di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 25 febbraio 2021
"Spetta allo Stato, e non alle Regioni, determinare le misure necessarie al contrasto della pandemia". Sulle reintegre dei lavoratori torna l'obbligo se il fatto è insussistente. "Spetta allo Stato, e non alle Regioni, determinare le misure necessarie al contrasto della pandemia".
E ancora: è obbligatorio reintegrare il lavoratore in caso di "licenziamento economico" se il fatto posto alla base dello stesso è "manifestamente insussistente". A stabilirlo è la Corte Costituzionale, che si espressa con una doppia pronuncia su due questioni dirimenti: restrizioni anti Covid e tutela del lavoro. Nel primo caso, la Consulta ha accolto il ricorso dell'allora Governo Conte contro la legge della Regione Valle d'Aosta, approvata lo scorso dicembre, "limitatamente alle disposizioni con le quali la legge impugnata aveva introdotto misure di contrasto all'epidemia differenti da quelle previste dalla normativa statale".
La decisione dei giudici costituzionali è giunta a termine della camera di consiglio di oggi dopo la discussione di martedì in udienza pubblica. In attesa del deposito delle motivazioni della sentenza che avverrà nelle prossime settimane, la Corte - che lo scorso 14 gennaio aveva sospeso in via cautelare l'efficacia della legge della Valle d'Aosta - ha ritenuto che il "legislatore regionale, anche se dotato di autonomia speciale, non può invadere con una sua propria disciplina una materia avente ad oggetto la pandemia da Covid-19, diffusa a livello globale e perciò affidata interamente alla competenza legislativa esclusiva dello Stato, a titolo di profilassi internazionale".
In merito ai licenziamenti, la Consulta ha esaminato la questione di legittimità sollevata dal tribunale di Ravenna sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori - come modificato dalla cosiddetta legge Fornero (la numero 92 del 2021) - nel punto in cui prevede la facoltà, e non il dovere, del giudice di "reintegrare il lavoratore arbitrariamente licenziato in mancanza di giustificato motivo oggettivo".
La questione - fa sapere Palazzo della Consulta in attesa del deposito delle motivazioni - è stata dichiarata fondata dai giudici delle leggi con riferimento all'articolo 3 della Costituzione: la Corte ha ritenuto che è "irragionevole" - in caso di insussistenza del fatto - la "disparità di trattamento" tra il licenziamento economico e quello per giusta causa. Per quest'ultima ipotesi è infatti previsto l'obbligo della reintegra mentre nell'altra è lasciata alla discrezionalità del giudice la scelta tra la stessa reintegra e la corresponsione di un'indennità.
Secondo il rimettente, il Tribunale di Ravenna, "tra il licenziamento per giustificato motivo oggettivo fondato su un fatto (manifestamente) inesistente e il licenziamento per giusta causa fondato su un fatto (semplicemente) inesistente non sussisterebbe una differenza ontologica tale da giustificare un diverso trattamento sanzionatorio". Dal momento che "la qualificazione del licenziamento", secondo i giudici di Ravenna, "dipenderebbe solo dall'individuazione scelta dal datore di lavoro che inciderebbe così sul diritto di azione del lavoratore, causando una lesione dell'articolo 24 della Costituzione" secondo il quale "tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 febbraio 2021
Al Due Palazzi il Terzo Settore sta vivendo un momento di difficoltà. Il Garante: "clima di scarsa serenità nei rapporti tra soggetti istituzionali e non". Rifiuti rovesciati per terra, oggetti e generi alimentari spostati, gli abiti da lavoro sparsi alla rinfusa. È questo lo scenario che, al rientro del lavoro, i detenuti del carcere Due Palazzi di Padova hanno dovuto assistere a ottobre scorso. Parliamo dei locali della pasticceria della Cooperativa Work Crossing - Giotto interni all'istituto penitenziario.
La sera prima è avvenuta una ispezione quando i lavori non erano in corso, e quindi i locali erano vuoti, e senza avvisare nessuno della Cooperativa affinché potesse assistere all'ispezione. Un fatto che ha preoccupato il Garante nazionale delle persone private della libertà per le modalità con cui si è svolto: senza la doverosa informazione degli affidatari dei locali, senza la loro presenza all'operazione, senza la regolare autorizzazione della Direzione e la conseguente reportistica. "La mancanza di una procedura regolare rischia di configurare tale episodio come una attività impropria, simile a una forma di "perquisizione" esclusa dal nostro ordinamento e da ogni accordo di affidamento dei locali", scrive il Garante nella relazione.
