un prigioniero considerato membro del PCC, ma questo fatto non è decisivo. Il problema è che la lotta interna tra i clan avviene perché c'è un importante autogoverno tra i detenuti", ha spiegato Leguizamón, aggiungendo: "Lo Stato ha pochissime capacità di reazione e amministrazione a causa della precarietà in cui opera".
Sia i clan che le mafie sono cresciute e si sono rafforzate nelle carceri paraguaiane a causa delle pessime condizioni in cui vivono i prigionieri, con un livello molto alto di sovraffollamento, mancanza di accesso a servizi sanitari, alimentari, igienici o a un posto sicuro dove dormire. "Questo senza considerare l'uso della violenza da parte delle guardie carcerarie nei confronti dei settori più svantaggiati", ha sottolineato Leguizamón.
Il sistema carcerario paraguaiano è in crisi da molti anni, secondo rapporti statali e di organizzazioni per i diritti umani. "Fino ad ora, la risposta delle autorità è stata quella di costruire prigioni e non affrontare il problema sottostante, che è l'abuso della detenzione preventiva.
In Paraguay non esiste una politica criminale che affronti preventivamente i problemi per evitare i crimini. L'unica risposta è la repressione, cioè la prigione", ha detto ancora l'avvocato. La popolazione carceraria del Paraguay è cresciuta esponenzialmente negli ultimi 20 anni, dai circa 3.200 detenuti nel 2000 agli oltre 14.000 di oggi. Il Paese è primo nella regione per proporzione di persone incarcerate senza condanna e il quarto al mondo. Quasi l'80% dei detenuti deve ancora vedere un giudice, il che può richiedere in media dai sei mesi ai tre anni, secondo i rapporti del Meccanismo nazionale per la prevenzione della tortura.
In Paraguay ci sono 18 carceri per adulti e centri educativi per adolescenti, con 9.877 posti in tutto il sistema. "La maggior parte di questi sono stati costruiti dopo il 2000 e non hanno portato alcun miglioramento in termini di condizioni della popolazione carceraria perché si basano sull'espansione del modello di violenza, ingiustizia e privazione di Tacumbú", ha afferma l'avvocato paraguaiano Ximena López Jiménez, nell'ultimo rapporto annuale del Coordinatore paraguaiano dei diritti umani (Codehupy). Le azioni attuate in 25 anni non sono state efficaci e le problematiche del sistema penitenziario sono cresciute in relazione all'aumento della popolazione carceraria. "La questione richiede uno sguardo più incisivo che cerchi di individuare il fulcro del problema molto prima che raggiunga il sistema penale", ha concluso López Jiménez.
osservatoriodiritti.it, 18 febbraio 2021
Nell'anno del Covid-19 il numero dei detenuti nelle carceri italiane scende, ma il sovraffollamento continua a essere un problema in alcuni istituti. Mentre i suicidi raggiungono livelli preoccupanti. Ecco l'ultimo aggiornamento relativo 2020 con i nuovi dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
di Riccardo Bonacina
Vita, 18 febbraio 2021
Sono reduce dall'ascolto del discorso di insediamento di Mario Draghi al Senato accompagnato da 25 interruzioni per applausi e da un'ovazione finale di tutto il Senato in piedi. Un discorso finalmente di parole piene, pesanti, capaci di nominare cose, progetti, visioni, finalmente. Ci eravamo abituati a parole vuote, anzi a vanvera, invece delle visioni ci venivano ammansite liste della spesa. Bene così.
