di Giuliano Foschini e Salvo Palazzolo
La Repubblica, 24 febbraio 2021
"Business pandemia. Boom di riciclaggio, corruzione e scambi elettorali". La relazione della direzione investigativa antimafia conferma le denunce di magistrati ed esperti sui rischi in infiltrazione durante il lockdown: raddoppiate le denunce di mafia. Una lista di padrini scarcerati all'attenzione di chi indaga, potrebbero riorganizzarsi. Un nuovo patto criminale Sicilia-Usa. Cade il muro dell'omertà nell'Ndrangheta: aumento nelle collaborazioni.
L'allarme che arriva da Foggia. "Il lockdown ha rappresentato l'ennesima occasione per le consorterie criminali di sfruttare la situazione per espandersi nei circuiti dell'economia legale e negli apparati della pubblica amministrazione". Non è più un sospetto, è una certezza. Gli analisti della Direzione investigativa antimafia hanno ripercorso le statistiche dei reati commessi su tutto il territorio nazionale e hanno scoperto un dato preoccupante che racconta come si è sviluppata la regia dei padrini: "Nei primi sei mesi del 2020, il numero dei reati commessi con l'aggravante del metodo mafioso è il doppio rispetto all'anno precedente". A crescere sono soprattutto i "casi di riciclaggio, di reimpiego di denaro e di corruzione". Anche lo scambio elettorale politico mafioso ha fatto registrare un balzo delle statistiche giudiziarie: "Al Sud, si sono quintuplicati" gli episodi scoperti. Segno del livello di infiltrazione negli enti locali.
L'ultima relazione semestrale della Dia al Parlamento dà sostanza all'allarme di questi mesi arrivato da magistrati ed esperti: "Si prospetta il rischio che le attività imprenditoriali medio-piccole (ossia quel reticolo sociale e commerciale su cui si regge principalmente l'economia del sistema nazionale) vengano fagocitate nel medio tempo dalla criminalità, proprio diventando strumento per riciclare e reimpiegare capitali illeciti".
La chiave della grande aggressione sta nella disponibilità di liquidità che i clan continuano ad offrire: "A privati ed imprese in difficoltà", spiega la Direzione investigativa antimafia oggi diretta da Maurizio Vallone. Indagini, processi e sequestri di beni non sembrano aver fiaccato i padrini. Al contrario: nei primi sei mesi dello scorso anno sono stati denunciati il doppio dei mafiosi rispetto agli anni precedenti. "È la riprova - scrive la Dia - che il lockdown, se da un lato ha determinato una contrazione delle "attività criminali di primo livello" necessariamente condizionate da una minore mobilità sul territorio, dall'altro ha rappresentato l'ennesima occasione per le consorterie criminali di sfruttare la situazione per espandersi nei circuiti dell'economia legale e negli apparati della Pubblica Amministrazione. Non a caso, anche lo scambio elettorale politico mafioso ha fatto registrare un aumento di casi nel 2020".
Sotto osservazione c'è adesso una lista di scarcerati che hanno finito di scontare il loro debito con la giustizia. Boss che hanno conservato un cospicuo portafoglio in questi anni in carcere, e soprattutto il segreto di tante relazioni. Le ultime indagini hanno messo in risalto un gran fermento nelle cosche in giro per l'Italia: la parola chiave per capire oggi è "alleanza". Per fare fronte contro magistrati e forze dell'ordine. Per massimizzare i profitti con investimenti ancora maggiori.
L'alleanza che più preoccupa gli investigatori è il "rinnovato" patto con i "cugini" americani. Nell'ottica di un "superamento" delle divisioni fra vincenti e perdenti del passato. La Dia ricorda che quattro delle cinque famiglie mafiose di New York (Gambino, Genovese, Lucchese e Colombo) sono originarie di Palermo e provincia, la quinta, quella dei Bonanno, ha radici a Castellammare del Golfo, Trapani. Negli ultimi mesi, c'è un stato un gran via vai di ambasciatori per trattare affari, non è ancora chiaro quali. Le indagini della procura di Palermo hanno intercettato due mafiosi agrigentini mentre parlavano della visita di un emissario della famiglia Gambino: era in cerca di una grande azienda in crisi, da riempire di "soldi che vengono da Singapore" e poi fare fallire con un crac. Una grande operazione di riciclaggio, sfruttando in modo eclatante la crisi.
Le crepe nell'Ndrangheta - Affari internazionali continuano a fare i boss dell'Ndrangheta, che resta leader del narcotraffico. Ma l'organizzazione "non appare più così monolitica ed impermeabile a fenomeni quali la collaborazione con la giustizia di affiliati e di imprenditori e commercianti sino a ieri costretti all'omertà dal timore che tale organizzazione mafiosa imponeva loro". È una novità importante messa in risalto dalla Dia: "Un numero sempre maggiore di collaborazioni con la giustizia di soggetti appena tratti in arresto per vari reati sta frantumando quel clima di omertà e di impenetrabilità che aveva contraddistinto l'Ndrangheta".
