di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 18 febbraio 2021
A 9 anni dalla morte del 21enne Alessandro Gallelli nel carcere di San Vittore nel febbraio 2012, il gip Domenico Santoro ordina alla Procura un supplemento di indagini sull'apparente suicidio. In passato, infatti, vi erano state indagini per "ipotesi di responsabilità omissiva nella forma del "non aver impedito" la morte" o dell'aver "indotto il ragazzo al suicidio", ed era stato poi archiviato anche un fascicolo per omicidio colposo con due agenti due agenti indagati.
Da ultimo la Procura aveva aperto, a carico di ignoti, un fascicolo per "morte come conseguenze di altro delitto", alla cui archiviazione si sono opposti i familiari del giovane, con l'avvocato Gabriele Pipicelli e i propri consulenti a valorizzare "segni e indicatori coerenti con un'ipotesi di omicidio mediante strozzamento e successiva simulazione di suicidio".
Ora il gip, preso atto che profili di "negligenza o imperizia" sono già stati scandagliati, dispone 6 mesi di verifiche su un'"eventuale azione di natura preterintenzionale (se non, a ben vedere, dolosa) di terzi che possa aver determinato la morte". Come sulle "modalità di impiccamento mediante felpa"; "analisi completa" delle "condizioni di sorveglianza"; l'audizione dell'allora Garante dei detenuti per il Comune di Milano che in una email del 2016 esprimeva "perplessità"; e i quattro detenuti "potenzialmente presenti il giorno della morte" del giovane.
di Mary Liguori
Il Mattino, 18 febbraio 2021
Sale a 23 il numero di agenti di polizia penitenziaria in servizio al carcere di Carinola positivi al covid. È emergenza personale, tanto che il Dap ha pubblicato un avviso in cui chiede "rinforzi", in numero di dieci unità, per far fronte alla fase emergenziale. La richiesta è rivolta al personale di polizia penitenziaria che attualmente occupa posizioni utili nella graduatoria relativa alla casa circondariale di Carinola (interpello del 2019) e che intendano aderire al distacco temporaneo fino al termine dello stato di emergenza che si è venuto a creare in seguito ai contagi che hanno colpito sia gli agenti in servizio nel penitenziario che i detenuti.
Dopo il decesso del poliziotto Antonio Maiello avvenuto l'8 febbraio, l'Asl di Caserta ha intensificato la sorveglianza sanitaria sottoponendo il personale del carcere e i detenuti a ripetute batterie di tamponi. Ieri il bollettino rimandava 23 contagi tra i poliziotti, undici casi tra i detenuti. Di questi ultimi, uno solo risulta ricoverato al Cotugno mentre gli altri si trovano in isolamento all'interno della struttura di pena. Positivi, di cui si è avuta notizia già nei giorni scorsi, anche un operatore Os e un infermiere in servizio nel penitenziario.
"Mi rassicura sapere che c'è un monitoraggio costante con i tamponi - ha commentato il garante dei detenuti campani, Samuele Ciambriello - e sarebbe necessario applicare la stessa prassi sistematica anche in altre carceri della Campania. Ma al di là dello screening, ribadisco ancora una volta che è assolutamente necessario programmare al più presto la campagna vaccinale per la polizia penitenziaria e per la popolazione carceraria, naturalmente con somministrazione su base volontaria. Mi auguro che i detenuti che si trovano in isolamento a Carinola siano ospitati in luoghi idonei alla loro condizione - continua Ciambriello che poi aggiunge.
Molti familiari di detenuti di Carinola mi hanno contattato in questi giorni dopo avere appreso che i loro parenti in carcere erano in isolamento - spiega - e ho dovuto chiarire loro che si tratta di un isolamento sanitario, come quello che devono osservare anche i contagiati liberi, e non un isolamento punitivo".
Com'è ovvio, infatti, oltre ai detenuti contagiati e asintomatici, sono in isolamento anche i loro contatti diretti. La cosa ha causato qualche tensione per fortuna rientrata rapidamente anche grazie al costante contatto tra le famiglie e il garante. Intanto, allo stato attuale, risultano positivi al Covid complessivamente 54 agenti di polizia penitenziaria in servizio nelle carceri campane. Oltre ai 23 casi di Carinola, quindici sono poliziotti del penitenziario di Secondigliano, sei di Poggioreale e gli altri in altre strutture.
"Dal momento in cui è scoppiata la pandemia, c'è stata poca attenzione da parte della sanità pubblica nei confronti di chi deve garantire la sicurezza nelle carceri". È il commento di Stefano Pellegrino della Cisl. "Al di là del focolaio di Carinola, viviamo forte disagio in tutti gli istituti italiani per la carenza del personale perché le assunzioni vanno a rilento anche per il mancato turn over per il personale andato in pensione o che ci andrà a breve".
