amnesty.it, 25 novembre 2020
Amnesty International si è dichiarata oltraggiata per il crudele e inumano trattamento volutamente inflitto in carcere a Gasser Abdel-Razak, direttore generale dell'Iniziativa egiziana per i diritti della persona (Eipr), arrestato il 20 novembre al Cairo. Gasser Abdel-Razak, uno dei più importanti difensori dei diritti umani in Egitto, è stato trasferito nella prigione di Tora e posto in isolamento, in una cella gelida, senza ricevere vestiti caldi né un materasso.
Gli sono stati confiscati denaro e oggetti personali e gli è stato impedito di uscire dalla cella per fare esercizio fisico o per comprare qualche genere di prima necessità dallo spaccio interno. Inoltre, è stato completamente rasato, un atto inusuale nei confronti dei detenuti in attesa di giudizio che conferma l'atteggiamento persecutorio delle autorità egiziane nei suoi confronti.
Il 23 novembre, Gasser Abdel-Razak è comparso di fronte a un magistrato della Procura suprema per la sicurezza dello stato per rispondere a un interrogatorio. "L'Eipr documenta e contrasta da 18 anni le violazioni dei diritti umani in Egitto e i suoi dirigenti ora ne stanno pagando un durissimo prezzo", ha dichiarato Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e sull'Africa del Nord di Amnesty International. Lo stesso giorno, le autorità giudiziarie hanno aggiunto alla "lista dei terroristi", con validità di cinque anni, il fondatore del Centro "Adalah" per i diritti e le libertà Mohamed al-Baqer, l'attivista e blogger Alaa Abdelfattah e alcuni esponenti politici di opposizione, senza incriminarli formalmente di alcun reato e senza dar loro la possibilità di contestare le presunte prove.
Le autorità egiziane usano regolarmente infondate accuse di "terrorismo" per imprigionare difensori dei diritti umani e tenerli in carcere senza processo, rinnovando via via la detenzione preventiva: è ciò che succede da oltre nove mesi allo studente dell'università di Bologna ed ex collaboratore dell'Eipr Patrick Zaki, e che potrebbe succedere anche a Karim Ennarah e Mohamed Basheer, altri due dirigenti dell'Eipr arrestati tra il 15 e il 19 novembre come atto di rappresaglia per aver incontrato, insieme a Gasser Abdel-Razek, una delegazione di rappresentanti diplomatici di stati occidentali.
di Davide Amato
mondoemissione.it, 25 novembre 2020
Fondata nel 2006 la struttura di Balaka ha accompagnato centinaia di ex detenuti nel passaggio dal carcere alla società civile. E ora è ufficialmente un'alternativa alla prigione riconosciuta dallo Stato. Padre Gamba: "È difficile perdonare. Ma un passo alla volta il lupo e l'agnello hanno imparato a stare insieme".
"La scelta coraggiosa di un piccolo Paese dell'Africa" che ha integrato al proprio sistema carcerario un modello correzionale volto al recupero della persona e non alla sua punizione. In Malawi dal 16 novembre è ufficialmente una prigione di Stato anche la "Half Way Home" ("Casa a metà strada") di Balaka. Fondata nel 2006, negli anni la struttura ha accompagnato centinaia di ex detenuti nel passaggio dal carcere alla società civile.
"L'obiettivo è il recupero di chi nella vita si è perso e domanda una seconda possibilità per provare la sua conversione - racconta padre Piergiorgio Gamba, missionario monfortano a Balaka ed ispettore delle carceri del Malawi -. Il processo di reinserimento avviene attraverso l'insegnamento di un mestiere. Dal sarto al carpentiere fino al falegname. In questo modo diamo un futuro ed una possibilità a chi esce dal carcere.
Al momento, infatti, circa il 30% degli ex detenuti è recidivo e ritorna in prigione. Lo ha detto anche il ministro degli interni, Richard Benda, quando ha visitato la struttura il 16 novembre. Ne ha apprezzato la missione. E ha consegnato agli ex prigionieri un certificato per il mestiere appreso e l'attrezzatura per avviare la propria attività".
Il ministro ha anche ufficializzato la "Half Way Home" all'interno del sistema carcerario del Malawi. "Non aggiungeremo mura, filo spinato o guardiole per i soldati - continua il missionario bergamasco, che a Balaka ha avviato anche una stamperia ed un giornale -. Ci saranno venti guardie, altrettanti istruttori, e un centinaio di carcerati che vivranno il loro ultimo anno di prigione prima di tornare ai rispettivi villaggi".
