di Gianpaolo Sarti
Il Piccolo, 24 novembre 2020
Il trentottenne era deceduto nella sua cella e sepolto in seguito senza funerale. L'autopsia ha rivelato l'overdose. Chiesti controlli sul giro di medicine al Coroneo. Nicola Buro, il trentottenne triestino trovato morto lo scorso luglio in una cella del Coroneo, è deceduto a causa di un mix di metadone e psicofarmaci. Lo rivela l'esito dell'autopsia disposta dal pm Maddalena Chergia, il magistrato che aveva avviato gli accertamenti sul decesso.
L'esito dell'esame autoptico conferma dunque i sospetti che erano stati ventilati sulla tragica vicenda. Anche perché, si scopre ora, nella stanza del carcere in cui dormiva il trentottenne erano state rinvenute numerose pillole. Ma non è stato chiarito chi gliele aveva fornite. E forse non si saprà mai, anche perché il pm ha chiesto l'archiviazione del fascicolo. Evidentemente non è possibile risalire al responsabile. Il caso, però, mette in luce un'amara verità: in carcere c'è un giro di farmaci tra detenuti. Un giro che sfugge totalmente al controllo.
D'altronde non è la prima volta che al Coroneo si verificano decessi in circostanze analoghe. Molti ricorderanno ad esempio la morte per infarto del trentaseienne triestino Andrea Cesar. L'autopsia stabilì che l'uomo aveva assunto eroina.
Ma com'è possibile che Buro, che aveva problemi di tossicodipendenza, avesse la disponibilità di tutti quei farmaci? Succede spesso che i detenuti accantonino le terapie che ricevono. Poi, invece di assumerle, mettono i medicinali da parte per farne un uso improprio, in una sola volta, cercando lo stordimento o lo sballo. Alcuni detenuti, inoltre, si rivendono le terapie tra loro. Oppure le barattano, magari in cambio di sigarette o altro.
"È chiaro che in carcere c'è un giro e che non ci sono controlli adeguati", spiega la Garante comunale per i diritti dei detenuti, l'avvocato Elisabetta Burla. "Bisogna capire come vengono somministrati i farmaci. Com'è possibile che i detenuti riescano ad accumularli? Inoltre - aggiunge - ritengo prioritario che ogni sezione sia dotata di defibrillatori e che vengano organizzati corsi per usarli correttamente". L'avvocato Marta Silano e il collega Gianluca Brizzi, i legali che assistono la famiglia Buro, faranno comunque opposizione alla richiesta di archiviazione del caso. Vogliono che si faccia chiarezza sul traffico di farmaci in carcere. E chi li ha dati alla vittima.
Ma la vicenda ha purtroppo anche un altro lato triste: il trentottenne era stato sepolto senza che i familiari fossero avvisati. Cos'era successo? Ad autopsia avvenuta, la Procura aveva comunicato il nulla osta per la sepoltura all'ufficiale di Stato civile del Comune. Ma il municipio, forse a causa degli inghippi delle procedure anti-Covid, non aveva avvisato i parenti. Gli avvocati intendono ora domandare un risarcimento all'ente. L'ultima consolazione, forse, per una famiglia che non ha mai potuto portare l'ultimo saluto al proprio caro: la madre e la sorella hanno visto Nicola entrare in carcere e poi hanno trovato il suo nome su una tomba in cimitero.
La Nuova Sardegna, 24 novembre 2020
Un nuovo protocollo d'intesa per il triennio 2020-23 per il Polo universitario penitenziario (che coinvolge studenti iscritti all'Università di Sassari detenuti negli Istituti penitenziari di Alghero, Nuoro, Sassari e Tempio Pausania) per realizzare un progetto di informatizzazione delle aule universitarie penitenziarie unico in Italia. In base al nuovo protocollo d'intesa, aderiscono a un patto istituzionale per il diritto allo studio universitario delle persone che abbiano limitazioni della libertà personale non solo l'Università di Sassari e il Provveditorato regionale dell'amministrazione Penitenziaria (già firmatari dell'edizione 2014-20) ma anche l'Ufficio interdistrettuale di Esecuzione penale esterna e il Centro per la giustizia minorile.
