di Manuela D'Alessandro
agi.it, 25 novembre 2020
"L'ultima volta che l'ho visto piangeva e diceva che non ne può più", spiega il legale dell'uomo, che sta scontando un ergastolo e ha diverse patologie. Settantasei anni, positivo al Covid in carcere. È la vicenda di Salvatore S. che ha contratto il virus nel carcere di massima sicurezza di Opera dove è recluso da 34 anni per reati legati alla criminalità organizzata e ora è stato spostato nell'hub destinato agli infetti nelle carceri lombarde a San Vittore.
Il legale, piangeva e mi ha detto che non ne può più - "L'ultima volta che l'ho visto, il 7 novembre, piangeva e mi ha detto che non ne poteva più", dice all'Agi il suo legale, Eliana Zecca. "Il mio assistito è affetto da numerose e gravi patologie - prosegue il difensore - come si può leggere in una relazione dell'ospedale San Paolo, dove in passato è stato curato, in cui si parla di 'altissimo rischio di evento acuto anche fatale in paziente diabetico a rischio infarto senza sintomi oltre ad un'aritmia fatalè".
Per due volte, durante la prima ondata, il suo avvocato ha chiesto al Tribunale della Sorveglianza di Milano di concedergli i domiciliari attraverso l'applicazione del cosiddetto 'differimento pena umanitario'. Richieste respinte con l'argomento che il detenuto si trovava già ricoverato al San Paolo prima e al Sacco poi per accertamenti. "Una volta dimesso tuttavia - spiega Zecca - era tornata in carcere. Ora si trova a San Vittore dove c'è l'hub in cui vengono trasferiti i positivi e i suoi familiari sono molto preoccupati perché, com'è noto, l'età e le patologie pregresse accentuano i rischi in caso di positività".
"Un detenuto così non può stare in carcere" - Salvatore S. è in regime di ergastolo ostativo, cioè una pena senza fine che non prevede la concessione di benefici salvo che il recluso non collabori con la giustizia. Tuttavia, nell'ottobre dello scorso anno, la Consulta ha stabilito la parziale incostituzionalità dell'ergastolo ostativo nella parte in cui prevede di subordinare la concessione di benefici alla mancata collaborazione, soprattutto quando i fatti siano molto risalenti. "Il mio assistito - afferma il suo difensore - non è mai uscito dal carcere se non andare ai processi o in ospedale. Paga per fatti di più di 30 anni fa e non ha nessuna intenzione di ripristinare i suoi collegamenti con la criminalità e commettere reati. Un uomo nelle sue condizioni, ora col Covid pure, non può restare in carcere".
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 25 novembre 2020
La Rai ha deciso di non mandare in onda la puntata di "Storie maledette" del 2016 in cui Leosini intervista l'uomo condannato per aver sfregiato in volto Lucia Annibali. È sicuramente la voce del colpevole, ma va sentita. Dopo le proteste della deputata di Italia viva, Lucia Annibali, Rai Cultura ha deciso di non trasmettere l'intervista, prevista per oggi, di Franca Leosini a Luca Varani. Varani è stato condannato per aver sfregiato con l'acido il viso di Annibali.
È sicuramente il colpevole. Ma è giusto per questo chiedere che il programma non vada in onda? Secondo Alberto Cisterna è un errore: il male va sempre raccontato. Si pensi al lavoro di Hannah Arendt sul processo Eichmann. Secondo Angela Azzaro il programma di Leosini da anni crea disinformazione: è parte di quel circo mediatico che ci ha resi tutti più giustizialisti e feroci.
Spira un'aria pessima nel Paese e non solo per la pandemia in atto. Dilaga in tutti gli interstizi della società e si propaga senza limiti un desiderio irrefrenabile di giudizi sommari, di epiloghi irretrattabili, di condanne irrevocabili. Una volta che si è acquisita una conoscenza dei fatti, non importa quanto superficiale e quanto precaria, nessuno è più disposto a tornare indietro.
Anzi guai a chi prova a ribaltare le ricostruzioni o a riaprire le discussioni, ben che vada si passa per collaborazionisti con il nemico, per sodali del reprobo, per amici dell'indicibile. Messa in tasca la verità, una verità qualunque, quasi sempre quella più sponsorizzata da un collaudato circuito mediatico a base di giornali, talk show, social media e quant'altro che rimbalzano fatti e opinioni gli uni verso gli altri in un frenetico gioco di specchi e di ombre, la questione è definitivamente messa da parte. L'opinione pubblica è lì bella e confezionata e i suoi sacerdoti la difendono a spada tratta contro chi la metta in discussione.