Il carcere padovano un modello per le iniziative culturali, lavorative e sociali - Ma è solo uno dei tanti episodi che si sono verificati all'interno del carcere di Padova che rischiano di creare una grave frattura dei rapporti tra il Terzo settore operante in carcere e l'amministrazione penitenziaria. Una problematica che il Garante nazionale ha riscontrato durante la sua visita, avvenuta il 24 e 25 novembre scorso. Il Terzo settore non solo è fondamentale, ma ha reso il carcere padovano un modello per le iniziative culturali, lavorative e sociali che si svolgono al suo interno in una prospettiva di dialogo con il territorio e di reinserimento delle persone detenute. "Una esperienza che va preservata, valorizzata e proposta quale modello positivo", sottolinea il Garante. Com'è noto nel carcere padovano operano le tre cooperative sociali Giotto, AltraCittà e Work Crossing, pienamente inserite nel circuito produttivo e di mercato. Senza dimenticare la redazione di Ristretti orizzonti, diretta da Ornella Favero, che quotidianamente, oltre il ben noto lavoro di selezione della stampa, porta avanti un lavoro di riflessione sul tema della privazione della libertà, in un confronto continuo con la società esterna.
Fiammetta Borsellino ha visitato i detenuti per mafia - Tante le personalità ospitate in questi lunghi anni, come ad esempio Fiammetta Borsellino, figlia del giudice vittima insieme alla sua scorta della strage Via D'Amelio, ordinata da Totò Riina. Significativo il dialogo di Fiammetta Borsellino con i detenuti reclusi per reati di mafia. Quello di Ristretti orizzonti è un impegno che coinvolge in prima persona i detenuti in una prospettiva di responsabilizzazione volta a ricucire la ferita inferta alla società con il proprio reato.
Nella lettera della vicecomandante la scarsa considerazione dei volontari - Il Garante chiede chiarezza anche per altre spiacevoli situazioni. Tra queste c'è l'affermazione contenuta in una missiva della vicecomandante, indirizzata alla Presidente della cooperativa AltraCittà, che esprime una visione distorta dei rapporti tra Amministrazione penitenziaria e Terzo settore, definendo l'attività dei cosiddetti volontari (termine usato anche per indicare responsabili di attività imprenditoriali che operano nell'Istituto) come "attività comunque ancillare".
Quindi di subordinazione. Una definizione, denuncia il Garante, "che non riconosce il ruolo che la società esterna, anche nelle sue espressioni dell'associazionismo e dell'imprenditoria sociale, può in generale svolgere in una prospettiva trattamentale e di reinserimento e che, peraltro, effettivamente svolge nella Casa di reclusione di Padova". Colpiscono anche i toni e le parole usate nella stessa lettera da cui traspare una scarsa considerazione degli operatori del Terzo settore, una volontà di ridimensionare il loro contributo, di controllo del loro operato definito "al limite della legalità".
Anche quando si tratta - come nel caso specifico - di una lettera aperta alla più alta Autorità dello Stato e al Papa, scritta da alcune persone detenute e sottoscritta da molte altre. "Sono segnali di un clima di scarsa serenità nei rapporti tra soggetti istituzionali e non, rapporti che negli anni precedenti erano caratterizzati, al contrario, da uno spirito di forte collaborazione", denuncia il Garante nazionale. Il Dap ha recepito le osservazioni del Garante e ha fatto sapere che il 25 e 26 gennaio ha inviato il vice capo del Dipartimento e il direttore generale del personale. L'obiettivo? Quello di richiamare il direttore affinché si attivi nel coinvolgere e valorizzare i rappresentanti del Terzo settore.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 febbraio 2021
Il parere negativo del Gruppo di Osservazione Interno alla "declassificazione" del detenuto basato sulle informazioni della procura antimafia. Nel carcere Due Palazzi di Padova c'è un detenuto, T. R., che da anni è nel circuito di Alta sicurezza. Sulla carta ha tutti requisiti per accedere alla "declassificazione", ma il gruppo di osservazione interno ha dato parere negativo sulla base delle informazioni giunte dalla Procura antimafia. Per i non addetti ai lavori ciò non crea nessun sobbalzo dalla sedia, ma in realtà è una vera e propria anomalia. Un caso che il Garante nazionale ha rilevato durante la sua visita.