La galassia della Camorra - "La Camorra napoletana, invece, può oggi facilmente suddividersi in varie classi - scrive la Dia - In prima classe, sicuramente appaiono cartelli di famiglie che hanno saputo resistere nel tempo anche a momenti di grave crisi legate alle vicende delle guerre di camorra che si sono combattute nell'area nord e centro di Napoli. Attualmente risultano salde le posizioni dell'Alleanza di Secondigliano in un'area che va dal centro di Napoli sino a Giugliano, le attività criminali spaziano dai traffici di stupefacenti al commercio internazionale di prodotti con marchi contraffatti (di cui sono indiscussi leader a livello europeo) alla gestione di appalti pubblici. Sullo stesso piano la giungla di famiglie generalmente riconducibili al nucleo familiare dei Mazzarella, oggi egemoni nel centro est di Napoli". Preoccupano anche gli altri "micro clan operanti in città e provincia che vivono per lo più di traffico di stupefacenti ed estorsioni". La scarcerazione di un boss o di un "soggetto particolarmente determinato" può anche creare conflitti "che possono sfociare pure in omicidi per il riposizionamento sul territorio", avverte la Dia.
La mafia foggiana - Se mai ce ne fosse bisogno, la relazione della Dia evidenzia anche l'altra nuova emergenza criminale con cui il nostro Paese deve fare i conti ormai da tempo: la mafia foggiana. "Ormai da qualche anno - scrive la Dia, citando le parole del procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho - si ha la consapevolezza che esiste una quarta mafia, una mafia forte, sanguinaria, arrogante, che crede di poter combattere con lo Stato".
"Un quadro evolutivo sempre più spregiudicato, tale da creare un serio allarme sociale, con ripercussioni sul locale tessuto socio-economico", scrive la Dia. In un quadro in cui è sempre più chiaro uno scambio tra "mafia degli affari e quella che indichiamo come la borghesia mafiosa, punto d'incontro tra gli interessi dei clan e di certa parte del mondo imprenditoriale e della politica. Le organizzazioni mafiose foggiane stanno crescendo, si stanno evolvendo, stanno passando da un modello sempre più tradizionale di mafia militare ad un modello più evoluto di mafia degli affari, e questo sta modificando gli assetti, i rapporti di alleanze perchè quanto più gli obiettivi sono ambiziosi, tanto più le relazioni, le cointeressenze si fanno strutturate".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2021
Sicilia e Toscana hanno inserito i legali nel piano vaccinale, nessuna risposta alle richieste degli Ordini territoriali nel Lazio, Lombardia e Calabria. Forza Italia si fa promotrice di una interrogazione al Ministro. Vaccinazione senza regole omogenee per gli avvocati. Mentre alcune Regioni, come la Sicilia e la Toscana, hanno inserito i legali tra le categorie a rischio, includendoli nella profilassi prevista per gli uffici giudiziari, altri Ordini territoriali che pure ne avevano fatto richiesta non hanno avuto risposte.
A lanciare l'allarme è Antonino Galletti, Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma, il più grande d'Italia, che ha rivolto un appello al neo Ministro Cartabia, perché "riporti un minimo di razionalità in un procedere finora abbastanza schizofrenico".
La questione monta nel corso della giornata e nel tardo pomeriggio, il senatore di Forza Italia Franco Dal Mas rende noto che, su richiesta del suo gruppo, la Commissione Giustizia del Senato ha dato mandato al presidente Andrea Ostellari di richiedere al ministro competente "di introdurre criteri omogenei sul territorio nazionale, e di specificare formalmente che il settore giustizia oltre al personale della giustizia, comprende anche gli avvocati per la funzione che viene quotidianamente esercitata secondo quanto esposto in premessa".
"Per quanto riguarda l'Avvocatura - spiega Galletti - siamo all'assurdo oramai di una vaccinazione a macchia di leopardo sul territorio nazionale. Capita così che gli avvocati siano considerati categoria a rischio a Palermo ed in Firenze e non invece altrove, ad esempio, a Roma e nel Lazio, dove fin da novembre abbiamo chiesto come COA Roma e come Unione degli Ordini Forensi del Lazio di procedere alla vaccinazione degli iscritti quanto prima per assicurare continuità al servizio primario della Giustizia".
"Per ora non sono arrivate risposte - prosegue Galletti - eppure sia in Sicilia, sia in Toscana e sia nel Lazio, gli avvocati frequentano aule d'udienza affollate, visitano i detenuti, incontrano una pluralità di assistiti, contribuiscono come parte essenziale al funzionamento di un servizio pubblico essenziale quale quello della Giustizia, che non può certo fermarsi, non potendosi sbattere le porta in faccia ai diritti ed alle libertà".