L'innesto dei due nuovi enti permetterà di offrire maggiori servizi e tutele alle persone che scontano la pena all'esterno degli istituti penitenziari e ai giovani fino a 25 anni di età che abbiano commesso reati da minorenni. Ma sono soprattutto l'alto tasso tecnologico, la spinta decisa verso la dematerializzazione, la capillarità e il dettaglio dei servizi a caratterizzare il nuovo protocollo. "Abbiamo lavorato continuamente per mesi per realizzare un network tra istituzioni che non ha eguali in Italia - dice il provveditore dell'amministrazione penitenziaria Maurizio Veneziano - e ha ricevuto molto apprezzamento dal Ministero della Giustizia come progetto pilota a livello nazionale". "Lasciamo al prossimo governo di ateneo un Polo Universitario Penitenziario in ottima salute, con un protocollo moderno, multilaterale e inclusivo" afferma il rettore uscente Massimo Carpinelli.
Contemporaneamente alla stesura del nuovo protocollo d'intesa, e traendo spunto dagli insegnamenti derivanti dal lockdown, si è avuta la spinta per realizzare un progetto che solo fino a pochi anni fa sarebbe stato impossibile immaginare: l'allestimento di aule didattiche informatizzate, una in ogni istituto penitenziario, dedicate esclusivamente agli studenti universitari.
Il coordinatore di Ateneo per il progetto, Emmanuele Farris, precisa: "Il nostro Polo universitario penitenziario, con quasi 70 studenti, di cui il 61% in alta sicurezza, l'8,5% al 41bis e il 30,5% in media sicurezza, è il quarto in Italia per numeri assoluti, ma il primo per incidenza sulla popolazione detenuta: negli istituti penitenziari dove opera il Puolo Uniss, studia all'Università il 5,4% della popolazione detenuta, contro una media nazionale dell'1,4%.
Nell'ultimo anno accademico abbiamo avuto un incremento del +61% di studenti rispetto al triennio precedente. Abbiamo ridotto di 3,5 volte il numero di studenti che non riescono a dare esami, portandolo quasi a zero, e più che raddoppiato il numero di studenti meritevoli".
salentolive24.com, 24 novembre 2020
La Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale ha deciso, nell'incontro del 12 novembre di inviare al parlamento italiano un appello per ridurre il numero delle presenze in carcere, al fine di tutelare il diritto alla salute di detenuti e operatori penitenziari.
"Il carcere - sottolinea la professore Maria Mancarella, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Città di Lecce - è di per sé un luogo in cui il rischio della diffusione del covid-19 è molto alto: il fisiologico assembramento di un numero considerevole di persone in spazi ristretti non consente il rispetto del distanziamento fisico e delle misure di igiene indispensabili alla prevenzione del virus e contribuisce inevitabilmente ad accrescere il rischio di diffusione del contagio".
"Dalle informazioni che emergono è evidente come nelle carceri italiane la situazione cominci a diventare seria ma non ancora allarmante - afferma Mancarella - Accanto ad istituti in cui vi sono dei veri e propri focolai, in molte carceri i casi presenti sono pochi e si riferiscono a persone asintomatiche, sia tra il personale penitenziario che tra i detenuti, segno questo che le misure di prevenzione stanno ancora funzionando, se pur a fatica.
I dati degli ultimi giorni mostrano, tuttavia, una tendenza verso un rapido e progressivo aumento dei casi. Si ripresenta perciò prepotentemente il tema della riduzione delle presenze insieme a quello della definizione, in tutti gli istituti, di spazi adeguati a una gestione efficace della prevenzione e dell'assistenza, cosa che finisce per contrarre inesorabilmente i già ristretti spazi destinati alla restante popolazione detenuta".
Una significativa riduzione delle presenze in carcere - scrivono in un appello i Garanti - contribuirebbe positivamente ad affrontare nel migliore dei modi la gestione sanitaria interna della prevenzione e dei focolai, favorendo migliori condizioni lavorative per gli operatori penitenziari e permettendo, ove possibile, la prosecuzione in condizioni di sicurezza, delle attività lavorative e formative, di istruzione, culturali o sportive. I garanti fanno perciò appello alla Magistratura perché eviti arresti e misure cautelari in carcere, quando non strettamente indispensabili; perché favorisca licenze straordinarie ai semiliberi, ai lavoranti all'esterno e a coloro che usufruiscono abitualmente di permessi; perché conceda la detenzione domiciliare ai detenuti in fine pena.
"Nel carcere di Lecce - precisa la Garante - la situazione non è al momento preoccupante: dai controlli sono emersi sette agenti positivi, tutti appartenenti al Nucleo traduzioni, tra i detenuti invece non risulta alcun positivo. La Direzione continua a fare il possibile di facilitare i contatti con l'esterno almeno fino a quando ciò sarà possibile, utilizzando tutte le modalità comunicativa a disposizione e con ogni mezzo, cercando, anche se a fatica, di non far ricadere il carcere nell'isolamento.