Ma che cos'è la declassificazione? Come prevede l'ordinamento penitenziario, ogni sei mesi viene svolta una verifica su ogni recluso nel regime di Alta sorveglianza per valutare se abbia raggiunto i requisiti per avere una carcerazione più tenue. Come sottolinea il Garante nazionale, parliamo di una valutazione che soltanto chi opera a contatto con la persona può esprimere, avendone riscontrato e sperimentato direttamente la partecipazione al percorso definito, senza essere influenzata da informazioni esterne che serviranno solo successivamente per una decisione finale che spetta all'amministrazione centrale. Il detenuto T.R. dal 2014 partecipa alle attività della redazione di Ristretti orizzonti insieme a persone appartenenti al circuito dei detenuti comuni. Il Garante nazionale, per far comprendere meglio il paradosso che si è verificato, ha ricordato che nel corso di un incontro promosso dalla redazione il 24 gennaio 2020, il suo caso è stato oggetto di un confronto con il Sostituto procuratore distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Stefano Musolino.
Il detenuto perseguitato dal suo stigma - È stato lo stesso direttore della Casa di reclusione a presentare la situazione di T.R. come il caso tipico di una persona vittima di ciò che rappresenta: "Lo stigma si chiama T.R. Lo perseguita sempre". Ha quindi definito "un'ipocrisia a livello amministrativo e a livello del sistema" il fatto che T.R. partecipi ad attività con i detenuti comuni, ma rimanga nel circuito As1.Ma cosa è accaduto? Qualche mese dopo, il 16 giugno, si è svolta una riunione del Gruppo di osservazione e trattamento (Got), in vista della richiesta di declassificazione di T.R., riunione alla quale era stata invitata anche la responsabile della redazione di Ristretti orizzonti. È stato riferito al Garante che nel corso della riunione era emerso un giudizio complessivamente positivo sul percorso fatto in questi anni da T.R. Eppure il Got, in contrasto con le valutazioni emerse nel citato incontro di pochi mesi prima, ha emesso parere negativo all'istanza di declassificazione. Perché? Lo ha fatto sulla base delle informazioni giunte dalla Procura antimafia. Ma non funziona così. Il parere del Got deve essere autonomo, non può basarsi su quello della procura: sono due valutazioni separate che poi spetta all'amministrazione centrale farne una sintesi. Questo non è accaduto e si è verificato, come osserva il Garante, una situazione paradossale: la persona che non è ritenuta idonea alla declassificazione, viene proposta come testimone davanti agli studenti di Reggio Calabria.
di Sandra Figliuolo
palermotoday.it, 25 febbraio 2021
Massimo Bottino, 52 anni era recluso al carcere Pagliarelli. Sarebbe stato messo in isolamento per diversi giorni col sospetto che fosse stato contagiato dal virus. Invece la sua patologia era un'altra ed è spirato al Buccheri La Ferla. Non era Covid come si sarebbe sospettato al carcere Pagliarelli, ma leucemia fulminante. Massimo Bottino, 52 anni, condannato a 12 anni con il rito abbreviato perché ritenuto appartenente al clan della Noce e detenuto nella struttura penitenziaria, è morto all'ospedale Buccheri La Ferla, dove era arrivato dal Civico in coma. Il decesso risale a più di un mese fa, il 24 gennaio, ma la notizia si è appresa solo ora.
Al Pagliarelli dall'inizio della pandemia si sono sviluppati diversi focolai di Covid e, nelle ultime settimane, si sono toccate anche punte di 60 contagiati. Una situazione che ha avuto ripercussione sui processi e anche sull'udienze di convalida: in certi casi, per sicurezza, non è stato possibile neppure trasferire i detenuti nella saletta per i video-collegamenti.
Anche nel caso di Bottino si sarebbe ipotizzato un caso di Coronavirus. Il detenuto era stato arrestato il 22 maggio del 2018 con l'operazione "Settimo Quartiere" della squadra mobile, coordinata dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Amelia Luise e Annamaria Picozzi (oggi aggiunto). A gennaio dell'anno scorso il gup Cristina Lo Bue gli aveva inflitto 12 anni di reclusione. Secondo l'accusa, sarebbe stato particolarmente vicino al capo della cosca, Giovanni Musso, condannato a sua volta a 15 anni. Il processo è pendente in appello.