"Siamo così al paradosso - prosegue - che un avvocato romano, che pure potrebbe essere chiamato a partecipare un'udienza in presenza a Firenze non è vaccinato, a differenza dei colleghi di quella città". Secondo Galletti dunque è necessario procedere a un "intervento organico che riguardi tutto il territorio nazionale". A richiedere il riconoscimento come categoria a rischio è anche il presidente dell'Ordine degli avvocati di Catanzaro Antonello Talerico con una lettera inviata al presidente facente funzioni della Regione Nino Spirlì.
E un intervento prioritario per la categoria è stato chiesto nella giornata di ieri dal Presidente del Coa Napoli nord, Gianfranco Mallardo.
Il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Palermo, invece, come detto, ha ricevuto comunicazione dell'inserimento degli Avvocati tra le categorie con priorità del programma di vaccinazione. Il Presidente del COA, avv. Giovanni Immordino, ha commentato: "Gli avvocati hanno continuato a lavorare, mettendo sempre a rischio la propria salute".
Polemiche in Toscana dopo che l'Ordine degli avvocati di Firenze ha comunicato agli iscritti: "La Regione ha accolto la richiesta di inserire nella campagna di vaccinazione anti Covid il personale dell'amministrazione giudiziaria e gli avvocati". Legali dunque inclusi insieme alle forze dell'ordine, al personale scolastico e ai membri del sistema giudiziario fra i destinatari delle dosi AstraZeneca. A gettare acqua sul fuoco l'assessore regionale alla Sanità, Simone Bezzini, che ha spiegato che siccome le dosi "possono essere somministrate solo a persone fra i 18 e i 55 anni, in buono stato di salute", non verrebbero sottratte né agli anziani né ad altri i soggetti con fragili.
A rivolgersi al Presidente della Regione Lombardia, l'avvocato Attilio Fontana, ed all'Assessore al Welfare, Letizia Moratti, l'Unione lombarda degli Ordini forensi: "Avuto notizia - si legge nella missiva - che il personale degli Uffici Giudiziari è stato inserito nella somministrazione prioritaria prevista dal Piano Vaccini fase 2 della Regione Lombardia", e ritenuta l'iniziativa "lodevole e di grande interesse per il sistema giudiziario", prosegue il Presidente Angelo Proserpio, "mi permetto di rilevare che il piano di prevenzione potrà essere più utile ed efficace se la somministrazione prioritaria dei vaccini coinvolgerà anche gli Avvocati". Ricordando che "nei giorni scorsi" anche la rappresentanza istituzionale dell'avvocatura aveva espresso il medesimo suggerimento, condiviso peraltro dall'Anm.
di Niccolò Nisivoccia
Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2021
La riforma del processo civile è uno dei capitoli più importanti del programma di riforma della giustizia. I processi civili sono lenti, troppo lenti, si osserva; ed è convinzione diffusa che questa lentezza sia una delle cause principali degli scarsi investimenti esteri nel nostro Paese.
Una riforma è indispensabile, se ne deduce, perché il funzionamento dei processi dipende in ultima analisi dalle leggi che li regolano. Il ragionamento ha la forza di un sillogismo, almeno in apparenza, perché è un dato che i processi civili siano lentissimi; così come sono gli stessi investitori esteri a dare spesso atto delle loro ritrosie, motivandole alla luce di questo dato. Ma è altrettanto vero che il funzionamento dei processi dipende in ultima analisi dalle leggi che li regolano? In parte sicuramente lo è.
Negarlo significherebbe disconoscere la funzione stessa della legge, che è quella di regolamentare il vivere comune; ed equivarrebbe, come giuristi, ad abdicare al proprio molo, se non alla propria essenza. È quindi sempre vero, senza dubbio, che lo svolgimento di un processo è anche il frutto della legge che lo disciplina e lo scandisce, essendo il processo a sua volta una delle dimensioni nelle quali il vivere comune si realizza e si manifesta (Salvatore Satta sosteneva addirittura che nel processo l'esistenza umana sfiora una dimensione divina).
E per quanto riguarda il processo civile, in particolare, sono molti i profili sotto i quali una riflessione avrebbe una sua ragion d'essere, a cominciare dall'intoccabilità del triplice grado di giudizio. La realtà è che alla moltiplicazione dei gradi di giudizio non corrispondono, di per sé, maggiori garanzie che una sentenza sia giusta, perché i modelli processuali dipendono piuttosto dai modelli di organizzazione dello Stato.
