di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 25 novembre 2020
La Corte costituzionale ha depositato le motivazioni con cui spiega perché ha ritenuto non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate sul decreto varato nel maggio scorso. In pratica la disciplina del decreto non abbassa in alcun modo i doverosi standard di tutela della salute del detenuto, anche nei confronti dei condannati ad elevata pericolosità sociale, compresi quelli sottoposti al regime penitenziario del 41bis.
Il decreto varato dal governo per riportare in carcere i boss mafiosi scarcerati durante l'emergenza coronavirus non lede il diritto alla salute dei detenuti. Lo scrive la corte Costituzionale nelle motivazioni della sentenza numero 245 con cui spiega perché ha ritenuto non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate. In pratica la disciplina del cosiddetto "decreto antiscarcerazioni" non abbassa in alcun modo i doverosi standard di tutela della salute del detenuto, garantiti dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo anche nei confronti dei condannati ad elevata pericolosità sociale, compresi quelli sottoposti al regime penitenziario del 41bis.
Si trattava di una norma per il "tutti dentro", scritta per sanare una situazione d'emergenza. Il governo infatti aveva approvato il decreto legge proposto da Alfonso Bonafede che puntava a far tornare in carcere i 376 mafiosi scarcerati nelle ultime settimane. Erano tutti detenuti al 41bis e nei regimi di Alta sicurezza che avevano ottenuto i domiciliari grazie all'emergenza sanitaria. In pratica la norma imponeva ai giudici di Sorveglianza di rivalutare in 15 giorni se sussistessero ancora i motivi legati all'emergenza sanitaria. Era infatti sulla base del rischio contagio se i giudici hanno consentito gli arresti casalinghi a mafiosi, presunti boss, killer e spacciatori di droga tra marzo ed aprile.
Le eccezioni di incostituzionalità erano state sollevate dal Tribunale di sorveglianza di Sassari e dai Magistrati di sorveglianza di Spoleto e di Avellino sul decreto legge n. 29 del 2020 e sulla legge n. 70 del 2020, relativi alle scarcerazioni connesse all'emergenza Covid-19 di condannati per reati di particolare gravità.
I dubbi riguardavano le norme che impongono al Magistrato di sorveglianza - una volta concessa provvisoriamente, per ragioni legate all'emergenza sanitaria, la detenzione domiciliare ai condannati per questi reati - di rivalutare periodicamente le condizioni che giustificano la misura, alla luce dei pareri delle Procure distrettuali e della Procura nazionale antimafia, nonché delle informazioni del Dipartimento degli affari penitenziari sull'eventuale sopravvenuta disponibilità di strutture sanitarie all'interno del carcere o di reparti di medicina protetti, idonei a ripristinare la detenzione del condannato. La Corte ha ritenuto che questa disciplina non violi il diritto di difesa del condannato.
La legge sull'ordinamento penitenziario, nota la Consulta, da tempo affida al Magistrato di sorveglianza il compito di anticipare, in situazioni di urgenza, i provvedimenti definitivi del Tribunale di sorveglianza sulle istanze di concessione di misure extra-murarie per ragioni di salute, sulla base anche di documentazione acquisita direttamente dal magistrato e non conosciuta dalla difesa. La stessa situazione si verifica nel procedimento di rivalutazione introdotto dal dl, funzionale ad attribuire al magistrato la possibilità di revocare in via provvisoria e urgente la detenzione domiciliare già concessa, in modo da mantenere sempre aggiornato il bilanciamento tra l'imprescindibile esigenza di proteggere la salute del detenuto e le altrettanto fondamentali ragioni di tutela della sicurezza pubblica, legate alla particolare pericolosità di questa tipologia di detenuti.
Il diritto di difesa del condannato potrà poi esplicarsi pienamente nell'ambito del procedimento davanti al Tribunale di sorveglianza, destinato a concludersi nei trenta giorni successivi all'eventuale provvedimento di revoca, nel quale il difensore avrà completa conoscenza dei documenti e dei pareri acquisiti. La Corte ha poi escluso che la disciplina esaminata contrasti con il diritto alla salute del detenuto e con il principio di separazione dei poteri. La legge, infatti, non intende esercitare alcuna indebita pressione sul giudice che ha in precedenza concesso la detenzione domiciliare e mira unicamente ad arricchire il suo patrimonio conoscitivo su possibili opzioni alternative intramurarie, in grado di tutelare in modo ugualmente efficace la salute del condannato.
di Aldo Varano
Il Riformista, 25 novembre 2020
In 60 anni non ha concluso nulla. Morra è stato scelto da 5S e Centrodestra, che hanno rotto una tradizione unitaria che durava dai tempi di Li Causi e Taviani. È stato votato dalla Santelli e lui ha votato la Santelli, sua vice per vari anni.
Salvini: "I parlamentari della Lega e di tutto il Cdx non parteciperanno più ai lavori della Commissione antimafia fino a quando ci sarà Morra come presidente". Condivide l'on. Gelmini di Fi. Non si sa come si orienterà la minoranza della Commissione che, al contrario di Lega, Fi, FdI e 5S non ha votato come presidente il 5S Nicola Morra.