È sconfortante il tifo sfacciato che certi professionisti dell'informazione spendano a difesa di verità che ritengono aver rivelato - avendo spesso agito solo da megafoni di ben individuati centri - e si agitano al cospetto di ogni contraria evidenza saturando di contumelie i mille frammenti del diorama mediatico. In questo puzzle scomposto, tifoserie organizzate si spartiscono le vesti dei poveri cristi e delle loro famiglie affrante dal dolore, sostenendo a spada tratta tesi colpevoliste e alimentando con pseudo esperti l'alambicco, permanentemente in ebollizione, del dubbio e del sospetto.
È vero che gli agorà mediatici non sono aule di giustizia, ma questo non consente di dare libero sfogo a fantasie, supposizioni, dietrologie che inquinano la pubblica opinione presentandosi al suo cospetto con le stimmate delle abilità investigative o delle verità scientifiche.
È inevitabile che, in tutto questo libero sciamare di rappresentazioni precarie e incomplete della verità, non ci sia più spazio per un'interlocuzione, per un dubbio, per una perplessità o anche solo per la voglia di capire. Il reprobo può anche attendere una condanna definitiva dai propri giudici, ma l'infallibile tribunale della medialità giudiziaria ha già a disposizione i propri verdetti, talmente giusti da sospingere le povere vittime o le doloranti famiglie a sostare avanti ad aule di giustizia che non dovrebbero far altro che ratificare la volontà collettiva.
E quando da questa volontà si discostano, per ragioni che sono divenute a quel punto oggettivamente incomprensibili, con un'assoluzione o con una pena più mite, lo straziante dolore dei vinti invade gli schermi e le vesti lacere tornano a sanguinare. Luca Varani ha commesso un delitto orribile; quell'acido sul volto di Lucia Annibali, sfregiata per sempre, è un atto che suscita rabbia e dolore. La sua è la voce di un colpevole, non c'è dubbio.
A sua volta Nicola Morra ha dato un giudizio sul voto dei calabresi e sulla morte di Jole Santelli che nessuno ha condiviso. Sono due casi, ovvio, radicalmente diversi e, tuttavia, tenuti insieme da un sottile filo rosso: entrambi sono stati processati per i loro gesti così diversi e pur entrambi scrutinati dalle corti mediatiche senza alcun contraltare. La tv di Stato ha tolto a entrambi la possibilità di raccontare e di raccontarsi in ciò che hanno detto e che hanno fatto.
L'intervista a Varani realizzata da Franca Leosini nel 2016 per Storie Maledette non verrà mandata in onda su Rai Storia, in quanto bloccata da Rai Cultura "per non urtare la sensibilità delle vittime e dei telespettatori". E l'invito a Nicola Morra per partecipare a Titolo V su Rai 3 è stato annullato all'ultimo momento. Fatti sideralmente diversi, ma con uno stesso atteggiamento. Nessuno vuole guardare in faccia il colpevole, quale che sia la sua colpa, nessuno vuole ascoltarne la voce, quale che sia la sua discolpa, nessuno vuol essere turbato da una verità diversa dal giudizio sommario che ciascuno si è formato.
Willfull blindness, cecità colpevole la chiamano gli americani, la volontà di non vedere, di chiudersi gli occhi. Eppure, in quelle stesse ore, Rai Storia mandava in onda la memorabile intervista televisiva su TV 7 a Sirhan Sirhan, rifugiato palestinese, che aveva le mani sporche del sangue di Robert Kennedy. Correva l'anno 1969.
Pochi anni prima Hannah Arendt aveva scritto Eichmann in Jerusalem - A Report on the Banality of Evil. La banalità del male che tutto il mondo ha potuto conoscere in modo indelebile a partire dalle stesse parole del carnefice di un popolo innocente. La verità dalla parte dei malvagi, quale modo migliore per conoscerla tutta, la verità.
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 25 novembre 2020
"Il Direttore" (Zolfo Editore): Luigi Pagano racconta quarant'anni di lavoro nell'universo penitenziario. Il carcere vive di vita propria come un organismo, che Luigi Pagano conosce a fondo. È in grado di interpretarne l'anima, percepisce vibrazioni, umori e tensioni dei detenuti, della polizia penitenziaria e delle migliaia di persone che ogni giorno entrano ed escono per lavoro o come volontari.
