anteprima24.it, 24 febbraio 2021
"La prevista e temuta terza ondata della pandemia da Covid-19 sta investendo a largo raggio anche la nostra regione con effetti devastanti e, in particolar modo, il carcere di Carinola (Caserta), laddove si sta registrando un pericoloso focolaio con un aumento quotidiano e vertiginoso del contagio, tanto da rimanere pericolosamente sguarnito".
È quanto fanno sapere, in una nota congiunta, i sindacati polizia penitenziaria Si.N.A.P.Pe, Osapp, Uil P.A. Pp, Uspp, Fns Cisl, Cnpp E Fp Cgil, rispettivamente con i segretari Gallo, Palmieri, De Benedictis, Auricchio, Strino, Napoletano e Scocca, che hanno inviato una lettera, tra gli altri, il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, al prefetto di Caserta Raffaele Ruberto e al provveditore regionale Antonio Fullone. Su 130 unità in servizio nell'istituto penitenziario, quasi trenta sono malati e altri dieci sono in quarantena.
"Nell'istituto in questione - aggiungono i sindacalisti - in un turno pomeridiano si è registrata addirittura la presenza di sole 2 unità in confronto alle 13, numero già al di sotto della soglia minima di sicurezza. È di pochi giorni fa la triste e sconvolgente notizia inerente alla scomparsa di due servitori dello Stato, entrambi vittime del virus, la cui colpa è stata quella di prestare servizio presso l'istituto di Carinola e quello di Napoli Poggioreale.
È evidente che l'evoluzione della pandemia richiede un contenimento immediato ed incisivo teso a salvaguardare la salute di quegli uomini e di quelle donne che con spirito di abnegazione servono lo Stato, nonché la sicurezza stessa degli istituti penitenziari.
Nello specifico, infatti, presso l'istituto in questione la carenza di personale dovuta ai numerosi contagi sta causando enormi problemi di carattere organizzativo e gestionale con inevitabile ripercussione negative sia sulla sicurezza interna, che sull'ordine pubblico. Purtroppo, i provvedimenti adottati nell'immediato dall'amministrazione Penitenziaria, ai vari livelli interessati, come era già prevedibile, sono risultati inefficaci, inefficienti e fallimentari come dimostrato dallo stato dei fatti".
I sindacati, "al fine di fronteggiare e contenere ai minimi rischi l'emergenza in atto", chiedono "l'immediato invio di personale di polizia penitenziaria in missione con provvedimenti di carattere stabile con tutti gli istituti giuridici ed economici che prevede la normativa, oltre alla chiusura di tutti i locali di aggregazione presenti in istituto che possano comportare pericolosi assembramenti. Si chiede altresì una tempestiva ispezione delle autorità sanitarie ed amministrative finalizzata a valutare l'idoneità, la salubrità ed igiene dei luoghi di lavoro ed il rispetto dei protocolli Covid sottoscritti sia a livello centrale che periferico.
Per i fatti sopraesposti, le scriventi organizzazioni sindacali regionali proclamano sin da ora lo stato di agitazione del personale di Polizia Penitenziaria dell'istituto di Carinola fino a quando non saranno presi concreti provvedimenti finalizzati a risolvere le questioni rappresentate". "In assenza di risposte concrete da parte degli organi in indirizzo, si valuteranno altre e più incisive forme di protesta informandone costantemente i superiori uffici, le rispettive segreterie nazionali e locali, le autorità competenti e gli organi di stampa", conclude la nota congiunta dei sindacati.
di Cristina Pastore
La Stampa, 24 febbraio 2021
La produzione della "Banda Biscotti" è cresciuta molto in 15 anni: ora la cooperativa Divieto di sosta dà lavoro a dieci soci. Una lista di oltre venti dolci, in vendita anche all'Ipercoop e nei negozi di commercio equo e solidale. La produzione della Banda Biscotti, e la distribuzione, è cresciuta molto in 15 anni. Era il 2006 quando, nel carcere di Verbania, l'ente di formazione Casa della carità arte e mestieri insieme a quella che da lì a poco sarebbe diventata la cooperativa sociale "Divieto di sosta, organizzò il primo corso di pasticceria. Il primo laboratorio venne ricavato in una cella. Oggi i dieci soci lavoratori che di media sono occupati con la Banda Biscotti hanno forno e attrezzature alla scuola di polizia penitenziaria, a poca di stanza dal carcere. Vengono selezionati secondo attitudine e motivazione.
Integrazione e inclusione sono le parole chiave dell'impegno quotidiano di Divieto di sosta e del Sogno: le due cooperative stanno per fondersi, per portare avanti un'attività che nel tempo si è ampliata. La Banda Biscotti ora sforna baci di dama, lingue di gatto, margheritine, damotti e tante altre paste secche insieme a dolci al cucchiaio, muffin, croissant e crostate. Parte finisce in un circuito di negozi, il resto viene servito alla mensa sociale Gattabuia, che a villa Olimpia a Pallanza è gestita dal Sogno, così come la caffetteria sociale Casa Ceretti a Intra.
"Banda Biscotti oggi propone una linea convenzionale e una biologica. Per la seconda vengono utilizzati prodotti di una filiera corta, locale e regionale" spiega Erika Bardi, che per il Sogno si occupa delle attività di reinserimento dei detenuti. Il lavoro tra creme, farciture e impasti è seguito dalla pasticcera Chiara Spigolon con la supervisione di Alessandro Ghitti e il coordinamento, per acquisti, certificazioni e confezionamento, di Alice Brignone. Il progetto di economia carceraria (lo stipendio ai soci lavoratori è pagato con le vendite) s'incrocia con altre iniziative provinciali di carattere sociale, come La cura è di casa per il mantenimento di anziani soli nelle loro abitazione. La Banda Biscotti - con la consulenza dello chef Max Celeste - ha anche creato il "biscotto di Emma" dedicato alla supercentenaria di Verbania, scomparsa a 117 anni nel 2017.
di Francesco Ricupero
L'Osservatore Romano, 24 febbraio 2021
La recente violenta rivolta nel carcere di Tacumbú, che ha causato la morte di sette persone e molti feriti, "ci mostra, ancora una volta, le terribili condizioni in cui si trovano le nostre carceri e l'intero sistema carcerario paraguaiano": è quanto si legge in una dichiarazione della Conferenza episcopale del Paraguay, in seguito ai sanguinosi disordini avvenuti nei giorni scorsi nel penitenziario di Tacumbú, il più grande del Paese, con circa 4.100 detenuti, il doppio della capienza prevista. Centinaia di carcerati, armati di coltello, hanno scatenato caos per 24 ore prendendo il controllo di uno dei padiglioni della prigione, dove c'erano otto guardie. Le forze antisommossa hanno ripreso il controllo dell'istituto di pena, ma la rivolta ha causato almeno sette morti.