Lo aveva spiegato benissimo Mirjan Damaska, ad esempio, in un suo saggio fondamentale del 1986 ("I volti della giustizia e del potere", il Mulino): quanto più è radicata la fiducia nello Stato, nello Stato di diritto, tanto meno sarà necessaria la moltiplicazione dei gradi. Da questo punto di vista potrebbe allora valere la pena quantomeno di ragionare sull'ipotesi dell'eliminazione del giudizio d'appello, sulla quale si discute da anni: considerando fra l'altro che l'eliminazione di un grado potrebbe forse finire perfino per contribuire, se immaginata nel contesto di una riforma più generale, a generare o ad aumentare, per effetto di un circolo virtuoso, quella medesima fiducia verso lo Stato intorno alla quale il discorso è centrato.
Ma la legge non basta. Pensare che una buona legge, da sola, possa produrre giustizia ed equilibrio non è semplicemente illusorio: è anche controproducente, nella misura in cui può tradursi in un alibi deresponsabilizzante. Le leggi non vivono solo delle proprie prescrizioni, ma - al contrario - hanno bisogno di comportamenti che alle prescrizioni conferiscano un senso, riempiendole di contenuti. Di più: come notava già Gustavo Zagrebelsky in un libro di una decina d'anni fa (Intorno alla legge, Einaudi) proprio l'eccesso di leggi tipico del nostro tempo ha rovesciato ormai quasi del tutto la situazione.
"La silenziosa sacralità del diritto è stata soppiantata dalla verbosa esteriorità del diritto", scriveva Zagrebelsky, aggiungendo che "lo Stato è da tempo una machina legislatoria". Ed è proprio per via di questa "verbosa esteriorità" e di questa trasformazione dello Stato in una "machina legislatoria" che la legge sembra aver smarrito ormai molta della sua forza, ammesso che per certi versi non abbia fallito tout court, secondo la tesi sostenuta di recente da Carla Benedetti nel suo "La letteratura ci salverà dall'estinzione" (Einaudi).
Tutto ciò non può non valere anche in relazione al processo civile, della cui funzionalità, o disfunzionalità, dovrebbero farsi carico, prima di chiunque altro, coloro che del processo fruiscono e che il diritto sono chiamati ad applicarlo, in concreto: parti, avvocati, giudici, ciascuno per la propria parte. È soprattutto da loro, oltre che naturalmente dalla dotazione di maggiori risorse (di persone e di mezzi), che dipende il funzionamento del sistema, aldilà di qualunque riforma presente o futura.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2021
Il giornalista deve dimostrare di aver valutato il diritto alla dignità umana in rapporto alla rilevanza di dare la notizia con le generalità. Il Codice della privacy esclude la divulgazione dei nomi delle vittime di violenza sessuale, a meno che sia necessaria ai fini della corretta informazione sulla vicenda e che tale informazione corrisponda a un essenziale interesse pubblico. La Corte di cassazione con la sentenza n. 4690/2021 ha accolto il ricorso di una moglie che, violentata dal marito in un ambito di maltrattamenti in famiglia, lamentava la pubblicazione da parte di un giornalista delle proprie generalità. Il rinvio è stato giustificato dalla carenza della motivazione del giudice di merito che, nel respingere la domanda della donna di risarcimento danni, ha ritenuto legittima la condotta del giornalista. La prima difesa dell'autore dell'articolo - che emerge tra le righe della sentenza di legittimità - si attagliava sulla piena riconoscibilità della vittima a causa della doverosa divulgazione delle generalità del marito autore del reato.
Ma tanto il giornalista quanto il giudice - chiamato a valutarne il comportamento - non possono limitarsi a una tale constatazione, che non è spendibile de plano. La divulgazione di nome e cognome della vittima va, infatti, comunque valutata in rapporto alla circostanza che siano essenziali alla notizia e che questa sia di interesse generale. ma soprattutto, che tali dati coperti da privacy non siano "eccedenti" rispetto al fine di rendere una corretta informazione di un fatto che per le sue peculiarità coinvolge la dignità umana della vittima.
L'articolo 137 del Codice Privacy mira a tutelare la riservatezza delle persone offese dalla commissione di alcuni gravi reati, segnatamente di natura sessuale. Ma la verità del fatto, la rilevanza dell'interesse pubblico a conoscerlo e la continenza nell'esporlo, da parte del giornalista, sono fattori che lasciano sopravanzare il diritto di cronaca sull'interesse alla privacy della persona offesa dal reato sessuale. Cioè la tutela di rilievo costituzionale della dignità della persona può essere superata da una puntuale valutazione giornalistica - oggetto dell'esame del giudice, in caso di lite - sull'essenzialità dell'interesse a divulgare la notizia. Quindi la bilancia può ben pendere dal lato della libertà di espressione in merito a un fatto che coinvolge la privacy individuale. Nel caso concreto la Corte annulla la sentenza per la carente motivazione fornita sul punto di tale bilanciamento.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
Il magistrato di Sorveglianza ha respinto l'istanza per i domiciliari dei difensori di Carmine Alfano, affetto da "broncopatia cronica asmatiforme". È affetto da una grave malattia respiratoria, tanto che per i due processi pendenti i giudici hanno dato il via libera ai domiciliari perché "esposto a pericolo di vita". Ha anche un residuo pena di 8 mesi ancora da scontare, ma la magistratura di sorveglianza ha rigettato l'istanza.