Dopo quaranta anni alla guida di istituti di pena, è arrivato alla lucida convinzione che il carcere è anacronistico e che deve essere superato come metodo per risarcire la collettività dal danno causato dai delitti. Pagano non è solo un testimone, è soprattutto un protagonista della metamorfosi, difficile e lenta, che il carcere subisce parallelamente alla società, la stessa che dovrebbe tendere a trasformarlo in un sistema in grado di reinserire il detenuto nel sociale, come chiede la Costituzione.
Uno sforzo al quale Luigi Pagano ha contribuito in prima persona non adagiandosi comodamente sulle occhiute interpretazioni burocratiche delle norme, ma leggendo queste in modo aperto senza mai abbandonare il solco della legge. Eppure, tranne pochi esempi, il carcere è pressoché rimasto quello del sovraffollamento, dei detenuti ammassati a consumare il loro tempo a non far niente. Un organismo che cresce costantemente nell'illegittimità. Quello di Luigi Pagano è un patrimonio umano e professionale che dovrebbe essere sfruttato di più dopo che ha lasciato il mondo giudiziario per la pensione.
Per capire perché, basta leggere "Il Direttore. Quarant'anni di lavoro in carcere" (edito da Zolfo). Non è un libro di memorie, almeno non solo. Pagano parte dal carcere di una volta, quello del fine pena mai solo mura e sbarre che lo vide entrare in servizio a 25 anni, attraversa la riforma penitenziaria e la rivoluzione della legge Gozzini fino a raggiungere la sua massima evoluzione nell'esperimento del carcere di Bollate, riuscito sì, ma ancora troppo solitario. "Ho proprio scelto questo lavoro, non è stato un ripiego", premette. Primo incarico Pianosa, anno 1979, quando lì c'erano terroristi e criminali di peso.
"Quell'isolotto rappresentava l'antitesi della riforma penitenziaria e la mia nemesi personale, avendo centrato la tesi di laurea proprio sulla necessità che il rapporto tra carcere e mondo esterno fosse costante e fertile". C'erano Pietro Cavallero, capo della banda che terrorizzò Milano negli anni Sessanta, e alcuni terroristi delle Br che in quel momento insanguinavano l'Italia. Gli aneddoti raccontati dall'autore descrivono bene quanto fosse duro Pianosa, e non solo per i detenuti.
Tre anni dopo è a Nuoro-Badu e Carros dove trova il Gotha del terrorismo, e poi all'Asinara. Quindi Piacenza, Brescia, Taranto e Milano San Vittore, che in 14 anni ha trasformato radicalmente prima dell'esperienza al Provveditorato per la Lombardia e come vicecapo del Dap a Roma. Anni in cui ha incrociato le più importanti e decisive vicende giudiziarie e i personaggi ad esse collegati che racconta quasi assumendo un basso profilo, che chi conosce Luigi Pagano sa essere una dote che accresce il suo spessore.
È consapevole che nella società italiana "secoli d'evoluzione umana e giuridica, pile chilometriche di torni e pandette, simposi, discussioni infinite non sono riusciti a sradicare quell'occhio per occhio, dente per dente che ci portiamo dentro", che è poi l'opinione di chi il carcere lo conosce solo per stereotipi e pregiudizi.
"Il Direttore", però, è tutt'altro che un libro buonista. profondo rispetto dei reclusi, e ancor prima degli agenti, non trascina Pagano sul piano inclinato del sentimentalismo. Le sue, come detto, sono considerazioni che si fondano anche sulla lunga esperienza professionale condividendo quello che disse il cardinal Martini: "Ricambiare il male con il male parrebbe la maniera più ovvia per ristabilire l'equilibrio, la verità è invece che solo un'azione contraria, un'azione che annulli o riduca gli effetti del male, può essere veramente riparatoria".
Il "Direttore" è consapevole che la chiusura del carcere è al momento un'utopia irrealizzabile, ma per intanto basterebbe migliorare quel che c'è attuando ciò che da quasi settant'anni chiede la Costituzione.
teatrionline.com, 25 novembre 2020
Associazione culturale Electra Teatro è attualmente impegnata in un progetto approvato dal Ministero della Giustizia che prevede la realizzazione di un cortometraggio i cui attori-protagonisti sono i detenuti del Carcere di Santa Caterina di Pistoia. Il lavoro e le riprese, che hanno avuto inizio a gennaio 2020, interrotti a inizio marzo a causa del lockdown Covid, sono stati nuovamente ripristinati, nel mese di settembre, con l'intento di proseguirli e terminali a dicembre 2020.