I problemi del carcere sono tanti e non tutti evidenti a coloro che non ne hanno esperienza diretta, che nel carcere non sono mai entrati, a nessun titolo, e che non vogliono vedere. Il carcere - mi scrive la direttrice Russo - da sempre e non solo in tempo di Covid, è fatto da problemi sociali che altri preferiscono non risolvere perché scarsamente coinvolgenti sotto il profilo della strategia politica, ma vi assicuro che ciò che incombe sulle coscienze di noi direttori sono il disagio psichico, una tutela della salute mentale inadeguata, persone senza fissa dimora, poveri ed ancora tossicodipendenti, che si preferisce lasciare in terapia metadonica piuttosto che progettare per loro una vita migliore e libera".
"Purtroppo - conclude la professoressa Mancarella - le disposizioni del Dap hanno limitato al massimo la presenza dei volontari, costringendo alla chiusura delle attività laboratoriali. Le attività scolastiche, invece, proseguite in presenza anche dopo l'ordinanza del presidente Emiliano e precauzionalmente sospese dopo la rilevazione dei casi di positività al Covid tra gli agenti di polizia penitenziaria, si svolgono al momento regolarmente in presenza. I detenuti che lavorano sulla base dell'art.21 continuano regolarmente ad uscire per lavorare all'esterno (due presso il comune di Caprarica, uno presso il comune di Lequile, uno presso l'Olivetti, uno presso l'ex convitto Palmieri, quattro presso la Procura della repubblica, due presso datori di lavoro privati). L'ufficio matricola ha compilato d'ufficio le istanze di detenzione domiciliare per tutti i detenuti, circa cinquanta, che hanno i requisiti richiesti dall'ultimo decreto".
Gazzetta di Modena, 24 novembre 2020
La consigliera comunale Pd Federica Venturelli ha presentato una interrogazione in Consiglio per conoscere se, con tutte le altre iniziative sospese, si stia comunque riuscendo a garantire la didattica a distanza anche per i carcerati che seguono attività scolastiche e di formazione professionale al Sant'Anna.
È chiaro che le competenze in materia di amministrazione penitenziaria spettano allo Stato, ma l'opera del Comune può essere di grande supporto. A inizio novembre anche il Miur con una circolare aveva portato l'attenzione sulle scuole in carcere. "In realtà - sottolinea Venturelli - grazie a operatori, volontari e docenti esterni sono diverse le iniziative di educazione, formazione e lavoro in essere al Sant'Anna, ma con l'epidemia tutto è stato sospeso. È quindi importante che ci siano le condizioni affinché si garantisca continuità didattica agli studenti ristretti, per i quali la scuola rappresenta un'opportunità importante di crescita e di riprogettazione della propria vita". Da qui la richiesta di notizie sulle strumentazioni digitali a disposizione e le modalità della cosiddetta "Dad".
di Roberta Rampini
Il Giorno, 24 novembre 2020
Sdoganati macchinari e un milione di chili di tessuto: detenuti al lavoro. Le prime due macchine acquistate in Cina sono state installate nell'area industriale del carcere di Bollate lo scorso aprile. Insieme al tessuto, sono state donate dalla struttura del commissario straordinario per l'emergenza Covid all'amministrazione penitenziaria.
Ogni macchina produce mascherine 24 ore su 24 e occupa dieci detenuti per turno. Fanno parte del progetto "#Ricuciamo", realizzato in partnership con il ministero della Giustizia, che prevede la produzione di mascherine protettive nel carcere di Milano Bollate, Rebibbia a Roma e in quello di Salerno. Gli altri quattro macchinari destinati al laboratorio interno al carcere erano da fermi alla dogana da mesi.
Ieri la buona notizia: i funzionari dell'Agenzia delle Dogane in servizio negli Uffici di Milano 2 e Milano 3 hanno provveduto allo sdoganamento rapido dei macchinari e la produzione delle mascherine potrà entrare a pieno regime. Tutti i macchinari, infatti, verranno utilizzati per la lavorazione del tessuto-non tessuto in polimeri sintetici che da agosto arriva in treno da Xìan, attraverso l'antica Via della seta e la Polonia, alla sezione operativa territoriale di Melzo.
Il tessuto-non tessuto sdoganato a oggi ammonta a quasi 1.000.000 di chili e fa parte della commessa sottoscritta negli scorsi mesi dal commissario straordinario per garantire la produzione nazionale delle mascherine. I detenuti impiegati nel laboratorio, sotto il coordinamento di supervisori esterni, producono mascherine di tipo chirurgico destinate al personale e agli ospiti degli istituti penitenziari dislocati nel territorio nazionale.
