di Riccardo De Vito
Il Domani, 22 novembre 2020
Le misure previste dal decreto "Ristori" appaiono timide, perché non mettono argine al sovraffollamento. Inoltre la carenza di risorse, personali e materiali, rende difficile un sistema di prevenzione, diagnosi e cura efficace per tutti i detenuti. Va tutelata la salute di tutti, anche dei detenuti più pericolosi, dei mafiosi, dei terroristi. Rinunciare a questo obiettivo ci porrebbe fuori dalla Costituzione, dalla democrazia, dalla civiltà e una resa di questo tipo regalerebbe alla criminalità organizzata fiumi di consenso.
di Giulia Siviero
ilpost.it, 22 novembre 2020
Perché non ci sono luoghi né norme che, come raccontano le testimonianze che abbiamo raccolto, lo rendano un vero diritto. Un nuovo disegno di legge potrebbe cambiare le cose.
Nel 2013 l'Economist pubblicò un articolo intitolato "No laughing matter" ("Non c'è niente da ridere") in cui denunciava il fatto che il Regno Unito non prevedesse le "visite coniugali" all'interno delle proprie carceri, diversamente da molti altri paesi d'Europa e del mondo. Anche l'Italia non ammette che le persone detenute possano avere incontri intimi consensuali con chi desiderano.
Lo scorso settembre alla Commissione Giustizia del Senato è stato assegnato un disegno di legge che introduce e regola le relazioni affettive e sessuali dentro gli istituti penitenziari: prevede il diritto ad una visita prolungata al mese, in apposite unità abitative, senza controlli audio o video. Il diritto alla sessualità nelle carceri è una questione molto seria, aperta ormai da vent'anni nel nostro paese, che rimanda a principi costituzionali e su cui ci sono pronunce autorevoli sia a livello nazionale che europeo.
"Tenere assieme cose che possono apparire impossibili" - La prima iniziativa per il riconoscimento dell'affettività e della sessualità dentro le carceri italiane risale al 1999, quando Alessandro Margara, a quel tempo direttore del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, propose di introdurre la possibilità per le persone detenute di trascorrere con i propri familiari fino a ventiquattro ore consecutive in apposite unità abitative realizzate all'interno degli istituti. Il Consiglio di Stato diede però parere negativo e la soluzione venne stralciata dal testo definitivo del nuovo regolamento di attuazione dell'ordinamento penitenziario: secondo il Consiglio di Stato spettava al legislatore il dovere di adeguare su quella specifica questione la normativa penitenziaria.
"Vogliamo tenere assieme cose che possono apparire impossibili, ma non devono esserlo, cioè un carcere vivibile in cui la pena non abbia nulla di afflittivo oltre la perdita della libertà", aveva detto Margara durante l'audizione alla Commissione giustizia. Il principio che difendeva è stato ribadito da varie commissioni ministeriali, dal Comitato Nazionale di Bioetica col parere del 2013 intitolato "La salute dentro le mura", e dagli Stati Generali dell'Esecuzione Penale del 2015.
Ma ci sono proposte e indicazioni molto esplicite già dalla fine degli anni Novanta da parte del Consiglio d'Europa e del Parlamento europeo; c'è la Convenzione europea dei diritti umani, che all'articolo 3 vieta i trattamenti inumani e degradanti e all'articolo 8 tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare; ci sono le raccomandazioni delle Regole penitenziarie europee del 2006 e quelle delle "Regole di Bangkok" delle Nazioni Unite del 2010.
C'è, infine, un'ampia giurisprudenza delle corti europee in merito, e ci sono le pronunce della nostra Corte Costituzionale che, nel 2012, ha parlato di "una esigenza reale e fortemente avvertita" che "merita ogni attenzione da parte del legislatore": la questione, ha scritto, nel nostro ordinamento trova una risposta soltanto parziale ed è invece riconosciuta da un numero sempre crescente di stati. La conclusione della Corte fu, però, che "la previsione dei cosiddetti "permessi d'amore" in carcere" dovesse derivare da "una scelta parlamentare".
Negli anni sono stati presentati vari progetti di legge per il diritto all'affettività e alla sessualità delle persone detenute, alla Camera e al Senato. E nessuno ha mai avuto seguito. Gli Stati Generali dell'Esecuzione Penale - organizzati nel 2015 dopo le condanne pronunciate dalla Corte europea dei diritti umani nei confronti dell'Italia per i trattamenti inumani e degradanti subiti dalle persone detenute - hanno esplicitamente proposto di introdurre un nuovo istituto giuridico, quello dei "colloqui intimi". Ma la questione è stata accantonata dalla riforma dell'ordinamento penitenziario del 2018. Anche per questa radicata resistenza, numerosi e numerose esperte parlano di una "silente, ma indiscutibilmente consapevole, volontà del legislatore tesa a impedire l'emersione del diritto" o fanno riferimento a un efficace e da sempre operante "dispositivo proibizionista".
"Non vi è spazio per la sessualità" - Sul sito di Antigone - associazione che si occupa di diritti delle persone detenute e che monitora le carceri italiane - si dice che nel carcere di Milano-Opera c'è un "appartamento" che in via sperimentale viene messo a disposizione a turno per gli incontri familiari. Abbiamo contattato la direzione per avere maggiori notizie e capire quali possibilità desse quello spazio, ma la risposta, via mail, è stata questa: "Il colloquio avviene con tutta la famiglia, quindi non vi è spazio per la sessualità. Buona giornata". La legge numero 354 del 1975 sull'ordinamento penitenziario (riformata in alcuni passaggi nel 2018) dice che il diritto delle persone detenute alla relazione affettiva si esercita attraverso la corrispondenza epistolare, le telefonate, la preferenza per la detenzione in un istituto di pena territorialmente vicino alla residenza, i colloqui e i permessi. Tutto questo, almeno in teoria.
Il principale strumento per mantenere in presenza i rapporti affettivi è quello dei colloqui: che hanno però un tempo ridotto (di regola un'ora) e che spesso si svolgono in sale affollate e rumorose dove non è garantita la riservatezza e dove è impedito qualsiasi gesto affettuoso. La riforma dell'ordinamento penitenziario del 2018 ha specificato che i locali destinati ai colloqui dovrebbero favorire "ove possibile, una dimensione riservata". La legge continua a prevedere, però, che durante i colloqui sia obbligatorio e inderogabile il controllo a vista da parte degli agenti di custodia, per ragioni di sicurezza.