In ogni caso il destino dell'Antimafia di Morra sembra segnato. Che il dibattito abbia preso questa piega non è una buona notizia. Si sarebbe potuto approfittare dell'occasione per una riflessione più ponderata e per cancellare una struttura che (a dir poco) da moltissimi anni non produce più alcun contributo nella lotta contro le mafie (ma fior di studiosi contestano lo abbia mai fatto) limitandosi ad audizioni di magistrati e vertici delle forze dell'ordine.
Una struttura che deve ormai difendersi dall'accusa di essere una enclave parlamentare per parcheggiare politici ingombranti ai quali è necessario dare adeguata collocazione in attesa della scomparsa dal palcoscenico della politica.
Ma procediamo con ordine. Il quattordici novembre del 2018 a Palazzo San Macuto si riunisce la Commissione per eleggere i propri organismi: presidente, vicepresidenti (due), segretari (due). Dalle elezioni del 4 marzo di quell'anno sono passati circa otto mesi durante i quali, per la verità, nessuno, tranne i parlamentari aspiranti a occupare qualche casella del vertice, ha sentito la mancanza della Commissione che venne creata la prima volta nel 1962.
Sarebbe dovuta durare una legislatura ma era previsto potesse venire rieletta. Non automaticamente, ma con un nuovo atto legislativo. La rielezione non era obbligatoria. Accadeva nel 1962. I protagonisti del dibattito si chiamavano Taviani e Li Causi, nomi che i giovani confondono con di Giolitti e Franchetti.
Del resto, sono passati quasi 60 anni che, a partire dalla rivoluzione industriale, sono un'eternità. Difficile pensare che Falcone quando spiegava che la mafia come tutti i fenomeni storici avrebbe avuto una fine pensasse a un periodo così lungo. A San Macuto, il 14 novembre di due anni fa, si ritrovano 50 parlamentari (25 senatori e 25 deputati) per eleggere gli organi della Commissione. Ma i giochi sono già stati fatti.
La tradizione mai violata è che tutte le componenti parlamentari siano coinvolte nella direzione della Commissione. Ma ora si cambia. C'è un organico accordo politico tra il Cdx (Fi, FdI e Lega Nord) e M5S, che escludono tutte le altre componenti politiche. È evidente che s'indeboliranno immagine e ruolo dell'Antimafia. Ma questo non importa a nessuno.
Non perché ci sia una sottovalutazione della lotta contro le mafie. Ma perché tutti sanno che lotta alle mafie e Commissione antimafia hanno scarsi punti in comune. L'intero bottino dei posti viene spartito tra il Cdx e i 5s. I maggiori beneficiari saranno Nicola Morra (presidente, 5s ligure ma eletto in Calabria dove insegna filosofia al liceo) e Iole Santelli (vicepresidente, Fi e calabrese doc). Un altro vicepresidente andrà alla Lega Nord con Pasquale Pepe. Coi due segretari verranno accontentati i FdI con Wanda Ferro (altra calabrese doc), e ingrosserà il bottino la Lega Nord con Gianni Tonelli. Bocciato il senatore Pietro Grasso che raccoglie per la presidenza 13 voti (Pd, LeU).
Curiosamente, nella discussione innescata nei giorni scorsi dalle dichiarazioni a dir poco imbarazzanti di Morra sulla Santelli nessun giornale ha ricordato che lui e la Santelli hanno lavorato gomito a gomito nell'antimafia; né è stato ricordato, a propositi dei calabresi che hanno i parlamentari che si meritano, che tra questi c'è anche lo stesso Nicola Morra. Insomma, il senatore insultando i calabresi s'è insultato da solo.
Torniamo al 14 novembre 2018. È lampante che c'è stato un accordo politico organico per una maggioranza tra il M5s e il Cdx. Quindi, Morra ha votato la Santelli e la Santelli ha votato Morra. Dopo la votazione le sinistre diffonderanno un comunicato per denunciare la rottura unitaria della gestione della Commissione, per la prima volta dopo quasi 60 anni, ma non gliene fregherà niente a nessuno. A fonte dei 13 voti di Grasso, Morra ne accumulerà 30, cioè il 60%, percentuale che più o meno coincide con lo schieramento 5s, Lega, Fi, FdI.
Insomma, quando (ora non allora) Salvini dice che Morra è "cretino" dovrebbe aggiungere che è stato lui, il capopartito più forte del Cdx, a spianargli la strada nel posto in cui è. C'è un altro dato che racconta la scarsa importanza politica della Commissione: su 5 componenti della sua direzione, tre sono occupati da parlamentari eletti in Calabria: Morra, Santelli, Ferro.