Una vicenda non isolata, ma di "ordinaria amministrazione", utile a capire quanto sia tuttora difficoltoso garantire il diritto alla salute nonostante che il periodo pandemico ne richiede maggiore urgenza. In questo caso parliamo di Carmine Alfano, detenuto attualmente nel carcere di Siracusa, affetto, come si evince dalla sua cartella clinica, da "broncopatia cronica asmatiforme" e da "enfisema bolloso parasettale", vale a dire da "bolle d'aria sulla superficie pleurica del polmone", tali da determinare il collasso dell'organo e, quindi, "l'interruzione della funzione ventilatoria che garantisce l'ossigenazione sanguigna". Il problema è che è stato già colpito da due attacchi di pneumotorace spontaneo "a carico del polmone sinistro, che ha determinato insufficienza respiratoria acuta che ha richiesto il drenaggio in emergenza del cavo pleurico".
Ha una severa patologia e rischia la vita in caso di Covid 19 - In sede di consulenza tecnica, all'esito di un accurato esame clinico, il dottore ha formulato una prognosi "quoad vitam infausta", rappresentando che, nell'ipotesi in cui il pneumotorace "si verificasse contemporaneamente nell'emitorace destro e in quello sinistro, il soggetto andrebbe incontro a morte certa per insufficienza respiratoria acuta". In considerazione della severa patologia e del rischio esponenziale in caso di contagio da Covid-19, il medico ha sollecitato "la Direzione Sanitaria della Casa Circondariale di Siracusa ad effettuare una visita specialistica pneumologica", in realtà già richiesta dal mese di agosto del 2019.
La stessa Area Sanitaria della Casa circondariale di Siracusa, con nota del 19 marzo 2020, ha segnalato che il detenuto Alfano "ha avuto un pneumotorace spontaneo ed alla Tac sono state evidenziate bolle di enfisema a carico del lobo superiore di destra e sinistra. (...) Alla visita odierna ha riferito dispnea notturna ed obiettivamente erano presenti lievi sibili respiratori. (...) In atto le sue condizioni sono apparentemente buone, ma non si può escludere che un eventuale contagio con Covid 19 possa cagionare un pregiudizio alla salute"; sempre nella nota il medico del carcere ha rilevato che Alfano "è in attesa di effettuare visita pneumologica e test di bronco dilatazione e Dlcop presso l'Ospedale Umberto I di Siracusa, inoltre, poiché ha lamentato disturbi urinari ed è stata richiesta ecografia vescica e prostata".
Sia il Gip sia la Corte d'Assise di Salerno hanno evidenziato la pericolosità della carcerazione - A tutt'oggi, però, nonostante i reiterati solleciti, non è stato effettuato alcun accertamento clinico.Com'è detto, Carmine Alfano ha due processi pendenti. In uno, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Salerno ha sostituito la misura di massimo rigore con quella degli arresti domiciliari, reputando il protrarsi della carcerazione particolarmente pericoloso per il detenuto e ritenendo addirittura superflua un'eventuale perizia.
Il Gip ha evidenziato la necessità di costanti contatti con le strutture sanitarie esterne e la correlata difficoltà a causa dell'epidemia da Covid 19. Tale provvedimento viene assunto a seguito di una nota trasmessa, il 28 dicembre 2020, dall'Area Sanitaria della Casa circondariale di Siracusa, dove viene rimarcata la criticità delle condizioni di salute di Alfano. Analoga decisione di concessione degli arresti domiciliari in luogo della carcerazione, adottata il 12 gennaio scorso, è giunta anche dalla Corte di Assise di Salerno.
Ha rilevato come "nel caso di specie si è proprio in presenza di una valutazione in concreto, operata dalla stessa casa circondariale, secondo cui la necessità di contatti e trasferimenti continui del detenuto presso strutture esterne, indispensabile per la cura della patologia è resa oltremodo difficoltosa dalla attuale situazione emergenziale degli Ospedali, sicché diviene effettivo il rischio che il detenuto non possa essere curato o soccorso con la tempestività necessaria e sia, perciò, esposto a pericolo di vita".