Svetlana, Gena, Sandra, Licia si domandano: ma chi può pensare che i colloqui bastino davvero a soddisfare il bisogno di amore di una persona detenuta? (...) La struttura carceraria prevede, indicandoli come affettività, i colloqui, ma davvero si può pensare che "il colloquio è affettività"?
Molte volte ci vergogniamo di andare al colloquio con i nostri familiari, tanto è triste e degradante il posto. L'ambiente, ovvero quella stanzetta spoglia che dovrebbe in realtà riunire un nucleo familiare o comunque delle persone accomunate da un legame di affetto, è nettamente diviso in due da un freddo "tavolaccio". Il tavolo è abbastanza largo da costringerci a faticare per poterci tenere strette le mani. (...)
Quell'ora a settimana, in condizioni così assurde, a noi dovrebbe bastare per sopperire a tutti i nostri bisogni di affetto e alla necessità di comunicare con le nostre famiglie, o comunque con le persone a noi vicine. Senza contatti fisici, senza gesti affettuosi, senza carezze, senza un bacio, perché tutto questo non è previsto dai regolamenti. La realtà poi è ancora più cruda: del tempo consentito, quasi la metà viene trascorsa da entrambe le parti a cercare di camuffare quella sorta di imbarazzo, di disagio (...) il tempo restante è insufficiente per riuscire ad esprimere le proprie emozioni, soprattutto sotto l'occhio vigile di telecamera ed agenti. (...) (Ristretti Orizzonti, testimonianza di alcune donne recluse al carcere della Giudecca, Venezia)
La legge del 1975 prevede anche che per "coltivare interessi affettivi" siano concessi i cosiddetti permessi premio, che permettono alle persone detenute di trascorrere un breve periodo a casa. Questo "beneficio" non viene però dato con facilità e, soprattutto, riguarda una quota minoritaria di persone detenute. La soluzione al "problema" della sessualità - che costituisce una manifestazione della dimensione dell'affettività e che di fatto è rimosso anche semanticamente dalla legge - dovrebbe dunque essere compensato da eventuali parentesi extrapenitenziarie.
In uno studio spesso citato sul tema, il giurista Andrea Pugiotto spiega come la sessualità sia l'unico aspetto della vita intramuraria che non è oggetto di alcuna esplicita disciplina, legislativa o regolamentare: non esiste una norma che tratti l'argomento. Partendo da questa "apparente anomia", Pugiotto sostiene come in realtà sia da sempre al lavoro un dispositivo proibizionista, dimostrato dal fatto che solo in una dimensione extra-muraria e solo per pochi possa trovare soddisfazione il diritto alla sessualità: collocando "fuori" la risposta ad un bisogno primario, il sistema penitenziario "finisce per negarlo a quella larga parte della popolazione carceraria cui de jure o de facto è preclusa la fruizione dei permessi premio".
L'apparente silenzio dell'ordinamento penitenziario sulla sessualità delle persone detenute "opera concretamente come se ne prevedesse il divieto", dice Pugiotto: "Non lo ignora semplicemente. Né lo nega soltanto. Proibendolo, lo reprime". E questo produce "diversi e profondi strappi al tessuto costituzionale": ai diritti inviolabili della persona umana (articolo 2 della Costituzione), al diritto al mantenimento dei rapporti affettivi e familiari (articoli 29, 30 e 31), alla tutela della salute psicofisica (articolo 32) e al principio della finalità rieducativa della pena e ai suoi principi di umanità (articolo 27).
La pena corporale - La riforma penitenziaria del 1975 fu molto importante. Sostituì definitivamente il regolamento carcerario fascista del 1931 e i principi che lo ispiravano. Il carcere passò dall'essere un sistema basato esclusivamente su punizioni, privazioni e sofferenze ad essere un sistema con finalità rieducative e risocializzanti. Finalmente, sulla carta, la riforma mise in pratica un principio costituzionale rimasto per molto tempo inapplicato, quello contenuto nell'articolo 27 comma 3 della Costituzione: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Il nuovo ordinamento penitenziario definì che la pena dovesse avere tra i propri obiettivi il reinserimento sociale, pose alla base del trattamento l'umanità e la dignità e riconobbe alla persona detenuta (chiamata da lì in poi per nome e cognome e non più con un numero di matricola) una propria soggettività, con diritti e aspettative che corrispondevano ai valori tutelati dalla Costituzione. Stabilì, dunque, che la perdita della libertà conseguente alla detenzione non dovesse compromettere alcun diritto fondamentale dell'essere umano. E la sfera affettiva, anche nella sua espressione fisica, è tra i diritti inviolabili della persona, cosa che - se non fosse scontata - trova affermazione nella Costituzione, nella giurisprudenza europea e in quella di altri paesi.
Nel 2012, alcuni detenuti dal carcere di Carinola, in provincia di Caserta, scrissero un documento in cui spiegarono che solo dopo una riflessione sulle finalità della pena si potesse esprimere un giudizio obiettivo sulla questione dell'affettività e della sessualità intramuraria: "Se la pena ha solo una funzione punitiva e retributiva, allora ci sta tutto: privazioni, sofferenze, tortura, castigo e supplizio. Se invece, le finalità che la Costituzione assegna alla pena sono da un lato quella di prevenzione generale e di difesa sociale (...) e dall'altro quella di prevenzione speciale e di risocializzazione sociale del reo, allora l'affettività in carcere è uno degli elementi fondamentali del trattamento rieducativo".
Nonostante sulla carta siano stati fissati dei principi e l'istituzione carceraria si sia evoluta, il carattere corporale della pena non è stato espulso dalle galere: il sovraffollamento (parola che è il rafforzativo di un rafforzativo e il cui tasso, dice Antigone, sfiora il 120 per cento), le condizioni igieniche precarie e l'assistenza sanitaria insufficiente (celle con il wc a vista, senza doccia, acqua calda e riscaldamento) sono esperienze che colpiscono quotidianamente i corpi di detenuti e detenute.
