milanotoday.it, 26 novembre 2020
Per i penalisti di Milano è "anticostituzionale" la norma che introduce la possibilità di celebrare i processi d'appello "da remoto". Lo scrivono in un comunicato stampa che parla di "abominio processuale introdotto con l'art. 23 del decreto legge 9 novembre 2020 n. 149" e per questo chiedono "la mobilitazione di tutti i penalisti italiani a difesa dei principi del giusto processo, invitando i colleghi ad avvalersi in ogni caso della 'facoltà' di discutere oralmente il proprio processo, nell'auspicio che questo torni ad essere un pieno diritto".
Secondo la Camera Penale di Milano, il governo "con un colpo di spugna" ha inserito "tra le norme che si occupano di botanica" una "sorta di giurisdizione penale d'appello a chiamata: se invocata tempestivamente da una parte privata o dal pubblico ministero, essa si attuerà secondo le norme inderogabili del contraddittorio e della collegialità, con una camera di consiglio celebrata in presenza dell'organo giudicante. In caso contrario, addio al vecchio giudizio d'appello e via libera al nuovo tran tran cartolare: scambi di conclusioni e memorie in via telematica tramite la cancelleria; giudici collegati tra loro da remoto; avvocati, pubblici ministeri, parti e imputati ridotti ad ectoplasmi; et voilà, giustizia (non) sarà fatta".
Una disposizione che non servirà "a fronteggiare l'emergenza sanitaria in corso", dato che "la recente esperienza anche milanese dimostra potersi contenere con un'adeguata calendarizzazione delle udienze, in modo da consentire il distanziamento interpersonale, con la sanificazione delle aule e con l'utilizzo dei presidi individuali di protezione. La ragione di tale scelta - denunciano i penalisti milanesi - non è l'emergenza epidemiologica in corso, ma l'ormai conclamata insofferenza alla celebrazione dei giudizi in Corte di Appello e in Corte di Cassazione secondo le regole previste dal codice di procedura penale".
"Sono infatti anni - prosegue la Camera Penale di Milano - che assistiamo ai tentativi di cartolarizzare i giudizi di impugnazione, di eliminare la relazione, introdotta nel nostro codice a garanzia della collegialità delle deliberazioni, e, soprattutto, di eliminare la discussione orale della difesa, vissuta ormai come un inutile ostacolo alla gestione sempre più monocratica dei giudizi di impugnazione. Non a caso l'inaugurazione del presente anno giudiziario dell'Unione delle Camere Penali Italiane si è tenuta a difesa del giudizio di appello, della sua oralità e della sua collegialità, già pesantemente messe in discussione dalle prassi adottate e ora inesorabilmente accantonate con il pretesto dell'emergenza epidemiologica".
Il Resto del Carlino, 26 novembre 2020
Manutenzione dei locali attività di front-office: protocollo d'intesa con il provveditorato regionale. I detenuti andranno a lavorare negli uffici giudiziari. Si occuperanno di piccole manutenzioni dei locali, della sistemazione degli archivi, di attività di front-office e anche della cura delle aree verdi annesse alle sedi giudiziarie.
Tutto questo sarà possibile grazie ad un protocollo d'intesa siglato tra il provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria dell'Emilia Romagna e Marche, nella persona del provveditore Gloria Manzelli, il presidente della Corte di Appello di Ancona Luigi Catelli, il procuratore generale della Corte di appello di Ancona Sergio Sottani, il presidente del tribunale di Sorveglianza Raffaele Agostini e il garante dei diritti della persona Andrea Nobili.
La firma c'è stata venerdì scorso. "È è il primo progetto, a livello nazionale e quindi anche per la regione Marche - osserva Sottani - che vede un accordo quadro tra più parti. In precedenza c'erano stati solo accordi di singoli". Una regione che farà quindi da apripista al progetto denominato "Mi riscatto il futuro" e che mira a reinserire socialmente le persone che sono in carcere e che presto lo lasceranno.