Nei prossimi giorni è previsto l'arrivo del nono e penultimo treno, costituito da 42 vagoni e con un carico di circa 200.000 chili di tessuto-non tessuto. L'Agenzia delle Dogane garantirà il via libera rapido della merce con la procedura dello svincolo diretto per consentire al commissario straordinario di averne la disponibilità in tempi brevissimi una volta riscontrata la regolarità del carico e del trasporto.
Nell'area dell'ex falegnameria del carcere bollatese, oltre ai detenuti addetti al funzionamento delle macchine, ci sono quelli che si occupano della ricezione e della preparazione del tessuto, due addetti all'impacchettamento e alla sanificazione delle mascherine, per un totale di 80 detenuti impiegati nei quattro turni di lavoro per le due macchine installate in ogni struttura produttiva.
di Simona Musco
Il Dubbio, 24 novembre 2020
"L'Iran è un posto dove nessun tipo di critica al governo è concessa. Le carceri sono luoghi senza regole e anche gli adolescenti possono essere condannati a morte, in spregio a qualsiasi convenzione internazionale. E nessun giornale può raccontare quello che accade: l'unica tv è quella di Stato, che spesso manda in onda, prima dei processi, le false confessioni estorte ai prigionieri con la tortura".
A raccontarlo al Dubbio è Reza Khandan, attivista e marito di Nasrin Sotoudeh, avvocata iraniana per i diritti umani. Accusata di "propaganda sovversiva" e di "aver incoraggiato la corruzione e la dissolutezza" - ha difeso le donne che si sono rifiutate di portare il velo -, l'attivista è stata condannata nel 2018 a 148 frustate e 33 anni e mezzo di carcere, dei quali dovrà scontarne almeno 12. Nei giorni scorsi è stata rilasciata con un permesso temporaneo e una volta fuori ha scoperto di essere positiva al coronavirus, contratto proprio durante la detenzione.
Come sta adesso Nasrin?
Il carcere l'ha leggermente indebolita, soprattutto dopo il recente sciopero della fame, inoltre ha contratto il coronavirus ed è stata in quarantena domiciliare per due settimane dopo il suo rilascio. Sta lentamente migliorando. Era stata imprigionata nel reparto generale della prigione di Evin, nella sezione femminile insieme ad altri prigionieri politici. Ad ottobre avrebbero dovuto trasferirla in ospedale per tre settimane (soffre di problemi cardiaci e si è indebolita ulteriormente a seguito dello sciopero della fame indetto come forma di protesta per chiedere la liberazione dei prigionieri politici, ndr), invece, è stata trasferita direttamente nella prigione di Qarchak vicino Teheran, sempre nel reparto generale. Questa prigione è pessima in termini di clima e salute e manca di strutture di base. In qualche modo, Nasrin ha contratto lì il virus. Non ha potuto usufruire del congedo per due anni e mezzo.
E quella di Evin com'è?
Ha due sezioni. Il reparto generale della prigione e il reparto del centro di detenzione di sicurezza. Il settore pubblico è un luogo dove i detenuti trascorrono le loro pene e hanno condizioni più normali, anche se la possibilità di accedere alla linea telefonica, per le donne politiche recluse a Evin, è molto, molto limitata. Il settore della detenzione di sicurezza è, invece, indescrivibile: lì non esiste la legge. Non c'è alcuna supervisione su ciò che accade. Anche al capo della prigione non è permesso entrare nei centri di detenzione di sicurezza. I prigionieri sono spesso tenuti in isolamento e talvolta torturati. Sono sottoposti a estenuanti interrogatori per settimane e spesso anche a gravi violenze fisiche e psicologiche. È in questi centri di detenzione che i detenuti sono costretti a fare false confessioni a causa della tortura e la televisione di Stato, che è l'unica emittente televisiva del Paese, trasmette queste confessioni ancor prima che una persona sia processata e condannata. Quindi, sulla base di queste confessioni, il Tribunale rivoluzionario può condannare i detenuti a decine di anni di prigione o addirittura alla pena di morte.
Come sono, in generale, le prigioni iraniane?
Le carceri in Iran generalmente non dispongono di strutture di base per i prigionieri. Insulti e intimidazioni sono all'ordine del giorno. La maggior parte delle carceri non separa i detenuti in base ai crimini. In molti casi, il trattamento dei detenuti non è seguito e, in caso di ricovero al di fuori della prigione, nella maggior parte dei casi, il costo del trattamento è sostenuto dal detenuto, che deve acquistare forniture e persino cibo di cui ha bisogno con i propri soldi. Anche se la prigione è responsabile di provvedere ai bisogni dei detenuti, nella maggior parte delle carceri il livello di salute è molto basso ei detenuti soffrono di varie malattie.