Il Covid, insomma, "ha solo peggiorato una situazione già emergenziale" continua Pellegrino. "Carinola è solo la punta di un iceberg e prevedere lo spostamento di dieci unità da un penitenziario all'altro non risolve il problema, è un palliativo perché attenua il problema in un istituto, ma nello stesso tempo toglie risorse a un altro". "C'è carenza di personale in tutta Italia, a ciò si aggiunga la problematica del Covid che si ripercuote sul personale in servizio per la gestione quotidiana. Siamo d'accordo con il garante Ciambriello sulla linea dei vaccini: dal mese prossimo inizierà la profilassi sul personale di polizia ed è fondamentale accelerare per la sicurezza dei detenuti e delle nostre famiglie prima ancora che nostra".
Il Centro, 18 febbraio 2021
Cinque detenuti sono risultati positivi al carcere di San Donato. Tre stranieri e due italiani, reclusi nella seconda sezione giudiziaria dove sono state bloccate le celle in via precauzionale, per contenere una eventuale diffusione del contagio, sono stati trasferiti nell'area Covid al pianterreno dello stabile per essere monitorati dal personale della Asl e del carcere.
La segnalazione del focolaio scoppiato in carcere arriva da Alessandro Luciani, vice segretario regionale Sinappe (Sindacato nazionale autonomo di polizia penitenziaria) che racconta come si è sviluppata l'emergenza sanitaria che ha avuto il suo apice nella giornata di ieri: "È stato un collega ad accorgersi che i detenuti presentavano sintomi febbrili, già nei giorni scorsi. Il medico del carcere ha subito disposto dei tamponi rapidi che hanno dato esito positivo".
Immediatamente sono scattate le misure di sicurezza per arginare l'allarme. "I detenuti contagiati sono stati trasferiti nell'area Covid al pianterreno, spazio normalmente utilizzato per la quarantena giudiziaria", spiega il dirigente del Sinappe, "dove sono stati posti sotto osservazione e vengono seguiti dal personale sanitario della Asl e del carcere".
Contemporaneamente "le celle della seconda sezione giudiziaria dove si trovavano i reclusi sono state bloccate, ogni detenuto è rimasto confinato nelle proprie stanze come misura precauzionale contro il diffondersi del contagio. Gli ambienti sono in attesa si sanificazione, la situazione è preoccupante". Uno dei contagiati "svolge un servizio all'interno del penitenziario che lo pone a contatto con altri detenuti, se la situazione non verrà contenuta, l'evoluzione sarà tragica".
Al momento "non sappiamo come sia stato veicolato il Covid all'interno del carcere, finora rimasto indenne dagli sviluppi della pandemia" riflette Luciani, "ma da tempo chiediamo" ai vertici penitenziari, "il potenziamento dei dispositivi di sicurezza: non bastano le mascherine chirurgiche, sono necessarie le dotazioni di Ffp2; l'incremento dei sanificatori, un percorso pulito per smaltire le protezioni usate. Ci è stato tolto persino il tendone esterno per il triage che ci era stato concesso dalla Croce Rossa, struttura che ci farebbe comodo in caso l'emergenza si allargasse. Inoltre più volte, come sindacato, abbiamo denunciato la mancanza di rilevazione della temperatura del personale in ingresso che non viene effettuata nelle ore serali e nei festivi". Nella casa circondariale di San Donato sono ospitati 290 detenuti, 120 sono gli agenti penitenziari in servizio "ma ne servirebbero altri 50" conclude il delegato di Sinappe.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 febbraio 2021
I fatti risalgono a ottobre 2018: un video testimonia le violenze su un detenuto durante un trasferimento coatto di cella. Il giudice ha riconosciuto la fattispecie autonoma del reato di tortura.
Condannati per tortura i 10 agenti penitenziari del carcere di San Gimignano, compreso il risarcimento di 80 mila euro nei confronti della vittima. I fatti contestati risalgono all'ottobre 2018 quando un detenuto, secondo l'accusa, sarebbe stato gettato a terra e colpito con calci e pugni durante un trasferimento coatto di cella.
