vita.it, 25 febbraio 2021
Molti bambini vivono ancora negli istituti di detenzione assieme alle loro madri. Cittadinanzattiva e A Roma Insieme: "Dopo la nostra prima vittoria in Legge di Bilancio, ora si approvi al più presto la proposta di legge Siani".
Sono ancora 29 i bambini ristretti negli istituti di detenzione assieme alle loro madri, secondo i dati del Ministero della Giustizia aggiornati allo scorso 31 gennaio. Si tratta di numeri che oscillano nel tempo, ma restano comunque rappresentativi di un gravissimo ed irrisolto paradosso: quello della presenza in carcere di bambini piccolissimi.
di Marina Lomunno
Avvenire, 25 febbraio 2021
È uno dei tanti nodi da sciogliere nel sistema carcerario italiano, anche se passa inosservato, "fagocitato" com'è dall'emergenza sovraffollamento e dalla carenza di personale: si tratta delle "Case lavoro per gli internati in esecuzione delle misure di sicurezza", un istituto dell'Ordinamento Penitenziario mai riformato risalente agli anni 30 e che non ha mai raggiunto la finalità dell'inserimento nella società.
di Glauco Giostra
Avvenire, 25 febbraio 2021
Per evitare l'ingiusta durata dei procedimenti occorre andare oltre le barricate politiche. Una buona soluzione potrebbe essere la decadenza del processo anziché del reato, stabilendo però tempi ben precisi per lo svolgimento delle varie fasi del giudizio. Una buona soluzione potrebbe essere la decadenza del processo anziché del reato, stabilendo però tempi ben precisi per lo svolgimento delle varie fasi del giudizio.
di Errico Novi
Il Dubbio, 25 febbraio 2021
Slitta il termine per gli emendamenti al ddl penale. Il 5S Perantoni, presidente della commissione Giustizia: "Giusto dare più tempo". Altro che prescrizione rinviata alle calende greche: si fa prima di Pasqua. C'è una data: il 29 marzo. È il nuovo termine per gli emendamenti alla riforma del processo penale. Proroga di tre settimane: la precedente scadenza era all' 8 marzo.
di Angela Stella
Il Riformista, 25 febbraio 2021
Come previsto, ieri il Governo, durante l'esame del decreto Milleproroghe, ha dato parere favorevole all'ordine del giorno n. 46 firmato da tutti i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia della Camera - Giuliano, Turri, Bazoli, Zanettin, Annibali, Conte, Piera Aiello, Cecconi, Costa, Lupi - rispettivamente di M5s, Lega, Pd, Forza Italia, Italia viva, Leu, Centro democratico, Europeisti-Male-Psi, +Europa-Azione, e Noi con l'Italia.
L'odg impegna il Governo "ad adottare le necessarie iniziative di modifica normativa e le opportune misure organizzative volte a migliorare l'efficacia e l'efficienza della giustizia penale, in modo da assicurare la capacità dello Stato di accertare fatti e responsabilità penali in tempi ragionevoli (art. 111 della Costituzione), assicurando al procedimento penale una durata media in linea con quella europea, nel pieno rispetto della Costituzione, dei principi del giusto processo, dei diritti fondamentali della persona e della funzione rieducativa della pena". È quello che negli ultimi giorni è stato definito il lodo Cartabia che serve a prendere tempo e a non esasperare la nuova maggioranza che si è appena formata, proprio dopo la caduta del Governo precedente sul tema della prescrizione. L'odg, come è noto, è un impegno chiesto al Governo e non è alcun modo vincolante.
Se sul lodo Cartabia non c'è stata discussione, il dibattito si è scaldato quando Fratelli d'Italia, come fatto due giorni fa con un emendamento, ha provato nuovamente, questa volta attraverso un ordine del giorno, a far emergere le differenze. L'odg, a prima firma Delmastro Delle Vedove (FdI), mirava ad impegnare il governo "ad adottare ogni iniziativa necessaria al fine di superare, quanto prima, la riforma della prescrizione voluta dal Ministro pro tempore Bonafede". Il governo aveva chiesto la riformulazione in base all'odg n. 46 o avrebbe dato parere contrario. L'onorevole Delmastro, polemizzando sul fatto che "in quest'aula non si può parlare più di prescrizione, eppure l'Ucpi ci ha avvisato che questo istituto è l'unica garanzia a presidio della ragionevole durata del processo", ha chiesto che l'odg originario fosse messo ai voti ma è stato respinto.