E poi c'è la forzata privazione sessuale, che può essere a vita nel caso dell'ergastolo, che colpisce indirettamente i partner che stanno fuori e che viene praticata sistematicamente nonostante nessuna pena la preveda. L'astinenza sessuale coatta diventa allora una vera e propria pena accessoria delle carceri italiane, si trasforma in una punizione corporale di ritorno. Muta la condanna in afflizione e la pena in penitenza.
"Siamo qui per pagare reati, mica peccati" - Secondo alcuni, l'accanimento contro la sessualità nelle carceri ha a che fare con la negazione, in generale, della sua dimensione naturale: è ridotta a vizio e peccato. Ma "noi siamo qui per pagare reati, mica peccati". L'ha detto Marta, durante una discussione su sessualità e affettività riportata su Ristretti Orizzonti, storico notiziario sul carcere. Marta era reclusa alla Giudecca, a Venezia, che un tempo era un ospizio gestito dalle suore per prostitute "redente".
Secondo altri l'accanimento potrebbe nascere "dall'inconfessato desiderio di sterilizzare chi contravviene alla norma sociale, di impedire al recluso ogni attività riproduttiva della specie, di decretarne l'espulsione dalla specie umana". Alla base di tutto, ci sarebbe dunque la nostalgica convinzione che il carcere debba essere castigo o afflizione, e che la perdita della libertà sia solo la premessa della pena. La relazione sessuale sarebbe dunque un lusso, un premio, un privilegio, non un diritto fondamentale: "Mangiano, bevono, hanno la televisione... e che cosa pretendono ancora? Anche il sesso?".
"La nuda possibilità che un uomo o una donna in gabbia incontri per fare l'amore una persona che lo desideri e consenta. Sarebbe giusto? È perfino offensivo rispondere: certo che sì". Adriano Sofri ha scritto e detto molto sul diritto all'affettività e alla sessualità dentro le carceri, fin da quando la questione lo riguardava direttamente.
Ma preferisce non chiamarlo un "diritto", "un po' perché la parola è abusata nel nostro tempo", ma soprattutto perché "impedisce di vedere che voler inibire la sessualità ai carcerati è esattamente paragonabile al volergli impedire di sgranchirsi le membra, di dormire, perfino di mangiare. La partita sul sesso in carcere mostra la concezione che una società ha del sesso, dichiarata o no, e si gioca su una contrapposizione: tra chi ritiene la sessualità una dimensione naturale e necessaria della persona, e chi la ritiene una concessione, un di più, un vizio, un peccato".
Vent'anni fa, in un articolo intitolato "Il sesso del prigioniero mandrillo", Sofri l'aveva spiegato bene: in quanto vizio e peccato "la privazione sessuale non ha bisogno neanche di essere presa in conto nei codici, nominata nei regolamenti, per essere imposta come costitutiva della prigionia. Essa appartiene alla necessaria afflizione: di più, essa è il cuore dell'afflizione.
Tutto ciò ha fatto dimenticare che la privazione sessuale è una barbarie che si aggiunge alla privazione della libertà e al dolore: e fa apparire l'ipotesi della possibilità regolata di una relazione sessuale come un cedimento spericolato e lussurioso fatto al piacere, cioè alla peccaminosa superfluità, dell'animale umano in gabbia. Vi si svela il fondo sessuofobico di ogni reclusione e di ogni castigo. (...) Desiderio sessuale, e amore, non sono un di più della vita umana, da far comparire e scomparire con misure regolamentari o materiali. Sono altrettanto incancellabili e naturali che il pensiero o il battito cardiaco. Forzatelo, e crescerà storto e forte come una pianta nana". Riconoscere la possibilità di relazioni sessuali in carcere non sarebbe una concessione né l'attenuazione di una privazione: ma "una necessità finora negata della rieducazione".
"A fare i postriboli in carcere non ci sto" - Fra gli addetti penitenziari, la reazione più diffusa alla possibilità che venga riconosciuto il diritto alla sessualità è che loro non sono tenutari di bordello. Donato Capece, segretario generale Sappe, sindacato autonomo della polizia penitenziaria, ci spiega: "Io ritengo che il paese non sia pronto ad avere questo tipo di approccio. Poi è da distinguere l'affettività dalla sessualità: sul primo siamo d'accordo, sul curare i rapporti familiari per non disperdere i legami, ma a fare i postriboli in carcere non ci sto".
Capece rafforza la sua argomentazione citando la posizione di alcuni detenuti di Rebbia, come già si faceva vent'anni fa, ci spiega Sofri: "Ad alcuni detenuti all'antica, sembrava un disonore portare in carcere "le loro donne", esporle allo sguardo degli altri". Ma resta il fatto che quella di una relazione sessuale sarebbe una possibilità, di cui "liberamente" avvalersi oppure no.
Capece ha comunque altre argomentazioni laterali: "Le carceri sono sovraffollate, dovremmo costruire i monoblocchi dove consegnare la chiave al detenuto per ricevere la visita senza nessun controllo? E se succede qualsiasi fattaccio?". Chi pensa che il diritto alla sessualità non debba entrare in carcere usa molto spesso le obiezioni che hanno a che fare con l'inadeguatezza delle strutture e con i rischi per la sicurezza. Il primo argomento, per continuare a negare un diritto "sfrutta" un "problema" strutturale che già da decenni dovrebbe essere risolto (anche secondo Capece). I potenziali problemi di sicurezza sembrano poi essere stati superati - o sembrano comunque non costituire un motivo sufficiente - nei moltissimi paesi che prevedono le visite intime.
Il diritto ad una vita affettiva e sessuale in carcere è garantito in molti paesi europei (in 31 stati su 47 componenti del Consiglio d'Europa), e del mondo. Si va dalla concessione di colloqui prolungati e non controllati, a modalità più complesse che prevedono specifiche strutture. In Croazia sono previsti fino a quattro colloqui al mese non sorvegliati di quattro ore con il coniuge o il partner. In Albania il regolamento penitenziario prevede otto telefonate al mese e quattro colloqui mensili di breve durata, uno dei quali può essere prolungato fino a cinque ore per le persone detenute sposate.