Il ministro della giustizia, Cecilia Pérez ha assicurato che "non si tratta di uno scontro tra clan", dopo che alcuni media locali avevano fatto accenno ad una lite tra detenuti della mafia paraguaiana. Secondo il governo di Asunción, la rivolta sarebbe iniziata in seguito al trasferimento di un detenuto affiliato a un clan che distribuiva droga all'interno della prigione.
L'episcopato non nasconde la propria amarezza e preoccupazione per quanto accaduto e per le difficili condizioni nelle quali vivono migliaia di detenuti nel Paese sudamericano.
"I fatti mostrano che non serve una super-struttura dove confinare le persone che hanno conti pendenti con la giustizia, se nelle carceri continua a regna-re un'elevata corruzione e se non viene attuata una profonda riforma carceraria. Ci rammarichiamo - aggiungono i vescovi - per la mancanza di azione e di una gestione efficace e corretta per ridurre la popolazione carceraria in attesa di giudizio per evitare il sovraffollamento, che nuoce ai diritti fondamentali di ogni persona umana. Siamo anche preoccupati per l'estrema violenza con cui agiscono i gruppi criminali che ricattano le autorità nazionali e hanno il controllo sulla popolazione carceraria. Sono sempre più numerosi e violenti". Le rivolte nelle carceri non sono una novità. Purtroppo, si susseguono quasi con triste regolarità in molti Paesi del mondo, testimoniando problemi di sopravvivenza e di dignità umana in questi ambienti spesso segnati dal degrado. Problemi aggravati, nell'ultimo anno, dalle restrizioni provocate dalla pandemia
La prigione di Tacumbú, per esempio, ospita il doppio dei detenuti rispetto alla capienza. Per diverso tempo gli istituti di pena del Paese di fatto sono stati a lungo "governati" dalle mafie o dalla corruzione, alcune prigioni sono dominate da vari gruppi malavitosi. Sia i clan che le mafie sono cresciute e si sono rafforzate nelle carceri paraguaiane a causa delle pessime condizioni in cui vivono i detenuti, con un livello molto alto di sovraffollamento, la mancanza di accesso adeguato ai servizi sanitari, alimentari e anche igienici.
Per questa ragione i presuli paraguaiani hanno lanciato l'ennesimo appello esortando il governo nazionale, la magistratura e il parlamento a "raddoppiare i loro sforzi e a maturare una visione molto più umana e umanizzante a favore delle persone private della libertà che meritano veramente una seconda possibilità". Cosa che, sottolineano i vescovi, "dopo tutto, è un vantaggio per tutta la popolazione".
Nella dichiarazione, inoltre, l'episcopato sottolinea come Papa Francesco non perda mai l'occasione di visitare carceri e persone private della loro libertà, esprimendo solidarietà e dedicando parole di conforto. E facendo riferimento alla visita del Santo Padre, prima presso l'istituto di correzione di Curran-Fromhold a Philadelphia, negli Stati Uniti, (27 settembre 2015), e successivamente in Paraguay, l'episcopato ha ricordato che in quell'occasione il Papa li ha esortati a tornare sulle strade, alla vita. Il Santo Padre "vuole - concludono i presuli - che questo tempo di reclusione non sia sinonimo di espulsione".
Corriere della Sera, 24 febbraio 2021
In aumento gli sbarchi nell'anno della pandemia ma secondo l'analisi di Fondazione Ismu si va incontro a una stagnazione del fenomeno migratorio. Dei 5 milioni di stranieri residenti, la metà lavora. Ma la crisi mette in difficoltà giovani e donne. In Italia è straniero poco meno di un residente su dieci. La stima è di Fondazione Ismu (al 1° gennaio 2020). Tra i presenti (5.923.000 su una popolazione di 59.641.488), i regolari e residenti sono 5 milioni, i regolari non iscritti in anagrafe 366mila, mentre gli irregolari sono poco più di mezzo milione.
In sostanza, rispetto alla stessa data del 2019, il numero di stranieri presenti è sostanzialmente invariato con un calo pari a -0,7%. Nel 2020, l'anno della pandemia Covid-19, si è registrato un aumento degli sbarchi (34mila), dopo due anni di diminuzione (23mila nel 2018 e 11mila nel 2019). Mentre sono calate le richieste d'asilo (28mila nel 2020 contro le 43.783 dell'anno precedente). Nonostante la ripresa degli sbarchi, il fenomeno migratorio nel nostro Paese mostra i segnali di una fase di relativa stagnazione. Tendenza che potrebbe accentuarsi anche a seguito della crisi economica che il post-pandemia porterà con sé.
In prospettiva, Ismu prevede una riduzione della consistenza numerica anche per quanto riguarda la componente irregolare, su cui agiranno "sia gli effetti della sanatoria intervenuta nel corso di quest'anno, sia l'eventuale riduzione della forza trainante di un mercato del lavoro che quasi certamente faticherà a recuperare le posizioni, già non brillanti, dell'epoca pre-Covid". Sono i principali dati del XXVI Rapporto sulle migrazioni di Fondazione Ismu (Iniziative e Studi sulla Multietnicità), presentato martedì mattina in collaborazione con la Fondazione Cariplo e con la Rappresentanza a Milano della Commissione Europea. Tra gli ospiti Mariella Enoc, presidente di Fondazione Ismu; Giovanni Fosti, presidente di Fondazione Cariplo; Patrick Doelle, capo della Rappresentanza a Milano della Commissione europea.