La battaglia per il reinserimento sociale dei detenuti è una costante dell'impegno di padre Piergiorgio, in Malawi dal '76. "Qui è difficile perdonare, perché il sistema giudiziario locale spesso si accontenta di condannare. Ci sono voluti anni, un passo alla volta, per ottenere questo risultato. Il primo era stato l'impegno a ridare il voto a chi è in carcere. Nessuno credeva fosse possibile e quando la richiesta è stata presentata in parlamento, la risposta è stata che un coccodrillo non cambia anche se al collo gli metti la cravatta. Eppure, i carcerati, eccetto i condannati a morte, oggi possono votare".
Poi si era ottenuta l'approvazione del Community Service, tramite cui "i condannati a meno di un anno avevano la possibilità di lavorare in progetti comunitari, come la pulizia di scuole e ospedali. Non è stato facile: ancora oggi molti magistrati preferiscono la prigione come mezzo di punizione".
Era stato poi avviato il programma scolastico, "che aveva trasformato i carcerati in studenti, con tanto di esami a fine anno. Insegnanti e alunni erano tutti prigionieri, a cui si evitavano i lavori forzati della condanna. La guardia carceraria, che insegnava i diritti umani a studenti non certamente innocenti, sembrava la visione di Isaia: il lupo e l'agnello, insieme. Successivi progetti hanno riguardato il Natale dei bambini che hanno i genitori in carcere e la ricostruzione, ad opera degli stessi detenuti, della prigione di Ntcheu, ora provvista di spazi e servizi igienici".
di Giulia Merlo
Il Domani, 24 novembre 2020
Quasi 2mila contagi tra detenuti e agenti. Domani aveva evidenziato la mancanza di dati ufficiali: il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria forniva i dati al Garante dei detenuti e ai sindacati di polizia penitenziaria, che poi li pubblicavano senza cadenze stabilite. Ora, invece, il ministero pubblicherà un report settimanale.
di Giulia Sorrentino
Libero, 24 novembre 2020
Il caso di Busto Arsizio, struttura che recupera i detenuti ma non può essere lasciata sola. Leggendo del carcere di Busto Arsizio mi sono chiesta che cosa si potesse provare nella totale reclusione. Ho provato ad immedesimarmi in chi sa di non poter valicare un muro, un recinto, fare un passo fuori da un perimetro già scritto. Ma oltre ciò spesso i detenuti non vengono trattati come la Costituzione richiede e cioè come persone la cui dignità ed il cui diritto alla salute devono essere rispettati nonostante la condizione di privazione della libertà.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 novembre 2020
Sono 116 su 203 i detenuti contagiati nel carcere di Tolmezzo, con altri 31 casi sospetti. Gli altri continuano a dividere cella e docce con gli ammalati. Inizialmente erano pochi i detenuti del carcere di Tolmezzo che presentavano sintomi come febbre, raffreddore, malessere generale.
di Roberta Caiano
Il Riformista, 24 novembre 2020
Sia nella prima fase che in questa seconda ondata dell'epidemia da coronavirus tra gli ambienti che più ne hanno risentito del contagio al primo posto ci sono sicuramente le carceri italiane. In particolare, in questi ultimi giorni i dati che provengono dai Garanti dei detenuti delle regioni sono sempre più preoccupanti. Ad oggi le persone infette all'interno delle carceri sono oramai più di 2000, con un tasso di sovraffollamento che supera il 110%.
di Emanuela Piantadosi*
Il Fatto Quotidiano, 24 novembre 2020
Ho seguito con attenzione gli ultimi scambi sulle pagine del Fatto riguardanti il regime detentivo previsto dal 41bis. Nei medesimi spazi viene auspicata la nascita di un dibattito tra "addetti ai lavori". Quale presidente dell'Associazione di volontariato Vittime del Dovere-costituita da circa cinquecento famiglie di appartenenti alle Forze dell'ordine, Forze armate e Magistratura, caduti o rimasti invalidi perché colpiti da criminalità comune, organizzata o terrorismo - ho ritenuto importante farle pervenire un nostro contributo.
L'osservazione che spesso ci viene mossa è quella di avere una "visione univoca e di parte", tanto che in alcuni articoli noi vittime siamo state definite in modo spregiativo "erinni vendicatrici". Tuttavia, ciò che peroriamo nelle sedi istituzionali, stante l'assoluta carenza di attenzione da parte dei mass media, è quello di poter aver una voce: in questi ultimi anni, infatti, abbiamo chiesto sia al ministero dell'Interno sia a quello della Giustizia la necessità di istituire un tavolo di lavoro per le vittime, ma finora i nostri appelli sono stati inascoltati.