Ed è proprio in relazione ad una delle udienze del secondo grado di giudizio che, intorno al 10 gennaio, è emerso che Bottino non sarebbe stato bene. Avrebbe avuto la febbre abbastanza alta e sarebbe stato per questo messo in isolamento all'interno del Pagliarelli. Si sarebbe ipotizzato un caso di Covid. Il 14 gennaio, giorno del processo, Bottino non aveva partecipato all'udienza e era giunta alla Corte d'Appello una rinuncia da parte sua. Due giorni dopo le sue condizioni si sarebbero però aggravate e per questo Bottino era stato trasferito dal carcere al Civico.
I medici avrebbero capito subito che non avevano davanti un caso di Coronavirus, ma invece una leucemia fulminante di cui nessuno però fino a quel momento si era accorto. Nonostante le cure, lo stato di salute del detenuto sarebbe ulteriormente peggiorato e dopo qualche giorno, ormai in coma, Bottino era stato trasferito al Buccheri La Ferla, dove poi è deceduto il 24 gennaio.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 25 febbraio 2021
Ha 83 anni e nel carcere di Poggioreale, a Napoli, è stato portato direttamente in ambulanza lo scorso 3 febbraio. Soffre di numerose patologie ma nonostante ciò il gip del Tribunale di Salerno ha accolto la richiesta della Procura acconsentendo all'aggravamento della misura cautelare di Giovanni Marandino, già sottoposto all'obbligo di dimora nel comune di Capaccio (Salerno) e accusato di usura ed esercizio abusivo di attività finanziarie.
Niente arresti domiciliari perché la sua abitazione è ritenuta "un vero e proprio centro logistico di finanziamento. Di così eccezionale rilevanza il pericolo di reiterazione del reato - si leggeva nella nota della procura di Salerno del 3 febbraio scorso - che lo stesso giudice ha ritenuto necessaria la custodia cautelare in carcere, pur trattandosi di un ultraottantenne". Così da Capaccio a Napoli in ambulanza nel carcere più sovraffollato d'Europa e con diversi casi di coronavirus registrati nelle ultime settimane che hanno stroncato la vita a una guardia penitenziaria.
A fornire l'elenco delle oltre venti patologie di cui soffre l'83enne è Samuele Ciambriello, garante dei Detenuti della Campania, che ne sta seguendo gli sviluppi sanitari. Marandino soffre di "severa vasculopatia cerebrale con disturbi mnesici e disorientamento temporo-spaziale, depressione maggiore, ateromasia carotidea, distiroidismo, bpco, apnee notturne, diabete mellito scompensato e complicato, pregresso intervento per sostituzione valvola aortica, anuloplastica mitralica e rivascolarizzazione miocardica con bypass, postumi deiescenza ferita sternale tratta con vac terapy, cardiopatia sclero-ipertensiva-ischemia con pregresso ima, aritmia cardiaca da fibrillazione atriale cronica, postumi pancreatite, ipb, incontinenza neurogena, i.r.c da rene policistico, deficit visus, ipoacusia, laparocele, reflusso gastroesofageo, diverticolosi colon, severa artrosi polidistrettuale con gravi limitazioni funzionali". "Sabato scorso, 22 febbraio 2021 - aggiunge Ciambriello - è stato colto da un malore ed trasportato all'ospedale dei Pellegrini dove è rimasto in osservazione per tutta la notte e domenica ha fatto ritorno in carcere".
"Sono in contatto quotidiano con la Direzione sanitaria del carcere di Poggioreale che mi aggiorna sui trattamenti sanitari in corso" spiega. "Credo che il diritto alla salute e alla vita debba godere di adeguata tutela anche rispetto alle esigenze di giustizia e di accertamento da parte dell'autorità giudiziaria. Pur nel rispetto del sistema cautelare in caso di gravi reati, ritengo che ciò debba essere attuato attraverso la gradazione della misura con l'applicazione di una restrizione più adeguata allorquando la persona coinvolta si trovi in condizioni psico fisiche precarie, come nel caso del signor Marandino".
