di Franco Corleone
L'Espresso, 19 febbraio 2021
Devo confessare che quando il Presidente Napolitano nominò Marta Cartabia giudice costituzionale il primo riflesso fu quello dettato dal pregiudizio ideologico.
Ricordo con emozione la sua relazione nella udienza che portò alla dichiarazione di incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi, esempio del più perverso proibizionismo. Ero accanto a Giovanni Maria Flick che, superando le remore legate al suo ruolo di ex presidente della Corte, accettò di essere l'avvocato per accusare quella legge criminogena di essere il frutto dell'inganno e della truffa contro il Parlamento.
di Paolo Berizzi
La Repubblica, 19 febbraio 2021
Immacolata Iacone a 19 anni sposò il super-boss della Camorra deceduto ieri. Con la fecondazione assistita la coppia ha avuto una figlia. "In carcere l'avevano ridotto a un fantasma. Nemmeno ci riconosceva più". Un solo bacio in 20 anni. Dopo il matrimonio le disse: "Tu hai scelto di stare con un morto".
"È morto come volevano. L'hanno ridotto a un fantasma che non riconosceva più né me né nostra figlia". Seduta in un chiosco davanti all'ospedale di Parma insieme alla figlia Denise e a due cugini che le hanno accompagnate in auto nella notte da Ottaviano, Immacolata Iacone, 57 anni, parla con una voce stanca. È la moglie di Raffaele Cutolo. La donna che, a 18 anni - era il 1982 - in visita nel carcere di Ascoli Piceno dal fratello detenuto viene folgorata dallo sguardo del super-boss della Nuova Camorra organizzata. Cutolo, il Male. Il criminale feroce e spietato che per anni distribuisce sangue e morte in Campania dichiarando guerra allo Stato e minacciando e ricattando politici e boss rivali. Nell'83 Immacolata lo sposa nell'ex isola-carcere dell'Asinara. "Un matrimonio bianco", dice lei. "Ci siamo baciati una sola volta in 20 anni". Nel 2007, grazie al permesso ottenuto dai legali dell'ex boss in regime di 41bis, l'inseminazione artificiale e la nascita di Denise Cutolo, che oggi ha quasi 14 anni.
Quando ha visto l'ultima volta suo marito?
"Quindici giorni fa. Non mi riconosceva. Mi scambiò per mia cognata. Era ormai quasi completamente assente. Non sapeva nemmeno in quale città si trovasse. Non mangiava più".
Ora vedrà la salma?
"Stiamo aspettando che ce lo lascino vedere. Pensare che avrei dovuto vederlo oggi. Ma da vivo".
Cioè?
"Negli ultimi giorni, sapendo che le sue condizioni erano peggiorate, avevo chiesto con insistenza di poterlo vedere. Mi avevano autorizzato a venire a Parma proprio oggi. E invece ieri sera mi hanno chiamato per dirmi che era morto".
Da quanto tempo era ricoverato in ospedale?
"Da luglio. Prima nel reparto detenuti. Poi, quando la polmonite è peggiorata e gli ha procurato la setticemia al cavo orale, lo hanno trasferito in un altro reparto. Voglio sperare che abbiano fatto tutto il possibile per curarlo".
Perché, pensa il contrario?
"Non lo so. Non so quanto fosse grave l'infezione che lo aveva colpito. Non so nemmeno se questa polmonite fosse o meno Covid. Lo vedranno, forse, con l'autopsia. Stiamo cercando di capire se gliela faranno. Poi spero ci autorizzino a portarlo a Ottaviano. E che ci facciano fare il funerale".
Perché dice che suo marito è morto "come volevano"?
"Da anni è come se avessero già scritto la sentenza di morte. Solo e isolato. Lo era da 50 anni. Nonostante fosse diventato l'ombra di se stesso, nonostante non sapesse più nemmeno dove si trovasse e chi avesse di fronte, continuavano a ritenerlo pericoloso".
Per i tribunali lo era ancora. E poi c'è un tema fondamentale: suo marito ha ucciso e fatto uccidere, ha distribuito morte per anni. Un boss spietato. Non pensa alle sue vittime? Ai familiari?