Qual è la situazione dei diritti umani?
Le violazioni dei diritti umani in Iran sono diffuse e sistematiche ed avvengono per conto del governo. Le libertà sociali e politiche sono molto limitate. L'Iran è al primo posto nel mondo per numero di esecuzioni rispetto alla popolazione e la tortura (in particolare la fustigazione) viene applicata in forme legali, illegali e sistematiche. La libertà dei media è generalmente limitata. Le elezioni nel paese sono diventate un fenomeno senza senso. I diritti delle donne, delle minoranze etniche e religiose vengono ignorati e la discriminazione di genere dilaga. Le proteste pacifiche vengono generalmente represse. I cittadini possono essere condannati a cinque anni o più di carcere per aver usato internet. Un uomo di nome Ruhollah Zam, ex giornalista ed ex attivista, è stato condannato a morte per aver gestito un canale di Telegram antigovernativo. Mentre si trovava in Francia, dove era stato accolto come rifugiato, è stato ingannato, attirato in Iraq e una volta lì arrestato.
Perché Nasrin, alla fine, è stata rilasciata?
Dopo che mia moglie ha iniziato lo sciopero della fame, ci sono state molte pressioni sul governo iraniano da parte dell'opinione pubblica e di varie istituzioni e organizzazioni nazionali e internazionali. Hanno ignorato questa richiesta pubblica per un po' e alla fine, per dimostrare di non sottovalutarla, l'hanno rilasciata temporaneamente con un permesso medico. Il suo congedo sarebbe dovuto durare cinque giorni. Quando abbiamo scoperto che aveva contratto il Covid in prigione il suo congedo è stato esteso a 21 giorni.
Più di una volta le è stato impedito di vedere sua moglie, perché?
A volte ci è stato vietato come punizione. Siamo stati banditi un paio di volte perché Nasrin non ha indossato il suo hijab. Anche mia figlia è stata arrestata: dopo che mia moglie ha iniziato lo sciopero della fame per liberare i prigionieri politici, hanno fatto pressioni affinché nostra figlia venisse detenuta per ore con il pretesto di una rissa con un funzionario della prigione. È stata arrestata come terrorista.
Perché il governo si accanisce contro la sua famiglia?
Il governo iraniano non consente la minima critica. Chiunque si oppone viene soppresso con tutte le forze, inclusi avvocati, insegnanti, lavoratori, donne e tutte le minoranze.
Qualche settimana fa sua moglie ha fortemente criticato il sistema giudiziario iraniano, qual è la situazione?
Il sistema giudiziario iraniano non segue alcuna legge quando agisce contro l'opposizione. Agisce in conformità agli ordini impartiti dalle agenzie di sicurezza. I prigionieri politici sono tra i cittadini più indifesi dell'Iran e vengono trattati dalle forze di sicurezza utilizzando come loro strumenti i giudici delle corti rivoluzionarie. Mia moglie ha fatto uno sciopero della fame per dare voce ai prigionieri politici e penso che questa voce sia stata ascoltata dall'opinione pubblica mondiale. Quanta pressione possa esercitare l'opinione pubblica sul governo iraniano, poi, è un'altra questione. Ma almeno nel caso di mia moglie e di alcuni altri prigionieri politici e con doppia cittadinanza, questa pressione si è manifestata.
Anche i minori vengono incarcerati in Iran: come vengono trattati?
Le persone di età inferiore ai 18 anni vengono trattenute in luoghi chiamati centri correzionali. Quando raggiungono l'età di 18 anni, vengono trasferiti in prigione. Lo scenario peggiore è per gli adolescenti che commettono omicidi: il sistema giudiziario iraniano, al fine di aggirare questa convenzione internazionale che vieta l'esecuzione di coloro che hanno commesso crimini in età inferiore ai 18 anni, li detiene fino alla maggiore età e li giustizia dopo aver raggiunto l'età legale.
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 24 novembre 2020
I responsabili della Cooperativa Giotto, azienda che da molti anni si occupa di lavoro nelle carceri, sono stati ricevuti nei giorni scorsi dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, alla quale hanno consegnato tre ceste confezionate dai detenuti del carcere di Padova e contenenti prodotti tipici di Vo' e di Codogno.
