di Roberta Rampini
Il Giorno, 21 novembre 2020
Liberata un'ala della prigione per isolare e curare i reclusi contagiati: oggi sono 59, presto diventeranno 198. "Siamo consapevoli che in un momento di emergenza sanitaria ognuno deve fare la sua parte. A Bollate, con grande professionalità e impegno, ci siamo messi in gioco e abbiamo accettato questa nuova sfida".
All'avanguardia per il trattamento avanzato dei detenuti, nei giorni scorsi, nel carcere di Milano Bollate è stato aperto il reparto di degenza Covid. Si tratta del più grande hub della Lombardia, destinato a ospitare i detenuti risultati positivi al coronavirus provenienti dagli istituti penitenziari della regione. Cosima Buccoliero, direttore uscente del carcere, spiegare come, insieme al personale di polizia penitenziaria, ha lavorato per attivare questo reparto.
"Il carcere di Bollate è stato individuato dal Dipartimento Amministrazione Penitenziaria perché strutturalmente è quello che ha lo spazio e le caratteristiche richieste per il Covid hub. Abbiamo destinato a questo servizio alcune parti del settimo reparto (di solito occupato dai sex offenders, nda), spostando i detenuti in altri reparti.
L'hub ha un accesso indipendente, con una porta ad apertura elettromagnetica, e tutti i requisiti sanitari richiesti, come per esempio la doccia nella cella, l'ambulatorio nel caso in cui sia necessario fare delle visite mediche e la postazione per il personale di polizia - racconta il direttore uscente - in questo momento abbiamo 59 detenuti positivi al Covid ma asintomatici, nei prossimi giorni sarà ampliato fino a raggiungere una disponibilità di 198 posti su tre piani detentivi". La gestione del reparto è affidata agli operatori sanitari, medici e infermieri, il personale di polizia penitenziaria invece è predisposto al controllo.
"È dotato di tutti i dispositivi di protezione individuali per evitare il contagio, come legittimamente richiesto dalle organizzazioni sindacali di categoria", spiegano dal carcere. Inizialmente c'era stata un'alzata di scudi contro il reparto di degenza Covid per il mancato coinvolgimento della polizia penitenziaria nella fase decisionale.
Prima lettere di protesta e poi un confronto con la direzione del carcere hanno placato i malumori. Anche il comandante Samuela Cuccolo della polizia penitenziaria, ha espresso orgoglio per "l'impegno profuso dal personale di Polizia penitenziaria nella creazione del nuovo reparto che servirà alle esigenze di diversi istituti lombardi in questo periodo di emergenza".
Gli ultimi dati resi noti sull'andamento della situazione sanitaria all'interno degli istituti penitenziari lombardi dal Provveditore per la Lombardia, Pietro Buffa, confermano che anche nelle carceri il virus si è diffuso più velocemente rispetto all'ondata di marzo e quindi è stato necessario cambiare strategia. Questi i numeri: 174 i detenuti contagiati, accolti in gran parte nei Covid hub di San Vittore e Bollate, 11 ricoverati e 142 operatori in quarantena fiduciaria per positività o contatti con persone risultate positive. "In questi primi giorni c'è stato un gran turn over di detenuti - conclude la Buccoliero - quelli accolti sono positivi ma senza sintomi, restano in isolamento nell'hub fino al secondo tampone negativo. A quel punto vengono riportati nel carcere di provenienza".
perugiatoday.it, 21 novembre 2020
L'emergenza coronavirus non ha risparmiato nemmeno le carceri e proprio per monitorare la diffusione del Covid negli istituti penitenziari la Regione Umbria ha deciso di costituire una specifica Task Force che si è riunita proprio oggi (venerdì 20 novembre) per la prima volta.