Al momento del voto sono riemerse le posizioni differenti che si erano palesate anche l'altro ieri sullo stesso emendamento: Iv, Forza Italia e Lega si sono astenuti, mentre Pd e M5s hanno votato contro (anche per respingere l'odg, altrimenti sarebbe stato approvato se tutti si fossero astenuti), e Azione non ha partecipato al voto.
"Ci asteniamo come atto di fiducia nei confronti della ministra Cartabia e nei confronti di una forte discontinuità rispetto al recente periodo di oscurantismo giuridico e manettaro", ha spiegato prima del voto l'azzurro Pierantonio Zanettin. Anche Enrico Costa di Azione ha ribadito: "come maggioranza, nel rispetto del nuovo ministro, abbiamo trovato una sintesi in un odg che afferma dei principi, è chiaro che se non saremo soddisfatti sulle modalità e sui tempi brevi garantiti da D'Incà ogni forza porterà avanti le sue posizioni. Azione non partecipa al voto perché se dovessi partecipare voterei a favore, non potrei astenermi per coerenza, attendiamo le proposte del ministro e le valuteremo".
E quindi bisognerà vedere concretamente cosa il Governo intende fare sulla questione nella più ampia riforma del processo penale. Nulla è chiaro al momento come spiega al Riformista l'avvocato Gian Domenico Caiazza, Presidente dell'Unione delle Camere Penali: "Non pensiamo che l'abrogazione o la sospensione dell'efficacia di una legge vigente debba risolversi necessariamente a colpi di emendamento ma se si intende rinviare il tutto alla riforma del processo penale", bisogna "comprendere di quale riforma del processo penale stiamo parlando", perché "noi non lo abbiamo compreso. Se ne intende una su cui dobbiamo metterci tutti a discutere o si intende la legge-delega sulla riforma del processo penale firmata da Bonafede? Il Partito Democratico nelle sue dichiarazioni rivendica quest'ultima, per non parlare del Movimento Cinque Stelle con Bonafede. Se fosse questa non siamo affatto d'accordo, sarebbe un disastro. Il punto politico che si deve verificare è proprio questo".
Per Caiazza dunque "se la riscriviamo, noi ci siamo. Può essere un ragionamento persino condivisibile, ma se la riforma, ribadisco, è quella della legge-delega già da mesi depositata in parlamento, siamo molto allarmati, perché si tratta della riforma che porta il marchio di Bonafede". Infine, Caiazza conclude: "La nomina della professoressa Cartabia è un segno di discontinuità, ma la discontinuità si deve tradurre, per esempio, in una riscrittura della legge-delega di riforma del processo penale. Noi ci auguriamo che la riforma del processo penale cui si rinvia la soluzione del tema prescrizione per una soluzione organica non sia quella che intende il parlamento, altrimenti sono guai". Caiazza non ha torto se si rileggono le dichiarazioni dell'ex Guardasigilli in una intervista al Fatto Quotidiano due giorni fa: "sulla prescrizione sono arrivati segnali positivi.
Detto questo, per noi deve restare il punto di caduta citato nel post che ha lanciato il voto su Rousseau, ossia il cosiddetto lodo Conte-bis, che introduce una distinzione tra condannati e assolti. Siamo disposti a muoverci esclusivamente nel perimetro del lodo". Gli ha fatto eco ieri proprio il Pd con Alfredo Bazoli, capogruppo in commissione Giustizia della Camera: "Sarà il disegno di legge Bonafede sul processo penale l'occasione per misurarci su una riforma di sistema che affronti il tema in modo coerente, superando le forzature e le contraddizioni della riforma della prescrizione approvata da M5S e Lega. È già stata fatta una lunga e completa istruttoria su quel disegno di legge, ripartire da zero su una nuova proposta comporterebbe una ulteriore rilevante dilatazione dei tempi, con buona pace di chi invoca l'urgenza di un intervento". Prima si fa chiarezza da via Arenula e meglio è, altrimenti qui si ricomincia a ballare tutti in maggioranza.