"Certo. Mio marito ha fatto del male e capisco che per molti Cutolo è stato il male assoluto. Ma ha scelto di pagare le sue pene fino all'ultimo giorno. Senza chiedere sconti, senza pentirsi. E questo perché considerava il pentimento solo un modo per ottenere benefici e sconti di pena".
Con gli avvocati avevate chiesto gli venisse revocato il 41bis.
"Richieste sempre rigettate. C'è sempre stato un muro. Io dico che era giusto che mio marito pagasse per quello che ha fatto. Ma penso che, come tutti i detenuti, meritasse dignità. Dopo oltre mezzo secolo di carcere. Essendo per di più malato da tempo."
Vostra figlia è con lei?
"Si. Volevo restasse a casa, a Ottaviano. Ma ieri sera mi ha detto: 'Fate decidere a me, per favorè. Ed è venuta. Vuole vedere suo padre. Sa quello che ha fatto, conosce la sua storia. Ma è suo padre".
Porterà sempre un cognome ingombrante.
"È una figlia modello, ha sofferto e soffre. Come hanno sofferto e soffrono le vittime di camorra, le vittime di mio marito".
Il nome di Cutolo evoca un passato di atrocità, e segreti che suo marito si porta nella tomba.
"Forse il suo nome farà paura anche da morto. Mi chiedo ancora, in queste ore, come si poteva pensare fosse ancora pericoloso un uomo di 80 anni nelle sue condizioni. Ma evidentemente doveva andare così".
Senza entrare nel giudizio e nei sentimenti: come ha fatto a sposare un uomo di cui sapeva che, con ogni probabilità, sarebbe rimasto in carcere a vita?
"Lui me lo diceva sempre: hai sposato un morto. Ti sei sposata e sei diventata subito vedova. Ma ho fatto questa scelta e, se tornassi indietro, nonostante tutto, la rifarei".
di Giacomo Salvini
Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2021
La fiducia c'è, bulgara, anche alla Camera: 535 sì, 56 no e 5 astenuti. Il governo Draghi non riesce a superare il record di Mario Monti del 2011 (556 favorevoli) ma da oggi può iniziare a lavorare. Con una prima grana tutta politica: la scissione nel M5S. Dopo i 21 dissidenti al Senato, alla Camera.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 febbraio 2021
La Cassazione ha confermato la decisione del Csm sull'allora magistrato di sorveglianza di Brescia che con la sua condotta aveva danneggiato la donna. La donna era ai domiciliari, l'allora magistrato di sorveglianza di Brescia le aveva negato il permesso per andare in ospedale a interrompere la gravidanza. Lo aveva fatto per obiezione di coscienza. Per questo è stato censurato dal Csm per la sua condotta che aveva anche danneggiato la donna. Ora la Cassazione, con la sentenza numero 3780, conferma tale decisione. Ripercorriamo i fatti. Il magistrato è stato sottoposto a procedimento disciplinare, perché nel 2012 ha respinto l'istanza della donna ai domiciliari che chiedeva di allontanarsi dall'abitazione per sottoporsi ad un intervento di interruzione volontaria di gravidanza. Il rigetto lo ha motivato con un provvedimento dal seguente tenore: "Non ravvisandosi i presupposti di cui l'articolo 284, comma 3, cod. proc. Pen., richiamato dall'articolo 47 ter dell'ordinamento penitenziario".