Attraverso lavori di pubblica utilità i detenuti verranno impiegati negli uffici giudiziari. La mattina lasceranno le proprie celle per andare al lavoro e la sera torneranno in carcere. Le modalità di svolgimento verranno definite con convenzioni stipulate tra gli istituti penitenziari e gli uffici giudiziari.
I detenuti lavoratori saranno accolti nella sede della Corte di Appello di Ancona e della Procura generale. Il protocollo durerà 18 mesi rinnovabili e servirà ad individuare percorsi di vita alternativi al crimine. Lo scopo è di favorire l'avvio di progetti di sensibilizzazione alla legalità, responsabilizzando e informando la collettività delle problematiche che coinvolgono la popolazione carceraria.
di Fabrizia Mirabella
marieclaire.com, 26 novembre 2020
Abbiamo parlato con la cooperativa che restituisce dignità ai detenuti attraverso il lavoro, mentre restituisce all'Italia la sua cosa più preziosa, il business made in Italy.
"Te lo dico prima. Non chiedermi quante donne avete salvato? Chi si è salvato, si è salvato da solo. Noi siamo solo dei professionisti che credono fermamente in un'impresa con la i maiuscola". Basterebbe questa manciata di secondi al telefono, di lettere nero su bianco, a dipingere il ritratto potentissimo di Caterina Micolano, Presidente del Consiglio di Amministrazione della Cooperativa Alice, cooperativa sociale senza scopo di lucro fondata nel '92, che con il laboratorio Sartoria San Vittore restituisce dignità ai detenuti attraverso il lavoro, mentre restituisce all'Italia la sua cosa più preziosa, il business made in Italy.
"Noi diamo semplicemente delle opportunità, siamo un network che unisce territori, ruoli e persone. Per chiarirci, non stiamo in piedi grazie alle donazioni, viviamo di contratti di lavoro come tutti. Anche se, purtroppo, dobbiamo dimostrare il doppio rispetto a un'azienda normale. D'altronde, se lo Stato italiano continua a etichettare le "categorie fragili", le "normative sugli svantaggiati", "le azioni filantropiche", l'idea che la gente avrà delle cooperative come le nostre, non cambierà mai. Bisogna invece cambiare narrazione, informare, raccontare, fondare un movimento che faccia cultura della sostenibilità, dell'inclusione e della fiducia. Perché è il lavoro vero che ti fa arrivare gli assegni e ti fa sentire di nuovo accolto nel sistema economico".
È da queste premesse-promesse che quest'anno è nato il progetto Italia is One, fortemente voluto da Cooperativa Alice insieme a Gruppo Servier e altre due realtà italiane di artigianato sociale, Astrolabio e Mending for Good. Decise a sostenere la produzione di mascherine chirurgiche a 3 veli, circa 140 persone, la maggior parte detenute, hanno prodotto oltre 60 mila mascherine interamente realizzate a mano nei 12 laboratori delle cooperative, con l'obiettivo di fronteggiare la richiesta di questi dispositivi e renderli disponibili per le categorie più bisognose come i detenuti, spesso costretti in spazi angusti senza possibilità di distanziamento sociale, o il personale operante negli istituti penitenziari.
"L'emergenza sanitaria che l'Italia e il mondo intero si trovano ad affrontare impone a tutti un impegno collettivo in termini di responsabilità sociale. Dall'inizio della pandemia il Gruppo Servier in Italia ha sostenuto diverse iniziative per contrastare gli effetti di questa epidemia, a supporto delle autorità sanitarie, medici, ospedali, fondazioni, associazioni pazienti e cittadini in difficoltà. Un impegno che continuerà anche per i mesi futuri", ha raccontato Viviana Ruggieri, portavoce del Gruppo Servier in Italia. "La nostra mission mette al centro di ogni azione le persone, e non poteva esimersi dal supportare Italia is One, che rappresenta un esempio unico e concreto di riabilitazione sociale e di tutela del diritto inalienabile alla salute delle persone private della libertà, nel caso specifico della popolazione femminile, una categoria particolarmente bisognosa di supporto".