La Task Force è composta dal commissario straordinario all'Emergenza Sanitaria dell'Umbria, da due referenti della Direzione regionale Salute e Welfare e da un referente per ciascuna delle Aziende Usl dell'Umbria, con il compito di verificare le condizioni sanitarie e le condizioni specifiche in materia di prevenzione, trattamento e aspetti organizzativi sanitari per la gestione covid-19 all'interno degli Istituti Penitenziari che insistono sul territorio regionale.
Durante l'incontro di ieri - presenti i referenti covid di tutti gli istituti - sono state condivise le varie situazioni e gli obiettivi programmatici ed è stato stabilito di avviare una serie di visite negli istituti penitenziari, a partire dalla prossima settimana.
La Regione ha deciso di costituire la Task Force dedicata a seguito di una serie di interlocuzioni avviate dopo che il 28 ottobre si era tenuta la riunione del Tavolo dell'Osservatorio Permanente sulla Sanità Penitenziaria, strumento del quale la Regione si è dotata per monitorare e attuare gli indirizzi istituzionali ritenuti strategici ai fini della tutela della salute, globalmente intesa, dei detenuti e delle persone sottoposte a provvedimenti penali.
La Regione ha inteso quindi adottare una strategia interistituzionale volta alla massima efficacia con i diversi soggetti coinvolti nel Tavolo dell'osservatorio, tra i quali l'Amministrazione Penitenziaria, la Magistratura di Sorveglianza e il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale.
In particolare in tale sede - anche alla luce della situazione registrata nei giorni scorsi nel carcere di Terni dove attualmente i detenuti positivi sono 22, visto che dei 75 positivi al covid, 53 si sono negativizzati - è stato stabilito con l'Amministrazione Penitenziaria di procedere a un aggiornamento condiviso delle procedure e dei protocolli già attivati in fase precedente, con la creazione di una Linea di indirizzo regionale finalizzata a garantire omogeneità interpretativa e applicativa, quindi con un'efficacia ancora maggiore nell' attuale fase critica, volta a bloccare l'ingresso e la propagazione del virus negli istituti penitenziari.
umbriajournal.com, 21 novembre 2020
Radicali Perugia: approvare un nuovo protocollo per ampliare le possibilità di inserimenti lavorativi con il coinvolgimento della Cassa delle Ammende. "Accogliamo favorevolmente la notizia, comunicata ieri durante i lavori in Commissione Consigliare, che già tre detenuti hanno iniziato a svolgere attività lavorative nel territorio comunale di Perugia e che un quarto inizierà a breve sulla base del protocollo esistente fra Comune e Carcere di Capanne, riattivato dopo lo stop durato qualche anno". È quanto affermano in una nota i rappresentanti dell'Associazione Radicali Perugia, Michele Guaitini e Andrea Maori commentando l'esito dei lavori dei lavori della Commissione Consigliare del Comune di Perugia.
"Questo importante risultato" continuano i Radicali Perugia, "è stato possibile grazie all'iniziativa di sensibilizzazione e di lavoro politico svolto in commissione che ha permesso di sbloccare una situazione burocratica insostenibile". Il tutto ha preso il via a seguito dell'iniziativa "Ferragosto in carcere" di questa estate. In quell'occasione, grazie all'azione intrapresa dal Partito Radicale, il consigliere comunale del PD, Francesco Zuccherini, accompagnato dal Capogruppo del Pd in Regione Tommaso Bori, si sono recati presso l'istituto penitenziario di Capanne per una visita. Nel corso dell'incontro con i vertici dell'Istituto, si è discusso anche dell'aspetto lavorativo dei detenuti.
A questa attività è seguito un ordine del giorno presentato per la discussione presso la III commissione del comune di Perugia (primo firmatario lo stesso Zuccherini). Nella proposta si chiedeva di rinnovare e ampliare il protocollo d'intesa esistente tra il carcere di Capanne e il Comune di Perugia per l'impiego di detenuti per piccoli lavori di manutenzione e decoro urbano.