In Norvegia, Svezia, Danimarca e Paesi Bassi ci sono piccoli appartamenti in cui poter restare senza sorveglianza per un'ora; in Spagna (nella comunità autonoma della Catalogna), esiste la possibilità, due volte al mese, delle "visitas intimas" in apposite stanze non sorvegliate. Poi ci sono le "Unitès de Vie Familial" francesi, appartamenti dove si possono ricevere partner, familiari e amici per un periodo prolungato di tempo e senza controllo. E sono solo degli esempi.
Ma anche al di fuori dell'area europea sono diverse le esperienze per il riconoscimento del diritto all'affettività/sessualità intramuraria. In Canada le persone detenute hanno la possibilità di incontrare le famiglie in prefabbricati che si trovano all'interno degli istituti anche per tre giorni consecutivi.
Capece suggerisce però di "preoccuparsi degli "altri" cittadini, i poliziotti penitenziari che non avendo commesso alcun reato scontano comunque una pena. Guarderei insomma ad altre problematiche" dice, "non ai capricci di qualche politico che non conosce il carcere e che lo vede con un occhio solo. Mi preoccuperei di creare strutture detentive dignitose, la sessualità non è un problema. La proposta del sindacato è che vengano dati più permessi in modo che le persone vadano dalle loro famiglie, sul territorio, piuttosto che predisporre il carcere per dar vita a questo tipo di sentimento". E aggiunge: "La sessualità va data ai soggetti meritevoli".
Il sesso che si fa in carcere - Le conseguenze negative che derivano dalla deprivazione affettiva e sessuale sono note da decenni, da quando, all'inizio degli anni Novanta, il medico francese Daniel Gonin studiò in modo dettagliato gli effetti "patogeni" della detenzione nella prigione di Lione. Ci sono moltissimi studi, ricerche e testimonianze. Il venir meno dei legami affettivi ha un ruolo fondamentale, in tutto questo. Determina profondi cambiamenti nell'identità della persona, toglie risorse, sostegno, compromette il reinserimento sociale, produce una specie di desertificazione affettiva, relazionale e umana.
"Alla pena della reclusione a cui si è condannati si applicano pene accessorie che non vengono scritte nella sentenza, ma di fatto fanno parte della condanna (...) La persona ristretta viene fermata a livello emotivo al momento in cui entra in carcere e, venendole a mancare la possibilità di fare qualsiasi esperienza a questo livello, è abbastanza naturale che regredisca a uno stadio infantile. Quando per anni questo vuoto che si viene a creare non può essere alimentato da momenti vissuti, ma solo da fantasie, nutrite esclusivamente da percezioni raccolte attraverso la corrispondenza, le parole scritte, l'immaginazione, il vuoto diventa un buco nero. (...)
Il buco nero che si viene a creare dopo anni di detenzione rende insicuri, indifesi, incapaci di gestire la parte pulsionale ed emotiva di se stessi, che finisce per essere dominata esclusivamente dall'istituzione. Invece penso che le finalità del reinserimento, oltre che nella parte pratica dell'avere un lavoro dovrebbero essere raggiunte anche attraverso la crescita complessiva della persona ristretta. (...) In fondo il carcere è una microsocietà abitata da persone, fatte della stessa sostanza di quelle che s'incontrano fuori"
"Tutte noi che siamo qui siamo dei caratteri forti, forti intellettualmente, esseri razionali, ragioniamo per esempio in questo caso delle emozioni, ma quando ci troveremo di fronte a queste emozioni che reazioni avremo? Per esempio: quando esci dal carcere e ti trovi poi davanti delle emozioni, per poco o tanto che tu ci sia stato distante, ne hai timore se non proprio paura. (...) A livello sessuale uno può avere avuto tutte le esperienze fuori, ma dopo un periodo in cui è stato recluso non è facile ricominciare una vita normale. Ma, al di là del sesso, è a livello emozionale che è un casino. Tu non sai poi relazionarti con le emozioni e ne hai già paura, come se non le conoscessi, fuori o dentro non sono le quattro mura che fanno la differenza, è la negazione, la chiusura delle relazioni quello che ti blocca. La negazione del vivere relazioni normali a qualunque livello, ecco cos'è il carcere. Vivendo recluso, senza esperienze relazionali, è ovvio che quando esci ti trovi nella merda!" (Ristretti Orizzonti).
Come da tradizione, anche nelle carceri la negazione di una sessualità liberamente vissuta e espressa convive con la tolleranza e il silenzio verso forme di sessualità "compensative" o violente che spesso determinano sopraffazioni e coazioni. Il contesto unisessuato del carcere può portare a forme di adattamento della propria sessualità, all'omosessualità "indotta", così viene chiamata: non è il risultato di una libera e consapevole espressione del proprio orientamento sessuale, è legata a un processo di spersonalizzazione e rassegnazione.
L'annientamento imposto della dimensione sessuale in carcere contribuisce poi al processo di regressione e infantilizzazione delle persone detenute (fino al 2017, il modulo per le loro richieste si chiamava "domandina"). Come bambine e bambini, le persone recluse hanno una limitata libertà d'azione, sono sorvegliate a vista, perdono la capacità di autodeterminazione e l'autoerotismo viene consumato in modo non libero e secondo modalità adolescenziali: "(...) devi pianificare tutto, l'orario è importante, devi calcolare il tempo che la guardia passa a controllare se ci sei o se ti sei impiccato, e se è passata l'infermiera con la terapia; poi con passo leggero, oserei dire astuto, ti guardi intorno ed entri in bagno, ti chiudi la porta per modo di dire, perché lo spioncino del bagno deve rimanere aperto per i controlli, ti sbottoni i pantaloni ed inizia la dedicata operazione ma sempre con un orecchio nel corridoio e così inizia la lotta titanica fra la voglia di concentrarsi e la paura che la guardia ti becca in flagranza...
Ci sono delle guardie che sono dei sadici nel prenderti in castagna, se vedo che c'è la guardia che passa ogni cinque minuti "rinuncio" e mi faccio una camomilla o una decina di flessioni. Se tutto va bene non devi tirare l'acqua perché in una cella accanto all'altra si sente tutto ed il tuo compagno a lato, dal tempo passato che ha sentito chiudersi la porta del bagno e da quando hai tirato lo sciacquone, si può immaginare che ti sei masturbato. E dà fastidio il pensiero che un compagno possa immaginare quando ti "fai una sega".