Il garante infine stigmatizza le tante polemiche in corso sui giornali e nei dibattiti televisivi rispetto ai reati ostativi, alla certezza della pena: "È la Costituzione italiana all'art 32 che definisce la salute come diritto fondamentale dell'individuo. Significa che tutto ciò non riguarda solo il singolo ma si riflette sulla collettività. La tutela della salute è un valore costituzionale supremo di ogni cittadino, libero o diversamente libero, lo voglio dire anche a tanti pennivendoli e giornalisti televisivi giustizialisti e a quanti, anche tra i politici, disconoscono gli articoli della Costituzione sul tema "Carcere e salute". Nello svolgimento della mia funzione, nei continui colloqui che ho con i detenuti e con gli uffici giudiziari, mi occupo personalmente di centinaia di casi analoghi"
Sulla vicenda, così come anticipato dal Riformista, è intervenuto anche il garante napoletano dei detenuti Pietro Ioia che ha lanciato un appello alla ministra della Giustizia Marta Cartabia. "Signora ministra, io non so se le arriverà questo messaggio - dice Ioia nel video - Sono il Garante dei detenuti del Comune Napoli, sono appena uscito dal carcere di Poggioreale. Ho visto un detenuto di 85 anni, mi creda, sulla sedia a rotelle. Una larva umana. Mi creda, faccia qualcosa. La prego e la supplico, faccia qualcosa. Per la Giustizia italiana, grazie". "Signora ministra, io non so se le arriverà questo messaggio - dice Ioia nel video - Sono il Garante dei detenuti del Comune Napoli, sono appena uscito dal carcere di Poggioreale. Ho visto un detenuto di 85 anni, mi creda, sulla sedia a rotelle. Una larva umana. Mi creda, faccia qualcosa. La prego e la supplico, faccia qualcosa. Per la Giustizia italiana, grazie".
Corriere di Rieti, 25 febbraio 2021
Si amplia il focolaio Covid nel carcere di Rieti "Nuovo Complesso" di Vazia. I detenuti contagiati sono una ventina e sono risultati allo screening di massa a cui sono stati sottoposti insieme al personale e ai vari collaboratori che frequentano i laboratori del carcere per un totale di 480 persone. Le loro condizioni non destano preoccupazioni anche se il timore è che il focolaio sia destinato ad aumentare visto che nella giornata di ieri sono stati eseguiti altri tamponi di cui si attende l'esito.
Ieri è stato ufficializzato il bollettino sull'emergenza coronavirus. All'esito delle indagini eseguite nelle ultime 24 ore si registrano 34 nuovi soggetti positivi al test Covid 19. Si registrano 46 nuovi guariti. Il numero dei tamponi eseguiti è stato di 434, quello totale di 54.187. Si registra un decesso: un uomo di 77 anni, ricoverato in Terapia Intensiva al De Lellis. Il totale dei positivi è di 575.
La Asl lunedì avvierà la vaccinazione per le persone estremamente vulnerabili con gravi fragilità e la vaccinazione del personale docente e non docente della scuola e dell'università nati nell'anno 1956 (65 anni). I vaccini per le persone estremamente vulnerabili con gravi fragilità verranno somministrati presso il centro ex Bosi ogni lunedì. L'accesso alla vaccinazione avverrà attraverso una chiamata diretta effettuata dai Centri della Asl di Rieti che hanno in cura i pazienti stessi. Prosegue la campagna vaccinale dedicata al personale delle Forze dell'ordine e al personale docente e non docente della Scuola e dell'Università. Oltre agli under 55, dal 1 marzo il vaccino verrà somministrato anche ai nati nell'anno 1956 (65 anni). Il centro di riferimento sarà sempre il Distretto 1 di via delle Ortensie a Rieti, mentre le prenotazioni avverranno attraverso il link della Regione Lazio.
di Mitia Chiarin
La Nuova Venezia, 25 febbraio 2021
Mentre il carcere di Venezia torna Covid-free, si muovono i primi passi per la campagna di vaccinazione dei detenuti e degli operatori di polizia penitenziaria. Proprio in questi giorni sta iniziando la raccolta dei consensi informati e delle adesioni tra chi intende sottoporsi al vaccino. Analoga operazione al via anche in Questura di Venezia. Visto l'alto numero di agenti e di uffici in terraferma, centro storico e nelle specialità, dalla postale al porto ed aeroporto alla ferroviaria, la macchina dei vaccini appare più complessa. Si parla in queste ore di un via alle vaccinazioni per i poliziotti dal 5 marzo con un hub della polizia al Tronchetto.
"Nell'ultimo incontro con la Regione abbiamo avuto delle rassicurazioni importanti", dice il Coordinatore regionale Cgil Polizia Penitenziaria Gianpietro Pegoraro, "da qui a qualche giorno saremo informati sul calendario vaccinale. Merito va al garante nazionale dei diritti dei detenuti e al dialogo tra istituzioni e rappresentanti delle forze dell'ordine".