L'interruzione di gravidanza contraria ai suoi principi religiosi - Secondo il capo di incolpazione tale motivazione sarebbe stata fondata su una interpretazione dell'articolo citato e palesemente in violazione di legge, strumentalizzata al fine di impedire alla donna di eseguire il programmato intervento che lo stesso riteneva non praticabile perché contrario ai suoi principi religiosi, così come reso palese dal successivo provvedimento, adottato su nuova istanza della detenuta, con il quale il magistrato rimetteva il fascicolo alla presidente della Sezione con la seguente motivazione: "(...) ritendendo questo magistrato di astenersi dall'emissione del richiesto provvedimento per ragioni di coscienza e ritenendo che il diritto all'obiezione di coscienza debba essere riconosciuto anche agli appartenenti all'ordine giudiziario (stante la particolare ristrettezza dei tempi non è possibile sollevare la questione di legittimità costituzionale". Il magistrato, quindi, è stato incolpato di vari illeciti. Nel capo di incolpazione si legge che il magistrato, violando i doveri di imparzialità, correttezza, equilibrio e rispetto della dignità della persona di cui all'articolo 1 del decreto legislativo numero 109 del 2006, avrebbe arrecato grave discredito sia all'istituzione giudiziaria che alla donna con un ingiusto danno: quest'ultima si è vista costretta a riproporre l'istanza e di rinviare l'intervento chirurgico in una data assai prossima alla scadenza dei novanta giorni entro i quali poter praticare l'intervento.
La sentenza del Csm confermata anche dalla Cassazione - Con la sentenza depositata il 22 luglio scorso, la sezione disciplinare del Csm ha dichiarato l'allora magistrato di sorveglianza di Brescia, responsabile degli illeciti e gli ha inflitto la sanzione disciplinare della censura. Sempre la sezione disciplinare, dopo aver premesso che la richiesta della donna era senz'altro intesa ad ottenere l'autorizzazione a recarsi fuori dal luogo della detenzione domiciliare per sottoporsi a trattamento di interruzione volontaria della gravidanza, ha osservato che le ragioni oggettive della richiesta rientrano sicuramente tra quelle indispensabili esigenze di vita la cui sussistenza consente l'autorizzazione ad assentarsi dal luogo di detenzione domiciliare per il tempo necessario ad assentarsi dal luogo di detenzione domiciliare per il tempo necessario a provvedere alla loro soddisfazione. Il magistrato ha quindi fatto ricorso in Cassazione. Il pubblico ministero, opponendosi al ricorso, nelle sue conclusioni scritte sottolinea che la scelta di ricorrere all'aborto, è "un diritto personalissimo che non tollera limitazioni a causa dello stato di detenzione". La Cassazione ha rigettato il ricorso confermando la censura posta dal Csm. Per la Corte suprema, il magistrato di sorveglianza - sostenendo che non c'erano i presupposti per accogliere la richiesta -, aveva, di fatto, escluso che l'interruzione di gravidanza potesse rientrare tra le indispensabili esigenze di vita che consentono di lasciare "a tempo" i domiciliari o il carcere. Sia i probi viri sia la Cassazione chiariscono che la nozione di indispensabili esigenze di vita non va intesa solo in senso materiale ed economico, ma letta come una tutela dei diritti fondamentali della persona. Sì, perché la donna, a causa del magistrato di sorveglianza, ha dovuto rinviare ulteriormente la data dell'operazione e ciò - come si legge nelle osservazioni della sezione disciplinare del Csm - è "disagevole sotto il profilo psicologico e fisico per ogni donna, tanto più questa versa in condizioni di detenzione".
di Elena Del Mastro
Il Riformista, 19 febbraio 2021
Aveva chiesto per mesi di avere un lettore Cd e dei dischi da ascoltare ma gli erano stati negati. Ma il Tribunale di sorveglianza di Sassari ha stabilito che si tratta di "un diritto primario, un residuo di libertà". Per questo motivo ha concesso l'acquisto di un lettore e dei dischi per il boss barese Domenico Strisciuglio, soprannominato "Mimmo la luna", 48enne capo dell'omonimo clan mafioso del quartiere Libertà di Bari, detenuto dal 1999 al regime del 41bis.
"Non vi è dubbio - scrivono i giudici nel provvedimento - che sia in gioco il potenziale pregiudizio al diritto al trattamento e il diritto a svolgere attività culturali, che del trattamento sono elementi portanti. Attività, peraltro, che diventano ancora più significative in un regime, quale quello previsto dal 41bis, nel quale residua poco o nessuno spazio per attività in comune".