Nello stesso documento si prevedeva il coinvolgimento della Casse delle Ammende, l'ente che eroga finanziamenti per programmi di reinserimento di detenuti e di internati. "Prendiamo atto che questo ordine del giorno sta riscontrando un consenso anche da parte della maggioranza e quindi auspichiamo una sua rapida approvazione del Consiglio comunale" hanno concluso i rappresentanti di Perugia Radicale.
Il Tirreno, 21 novembre 2020
"Il carcere di Pistoia ha una capienza ufficiale di 56 unità. Attualmente vi sono internati 86 detenuti, il 50% in più di quanti, per ragioni di salubrità ed igiene, potrebbe ospitarne. Il sindaco, massima autorità cittadina sul tema, dovrebbe procedere all'immediata chiusura della struttura (Vicofaro docet)".
La denuncia della situazione in cui, in tempo di Covid, versa la casa circondariale di Santa Caterina in Brana, arriva dall'avvocato Fausto Malucchi, noto penalista di Pistoia, tra l'altro fra i legali che assistono don Massimo Biancalani nelle sue vicende legate all'accoglienza di migranti nella parrocchia di Vicofaro.
In effetti, ormai da qualche settimana, proprio per evitare un sovraffollamento che sarebbe una bomba innescata per il propagarsi del contagio nel caso vi fosse qualche detenuto positivo, il carcere di Pistoia ha di fatto chiuso le sue porte a nuovi ingressi: tutti i nuovi arrestati che devono essere messi in cella in attesa di comparire davanti al giudice vengono difatti portati nel carcere di Prato.
Fatto sta che per quella che è la sua capienza, il Santa Caterina continua ad ospitare un numero di detenuti al di sopra della sua capienza.
"Trattandosi peraltro di una drammatica e ricorrente situazione su tutto il territorio nazionale, non esiste alternativa ad un indulto o meglio ancora ad un'amnistia che risolverebbe anche l'insostenibile carico oggi gravante sui singoli uffici giudiziari. Rita Bernardini - prosegue l'avvocato Malucchi riferendosi alla parlamentare radicale - ed altre 500 persone stanno portando avanti uno sciopero della fame per questa battaglia di civiltà e soprattutto di legalità".
Il carcere di Pistoia deve fare i conti con il fatto che fu realizzato agli inizi del 1900, con spazi e concezione di altri tempi. Anche l'immagine del penitenziario doveva conformarsi ai canoni stabiliti dal periodo storico, ovvero dare un aspetto di forza e sicurezza a difesa dello Stato. I lavori definitivi terminarono agli inizi del 1921. Dopo anni di sovraffollamento e di condizioni di vita al limite (con anche 8 detenuti costretti a vivere in celle concepite per due persone), un notevole miglioramento è arrivato, paradossalmente, con la tempesta di vento che nel 2015 distrusse parte del tetto e con i lavori di ristrutturazione terminati all'inizio del 2019.
terninrete.it, 21 novembre 2020
Sono attualmente 22 i positivi al virus fra i detenuti nel carcere di Terni. Negli ultimi giorni infatti 53 dei 75 soggetti positivi sono risultati nuovamente negativi. Il dato è emerso durante la riunione, avvenuta nel pomeriggio, della Task Force regionale costituita nei giorni scorsi proprio per verificare le condizioni sanitarie all'interno degli Istituti Penitenziari situati in Umbria.
La Task Force è composta dal Commissario straordinario all'Emergenza Sanitaria dell'Umbria, da due referenti della Direzione regionale Salute e Welfare e da un referente per ciascuna delle Aziende USL dell'Umbria, con il compito di verificare le condizioni sanitarie e le condizioni specifiche in materia di prevenzione, trattamento e aspetti organizzativi sanitari per la gestione covid-19 all'interno degli Istituti Penitenziari che insistono sul territorio regionale.