Insomma l'amore in carcere è difficile in tutti i sensi (...) se sei in cella in compagnia persino con tre quattro persone praticamente è impossibile, ti senti osservato da tutte le parti sia dalla parte delle guardie che dai tuoi compagni. È esperienza comune che gli attimi migliori d'amore sono quando sei in punizione in isolamento". (Carmelo Musumeci, nella prima delle sue tre tesi di laurea dal titolo "Vivere l'ergastolo", 2005)
Per Sofri, "la rimozione dell'argomento può nascondere grossi disagi, fino al desiderio morboso, la fissazione maniacale, la masturbazione dolorosa fino all'autolesionismo, l'omosessualità cattiva (captiva) perché imposta e spesso violenta, la ricerca di surrogati fantastici quanto penosi. Questo panorama, che riempirebbe manuali di psicopatologia clinica, ed è l'esperienza viva di carcerati e carcerieri, mostra quanto sia gremita e attiva la cosiddetta "privazione" di una vita sessuale".
Il nuovo disegno di legge - Il disegno di legge n. 1876 interviene sulla legge 354 del 1975, e sul Dpr 230 del 2000, che si occupano di ordinamento penitenziario e regolamenti. Si propone di modificare la norma sulla frequenza e sulla durata dei colloqui telefonici, rendendoli quotidiani per tutte le persone in carcere a prescindere dal reato, e raddoppiandone la durata massima; si ridefiniscono i criteri dei cosiddetti "permessi di necessità" sostituendo il presupposto della "eccezionalità " e della "gravità" attualmente previsto con quello della "particolare rilevanza": per riconoscere il diritto della persona detenuta a "partecipare" anche agli eventi non esclusivamente legati a morte o malattie gravissime dei familiari.
L'articolo principale del disegno di legge, il numero 1, parla di diritto all'affettività (ampliando dunque la relazione rispetto alla sola famiglia). E dice: "Particolare cura è dedicata a coltivare i rapporti affettivi. A tale fine i detenuti e gli internati hanno diritto ad una visita al mese, della durata minima di sei ore e massima di ventiquattro ore, delle persone autorizzate ai colloqui. Le visite si svolgono in apposite unità abitative appositamente attrezzate all'interno degli istituti penitenziari senza controlli visivi e auditivi".
Il testo è stato elaborato nel 2019 dalla Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà (un'autorità di garanzia indipendente che in Italia esiste dal 2013 e che ha la funzione di vigilare su tutte le forme di privazione della libertà e di intervenire su criticità di carattere generale). È stato sottoposto ai consigli regionali perché lo portassero in Parlamento. La Toscana, lo scorso febbraio, ha avviato l'iter.
"Tutta l'intelligenza e l'organizzazione carceraria è regolata sulla segregazione ferrata dei corpi. Sa fare questo, aprire, chiudere, sbattere: e vuole continuare a farlo. Che provi in un punto a fare altro: benvenuta". Lo scriveva Adriano Sofri già nel 1998, quando si discuteva della prima iniziativa per il riconoscimento dell'affettività e della sessualità dentro le carceri. Ma come lui stesso raccontava, gli "scrittori carcerari" hanno un vantaggio: "Non hanno bisogno, a distanza di venti, trent'anni, di aggiornare i loro componimenti".
di Enrico Cicchetti
Il Foglio, 22 novembre 2020
Detenuti trascurati, numeri confusi e poca attenzione ai dispositivi di protezione. Per evitare rivolte la pandemia va gestita coinvolgendo i detenuti e le loro famiglie, senza dimenticare volontari e professionisti che lavorano negli istituti. Il modello lombardo e l'esempio di Medici senza frontiere
di Leonardo Ciccarelli
cookist.it, 22 novembre 2020
Economia carceraria è la piattaforma che unisce in un unico grande contenitore di vendita online tutti i prodotti realizzati dalle case circondariali italiane. Dal vino alla birra, dal caffè ai condimenti oppure creme spalmabili, miele, biscotti, snack salati e dolci: c'è di tutto sul portale e tutto è realizzato dalle imprese sociali che operano nelle case circondariali. Contesti difficili che provano, grazie alla produzione di specialità gastronomiche, a uscire da una situazione di anonimato tragica.
L'economia carceraria è un obbligo morale - I dati emersi negli ultimi anni sulle carceri italiane sono aberranti: nonostante l'ordinamento penitenziario indichi l'obbligatorietà del diritto al lavoro per i detenuti, tra questi solamente il 30% può accedervi. Inoltre tra i 17.000 detenuti che lavorano, solamente 2.500 sono inseriti in un processo produttivo alle dipendenze di un datore di lavoro esterno all'amministrazione penitenziaria. I progetti singoli che spingono le realtà circondariali a investire sulla forza lavoro interna sono tanti, ma troppo frammentari e rischiano di perdersi. Proprio per ovviare a questo problema nasce Economia carceraria, perché insieme le organizzazioni sono più forti. Una pluralità di associazioni e denominazioni racchiuse sotto un unico e-commerce che contribuisce all'arricchimento di tutto il sistema.
Il sito funziona come un classico e-shop, con i prodotti in vetrina, il carrello a disposizione e una catalogazione in base alle proprie preferenze. I nomi dati ai prodotti sono molto simpatici, ironizzano sulla situazione con leggerezza: troviamo le "Dolci evasioni" provenienti da una cooperativa siciliana o il "Fresco di galera" un vino di una cooperativa lombarda ma tutti i prodotti in vendita hanno dei nomi molto ben pensati.
Il sito ha intenzione di ampliare la distribuzione e la vendita dei prodotti carcerari, incentivando la creazione di nuovi posti di lavoro e la nascita di nuovi progetti in nuove carceri. I prodotti in vendita sono buoni e di qualità, realizzati da persone che vogliono ardentemente cambiare la rotta della propria vita. "Acquistarli è un gesto di responsabilità sociale, semplice ma di grande impatto e soddisfazione", recita l'introduzione all'acquisto, sul portale.