di Andrea Mirenda
Il Riformista, 25 febbraio 2021
"Non risulta alcuna specificazione sulle ragioni per le quali il ricorrente è stato omesso nella valutazione a seguito dell'acquisizione degli atti sull'indagine in corso e non l'altro magistrato coinvolto, pure originario destinatario di una proposta". Così il giudice amministrativo annulla, senza esitazioni, la nomina del dott. Prestipino a Procuratore di Roma. Pietre scagliate sul Lauto Governo. Perché, al netto dello stile curiale, il Tar Lazio ci addita - senza mezzi termini - l'ennesimo abuso commesso dai signori del Csm (qui i Fab Five di Area, gli ottimi consiglieri di Unicost, il pg Salvi, oltre a un incomprensibile Davigo che nel 2019 aveva votato per Viola, ed ancora i consiglieri Marra e Pepe di A&I e i due laici 5S Benedetti e Gigliotti).
Il tutto a meno di un mese dall'altro clamoroso annullamento di 6 nomine su 6 dei membri del Consiglio direttivo della Scuola superiore della magistratura, altro fecondo terreno di pascolo del correntismo. Ma questa volta, purtroppo, assistiamo a qualcosa di assai più grave ed inquietante rispetto alla - per lo più grottesca - vicenda delle nomine della Scuola superiore, allora salutata orgogliosamente dal consigliere Cascini come capolavoro di pluralismo culturale e formativo... Ed è un qualcosa che non può lasciare indifferenti le nostre coscienze. Parliamo, difatti, dell'errore intenzionale, vera contraddizione logica. Perché con la sentenza n.1860/2021 il Tar Lazio, moderno Giudice a Berlino, ci mette al cospetto del più intollerabile degli illeciti che un consesso a prevalenza togata possa mai commettere, riassumibile nel "è così perché è così". È così perché lo dico io, il Csm, con tutta la violenza morale di un'istituzione deragliata dai binari costituzionali nell'erigersi ad entità regolatrice del diritto.
Che dicono i giudici amministrativi? In pillole, che il Csm (ma sarebbe meglio dire i consiglieri di cui sopra), senza aver indicato alcun motivo e, anzi, ben sapendo che non ve ne potevano essere (il dott. Viola, estraneo fino a prova contraria alle penose strategie degli "champagnisti", era stato a suo tempo proposto, a larga maggioranza, proprio per quell'incarico dalla Quinta Commissione), decise comunque di affossarlo, escludendolo arbitrariamente dalla corsa a Capo della Procura romana. Con plateale violazione del diritto oggettivo e dei diritti del magistrato sgradito. Non è difficile ipotizzare il fine perseguito con tale sviamento di potere: colpire l'allegra brigata dell'Hotel Champagne, quella del "si vira su Viola", che - laddove quella candidatura avesse invece trovato conferma in plenum - avrebbe avuto agio nel dire che, in fondo in fondo, al di là dei consueti traffici levantini "fuori sede" (peraltro comuni a tutto l'arco correntizio, non importa se tra modeste sale di hotel o splendide terrazze romane...) e al di là della "modestia etica" di questi artisti di arte varia, nulla di veramente sbagliato era stato fatto, attesa la comprovata qualità finale del "prescelto".
La qual cosa avrebbe reso assai difficile predicarne le dimissioni, come poi avvenute... Ecco, allora, il dolo, lo sbaglio lucidamente pianificato nella piena coscienza della violazione sincronica dei principi di legalità, trasparenza e imparzialità dell'azione amministrativa che l'art.97 Cost. impone, prima di tutti, ai custodi della legge chiamati all'alto compito dell'Autogoverno della Magistratura. Né sfugge, a questo punto, la devastante torsione istituzionale che segnalano, in filigrana, i giudici del Tar nel dar conto dell'abnormità di un organo di rilevanza costituzionale in contrasto con la Carta Fondamentale. Insomma e in breve, assistiamo all'ennesima conferma, ove mai ve ne fosse bisogno, dell'ottimo stato di salute di quel mondo parallelo che - lungi dall'essere venuto meno insieme a Palamara - riconferma la sua natura di "sistema" illegale sul quale bene farebbero a prestare attenzione le Procure competenti.