Da tempo nella casa di reclusione, grazie al progetto che nel 2005 ha portato la Pasticceria Giotto di Padova a trasferire il proprio laboratorio nella Casa di reclusione Due Palazzi della città veneta, vengono realizzati dolci d'ogni genere, biscotteria classica e cioccolatini, ma anche colombe di Pasqua e gli apprezzatissimi panettoni. Più recentemente è stata avviata anche la produzione dei gelati. Da 15 anni il progetto ha 'sfornato' anche uomini rinnovati nello spirito: detenuti che hanno appreso un mestiere, ne hanno carpito i segreti e che si sono poi trasformati in pasticceri sapienti. In alcuni casi questa specializzazione è stata fondamentale per ricominciare una vita dopo aver espiato la pena.
Le tre ceste donate alla presidente del Senato sono state confezionate dai detenuti con prodotti tipici delle zone di Vo' e Codogno, due località rese purtroppo famose perché teatro dei focolai di febbraio durante la prima ondata di Coronavirus. Per Nicola Boscoletto, capo della cooperativa Giotto, questa iniziative "vuol essere un semplice gesto di testimonianza di come ci si può aiutare, mettendo al centro, prima ancora dell'aiuto economico, un sostegno al lavoro delle aziende e perciò alle persone che vi operano. Perché siamo convinti che, come ripete instancabilmente Papa Francesco il lavoro è ciò che dà dignità".
di Adriana Marmiroli
La Stampa, 24 novembre 2020
Dalle carceri arriva un segnale di resistenza e speranza per tutto il settore. Prima o poi la pandemia finirà, e il sipario tornerà a sollevarsi ancora. Il modello di riferimento per tutti è Armando Punzo. La sua Compagnia della Fortezza, attiva a Volterra dai primi Anni '80, ha dimostrato che, anche dietro le sbarre, tra i detenuti, fare teatro si può ed è attività che molto giova al reinserimento. Da allora sono stati molti gli istituti di pena che hanno favorito questa attività. A Milano tutti i principali: San Vittore, Opera, Bollate.
Se Bollate, dove operava la compagnia Estia, al momento è fermo e il teatro è ora sala cinematografica, a Opera e San Vittore lavorano rispettivamente Opera Liquida e Cetec/Dentro-Fuori San Vittore. Maschile la prima, di sole donne la seconda. Ne sono l'anima e il motore con passione e dedizione Ivana Trettel e Donatella Massimilla, registe, "capocomiche", drammaturghe, docenti.
In un mondo governato dalle regole della reclusione, quel Covid che ha spento le luci di tutti i teatri è esploso con effetti doppiamente devastanti: ha colpito i detenuti e il personale di sorveglianza, imposto un più rigido isolamento con l'esterno, costretto alla sospensione delle attività laboratoriali. Poi è arrivata l'estate: un quasi ritorno alla normalità. E infatti: Cetec ha portato in scena "Le voci di dentro", spettacolo in parte dal vivo (un'interprete sola in scena accompagnata da un fisarmonicista) e in parte in video, rappresentato in un cortile di via Paolo Sarpi a fine settembre.
"Tutto si è fatto più difficile, ma non ci arrendiamo", dice Donatella Massimilla. Il teatro a San Vittore lo fa da 30 anni, ci aveva portato persino Strehler: "Le tempeste" del maestro è opera che ha fatto il giro del mondo. Oggi lavora con una compagnia di sole donne, verso cui la muove un'urgenza fortissima. "È un mondo ancora più sofferente - spiega -. La loro solitudine e fragilità è enorme. Gli uomini, fuori, hanno famiglie che li aspettano; le donne invece, in genere, non hanno nessuno". E allora il teatro è ancora più importante. "Fanno gruppo, rompono l'isolamento, parlano di sé".
A febbraio, prima del lockdown, una delle sue attrici (nonché coautrice di "Le voci di dentro"), Elena Pilan, era stata trasferita. "È interprete prolifica e autoriale. Non potevo non "seguirla" a Bollate. Ce l'ho fatta". Oggi Elena gode del regime di semilibertà: in questi giorni di "Lombardia rossa" esce e lavora presso la sede del Cetec. E anche questa è una vittoria. Perché invece in carcere i laboratori sono nuovamente sospesi. "Online però andiamo avanti - conclude Massimilla. Una speranza ci unisce: tornare, a primavera, in quel cortile. Tutte".
"Noi guerra! Le meraviglie del nulla", invece, lo spettacolo preparato da Opera Liquida, è andato in scena solo in streaming. Anche Ivana Trettel, che ne firma la regia, in carcere lavora da anni, dal 2008. Nel 2009 nasce Opera Liquida e dal 2014 il festival "Prova a sollevarti dal suolo", attività supportate dalla fondazione bancaria Acri all'interno del progetto "Per Aspera Ad Astra-Come riconfigurare il carcere attraverso cultura e bellezza". "Con il lockdown il tempo si è fermato - ci racconta -. Sono stati mesi inconsistenti e polverizzati. Viviamo una situazione paradossale: la reclusione si è diffusa a tutto il mondo. Siamo tutti carcerati".