I 10 agenti insieme ai loro legali, Manfredi Biotti e Stefano Cipriani, hanno scelto fin da subito la strada del rito abbreviato. Il Pm Valentina Magnini ha chiesto 3 anni di reclusione per 8 di loro, 2 anni per uno ed un anno e 10 mesi per l'altro. La condanna varia da 2 anni e 3 mesi a 2 anni e 8 mesi. Si tratta di un troncone dell'indagine tradotta in centinaia di pagine e condotta dalla Procura di Siena sul presunto pestaggio di un detenuto e che aveva già portato, nel novembre del 2020, al rinvio a giudizio di altri 5 agenti accusati anch'essi di tortura dopo l'introduzione del reato per pubblici ufficiali dal 2017. I 5 agenti, a differenza dei 10 colleghi, faranno un processo ordinario e la prima udienza è fissata per il 18 maggio a Siena. Si tratta di un ispettore superiore, due ispettori capo, due assistenti capo coordinatori all'epoca dei fatti contestati in servizio nell'istituto penitenziario di Ranza.
La sentenza di condanna individua la fattispecie autonoma di reato. Il giudice ci ha tenuto a sottolinearlo. Non è un dettaglio di poco conto. La legge sul reato di tortura, secondo alcuni, potrebbe indurre a proporne la diversa lettura della norma in termini di fattispecie autonoma di reato. In estrema sintesi, la tortura da parte di pubblici ufficiali è inserita al secondo comma e c'è il rischio che venga considerata come una fattispecie aggravata, invece che come reato autonomo. Fortunatamente questo non è accaduto. Nell'udienza precedente sono stati visti ampi spezzoni del video che riprese la scena incriminata.
L'avvocato Michele Passione, parte civile che ha rappresentato il Garante nazionale delle persone private della libertà, ha detto fin da subito che il video è apparso sufficiente per ricostruire quanto è accaduto. "Si sono mossi a falange - ha spiegato l'avvocato Passione - si vede che viene tirato un pugno, buttato giù. Gli sferrano calci".
Il Garante nazionale ha chiesto il risarcimento simbolico di un euro. Secondo l'avvocato Passione non era importante né il risarcimento, né tantomeno gli anni di pena. L'importante, per la parte civile del Garante, è che si sia affermato il principio del contrasto all'impunità evidenziando una fattispecie di reato ben specifica. Lo scopo del Garante Nazionale, d'altronde, è stato quello di sempre: partecipare in qualità di persona offesa ai procedimenti riguardanti presunti episodi di maltrattamento. Tale ruolo ha consentito al Garante nazionale di seguire l'indagine e di contribuire a fare chiarezza su quanto avviene negli Istituti di pena e a contrastare l'impunità.
Come parte civile c'è anche l'associazione Altro Diritto che si è presentata anche come garante locale dei detenuti del carcere di San Gimignano. Fin da subito, ha seguito questa vicenda accanto sia alla vittima che ai detenuti testimoni del pestaggio (sollecitando al Dap il trasferimento dei detenuti coinvolti e seguendoli anche una volta trasferiti in altri istituti) e a quei medici che hanno deciso di compiere il proprio dovere refertando le lesioni subite dalla vittima, subendone purtroppo le conseguenze.
"Esprimiamo soddisfazione per questa sentenza non tanto per le condanne inflitte in sé, auspichiamo infatti che questo possa essere un primo passo verso la fine delle torture e degli abusi nelle carceri e in tutti i luoghi di reclusione", afferma l'associazione Yairaiha Onlus che ha segnalato per la prima volta i presunti pestaggi grazie a una lettera di denuncia da parte dei detenuti, testimoni dell'accaduto. Lettera che Il Dubbio pubblicò in esclusiva e con successivi approfondimenti.
Il Gazzettino, 18 febbraio 2021
Pene tra un anno e un anno e mezzo. Il pubblico ministero, Giorgio Gava, ha avanzato le sue richieste per sei dei 23 indagati di varie nazionalità (italiani, tunisini, marocchini, romeni, senegalesi, bulgari) accusati di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale durante la rivolta in carcere scoppiata il 10 marzo dell'anno scorso.
I sei sono quelli che hanno chiesto il rito abbreviato, per godere dello sconto di un terzo della pena. Mentre gli altri 17 hanno scelto di difendersi in un'udienza con rito ordinario. L'udienza si è svolta ieri, nell'aula bunker di Mestre, davanti al giudice per l'udienza preliminare Marta Paccagnella. Tra i difensori dei sei imputati, l'avvocato Federico Tibaldo. Dopo le richieste del pm, il giudice ha rinviato l'udienza al prossimo 12 marzo.
Quel giorno pronuncerà la sentenza relativa ai sei che hanno scelto l'abbreviato e fisserà anche la data di inizio del processo con rito ordinario per gli altri 17. La rivolta del 10 marzo a Santa Maria Maggiore avvenne nel clima confuso di inizio pandemia. Mentre nei penitenziari di tutta Italia infiammava la protesta per i primi Dpcm che vietavano le visite di parenti e avvocati, anche il carcere di Venezia visse una mattinata di forte tensione.