Il progetto prevede la messa in scena, in forma di cortometraggio, dello Stabat Mater, dramma poetico tratto dall'opera "Madri" (Oèdipus ed.) di Grazia Frisina. Con impeto neorealistico e intenso afflato materno, l'autrice dà voce a Maria e al suo indicibile dolore mentre è ai piedi della croce del figlio. Maria è qui rappresentata nella sua più terrena e struggente maternità; una Madre dunque che avrebbe ben volentieri rinunciato ad essere Beata di fronte alla morte violenta e ingiusta del Cristo.
Come Frisina ha dato voce a Maria, donna del silenzio, così il lavoro teatrale e cinematografico che Electra teatro ha in corso, con i detenuti della Casa Circondariale di Pistoia, ha tra i suoi obiettivi quello di dar parola a chi è impossibilitato a far udire la propria voce.
Difficile, naturalmente, tratteggiare i detenuti come nuovi Cristi, se pur il grido di dolore che proviene da costoro non ha differenze: la sofferenza ha sempre le medesime umane similitudini. Il progetto è sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia, Fondazione un Raggio di Luce, Ordine Avvocati, Società della Salute Pistoiese, Misericordia e altri benefattori privati con donazioni. Molto è stato fatto, molto c'è ancora da fare.
lanuovacalabria.it, 25 novembre 2020
La criticità della situazione "è stata evidenziata anche a livello nazionale dal Presidente dell'Autorità del Garante Nazionale dei detenuti Mauro Palma: a fine ottobre avevamo circa 150 detenuti positivi al Covid e circa 200 addetti al personale delle carceri contagiati".
"Alla luce della emergenza sanitaria ancora in corso, nei colloqui periodici, sono state segnalate più volte all'Ufficio del Garante dei detenuti di Crotone da parte della popolazione carceraria ritardi nell'iter di concessione delle liberazioni anticipate". È quanto si legge in una nota stampa del Garante comunale detenuti Crotone Federico Ferraro. "Come noto, la liberazione anticipata, - prosegue - prevista dall' art. 54 dell'Ordinamento penitenziario, consiste in una riduzione della pena che realizza il risultato di anticipare il termine finale del periodo detentivo, qualora "il condannato alla pena di reclusione abbia dato prove di partecipazione all'opera di rieducazione, viene "concessa una detrazione di quarantacinque giorni per ogni semestre di pena scontata".
L'istituto ha sempre avuto una funzione gratificativa verso i positivi comportamenti dell'interessato, onde raggiungere più efficacemente un vero reinserimento nella società; la riduzione della pena detentiva in corso di esecuzione e l'anticipazione del ripristino dello stato di libertà per il condannato accompagnano il detenuto e lo invitano ad un percorso di ritorno in società evitando almeno prognosticamente un ritorno a delinquere".
"Prove di un urgente intervento in tale ambito ne è anche la recentissima Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale, - si legge ancora sulla nota di Ferraro - la quale ha rivolto un appello al Parlamento in sede di conversione del DL 137/2020 si possa accogliere anche la previsione di una liberazione anticipata speciale con sospensione dell'emissione dell'ordine di esecuzione delle pene detentive fino al 31 dicembre 2021"; come garanti territoriali abbiamo espresso, altresì, necessità di incidere significativamente sul numero delle presenze negli istituti detentivi attraverso una politica di decarcerizzazione, in presenza dei requisiti dalla legge.
Tra le cause che hanno portato all'aggravio di lavoro e ai "tempi supplementari" nell'iter di concessione delle liberazioni anticipate sicuramente vanno rintracciate le sofferenze di organico nell'ambito dell'Autorità giudiziaria, lungaggini burocratiche, specie quando si tratta di attendere diverse comunicazioni provenienti da differenti istituti di pena dove ha soggiornato lo stesso detenuto e dunque carenze di organico anche nell'ambito del Dap".
"La speciale criticità della situazione - ribadisce - è evidenziata anche a livello nazionale dal Presidente dell'Autorità del Garante Nazionale dei detenuti prof. Mauro Palma: a fine ottobre avevamo circa 150 detenuti positivi al Covid e circa 200 addetti al personale delle carceri contagiati. Più in generale, la patologica situazione di sovraffollamento che caratterizza le carceri italiane, come fenomeno numericamente rilevante, potrebbe accrescere il rischio di diffusione dei contagi da coronavirus".