di Domenico Alessandro De Rossi
Il Riformista, 18 febbraio 2021
Draghi ce l'ha fatta. Il primo tempo destinato alla formazione della squadra dei ministri ha dato risultati in parte attesi, in taluni casi molto importanti, vista l'alta qualità delle new-entry. Alcuni sicuramente eccellenti, i nuovi ingressi sono fondamentali per una ricostruzione sistemica per riportare il Paese su di una soglia di credibilità e di efficienza operativa, ormai giunta in questi ultimi anni a livelli insostenibili per il grado di incapacità e attendibilità. In tutta evidenza i principali ministeri-chiave per la ripresa strutturale sono nelle mani del presidente del Consiglio, alcuni di questi anche "strappati" ai precedenti titolari politici, decisamente ora affidati alle responsabilità di personalità di altissimo spessore e di grande esperienza.
di Paolo Berizzi
La Repubblica, 18 febbraio 2021
Nella relazione annuale la Dna spiega che il regime "deve essere potenziato e mai attenuato, atteso che sul fronte della lotta alla mafia si può solo avanzare e non arretrare e che, in tale contesto, il ruolo dell'istituto previsto dall'articolo 41bis è imprescindibile".
Il 41bis va potenziato - e non attenuato - anche con nuovi investimenti per la creazione di strutture adatte. È quanto scritto nella relazione annuale della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna). In cui si legge che tale regime carcerario "deve essere potenziato e mai attenuato, atteso che sul fronte della lotta alla mafia si può solo avanzare e non arretrare e che, in tale contesto, il ruolo dell'istituto previsto dall'articolo 41bis è imprescindibile".
di Victor Castaldi
Il Dubbio, 18 febbraio 2021
I magistrati ribadiscono il ruolo "imprescindibile" del regime di detenzione "Nella lotta alle cosche si deve avanzare e non si può mai tornare indietro". Nemmeno la pandemia di Covid- 19 sembra sgretolare la granitica certezza della Direzione nazionale antimafia sul carcere duro. L'emergenza mafiosa, secondo i procuratori deve essere trattata con mezzi e leggi speciali, indipendentemente dai rischi della detenzione in un contesto di allarme sanitario come quello che sta vivendo l'intero pianeta. Le scarcerazioni degli ultimi mesi dovute a evidenti ragioni di emergenza coronavirus e all'aumento esponenziale dei contagi negli istituti di pena non sono affatto piaciute alla Dna che, al contrario ribadisce il ruolo "imprescindibile" del 41bis per la lotta alla criminalità organizzata, invitando tutti a non arretrare di un millimetro.
di Matteo Milanesi
Italia Oggi, 18 febbraio 2021
Il nuovo ministro della giustizia, Marta Cartabia, è un ex presidente della Corte costituzionale. A differenza del precedente ministro Alfonso Bonafede, tanto per intenderci colui che confondeva la responsabilità dolosa con quella colposa, la personalità di Marta Cartabia ha diversi indiscutibili punti a favore: già professoressa universitaria, ha ricoperto il ruolo di giudice costituzionale dal 2011 al 2019, nonché prima donna alla guida della Corte. Ma le sfide che dovrà affrontare non sono poche. Oltre alla già richiesta riforma della giustizia civile, sul tavolo sono presenti numerose questioni relative al problema carceri, alla prescrizione, alla separazione delle carriere ed alla riforma del Csm.
di Errico Novi
Il Dubbio, 18 febbraio 2021
L'ex governatore della Bce chiede unità contro la pandemia e annuncia interventi immediati (solo) sulla giustizia civile. Poche parole. Poche rispetto alla portata del problema. Mario Draghi parla sì di giustizia, ma solo a proposito del settore civile. Cita l'efficienza dei tribunali, lo "smaltimento dell'arretrato", i "posti vacanti del personale amministrativo" che vanno coperti. Insomma, la scossa che ci chiede "l'Unione europea".
Ma non la soluzione al rebus del penale. Né la formula magica per risvegliare la prescrizione dall'incantesimo di Bonafede. Solo un accenno fugacissimo, alla fine, sulla necessità di rafforzare la lotta alla corruzione. Siamo sempre e solo ai titoli delle "Country Specific Recommendations" rivolte dalla Commissione Ue all'Italia sulla giustizia. Nient'altro. Scelta strategica, che si rivela in tutta la sua necessaria prudenza poco dopo, nel dibattito in Aula.