Tra i detenuti di Santa Maria Maggiore crebbe il malcontento per lo stop alle visite, nonché la paura del virus. In particolare il timore di finire come i passeggeri della nave da crociera che in quei giorni assistevano al contagio progressivo di tutti i presenti. Prima c'era stato il consueto tam tam fatto di stoviglie e altri attrezzi sbattuti sulle sbarre. Poi le cose erano degenerate.
Tutto iniziò al secondo piano del complesso carcerario dove una cinquantina di detenuti spaccò i vetri di alcune finestre delle celle, diede fuoco a materassi e coperte lanciandoli in un'area comune, gridando a gran voce e battendo i blindi delle celle per chiedere di essere liberati. Intervenuti i pompieri e tutte le forze dell'ordine, la rivolta era stata sedata a fatica.
Dopo quella giornata di tensione, per una decina di detenuti era scattata la punizione di 10 giorni di isolamento. Parallelamente la Procura aveva avviato l'inchiesta che ha individuato i 23 indagati. Sullo sfondo resta il problema del sovraffollamento delle carceri veneziani, che nonostante qualche scarcerazione, resta fonte di tensioni in questo periodo pandemico. Lo si è visto anche a fine anno, con forti proteste tra i detenuti.
di Giovanni Migone De Amicis
milanopavia.news, 18 febbraio 2021
Lo dice senza mezze parole: sono caduto e rialzarmi è stato difficile, ma se hai forza di volontà, allora è possibile. Certo, un sostegno esterno può sempre aiutare. Giovanni Marelli oggi ha 70 anni e tra il 1990 e il 2011 ha passato 21 anni nelle carceri italiane. Oggi, con la sua associazione Cisonoanchio APS, aiuta chi come lui è uscito dal carcere e fatica a ricomporre la propria vita.
Negli anni '80 da guru della ristorazione ha aperto locali in giro per il mondo, ma anche a Milano, come la Champagneria di via Clerici, dove ha servito personalità del calibro di Henry Kissinger e Frank Sinatra. L'inchiesta di Mani Pulite gli ha tolto oltre 20 anni di libertà, ma in carcere ha trovato nuove prospettive e una nuova curiosità, diventando l'artista del disagio, come si definisce lui stesso.
Attraverso la pittura e la poesia oggi aiuta chi ha più bisogno, ma non solo, perché alla Barona dove l'associazione ha la sua sede, sono tante le attività con cui dà impiego a ex detenuti e persone disagiate. L'ultima iniziativa, in rampa di lancio per inizio marzo, è il pollo volante: un servizio di cucina e consegna di pollo allo spiedo e patatine fritte o arrosto da consegnare a tutta la zona 6. Un progetto che potrebbe però essere solo l'inizio: l'obiettivo, infatti, è quello di portare una cucina in ogni municipio della città, impiegando 100 persone.
vaticannews.va, 18 febbraio 2021
Con un motu proprio Papa Francesco aggiorna il settore della giustizia penale adeguandole alle "mutate sensibilità dei tempi". Abolito il processo in contumacia. L'ufficio del promotore di giustizia sosterrà l'accusa nei tre gradi di giudizio.
Sconti di pena, possibilità di concordare un programma di lavori di pubblica utilità e attività di volontariato, sospensione del dibattimento nel caso di legittimo impedimento da parte dell'imputato: il sistema della giustizia penale dello Stato della Città del Vaticano si aggiorna e rimodula le sue norme per rispondere alle esigenze dei tempi e di una pena che punti al recupero della persona condannata. È quanto prevede il motu proprio di Papa Francesco pubblicato oggi, "recante modifiche in materia di giustizia" nella legislazione dello Stato.
"Esigenze emerse, ancor recentemente, nel settore della giustizia penale - scrive Francesco - con le conseguenti ripercussioni sull'attività di quanti, a vario titolo, vi sono interessati, richiedono una costante attenzione a rimodulare la vigente normativa sostanziale e processuale che, per taluni aspetti, risente di criteri ispiratori e soluzioni funzionali ormai superati". Per queste ragioni, "proseguendo nel processo di continuo aggiornamento dettato dalle mutate sensibilità dei tempi", il Pontefice pubblica tre nuovi articoli di legge.
Il primo articolo apporta modifiche al codice penale e stabilisce uno sconto di pena da 45 a 120 giorni per ogni anno di pena restrittiva già scontata al condannato che durante l'esecuzione della pena "abbia tenuto una condotta tale da far presumere il suo ravvedimento ed abbia proficuamente partecipato al programma di trattamento e reinserimento". Nel momento in cui la pena diventa esecutiva, il condannato elabora d'intesa col giudice "un programma di trattamento e reinserimento contenente l'indicazione degli impegni specifici che assume anche al fine di elidere o di attenuare le conseguenze del reato, considerando a tal fine il risarcimento del danno, le condotte riparatorie e le restituzioni". Il condannato può proporre "lo svolgimento di lavori di pubblica utilità, di attività di volontariato di rilievo sociale nonché condotte volte a promuovere, ove possibile, la mediazione con la persona offesa". La precedente legislazione non prevedeva nulla di tutto questo.