E tuttavia, nel dubbio che ciò accada in tempi ragionevoli, si istituisca al più presto una Commissione parlamentare di inchiesta con i poteri dell'autorità giudiziaria. Il Paese non può più attendere ed è quanto mai necessario rinsaldare la fiducia dei cittadini nella Giustizia, seguendo la strada maestra del far chiarezza, per poi accingersi alle riforme conseguenti. E già che ci siamo, anziché dar corso alla farsa di una terza elezione suppletiva dall'esito già scritto, meglio sarebbe sciogliere il Csm, mandando negli spogliatoi l'allegra brigata del "rinnovamento erminiano" sulla quale, oramai, ben poco vi è da sperare.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 25 febbraio 2021
Ex capo della Digos di Roma, capo del Sisde, responsabile della Protezione civile, prefetto, capo della Polizia, Gabrielli è ora sottosegretario con delega sui servizi segreti e la sicurezza del Paese: per Draghi sarà un consigliere sulle nuove tensioni sociali. Mario Draghi s'è insediato alla guida del governo sabato 13 febbraio, giorno del primo Consiglio dei ministri. Poi è trascorsa la domenica e lunedì 15 ha convocato il capo della polizia Franco Gabrielli. Uno dei primi incontri nell'agenda del premier, in cui s'è discusso di temi e problemi legati alla sicurezza e all'ordine pubblico, in un Paese in cui molte vicende legate ai Servizi segreti e alle tensioni sociali hanno segnato la storia nazionale. Questioni di prim'ordine, quindi; tanto più in tempi di crisi sanitaria ed economica.
Da quel colloquio ha preso forma l'idea di trasferire Gabrielli dal Viminale a Palazzo Chigi, al fianco del presidente del Consiglio (come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi segreti e alla sicurezza: qui la lista). Come autorità delegata agli 007, secondo quanto previsto dalla legge, ma anche nelle vesti di consigliere sui problemi della sicurezza. Una sorta di inedito doppio incarico, insomma, per un funzionario dello Stato che nella sua carriera ha sempre curato e privilegiato questi aspetti: da investigatore dell'antiterrorismo e di quella che un tempo si chiamava "polizia politica" alla guida del Sisde, il vecchio Servizio segreto civile; dal ruolo di prefetto in città diverse come L'Aquila e Roma al vertice della Protezione civile, fino al ruolo di capo della polizia, responsabile del Dipartimento della pubblica sicurezza.
Ora arriva un ulteriore cambio di poltrona che da un lato lo riporta all'interno dell'intelligence, dov'era stato tra il 2006 e il 2008, e dall'altro lo colloca al fianco del capo del governo nella gestione di eventuali emergenze, ma pure sui temi più o meno ordinari connessi al comparto nel quale ha sempre lavorato. Un tecnico che ben conosce il mondo della politica accanto a un altro tecnico (di tutt'altro settore) chiamato a guidare un esecutivo che intende mantenere la qualifica di "governo politico".
Già nel 2012, Mario Monti aveva affidato la delega ai Servizi a un ex capo della polizia come Gianni De Gennaro, che però nel frattempo era transitato al Dis, l'organismo di coordinamento tra Aisi e Aise; stavolta però il campo d'azione del neo-sottosegretario sembra allargarsi. E diventa ancora più importante in un periodo in cui il disagio sociale provocato dalla diffusione del Covid che si fatica ad arginare, e dalla conseguente crisi economica finora contenuta da provvedimenti tampone ed emergenziali, sembra sempre sul punto di esplodere.
Già in passato - durante il lockdown della primavera scorsa, e successivamente con le misure restrittive dell'autunno - ci furono episodi che fecero temere per la tenuta dell'ordine pubblico. Con relative infiltrazioni a vari livelli. E in quelle occasioni Gabrielli ha sempre cercato di coniugare la necessità di controllare le piazze con l'esigenza di comprendere le ragioni delle lamentele o delle mobilitazioni. Tanto più di fronte alle reali difficoltà di intere categorie di lavoratori.