Dalla sartoria teatrale per la creazione di costumi per La Scala e la Fenice alla realizzazione di abiti per gli spot pubblicitari, fino alla fondazione del proprio brand Sartoria San Vittore, Cooperativa Alice è stata tra le prime realtà in Italia ad aver parlato di moda negli istituti penitenziari. A dimostrare come il design, la creatività e il saper fare, siano ingredienti fondamentali per un riscatto sociale che non coinvolge soltanto le donne detenute o vittime di violenza, ma travolge l'intero sistema che lo scatena.
"Dopo tanti anni trascorsi accanto ai detenuti, ti rendi conto di quanto la linea di confine della libertà sia molto sottile. A me non capiterà mai, quante volte l'abbiamo detto o sentito dire? Senza pensare che la maggior parte delle volte è la disperazione a farti compiere gli errori", racconta Caterina.
"Cos'è la libertà? Non è una quesitone di carattere penale, non è libero chi è fuori da una galera, vedo tutti giorni detenute che sono molto più libere di me dentro, nell'animo. Libertà è una condizione mentale, e noi con il nostro lavoro speriamo di far scattare quella molla, quel pensiero che spinge un detenuto a dire okay, ho la possibilità di ripartire, chi voglio essere?, chi potrei essere?, da dove riparto?. Decidere di ripensarsi, liberi di investire nuovamente su se stessi, è questo l'obiettivo del nostro mestiere".
E noi? Cosa dovremmo imparare da voi? "L'Italia tutta continua a parlare di sostenibilità, di slow fashion, di business impegnati, facendo un copia-incolla di quello che accade in tutto il resto del mondo. Si dimentica, invece, di chi siamo come Paese, dell'importanza che ha la nostra industria manifatturiera. Ma per fare questo c'è bisogno di un'azione corale, il sistema made in Italy deve dimostrare di essere capace a dialogare e unirsi, essere utile e al tempo stesso generare sicurezza. Per una volta non stiamo chiedendo niente, vogliamo solo dare.
Se i brand ci aiutassero a raccontare un sistema di manifattura sostenibile nelle filiere produttive, un sistema che riparte dal locale, dal piccolo, dall'artigianato, sarebbe un grandissimo passo avanti", mi spiega Caterina con la voce ferma e fiera. "Dovremmo chiederci: chi deve essere un'impresa socialmente utile oggi? E deve essere utile solo al carcere o anche alla società? Secondo noi anche alla società". "Non ti rende migliore comprare un maglione confezionato dai detenuti, non è questo il messaggio che vogliamo comunicare. Vogliamo raccontare che la tradizione artigianale italiana sta morendo e andrebbe salvaguardata, vogliamo dimostrare che il saper fare con le mani ci ha salvato più e più volte dalle crisi nella storia dell'Italia.
Attraverso sudore e calli, mica dall'oggi al domani. I detenuti che lavorano con noi iniziano un percorso che li porta a diventare artigiani del made in Italy, non operai. Noi non siamo solo operatori che ti fanno stare bene o ti alleviano dolori, accogliamo detenuti, persone richiedenti asilo, tossicodipendenti che negli anni possono diventare sarti, detentori di quelle skill di cui il paese ha bisogno. È questo il futuro che lasciamo nelle loro mani, mentre sono ancora dentro".
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 26 novembre 2020
Copricapi realizzati dalle detenute per le malate oncologiche. Da due poli negativi, nasce sempre uno positivo. Ovvero come il connubio carcere e malattia può generare lavoro, promuovere solidarietà e, soprattutto, donare un sorriso e una speranza a chi soffre. Dietro le sbarre e fuori. Parola di Francesca Brunati, fondatrice dell'associazione Go5 per mano con le donne che, con le detenute di San Vittore, realizza turbanti per le pazienti sottoposte a chemioterapia. "Un simbolo di solidarietà femminile, di integrazione sociale e di coraggio sia per le ristrette, sia per le malate oncologiche che stanno affrontando il proprio percorso" spiega.