La gravità dei dati viene monitorata e divulgata periodicamente anche dal Segretario generale della Uilpa Polizia penitenziaria, Gennarino De Fazio. Il garante comunale ha segnalato più volte "la problematica anche al Tribunale di Sorveglianza di Catanzaro, territorialmente competente per Crotone. Una situazione dunque che necessità interventi risolutivi e urgenti. Come avevamo concordato si evidenzia che da qualche mese, dopo opportuna formazione, abbiamo ottenuto dall'Asp Kr la gestione diretta, online, delle prenotazioni per le visite specialistiche ed esami di laboratorio, portando una migliore ottimizzazione nell'organizzazione visto che non è più necessario il passaggio attraverso gli sportelli Cup.
Ciò consente una più facile gestione dell'assistenza sanitaria soprattutto perché si ha la completa visione dei tempi di attesa di tutti i poliambulatori della nostra Azienda Sanitaria e addirittura, essendo inseriti nella cosiddetta "Area centro", anche dell'Asp di Catanzaro e di Vibo Valentia, a cui si potrebbe ricorrere in caso di necessità urgente".
"Buoni risultati abbiamo ottenuto - prosegue ancora il garante comunale dei detenuti - con la fornitura semestrale dei farmaci che, se anche ha portato un maggiore lavoro agli operatori sanitari nella programmazione, ha permesso una maggiore autonomia, un maggiore risparmio economico per un ridotto ricorso alle farmacie convenzionate Come avevamo concordato si evidenzia che da qualche mese, dopo opportuna formazione, abbiamo ottenuto dall'ASP KR la gestione diretta, online, delle prenotazioni per le visite specialistiche ed esami di laboratorio, portando una migliore ottimizzazione nell'organizzazione visto che non è più necessario il passaggio attraverso gli sportelli Cup.
Ciò consente una più facile gestione dell'assistenza sanitaria soprattutto perché si ha la completa visione dei tempi di attesa di tutti i poliambulatori della nostra Azienda Sanitaria e addirittura, essendo inseriti nella cosiddetta "Area centro", anche dell'Asp di Catanzaro e di Vibo Valentia, a cui si potrebbe ricorrere in caso di necessità urgente".
"Riscontro positivo - si legge ancora sulla nota - invece per quanto attiene all'Area sanitaria, sia della Dirigenza Asp Crotone che del Presidio Sanitario Penitenziario "Casa Circondariale Crotone", con cui è in corso un'interlocuzione costruttiva e fattiva, per il tramite della la Dirigenza Asp, d.ssa Maria Pompea Bernardi e della Responsabile del Presidio sanitario penitenziario d.ssa Angela Caligiuri. Si è convenuto sulla necessità di redistribuire ancor più efficacemente le ore del servizio sanitario valorizzando l'ambito dentistico ed oculistico e richiedendo l'avvio del servizio dermatologico, in passato non previsto.
"Tra l'altro in questo periodo il Presidio sanitario penitenziario ha ottenuto dall'Asp Krla gestione diretta, online, delle prenotazioni per le visite specialistiche ed esami di laboratorio, portando una migliore ottimizzazione nell'organizzazione visto che non è più necessario il passaggio attraverso gli sportelli CUP. Ciò consente una più facile gestione dell'assistenza sanitaria - conclude - soprattutto perché si ha la completa visione dei tempi di attesa di tutti i poliambulatori della nostra Azienda Sanitaria e addirittura, essendo inseriti nella cosiddetta "Area centro", anche dell'Asp di Catanzaro e di Vibo Valentia, a cui si potrebbe ricorrere in caso di necessità urgente".
calabria7.it, 25 novembre 2020
Venerdì prossimo, 27 novembre, alle ore 11, sarà presentata in videoconferenza dall'Aula "Giuditta Levato" di Palazzo Campanella di Reggio, ed in diretta streaming Facebook, la Relazione annuale del Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Agostino Siviglia.
Si parlerà di assistenza sanitaria e accesso ai benefici
"All'iniziativa - spiega una nota - coordinata dal responsabile dell'ufficio stampa del Consiglio regionale Romano Pitaro, interverranno, in collegamento video, il capo del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (Dap) Bernardo Petralia ed il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale Mauro Palma.
In occasione dell'evento sarà illustrata l'attività istituzionale del Garante regionale nel suo primo anno di mandato, con un focus sull'analisi del contesto del sistema carcerario calabrese, ma anche sugli altri luoghi di privazione della libertà personale, in particolare sulle Residenze per le Misure di Sicurezza, senza sottacere di evidenziare gli interventi necessari e le raccomandazioni da seguire per la miglior tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute.