Per chi non è avvezzo allo shopping online ma è comunque interessato a dare il proprio contributo, sono stati aperti due punti vendita a Roma in via dei Marsi, 22 e via Eurialo, 22. Le strutture coinvolte nel 'brand' dell'economia carceraria abbracciano tutta la nazione. Ci sono le case circondariali di Ragusa, Trani, Alba, Vasto, Siracusa, gli istituti femminili di Lecce e Pozzuoli (dove ci sono le Lazzarelle, forse la cooperativa più celebre d'Italia), la casa di reclusione "Ucciardone" di Palermo, gli istituti penali di Roma-Rebibbia, Torino, Saluzzo e Alessandria, l'istituto minorile "Malaspina" di Palermo.
di David Allegranti
La Nazione, 22 novembre 2020
I penitenziari sono sempre più chiusi e distanti nel tentativo di limitare i contagi. Zero trasparenza sui dati: sono luoghi che interessano poco al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Ci sono luoghi che interessano poco al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, fiorentino d'adozione: le carceri. Zero trasparenza sui dati dei positivi al Coronavirus, tra detenuti e agenti di polizia, tanto chissenefrega, no?, se in prigione ci si contagia o ci si ammala.
di Liana Milella
La Repubblica, 22 novembre 2020
Nuova assemblea dei giudici, ma Articolo Centouno chiede che i segretari che rappresentano i gruppi e che trattano sui vertici del sindacato dei giudici, non seguano i lavori. La mozione è stata bocciata. Sì o no alla presenza dei segretari delle correnti della magistratura nell'assemblea che deve eleggere il presidente del sindacato dei giudici? Il quesito - già di per sé - fornisce il polso delle tensioni che ormai da settimane si stanno scatenando tra le toghe dopo l'elezione del nuovo "parlamentino" dell'Anm.
C'è il Covid, i palazzi di giustizia scoppiano e sono in drammaticamente in crisi, i processi languono, le scelte del Guardasigilli Alfonso Bonafede non sono ritenute sufficienti, ma gli strascichi del caso Palamara continuano a squassare la magistratura e si riverberano in maniera pesantissima sulle dinamiche sindacali. Tant'è che non era mai avvenuto che non si riuscisse ad eleggere un presidente ad ormai un mese dalle votazioni.
L'ennesimo scontro è sulla presenza dei segretari delle correnti nell'assemblea - un terzo in presenza e per due terzi da remoto - che deve scegliere i vertici. I nomi in discussione che ricorrono tra gli interventi sono quelli di Eugenio Albamonte, il segretario della corrente di sinistra di Area, di Maria Rosaria Guglielmi, segretaria di Magistratura democratica che fa parte di Area, di Francesco Cananzi, segretario di Unicost, e ancora quello del presidente Mariano Sciacca, di Paola D'Ovidio segretaria di Magistratura indipendente. La diretta fornita da Radio Radicale non consente - ovviamente - di "vedere" chi c'è e chi non c'è nella sala dell'assemblea o collegato da remoto.
Ma il punto è quello sollevato da Articolo Centouno, il gruppo di Andrea Reale, Giuliano Castiglia, Ida Moretti e Maria Angioni eletti per la prima volta nel Comitato direttivo centrale - battezzato da sempre come il "parlamentino" dell'Anm - che chiede di impedire la presenza dei segretari, ritenuti come una presenza estranea rispetto ai lavori dell'assemblea. Non devono essere invitati, non ci devono stare. Anche se ci sono sempre stati.
E se - obiettano tutti gli altri - lo statuto recita che alle riunioni sono presenti "gli iscritti" al sindacato dei giudici. Quindi, come iscritti, ci possono stare anche loro. Così la pensano Area, Unicost, Mi, A&I. È evidente che il senso della richiesta di Articolo Centouno è legato al caso Palamara, agli accordi correntizi per scegliere al Csm i capi degli uffici. Ma è soprattutto il segno di una spaccatura profonda tra le toghe, tra le quali serpeggiano sospetti e profonde divisioni sulle cose più necessarie da fare. Ma la mozione comunque viene bocciata. E Articolo Centouno resta da solo.
Rimane comunque una divisione profonda sul futuro presidente. Al punto che si perdono minuti preziosi perfino su come svolgere l'assemblea. Se discutere tutti del programma, oppure se costituire un gruppo di lavoro che stenda un programma. E poi, prima si fa il programma, oppure subito si vota sui nomi come chiede Articolo Centouno, mentre tutti gli altri sono contrari? Un disastro, almeno ad assistere a questi lavori dall'esterno, con l'impressione netta che le toghe siano in una sorta di bolla.
Sul futuro presidente comunque è stallo totale. Area vuole Luca Poniz, il presidente uscente e più votato in assoluto con 739 voti. Area vuole una giunta "unitaria". Tutti si proclamano per una giunta "unitaria". Ma di fatto questa "unità", almeno sul nome di Poniz, appare a oggi difficilmente praticabile, perché ancora stamattina, in assemblea, Magistratura indipendente dichiara che questa nuova Anm non può essere "la prosecuzione della gestione precedente". "Colpevole" di aver escluso proprio Mi, che infatti 18 mesi fa ha lasciato l'Anm.
Da qui lo "stallo totale", come lo battezza più d'uno dei presenti. Perché Area, con i suoi 11 eletti, non raggiunge la maggioranza con la centrista Unicost che conta 7 consiglieri, e che sarebbe favorevole alla presidenza Poniz. Ma i due gruppi non superano la maggioranza assoluta, 19 voti. Non ci stanno i quattro di Autonomia e indipendenza. Fuori resterebbero Articolo Centouno con 4 seggi e Magistratura indipendente con dieci.