Tra i problemi segnalati alla Regione a fine gennaio, c'era ad esempio anche la mancanza di comunicazioni tra sanità penitenziaria e direzioni delle Carceri: "Ciascuno segue la propria strada, come dimostrano gli ordini di servizio emanati dalle direzioni, che non sono controfirmati dai dirigenti sanitari". Nel frattempo, la situazione contagi sembra essere tornata alla normalità. Nei mesi scorsi, importanti focolai avevano fatto preoccupare non poco direzione e operatori con 54 positivi, tra agenti e detenuti. "Stando all'ultimo bollettino ufficiale di mercoledì scorso", continua Pegoraro, "la situazione è tornata alla normalità. Ora la speranza è che si possa continuare con questo trend". Situazione tranquilla anche nel carcere femminile della Giudecca, dove si era registrato qualche caso di Covid prima della fine del 2020.
"La partenza del 5 marzo per le vaccinazioni ai poliziotti della provincia di Venezia è una buona notizia", dice Franco Maccari, vicepresidente nazionale FSP Polizia di Stato. "Meglio sarebbe se fosse anche stata condivisa con i colleghi, tra i quali rimangono molti incerti e contrari all'adesione alla campagna vaccinale, a causa anche delle opinioni contrastanti degli esperti, tanto che ad oggi l'adesione dei poliziotti a livello nazionale è circa del 80%". Mauro Armelao, Ugl, conferma l'incertezza rispetto all'utilizzo del vaccino AstraZeneca.
"Sarebbe stato utile poter scegliere il tipo di vaccino da fare", ammette. "Attendiamo a giorni la comunicazione del calendario per partire", dice Diego Brentani del Siulp. Maccari si rivolge al Questore. "Certamente il Questore Masciopinto si adopererà per informare adeguatamente anche sul personale over 55 sulla possibilità di aderire alla campagna vaccinale, ma va invitato caldamente a fare presto. Non abbiamo tempo da perdere".
girwebtv.it, 25 febbraio 2021
Si chiama "Ri-uscire" il progetto di inclusione sociale per detenuti presentato questa mattina dal parroco del Duomo don Emanuele Ferro, dall'Ufficio Esecuzione Penale Esterna (UEPE) di Taranto, dall'amministrazione Melucci con gli assessori Gabriella Ficocelli (Welfare), Fabrizio Manzulli (Sviluppo Economico, Marketing Territoriale e Turismo) e Paolo Castronovi (Ambiente e Società Partecipate), e da Kyma Ambiente. Il progetto intende dare una nuova opportunità a dieci detenuti, consentendo loro di scontare il debito con la giustizia attraverso misure alternative alla detenzione. Ognuno si occuperà del decoro e della pulizia di una chiesa della Città Vecchia, dintorni compresi, e aiuterà i cittadini più fragili nella gestione della raccolta differenziata. Kyma Ambiente ha messo a loro disposizione anche un proprio deposito.
"Siamo contenti di affiancare don Emanuele Ferro in questo progetto - ha dichiarato l'assessore Castronovi -, che corrisponde all'idea di rivitalizzazione che abbiamo per la Città Vecchia". "Abbiamo avviato questo progetto sfruttando alcune risorse del Comune di Taranto per i Servizi Sociali - ha commentato l'assessore Ficocelli - e siamo davvero felici per questi ragazzi". "Riteniamo che sia fondamentale coinvolgere i residenti in questo processo di crescita culturale - ha evidenziato l'assessore Manzulli - e sono contento che siano questi ragazzi a dare l'esempio".
frosinonetoday.it, 25 febbraio 2021
Una volta terminati verranno portati nelle cappelle delle carceri italiane. Ha avuto inizio qualche giorno fa nel carcere di Paliano, nel nord della provincia di Frosinone il progetto artistico formativo dal titolo "La luce della libertà" con il quale verranno realizzati ceri pasquali dipinti dai detenuti per le cappelle delle carceri italiane.
Iniziativa dell'Ufficio Ispettorato dei cappellani delle carceri italiane in collaborazione dell'associazione Liberi nell'arte (affiliato Acli del Molise) e dell'Associazione Caritas Regina Pacis. L'iniziativa si svolgerà presso la Casa di Reclusione di Paliano (Fr). I ceri, si legge in un comunicato, verranno dipinti interamente a mano da alcuni detenuti del carcere di Paliano che frequenteranno un corso di formazione guidati da un maestro d'arte figurativa.