La Regione Umbria ha deciso di costituire la Task Force dedicata a seguito di una serie di interlocuzioni avviate dopo che il 28 ottobre si era tenuta la riunione del Tavolo dell'Osservatorio Permanente sulla Sanità Penitenziaria, strumento del quale la Regione si è dotata per monitorare e attuare gli indirizzi istituzionali ritenuti strategici ai fini della tutela della salute, globalmente intesa, dei detenuti e delle persone sottoposte a provvedimenti penali. La Regione ha inteso quindi, adottare una strategia interistituzionale volta alla massima efficacia con i diversi soggetti coinvolti nel Tavolo dell'osservatorio, tra i quali l'Amministrazione Penitenziaria, la Magistratura di Sorveglianza e il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale.
di Federico Garau
Il Giornale, 21 novembre 2020
Il caso di un 'ndraghetista ristretto da 10 anni al 41-bis. Il tribunale di sorveglianza aveva concesso la rivista, purché fossero rimosse le parti scritte che potevano veicolare messaggi, ma l'amministrazione ha fatto ricorso in Cassazione. Ricorso in Cassazione per impedire l'ingresso di riviste porno all'interno del penitenziario: il caso, che ha dell'incredibile, si è verificato nel carcere di Rebibbia (Roma), dove un detenuto al 41-bis ha chiesto di poter ricevere un giornale per adulti, innescando una vera e propria querelle giudiziaria che va avanti da ormai più di un anno.
A riportare la notizia è "Il Tempo", che racconta come il carcerato, un 'ndraghetista condannato all'ergastolo e da 10 anni dietro le sbarre, abbia fatto richiesta di avere una rivista porno lo scorso settembre 2019. Il regime 41-bis è molto duro, ed ai condannati viene concessa soltanto un'ora di socializzazione al giorno con altri 4 soggetti che hanno ricevuto la medesima pena. Incontrare qualcun altro è impensabile, e neppure internet può essere d'aiuto, dato che all'interno dei penitenziari non è possibile accedere alla rete e trovare nei meandri del web immagini osè. I detenuti, pertanto, possono solo ricorrere al vecchio sistema delle riviste.
La richiesta del carcerato, tuttavia, era stata inizialmente respinta sia dall'amministrazione carceraria che dal magistrato del tribunale di sorveglianza. Il timore di entrambi gli organi era che la rivista in questione potesse essere utilizzata come tramite per far pervenire al detenuto ristretto al 41-bis messaggi oppure oggetti nascosti. È infatti capitato in passato che giornali o altri elementi cartacei fossero stati utilizzati dai complici dei carcerati per comunicare con i mafiosi rinchiusi all'interno delle strutture penitenziarie. Per questa ragione il tribunale di sorveglianza aveva negato la rivista non riscontrando nella richiesta alcun tipo di necessità correlata al "diritto alla sessualità", quanto piuttosto "un mero interesse alla visione delle immagini non essenziale per l'equilibrio psicofisico".
Da qui l'intervento di Lorenzo Tardella, legale che rappresenta il detenuto. L'avvocato ha infatti deciso di presentare ricorso, spiegando che per evitare problemi "basterebbe strappare le pagine di testo e lasciare le immagini". Una motivazione che ha convinto il tribunale di sorveglianza, il quale ad ottobre ha infatti deciso di procedere alla sottoscrizione di un abbonamento ad una rivista pornografica "a spese dell'interessato". Rivista che sarebbe stata consegnata al detenuto solo in seguito a rigorosissimi controlli (con tanto di eliminazione di parti scritte).