Difficile credere che in Calabria si trovi il 60% delle migliori forze parlamentari antimafia e non invece che i parlamentari siano convinti che non sia poi così importante farne parte: prevalgono i calabresi perché la Calabria, e guidi loro, è una regione politicamente debole. I tre ultimi presidenti della Commissione Antimafia sono stati: Seppe Pisanu (sardo, con un vice eletto in Calabria), stella ormai cadente di Fi per la sua gestione delle elezioni del 2006. Dopo Pisanu ci sarà Rosy Bindi: Matteo Renzi le ha dichiarato guerra e l'ha bandita dalla Toscana, ma la Bindi riesce a farsi eleggere in Calabria. Renzi pone un veto sulla sua partecipazione al Governo e la Bindi dovrà accontentarsi della presidenza dell'Antimafia.
Poi arriva Nicola Morra (Calabria) con chiacchiere alle spalle: è diffusissima la voce che voglia fare il ministro della scuola: dal M5s lo silurano rifilandogli l'Antimafia. Da ricordare che, intanto, accanto alle polemiche di queste ore ne cresce un'altra sul mondo misterioso e sommerso dell'Antimafia: quanti sono i suoi consulenti? Chi li decide? Sulla base di quali criteri? Osservando quali leggi e regolamenti? Come vengono ripartiti? Quanto guadagnano e di quali benefici usufruiscono?
Ma il problema non è solo quello delle ultime 3 presidenze e della Commissione usata dai partiti (tutti) come parcheggio per privilegiati caduti in bassa fortuna politica. Quasi 30 anni fa, Dario Gambetta, uno dei più acuti analisti delle mafie del Novecento, firmando da Oxford una nuova introduzione al suo La Mafia siciliana (Einaudi 1992, traduzione dall'inglese di Severi e Gambetta), sulla Commissione antimafia annotava: "Si ha l'impressione che questo istituto - di cui pure fecero parte Cesare Terranova e Pio La Torre, che hanno pagato con la vita la lotta alla mafia - sia servito come una palestra in cui le forze di governo permettevano all'opposizione di sinistra di menare pugni antimafia purché rigorosamente nel vuoto". Da allora sono passati quasi altri 30 anni. Forse bisognerebbe approfittare del caso Morra per una decisione più radicale rispetto alle sue inevitabili dimissioni.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 25 novembre 2020
I nuovi provvedimenti cautelari continuano a far entrare gente in cella, i braccialetti elettronici scarseggiano, le procedure dinanzi al Tribunale di Sorveglianza si moltiplicano e nelle carceri i contagi aumentano e si continua a morire.
Un detenuto del carcere di Secondigliano è morto ieri all'ospedale Cardarelli. Mario Riccio, 70enne calabrese, in attesa della sentenza di appello dopo un primo processo conclusosi con una condanna a 12 anni per reati associativi, è deceduto nell'ospedale Cardarelli dove era ricoverato da circa un mese per Covid. Soffriva di patologie pregresse e i giudici gli avevano negato gli arresti domiciliari, secondo quanto riferiscono i familiari. Salgono così a tre, nell'arco di pochi giorni, le vittime del Covid nei penitenziari: le altre sono un detenuto di Poggioreale e il direttore sanitario di Secondigliano.
"A Napoli si registra una situazione catastrofica", denuncia il direttivo del Carcere Possibile annunciando per domani una giornata di protesta. Alle 11,30 i penalisti, assieme a garanti dei detenuti, cappellani delle carceri e rappresentanti di Antigone, si riuniranno all'esterno del Tribunale di Napoli e del carcere di Poggioreale.
Manterranno la distanza prevista dalle norme anti-contagio e chiederanno ai capi degli uffici "di chiudere il portone di ingresso degli istituti penitenziari partenopei e aprire la porta d'uscita". "Chiediamo - precisa il direttivo del Carcere Possibile, la Onlus della Camera penale presieduta dall'avvocato Anna Maria Ziccardi - che venga bloccata l'emissione di nuovi ordini di carcerazione, che il ricorso alla misura cautelare della custodia intramurale sia limitato ai casi più gravi, che il Tribunale di Sorveglianza si attivi affinché si tratti il maggior numero di procedure relative ai detenuti ai quali concedere una misura alternativa".
L'articolo 30 del decreto Ristori non ha prodotto risultati nelle carceri campane. "A Poggioreale non si registra, infatti, alcuna uscita legata all'applicazione di questa norma e a Secondigliano pare che ne abbia beneficiato un solo detenuto, ma solo formalmente giacché è ancora in attesa del braccialetto elettronico". Servono strumenti per risolvere il problema del sovraffollamento. "Non abbiamo timore a dire - aggiunge il direttivo del Carcere Possibile - che questi strumenti sono in primo luogo l'amnistia e l'indulto".
Ormai è chiaro che il Covid si muove nelle carceri come vuole. Che è un nemico subdolo e pericoloso, e che in luoghi sovraffollati contagia più facilmente. Il virus ha raggiunto anche quelle sezioni, come il 41bis, che il Ministero della Giustizia e alcuni procuratori della Repubblica durante la prima ondata avevano indicato come luoghi sicuri.
E non si è fermato nemmeno davanti ai bambini che purtroppo crescono dietro le sbarre seguendo il destino delle madri, contagiandone alcuni. "Il problema del sovraffollamento delle carceri impedisce o limita drasticamente ogni tentativo di porre un argine al dilagare della pandemia", denunciano i penalisti. Attualmente i detenuti positivi a Poggioreale sono 100 e in quello di Secondigliano 84, più due ricoverati in ospedale.