La migrazione in Italia - Tra i 5 milioni di residenti stranieri i maschi rappresentano il 48,2% del totale e le femmine il 51,8% (tra la popolazione italiana le donne sono il 51,2% del totale), i minorenni il 20,2% (sono il 14,8% di quelli di cittadinanza italiana) e gli ultrasessantacinquenni sono il 4,9% (contro il 24,9% tra gli italiani).
Gli irregolari - La dinamica dell'irregolarità registra un'inversione di tendenza: le persone prive di un valido titolo di soggiorno scendono in un anno da 562mila a 517mila (-8,0%). Le restrizioni alla mobilità causate dalla pandemia hanno influito sugli spostamenti finalizzati alla richiesta di asilo o protezione umanitaria che avvengono attraverso le frontiere aeroportuali. Negli ultimi dieci anni, le richieste d'asilo sono state 608.225.
Durante il 2020 le richieste d'asilo sono state 28mila, quasi dimezzate rispetto all'anno precedente. In calo anche il numero di nuovi permessi di soggiorno concessi nei primi 6 mesi 2020: circa 43mila nuovi permessi di soggiorno, meno della metà del primo semestre 2019. Il calo maggiore ha riguardato le concessioni per richiesta di asilo, passate da 51mila nel 2018 a 27mila nel 2019 (-47,4%). Al 1° gennaio 2020 si contano in totale 3 milioni e 616mila cittadini non comunitari con un permesso di soggiorno, di cui i lungo-soggiornati costituiscono il 63,1%.
Gli sbarchi - Passando agli ingressi via mare i dati sono in controtendenza rispetto a quelli della mobilità generale: le persone sbarcate in Italia nel 2020 sono state 34mila, in aumento dopo due anni di diminuzione (23mila nel 2018 e 11mila nel 2019). Tra gli altri canali di ingresso che alimentano potenzialmente le richieste di asilo c'è quello degli arrivi irregolari via terra che dall'inizio dell'anno al 26 novembre 2020 sono stati 5.032 (nel 79% dei casi provenienti dalla Slovenia).
Le provenienze - Il 22,7% dei residenti stranieri proviene dalla Romania, il gruppo nazionale più numeroso con un milione e 146mila residenti, il 22,7% del totale degli stranieri residenti in Italia. Seguono circa 422mila albanesi (8,4%) e 414mila marocchini (8,2%). Al quarto posto si collocano i cinesi con quasi 289mila unità (5,7% del totale stranieri in Italia), poi gli ucraini con quasi 229mila unità, i filippini (quasi 158mila), gli indiani (poco più di 153mila), i bangladeshi (quasi 139mila), gli egiziani (circa 128mila) e i pakistani (meno di 122mila). Le prime tre nazionalità rappresentano da sole quasi il 39,3% del fenomeno migratorio complessivo, mentre in totale le prime dieci raggiungono il 63,5%.
Nelle strutture di accoglienza - In Italia al 31 dicembre 2020 risultavano accolte in strutture di accoglienza (negli hotspot, nei Siproimi - Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati - e nei centri di accoglienza straordinari) 80mila migranti, in netta diminuzione rispetto agli anni precedenti.
La Lombardia - La Lombardia è la Regione che al 31 dicembre 2020 ospita il maggior numero di migranti, 10.494 (13% sul totale), seguita da Emilia Romagna (8.392) e Lazio (7.491). Minori stranieri non accompagnati. Negli ultimi cinque anni la quota di minori stranieri non accompagnati (Msna) sul totale degli sbarcati è stata sempre superiore alla media decennale, oscillando fra il 13,2% e il 15,1%. Sul fronte dell'accoglienza dei minori stranieri soli, al 31 dicembre 2020 risultavano presenti e censiti nelle strutture di accoglienza italiane 7.080 Msna, in grande maggioranza maschi (96,4%) e soprattutto giovani quasi-adulti (il 67% di loro ha 17 anni).
Il lavoro - Nel 2019 gli occupati stranieri hanno superato i 2 milioni e mezzo, su una popolazione in età da lavoro di oltre 4 milioni Gli stranieri rappresentano il 10,4% della popolazione in età attiva, l'11,2% delle forze di lavoro, il 10,7% degli occupati e ben il 15,6% dei disoccupati totali. Nel 2019 il tasso di occupazione degli stranieri è del 61% e subisce una lieve flessione, a causa dell'andamento negativo di quello femminile. Il tasso di disoccupazione è del 13,8% (contro il 9,5% degli italiani), con punte più alte tra la componente femminile (16,3%) e i giovani extracomunitari (24%).
Migrazione e pandemia - L'impatto della pandemia e scenari post Covid-19. L'emergenza determinata dal Covid-19 ha posto in evidenza l'elevata percentuale dei migranti tra i key-workers, impegnati nella produzione dei servizi essenziali, quali la filiera agroalimentare, il settore sanitario e della cura, la logistica. In particolare è emersa la dipendenza dei sistemi di produzione alimentare dei paesi sviluppati dai lavoratori immigrati. Inoltre la crisi sanitaria ha avuto l'effetto non soltanto di rivelare la precarietà e la vulnerabilità dei migranti sul mercato del lavoro, ma anche di rafforzarle. Su questo quadro si è innestata la regolarizzazione che ha portato in totale a 207.542 domande di emersione, di cui 176.848 per lavoro domestico e assistenza alla persona e 30.694 per lavoro nel settore primario (agricoltura e pesca): un esito importante ma in grado di incidere solo in parte sul problema dell'irregolarità dei rapporti di impiego.
La regolarizzazione: luci e ombre - Pur senza toglierle il merito di aver permesso l'emersione di migliaia di lavoratori irregolari, questa regolarizzazione ha una volta di più ribadito la distanza tra la legge e la realtà. Il XXVI Rapporto sulle migrazioni 2020 di Fondazione Ismu tratta anche altre tematiche di attualità: razzismo e discriminazione ai tempi della pandemia; i rifugiati e l'azione umanitaria; Unione europea, Africa e migrazioni, le novità legislative.