È sconfortante prendere atto che la posizione delle vittime è percepita come ingombrante: in questo clima di assoluto disinteresse, ho pensato di fare un tentativo con voi. La nostra associazione presta particolare attenzione a questa sorta di azione erosiva, compiuta a piccoli passi, che sta interessando il "carcere duro": tutto ciò ci ha condotti più volte a intervenire, anche sul nostro sito. Partendo dalle iniziali obiezioni (nel 2016) all'utilizzo di Skype al 41bis, definito da noi provocatoriamente "tele-working", siamo passati a intervenire presso le commissioni Giustizia di Camera e Senato, per proseguire con proposte, relazioni, interrogazioni parlamentari e anticipazioni su probabili criticità.
Oggi, in piena pandemia, quanto da noi sostenuto 4anni fa su Skype appare pura preveggenza: infatti tale mezzo è stato usato nella prima ondata del Covid per placare le rivolte nelle carceri, insieme ai provvedimenti del decreto Cura Italia che hanno consentito un'emorragia penitenziaria senza precedenti, una vera e propria catastrofe penitenziaria.
Ciò che più spaventa è che le rivolte oggi tornano con rinnovato vigore, a seguito della seconda ondata di contagi. Questi fermenti sono evidentemente strumentali alle richieste, purtroppo moltiplicatesi negli ultimi giorni, di concessione di amnistia o indulto che andrebbero ignobilmente a vanificare il concetto di certezza della pena.
*Presidente Associazione vittime del dovere
di Comitato Infermieri Precari
Il Manifesto, 24 novembre 2020
Siamo addolorati e vicini alla famiglia di Raffaele De Iasio, dirigente sanitario di Secondigliano, deceduto a seguito del Covid. Come Comitato Precari della Sanità Penitenziaria denunciamo da tempo i pericoli, i rischi e l'assurda condizione lavorativa di chi opera nelle carceri campani".
Lo sostengono in una nota gli operatori precari della sanità penitenziaria che dal 2008 lavorano alle dipendenze dell'Asl Napoli 1 con partita Iva e svolgono compiti delicatissimi e in condizioni problematiche.
"Non abbiamo alcun tipo di tutela - denunciano - è la situazione è divenuta insostenibile con la pandemia al punto che motti operatori in baso di quarantena volontaria restano senza indennità perché nulla gli è riconosciuto". "Siamo ostaggi in un limbo e condannati alla precarietà a vita nonostante la Legge Madia (ai sensi dell'art. 20 del D.lgs 75/2017 e succ. mod.) abbia concesso alla pubblica amministrazione di procede alla stabilizzazione del personale precario - sottolineano - c'è una graduatoria di idonei e non si comprende perché la Regione Campania non proceda allo svolgimento del concorso interno".
Il Comitato raccoglie le lavoratrici e i lavoratori per lo più infermieri professionisti iper-specializzati che da anni prestano il proprio lavoro nel carcere di Poggioreale, Secondigliano, quello minorile di Nisida e in tutti gli Istituti Penitenziari della Campania. "Da precari della sanità, in questi mesi difficilissimi, abbiamo onorato la nostra professione - spiegano - con grandi sacrifici abbiamo contribuito a innalzare i livelli essenziali di assistenza fronteggiando il Covid-19 nelle carceri napoletane e fornendo assistenza h24".
"L' appello di noi operatori sanitari precari è rivolto al presidente e commissario alla sanità Vincenzo De Luca e al direttore generale dell'Asl Napoli 1 Ciro Verdoliva - concludono - affinché ci possa essere al più presto l'immissione in ruolo con una adeguata valorizzazione delle esperienze, delle competenze e delle professionalità acquisite in questi anni".
di Manuela D'Alessandro
agi.it, 24 novembre 2020
Contattati dall'Agi attraverso i loro legali, i reclusi nelle carceri lombarde raccontano delle difficoltà a vivere in un contesto, già difficile e sovraffollato, dove il contagio cresce a livelli sempre più preoccupanti. "Insofferenza" e "paura". Così un detenuto a Bollate di 58 anni, contattato dall'Agi attraverso il legale che l'assiste, esprime il suo stato d'animo in un momento molto critico per le carceri lombarde dove, ultimo aggiornamento, si registrano 174 detenuti contagiati, accolti in gran parte nei Covid hub di San Vittore e Bollate, 11 ricoverati e 142 operatori in quarantena fiduciaria per positività o contatti con persone risultate positive. Il virus è entrato perfino nel carcere di sicurezza di Opera dove sono positive quattro persone al 41bis.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 24 novembre 2020
Elezione del presidente rinviata. "Ma non si torna alle urne". "Non credo sia facile indire nuove elezioni", dichiara Andrea Reale, giudice a Ragusa e fra i promotori di "Articolo Centouno", il gruppo nato all'indomani dell'affaire Palamara in contrapposizione alla deriva delle correnti al Csm. Il magistrato, eletto col più alto numero di preferenze, nella sua lista, al comitato direttivo centrale dell'associazione, commenta col Dubbio l'ennesima fumata nera per la scelta della nuova giunta e del presidente.