A Salerno si contano due positivi tra i detenuti reclusi. Nel carcere di Benevento sono cinque più uno ricoverato in ospedale, mentre c'è un solo detenuto positivo a Santa Maria Capua Vetere. E anche se cominciano a esserci le prime guarigioni dal Covid la situazione nelle carceri continua a destare grande preoccupazione. "Insofferenza e paura sono gli stati d'animo dei detenuti che vivono a causa del Covid un surplus di sofferenza, di doppia reclusione - afferma il garante regionale Ciambriello - La magistratura di Sorveglianza deve significativamente intervenire".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 novembre 2020
Un detenuto malato di Covid a Tolmezzo. Era in attesa di giudizio, ultrasettantenne con patologie pregresse, aveva ricevuto rassicurazioni. Qualcosa non avrebbe funzionato nella gestione sanitaria al carcere di Tolmezzo. Il Covid a Tolmezzo ha contagiato quasi la totalità dei detenuti, tra l'Alta Sicurezza e 41bis. Persone che teoricamente erano in sicurezza, isolati da tutti, sono risultate contagiate. Come abbiamo visto con l'articolo di ieri de Il Dubbio, tante sono state le mancanze che hanno comportato un clamoroso fallimento di tutta la catena di controllo.
Ora però arrivano anche i primi esposti in procura. È il caso di un detenuto in attesa di giudizio recluso al carcere di Tolmezzo, ultrasettantenne con patologie pregresse e risultato positivo al Covid. Già durante la prima ondata era stato rassicurato da una nota del ministero della Giustizia, inviata al Garante nazionale delle persone private della libertà che si era interessato del caso.
La nota del ministero è importante, perché lo stesso ha evidenziato il fatto che "risulta ubicato in camera singola dal 25 marzo 2020, al fine di tutelare la propria salute, essendo un soggetto a rischio (ultrasettantenne) e affetto da diverse patologie". Ciononostante, sempre il ministero ha evidenziato che tutto era però sotto controllo. Infatti si legge testualmente che "al 20 maggio c.a. i detenuti precedentemente positivi, si sono negativizzati e sono stati dichiarati guariti; anche il personale è risultato negativo agli accertamenti disposti dall'Azienda sanitaria. Lo stesso personale è dotato di Dpi e di particolari dispositivi vengono dotati le unità di personale che svolgono servizio nella Sezione Isolamento Covid, destinata ad ospitare detenuti in isolamento precauzionale/sanitario".
Il Covid a Tolmezzo è entrato nei luoghi considerati sicuri - Tutto bene, quindi? Purtroppo la rassicurazione del ministero è stata smentita in seguito dai fatti. Il suo legale, l'avvocato Giovanni De Stefano, ha depositato un esposto in procura chiedendosi cosa non abbia funzionato visto che poi alla fine Il Covid a Tolmezzo è divampato entrando nei luoghi (si pensi al 41bis) considerati sicuri. Ha chiesto alla procura di identificare i responsabili del focolaio che ha coinvolto quasi la totalità dei detenuti. Nella qualità di difensore, nelle settimane scorse, l'avvocato De Stefano ha avuto contatti telefonici e via "Skype". In tali occasioni ha appreso con una certa preoccupazione dal detenuto ultrasettantenne che il medico dell'istituto penitenziario era stato isolato per sospetto caso di infezione da Covid. Circa due settimane fa, in un colloquio telefonico con il detenuto, l'avvocato ha appreso della presenza all'interno della struttura penitenziaria di detenuti in stato febbrile, i quali sarebbero stati curati senza adottare alcuna opportuna cautela, prima tra tutte l'isolamento, e che non vi sarebbe stato alcun trattamento "particolare" nei riguardi del suo assistito, visto l'età avanzata ed il rischio di contagi. Non solo.
Detenuti manifestavano già i sintomi - Nell'esposto si legge che sempre il detenuto contagiato di Covid a Tolmezzo, supportato stavolta dall'avvocata Sara Peresson del foro di Udine, ha informato il legale che l'area riservata ai detenuti al 41bis, era ed è oggetto di focolaio da coronavirus e, che, la situazione, benché stesse degenerando, sarebbe stata affrontata in maniera superficiale ed approssimativa dall'amministrazione.
Come ha già riportato Il Dubbio, la stessa Peresson, infatti, viene avvisata dall'amministrazione penitenziaria, al fine di usare la cautela della quarantena fiduciaria, visto che durante i colloqui ha avuto contatti con soggetti risultati positivi all'infezione. Detenuti, ricordiamo, che già manifestavano sintomi riconducibili al Covid a Tolmezzo. Poi cosa è accaduto?
Nella mattinata di venerdì scorso, il detenuto ha contattato telefonicamente l'avvocato De Stefano evidenziando di aver ricevuto gli esiti del tampone e di essere risultato positivo al Covid. Ha spiegato che da qualche giorno, ormai, aveva tosse secca affanno e decimi di febbre, ma che nessuna terapia veniva allo stesso praticata se non la misurazione della febbre e la misurazione dell'ossigenazione del sangue con l'elementare "saturimetro da polpastrello". Solo qualche tempo dopo ha iniziato a riceve cure specifiche, anche antibiotiche.