Il secondo articolo modifica il codice di procedura penale in senso garantista e abolisce il cosiddetto "processo in contumacia" che era ancora presente nel codice vaticano: nel caso l'imputato non si fosse presentato, il giudizio avveniva sulla base della documentazione raccolta senza l'ammissione dei testimoni della difesa. Ora invece se l'imputato rifiuta di assistere all'udienza senza che sia dimostrato un legittimo impedimento, si procede con il normale processo considerandolo rappresentato dal suo difensore. Se invece l'imputato non si presenta all'udienza e sia dimostrata l'impossibilità di comparire "per legittimo e grave impedimento, ovvero se per infermità di mente sia nell'impossibilità di provvedere alla propria difesa", il tribunale o il giudice unico è tenuto a sospendere il dibattimento.
Il terzo articolo apporta modifiche e integrazioni alla legge CCCLI sull'ordinamento giudiziario dello Stato della Città del Vaticano. Stabilisce che i magistrati ordinari al momento della cessazione mantengano "ogni diritto, assistenza, previdenza e garanzia previsti" per i cittadini vaticani. Infine una modifica importante riguarda il secondo e terzo grado di giudizio. Si stabilisce infatti che "l'ufficio del promotore di giustizia esercita in autonomia e indipendenza, nei tre gradi di giudizio, le funzioni di pubblico ministero e le altre assegnategli dalla legge".
Fino ad oggi era previsto che in caso di ricorso in appello e poi in cassazione, la pubblica accusa fosse rappresentata da un magistrato diverso rispetto a quello che l'ha condotta nel primo processo, con un incarico ad hoc per i processi di secondo e terzo grado. Ora invece, con due diversi articoli, si stabilisce che anche nei giudizi di appello e di cassazione, come già avviene per il primo grado, le funzioni di pubblico ministero siano svolte da un magistrato dell'ufficio del promotore di giustizia, designato dal promotore stesso. Diverso rimarrà ovviamente il collegio chiamato a giudicare. Una normativa che tende a velocizzare i procedimenti, dato che d'ora in avanti sarà lo stesso ufficio che ha sostenuto la pubblica accusa in primo grado a sostenerla anche negli eventuali altri gradi di giudizio.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 18 febbraio 2021
Intervista alla leader dell'opposizione bielorussa: "Sono stata costretta dal destino a occupare questo posto, con altre due donne abbiamo sostituito i nostri uomini strenui oppositori, esiliati o messi in prigione".
Ventisei anni di regime, dal 1994 Lukashenko comanda in Bielorussia, durante l'ultima tornata elettorale nell'agosto scorso però teme, teme che questa volta la propaganda e le intimidazioni dei servizi segreti (che in modo evocativo ancora si chiamano ufficialmente Kgb) non riusciranno a portargli il consenso che è sempre riuscito a ottenere, quindi arresta tutti i suoi oppositori: Sergei Tikhanovsky e Viktor Babaryko, e ha costretto alla fuga Valery Tsepkalo. Le accuse, tipiche dei regimi, sono ridicole e pretestuose: "incitamento alla rivolta", "frode fiscale".
Eppure, dopo gli arresti, accade qualcosa di impensabile per la Bielorussia di regime, tre donne si uniscono in una coalizione tutta femminile con lo scopo di dare vita a un'opposizione politica articolata in grado di rimuovere Lukashenko. Vogliono convocare nuove elezioni democratiche, libere e controllate da autorità internazionali. Queste donne sono Veronika Tsepkalo (moglie di Valery Tsepkalo), Svetlana Tikhanovskaya (moglie di Sergei Tikhanovsky) e Maria Kolesnikova (responsabile della campagna elettorale di Viktor Babaryko).