Anche in questa edizione è riservato uno sguardo all'Europa, in particolare alle nuove prospettive per le politiche migratorie europee (opinione pubblica e budget dell'Unione) e all'evoluzione del quadro normativo. Il XXVI Rapporto sulle migrazioni 2020 di Fondazione Ismu: www.ismu.org/presentazione-xxvi-rapporto-sulle-migrazioni-2020. Se volete leggere storie di energie positive e buone pratiche ed essere informati sui temi che riguardano il Terzo settore iscrivetevi qui alla newsletter gratuita di Buone Notizie: la riceverete dal 22 febbraio ogni lunedì alle 12.
adnkronos.com, 24 febbraio 2021
Almeno 50 persone sono rimaste uccise nel corso di diverse rivolte scoppiate nelle carceri dell'Ecuador. "Le organizzazioni criminali stanno portando avanti contemporaneamente una serie di atti violenti in un certo numero di centri di detenzione", ha scritto il presidente Lenin Moreno su Twitter, riferendo che "la polizia e il ministero dell'Interno stanno lavorando per riprendere il controllo delle carceri di Guayaquil, Cuenca e Latacunga".
di Marco Boccitto
Il Manifesto, 24 febbraio 2021
Il gruppo accusato dal governo congolese nega e contrattacca. Silenzio dalla Monusco. In Italia è il triste giorno del rientro delle salme. Il giorno dopo l'agguato nel nord-est della Repubblica democratica del Congo in cui hanno perso la vita l'ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, insieme al loro autista Mustapha Milambo, il ricordo di chi conosceva le vittime, le bandiere a mezz'asta, lo stringersi intorno alle famiglie ha fatto da preludio dolente al rientro in serata delle salme, con un volo di stato, all'aeroporto di Ciampino.
A Kinshasa l'ufficio della presidenza ha diffuso ieri una prima ricostruzione di quanto accaduto sulla RN2 nei pressi di Goma. Gli aggressori "erano in 6, armati con 5 Kalashnikov e un machete". Avrebbero freddato quasi subito l'autista, mentre su Attanasio e Iacovacci avrebbero sparato a bruciapelo successivamente, quando erano già lontani dalla strada, durante l'intervento delle guardie forestali e di un'unità dell'esercito che "si è mobilitata per inseguire il nemico". L'inchiesta per catturare i colpevoli "è già in corso", vi faremo sapere. Niente sul resto, neanche l'identità delle tre persone - dipendenti locali del Programma alimentare mondiale (Pam) - che viaggiavano sul piccolo convoglio e che erano date per scomparse insieme ai rapitori.
Solo in serata l'organismo umanitario dell'Onu rivelava che si trattava dell'"assistente del Pam per i progetti di mense scolastiche Fidele Zabandora, il responsabile della sicurezza del Pam Mansour Rwagaza e il secondo autista del convoglio Claude Mukata". E che erano tutti sani e salvi. Come d'altro canto Rocco Leone, l'altro italiano uscito illeso dalla vicenda, che viaggiava sulla seconda auto e che del Pam in Congo è il vicedirettore. In questa frammentazione caotica e contraddittoria di elementi il team investigativo dei Ros che è già al lavoro sul terreno deve contare molto sul suo racconto per ricostruire almeno i fatti.
Secondo alcuni testimoni gli uomini armati parlavano kinyarwanda, un dettaglio a sostegno della tesi del governo, che poche ore dopo l'attacco accusava senza esitazioni le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr). Nati in territorio congolese come ultima frontiera del cosiddetto hutu power, che del genocidio ruandese è stato un motore, già attivi nella Seconda guerra del Congo e oltre, i "ribelli ruandesi" hanno replicato ieri con un comunicato ufficiale degno del più moderato dei governi, in cui si condanna fermamente l'"ignobile gesto" e si esprime vicinanza all'Italia e alle famiglie delle vittime. Già che ci sono, oltre a declinare ogni implicazione e a invocare l'accertamento della verità da parte dell'Onu, i ribelli fanno notare come il convoglio dell'ambasciatore sia stato attaccato "nella zona detta delle 'Tre Antennè, sulla frontiera con il Ruanda, non lontano da una postazione delle Forze armate della Repubblica democratica del Congo e delle Forze di difesa ruandesi: le responsabilità vanno cercate nei ranghi di questi due eserciti".
Sia come sia - le ipotesi plausibili al momento non escludono la matrice di altri gruppi tra i troppi che infestano la zona, un'intricata genealogia di formazioni vicine e lontane ai miliziani hutu - l'occasione era a suo modo ghiotta per denunciare il recente patto tra Kinshasa e Kigali, una forza congiunta (un'altra) creata allo scopo di eradicare l'Fdlr, che qui ha la sua roccaforte anche per la tolleranza di cui ha goduto durante il regno di Joseph Kabila (2001-2018) nell'ex Congo belga. Il vecchio capo di stato, sopravvissuto anche alla sconfitta elettorale, proprio in questi giorni è dato in viaggio negli Emirati arabi uniti. Ufficialmente per rispondere a un vecchio invito, ma c'è chi non esita a collegare l'ospitalità emiratina con la situazione politica che sta maturando a Kinshasa: l'attuale presidente Felix Tshisekedi prova a svincolarsi dall'abbraccio di Kabila che finora gli è stato indispensabile per governare, rifondando a suo vantaggio la maggioranza. E qualche giudice potrebbe presto presentare il conto di presunti illeciti finanziari all'ex presidente.
di Monica Serra
La Stampa, 24 febbraio 2021
La denuncia di Exodus e della comunità La Casa del giovane di Pavia: "I ragazzi soffrono la fatica di vivere". Cocaina, eroina, pasticche già alle scuole medie. La percentuale è bassa, siamo intorno all'un per cento degli studenti (1, 7 a Pavia, 1, 4 a Milano che scende a 0, 21 in Sicilia), ma l'età media è allarmante: 12 anni. Dati che aumentano fino al 4, 68 per cento di Pavia, 2, 8 di Milano e 0, 74 della Sicilia quando si parla di hashish e marijuana. I numeri, per il momento parziali, vengono fuori da una ricerca sull'adolescenza condotta nel 2020 dal centro studi "Semi di melo" nato dalla collaborazione della fondazione Exodus di don Antonio Mazzi, con la Casa del giovane di Pavia, l'unica comunità del Nord Italia per minori con dipendenze certificate dal Servizio sanitario nazionale.