Le rassicurazioni del ministero della Giustizia - Tuttavia - si legge nell'esposto - il detenuto ha denunciato che "nessuna previsione di analisi cliniche ospedaliere o esami al torace sarebbero stati possibili in quanto la struttura carceraria non è dotata di tale attrezzatura e che non era preventivabile la possibilità di disporre esami clinici presso gli ospedali pubblici per mancanza di personale penitenziario e sovraffollamento delle strutture".
Se confermato, ciò appare grave visto che nonostante le rassicurazioni della nota del ministero, il detenuto si trova - secondo quanto denuncia l'avvocato - leso del suo diritto costituzionale a essere curato e preservato dalla stessa amministrazione che ne detiene la custodia. Anche perché il detenuto, anziano e con patologie pregresse, sin da subito avrebbe accusato chiari sintomi dell'infezione e sarebbe stato lasciato per giorni senza alcun tipo di protocollo medico sanitario, il che - secondo l'avvocato - "ha causato sicuramente l'insorgenza delle superiori patologie e quindi la configurazione di gravi lesioni personali che si sarebbero potute evitare seguendo un "piano" organizzato contro l'evoluzione e la diffusione della pandemia".
Il detenuto non può accedere a strutture sanitarie per i controlli - Il detenuto difeso dall'avvocato De Stefano è affetto non solo da esiti di intervento chirurgico per neoplasia mucinoso-cistica della coda del pancreas, ma anche da pluripatologie a carattere cronico dell'apparato cardio-vascolare. "Da considerare - denuncia l'avvocato nell'esposto -, inoltre, che la condizione patologica derivante dall'infezione da Covid ha negato e nega, allo stesso, la possibilità di poter accedere presso strutture sanitarie per sottoporsi ai periodici controlli clinici e strumentali e di laboratorio, resi necessari dalle patologie cardio-vascolari".
Come detto, la situazione sanitaria è sfuggita di mano. "Cosa non ha funzionato? Quali contromisure si stanno adottando per evitare che tale situazione, evidentemente sfuggita di mano, degeneri a causa di condotte poste in essere da chi doveva controllare ed esercitare prevenzione e non lo ha fatto?", chiede l'avvocato nell'esposto in procura.
Continua chiedendo come si intende preservare la salute dei detenuti come il suo assistito in attesa di giudizio, ultrasettantenne e presunto innocente fino al terzo grado di giudizio. "Come può - prosegue l'avvocato De Stefano nell'esposto - aver circolato il virus all'interno di una struttura super protetta, in questo modo così dilagante? Quale anello della catena di montaggio non è stato rispettato e da chi?".
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 25 novembre 2020
Tre morti per coronavirus in pochi giorni tra il carcere di Poggioreale e quello di Secondigliano e celle sempre più affollate che favoriscono "la promiscuità e la precarietà delle condizioni igieniche". Scatta lo sciopero della fame nella casa circondariale di Napoli Giuseppe Salvia.
Ad annunciarlo è Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti della Campania, che in mattinata ha incontrato una rappresentanza di detenuti positivi al coronavirus. "Apprendo - fa sapere Ciambriello - che inizieranno oggi stesso uno sciopero della fame, come segno di protesta nei confronti della gestione dell'emergenza che stanno vivendo".
I detenuti "richiedono maggior durata delle videochiamate con i propri familiari, e maggior dignità negli spazi detentivi che ospitano 6,8 in alcuni casi 9 persone entro pochi metri quadrati, favorendo la promiscuità e la precarietà delle condizioni igieniche". Secondo Ciambriello occorre mettere in campo "straordinari interventi di riqualifica. Con instancabile perseveranza ricordo i 12 milioni di euro destinati al carcere di Poggioreale da utilizzare per la ristrutturazione di questi ambienti. Ho avvertito oggi in queste persone un surplus di sofferenza, legato all'indignazione della condizione detentiva, e alla paura della positività al temuto virus. È necessario applicare misure alternative alla detenzione in questi luoghi, fosse solo per momenti contingentati, affinché la dignità umana e il diritto alla salute possano essere salvaguardati" conclude.
Negli ultimi giorni sono tre i decessi accertati per coronavirus. La scorsa settimana è scomparso un detenuto ospite nel carcere di Poggioreale: era ricoverato al Cotugno e aveva 68 anni. Nei giorni successivi è deceduto prima il direttore sanitario di Secondigliano Raffaele De Iasio, 61 anni, poi nelle scorse ore Mario Riccio, 70enne calabrese sulla sedia a rotelle, deceduto nell'ospedale Cardarelli dove era ricoverato da circa un mese per Covid.