E così, nelle elezioni dell'agosto 2020, la vera candidata d'opposizione è stata Svetlana Tikhanovskaya, ma Lukashenko si è autoproclamato vincitore delle elezioni con l'80% dei voti, nonostante siano numerose le prove di brogli. Consapevole del consenso ottenuto dall'opposizione delle donne bielorusse, dopo le elezioni, Lukashenko ha costretto Svetlana Tikhanovskaya e Veronika Tsepkalo all'esilio, con la minaccia di far loro perdere la potestà genitoriale, mentre Maria Kolesnikova è stata arrestata. Il contesto è questo, non solo: nelle ultime ore, come riportato da Amnesty International, la polizia bielorussa ha effettuato incursioni a Minsk, a Homel, a Mahilyou, a Vitsebsk e a Brest, intimidendo gli attivisti del Centro per i diritti umani "Viasna", dell'Associazione dei giornalisti, del sindacato indipendente Rep. Ha fatto incursione nelle abitazioni private di attivisti e giornalisti con il pretesto della presunta violazione dell'art. 342 del codice penale bielorusso ("organizzazione e preparazione di azioni per turbare gravemente l'ordine pubblico") allo scopo, secondo le autorità inquirenti, di "chiarire le circostanze del finanziamento delle azioni di protesta". Raggiungo via Skype Svetlana Tikhanovskaya, che si trova in Lituania.
Nell'estate del 2020, pur senza alcuna precedente esperienza politica, lei, Veronika Tsepkalo e Maria Kolesnikova avete preso la guida dell'opposizione al governo del presidente Alexander Lukashenko, e siete state appoggiate subito da migliaia di bielorussi: quanto ha contato l'essere donne in questa svolta epocale?
"È difficile essere leader in Bielorussia, quasi impossibile direi, perché, nel corso degli ultimi 26 anni, ci è stata inculcata l'idea che abbiamo un solo padrino, un solo presidente che non ci lascerebbe mai andare, e quindi abbiamo sempre creduto che questa sia la nostra unica realtà; la linea del potere era costruita sull'assunto che non ci fosse libertà di parola. Ci sono stati dei precedenti: nel 2010 tante persone sono state arrestate per motivi politici e quindi, anno dopo anno, ci hanno convinti del fatto che non riusciremo a cambiare nulla, che siamo impotenti e che c'è un solo presidente per tutto il paese e che, senza di lui, avremmo fatto una brutta fine. Però, per arrivare alla situazione attuale, dobbiamo comprendere ciò che è successo: ci sono stati tanti fattori che hanno portato all'esito di queste elezioni. Sì, sono stata costretta dal destino a occupare questo posto, e proprio il destino ha voluto che mi unissi ad altre due donne, insieme abbiamo dovuto sostituire i nostri uomini, strenui oppositori, esiliati o messi in prigione. I nostri concittadini non sono ciechi, si accorgono dell'illegalità. Poi è arrivata la pandemia e mio marito Sergei Tikhanovsky ha cominciato a girare la Bielorussia per aprire gli occhi alla gente: "Ragazzi, guardate come stiamo vivendo: dobbiamo lottare per il nostro futuro!", e quindi le persone si sono strette attorno a noi perché hanno iniziato a svegliarsi. Abbiamo smesso di avere paura quando abbiamo capito quanti siamo; quando la gente ha iniziato a partecipare ai nostri incontri per il sostegno di "Svetlana Tikhanovskaya candidata", abbiamo visto tantissime persone incontrarsi e stringersi la mano. Sapete, in passato, tutte le questioni politiche sono state discusse - diciamo cosi - in cucina, nessuno poteva parlare apertamente, ma dall'estate dell'anno scorso abbiamo avuto una dimostrazione chiara, le persone hanno capito di essere in tante. Il fatto che io sia una donna ha sicuramente avuto un peso perché Lukashenko in me non ha visto un oppositore; ha pensato che nessun bielorusso avrebbe mai votato per una donna. Fatto sta, però, che Lukashenko ha dimostrato di non conoscere il suo popolo. È talmente distaccato, vive in un mondo tutto suo al punto di non aver capito che le persone votavano per me non perché donna, casalinga o politica, ma lottavano e votavano contro la dittatura. Lukashenko tutto questo non lo ha per nulla compreso, e non essendo riuscito a convincere le persone di aver commesso un errore a votare per me, ha usato la forza".
Lukashenko ha individuato e colpito un punto chiaramente vulnerabile dell'essere madre minacciando di allontanare da voi i vostri figli. Lei aveva mandato i suoi all'estero già prima delle elezioni, quindi sapeva che ci sarebbe stato questo ricatto?
"Ricordo che nell'estate del 2020 abbiamo avuto tante emozioni positive, però ogni mattina mi svegliavo in ansia per me stessa, per mio marito, che è imprigionato e maltrattato, e avevo anche tanta paura per i miei figli. Avevo paura e non riuscivo a lasciare libero l'appartamento; conosco i metodi del Kgb: potevano perquisire casa mia, lasciare della droga per potermi accusare, per poter avvisare i servizi sociali e per poter dire: "Guardate che madre snaturata è la Tikhanovskaya" e quindi potevano privarmi dei miei figli. Avevo paura a lasciare i miei figli da soli. Erano con mia madre, la loro nonna, e comunque ero preoccupata. Quando ho ricevuto la "chiamata", mi è stato detto: "Basta, devi lasciar stare la politica, devi andartene altrimenti noi ti mettiamo in prigione. Tuo marito è già in carcere, se ci finisci anche tu, ti togliamo i figli", lì ho capito che si trattava di una minaccia vera a propria. Ma io sapevo anche che non avevo il diritto di rimanere indifferente, di smettere di lottare, ecco perché ho scelto di portar via i miei figli. Ho deciso di portarli via dalla Bielorussia perché solo così avrei potuto continuare a cuor leggero".