"Il progetto è dedicato a Cristina, tra le pioniere di G05, che da subito ha creduto in questa avventura e che è mancata a ottobre 2019" racconta Brunati. Un progetto nato per affiancare le donne malate e le loro famiglie fornendo informazioni sull'organizzazione e sui servizi disponibili presso l'Istituto nazionale dei tumori; per organizzare iniziative dedicate al benessere delle pazienti oncologiche e, non ultimo, per offrire alle pazienti un servizio di supporto psicologico per superare le difficoltà che la malattia comporta.
"Ricordo il giorno in cui sono andata a proporre questa idea alle ospiti" rivela Brunati. "Reazione? Entusiasmo misto a commozione. Non dimenticherò mai il volto di una ragazza che scoppiò in lacrime pensando ad una sua parente che si era ammalata e che stava lottando contro il cancro. Non sono mancate le grandi soddisfazioni che ci hanno riempito il cuore e spinto ad andare avanti. Una su tutte, la sfilata con le detenute, le modelle professioniste e, con loro, avvocatesse e giudici".
La scelta del turbante non è stata casuale e riporta ad esperienze vissute in prima persona: "Io e Cristina lo abbiamo indossato quando eravamo in cura. Abbiamo pensato che quel copricapo, se confezionato con materiali di qualità e opportunamente colorato, avrebbe regalato un momento di spensieratezza a chi lo avrebbe indossato. Ovviamente lo abbiamo prima testato noi".
L'iniziativa vuole proporre un messaggio di benessere per chi sta dentro una malattia e per chi sta dentro un carcere. "Anche perché le donne detenute in questo modo riescono anche a gettare un ponte fuori dalle sbarre. Grazie a questa attività possono avviare un dialogo con la città e con le donne. Diventa per loro anche uno strumento di integrazione sociale" riprende Brunati. Nella filiera lavorano le ragazze di San Vittore, quelle in semi libertà e le stesse pazienti.
Il lockdown non ha fermato le ragazze di Go5, tanto è vero che hanno sostenuto il progetto "Psicologia, donne e web" ideato dall'Istituto nazionale dei tumori di Milano che si propone come una risposta e al contempo uno stimolo alla delicata situazione che stiamo vivendo anche perché molti ospedali hanno dovuto riqualificare alcuni reparti per far fronte all'emergenza Covid-19 e questo ha significato in ambito oncologico un rallentamento nella diagnostica legata alla prevenzione.
"Abbiamo messo a punto una serie di incontri informativi, ma anche attività volte a stimolare il benessere e la gestione dello stress (ovviamente via web). Dietro ogni turbante - conclude la fondatrice dell'associazione - c'è la storia interiore e i sentimenti di chi lo ha realizzato e questo dà valore ai pezzi unici, diversi l'uno dall'altro, creati da ciascuna detenuta. Dà valore al loro lavoro artigianale.
Va rimarcato che commissionando la confezione dei turbanti, Go5 offre lavoro alle donne detenute che devono in qualche modo cercare di avere uno stipendio per contribuire al bilancio familiare (spesso hanno i figli da mantenere perché il marito è in carcere anche lui).