Soffriva di patologie pregresse e i giudici gli avevano negato gli arresti domiciliari, secondo quanto riferiscono i familiari. Attualmente i detenuti positivi nel carcere di Poggioreale sono circa 100, nel penitenziario di Secondigliano 84. Decine anche gli agenti penitenziari contagiati.
varesenews.it, 25 novembre 2020
Il caso arriva in un momento delicato per il carcere di Busto Arsizio, al centro di un focolaio Covid. Il direttore Sorrentini: "Non aveva il Covid ma era cardiopatico. Isolati tutti i positivi".
Sono settimane più complicate del solito quelle che si stanno vivendo all'interno del carcere di Busto Arsizio e la notizia di un decesso avvenuto questa mattina rischia di rendere ancora più difficili i giorni a venire. Un detenuto è stato, infatti, colto da malore questa mattina in una cella di un'area dedicata ai sintomatici negativi al tampone e rianimato sul posto, prima di essere trasportato in ospedale dove è deceduto qualche ora dopo. Ad accorgersi del malore è stato un agente di Polizia Penitenziaria che ha subito dato l'allarme.
L'uomo, cardiopatico e malato di hiv, stava scontando 30 anni di carcere per omicidio. Era risultato negativo a due tamponi nonostante avesse accusato da un paio di giorni una leggera febbre. Il referto indica un arresto cardiaco come causa della morte.
La vicenda è stata raccontata dallo stesso direttore della struttura Orazio Sorrentini che ci tiene a sottolineare il lavoro che è stato fatto nei giorni scorsi dopo che in una zona del penitenziario era scoppiato un focolaio di contagi da coronavirus: "Grazie all'impegno di alcuni componenti di Medici Senza Frontiere eravamo riusciti a spostare e isolare i detenuti positivi sintomatici, quelli asintomatici e coloro che avevano qualche sintomo confondibile con il Covid ma che non erano risultati positivi al tampone".
L'operazione era finalizzata proprio a mettere un freno al contagio all'interno della struttura dove nei giorni scorsi è stato anche iniziato uno sciopero della fame da parte di alcuni detenuti che chiedevano maggiore sicurezza sanitaria e maggiori possibilità di interloquire con le rispettive famiglie, colloqui che hanno subito una stretta negli ultimi mesi proprio per evitare il contagio.
di Rosella Formenti
Il Giorno, 25 novembre 2020
Sono 35 i detenuti risultati positivi al Covid, all'interno della casa circondariale in via Cassano. Una cinquantina i negativi dopo l'ultimo giro di tamponi, riuniti in un'unica sezione. Rispetto ai giorni scorsi sono saliti a 260 i reclusi al momento in quarantena, entro la fine della settimana 110 di loro saranno sottoposti al secondo tampone e se negativi alleggeriranno il dato più pesante.
"Stiamo tenendo sotto controllo la situazione - dice il direttore Orazio Sorrentini - Abbiamo incontrato i rappresentanti dei detenuti, c'è stato un confronto, quindi abbiamo deciso di intervenire alleggerendo le restrizioni che riguardano la consegna di pacchi con generi commestibili consentendo l'accesso per quelli che non devono essere conservati in frigorifero".
I contatti con i familiari proseguono con le videochiamate e le telefonate, ma in carcere c'è bisogno di altri cellulari, l'auspicio è che dall'esterno possa arrivare qualche donazione. Sottoposti a tampone gli agenti della Polizia penitenziaria che avevano avuto contatti stretti con i reclusi risultati positivi: sono una cinquantina e tutti sono negativi al test.
Fa sapere ancora il direttore della struttura carceraria: "Ammontano a un centinaio gli agenti che volontariamente si sono sottoposti al test rapido, grazie alla collaborazione con Ats Insubria, al punto di controllo allestito alla caserma Ugo Mara, un solo caso positivo, ma l'agente era già in quarantena in quanto un suo familiare era risultato positivo al Covid".
Ora nel carcere bustese sono arrivati i Medici senza frontiere, inviati dal provveditorato. Stanno svolgendo attività di formazione dando indicazioni al personale amministrativo, ai reclusi, agli agenti e agli educatori sui comportamenti da tenere per evitare il diffondersi dei contagi.
Ieri mattina nella casa circondariale è avvenuto un decesso. Si tratta di un detenuto di 53 anni, cardiopatico e con altre patologie, che nei giorni scorsi era stato sottoposto a tampone, risultando negativo. L'altro giorno ha manifestato febbre e altri sintomi compatibili con il coronavirus, ma il test ha dato ancora esito negativo. Ieri il decesso, sarà l'autopsia a fare chiarezza sulle cause della morte. L'uomo era in carcere per accuse molto pesanti (era stato condannato per aver preso parte a un omicidio), ma nella struttura bustese non aveva mai dato alcun problema, tanto che gli era stata affidato il compito di responsabile della biblioteca.
ansa.it, 25 novembre 2020
Contagi a raffica nel carcere di Sulmona. Quindici detenuti sono stati accertati positivi mentre quattro sono risultati dubbi su un totale di trentotto reclusi sottoposti al test naso-faringeo. Nessuno di loro, al momento, necessita di cure ospedaliere. Si apre un fronte molto delicato in un ambiente sensibile come il carcere anche se al momento l'intera struttura risulta monitorata. Da quanto si apprende dagli ambienti sanitari del penitenziario più grande della regione, nelle prossime ore si procederà a somministrare i tamponi su tutta la popolazione carceraria per stabilizzare il quadro epidemiologico e creare le cosiddette bolle di isolamento.