Per il Tribunale di sorveglianza, concedere al detenuto di ascoltare musica garantisce "diritti primari allo svolgimento di attività culturali, che sono fondamento del trattamento e che, più a fondo, costituiscono manifestazione della personalità che fanno parte di quel residuo di libertà personale" che non può essere violata "da qualsiasi tipologia di detenzione. A livello costituzionale, si tratta di diritti che trovano presidio direttamente negli articoli 2, 9, 21 e 33 della Costituzione". I giudici ritengono inoltre che "l'impossibilità di poter svolgere quei gesti segna un'indebita diversità di trattamento dai detenuti comuni e in media sicurezza, non giustificata da alcuna esigenza di sicurezza". Spiegano, anzi, che "il divieto di utilizzo di quel supporto non sarebbe proficuo sotto il profilo dell'incremento della tutela dell'ordine e della sicurezza e della maggior prevenzione di flussi comunicativi illeciti tra appartenenti alla stessa organizzazione criminale o organizzazioni criminali contrapposte e comprimerebbe inutilmente i diritti fondamentali sopra esplicitati".
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 19 febbraio 2021
Raffaele Cutolo, don Rafaele, è stato lasciato morire in carcere. La crisi polmonare che alla fine lo ha ucciso durava da un anno. La richiesta di arresti domiciliari era stata respinta perché la condizione di detenuto in regime di 41bis, in cella singola, garantiva il rispetto delle norme anti Covid. Le istanze di scarcerazione erano state respinte anche dopo l'aggravamento delle sue condizioni. Non per vendetta, come si dice di solito, ma per paura.
Non paura dell'uomo che era stato un tempo feroce, pericolosissimo, mandante di centinaia di omicidi fuori e soprattutto all'interno delle carceri dove i suoi killer avevano instaurato all'inizio degli anni ' 80 un vero regime di terrore. Paura dell'opinione pubblica, delle critiche, delle forze politiche giustizialiste sempre pronte a puntare il dito. Anche e quando a essere scarcerate perché in fin di vita sono persone che non rappresentano più alcun pericolo.
Raffele Cutolo aveva smesso da un pezzo di essere ' O Professore. Era stato sconfitto nella guerra di camorra che insanguinò Napoli a cavallo tra gli anni 70 e 80. Il suo miraggio di costruire una camorra ricalcata sul modello di quella ottocentesca, che aveva studiato sui libri dell'antropologo De Blasio, della quale cercava di farsi raccontare tutto dai vecchi camorristi nei primi anni della sua lunghissima detenzione e poi di estendere il dominio sull'intera Campania era affogato sotto le testimonianze dei suoi uomini più fidati diventati pentiti, l'uccisione del figlio, i tradimenti. "Credetemi, il crimine non paga.
Non seguite i falsi ideali di organizzazioni perché siamo, e mi metto anche io in mezzo, una razza d'infami che si pentono appena gli scattano le manette ai polsi. È molto meglio andare a lavorare per un solo tozzo di pane che arruolarvi nelle organizzazioni". Cutolo non poteva uscire neppure per morire, come non aveva potuto passare un solo giorno con la moglie sposata nel 1983 non perché ancora temibile ma perché, come scrivono senza perifrasi i magistrati rigettando le istanze di scarcerazione, "era un simbolo".
Non è il primo caso. Sono morti in carcere, vecchi, malati, senza più alcun potere Totò Riina e Bernardo Provenzano, i capi dei Corleonesi. Nessuno di loro, né Cutolo né i terribili corleonesi meritava forse la libertà. Erano boss spietati, con sulle spalle centinaia di omicidi, forse migliaia. Ma a condannarli a una morte spietata e solitaria non son stati i loro delitti ma il loro nome. Il ' simbolo' e ancor più la paura delle reazioni alla sola notizia che quei ' simboli' siano fuori da quelle quattro mura.