Tutto sembrava risolto, ma l'amministrazione carceraria ha deciso di fare a sua volta ricorso, rivolgendosi giorni fa alla corte suprema di Cassazione. "Mi pare assurdo togliere a un detenuto persino la possibilità di crearsi un ambiente mentale per la propria sessualità", ha commentato l'avvocato Tardella, come riportato da "Il Tempo". "Per di più trattandosi di persona condannata all'ergastolo e, dunque, con un orizzonte sessuale molto ridotto. E un'afflizione ingiustificata".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 21 novembre 2020
Il testo atteso in aula il 27 novembre. Ma intanto il Movimento 5 Stelle torna a dividersi. Slitta ancora l'arrivo nell'aula della Camera del decreto immigrazione, mentre è sicuro che il governo metterà la fiducia quando si arriverà al voto. Il testo destinato a mandare in soffitta i decreti sicurezza di Matteo Salvini ha fatto posto in Commissione Affari costituzionali alle nuove misure sul Covid e se non ci saranno sorprese riceverà il via libera da Montecitorio venerdì 27 novembre. Se non ci saranno sorprese, perché tra ostruzionismo delle opposizioni e l'ennesima fronda interna al Movimento 5 Stelle, il percorso del provvedimento in Commissione è stato fino a oggi a dir poco complicato.
L'ultimo incidente si è avuto giovedì, quando 21 deputato pentastellati hanno presentato un emendamento riguardante le navi delle ong che, pur mantenendo l'abolizione delle maxi multe volute dal leader leghista, ripristinava però la confisca del mezzo. Una misura decisamente controcorrente rispetto al testo varato dal governo.
L'emendamento è stato prima ritirato, poi riammesso e infine bocciato, ma quanto accaduto la dice lunga sugli umori che un tema come l'immigrazione suscita all'interno del Movimento. Il presidente della Commissione Affari Costituzionali Giuseppe Brescia (M5S), ha ridimensionato l'incidente ricordando come la maggioranza alla Camera sia solida e non correrebbe rischi neanche se dovessero mancare i voti dei 21 deputati dissidenti. Ciò non toglie che quanto accaduto allunga un'ombra sul successivo voto del Senato, dove i numeri sono differenti e dove Lega e Fratelli d'Italia potrebbero approfittare del malumore che l'immigrazione suscita anche tra qualche senatore 5 Stelle.
In attesa di eventi futuri il decreto va avanti a piccoli passi, con l'esame degli emendamenti che riprenderà lunedì. Ieri la Commissione ha approvato un emendamento presentato dalle dem Laura Boldrini e Barbara Pollastrini con cui si vieta l'espulsione - e quindi estende il diritto alla protezione - dei migranti che nel proprio Paese di origine rischiano di essere perseguitati anche per motivi di "orientamento sessuale e identità di genere", aggiungendo le due nuove motivazioni a quelle già previste dalla legge e che riguardano la razza, il sesso, la religione, la cittadinanza e le opinioni politiche. "È vero che le commissioni territoriali nel loro operare, già ne tengono conto - ha spiegato Boldrini - ma è altrettanto vero che nella nostra legislazione esisteva un vuoto normativo che con questo emendamento è stato finalmente colmato". La norma ha suscitato le proteste di Lega e Fratelli d'Italia.
Tra gli emendamenti approvati in precedenza ci sono quello presentato da Riccardo Magi (+Europa) e Luca Rizzo Nervo (Pd) che prevede la possibilità di convertire in permesso di soggiorno per motivi di lavoro i permessi di soggiorno concessi per cure mediche, a patto che il richiedente abbia trovato un impiego in Italia. E quello presentato dal deputato Stefano Ceccanti (Pd) che abroga le quote massime di stranieri da ammettere regolarmente nel territorio dello Stato per lavoro subordinato tramite i decreti flussi.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 21 novembre 2020
"Non me l'aspettavo, mi sembrava un riconoscimento irraggiungibile, mi rende felice averlo ottenuto perché è il risultato di una candidatura forte da parte di rappresentanti del mondo penitenziario. L'Ambrogino d'Oro premia anche tutti quelli con i quali collaboro e attesta i buoni risultati di un lavoro comune".
Cosima Buccoliero, direttrice reggente dal 2019 della casa di reclusione di Milano Bollate e dell'Istituto Minorile Beccaria, commenta così l'assegnazione della massima onorificenza concessa dal Comune di Milano. Per i tanti rappresentanti del mondo penitenziario che hanno sostenuto la sua candidatura si tratta di "un grande riconoscimento alla professionalità, alla competenza, al coraggio e all'umanità di chi sa guardare oltre".