Il magistrato di sorveglianza dovrà verificare lo status giuridico mentre il Dipartimento sanitario si occuperà di ricostruire i contatti. Un lavoro certosino e non facile che sicuramente impiegherà tempo agli operatori coinvolti che rassicurano però sulle operazioni da mettere in campo. "La sezione dove si sono registrati i casi è sotto controllo. Ora dobbiamo attendere che vengano completati gli accertamenti su tutti detenuti da parte del comparto sanitario che è stato bravo ad intercettare un sintomatico", fa sapere il Direttore del carcere, Sergio Romice. Nei giorni scorsi si erano registrati sei casi di positività tra l'area sanitaria del carcere e gli agenti di polizia penitenziaria.
di Fulvio Fiano
Corriere della Sera, 25 novembre 2020
Una rivolta nata per la paura sulle mancate misure anti Covid nei penitenziari, ma secondo la procura strumentalizzata da alcuni detenuti per ottenere benefici.
Romani, gambiani, etiopi, croati, siciliani, marocchini, alto atesini uniti nella rivolta che mise a ferro e fuoco Rebibbia tra il 7 e il 9 marzo scorso. Ruoli ed età diverse, tutte riportate nell'ordinanza di arresto che su richiesta dei pm Francesco Cascini e Eugenio Albamonte ha raggiunto ieri nove persone tra le 55 in totale che risultano indagate.
Contestati a vario titolo i reati di devastazione, saccheggio sequestro di persona, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Questa la sua cronaca di quelle ore di battaglia, come ricostruita nelle testimonianze della polizia penitenziaria.
La sommossa parte dal reparto G11 del Nuovo Complesso quando arriva la notizia della sospensione dei colloqui con i familiari per le misure anti-Covid. In tanti si riversano al piano terra dopo aver forzato il cancello che porta alla rotonda. Alcuni detenuti accerchiano gli agenti, li colpiscono a calci e pugni. I più attivi sono Rahhal El Rhoul, marocchino e i romani Marco Gallorini, Fabio Raducci, Mattia Schiavi, Alberto Di Palo. Il gruppo sottrae il mazzo di chiavi all'assistente capo Patrick Menicucci, finito a terra.
Vengono così aperti i cancelli cosiddetti "filtro" di ingresso ai reparti e altri detenuti si aggiungono alla protesta. Alla fine saranno quasi 300. Con Menicucci ci sono l'ispettore superiore Alvaro Clemenzi, gli altri assistenti Massimo Blasi e Albino Testa, oltre al vice direttore Marco Grasselli che invano prova a calmare i più facinorosi.
I cinque vengono di fatto sequestrati per circa quindici minuti all'interno dell'atrio. "Tanta era la massa dei detenuti e la violenza in atto in quel momento che è vano ogni tentativo di fermarli", raccontano. Solo l'arrivo dei loro colleghi, con altri mazzi di chiavi, permette la loro liberazione. Ma la devastazione ormai è inarrestabile "tanta è la rabbia dei rivoltosi". Un altro gruppo di detenuti si occupa di distruggere tutto quello che trova a tiro. Due infermerie vengono saccheggiate dei farmaci e date alle fiamme. Stessa sorte tocca alla biblioteca, mentre il cancello di ingresso alla sezione A, il sistema di video sorveglianza e i metal detector vengono divelti e resi inagibili. Pezzi di armadio vengono lanciati contro i poliziotti. Il palermitano Vincenzo Bova, uno dei capi della rivolta, si impossessa di un idrante rompendo la teca che lo custodisce e lo usa contro gli agenti per tenerli lontani. Oltre a quello di Bova, spicca il ruolo di Leandro Bennato, 40 anni, legato in passato a Fabrizio Piscitelli "Diabolik".
Con lui (non arrestato) Daniele Mezzatesta, altro nome di peso nella criminalità romana. Entrambi verranno poi trasferiti nel carcere di Secondigliano (Napoli). Un agente dall'esterno riesce intanto a chiamare i rinforzi. Dopo due giorni la sommossa lascia due piani inagibili, i danni sono stimati in 75mila euro.
di Amedeo Junod
Il Riformista, 25 novembre 2020
L'appello di Rosa per il marito detenuto. "Come faccio a stare tranquilla sapendo che mio marito si trova malato in carcere, in un ambiente a dir poco sfavorevole? Chiedo solo che venga operato subito e trasferito dove non corra rischi". Non trattiene l'angoscia, Rosa, moglie di Nikolik Rade, 38enne di nazionalità serba.