Lo stallo si trascina ormai da settimane. La riunione del Cdc (il cosiddetto "parlamentino") tenutasi lo scorso fine settimana, si è conclusa con un nulla di fatto. Il cartello progressista Area e le toghe centriste di Unicost non hanno, infatti, i numeri per dar vita a una giunta di maggioranza. Fondamentale sarebbe l'appoggio dei quattro rappresentanti eletti da Autonomia & Indipendenza, il gruppo di Piercamillo Davigo, i quali però hanno già manifestato al riguardo la loro contrarietà.
L'unica soluzione, proposta sempre da Area, sarebbe allora quella di una giunta unitaria, fra tutte le correnti, guidata dal pm milanese e presidente uscente Luca Poniz, magistrato del gruppo progressista risultato di gran lunga il più votato fra tutti i candidati al direttivo. Un mandato secco di quattro anni, senza rotazione come in passato. Magistratura indipendente, il gruppo moderato, vede però questa opzione come il fumo negli occhi.
La parola d'ordine dalle parti di "Mi" è "discontinuità", e quindi indisponibilità assoluta a una nuova investitura per Poniz. E i "Centouno"? In cambio della loro partecipazione a una giunta unitaria hanno chiesto che fra i punti programmatici di mandato vi sia la rotazione dei dirigenti negli uffici giudiziari e il sorteggio dei togati del Csm. Due proposte irricevibili da parte del gruppo progressista.
Considerato l'impasse, lo scioglimento e le nuove elezioni sarebbero nell'ordine delle cose. Ma, come affermato da Reale, si tratta di una strada difficilmente percorribile. Fra i motivi di contrarietà a una giunta unitaria, per molte toghe di "Mi" ci sarebbe poi il fatto che all'esterno un'operazione simile verrebbe letta come un déjà-vu, risulterebbe quindi difficilmente comprensibile. Nella memoria dei magistrati di Magistratura indipendente è ancora fresco il ricordo degli attacchi ricevuti dopo lo scoppio dell'affaire Palamara.
In via riservata, alcuni membri del "parlamentino" hanno affermato, con ironia ma fino a un certo punto, di avere nostalgia per i tempi in cui l'Anm era monopolizzata da Palamara. L'ex presidente dell'Anm, espulso dalla magistratura il mese scorso, è stato - dato ormai acclarato dalla lettura delle chat - per anni il punto di "equilibrio" dell'associazionismo giudiziario.
Il suo ufficio al Csm era come una stanza di compensazione in cui, cercando di non scontentare nessuno, aveva creato una sorta di manuale Cencelli togato per la distribuzione degli incarichi. Dalle nomine "a pacchetto" in Cassazione a quelle in contemporanea nei distretti di Corte d'appello per evitare sorprese. La dote principale di Palamara era quella di accordarsi, a seconda del momento, con la sinistra giudiziaria di Area o con la "destra" di "Mi".
Anche sul fronte politico, l'equilibrismo era ai massimi livelli. Attaccando il centrodestra berlusconiano, celebre la sua dichiarazione contro il Cav il cui unico obiettivo di governo sarebbe stato quello "di screditare i magistrati agli occhi dell'opinione pubblica per giustificare interventi legislativi che favoriscono solo l'illegalità", ma poi cercando un accordo con i laici forzisti per nominare David Ermini (Pd) alla presidenza del Csm, in una sorta di Nazareno togato. Saltato Palamara il sistema è ingovernabile.
A ciò devono aggiungersi i conti aperti. Se il sistema Palamara ha funzionato per anni - la lettura delle chat è ampiamente esaustiva in proposito - la decisione del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi di "assolvere" la maggior parte dei magistrati che con Palamara si interfacciavano per avere una nomina, ha suscitato più di un maldipancia.
"Ritengo che il potere di cestinazione senza controllo vada al più presto abolito e che, nel caso in esame, per la gravità dei fatti emersi dalle chat e per il discredito prodotto alla magistratura, la Procura generale presso la Cassazione dovrebbe usare la ' cortesia' di rendere conoscibili i motivi per i quali condotte che sembrano di analoga gravità siano rimaste senza capi di accusa e senza accusati", aveva affermato la scorsa settimana sempre Reale. Cosa succederà adesso? Difficile dirlo. Il prossimo incontro è in calendario il 5 dicembre. Laconico il commento finale di Reale: "È una situazione incresciosa".
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