Verranno, altresì, analizzati - è scritto - i dati relativi alla popolazione detenuta; all'assistenza sanitaria penitenziaria, divenuta ancor più prioritaria e complessa con l'avvento del Covid-19; all'accesso ai benefici penitenziari ed alle difficoltà connesse al trattamento rieducativo, argomenti tutti contenuti all'interno della Relazione annuale del Garante".
"La presentazione di questa prima relazione è segnata, tuttavia, da un futuro inedito, tanto fuori quanto dentro i luoghi di privazione della libertà - sottolinea Agostino Siviglia -, ragion per cui si imporranno risposte altrettanto inedite, capaci di assicurare tempestività d'azione ed efficacia a lungo termine. L'avvento del Covid-19, per vero, ha stravolto tutte le priorità, eppure permane la determinazione di perseguire e realizzare gli obiettivi prefissati all'inizio del mandato istituzionale, nella consapevolezza - conclude.
ottopagine.it, 25 novembre 2020
Realizzati 20mila dispositivi grazie al lavoro dei detenuti di Salerno e Santa Maria Capua Vetere. Una scritta semplice ma significativa: "Stop alla violenza sulle donne". È quella impressa su 20mila mascherine realizzate nelle carceri di Salerno e Santa Maria Capua Vetere. Da tempo, infatti, i due istituti penitenziari campani sono coinvolti nel programma nazionale che prevede l'impiego di detenuti nella produzione dei dispositivi di protezione individuale anti Covid. Le mascherine saranno distribuite al personale delle amministrazioni penitenziaria e giudiziaria del ministero della Giustizia in occasione della giornata internazionale per dire basta alla violenza sulle donne.
Diecimila sono state realizzate a Fuorni, in virtù del patto siglato dal ministro Alfonso Bonafede e dal commissario per l'emergenza Covid Domenico Arcuri. Impegnati nella produzione una quarantina di ospiti della casa circondariale, divisi in due turni lavorativi. Le altre sono invece realizzate a mano nel carcere casertano grazie al lavoro di una decina di detenute del laboratorio sartoriale.
di Angela Azzaro
Il Riformista, 25 novembre 2020
"Storie maledette" è a pieno titolo tra quei programmi che fanno parte del circo mediatico giudiziario. Non si vuole approfondire, non si cerca di andare a scovare le ragioni dei fatti, ma si insiste sul sangue per fare spettacolo. Lasciate in pace il 25 novembre, oppure si facciano cose serie
La decisione di Rai Cultura di non trasmettere su Rai Storia l'intervista di Franca Leosini a Luca Varani, l'uomo condannato per aver sfregiato Lucia Annibali, è arrivata dopo le proteste della stessa Annibali, ora deputata di Italia Viva. Polemiche che erano sorte anche nel 2016, quando l'intervista fu trasmessa per la prima volta.
La Rai, su iniziativa della Leosini, l'aveva programmata per il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, insieme all'intervista a Angelo Izzo. Non entro nel merito della decisione Rai di cambiare la programmazione, ma penso che il lavoro della Leosini con tutte le sue Storie maledette - non solo queste due interviste - sia parte integrante di quella giustizia-spettacolo che tanto male ha fatto alla giustizia, allo spettacolo, alla tv. E soprattutto a noi.
Sono anni che siamo subissati di programmi che si interessano di fatti di cronaca nera. Il processo ancora prima che nelle aule giudiziarie si fa nei salotti televisivi: condanne (quasi sempre), qualche assoluzione, molte analisi grossolane. Questo calderone, che ha fatto a pezzi il diritto o quel po' di diritto che era diventato cultura diffusa, ci ha cambiati dal punto di vista antropologico e cognitivo: antropologico perché siamo sempre alla ricerca di un capro espiatorio; cognitivo in quanto ormai la nostra analisi della realtà è bloccata sulla divisione in colpevoli e non colpevoli, incapaci di analizzare i fatti fuori da questo schema. Siamo peggiorati. Trasmissione dopo trasmissione ci siamo ritrovati a essere quel popolo che urla contro Gesù mentre viene messo in croce.
Le Storie maledette della Leosini, anche se quasi sempre affrontano casi passati in giudicato, sono dentro questa logica, in cui prevale il voyeurismo, un certo gusto per il dettaglio morboso, un pizzico di sadismo. Un mix micidiale che per lo spettatore funziona come cloroformio: il cervello va in pappa, si crede a tutto quello che viene detto, non si ha la possibilità di andare oltre la ricostruzione fatta dalla intervistatrice. La Rai, che è servizio pubblico, non dimentichiamolo, dovrebbe porre fine a questo tipo di trasmissioni.