L'indagine, denominata "Selfie" perché è "la fotografia che i giovani fanno di loro stessi", è stata eseguita su un campione di oltre 60 mila alunni di scuole medie e superiori in tutta Italia. Ma i dati non sono ancora tutti aggregati: "Ci vorrà del tempo e l'aiuto dell'Università di Pavia, con cui abbiamo iniziato a lavorare", spiega Simone Feder, psicologo che coordina l'area dipendenze della Casa del giovane e volontario sempre in prima fila al fianco dei ragazzi nella lotta ad alcol, droga e gioco d'azzardo. A oggi i risultati cristallizzati riguardano le due province lombarde (1430 alunni milanesi, 470 pavesi) e 949 studenti di sei istituti siciliani, per quanto riguarda i ragazzi delle scuole medie, "ma ci danno comunque il polso di una situazione che abbiamo visto ripetersi ovunque", sottolinea Feder.
Quel che più preoccupa è che la maggior parte dei giovanissimi che hanno già provato la droga (tra il 16 e il 17 per cento) lo hanno fatto per "affrontare momenti difficili". "Perché lo fanno tutti, l'emulazione del gruppo che in passato era la prima risposta oggi è diventata la terza", riflette Feder. "Non bisogna soffermarsi sul tipo di droga assunta ma sul perché viene assunta. Sempre più spesso lo scopo è lenitivo: ragazzi così giovani che percepiscono la fatica di vivere. E questo si associa spesso ad atti autolesionistici, come piccoli tagli sul corpo, e alla sempre maggiore difficoltà di comunicare con gli adulti, genitori ed educatori, mentre gli amici restano il loro punto di riferimento".
Tutto questo accade in un Paese in cui, secondo la Relazione annuale 2020 al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze (che si riferisce al 2019), sono in aumento le overdose e i ricoveri legati all'uso di sostanze, oltre alle diagnosi tardive di Aids. Il mercato in generale si è leggermente contratto, ma è aumentata la diffusione della cocaina e delle nuove droghe sintetiche. Nel 2019 sono state, infatti, sequestrate in Italia quasi 55 tonnellate di droga in tutto e 223 mila piante di cannabis (con un decremento del 55,7 e 57,4 per cento dal 2018), oltre a 59 mila dosi o compresse di stupefacente (+74 per cento). L'82 per cento dello stupefacente sequestrato è hashish e marijuana, come negli anni precedenti, ma quel che è triplicato nel tempo è il quantitativo di cocaina finita sotto sigilli, che nel 2019 ha raggiunto le 8, 3 tonnellate.
Numeri in realtà parziali rispetto alla diffusione del fenomeno perché - dicono esperti e investigatori - sotto sequestro finisce soltanto il 10 per cento della droga sul mercato. Non si conoscono i dati relativi all'ultimo anno, di lockdown e pandemia, ma "di certo traffico degli stupefacenti e sequestri non si sono ridotti con la reclusione tra le mura domestiche, anzi sono proseguiti regolarmente", spiega Alessandra Dolci, capo della Dda di Milano.
Dove si acquista la droga? Per la maggior parte dei ragazzini intervistati nella ricerca "Selfie", per strada, al parco (40 per cento) e su internet (30 per cento). "Quando questi giovani arrivano da noi, nelle comunità, è troppo tardi - sottolinea Feder - per questo bisogna intervenire prima, con la prevenzione, e andare a prenderli in strada, nei luoghi di ritrovo". Purtroppo, secondo Feder, questo 2020 segnato dalla reclusione in casa per molti ragazzini, lontano da scuola ed educatori, non ha migliorato la situazione: "Solo oggi alla mia comunità sono arrivate tre richieste di ingresso di giovani tra i 14 e i 16 anni, da Asti, Genova e la Lombardia. Uno dei ragazzini però è già irreperibile, fuggito all'estero e a oggi nessuno riesce a rintracciarlo".
di Marinella Salvi
Il Manifesto, 24 febbraio 2021
L'associazione assiste migranti accusata di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Presidio spontaneo in piazza Libertà, ieri pomeriggio, per ricordare che quella è la piazza di tutti, la piazza di Linea d'Ombra e della Strada Si.Cura e dei migranti feriti, affamati, spaventati, che hanno percorso la rotta balcanica e sono arrivati fino a lì. Pochi, alla spicciolata, attraversando nazioni e confini e filo spinato, rincorsi dai cani, bastonati dalle polizie, ributtati indietro senza spiegazioni nella neve delle discariche e dei boschi della Bosnia. Senza diritti, nemmeno quello di provare a sopravvivere.
Solidarietà a Linea d'Ombra perché all'alba la polizia aveva fatto irruzione nell'abitazione privata di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir che è anche sede dell'associazione. Sono stati sequestrati i telefoni personali, i libri contabili e diverso altro materiale, alla ricerca di prove per un'imputazione di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Il notiziario regionale ha balbettato qualcosa riguardo al presunto aiuto fornito ad una famiglia di curdi, chissà come, chissà quando.
I lettori del manifesto hanno imparato a conoscere Lorena, hanno letto più volte della sua presenza in piazza e come i suoi genitori partigiani le avessero insegnato l'attenzione per gli ultimi ed il rispetto per la vita. Un lascito che Lorena ha rispettato con tutte le sue forze, con a fianco Gian Andrea compagno di una vita e i volontari che, sempre più numerosi, hanno scelto di esserci. Così, con il suo carrettino verde ecco Lorena ogni pomeriggio in Piazza Libertà, la "piazza del mondo", a portare un gesto di solidarietà e attenzione, una medicazione, un panino, un po' d'acqua.