Le alternative a Poniz potrebbe essere quella di Silvia Albano, con 381 voti eletta in Area subito dopo Poniz. Sarebbe la seconda donna al vertice dell'Anm dopo la presidenza di Elena Paciotti, anche lei di Magistratura democratica come Albano, che risale ormai al 1995 e 1998. Ma proprio la sua appartenenza a Md, gruppo che fa parte di Area ma viene accusato di "correntismo interno esasperato ai limiti della scissione", finora ha bloccato le sue chance, nonostante probabilmente la sua figura potrebbe essere accettata anche da Mi. L'alternativa, che piacerebbe al segretario Eugenio Albamonte, sarebbe quella di Giuseppe Santalucia, ex capo dell'ufficio legislativo di via Arenula con il Guardasigilli Andrea Orlando, votato da 301 colleghi. Ma, al momento, le toghe si impiccano sulla presunta giunta "unitaria", bell'aggettivo che però sembra impraticabile a fronte di divisioni profonde sia ideologiche, che pratiche. Sembra proprio la vendetta del caso Palamara.
di Angela Stella
Il Riformista, 22 novembre 2020
Qualche giorno fa la Consulta ha ritenuto infondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate in merito alla norma, introdotta durante l'emergenza sanitaria, che prevede la retroattività della sospensione dei termini della prescrizione.
fanpage.it, 22 novembre 2020
È morto Raffaele De Iasio, responsabile sanitario del carcere di Secondigliano. Aveva 61 anni, era sposato e aveva due figli. De Iasio era ricoverato da giorni al reparto Covid dell'ospedale Cardarelli di Napoli. Lo ricorda Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania: "Era una persona schiva e riservata, fino all'ultimo ad operarsi per i carcerati. La sua testimonianza per tutti gli operatori sanitari e penitenziari è di monito per tutti".
Il mondo degli specialisti medici ambulatoriali piange un'altra vittima del Covid in Campania: è morto Raffaele De Iasio, responsabile sanitario del carcere di Secondigliano. Aveva 61 anni, era sposato e aveva due figli. De Iasio era ricoverato da giorni al reparto Covid dell'ospedale Cardarelli di Napoli. Lo ricorda Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti. "Era una persona schiva e riservata, fino all'ultimo ad operarsi per i carcerati. La sua testimonianza per tutti gli operatori sanitari e penitenziari è di monito per tutti. Non trovo le parole adatte per ricordarlo, non ho parole per chi ancora continua a non prendere sul serio la pandemia nelle carceri. Solo un senso di vuoto, un senso di colpa".
La morte del medico del carcere di Secondigliano va aggiungersi alle numerose vittime da Coronavirus in ambito medico. Ne parla Gabriele Peperoni, vicepresidente nazionale del Sumai, Sindacato unico di medicina Ambulatoriale Italiana e Professionalità dell'Area Sanitaria: "Tre morti in meno di un mese, Napoli piange gli specialisti ambulatoriali. Onoriamo i nostri caduti restando in prima linea, ma troppo spesso mancano i Dispositivi di protezione individuale.
Queste morti sono - dice il responsabile del sodalizio di categoria - la dimostrazione, qualora ve ne fosse ancora bisogno, che ci troviamo al cospetto di un nemico che non guarda in faccia a nessuno, che sta colpendo tutte le categorie mediche e sanitarie indistintamente e subdolamente. Donne e uomini che nonostante il pericolo continuano a svolgere il proprio dovere, la propria professione, la propria missione".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 22 novembre 2020
In un docu-film i racconti delle vittime meno note degli agguati rossi e neri negli anni di piombo. Al film ha collaborato Luca Tarantelli, figlio dell'economista Ezio ucciso dalle Br nell'85.
Come un virus che sembrava inarrestabile - oltre un decennio, tra la fine dei Sessanta e l'inizio degli Ottanta del secolo scorso, ma con focolai che si sono manifestati prima e dopo - la violenza politica in Italia ha lasciato dietro di sé morti, feriti e molti danni collaterali. Provocando lacerazioni mai rimarginate, che fanno sentire ancora oggi i loro effetti.
"Quel giorno era il compleanno di mia figlia, il primo; da allora per festeggiarla ho cambiato data", racconta l'ex poliziotto Vincenzo Ammirata, che il 3 maggio 1979 fu investito dal fuoco delle Brigate rosse nel centro di Roma per assaltare una sede della Democrazia cristiana. Con due colleghi arrivò in piazza Nicosia dov'era stata segnalata una sparatoria, i terroristi accolsero la Volante a colpi di mitra: Antonio Mea rimase a terra fulminato; Pietro Ollanu, che da moribondo era riuscito a chiedere aiuto via radio, spirò in ospedale; Ammirata, centrato a una gamba e a un polmone, riuscì a salvarsi. "Ma quei momenti ce li ho sempre in testa", confessa oggi.
È guarito nel corpo ma non nello spirito. Nel 1979 aveva 25 anni, a 18 era partito dalla Sicilia, dove suonava il rhythm and blues in un'orchestrina, per arruolarsi in polizia; senza sapere di andare incontro a una guerra. La sua è una delle storie nascoste del terrorismo italiano scovate dalla regista Monica Repetto per il docu-film intitolato 1974-1979. Le nostre ferite, selezionato per il Torino Film Festival. Un viaggio tra le vittime meno note degli "anni di piombo" compiuto insieme a Luca Tarantelli, figlio dell'economista Ezio assassinato dalle Br nel 1985, con il quale la regista aveva già realizzato La forza delle idee, in ricordo del papà di Luca. Ora hanno alzato lo sguardo sui sopravvissuti per caso.
Come Francesco De Ficchy, che a 19 anni divenne uno dei simboli della violenza neofascista nella capitale d'Italia. Era il 1974, frequentava un liceo troppo vicino a un "covo nero" e subì due aggressioni. La prima volta gli ruppero il naso, la seconda gli spararono nel cortile della palazzina in cui abitava. Finì sulle prime pagine dei giornali, fotografato su un letto di ospedale. Ancora oggi, insegnante vicino alla pensione, porta i capelli un po' lunghi che all'epoca erano uno dei marchi di riconoscimento dei ragazzi di sinistra, e si chiede "perché nessuno mi ha mai chiesto quali danni psicologici ho subito allora".
Annunziata Miolli detta Nunni, invece, ha superato i novant'anni, ed è rimasta combattiva come in quel drammatico 1979, quando animava la trasmissione delle casalinghe a Radio città futura. La mattina del 9 gennaio un commando dei Nuclei armati rivoluzionari irruppe negli studi dell'emittente legata all'estrema sinistra e cinque donne, tra cui lei, rimasero ferite da bombe molotov e colpi di mitragliette. Nonostante l'attentato e gli acciacchi dell'età, Nunni rimpiange quella stagione di lotte femministe e di liberazione, avvelenata ma non soffocata dall'epidemia di lotta armata: "Era un momento magico, è finito".