Con i suoi interpreti - detenuti ed ex detenuti - l'inverno scorso stava lavorando a "Noi Guerra!", evento pittorico-spettacolare legato alle particolarissime opere dell'artista Giovanni Anceschi. "Con la pandemia abbiamo dovuto rivedere tutto: era uno spettacolo di contatti. Abbiamo cercato di ricostruirlo a partire da nuove regole. Cambiato il codice, il messaggio non è cambiato". Così il 13 novembre con grande emozione ha debuttato davanti a una platea vuota. Ma: "C'è stato chi si è collegato dal Sudamerica, chi dall'Alabama. Abbiamo superato le 2200 visualizzazioni. Prendiamo atto: vogliamo tornare davanti al pubblico, ma la modalità online resterà. È un'opportunità troppo grande". Insomma, anche grazie alla caparbietà di queste donne che non si sono arrese, dalle carceri arriva un segnale di resistenza e speranza. Prima o poi la pandemia finirà, allenterà la sua morsa. E, anche per quella particolarissima categoria di attori che sono i detenuti, il sipario tornerà a sollevarsi ancora. Loro sono pronti.
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 24 novembre 2020
L'avvocata impegnata per i diritti umani, è stata temporaneamente rilasciata. Ma il 9 novembre la Corte Suprema ha rifiutato la revisione del processo di Saba Kord Afshari, 22enne che deve scontare 15 anni di carcere per aver "diffuso corruzione e prostituzione" manifestando senza hijab. Un'altra ragazza, Nasibeh Shamsaie, che si era tolta il velo sul monte Daravand e poi è fuggita in Turchia, rischia la deportazione per ingresso illegale e falsificazione di documenti.
Dall'Iran è arrivata nei giorni scorsi una buona notizia: il rilascio temporaneo di Nasrin Sotoudeh. Avvocata impegnata per i diritti umani nota in tutto il mondo, era stata incarcerata nel giugno 2018 e condannata nel marzo 2019 a 33 anni di carcere (di cui 12 almeno da scontare) per "propaganda contro il sistema" e altre accuse. Nel video del 7 novembre diffuso sui social, il volto di Nasrin è coperto dalla mascherina ma si vede la gioia negli occhi di questa madre 57enne, mentre riabbraccia il figlio adolescente.
Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, oggi le conferirà le chiavi della città, che saranno consegnate a suo nome all'attivista del Movimento Donne Iraniane Sabri Najafi. In un audio, Sotoudeh ringrazierà per il riconoscimento ricevuto "nell'adempimento dei suoi doveri professionali". Anche la sua condanna è legata a questi doveri, sottolinea con preoccupazione un comunicato dell'Onu, che chiede alle autorità di Teheran che il rilascio temporaneo per motivi di salute sia reso permanente. Sotoudeh ha il Covid: lo ha reso noto il marito Reza Khandan tre giorni dopo il rilascio. Anche lui risultato positivo, teme che se la moglie fa dichiarazioni che non piacciono al governo, possa tornare in carcere o vedersi negate le cure.
Una delle ragioni per cui Sotoudeh è stata condannata è aver difeso le donne che si sono battute contro l'obbligo del velo in Iran. Il 9 novembre la Corte Suprema ha rifiutato la revisione del processo di Saba Kord Afshari, 22enne che deve scontare 15 anni di carcere per aver "diffuso corruzione e prostituzione" manifestando senza hijab.
Un'altra ragazza, Nasibeh Shamsaie, che si era tolta il velo sul monte Daravand e poi è fuggita in Turchia, rischia la deportazione per ingresso illegale e falsificazione di documenti. Sotoudeh ha fatto da avvocato a prigionieri politici che nessuno voleva difendere. Ora ci sono giovani che rischiano di finire sul patibolo per le manifestazioni del 2017 e 2019. "I sogni di Nasrin sono lontani dall'essere realizzati", nota Najafi. "Spero che le tante città italiane che le stanno dando riconoscimenti possano anche fare qualcosa di concreto".
bonculture.it, 24 novembre 2020
Uno sportello telefonico, in presenza e on line di consulenza psicologica totalmente gratuita per le famiglie dei detenuti e delle detenute: a Lecce con "Ti ascolto" prosegue Storie Cucite a Mano, progetto triennale selezionato dall'impresa sociale Con i Bambini, nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, che coinvolge anche le città di Moncalieri e Roma.