La deontologia dell'Ordine dei giornalisti è piena zeppa di raccomandazioni al riguardo sui diritti degli imputati, sul valore della presunzione di non colpevolezza, sulla necessità di trattare con sobrietà i fatti di cronaca. Le chiamano Carte. Potremmo dire carte stracce, visto il poco uso che noi giornalisti spesso e volentieri ne facciamo.
Ma torniamo alla polemica di questi giorni. Ciò che colpisce in particolare è il fatto che l'intervista a Luca Varani fosse programmata per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Questo tema delicatissimo viene trattato dai media con una retorica insopportabile che indugia o sulla donna vittima o sui dettagli morbosi o sulle storie che fanno clamore. Tutto fa notizia e anche le donne che vengono uccise dai mariti non scappano a questo destino. Spettacolo, spettacolo, sempre spettacolo.
Il giorno dopo il 25 novembre, fatto l'ultimo titolo con la frase del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si spengono le luci. E anche se ogni tanto si parla della violenza maschile sulle donne, lo si fa male: si parla poco dei motivi profondi che generano questa violenza, si raccontano male le storie delle donne che alla fine finiscono per morire. Si preferisce descriverle come vittime, come inette che non ce la fanno. Quando spesso sono leonesse che combattono e che le istituzioni lasciano sole. C'è poi, in quel mix, sempre una dose di voyeurismo, un guardare dal buco della serratura, uno spiare che non produce conoscenza, consapevolezza, non aiuta a capire come cambiare la testa degli uomini che uccidono, ma serve solo a creare altro rumore di fondo.
Altro spettacolo. Pensare che l'intervista a Luca Varani potesse aiutare in qualche modo a capire il perché della sua violenza, senza peraltro prevedere il diritto di replica da parte della donna che l'aveva subita, lascia di stucco. Va bene nella programmazione di una Rai distratta e dentro il loop del circo mediatico, ma almeno per favore nessuno lo spacci per impegno della tv pubblica a favore delle donne. È spettacolo, anche molto brutto. Per il 25 novembre pensate qualcosa di meglio. Anzi, visto che ci siete, pensate qualcosa di meglio sempre.
Ps: A proposito di paladini disinteressati della libertà d'espressione, da sottolineare come il Fatto Quotidiano nel 2016 si schierò contro la messa in onda. In quella occasione era contrario anche il procuratore di Pesaro e a un Pm l'House organ delle procure non dice mai di no. Questa volta siccome a chiedere di non mettere in onda l'intervista è stato l'odiato Matteo Renzi, il Fatto Quotidiano si è schierato con Franca Leosini e ha urlato alla censura. Ineccepibile.
oggitreviso.it, 25 novembre 2020
Approvato dalla giunta regionale il servizio di istruzione e formazione per i ragazzi detenuti. Garantire il diritto all'istruzione attraverso programmi annuali di attività formativa e progetti individualizzati. Con questo obiettivo è stato approvato per i prossimi tre anni il servizio di istruzione e formazione per i ragazzi dell'Istituto penale minorile di Santa Bona a Treviso.
Le attività portare avanti negli ultimi anni nel carcere minorile di Treviso sono state individuate come esperienza positiva a livello nazionale, tanto da essere riconfermate. La giunta regionale, su proposta dell'assessore all'istruzione e formazione Elena Donazzan, ha dato così il via libera alla delibera che approva lo schema di Protocollo di Intesa per proseguire la collaborazione per il triennio 2020-2022.
"L'istruzione scolastica e la formazione professionale sono parti integranti del reinserimento sociale e culturale di coloro che sono sottoposti a provvedimenti di restrizione della libertà personale da parte della Magistratura - sottolinea ancora l'assessore all'istruzione Elena Donazzan - in tal senso, lo schema di Protocollo di Intesa approvato dalla Giunta sancisce la stretta collaborazione fra Ministero dell'Istruzione e Ministero della Giustizia nel garantire il diritto all'istruzione. Una collaborazione che mira a promuovere integrazione e pari opportunità nei percorsi scolastici dei soggetti ristretti nelle strutture penitenziare italiane, definendo finalità, impegni e azioni delle parti coinvolte". Il protocollo prevede la concessione di un contributo regionale da 5mila euro annui finalizzato alla costituzione di un fondo speciale a sostegno delle attività previste per 20mila euro complessivi annui nelle regioni coinvolte.
di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 25 novembre 2020
Gasser Abdel Razek, direttore dell'organizzazione del Cairo che si occupa della tutela dei diritti umani con cui collaborava Patrick Zaki, è stato arrestato e portato in carcere. Rimasto 72 ore in isolamento, ha raccontato davanti al giudice il trattamento che ha subito. Come se fosse un pericoloso terrorista.