È anche grazie a Lorena, a Gian Andrea e agli altri volontari, se questa città riesce a riscattarsi dall'immagine di intolleranza e razzismo che mostra troppo spesso. È grazie a loro se un gesto umanitario è diventato un gesto politico chiarissimo, un'accusa senza sconti dell'ingiustizia, una scelta di campo di assoluta coerenza.
Questa improvvisa iniziativa delle forze dell'ordine, le modalità stesse della perquisizione, preoccupano e sgomentano. Brutto segnale in una città dove, tra l'altro, l'amministrazione comunale di destra non ha organizzato nulla per chi non ha una casa, per accogliere chi arriva, per il freddo dell'inverno; anzi, ha chiuso l'Help Center che da anni si trovava in stazione e i Centri diurni che garantivano almeno un momento di calore, un bagno, l'acqua, a chiunque ne avesse bisogno.
A questa sordità, a questa quotidiana umiliazione della dignità umana, hanno sempre cercato di supplire l'ICS, la Caritas e i tanti che non voltano la schiena alla sofferenza ma la accolgono cercando di mitigarla, come Lorena e Gian Andrea.
Già in mattinata, ieri, il comunicato di Linea d'Ombra: "Oggi, in Italia, regalare scarpe, vestiti e cibo a chi ne ha bisogno per sopravvivere è un'azione perseguitata più che l'apologia al fascismo, come abbiamo potuto vedere il 24 ottobre scorso proprio in Piazza Libertà" (il riferimento è alla manifestazione di neofascisti autorizzata dalle autorità cittadine e "difesa" da un ingente spiegamento di polizia, ndr). Prosegue il comunicato: "Condanniamo le azioni repressive nei confronti di chi è solidale, chiediamo giustizia e rispetto di quei valori di libertà, dignità ed uguaglianza, scritti nella costituzione, che invece lo Stato tende a dimenticare".
Durissimo anche il comunicato di Rete Dasi: "Le uniche pratiche esplicitamente fuori legge sono quelle che si arroga lo Stato nei suoi respingimenti informali contro i richiedenti asilo che giungono in Italia e che vengono rimandati in Slovenia e giù giù, attraverso maltrattamenti e vere e proprie torture fino in Bosnia". Vicinanza a Lorena e Gian Andrea viene espressa da Rifondazione Comunista: "Riteniamo che i reati di clandestinità e di solidarietà siano il frutto di ideologie superate e contrarie ai diritti umani, purtroppo tramutatesi in leggi dello Stato. Esprimiamo piena vicinanza a Fornasir e Franchi. La solidarietà non si inquisisce né si processa!" e dal consigliere regionale di Open Sinistra FVG Furio Honsell: "Esprimiamo sconcerto e preoccupazione per le notizie relative alle indagini su Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che rappresentano un esempio di solidarietà nei confronti degli ultimi. Siamo fiduciosi che la Giustizia al più presto chiarirà il loro ruolo con piena soddisfazione di chi non è indifferente al problema dei migranti".
Sono in tanti a chiedere che sia fatta rapidamente luce sulla vicenda e a sperare si possa realizzare al meglio l'ultima iniziativa di Lorena, quel "ponte di corpi" che ha lanciato un mese fa stilandone il bel manifesto. È la convocazione di donne e uomini per chiedere l'apertura delle frontiere: il 6 marzo "un ponte di corpi" attraverserà l'Italia dal sud al nord e, nello stesso giorno, alcune donne si incontreranno sul confine più violento, quello della Croazia. Un'azione per gridare contro le violenze e i respingimenti di cui sono vittime ogni giorno donne e uomini della rotta balcanica. "Con il nostro corpo di donne su un confine di morte vogliamo dire che il migrante è portatore di vita" scrive Lorena "Noi siamo coloro che dicono no alla paura. Noi siamo coloro che maledicono i confini".
di Giuliana Sgrena
Il Manifesto, 24 febbraio 2021
I rapimenti non sono certamente l'unico mezzo di sostentamento dei gruppi armati che, in una terra di confine come questa tra Congo e Ruanda, possono facilmente contrabbandare i materiali preziosi estratti illegalmente nella zona.
La verità. Tutti si impegnano a cercarla, come sempre, di fronte all'assassinio di "servitori dello stato" diventati "eroi". I giornali "aprono gli occhi" sull'Africa ma li chiuderanno subito dopo la sepoltura delle salme. Difficilmente si scoprirà cosa si nasconde veramente dietro l'agguato teso al convoglio del World Food Programme.
Che trasportava anche l'ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci. Ipotesi diverse, plausibili che lasceranno il posto all'oblio. Come in molti altri casi.
La politica, i media non si occupano di un continente grande e soprattutto ricchissimo, ma le sue ricchezze sono fonte di sfruttamento, affari, speculazioni che si realizzano meglio senza testimoni. Nelle zone dove i conflitti sono endemici e le risorse naturali enormi sono in molti i contendenti che per combattere la propria guerra usano qualsiasi mezzo.
E la regione del Kivu è una di queste: minerali tra i più preziosi (come il coltan, il cobalto e i diamanti), una zona estremamente fertile, il parco nazionale dei Virunga, il più grande dell'Africa e patrimonio dell'Unesco, paradiso dei gorilla di montagna, il lago Kivu che copre un giacimento di metano.
In questo contesto sono nati e si sono moltiplicati i gruppi armati, tra i quali quelli formati dagli hutu che hanno lasciato il Ruanda dopo il genocidio contro i tutsi senza rinunciare a riprendersi il controllo del paese e il ramo locale dello Stato islamico. Milizie che si scontrano con i ranger che proteggono il parco (sei di loro sono stati uccisi all'inizio di gennaio), le Forze armate della repubblica congolese e i caschi blu della missione delle Nazioni unite (Monusco).
Si tratta della più importante missione Onu in Africa - conta oltre 17mila unità tra civili e militari (12mila) - istituita undici anni fa nel 2010 per proteggere i civili, personale umanitario e attivisti dei diritti umani e sostenere il governo del Congo per stabilizzare e consolidare la pace. In scadenza lo scorso dicembre, la missione era stata prolungata di un anno riducendo però il dispiegamento nelle regioni in cui "la minaccia rappresentata dai gruppi armati non è più significativa".