"Mio marito ha sbagliato e sta scontando con la detenzione i suoi errori. Di recente è evaso dopo un permesso premio, ma dopo una latitanza di circa due mesi è stato ricondotto in cella. Da allora è stato preso di mira". Non ha dubbi la signora Rosa, e lo stesso Rade, detenuto al regime del 14bis (sorveglianza particolare) nel carcere di Nuoro, le ha in più occasioni descritto il clima di avversione e ostilità che stava subendo in quel carcere, attriti e tensioni culminati in concreti episodi di percosse, denunciate tanto dal detenuto quanto da Rosa, al commissariato di Melito di Napoli. A seguito delle denunce, il procuratore di Nuoro ha inviato i carabinieri nell'Istituto per accertare i fatti, constatando la presenza effettiva di lividi sul corpo di Rade.
"Sono pieno di lividi dalla testa ai piedi, mi hanno preso di mira, mi aspettano nel corridoio del passeggio, una zona senza telecamere, e in più di dieci mi hanno trattato come un sacco della spazzatura. Se non fosse stato per le proteste degli altri detenuti non mi avrebbero lasciato in pace". È l'atroce resoconto che Rade avrebbe confessato durante una telefonata alla moglie.
La versione della polizia penitenziaria parla invece di un incidente quale causa dei segni sul corpo: il detenuto si sarebbe rifiutato di rientrare in cella, e le lividure sarebbero apparse a seguito di una caduta avvenuta nella confusione di quel concitato momento. La ripetuta richiesta di visione delle registrazioni delle telecamere di videosorveglianza relative a quegli istanti da parte dei legali è tuttavia, ad oggi, rimasta inevasa.
La moglie di Nikolik è preoccupata prima di ogni altra cosa per la salute del marito. Ci parla di una situazione insostenibile: "Soffre di patologie per le quali è stata più volte dichiarata l'incompatibilità con gli ambienti del carcere di Nuoro, un carcere con i bagni turchi laddove lui avrebbe estrema necessità di un bagno tradizionale, più adatto alle sue esigenze di salute.
Inoltre, nonostante numerosi referti abbiano attestato la necessità di un'operazione chirurgica urgente, non solo le richieste di avvicinamento non sono state ascoltate, ma non si è provveduto nemmeno a cercare un'altra opzione, non necessariamente più vicina, nonostante per la legge un detenuto non dovrebbe stare a più di 200 chilometri dalla famiglia".
L'interesse per la salute del detenuto sembra passare troppo spesso in secondo piano in questa storia, fino al colmo: "La settimana scorsa, in trasferimento a Nuoro da Secondigliano, dove era provvisoriamente per impegni processuali, è stato reinserito nello stesso carcere dove ha subito le percosse, e per di più senza essere sottoposto a tampone". Rosa ha poi tempestivamente avvisato il carcere di Nuoro di essere risultata positiva al Covid, ad appena quattro giorni dall'ultimo colloquio con il marito. Solo a seguito di questa segnalazione Rade riceverà il tampone. Per quanto riguarda l'operazione urgente necessaria alla sua salute, nonostante le unanimi indicazioni mediche ricevute, nel tempo, da Poggioreale, Secondigliano e Nuoro, ancora nulla si è mosso.
Il trasferimento in un carcere più vicino verrebbe incontro alle esigenze di una famiglia con gravi problemi di mobilità (il figlio di Rosa è malato e necessita di numerose terapie), ma la priorità, per Rosa, resta la garanzia di sapere il marito in un ambiente non ostile, dove possa ricevere le cure adeguate al suo caso, messe ripetutamente a repentaglio dall'impossibilità di accedere alle operazioni chirurgiche richieste, e vanificate da un clima violento e ritorsivo che al danno fisico aggiunge un reiterato trauma psicologico.
Rosa denuncia inoltre di aver ricevuto numerose lettere, provenienti da Nuoro, contenenti frasi offensive e intimidazioni. Certa che non si tratti della grafia del marito - tra l'altro sottoposto al visto censura sulle conversazioni - ha denunciato anche questo episodio, richiedendo inoltre una perizia calligrafica ad oggi non ancora concessa. I tentativi del marito di denunciare gli abusi tramite lettere, sono stati infine vanificati da evidenti manomissioni e ricalchi della scrittura che hanno reso le missive illeggibili.
Con il diffondersi dell'epidemia di Coronavirus si sta scrivendo un'altra pagina nera nella storia delle carceri in Italia. Nell'anno delle rivolte e delle numerose denunce di maltrattamenti e violenze, si contano, ad oggi, già 44 suicidi negli istituti di pena, di cui 8 persone solo nella regione Campania, come di recente riportato dal Garante Regionale per i Detenuti Samuele Ciambriello in Occasione della Conferenza nazionale dei Garanti.
Per quanto riguarda la tutela della salute e dei malati - Covid e non Covid - negli istituti di pena, si preannuncia un altro anno da dimenticare, tra contagi che aumentano esponenzialmente e malati "ordinari" lasciati a loro stessi, spesso senza la garanzia di un consono distanziamento anti-contagio: "bisogna accostare alla certezza della pena un'altra certezza, altrettanto cruciale, e cioè la garanzia di una pena di qualità, che tenga sempre aperti gli occhi sui diritti inviolabili delle persone private della libertà, tra cui il diritto ad essere curati. Alla persona che sbaglia va tolto il diritto alla libertà, ma non quello alla dignità".
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