Dopo quasi un mese e mezzo il detenuto si è visto rigettare dalla magistratura di sorveglianza l'istanza per la detenzione domiciliare. Il problema è che, essendo affetto da enfisema bolloso bilaterale, nella malaugurata e sfortunatissima eventualità che il pneumotorace si verificasse contemporaneamente nell'emitorace destro e in quello sinistro, andrebbe incontro a morte certa per insufficienza respiratoria acuta. La questione diventa ancora più pericolosa nel momento in cui rischia di contrarre il Covid. Problematica recepita da ben due giudici, tranne dalla magistratura di sorveglianza che ha disposto il trasferimento presso il carcere sardo di Cagliari.
di Riccardo Lo Verso
livesicilia.it, 24 febbraio 2021
Avrebbero dato il via libera a un trasferimento singolo. "Rispettate sempre le linea guida". Ci sono due imputati per la morte di Samuele Bua, che nel novembre 2018 si suicidò all'interno del carcere Pagliarelli di Palermo. Aveva 29 anni. Il procuratore aggiunto Ennio Petrigni e il sostituto Renza Cescon hanno chiesto il rinvio a giudizio per omicidio di colposo nei confronti dei medici in servizio nel penitenziario. Il 20 aprile prossimo sapranno dal giudice per l'udienza preliminare Stefania Brambille se deciderà di mandarli o meno sotto processo.
Samuele era un soggetto affetto da "schizofrenia grave". Un giorno i vicini sentirono delle urla provenire dalla casa e avvertirono i carabinieri. Samuele finì in carcere. "Non è lì che doveva stare", hanno sempre detto i familiari, che hanno presentato una denuncia tramite l'avvocato Giorgio Bisagna. Una volta in cella Samuele Bua si tolse la vita impiccandosi con in lacci delle scarpe. Era stato posto in isolamento.
Secondo l'accusa, i due imputati non avrebbero tenuto conto della certificazione di un altro medico che aveva disposto le dimissioni dal reparto di psichiatria e il trasferimento in una cella del reparto "grande sorveglianza" in compagnia di un altro detenuto che potesse controllarlo. Ed invece Bua finì in una cella da solo. Gli furono pure riconsegnati gli oggetti di uso comune, fra cui rasoi, lenzuola e lacci delle scarpe. Quei lacci che il detenuto avrebbe poi usato, un mese dopo, per mettere fine alla sua vita.
I due imputati, assistiti dagli avvocati Claudio Gallina Montana, Valeria Minà e Gianluca Corsino, hanno sempre professato la loro innocenza, escludendo qualsiasi colpa nel loro operato, approntato sempre al rispetto delle linee guida. C'è un ulteriore giallo in questa strana storia. L'autopsia svelò che Bua aveva tracce di alcol nel sangue. Davvero strano per un soggetto che si trovava in isolamento in carcere.
perugiatoday.it, 24 febbraio 2021
Approvata una mozione per l'istituzione di una Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza come quella in cui è rinchiuso Luigi Chiatti. La chiusura degli istituti psichiatrici per detenuti ha aperto la strada alle Rems, le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, cioè quelle strutture dove rinchiudere persone condannate o non giudicabili, ma per le quali è necessario un regime detentivo. L'Umbria ne è sprovvista e invia le persone soggette a questo tipo di misura in Sardegna (come Luigi Chiatti, condannato per il duplice omicidio di bambini a Foligno) oppure in Toscana. Il costo per un detenuto in Rems, a carico dello Stato e delle Regioni, è di 350 euro giornalieri.
Nel Carcere perugino di Capanne risultano 120 degli attuali 360 detenuti presentano problemi psichiatrici certificati e, anche se non tutti necessitano del ricovero in una Rems, costituiscono un problema per la gestione quotidiana da parte degli agenti di Polizia penitenziaria, spesso costretti ad affrontare atti di autolesionismo e aggressioni da parte dei detenuti.
Della condizione dei detenuti con problemi psichiatrici si è occupato anche il Garante dei detenuti nella relazione 2019, a conferma che il carcere non è il luogo adatto per questi soggetti: aumento degli eventi critici, spesso innescati da soggetti affetti da patologie psichiatriche, tentativi di suicidio, rivolte, scioperi della fame, atti di autolesionismo, aggressioni al personale, baratto dei medicinali. Analoghe difficoltà seppur in numero inferiore, sono state rilevate anche nel carcere di Terni e in quello di Orvieto.
La soluzione potrebbe essere quella di realizzare una Rems in Umbria, così come chiesto dalla mozione promossa dai consiglieri della Lega Francesca Peppucci, Eugenio Rondini, Valerio Mancini, Daniele Carissimi, Daniele Nicchi e dal Gruppo di Fratelli d'Italia, con Eleonora Pace e Marco Squarta. Un atto con il quale si chiede di "rivedere l'accordo interregionale con la Regione Toscana relativo alla realizzazione e gestione di residenze comuni per detenuti con patologie psichiatriche e di dotare l'Umbria di una struttura propria Rems".
L'Umbria non aveva mai realizzato una propria Rems in quanto al momento dell'istituzione di tali strutture si trovavano ristretti solo sette detenuti, rientranti nei criteri previsti. Da qui l'accordo con Liguria, Sardegna e Toscana per ospitare, nelle proprie strutture, gli internati provenienti dal territorio umbro, "fermo restando l'impegno reciproco di favorire la dimissibilità, con presa in carico dei Dipartimenti di salute mentale del territorio di provenienza, delle persone che cessano di essere socialmente pericolose" ha ricordato la consigliera Peppucci.