Non solo i criminali comuni sono soggetti a questa legge non scritta ma inesorabile. Mario Moretti, ex capo delle Br, è l'unico dell'intero commando di via Fani, ma quasi di tutte le Br a dover ancora tornare in carcere a dormire la notte. Moretti non firma la ' lettera di scusè ai parenti delle vittime, una formalità vuota e ipocrita che di solito viene redatta dagli avvocati e poi fatta firmare dall'interessato. Anche Mario Tuti, sul fronte opposto della barricata politica, all'estrema destra, è in carcere dal 1975, condannato non dai reati, gravissimi ma non più di quelli di tanti ex terroristi liberi da decenni ma dal nome e dal rifiuto di porgere scuse formali.
Renato Vallanzasca, il bel René, è stato uno dei nomi più noti della malavita milanese e italiana. Bello spavaldo, provocatori. Ha pagato il nome e il caratteraccio quasi più dei delitti per cui è stato condannato a quattro ergastoli. Nel 2010, dopo una trentina d'anni di carcere e molti rifiuti ottiene il lavoro esterno al carcere ma perde subito il beneficio per essersi appartato con una donna. Il lavoro gli viene restituito ma lo perde subito per le proteste degli abitanti del paese dove aveva trovato impiego. Pochi mesi dopo è di nuovo in regime di lavoro esterno ma nel 2014 si fa prendere mentre ruba in un grande magazzino calzini e mutande.
Verrà condannato a 10 mesi ma nel 2018, senza che nel frattempo sia mai uscito di nuovo di galera, il tribunale di sorveglianza di Milano, nonostante le richieste non solo dell'avvocato di Vallanzasca ma dello stesso carcere, stabilisce che deve scontare tutta la pena in carcere, non avendo dato segni di ravvedimento.
Una giustizia che nega ogni possibilità ai condannati per reati gravi è discutibile, poco civile, contraria ai princìpi della nostra Costituzione ma ha una sua logica, non differente da quella che ispira la pena di morte. Una giustizia condizionata dal nome del condannato più che dalla sua situazione reale e ostaggio di un'opinione pubblica spesso sollecitata nel modo e nel senso peggiore, invece, non è giustizia ma arbitrio.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 19 febbraio 2021
Il 15 febbraio 2021 muore all'ospedale di Pozzuoli Isabella P., una detenuta del carcere femminile di Pozzuoli ricoverata lì dall'11 febbraio. Era nel reparto articolazione psichiatrica ed il suo fine pena era previsto per il 2026. Era accusata di furto, estorsione e minaccia a pubblico ufficiale.
Aveva 37 anni, Isabella. Gli ultimi mesi della sua vita li ha vissuti in carcere consumando le giornate come consumava le sigarette, fumate una dietro l'altra per impiegare il tempo in una delle tre celle che divideva con altre sette detenute del reparto psichiatrico del carcere femminile di Pozzuoli. Tutto questo fino a ieri, quando una crisi respiratoria ne ha causato la morte. A nulla sono valsi i tentativi di rianimarla del personale sanitario del carcere, a nulla sono valsi i tentativi dei medici del pronto soccorso.
Ora il nome di Isabella P., nata a dicembre del 1983 a Torino, è un nome in più nell'elenco dei detenuti morti in carcere. Per cause naturali, certo. Ma in condizioni che spingono ancora una volta a chiedersi se davvero sia necessario tenere in cella persone fragili perché psicologicamente instabili, affette da patologie che minano la loro salute mentale e fisica. Isabella era detenuta per accuse di furto e oltraggio. E a questo punto della sua storia viene da porsi anche una seconda domanda: furto e oltraggio possono considerarsi reati che impediscono la possibilità di accedere a una misura alternativa al carcere? Sicuramente anche con assistenza e cure garantire al meglio, un carcere resta sempre un carcere: dovrebbe essere l'extrema ratio e finisce spesso per continuare a essere il contenitore dove confinare soggetti di cui la società fa fatica a prendersi cura in modo diverso.
Isabella era una detenuta del carcere di Bologna e in quello femminile di Pozzuoli ci era arrivata a settembre scorso per starci temporaneamente, solo il tempo che nel carcere di Bologna si competessero i lavori di ristrutturazione. Sarebbe stato questione di settimane e Isabella sarebbe tornata nella struttura emiliana, era stata anche già fissata la data del rientro.