La senatrice Cinque Stelle Agnese Gallicchio così risponde all'eleganza del premier: "Voglio essere molto chiara, quella di oggi non è una fiducia in bianco: il Movimento non è disposto a fare passi indietro su reddito di cittadinanza e riforma della prescrizione da noi varata". Ecco il tono: non ti azzardare. Draghi lo ha fiutato e ha evitato, forse con saggezza, forse con un po' d'astuzia, di farsi impallinare al primo colpo.
Però il vuoto resta. È pesante come un non detto. Un'omissione fatale, cioè necessaria. Il punto è capire quanto potrà reggere. Quanto l'elusione del conflitto potrà essere adottata da Marta Cartabia, guardasigilli accolta con grande fiducia innanzitutto dall'avvocatura e, nelle ultime ore, dal Parlamento. In mattinata il capogruppo di Italia viva Ettore Rosato, prima ancora che parli Draghi, conferma in un'intervista ad Affaritaliani la disponibilità a ritirare il "Lodo Annibali", l'emendamento al Milleproroghe che avrebbe congelato la prescrizione di Bonafede.
Giuseppe Brescia, presidente grillino della commissione Affari costituzionali, dove quelle proposte avrebbero dovuto essere discusse domani, conferma la tregua: "Il Movimento andrà avanti compatto sulla riforma della prescrizione: la sede per discuterla sarà la commissione Giustizia della Camera, l'hanno capito anche i nemici più ostili". Dunque "non ci saranno sorprese nel Milleproroghe". Se ne parlerà a inizio marzo, al più tardi, con l'esame del ddl penale. A quel punto Enrico Costa di Azione, gli stessi renziani, Forza Italia, la Lega tenteranno di nuovo di congelare la legge pentastellata. Anzi, il responsabile Giustizia degli azzurri, Francesco Paolo Sisto, conferma al Tg1 quanto anticipato al Dubbio: "Non ritiriamo il nostro emendamento, ma sarà l'interlocuzione con Marta Cartabia, ministro di serie A, a dirci quale sarà la migliore soluzione".
In commissione Giustizia c'è un altro presidente pentastellato, Mario Perantoni, avvocato penalista di Sassari, considerato rigido su alcune posizioni ma corretto e disponibile al dialogo persino dai "nemici" di Italia viva. Traccia una linea che sulla giustizia penale può essere un grande assist per Cartabia: "Draghi ha fatto bene a inserire tra le priorità la riforma della giustizia civile, da lì passa la ripresa del sistema-Italia, è un obiettivo condiviso e già perseguito dal precedente governo".
È la premessa. Riguardo la "non meno importante riforma penale", aggiunge Perantoni, "interpreto il silenzio di Draghi come una precisa scelta di investire pienamente il Parlamento". Cioè la sua commissione. E quindi, "per costruire un percorso veloce e virtuoso, occorre senz'altro uno spirito collaborativo, senza polemiche e attacchi strumentali, nel rispetto dei ruoli di ciascuno: conterà la responsabilità di tutte le forze politiche. A questo punto non si tratta di vincere o perdere una partita ma di farne uscire vincente il Paese. Mi auguro che tutti i protagonisti saranno all'altezza del compito". Discorso da uomo delle istituzioni.
Appello che sembrerebbe lasciar intravedere una disponibilità a mettere in gioco qualcosa, sulla giustizia penale, persino da parte dei 5s. Certo un tono assai meno da duello western rispetto quello pre-minatorio della senatrice Gallichio. Ci sono le diplomazie al lavoro. C'è una ministra che evita di confondere, e che forse interverrà dopo la fiducia di oggi alla Camera, in tempo per sminare del tutto l'esame del Milleproroghe (che lunedì mattina dovrà essere pronto per l'Aula).