Nei costanti contatti con la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, il capo della polizia non ha mai smesso di raccomandare interventi e indennizzi (effettivi) in grado di prevenire disordini che sarebbe stato complicato fronteggiare o reprimere. Poi gli scontri sono arrivati ugualmente, in autunno, con la nuova ondata della pandemia e le ulteriori restrizioni. In molti casi fomentati da chi con i veri motivi delle proteste aveva poco a che fare. "Non si escludono da parte di gruppi estremisti, ovvero di categorie di facinorosi, tentativi di strumentalizzazione che potrebbero orientare il malumore dei settori economici maggiormente colpiti verso forme più incisive e violente di manifestazione", scriveva Gabrielli a questori e prefetti d'Italia il 26 ottobre 2020. E si raccomandava: "La complessiva strategia di tutela dell'ordine pubblico e della sicurezza collettiva postula, in fase preventiva, l'esigenza di conferire maggior impulso all'attività informativa volta a intercettare i segnali di disagio sociale cui andrà riconnessa la massima attenzione".
Subito dopo veniva sottolineata la necessità di un'azione di polizia "sempre improntata a criteri di proporzionalità, in una prospettiva di bilanciamento tra il diritto di manifestare, l'esigenza di salvaguardia della salute collettiva e la necessità di contrastare con rigore atti di violenza". Sono criteri che possono essere traslati anche nelle nuove funzioni di un sottosegretario che si occuperà di Servizi segreti, ma non solo. La designazione di un'autorità delegata alla sicurezza nazionale da parte del presidente del Consiglio era diventata uno dei punti su cui s'è consumata la crisi del governo Conte 2. Matteo Renzi (ma anche altri, sia pure con minore nettezza) contestava all'ex premier di aver tenuto tutto per sé nei quasi tre anni trascorsi a Palazzo Chigi. Ma la delega è una facoltà concessa dalla legge, non un obbligo, e solo sul traguardo della sua esperienza governativa Conte l'ha esercitata designando l'ambasciatore Piero Benassi. Era il 21 gennaio. Un mese dopo arriva Gabrielli.
di Paolo Di Stefano
Corriere della Sera, 25 febbraio 2021
Ripensando vent'anni dopo ai "fidanzatini" assassini Erika e Omar, non si può negare l'ammirazione all'ingegner Francesco De Nardo, fondamentale per la figlia. Ricorrono in questi giorni i vent'anni dalla strage di Novi Ligure. Forse la più efferata e sconvolgente strage familiare dopo quella di Rina Fort che nel 1946 eliminò la moglie dell'amante con i suoi tre figli piccoli. Anzi, se proprio vogliamo fare una crudele classifica della crudeltà, quello di Novi è un massacro ancora più sconvolgente perché fu una sedicenne, con il suo fidanzato quasi coetaneo, a eliminare la madre e il fratellino undicenne per motivi inaccessibili alla mente umana. E per di più con una ferocia senza pari.
Ne è seguita una lunga bibliografia sulle "disfunzioni" familiari, sulla non comunicazione domestica, sulle debolezze dei genitori e le fragilità dell'adolescenza, sul narcisismo diffuso e le identità liquide. Da allora, si sono moltiplicate le diagnosi soprattutto sulla figura paterna, individuata come evanescente e in fuga: studi, saggi, pamphlet sui papà spiegati alle mamme, sui nuovi padri, su ciò che ogni uomo dovrebbe sapere sulla paternità, sulla famiglia in cerca del padre, su Ettore, su Enea e Anchise, su Ulisse e Telemaco, eccetera. Ma ripensando vent'anni dopo ai "fidanzatini" assassini Erika e Omar, che pare si siano avviati a un futuro normale, non si può negare l'ammirazione massima all'ingegner Francesco De Nardo, per il quale non si è mai usato un sostantivo di cui spesso si abusa: eroe.