E invece il destino ha messo un punto a tutto: alla sua giovane vita, alle trafile giudiziarie e burocratiche, alle cure e alle crisi, alle sigarette fumate una dietro l'altra per provare a ingannare il tempo e la malattia. Appena un mese fa il garante regionale della Campania, Samuele Ciambriello, aveva sollevato il tema della tutela della salute mentale in carcere, presentando un report con dati e cifre per descrivere una realtà piena di criticità. Perché non in tutte le carceri ci sono sezioni specializzate per ospitare al meglio detenuti con patologie psichiatriche e perché i ricoveri sono spesso lunghi finendo per diventare una sorta di "ergastolo bianco".
A tutto ciò si aggiunga che anche nelle strutture più attrezzate si verifica una compressione dei diritti individuali. La condizione di reclusione, lo stato di privazione della libertà, la condizione di dipendenza in cui il detenuto è costretto a vivere anche per far fronte alle più elementari necessità del vivere quotidiano sono fattori che condizionano la sfera psicologica e, nei casi di patologie pregresse, si sommano a tali patologie rendendo difficile, talvolta impossibile, la compatibilità tra salute mentale e reclusione in cella. Nell'ultimo anno si sono contati circa mille detenuti con disagi mentali negli istituti normali e 1.200 detenuti in istituti specifici.
Schizofrenia e disturbi psicotici, disturbi d'ansia e psicosi indotte dall'uso di particolari sostanze, disturbi dell'umore e della personalità sono tra le patologie più diffuse all'interno delle celle. Ma il vero problema restano i tempi: il soggiorno nelle sezioni cliniche di salute mentale dovrebbe durare pochi mesi per poi continuare con programmi terapeutici e riabilitativi da eseguirsi sul territorio, invece - come denunciato dal garante Ciambriello - "i detenuti che transitano in questi spazi vi restano in maniera cronica, come a scontare un ergastolo bianco".
di Lilina Golia
Corriere della Sera, 19 febbraio 2021
Brescia. "Sono innocente". L'ha scritto, nero su bianco, nel messaggio che ha lasciato ai familiari, prima di scendere in cantina, prendere una fune e farla finita. Ha scelto di morire un imprenditore del rottame di 60 anni, condannato poco più di una settimana fa in primo grado per fatture false, per uno dei tre filoni della maxi inchiesta antimafia Leonessa. Per l'imprenditore la pena più alta, sette anni e mezzo (la richiesta era di sei anni).
Per l'accusa era uno degli organizzatori dell'associazione a delinquere, uno dei finanziatori, oltre che utilizzatore delle fatture false per coprire operazioni in nero. Era finito in carcere anche con l'accusa di corruzione, nel secondo filone Leonessa: accusato di aver consegnato una mazzetta da 65 mila euro a un finanziere e a due funzionari Entrate per cambiare la valutazione sfavorevole della commissione tributaria regionale. Una condanna che non ha accettato. Che gli ha tolto la voglia di vivere. "Scusatemi - ha scritto ai Suoi - ma sono innocente".
di Valentino Sgaramella
Gazzetta del Mezzogiorno, 19 febbraio 2021
Si sarebbe tolto la vita perché stanco di non essere accettato dai suoi colleghi. Un agente di polizia penitenziaria in servizio all'interno di un carcere del Barese, è stato trovato morto all'interno della sua vettura a Bitritto, dove viveva con i suoi genitori Si sarebbe ucciso con la pistola d'ordinanza.
Avrebbe anche lasciato un biglietto sul cruscotto, messaggio attualmente nelle mani della Procura della Repubblica. C'è dunque un'inchiesta sulla morte dell'agente? Di fatto si sta tentando di approfondire lo scenario che fa da sfondo alla vicenda. Una testimonianza importante arriva dall'avvocato Antonio La Scala, presidente e fondatore dell'associazione "Gens Nova" della quale il poliziotto era membro.