C'è un Draghi che non sfiora l'ordigno e qualche parlamentare di buona volontà che dà esempio di virtù diplomatica. Ma la sensazione resta: la giustizia penale potrebbe anche non essere un "fight club", uno sfogatoio, ma rischia di restare comunque una dark room, un luogo virtuale di cui non si parla, o si parla poco e con toni allusivi. Non il massimo, ma è un esercizio dialettico forse inevitabile.
Anche se l'avvocatura non farà finta di nulla. Lo lascia intendere il presidente della Camera penale di Roma Vincenzo Comi, leader dei penalisti nell'ufficio giudiziario più grande e congestionata d'Europa: "Tra i molti temi toccati la grande assente è la giustizia penale. Il primo ministro ha ritenuto di non affrontare la questione nel richiedere la fiducia alle Camere. Tema divisivo che comunque si impone in tutta la sua attualità con i problemi e le contraddizioni vissuti tanto da operatori del diritto e cittadini" Comi fa un breve elenco: "Il nodo sulla prescrizione, i tribunali in tilt dall'inizio della pandemia, il processo penale telematico adottato più per necessità che per coscienza, udienze rinviate e processi infiniti, la situazione emergenziale in cui versano le carceri, la riforma dell'ordinamento giudiziario, l'accesso alle professioni legali". Sono "problemi sotto gli occhi di tutti", ma "Draghi rimanda l'approccio politico". Infatti.
È un'incognita che pesa. Che peserà cioè sulla guardasigilli Cartabia. D'altra parte il redde rationem sulla prescrizione è rimandato di poco: Forza Italia aspetta un segnale per deporre temporaneamente le armi. E sarà appunto la guardasigilli a doverlo dare. Lì si intuirà meglio la rotta. Oltretutto Cartabia, seppure si limitasse, per ora, a impegnarsi per un lavoro condiviso sul ddl penale (basterebbe, in fondo), dovrebbe essere più specifica di qui a una decina di giorni al massimo, all'atto del suo primo passaggio istituzionale: l'esposizione delle linee programmatiche nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato.
È in fondo quello il tornante che Costa, Sisto, Annibali e i leghisti aspettano per capire se possono rimettere nella fondina i revolver. Nella commissione presieduta da Perantoni e in quella del Senato che vede al vertice il leghista Andrea Ostellari, la ministra sarà necessariamente più specifica rispetto all'elegante dribbling del premier.
Che poi va riportato: perché per quanto breve, per quanto silenziosa sul penale, la parte che Draghi ha riservato alla giustizia non è così priva di spunti: "Le azioni da svolgere sono quelle che si collocano all'interno del contesto e delle aspettative dell'Unione europea", ha premesso testualmente il Capo del governo nel suo discorso.
"Nelle Country Specific Recommendations indirizzate al nostro Paese negli anni 2019 e 2020, la Commissione, pur dando atto dei progressi compiuti negli ultimi anni, ci esorta: ad aumentare l'efficienza del sistema giudiziario civile, attuando e favorendo l'applicazione dei decreti di riforma in materia di insolvenza, garantendo un funzionamento più efficiente dei tribunali, favorendo lo smaltimento dell'arretrato e una migliore gestione dei carichi di lavoro, adottando norme procedurali più semplici, coprendo i posti vacanti del personale amministrativo, riducendo le differenze che sussistono nella gestione dei casi da tribunale a tribunale e infine favorendo la repressione della corruzione". Tutto condivisibile, e qualcosa davvero è già sui binari, come i decreti sulla crisi d'impresa e sull'insolvenza.
Ma c'è quella piccola frase finale: rafforzare il contrasto della corruzione. Come a dire: non tutto quanto fatto da Bonafede è da rimettere in discussione. Persino nella "spazza-corrotti" qualcosa forse va salvato. Di nuovo: la giustizia penale ci sarà. Ma se ne tratterà sottovoce. Come una dark room. Chi ha idee migliori, si faccia avanti.
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