La solidarietà, così, corre su un doppio binario, contribuendo a creare benefici su un piano psicologico e materiale a donne in difficoltà e che vivono sofferenze diverse. Sulla scia anche dei messaggi che Papa Francesco (a cui invieremo uno dei nostri turbanti) spesso rivolge a chi sta maturando la dura esperienza del carcere".
di Elia Sanna
L'Unione Sarda, 26 novembre 2020
Le parole di Paolo Mocci, garante dei detenuti del Comune di Oristano. La diffusione del virus tra il personale della polizia penitenziaria nel carcere di Massama sta creando disagio e impedisce la normale attività quotidiana didattica e rieducativa verso i detenuti, aggravato anche dalla eccessiva presenza rispetto alla struttura. Lo sostiene Paolo Mocci, il garante dei detenuti del Comune di Oristano, ricordando che anche i sindacati di polizia hanno recentemente rivolto l'ennesimo appello alla Regione per garantire i protocolli sanitari indispensabili alla loro sicurezza e a quella dei detenuti. Sottolinea inoltre l'esigenza di ridurre il numero dei detenuti a Massama.
"Già i tempi del carcere sono patologicamente dilatati - osserva Paolo Mocci - ora ancora di più a causa dell'inesatta applicazione dei protocolli sanitari previsti dalla normativa. È solo di questi giorni la richiesta di intervento del mio ufficio per dipanare le nubi che offuscano l'inizio dell'attività didattica in carcere. Nella prima ondata di diffusione del virus, tutte le attività erano state sospese, chiaramente per l'inesperienza degli operatori a gestire la nuova situazione. Oggi, però, che gli interventi legislativi hanno dato le necessarie indicazioni, appare difficile indicare una data a partire dalla quale le lezioni potranno riprendere.
Le caratteristiche abitative della Casa circondariale - aggiunge - impediscono di garantire le distanze tra i detenuti e gli operatori. Le aule sono poche e di ridotte dimensioni rispetto agli standard imposti dalle normative sanitarie. Il numero dei detenuti iscritti quest'anno è aumentato e purtroppo non è possibile garantire la didattica a tutti.
Pur mutando la destinazione di alcune stanze alla didattica, comunque non si riesce a raggiungere lo spazio che le norme di sicurezza e sanitarie impongono. La didattica in remoto sarebbe una valida soluzione. Ma la zona adibita a scuola non è raggiunta dalla linea internet e le esigenze di tutto il personale e dei detenuti si scontrano coi protocolli burocratici e di sicurezza che allungano inverosimilmente i tempi di realizzazione.
Purtroppo si registra il ritorno a quella chiusura delle attività trattamentali imposta in primavera. È difficile da ammettere - conclude Paolo Mocci - ma l'amministrazione Penitenziaria non avrebbe dovuto destinare l'istituto di Massama a detenere contemporaneamente il circuito dell'alta e media sicurezza. Il carcere non ha sufficienti aule, ha una minima zona sanitaria destinata al ricovero dei detenuti. Il personale è ridotto e oggi è falcidiato dalle esigenze sanitarie.
I detenuti già non avevano la possibilità di accedere in maniera sufficiente alle attività educative, oggi ancor di più trascorrono le giornate nella più totale inerzia e passività. E allora appare necessaria una significativa riduzione delle presenze in carcere".
La Repubblica, 26 novembre 2020
Giovedì 26 novembre la Notte dei Ricercatori, la manifestazione europea per la divulgazione scientifica, entra in carcere. L'iniziativa di portare la Notte dei Ricercatori tra i detenuti è progettata dalla Cnupp-Conferenza Nazionale dei Poli Universitari Penitenziari in molte sedi universitarie del Paese, ed è finalizzata alla divulgazione di una cultura sul carcere e sulla pena differente dal modello prevalente nel senso comune, all'interno della quale il diritto allo studio sia uno degli elementi di traino del cambiamento.
Il risultato dello sforzo organizzativo degli Atenei che hanno aderito è un insieme di iniziative che si svolgeranno il 26 novembre. Nel Polo Universitario Penitenziario di Parma è previsto un webinar che vedrà connessi studenti e detenuti dalle 12 del 26 novembre sul tema "Il Cambiamento: punti di vista giuridici, sociologici, pedagogici sui processi di trasformazione della società e degli individui".