"Sono ancora sconvolto - dice l'avvocato - Era un uomo un po' timido, ansioso per carattere, gentile. Due giorni fa ho raccolto il suo ennesimo sfogo: non ce la faceva più. Mi ripeteva che i colleghi lo prendevano in giro, non gli credevano, dicevano che non stava bene con il cervello, che era malato immaginario, lo dileggiavano perché non si era mai sposato".
Qualcuno, dunque, avrebbe evidenziato le differenze tra l'agente e l'ambiente, per così dire, machista tipico di molti ambienti militari. Aggiunge La Scala: "In quasi 15 anni di umiliazioni subite, ha sempre rifiutato l'etichetta di omosessuale, ma era questo l'argomento principale con il quale alcuni suoi colleghi lo tormentavano".
Il tema non è se l'agente fosse o meno omosessuale, il problema è il senso di isolamento che era costretto a vivere perché trattato in ogni caso da "diverso". Il presidente di "Gens Nova" ricorda un episodio risalente a 5 anni fa: "Un collega lo vede ad una stazione di servizio e lo riferisce ai superiori; scatta una denuncia per una malattia fasulla e truffa ma la denuncia viene archiviata dal pm perché anche in quel caso era in malattia e poteva comunque uscire".
Questo episodio sembra abbia segnato l'agente che da quel momento arriva a pensare perfino di poter essere pedinato. Soprattutto non digerisce che abbiano messo in dubbio la sua parola. "Due giorni fa era esausto - dice ancora La Scala - si sentiva nel centro del mirino, obiettivamente non stava bene, viveva in un'atmosfera ossessiva, si sentiva perseguitato".
C'è chi lo additava come diverso, chi come falso malato, chi riferiva ai superiori episodi sul suo conto, spesso frutto di fantasia. Questo, insomma, il clima nel quale l'agente avrebbe maturato la scelta di farla finita. Assistente capo coordinatore del corpo di polizia penitenziaria, 56 anni, originario di Bitritto, da molti anni era in servizio in un carcere di terra di Bari.
Nella notte tra il 17 e il 18 febbraio una pattuglia dei carabinieri ha notato un'automobile ferma accanto a una stazione di servizio nella zona 167. I militari hanno notato all'interno la sagoma di un uomo che sembrava addormentato, ma quando hanno aperto lo sportello si sono accorti del sangue abbondante. "Ogni volta che rientrava dalle riunioni in associazione era sereno, Antonio La Scala era diventato la persona a cui confidare tutto quello che ha subito in anni di servizio", racconta la madre sfinita dal dolore. Un padre anziano malato di cancro gli consentiva di usufruire della cosiddetta legge 104, assentarsi dal lavoro per accudire il genitore. Nel frattempo aveva chiesto di usufruire di un periodo di aspettativa.
"In questo periodo mio figlio non stava lavorando - dice ancora la donna - Mi chiedo come abbia potuto procurarsi la pistola che viene sistematicamente lasciata in armeria, nel carcere, al termine dell'orario di lavoro". L'avvocato La Scala, che si prepara a dare battaglia legale sulla vicenda, lancia intanto un altro tipo d'allarme: "Troppi suicidi tra militari delle forze dell'ordine, in media 60 ogni anno. Nelle scorse settimane si è tolto la vita un luogotenente dei carabinieri a Bari e un altro sottufficiale della Guardia di Finanza nell'aprile scorso, sempre a Bari".
Ancora sull'agente penitenziario suicida: "Aveva bisogno di un aiuto psicologico serio ma con massima discrezione, non facendolo sentire un folle o in colpa". Un aiuto che nessuno è riuscito a dargli, nemmeno all'interno del suo ambiente di lavoro che in alcuni casi è stato perfino percepito come ostile. Sarà la Procura barese ora a fare chiarezza sulle eventuali responsabilità.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 febbraio 2021
Nel carcere La Dozza di Bologna apre un reparto di articolazione psichiatrica, ma mancano le figure sanitarie e gli agenti penitenziari rischiano di trovarsi da soli a gestire situazioni critiche senza averne la competenza. A lanciare l'allarme è il sindacato di polizia penitenziaria Sinappe per voce della dottoressa Anna La Marca.