Maria Kolesnikova è in carcere da settembre. Come sta? Cosa stanno facendo in questo momento a tutti i dissidenti in carcere in Bielorussia?
"Non posso conoscere i dettagli su ogni prigioniero politico in Bielorussia, su ogni persona arrestata e che non è ancora stata dichiarata "prigioniero politico", ma ho come l'impressione che le persone più popolari vengano trattate in maniera migliore, non che abbiano un occhio di riguardo, ma credo che vengano trattate con un po' di decenza in più: non vengono torturate, non vengono violentate. Tutte le altre, le migliaia di persone che sono state imprigionate in Bielorussia per il solo fatto di aver partecipato alle manifestazioni pacifiche, quando escono dal carcere ci raccontano storie che fanno rabbrividire. Ci parlano di condizioni di scarsità di cibo. Voi in Italia fate fatica a immaginarlo, ma ora in Bielorussia ci sono -20°, - 25°, immaginate... non c'è riscaldamento nelle celle: è una tortura vera e propria, perché la gente si sta congelando. Non viene fornito dentifricio, non viene fornito sapone. Immaginate... per igienizzare buttano dell'acqua con il cloro sul pavimento della cella e la gente soffoca perché non c'è ricambio d'aria. Fa freddo, le finestre sono chiude e manca l'aria, la gente soffoca ed è una bruttissima sensazione. La gente sta patendo moltissimo. Lei mi chiede come sta Maria Kolesnikova, spero davvero che stia bene, vivamente. Lei è una persona molto forte. È sempre stata decisa e il fatto che abbia strappato il passaporto la dice lunga su quanto sia forte. Pratica tanto sport in cella, una cella di due metri per due. Mette il rossetto rosso e cerca di tirarsi su di morale. Comunica attraverso le sue lettere in cui dice: "Sono stata arrestata e sono in prigione, ma dentro sono libera e, anche con la violenza dei manganelli, questa libertà non mi verrà mai tolta".
Nel ritirare il Premio Sacharov lei ha detto: "Noi vi chiediamo di non intervenire negli affari interni della Bielorussia, ma sostenere i diritti umani e la democrazia non è un'interferenza" e questa l'ho trovata una dichiarazione molto potente. Negli ultimi 26 anni avete sperato che qualcuno intervenisse per fermare la dittatura di Lukashenko? Questo cambiamento può sono avvenire partendo dall'interno o è necessario un intervento esterno?
"La responsabilità di ciò che sta accadendo in Bielorussia è sulle spalle dei bielorussi stessi, sulla dittatura, sul regime e sulle persone comuni che vogliono mettere un punto al regime, che vogliono costruire un paese felice, nuovo, libero. Però dobbiamo anche capire e renderci conto dello squilibrio. Lukashenko ha forze speciali, forze antisommossa, ha manganelli, ha tanta gente, ha il controllo della tecnologia. Le persone normali non hanno niente, solo la speranza che possa cambiare qualcosa. Naturalmente, però, nonostante questo squilibrio nel potere, sappiamo che non possono, gli altri paesi, subentrare e intervenire per fare in modo che Lukashenko se ne vada. Però, allo stesso tempo, non è accettabile che nel centro dell'Europa si assista a questa violenza e allo sradicamento totale dei diritti umani; ecco perché vogliamo che alle parole seguano le azioni. Ecco perché chiediamo di fare pressione sul regime e non perché il regime non mi piaccia, ma perché questo regime sta minando i diritti umani con azioni molto violente. Sono grata all'Europa perché, nel momento in cui abbiamo intrapreso questa rivoluzione, o meglio, questa evoluzione bielorussa, ci ha dato un grande sostegno; che Lukashenko non sia stato riconosciuto come presidente legittimo è stato un messaggio molto forte che ci è arrivato dall'Europa e che ci ha fatto capire di essere sulla strada giusta. Il fatto che l'Europa non aiuterà Lukashenko, che non avrà una posizione neutra, ci ha dato una carica enorme. E che io, come leader scelta dal popolo bielorusso, venga accettata ai massimi livelli in altri paesi, che grazie a me sia stata data al popolo bielorusso la possibilità di dialogare con l'Europa, ci ha fatto sentire forse l'ondata di solidarietà. Però i bielorussi dopo un po' di tempo si sono disillusi perché non sono stati intrapresi passi concreti. Ora abbiamo 32 mila persone imprigionate. Abbiamo visto le fotografie