Interverranno Stefania Carnevale, docente di Diritto processuale penale (Università di Ferrara), Vincenza Pellegrino, docente di Sociologia dei processi culturali e Delegata del Rettore per i Rapporti tra Università e carcere (Università di Parma), Luca Decembrotto, ricercatore di Pedagogia speciale (Università di Bologna), Vincenzo Picone, coordinatore del laboratorio teatrale e regista del Teatro Due di Parma, Annalisa Margarita, tutor studenti detenuti e Claudio Conte, studente detenuto dottorando in Politica, Cultura e Sviluppo (Università della Calabria).
di Alessandro Congia
sardegnalive.net, 26 novembre 2020
Un'iniziativa che ha coinvolto i detenuti di Alta Sicurezza: ecco cosa è stato realizzato in carcere. Anche quest'anno i vertici dell'istituto penitenziario di Badu e Carros, a Nuoro, presieduto dalla direttrice la dottoressa Patrizia Incollu e dal Comandante della Polizia Penitenziaria, il Commissario Capo Manuela Cojana, hanno coordinato la realizzazione di un progetto che simboleggia la lotta contro la violenza sulle donne. Un progetto tutto al femminile che simboleggia la volontà di sensibilizzare il più possibile tutte le persone su un tema così delicato.
Il Comandante del Reparto Manuela Cojana, in veste di referente regionale delle Pari Opportunità, ha sottolineato l'importanza di una costante attività necessaria a coinvolgere l'opinione pubblica su un tema che ancora oggi presenta indici di attuazione molto elevati.
"Ogni giorno in qualche parte del mondo - dice - troppe donne muoiono per volontà di chi dovrebbe amarle". Da qui l'idea di coinvolgere nella realizzazione dei manufatti i detenuti del reparto di alta sicurezza, a differenza dell'anno scorso ove il progetto realizzato dalla falegnameria proveniva dalle mani dei detenuti di media sicurezza. Oggi la rappresentazione di una scarpetta rossa fatta con i cartoncini colorati di rosso, le rose create a mano con il raso rosso e una lunga poesia che mai come questa giornata esprime il cordoglio sulla violenza domestica e non, che ancora tocca moltissime donne.
trevisotoday.it, 26 novembre 2020
Per il service trevigiano la lettura può costituire un mezzo inaspettato ed efficace di crescita personale e umana finalizzata al reinserimento sociale. In carcere si può anche leggere, esistono anche delle biblioteche e la lettura può costituire un mezzo inaspettato ed efficace di crescita personale e umana finalizzata al reinserimento sociale. In questa ottica il Rotary Club Treviso ha voluto donare alla biblioteca della Casa Circondariale di Treviso i libri partecipanti al Premio letterario Giovanni Comisso 2020 e precisamente quelli che hanno partecipato al "Premio Comisso under 35 - Rotary Treviso" le cui opere inviate sono state giudicate dai membri della giuria tecnica del Premio e da due membri aggiuntivi designati dal Rotary.
Il presidente Diego Pavan, con il segretario Giuseppe Bidoli e Maria Antonietta Possamai, componente della giuria, martedì si sono recati in carcere e hanno consegnato i volumi al Direttore del carcere, il dott. Alberto Quagliotto che era accompagnato dal comandante delle guardie carcerarie e dal referente per la biblioteca. Il direttore si è rivelato essere un past president del Roray Club Pordenone e pertanto, animati da spirito rotariano, si sono subito ipotizzati altri service che possano essere fatti a beneficio della struttura carceraria per il benessere dei detenuti.
di Giuseppe Cassini
Il Manifesto, 26 novembre 2020
Aspettando la moratoria promessa dal presidente eletto Biden, quello uscente dovrebbe rispettare la tradizione e sospendere le pene capitali previste in chiusura di mandato: due condannati in Indiana. Il presidente Trump, se non può risuscitare le tante vittime del virus provocate dal suo ostinato negazionismo, farebbe ancora a tempo a risuscitare almeno due "morti che camminano" nel braccio della morte del penitenziario federale in Indiana.