Lunedì mattina quando l'ambasciatore italiano è stato colpito si trovava su un'auto della missione Onu. Questo fatto suscita molti dubbi sulla capacità della Monusco di proteggere civili e personale umanitario, di valutare la pericolosità della situazione e di mettere in campo le azioni di peacekeeping.
L'imboscata mirava a sequestrare o a uccidere i componenti del convoglio? La dinamica dei fatti sembra accreditare il tentativo di sequestro, anche perché di rapimenti ce ne sono spesso nella zona anche se soprattutto di locali, per estorcere denaro. Lo scontro a fuoco, pare, con ranger ha portato al drammatico epilogo e l'intervento delle forze governative è servito solo a trasportare in ospedale a Goma Luca Attanasio ma non a salvargli la vita.
I rapimenti non sono certamente l'unico mezzo di sostentamento dei gruppi armati che, in una terra di confine come questa tra Congo e Ruanda, possono facilmente contrabbandare i materiali preziosi estratti illegalmente nella zona. Non è azzardato immaginare che le imprese che lavorano nella regione, per la loro "sicurezza", siano costrette a dare il loro contributo alle milizie di turno.
Ma al di là di tutte le supposizioni un dato è certo: in queste situazioni di conflitti esasperati a rimetterci sono le persone che si mettono in gioco, che non si accontentano di condannare o di stare a guardare, che scelgono da che parte collocarsi, quella della popolazione che soffre, anche per colpa nostra. Ancora più grave quando affrontando una pandemia dagli esiti incerti in tutto il mondo ci si preoccupa solo di suddividere i vaccini tra europei o occidentali lasciando gli scarti ai popoli del sud del mondo. Dove solo la Cina è arrivata, sicuramente non per altruismo, ma per un tornaconto che si traduce in una penetrazione capillare nel continente africano ricco di materie prime. La Cina è diventata un nemico per l'occidente difficile da combattere con l'egoismo dei privilegiati. Luca Attanasio parlava del suo lavoro come di una "missione", altri di "restare umani" di fronte alla barbarie.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 24 febbraio 2021
Il veleno e la prigione hanno trasformato un oppositore (l'unico) in un vero eroe. Che però un giorno potrebbe rivelarsi un Putin 2.0. Ecco come. E soprattutto perché. Camicia rimboccata al gomito e jeans, col suo continuo gesticolare, l'oppositore più famoso di Russia ostentava normalità quel marzo di tre anni fa. "Sono una persona semplice. Non sono un dissidente" insisteva nel suo ufficio al quinto piano di un business center a Sud di Mosca. Sulla sua scrivania fogli e libri sparsi, un notes e un pc. In una stanza accanto, quasi spoglia, ragazzi ticchettavano sulle tastiere, mentre nello studio televisivo si lavorava all'ultima video-inchiesta sull'élite putiniana. "I dissidenti sovietici erano isolati. Io so di certo di rappresentare milioni di cittadini che vogliono una vita migliore in Russia. So di stare dalla parte del bene. Con me, dalla parte del bene, c'è tantissima gente".
Oggi Aleksej Navalnyj è entrato a pieno titolo nel mito dell'eroe del bene. Avvelenato, partito sei mesi fa dalla Russia in coma e miracolosamente guarito in Germania, ha smascherato i suoi attentatori ed è tornato in patria pur consapevole che lo avrebbero incarcerato. Sapeva che solo così avrebbe potuto rivendicare il ruolo che inseguiva da anni: nemico pubblico numero 1.
A prima vista sembrerebbe esattamente l'uomo che l'Occidente vorrebbe al Cremlino. Anti-corruzione, anti-oligarchia e, soprattutto, anti-Putin. Ma a differenza dei vecchi dissidenti sovietici, Navalnyj non combatte per il diritto di criticare il potere, ma per il potere stesso. E quindi non è affatto detto che il peggior nemico oggi di Vladimir Putin diventi il miglior amico domani della democrazia.
La corsa verso il vertice dell'avvocato 44enne inizia nel 2007 con un blog, un samizdat digitale. Laureato in Legge con un master in Finanza, Navalnyj acquista azioni di compagnie statali e invoca il suo statuto di azionista di minoranza per esigere l'accesso ai conti che pubblica su LiveJournal e poi su Navalny.ru. Reduce da una borsa di studio a Yale, nel 2010 lancia il sito RosPil che scava nelle irregolarità degli appalti pubblici. Si circonda di giovani attivisti che lo venerano - anche se lui è un decisionista, a tratti autoritario - e si finanzia con microdonazioni. Comincia così la sua lotta al malaffare che porterà alla nascita della Fondazione anti-corruzione (Fbk) e di un canale YouTube che oggi conta oltre sei milioni di iscritti.
Il "Julian Assange russo" nel contempo non nasconde le sue simpatie nazionaliste. Partecipa all'annuale Marcia Russa dell'ultradestra e lancia il movimento patriottico Narod, Popolo. Iniziative che nel 2007 gli costano l'espulsione dal partito liberale Jabloko, dove militava dal '99. Paragona i caucasici a scarafaggi da eliminare, preferibilmente con una pistola. E quando l'anno dopo scoppia il conflitto in Ossezia del Sud, sostiene l'intervento russo a Tbilisi e invoca l'espulsione dei georgiani chiamandoli grizuni: roditori. Benché oggi rinneghi gli insulti razzisti, in realtà Navalnyj non ha cambiato posizione. Anzi dice che, se fosse presidente, non restituirebbe la Crimea all'Ucraina. Nonostante tutto ciò, in una Russia asfittica, oggi è lui l'unico in grado di mobilitare la popolazione.