È lui l'eroe di questa storia diventata tragicamente mitica. Il Padre che, come ha detto don Antonio Mazzi, assistente morale della ragazza, è stato "fondamentale" nella sua ricostruzione. E mai aggettivo fu più etimologicamente appropriato. Un padre che riscatta tutti i padri (in fuga), essendo sempre stato presente a sua figlia nella stessa misura in cui è stato assente e silenzioso sulla ciarliera e chiassosa scena pubblica. Non è escluso che quel silenzio abbia contribuito ad accrescere in lui la forza e la dolcezza, che nella tradizione classica sono le qualità paterne. Un eroe antico del nostro tempo.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 25 febbraio 2021
Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 7138 depositata il 24 febbraio, e segnalata per il "Massimario". Ai fini del computo del termine per la prescrizione, si deve tener conto dell'aumento massimo di pena previsto per la recidiva qualificata ma con il limite previsto dall'art. 99, comma 6, cod. pen., in base al quale "l'aumento per la recidiva non può superare il cumulo delle pene inflitte con le precedenti condanne".
Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 7138 depositata oggi, segnalata per il "Massimario" e che rafforza un indirizzo già presente in seno alla Suprema corte. Inammissibile dunque il ricorso del Procuratore generale presso la Corte di Appello di Venezia contro la sentenza che aveva dichiarato non doversi procedere nei confronti dell'imputato condannato per sfruttamento della prostituzione essendo il reato estinto per prescrizione.
Secondo l'accusa infatti la Corte territoriale aveva errato nel dichiarare la prescrizione del reato, in quanto non aveva considerato, nella determinazione del tempo necessario a prescrivere, l'aumento di pena derivante dalla recidiva infraquinquennale contestata. Per la Terza Sezione penale però il limite del cumulo delle pene inflitte con le precedenti condanne "vale per determinare non solo l'aumento di pena, ma, evidentemente, anche il tempo necessario a prescrivere, stante la correlazione tra l'art. 161 cod. pen. e l'art. 99 cod. pen. nella sua integralità - e, quindi anche il comma 6 - essendo peraltro del tutto irragionevole calcolare, ai fini del computo della prescrizione, l'aumento massimo di pena astrattamente previsto, ove in concreto esso non potrà mai essere inflitto, se superiore al cumulo delle pene inflitte con le precedenti condanne".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 25 febbraio 2021
Confermati tre mesi di reclusione, per abuso di mezzi di correzione, per l'insegnante di una scuola superiore che alzava il dito medio agli studenti e chiamava "cagna" le ragazze e "marciume" i maschi. Via libera alla condanna ad una pena detentiva per la professoressa che accoglieva in classe gli studenti mostrando il dito medio alzato. Come saluto una serie di insulti che variavano in base al sesso. Gli epiteti ripetibili erano "cagna", "marciume" "deficiente".
La prof non mancava di predire il futuro alle ragazze - la cui moralità era messa in dubbio nel modo più esplicito - per le quali vedeva un avvenire da mantenute in cambio di favori sessuali che non si faceva problemi ad elencare. Il tutto anche condito da lanci di oggetti, spintoni, e colpi inferti con i libri e con i registri. Destinatari delle attenzioni dell'"educatrice" gli studenti di un istituito superiore, di età compresa tra i 14 e i 15 anni.
La Cassazione (sentenza 7011) conferma la condanna dell'insegnante a tre mesi di reclusione, per abuso dei mezzi di correzione, valorizzando il fatto che la salute dei ragazzi nella difficile età dell'adolescenza era stata messa a rischio dai continui violenti attacchi, da parte di una figura che nella loro vita doveva avere un ruolo ben diverso.
Ad incastrare la donna, classe 1952, la testimonianza di un collega e le segnalazioni orali e scritte genitori dei ragazzi, oltre che delle stesse giovani vittime. Per lei nessuna attenuante né sospensione del procedimento per messa alla prova, tra l'altro non chiesta in tempo utile. Chiare le ragioni della severità della condanna. Per i giudici era accertato che l'imputata aveva comportamenti che definire non professionali sarebbe un eufemismo.
Una relazione fatta di violenze verbali e fisiche, di umiliazioni "anche con riguardo alla sfera sessuale, che avevano determinato un concreto pericolo per la salute mentale e fisica dei giovani alunni, adolescenti e perciò ancora tendenzialmente fragili sotto l'aspetto psichico". La Suprema corte chiarisce che "nell'abuso di mezzi di correzione o di disciplina la nozione di malattia è più ampia di quelle concernenti l'imputabilità o i fatti di lesione personale, estendendosi fino a comprendere ogni conseguenza traumatica e rilevante sulla salute psichica del soggetto passivo".
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