Il riconoscimento alla direttrice di un carcere, uno dei contesti più "a rischio" non solo per la diffusione del contagio ma anche per la tensione causata nei detenuti dalla sospensione di colloqui, benefici e molte attività, ha il merito anche di mettere in luce le tante misure adottate in tutti gli istituti penitenziari per fronteggiare un'emergenza senza precedenti. Bollate è stato il primo carcere a utilizzare il sistema Webex-Cisco Systems - messo poi a disposizione di altre strutture italiane - che ha consentito migliaia di incontri virtuali, telefonate e videochiamate, tra detenuti e familiari.
"Durante la prima fase della pandemia - racconta Buccoliero - abbiamo messo in atto queste e altre misure, come la didattica a distanza. Abbiamo anche lavorato su altri fronti, avviato la produzione di mascherine chirurgiche con il progetto #Ricuciamo e creato un hub per malati Covid. Iniziative come queste non ci sono state solo a Bollate e sono contenta se il premio diventa un'occasione per far conoscere l'impegno di tutto il mondo penitenziario".
Buccoliero, arrivata a Milano dalla Puglia nel 2003, ha iniziato a lavorare come direttore aggiunto nel carcere bollatese affiancando dirigenti 'illuminati', autori di molti progetti innovativi, i quali - ci tiene a sottolineare - "hanno cambiato la mia visione del carcere" tiene a sottolineare.
In chiusura un pensiero alla 'sua' Milano: "Ormai sento di appartenere a questa città che amo profondamente. Devo molto all'associazionismo, qui molto radicato e all'intero territorio lombardo, sempre presente e determinante nei risultati che abbiamo conseguito. Un apporto che testimonia proprio quanto sia importante la contaminazione tra interno ed esterno, tra società libera e mondo penitenziario".
La direttrice capace di "guardare oltre" immagina un futuro in cui videochiamate, didattica a distanza e tutti gli strumenti d'inclusione digitale, utili a renderei luoghi di detenzione parte del territorio, possano trovare spazio: "Spero che ci sarà una riflessione generale sull'uso della tecnologia in carcere. Credo che molti direttori la pensino come me e che si possa discutere sulla possibilità di utilizzare questi mezzi anche per contatti che vadano oltre i colloqui con i familiari, ovviamente per quanto riguarda solo i detenuti di media sicurezza. Abbiamo sfatato il mito che fosse impossibile introdurre la comunicazione tecnologica in carcere, ora dobbiamo riflettere sui benefici che può portare mantenerne l'uso".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 21 novembre 2020
L'emancipazione delle donne spicca tra i punti in agenda del vertice del G20, ospitato virtualmente oggi e domani dall'Arabia Saudita. Quello dell'empowerment femminile è il nuovo tema dell'incessante campagna di pubbliche relazioni con la quale il principe della Corona Mohamed bin Salman vuole promuovere le sue politiche riformatrici e mostrare al mondo che l'Arabia Saudita è un paese moderno e aperto agli affari.
Purtroppo, le autentiche protagoniste delle riforme languono in carcere dalla metà del 2018, "colpevoli" di aver rivendicato a sé stesse e alle loro lotte alcuni passi avanti verso la fine della discriminazione di genere, come l'abolizione del divieto di guida per le donne e l'attenuazione de sistema del "guardiano", che affidava al "maschio della famiglia" ogni decisione riguardante la vita delle parenti.
Loujain al-Hathloul, una delle protagoniste della campagna per il diritto a guidare, è stata arrestata nel maggio 2018. Era stata già arrestata nel 2014 e detenuta per 73 giorni. Dopo il rilascio, aveva continuato a lottare per l'abolizione del divieto di guida per le donne e per la fine del sistema del tutore maschile. Il 26 ottobre ha intrapreso uno sciopero della fame per protestare contro il rifiuto di farle mantenere contatti regolari con la famiglia. Si sente molto debole ed esausta e vi sono molte preoccupazioni per le sue condizioni di salute.