Nonostante l'accordo, ad oggi i posti riconosciuti all'Umbria risultano, però, insufficienti, con difficoltà di gestione dei detenuti ritenuti pericolosi e bisognosi del servizio, ma anche una lunga lista di attesa per usufruire dei posti. "Ci siamo attivati dopo l'incontro con la Procura che ha posto questa necessità. I numeri sono notevolmente aumentati, servirebbero 10 posti più altri 10, per altrettanti pazienti maschi e femmine, che dopo adeguate valutazioni mediche e di percorso in relazione ai reati commessi dovrebbero gradualmente essere reimmessi nella società - ha detto in aula l'assessore Coletto - Proprio per questo c'è necessità di una Rems, e con la delibera dello scorso 16 dicembre è stato approntato un gruppo di lavoro per determinare la collocazione e la costruzione della residenza. Quindi sono stati aggiunti dei tecnici per arrivare in tre mesi a definire collocazione e tipo di struttura".
zoom24.it, 24 febbraio 2021
Il Garante comunale dei detenuti si unisce all' appello per l'inserimento dei detenuti calabresi nel piano vaccini, lanciato dal Garante regionale. Mi unisco e condivido l'appello lanciato ieri dal, Garante regionale dei detenuti per la Calabria avv. Agostino Siviglia sulla richiesta di inserimento nel Piano vaccini regionale calabrese, delle persone recluse e del personale in servizio presso i luoghi di reclusione, soggetti appartenenti alle categorie a maggior rischio di contagio. La questione sollevata riguarda i 12 istituti penitenziari calabresi e dunque anche la Casa Circondariale di Crotone.
Ritengo dunque fondamentale un'attenzione istituzionale in tal senso come questione di somma urgenza. Evidenzio che, nel periodo emergenziale a Crotone, sono stati consegnati fino al novembre del 2020, oltre 2000 dispositivi di protezione individuale per la profilassi e che gli stessi rappresentano una misura solo temporanea per assicurare il diritto alla salute.
Restiamo tutti in attesa della somministrazione vaccinale antiCovid19 per le persone recluse, misura indispensabile per garantire la salute e scongiurare anche un solo contagio a chi vive in situazioni particolari di privazione della propria libertà e dunque in vulnerabilità sociale. Come già sottolineato dal garante regionale, in alcune aree territoriali quali il Lazio vi è già una programmazione in tal senso e pertanto, a metà marzo inizierà la somministrazione del vaccino anti-Covid ai detenuti e al personale carcerario, mi auguro che la nostra realtà regionale e locale non rimanga ultima in quest'azione necessaria e urgente.
di Giusy Santella
mardeisargassi.it, 24 febbraio 2021
Appena qualche settimana fa, in seguito alla prima condanna per tortura per un agente del carcere di Ferrara, parlavamo non solo di quanto fosse stata necessaria la previsione di questa fattispecie di reato nel 2017, ma soprattutto di quanto fosse stato - e tuttora sia - difficile fare luce su ciò che avviene negli istituti penitenziari. Pochi giorni or sono, abbiamo avuto la conferma di quanto affermato: dieci agenti in servizio presso il carcere di San Gimignano sono stati condannati per tortura e lesioni aggravate ai danni di un detenuto tunisino che nell'ottobre 2018 era stato vittima di un brutale pestaggio durante un trasferimento di cella. La vicenda giudiziaria riguarda anche un medico dell'istituto, condannato per rifiuto d'atti d'ufficio, per non aver visitato e refertato il detenuto, nonché altri cinque agenti, rinviati a giudizio ordinario nei prossimi mesi in un procedimento in cui si è costituita parte civile pure l'Associazione Antigone.
Anche in quell'occasione, il detenuto non si era sentito nelle condizioni di denunciare: il fatto di essere straniero lo aveva posto probabilmente in una situazione di marginalità ancora maggiore di quella ordinaria, costringendolo a vivere in una condizione di trauma e terrore per mesi, rifiutandosi addirittura di vedere un medico. È stato solo grazie all'attenzione di un'educatrice e al coraggio di altri detenuti che le atrocità subite sono emerse ed è stato possibile allertare il magistrato di sorveglianza e poi le autorità competenti per le indagini. Ma cosa accade quando questo coraggio manca? Quando prevale la paura di ritorsioni o si hanno di fronte altri complici di un sistema penitenziario repressivo e disumano?