"Non abbiamo competenza sanitaria - scrive La Marca rivolgendosi alla direzione del carcere bolognese - per cui è a dir poco inaccettabile che l'azione gestionale ed organizzativa nonché gli interventi sanitari possano essere delegati al personale dell'area sicurezza". Osserva che "sarebbe stato opportuno, quindi, che fossero state date delle linee guida alla Polizia Penitenziaria ivi operante, fornite soprattutto con la costante presenza di professionisti competenti nella cura di soggetti così fragili e problematici".
La sindacalista del Sinappe, ricorda che il servizio psichiatrico in carcere non rappresenta un'area a sé stante, ma s'inscrive nella complessità dell'intervento sanitario intracarcerario. "La tutela della salute della persona reclusa assume - sottolinea La Marca - inoltre, una valenza positiva in relazione all'art. 27 della Costituzione, terzo comma. Tale articolo, infatti, secondo il principio dell'umanizzazione e della funzione rieducativa della sanzione penale, impone una concezione della pena non meramente retributiva e preventiva, ma attenta ai bisogni umani del condannato in vista del suo possibile reinserimento sociale".
La mancanza del personale dell'Area Sanitaria è vissuta con forte disagio dalla popolazione detenuta e, contestualmente, per logica consequenzialità, diventa fattore di rischio per l'incolumità del personale di Polizia Penitenziaria operante presso quelle sezioni detentive con il verificarsi di aggressioni da parte dei detenuti che vedono nel poliziotto penitenziario l'unica figura sempre presente su cui scaricare la propria rabbia e la propria tensione.
"L'assenza - denuncia sempre La Marca -, voluta, casuale o temporanea (non è dato saperlo e sul punto si chiedono chiarimenti e delucidazioni) di un presidio psichiatrico h 24 nel reparto Girasole, riporta, a giudizio di chi scrive, ad un parallelismo infelice, vissuto non moltissimi anni fa in cui la malattia mentale veniva trattata in modo grossolana e brutale se non addirittura negata".
Con l'assenza delle figure sanitarie specializzate nella cura e assistenza delle persone affette da patologie psichiatriche, c'è il rischio che si ritorni a quella arcaica logica manicomiale dove la gestione è puramente contenitiva. Come ben spiega la dottoressa La Marca, oggigiorno il concetto di malattia mentale è molto più articolato per cui recludere delle persone con un disagio psichico, senza una progettualità, senza impegnare la loro mente, senza canalizzare la loro emotività con l'aiuto costante di addetti del settore non fa che riportarci a quel periodo.
La malattia psichica è fonte di sofferenze non meno della malattia fisica ed è appena il caso di ricordare che il diritto fondamentale alla salute ex art. 32 Cost., di cui ogni persona è titolare, deve intendersi come comprensivo non solo della salute fisica, ma anche della salute psichica alla quale l'ordinamento è tenuto ad apprestare un identico grado di tutela.
"Le patologie psichiche possono aggravarsi ed acutizzarsi proprio per la reclusione: la sofferenza che la condizione carceraria inevitabilmente impone di per sé a tutti i detenuti si acuisce e si amplifica nei confronti delle persone malate, sì da determinare, nei casi estremi, una vera e propria incompatibilità tra carcere e disturbo mentale che non può assolutamente interrompersi nel weekend quando, parrebbe, che nessuna figura psichiatrica sia presente e a disposizione delle detenute del reparto Girasole", conclude la sindacalista del Sinappe.
- Rimini. Ass. Papa Giovanni XXIII: le Comunità hanno posti liberi che non vengono occupati
- Vercelli. Politiche sociali: un alloggio per detenuti in permesso premio
- Aosta. L'appello dei detenuti di Brissogne: "Comprate lo zafferano che produciamo noi"
- Trapani. "Mi riscatto per il futuro": Favignana adotta l'inclusione lavorativa
- Fossombrone (Pu). Due detenuti della Casa di reclusione di si sono laureati con 110 e lode