Nassima al-Sada e Samar Badawi sono state arrestate nell'agosto 2018. Badawi, oltre ad aver preso parte alla campagna per porre fine al divieto di guida per le donne, si è spesa per chiedere la scarcerazione di suo marito, l'avvocato per i diritti umani Waleed Abu al-Khair, e di suo fratello, il blogger Raif Badawi. Al-Sada ha svolto per molti anni campagne per i diritti civili e politici, i diritti delle donne e quelli della minoranza sciita della Provincia orientale dell'Arabia Saudita. Nouf Abduaziz, blogger e giornalista, è stata arrestata nel giugno 2018. Lo stesso è accaduto all'attivista Maya'a al-Zahrani, che aveva pubblicato un post per chiedere la scarcerazione di Abdulaziz. Amnesty International ha chiesto ai leader del G20 di cogliere l'occasione del vertice per chiedere il rilascio immediato delle cinque donne, in carcere da oltre due anni a causa del loro impegno in favore dei diritti umani.
di Paolo Lepri
Corriere della Sera, 21 novembre 2020
Il direttore dell'Unrwa - svizzero, 56 anni - teme che la crisi finanziaria dell'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati pastinesi, sorretta dal contributo volontario dei Paesi Onu e Ue, possa provocare un "disastro totale" nella striscia di Gaza e accrescere l'instabilità del Libano. "Sarebbe una conseguenza drammatica - ha avvertito - dover chiudere le nostre scuole e i nostri centri sanitari proprio durante la pandemia".
"Siamo sull'orlo del precipizio", avverte Philippe Lazzarini, che da marzo dirige l'Unrwa, l'agenzia della Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi, fondata nel 1949. Il suo bilancio, coperto dalle donazioni volontarie dei Paesi Onu e dell'Unione europea, ha un buco di quasi 60 milioni di euro per i mesi di novembre e dicembre. È fortemente minacciata, quindi, la sussistenza di circa 5,7 milioni di profughi in Cisgiordania, a Gaza, a Gerusalemme Est, in Libano e in Giordania. Sono a rischio anche i salari di dei 28.000 dipendenti. "Le nostre risorse finanziarie - ha detto nei giorni scorsi Lazzarini - sono al loro livello più basso di sempre. Ci auguriamo di poter mantenere l'Unrwa operativa. Faremo tutto il possibile per riuscirci".
Svizzero, 56 anni, studi a Losanna e Neuchâtel, sposato con quattro figli, Lazzarini ha un'esperienza trentennale nell'assistenza umanitaria e nel coordinamento internazionale nelle aree di crisi. Lavora dal 2003 nel sistema della Nazioni Unite. È proprio la grande conoscenza dei problemi maturata in questo lungo periodo a renderlo molto preoccupato. A suo giudizio la crisi finanziaria dell'Unrwa, in particolare, potrebbe provocare un "disastro totale" nella striscia di Gaza e accrescere l'instabilità del Libano. "Sarebbe una conseguenza drammatica dover chiudere le nostre scuole e i nostri centri sanitari proprio durante la pandemia", ha sottolineato in una intervista alla Neue Zürcher Zeitung.
Un colpo determinante all'agenzia dell'Onu, già in difficoltà, è arrivato nel 2018 con la decisione del presidente americano Donald Trump di sospendere i contributi degli Stati Uniti. Alle casse dell'organizzazione sono venuti a mancare oltre 300 milioni di dollari. Con il cambio della guardia alla Casa Bianca è ora certamente possibile un'inversione di rotta, ma è necessario che sia rapida: la posta in gioco è troppo alta. Lazzarini sembra abbastanza fiducioso. "Tutti i segnali indicano che ci sia disponibilità a ripristinare la partnership che abbiamo avuto per lungo tempo con l'amministrazione americana". Non è l'unico a sperare in Joe Biden.
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