I particolari che stanno venendo fuori riguardo ai fatti di San Gimignano sono ogni giorno che passa più raccapriccianti: gli agenti erano quindici, ognuno con i guanti, semplicemente per trasferire da una cella a un'altra un detenuto del tutto inconsapevole di ciò che stava per accadergli. Stentiamo a capire il motivo di un simile gesto. Di cosa si tratta? Frustrazione, divertimento, cattiveria?
Ho parlato con coloro che sono stati crocifissi come torturatori, mentre sono onesti lavoratori, che fanno uno dei lavori più difficili del mondo. Ci sono aggressori senza aggrediti, torturatori senza torturati e denunciati senza denuncianti. Gli uomini e le donne in divisa non meritano di essere trattati come delinquenti: queste le parole che furono pronunciate al momento dell'apertura del procedimento dall'allora Ministro dell'Interno Matteo Salvini, che si recò immediatamente a San Gimignano a mostrare la propria solidarietà agli agenti indagati, certo della loro innocenza e chiedendo che il video che li incriminava fosse mostrato pubblicamente, in modo che tutto il popolo italiano potesse farsi un'idea.
Ma la giustizia non è fatta di idee e non si fa né sulle forche nelle piazze né tantomeno dietro a uno schermo, bensì nelle aule dei tribunali e attraverso persone che sono adibite e competenti per una tale funzione. Intanto, il video è stato mostrato: tutti abbiamo potuto vederlo, osservarne la brutalità, la noncuranza degli aggressori, le grida di dolore, il corpo esanime sul pavimento e le voci degli altri reclusi provenienti dalle celle lungo il corridoio, cui viene intimato di stare zitti. Abbiamo visto, ci siamo fatti un'idea e dovremmo vergognarcene.
Se è vero che la presunzione di innocenza vale per chiunque fino a prova contraria, non bisogna neppure essere certi che un uomo, solo perché in divisa, non possa aver sbagliato. Durante l'espiazione della pena, i detenuti sono posti sotto la custodia dello Stato che ha un obbligo positivo di tutela nei loro confronti e di rispetto dei loro diritti fondamentali. Chi indossa una divisa rappresenta lo Stato nell'esercizio delle sue funzioni e non può in alcun modo sottoporre a trattamenti inumani le persone recluse, qualsiasi siano i motivi.
Tra le guardie e i ladri sceglierò sempre le guardie, aggiunse allora Salvini: l'idea per la quale ci siano buoni e cattivi e ai secondi sia sempre possibile attribuire tutte le colpe è una costruzione irrealistica che non trova nessun riscontro nei fatti. Chi ha commesso un reato non ha, soltanto per questo, meno credibilità di un uomo incensurato né meno diritto a vedere tutelata la propria persona. Compito di uno Stato di diritto - quale si propugna l'Italia - non è coccolare e accudire i buoni cittadini, mentre reprime quelli che appartengono alle categorie più marginali della società, che abbiano sbagliato o che non si mostrino figli accondiscendenti e sottomessi. È suo preciso compito schierarsi sempre dalla parte degli oppressi e mai da quella degli oppressori, chiunque essi siano.
Ci sono delle responsabilità istituzionali precise dietro i fatti di San Gimignano e tutte le atrocità commesse in carcere in questi anni: uno Stato che non si ferma a riflettere su un sistema che produce tali brutalità è esso stesso carnefice e il moltiplicarsi di fatti analoghi, nonché le ben due condanne per torture in poche settimane, ci dimostrano che non possiamo nasconderci più dietro singoli cui addossare tutta la responsabilità. Un sistema malsano va rivisto completamente, ne vanno scardinate le basi e le colonne portanti. Solo allora potremo dire di essere uno Stato di diritto che reinserisce in società chi ha commesso un reato e lo fa in maniera umana e dignitosa. Fino ad allora, ci resteranno la vergogna e una lunga strada da percorrere.
di Giulio De Santis
Corriere della Sera, 24 febbraio 2021
La rivolta del 9 marzo 2020. Lenzuola incendiate, insulti e qualche spintone alle agenti. È la protesta inscenata da venti detenute, ora indagate dalla Procura, nell'area femminile del carcere di Rebibbia il 9 marzo del 2020 in seguito all'adozione delle misure per contenere il Covid-19. Disordini avvenuti nelle stesse ore nella zona riservata agli uomini.
Le responsabili della protesta sono indagate per resistenza e danneggiamento. Ai loro "colleghi" sono invece contestati reati più gravi, dal sequestro di persona alla devastazione e saccheggio. Differenze dovute al tipo di protesta.
Le donne, apprese le restrizioni dovute al coronavirus, hanno cominciato a fare rumore e gettare dall'interno delle celle nel corridoio antistante lenzuola e cartoni in fiamme. I poliziotti penitenziari hanno provato a dissuaderle, ma ne è nato qualche tafferuglio animato da insulti e spintoni. Al contrario degli uomini che hanno fatto finire lo stesso 9 marzo di un anno fa un ispettore in ospedale.
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