Come? Dieci anni fa l'infaticabile censore del potere comprende che l'opposizione virtuale può diventare materiale, il dissenso in rete un movimento di piazza. All'indomani delle contestate parlamentari del 2011, sul suo blog e su Twitter invita "nazionalisti, liberali, sinistroidi, verdi, vegetariani, marziani" a scendere in strada. Lo slogan arriva per caso in un'intervista radio: etichetta Russia Unita, la formazione al potere, "il partito dei ladri e truffatori". La formula diventa virale. All'appuntamento si materializzano cinquemila persone: "criceti del computer", li chiama il leader russo. È la prima grande rivolta dell'era Putin, avvisaglia delle oceaniche proteste che riempiranno Piazza Bolotnaja per tutto l'inverno. Talentuoso oratore, il giovanotto alto, biondo e dagli occhi blu galvanizza le folle con attacchi virulenti. Ma le strade presto si svuotano. Dei leader della rivolta non resta nessuno. Molti, come lo scacchista Kasparov, scelgono l'esilio, altri vengono neutralizzati da scandali e carcere. Nemtsov viene ucciso. Resta Navalnyj, che diventa così l'unico volto dell'opposizione "anti-sistemica" costretta a operare fuori delle strutture ufficiali.
Il ribelle della politica russa aggira la censura grazie a internet. Insieme al team di Fbk martella il cerchio magico putiniano con clip che mescolano l'approccio forense a satira e cultura pop. Nel 2017 il video sulla corruzione di Dmitrij Medvedev diventa la miccia di un'ondata di proteste che per la prima volta non si limita a Mosca, ma attraversa la Russia lungo tutti gli undici fusi orari.
Lo stesso miracolo che si è ripetuto un mese fa dopo la pubblicazione dell'inchiesta sul lussuosissimo "Palazzo di Putin". Se nel 2017 il simbolo del malcontento erano paperelle di plastica e scarpe sportive, allusione a uno stagno popolato da anatre e a una collezione di sneakers dell'allora premier, stavolta il feticcio è uno scopino da water, riferimento agli scopettoni dorati che arrederebbero i bagni del presidente. La forza di Navalnyj sta anche in astuzie come queste. È così che è diventato un attore riconoscibile nella Russia politicamente esangue di Putin: senza bisogno di partiti o coalizioni, ma grazie a milioni di seguaci sul web che riesce a convertire alla piazza.
Per la prima volta Putin ha un avversario. E inizia la persecuzione giudiziaria. Processi costruiti ad arte, sostiene Navalnyj - e la Corte europea dei diritti umani gli dà ragione. Il fratello minore Oleg finisce in una colonia penale. Aleksej colleziona 474 giorni agli arresti tra detenzioni amministrative e domiciliari, anche se passa solo una notte in carcere e non sconta mai pene lunghe. È ancora la tattica del Cremlino: ostacolarne l'attività d'oppositore senza però farne un eroe. Nel 2013 le autorità lasciano addirittura che si candidi come sindaco di Mosca. Nella sorpresa generale Navalnyj ottiene il 27 per cento e sfiora il ballottaggio. Cinque anni dopo, "il blogger" - come lo chiama Putin senza mai citarlo per nome - mira ancora più in alto: la presidenza. La sua piattaforma punta su lotta alla corruzione e sentimenti anti-élite. Promette di liberare le ricchezze monopolizzate dall'oligarchia per fornire istruzione, sanità e infrastrutture. Slogan vaghi e populisti.
Lui rifugge collocazioni politiche: "Le definizioni ideologiche europee non si applicano qui. I comunisti si definiscono di sinistra, ma sono conservatori di destra, per di più religiosi. Mentre il nostro partito liberaldemocratico è quello del nazionalista Zhirinovskij" ci disse allora. Stavolta il Cremlino non ammette rivali e respinge la candidatura col pretesto dei precedenti penali. Navalnyj si lancia comunque nella campagna sul terreno. Apre uffici in 84 città, subisce raid e provocazioni. Viene colpito con la zeljonka, o "verde brillante", un liquido antisettico. Per poco non perde un occhio. "La mia famiglia mi sostiene. Mia moglie Julija è persino più estremista di me. I miei figli, Dasha e Zakhar, si divertono a scovare gli agenti che ci pedinano. Per loro è un gioco. Come si dice? Se la vita ti dà un limone, fanne una spremuta".
Nonostante tutti gli ostacoli, Navalnyj raggiunge traguardi inediti. Nel 2019 crea il "Voto intelligente", una piattaforma che suggerisce agli elettori il candidato che ha più probabilità di battere il partito al potere. La strategia paga: dimezza i deputati di Russia Unita nella capitale e l'anno dopo segna due vittorie a Novosibirsk e Tomsk. È qui che avviene l'avvelenamento da Novichok che quasi gli costa la vita. In crisi di consensi, il Cremlino teme infatti che le tattiche di Aleksej possano pregiudicare le parlamentari di settembre, vigilia della delicata transizione da Putin a Putin o, ancor più delicata, da Putin a un altro. Quando Aleksej risorge dal coma, Mosca tenta di costringerlo all'esilio ma Navalnyj torna e non lascia altra scelta al suo rivale che mandarlo in carcere trasformandolo così in un potente simbolo di resistenza.
Questo non vuol dire che Putin sia in pericolo, solo che ha trovato il suo antagonista più efficace. Nella saga da Davide contro Golia, il "liquido" agitatore delle piazze è riuscito a mettere l'immobile inquilino del Cremlino sulla difensiva. Con il video sul Palazzo visto oltre 110 milioni di volte, l'Innominato costringe Putin a smentire. E da dietro le sbarre trascina in piazza migliaia di persone. Tutto ciò che il Cremlino ha fatto negli ultimi mesi per contrastarlo ha solo trasformato Navalnyj in martire ed eroe. Persino chi metteva in guardia dal suo passato nazionalista è pronto a dimenticarsene. Ma se Putin cadesse, venuto meno il contraltare, il modello politico di Aleksej potrebbe non essere sostenibile a lungo termine. Non solo si fonda su un programma nebuloso, ma rispecchia le dinamiche del potere attuale: tendenza all'autoritarismo e patriottismo. Il governo di un uomo solo. Così, se mai, ipotesi remota, un domani dovesse salire al potere, l'anti-Putin potrebbe rivelarsi un altro Putin. Solo più padrone del linguaggio del 21° secolo. Un Putin 2.0.