Solo lui ha la potestà di fermare l'iniezione letale che ucciderebbe entro dicembre due rei confessi di omicidio, il quarantenne Brandon Bernard e la cinquantenne Lisa Montgomery. Anzi, sarebbe suo dovere intervenire: è buona norma che i presidenti uscenti deferiscano al successore ogni decisione di grave entità, come quella di spegnere una vita. In quel penitenziario, invece, nella disattenzione generale è già stato giustiziato il 19 novembre un altro omicida, Orlando Cordia Hall.
Allora Trump era troppo affaccendato con i suoi ricorsi per decidere se salvare o meno la vita di un criminale sconosciuto. Ma ora che ha più tempo, si avvarrà delle prerogative presidenziali per salvare almeno gli altri due morituri? Potrebbe, vista la "generosità" con cui ha promesso di elargire presto il perdono a vari personaggi incriminati per colpa sua, dopo aver già perdonato tipi come Joe Arpaio, lo sceriffo dell'Arizona condannato per aver segregato per anni e schiavizzato degli immigrati irregolari.
Trump avrebbe tutto il diritto - e anche il dovere - di sospendere le due sentenze di morte. Lei in particolare, Lisa Montgomery, ha avuto un'esistenza travagliata: abusata da piccola, da tempo soffre di disturbi bipolari e di turbe depressive confermate dai medici. Sua sorella ha dichiarato: "Supplico il presidente di aprire il suo cuore e pensare alla vita terribile che ha avuto questa donna".
È da 70 anni che una donna non viene più giustiziata per crimini federali. Il problema è che è stato il presidente stesso a reintrodurre con una semplice firma, a settembre, la pena capitale per gravi reati federali, interrompendo una moratoria che durava da un ventennio.
E lo aveva lasciato intendere già a giugno quando - circondato da agenti in uniforme antisommossa e seguito dal fedele "ministro della giustizia" - si era diretto verso la chiesa che fronteggia la Casa bianca brandendo una Bibbia voluminosa. Con quel gesto intendeva, forse, segnalare che nel Levitico sta scritto "Occhio per occhio, dente per dente". Ma se avesse avuto la pazienza di sfogliare il volume fino in fondo, avrebbe trovato anche questo: "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia". Biden, da cattolico praticante qual è, ha preannunciato che riesumerà subito la moratoria e si sforzerà anche di convincere i rimanenti Stati "forcaioli" (tra cui Indiana e Texas) ad abolire la pena capitale, spiegando loro che uccidere in nome dello Stato lo abbassa al livello degli assassini. Lo aveva capito già nel 1999 George Ryan, neo-governatore dell'Illinois. Dopo aver firmato un ordine d'esecuzione, aveva aperto un faldone che attestava un dato terribile: una condanna su tre era impestata da vizi di forma o di sostanza, con forti probabilità che fosse stato giustiziato qualche innocente.
"Quella notte non riuscii a dormire - mi raccontò incontrandolo a Chicago nel 2004 - Nominai un comitato che mi indicasse come riformare il sistema e sottoposi i risultati all'Assemblea statale affinché legiferasse. Siccome allo scadere del mio mandato l'Assemblea non si era messa d'accordo, io mi dissi "Non voglio sostituirmi a Dio" e commutai le condanne già comminate ai 164 reclusi nel braccio della morte".