Curata da PSY:I - Studio di psicoterapia cognitiva integrata l'idea nasce come sportello d'ascolto per i parenti (minori e adulti) dei detenuti e delle detenute durante l'attesa dei colloqui nella Casa Circondariale Borgo San Nicola di Lecce.
Considerata però la situazione complessa per gli incontri in carcere a causa dell'emergenza e delle restrizioni da Covid19, l'iniziativa è stata ora portata all'esterno per non abbandonare tutte le famiglie che desiderano ricevere supporto psicologico soprattutto in questo particolare momento. Per prenotare un colloquio on line, telefonico o in studio si può chiamare o mandare un messaggio ai numeri 3496425781 o 3356298712. PSY:I è uno studio di Psicoterapia Cognitiva Integrata per la diagnosi e la cura del disagio psichico ed emotivo con particolare riferimento ai disturbi d'ansia (disturbo ossessivo-compulsivo, attacchi di panico, fobie, ansia sociale, ecc.), ai disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, obesità), ai disturbi dell'umore (depressione, disturbo bipolare), ai disturbi della sfera sessuale e di coppia e alle nuove dipendenze patologiche (dipendenza dal gioco d'azzardo, dipendenza da internet, dipendenza dal sesso).
Gli psicoterapeuti e le psicoterapeute sono altamente formati e con una lunga esperienza professionale. L'aggiornamento costante, l'uso degli "strumenti" terapeutici più innovativi (schema therapy, mindfulness, terapia relazionale e familiare) e la collaborazione con altri professionisti della salute mentale (psichiatra, neuropsicologa, nutrizionista) permette di offrire trattamenti personalizzati e di definire percorsi terapeutici utili ai fini della risoluzione dei problemi.
Grazie a "Storie cucite a mano", l'associazione "Fermenti Lattici" prosegue il lavoro già avviato nel carcere di Lecce con il progetto "Giallo, rosso e blu - I bambini colorano Borgo San Nicola" sostenuto da "Infanzia Prima", promosso da Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo e Fondazione con il Sud, e grazie alla collaborazione con il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Puglia.
Attraverso attività ed eventi, da alcuni anni vengono coinvolti in maniera attiva bambini, genitori detenuti e liberi, accompagnatori. La Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti (Roma, 6 settembre 2016 - Ministero di Giustizia), alla quale il progetto aderisce, riconosce formalmente il diritto dei minori alla continuità del proprio legame affettivo con il proprio genitore detenuto e, al contempo, ribadisce il diritto alla genitorialità dei detenuti.
La condizione di svantaggio, che a Lecce riguarda circa 250 bambini che non hanno la possibilità di instaurare un rapporto quotidiano con il genitore, costruire ricordi e condividere un'esperienza gratificante con la propria famiglia, è ancora più complessa da qualche mese a causa della pandemia da Covid19. Proprio per questo motivo, qualche settimana fa, è stata pubblicata sul web una "Filastrocca delle mani" realizzata da alcune mamme detenute per insegnare ai più piccoli i comportamenti da adottare per proteggerci dal virus.
Il progetto Storie Cucite a Mano - coordinato dalla Cooperativa Sociale Educazione Progetto di Torino (capofila), dall'Associazione 21 luglio Onlus di Roma e da Fermenti Lattici di Lecce, con il monitoraggio della Fondazione Emanuela Zancan e la comunicazione a cura della Cooperativa Coolclub - è stato selezionato da Con i Bambini nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e coinvolge numerosi partner nei vari territori.
Oltre alle amministrazioni comunali di Moncalieri e Lecce e all'Unione dei Comuni di Moncalieri, Trofarello e La Loggia, il progetto vede tra i partner Associazione Teatrulla, Cooperativa Sociale Pier Giorgio Frassati, Istituto Comprensivo Statale "Santa Maria" (Moncalieri), ABCittà società cooperativa sociale onlus, Associazione Garofoli/Nexus, Digiconsum, Istituto Comprensivo Giovanni Palombini, Fondazione per l'educazione finanziaria e al risparmio, In.F.O.L Innovazione formazione orientamento e lavoro (Roma), Casa Circondariale "Borgo San Nicola" di Lecce, ABCittà, Istituto Comprensivo "P. Stomeo - G. Zimbalo", Principio Attivo Teatro, PSY Psicologia e Psicoterapia cognitiva integrata (Lecce).
Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile nasce da un'intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l'impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione CON IL SUD.
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