"Mariam, saluta e abbraccia per me i ragazzi. Ti amo". Il tempo di lanciarle un sorriso attraverso le sbarre del furgone, parcheggiato all'esterno dell'edificio che ospita la Procura del Cairo e il mezzo è sgommato via. Mariam è la moglie di Gasser Abdel Razek, direttore dell'Eipr, l'organizzazione del Cairo che si occupa della tutela dei diritti umani. Ieri mattina ha avuto appena il tempo di scorgerlo e ascoltare la frase urlata dal marito mentre il camion lo riportava nella prigione di Tora, sezione Leman. Una scena straziante.
Gasser Abdel Razek ha trascorso gli ultimi tre giorni dentro una cella d'isolamento del terribile carcere alla periferia sud della capitale. Da quando le forze di sicurezza lo hanno prelevato da casa sua, venerdì scorso, di lui si erano praticamente perse le tracce. Ieri Abdel Razek, amico fraterno di Patrick Zaki, lo studente egiziano che frequentava il corso Erasmus all'università di Bologna, arrestato il 7 febbraio scorso al rientro nel suo Paese e rinchiuso proprio a Tora, è comparso davanti al giudice della Procura del Cairo per l'udienza di rito.
Nei pochi secondi in cui ha potuto parlare col suo avvocato, Abdel Razek ha raccontato in pillole ciò che gli è accaduto nelle precedenti 72 ore. Appena arrivato in prigione gli hanno confiscato tutti i suoi oggetti personali, preso i soldi che aveva in tasca e poi gli hanno rasato i capelli. Buttato dentro una fredda cella, in totale isolamento, Abdel Razek ha passato le ultime tre notti sopra un letto fornito soltanto della struttura in ferro, senza un materasso e tanto meno una coperta o un cuscino.
Le temperature in questo periodo dell'anno al Cairo possono scendere ben sotto i 10° e le celle di una prigione come quella di Tora aumentano ancora di più la percezione del freddo. Insomma, il direttore dell'Eipr ha subìto lo stesso trattamento che potrebbe essere riservato ad un pericoloso terrorista, un jihadista dell'Isis o un mercenario di Boko Haram. Ed in effetti tra le assurde accuse denunciate dalla sicurezza nazionale che l'ha portato via dalla sua casa nel quartiere di Maadi e ai suoi affetti familiari c'è anche quella di aver favorito attività terroristiche.
Ieri mattina davanti al giudice della Procura del Cairo erano attesi anche gli altri due membri dell'Iniziativa egiziana per i diritti personali (Eipr) arrestati domenica e mercoledì scorsi e anch'essi inseriti nel caso giudiziario 855. Si tratta di Mohamed Bashir e Karim Ennarah, rispettivamente direttore amministrativo e responsabile del settore giustizia penale dell'organizzazione. Alla fine davanti al giudice per la conferma della detenzione c'è finito soltanto Abdel Razek che, come gli altri suoi colleghi, inizierà la lunga e snervante trafila dei rinnovi periodici.
Con i vertici di Eipr fuori gioco e Patrick Zaki in cella da quasi dieci mesi, l'attivista e fondatore della Ong, Hossam Bahgat, ha ripreso in mano le redini: "Dall'alba di venerdì Gasser è stato tenuto in condizioni intollerabili. I responsabili di simili violazioni ne pagheranno il prezzo" ha commentato Bahgat. Ricordiamo che l'arresto dei tre dirigenti di Eipr è legato a stretto giro all'incontro avvenuto il 3 novembre scorso nella sede dell'organizzazione, Garden City, al Cairo. A quell'incontro erano presenti i massimi rappresentanti diplomatici di 13 Paesi, tra cui l'ambasciatore italiano Giampaolo Cantini.
Il tema centrale dell'incontro era stato il rispetto dei diritti umani in Egitto. La settimana scorsa la Farnesina ha inviato una lettera, controfirmata dalle altre diplomazie, per chiedere conto della vicenda al governo egiziano. Sempre per rimanere in tema, ieri la Corte Penale del Cairo Sud ha deciso di includere il blogger e attivista Alaa Abdel Fattah, l'avvocato Mohamed al-Baker, il dottore Abdel Moneim Fotouh e altri nelle liste delle entità terroristiche per un periodo di cinque anni. Oltre a restare in carcere e tutto il resto, da oggi i loro beni saranno congelati e in futuro non potranno lasciare il paese.
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