Undici mesi più tardi, l'11 dicembre 1979, a Torino i terroristi rossi di Prima linea fecero irruzione nella Scuola di amministrazione aziendale per futuri manager. Misero dieci persone faccia al muro, inscenarono un "processo proletario", gridarono qualche slogan e fecero fuoco. Tra le vittime designate c'era Renzo Poser, aspirante manager già sposato ma ancora senza figli, che prima di cadere si rammaricò di non lasciare eredi. Poi sentì un colpo al ginocchio ed ebbe un sussulto di contentezza: "Fu come una liberazione, forse potevo continuare a vivere". È ciò che ha fatto, ma ha visto crescere una famiglia con un proiettile rimasto conficcato vicino all'inguine e "avendo molta meno sicurezza in me stesso".
Un altro ragazzo romano picchiato dai fascisti nel 1974, Luigi Schepisi, finì in coma per due sprangate in testa. I ricordi della sera in cui fu aggredito si fermano all'arrivo della "squadraccia" che si scagliò contro lui e due suoi compagni, e riprendono dal momento del risveglio: "Io non avevo mai fatto male a nessuno, ma era un periodo di agguati tesi da tutte e due le parti politiche, c'era questa pratica...". Uno dei presunti aggressori fu identificato e messo sotto processo, ma non arrivò mai alla sentenza. Si chiamava Angelo Mancia, fu ucciso sei anni più tardi, nel 1980, in un agguato rivendicato dai "Compagni organizzati in Volante rossa"; gli assassini volevano vendicare Valerio Verbano, diciannovenne ammazzato tre settimane prima dai neri che lo aspettavano nel suo appartamento, dopo aver legato e imbavagliato i genitori. Altri due delitti rimasti impuniti; altre due vittime del virus che sembrava inarrestabile.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 22 novembre 2020
Dopo un mese di difficili trattative, complicate dall'ingresso nel parlamentino della "non corrente" anti politica, l'Anm può eleggere oggi un nuovo esecutivo. Con una guida femminile, presidente un'esponente della corrente - rinnovata - che fu di Palamara.
Un mese dopo le elezioni che hanno rinnovato il parlamentino dell'Associazione nazionale magistrati, portando un nuovo gruppo nel Comitato direttivo centrale e polarizzando il consenso degli iscritti sulle due correnti maggiori (Area e Mi), le toghe fanno una fatica tremenda a darsi un nuovo gruppo dirigente. Dovrebbero riuscirci finalmente oggi, aprendo in ritardo e non nel migliore dei modi il quadriennio del rinnovamento post Palamara.
Proprio l'ingresso dei nuovi arrivati di Articolo 101 - quattro rappresentanti su 36 nel Cdc - con le loro posizioni rumorosamente anti correntizie e anti politiche, è alla base di molte delle difficoltà iniziali. Non solo perché la lista (che per un po' ha rifiutato anche di farsi chiamare "gruppo") nel corso delle faticose riunioni in presenza e in video collegamento ha posto una serie di eccezioni e richiami al regolamento al limite dell'ostruzionismo. Ma anche perché i due gruppi di destra, Magistratura indipendente e Autonomia e indipendenza, soffrono la concorrenza dei 101 sul fronte "anti casta" e pansindacale. Mi ha già accolto nel suo programma la proposta simbolo dei 101, quella del sorteggio per eleggere la componente togata del Csm, mentre AeI, in forte calo nei consensi, è alla ricerca di un'identità ora che il fondatore Davigo è in pensione e il possibile erede Di Matteo è al Csm.
Ieri pomeriggio, a metà della terza giornata di riunioni (le prime due settimane fa) un "tavolo tecnico" di due rappresentanti per gruppo ha steso un programma comune in una decina di punti sulla base del quale oggi si dovrebbe costituire la nuova giunta. Naturalmente i rappresentanti di Articolo 101 non hanno partecipato al tavolo, limitandosi a consegnare il loro documento programmatico. Uno dei due leader della "non corrente", il giudice del tribunale di Ragusa Andrea Reale, ha accusato da remoto i partecipanti al tavolo di inseguire "accordicchi biecamente politici". Venendo però smentito proprio da una rappresentante del suo gruppo, la giudice Ida Moretti, che all'hotel Cicerone di Roma era presente appunto per consegnare il programma: "Scusami Andrea, ma devo dire che io non sentito parlare di spartizioni di potere o di posti, stanno discutendo del programma".
La nuova giunta che - salvo sorprese - sarà votata oggi, replicherà la formula dell'alternanza (dopo un anno o due) e non potrà essere allora fino in fondo "unitaria". Il gruppo di Articolo 101 si tirerà fuori mentre Magistratura indipendente e Autonomia e indipendenza, marcandosi a vicenda, ne entreranno a far parte con Area, la corrente di sinistra prima classificata alle elezioni, e Unità per la costituzione, la corrente di centro. Difficile la trattativa sui nomi. Area ha fino all'ultimo insistito per la presidenza che le spetterebbe in quanto primo gruppo, rivendicandola per il presidente uscente (e più votato) Luca Poniz.
Ma Mi vede in lui il responsabile della svolta moralizzatrice "a senso unico", in quanto indirizzata solo verso i due gruppi più coinvolti nello scandalo Palamara, e non l'accetta. L'esito più probabile è che la presidenza vada dunque ai terzi classificati, Unicost, paradossalmente proprio il gruppo di cui Palamara è stato a lungo il dominus. Ma si tratta di una Unicost rinnovata, dopo che una parte più vicina alle logiche corporative è transitata in Mi. Presidente potrebbe essere la prima degli eletti della corrente, Alessandra Maddalena, giudice del riesame a Napoli: è stata lei a proporre ieri il tavolo sul programma. Ad Area toccherebbe la segreteria. Dopo Poniz la più votata della corrente di sinistra è Silvia Albano, giudice a Roma. Due donne alla guida dei magistrati sarebbero probabilmente il segnale del cambiamento atteso.
- Tolmezzo (Ud). L'appello dei sindacati sul contagio in carcere
- Lecce. "Ridurre le presenze in carcere", l'appello della Garante per i detenuti
- Roma. Nel carcere di Rebibbia i contagiati ospitati in lavanderia
- Napoli. In aula solo su prenotazione, penalisti sul piede di guerra
- I crimini contro i migranti hanno nomi e cognomi