"Sarà un cammino di reinserimento e di "Luce" - afferma don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei Cappellani e ideatore del progetto - con lo scopo di indicare la strada e annunciare ai detenuti dentro le mura di un carcere, che il Cristo Risorto ha spezzato le catene della schiavitù, ha liberato l'uomo dal suo male, ha rialzato chi è caduto, ha ridonato Misericordia e Tenerezza all'umanità avvolta nelle tenebre. Anche in questo tempo di pandemia, di distanziamento e di solitudine - soggiunge il Capo dei Cappellani - non possiamo ignorare un mondo nascosto e sofferente, dove le persone che hanno sbagliato, stanno pagando il loro errore con la restituzione della pena. Il mondo ha bisogno di essere più umano, libero da pregiudizi che uccidono la speranza e il futuro di uomini già emarginati e macchiati dal reato commesso".
Il percorso di formazione "La luce nella libertà" vedrà, perciò, impegnati i detenuti del carcere di Paliano in attività artistico manipolativo "per perseguire finalità di reinserimento, ma anche come esempio concreto per rilanciare un appello alla giustizia, che non deve essere solo punitiva ma anche capace di sanare le ferite e di colmare il vuoto di tante vittime della società".
L'avvio del progetto artistico formativo, infine, è anche occasione per augurare, da parte dei 230 cappellani, al nuovo Governo, guidato da Mario Draghi, il cammino di rinascita dentro il "sistema di insicurezza sociale per migliorare la condizione delle carceri" da lui indicata. Al nuovo ministro della Giustizia, Marta Cartabia "giunga l'augurio per un appassionato lavoro Istituzionale e di collaborazione". Al Provveditorato del Lazio- Abruzzo -Molise e alla Direzione del Carcere di Paliano vanno i ringraziamenti per aver sostenuto e promosso il progetto.
agensir.it, 25 febbraio 2021
Covid-19 e carcere: una emergenza nell'emergenza. Mentre le varianti del coronavirus mettono a dura prova il piano di contenimento e di cura della pandemia, oltre 53 mila persone vivono rinchiuse nelle carceri italiane in condizioni di promiscuità: un rischio enorme per loro, per i familiari, per il personale che lavora negli istituti penitenziari.
Nell'ottica proposta dal neo-presidente del Consiglio Mario Draghi di "trasformare la crisi della pandemia in opportunità", la Comunità Papa Giovanni XXIII ha organizzato per giovedì 25 febbraio alle 10:30 un seminario dal tema "Carcere, Covid-19 e Comunità" che potrà essere seguito sulla pagina Facebook della Papa Giovanni o sul sito www.apg23.org/it/lifeapg23tv/.
Obiettivo, spiegano gli organizzatori, "cogliere gli elementi di crisi del sistema attuale e offrire valide proposte alternative da sottoporre al nuovo Governo". Il confronto prevede gli interventi di Riccardo Turrini Vita, direttore generale della formazione (Dap); Giovanni Paolo Ramonda, presidente Comunità Papa Giovanni XXIII; Patrizio Gonnella, presidente Associazione Antigone; Alfredo Bazoli, deputato Commissione giustizia; Marcello Marighelli, garante dell'Emilia Romagna delle persone private della libertà personale; Bartolomeo Barberis, responsabile Comunità terapeutiche della Giovanni XXIII. Al termine un "question time" con il giornalista di Avvenire Pino Ciociola.
Nel corso dell'incontro Giorgio Pieri, autore del libro "Carcere, l'alternativa è possibile" porterà una testimonianza sul funzionamento delle Comunità educanti con i carcerati (Cec). "Il carcere attuale è superato - afferma -. Oltre a essere pericoloso per la pandemia, non funziona nel suo scopo rieducativo dato che ogni 1000 persone che terminano la pena, in media 750 tornano a commettere reati spesso peggiori.
Nelle comunità invece i delinquenti si pentono davvero e quando escono, tranne una minoranza che non supera il 15%, sono persone nuove, non più un problema ma una risorsa per la società". "Per affrontare l'emergenza Covid - conclude - lo stato è disposto a finanziare l'accoglienza in comunità. È una bellissima notizia. Purtroppo pur avendo molte associazioni dato la propria disponibilità, molte comunità restano vuote; sono stati occupati meno di un quarto dei posti disponibili".