A sostegno di Biden dovrebbe intervenire la Corte suprema, ormai formata in maggioranza da giudici cattolici (sei su nove) dopo che Trump ha nominato all'ultima ora Amy Coney Barrett, nota per la sua intensa fede cattolica. Il momento della verità arriverà quando la Corte sarà investita della decisione di abolire la pena capitale definitivamente. Se Barrett o qualche altro giudice cattolico votasse contro, come dovrebbe reagire il Vaticano? Meglio rammentare ai credenti che l'istituto della scomunica esiste tuttora. Un tempo si usava graziare un condannato a morte nelle grandi occasioni festive. In America, invece, accade che l'ultimo giovedì di novembre, giorno sacro del Thanksgiving, si conceda la grazia a un tacchino piuttosto che a un essere umano. Così ha fatto Trump anche quest'anno: ha graziato un tacchino, ma non due reclusi che agonizzano nel braccio della morte di un penitenziario sperduto nell'Indiana. Due suoi concittadini che si salverebbero da morte certa, se solo lui bloccasse con un tratto di penna l'iniezione fatale.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 26 novembre 2020
I sanguinosi fatti sono avvenuti nel penitenziario di La Modelo. L'inchiesta indipendente dell'ong statunitense "Human Right Watch" Le proteste scoppiarono per il sovraffollamento della struttura. Secondo la legge internazionale sui diritti umani, i governi devono proteggere le vite di coloro che si trovano in custodia nelle carceri e indagare rapidamente su eventuali decessi.
È proprio quello che non è avvenuto in Colombia dove la dinamica di uno dei più grandi massacri avvenuti in un istituto penitenziario, nel marzo scorso, la sta svelando un inchiesta indipendente di Human Rights Watch.
Un rapporto, pubblicato martedì scorso dall'organizzazione per la difesa dei diritti umani, ha infatti svelato che 24 prigionieri furono massacrati deliberatamente nel corso di una rivolta scoppiata il 23 marzo. In quel momento il presidente colombiano, Ivan Duque, aveva annunciato le misure di quarantena per contrastare l'epidemia di coronavirus, poche ore dopo divamparono numerose sommosse negli istituti penitenziari, la più grave appunto nel carcere di La Modelo (che ospitava 5mila detenuti all'epoca) nei pressi della capitale Bogotà.
Le proteste furono organizzate a livello nazionale per attirare l'attenzione sulle condizioni disastrose dei i prigionieri ospitati in poche celle, dormendo nei corridoi, e senza misure adeguate per isolare i detenuti resi così particolarmente vulnerabili al Covid. A quanto sembra all'inizio doveva trattarsi di iniziative pacifiche che poi però sono velocemente degenerate. Il carburante della rivolta è stato dunque il sovraffollamento. I 132 penitenziari del paese hanno una capacità di 81.000 detenuti ma ospitano oltre 121.000 prigionieri, secondo i dati del ministero della Giustizia.
In una tale contesto non stupisce che il livello di violenza sia stato altissimo, il gruppo di esperti forensi indipendenti e il Consiglio internazionale per la riabilitazione delle vittime di torture che hanno condotto l'indagine hanno concluso che nessuno dei morti è stato ucciso accidentalmente durante la confusione che si era generata. Secondo i ricercatori: "la maggior parte delle ferite da arma da fuoco descritte nelle autopsie sono coerenti con l'obiettivo di uccidere".
In ogni caso l'indagine non ha stabilito chi ha sparato nei momenti caotici della rivolta, ma solleva nuove domande sul rispetto del diritto internazionale sui diritti umani e sull'importanza di un'indagine approfondita. A tale proposito però c'è da registrare la reticenza delle autorità competenti; Il ministro della Giustizia Margarita Cabello fin da subito aveva parlato di un tentativo di evasione dalla prigione, anche se successivamente tale resoconto è stato smentito dagli attivisti per i diritti umani. Per il ministro infatti "non esiste alcun problema sanitario che avrebbe causato i disordini. Non vi è alcuna infezione né alcun prigioniero o personale amministrativo o amministrativo che abbia il coronavirus".
Inoltre la stessa Cabello il prossimo gennaio assumerà l'incarico di Ispettore generale della Colombia (l'ufficio pubblico preposto al controllo di agenzie e istituzioni del governo), una mossa che secondo HRW solleva serie preoccupazioni sui conflitti di interesse nel garantire un'indagine approfondita.
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