delle persone torturate, ferite con armi da fuoco, senza arti; ci sono tantissime fotografie che girano su Internet, eppure ci sono stati solo tre pacchetti di sanzioni che hanno riguardato poche centinaia di persone. Quindi è una presa in giro, voi ci dite: "Grazie per quello che state facendo", vi preoccupate, ma non c'è nulla di concreto. Purtroppo pochi paesi ci sono vicini e agiscono concretamente per noi. Quando noi bielorussi guardiamo all'Unione europea, abbiamo come l'impressione di vedere un'unione di paesi forti che si esprimono e che sono responsabili delle loro parole. Noi eravamo convinti di poter ottenere questo sostegno concreto; ci sono tante persone che soffrono, la nostra gente non è ricca, abbiamo centri per la protezione dei diritti umani che forniscono assistenza per gli avvocati, abbiamo 227 prigionieri politici che devono ricevere la visita del loro legale almeno una volta a settimana, e gli avvocati vanno pagati. Dobbiamo anche fornire vestiti e prodotti alimentari alle persone arrestate, questi servizi costano e, non vorrei risultare offensiva, ma dall'Europa ci aspettavamo di più. Eppure, verso i bielorussi, notiamo che interesse è scemato nonostante le repressioni non siano scomparse, anzi si sono acuite e il nostro dolore è tuttora forte. Ci sono persone detenute; i miei figli, per esempio, non vedono mio marito, loro padre, da 8 mesi. Mia figlia mi chiede se suo padre sia ancora vivo. Mi rendo conto che ci sono tante istanze provenienti da tutto il mondo, ma noi viviamo di fronte a voi e abbiamo questo maledetto dittatore che non ci permette nemmeno di esprimerci perché se sei un dissidente sei privato della libertà. Noi chiediamo all'Europa di darci supporto, deve agire in maniera più forte, più reattiva. Voi vivete in un paese libero, siete persone libere, avete dei valori, dovete lottare per questi valori. Questa è una prova anche per l'Europa, dovete capire se i vostri valori sono basati solo sulle parole o se realmente siete disposti a difendere con i fatti la democrazia e i diritti umani".
Cosa deve accadere perché Lukashenko cada: si rischia una guerra civile? Cosa deve succedere perché cada questo regime di polizia?
"Noi vogliamo agire nel rispetto della legge. Lukashenko ha detto: "A volte non c'è tempo per le leggi", e lo ha detto quando picchiava e arrestava, quando le persone venivano giudicate sulla base di false accuse; in quel caso non ha agito legalmente. Invece noi, in ogni circostanza, vogliamo agire secondo legge, siamo contro la violenza. Personalmente non ho alcuna intenzione di assumermi la responsabilità di dire: "Andate a sparare", e non posso assumermela perché so che ci saranno vittime, e io non voglio che tra i miei concittadini ci siano vittime. Però chi è al potere deve capire che ci sono nuovi movimenti politici che, al contrario, potrebbero assumere su di sé, in Bielorussia, questa responsabilità, e saranno in grado di richiamare le persone ad azioni più concrete. E se così fosse, non abbiamo idea di cosa potrebbe accadere".
Quindi secondo te c'è il rischio di una lotta armata?
"Dobbiamo dialogare e risolvere con il dialogo ogni contrasto; noi vogliamo evitare che ci siano vittime, da sei mesi continuiamo a dirlo. Abbiamo anche contattato la Russia, l'amico più vicino a Lukashenko, abbiamo provato ad avviare questo dialogo, ma per il dialogo sembra non esserci spazio. Lukashenko continua a dire di non volersi aggrappare al potere, ciononostante reprime tantissime persone pur di rimanere al potere. Si è reso conto di essere in bancarotta e di non contare assolutamente nulla per la nostra gente: ha il potere solo grazie alle forze armate. Ecco perché il nostro compito adesso è di convincere le forze antisommossa a prendere parte, e a farlo al fianco del popolo della Bielorussia libera, perché anche i loro figli dovranno vivere in questo paese e subiranno questa dittatura. Sono in tanti, nelle forze dell'ordine, a rendersi conto che così non può andare avanti, però sono schiavi del sistema dal punto di vista economico perché se un poliziotto antisommossa dovesse licenziarsi prima del tempo, dovrebbe pagare molti soldi al suo paese. Inoltre si stanno rendendo conto di essere criminalizzati per le violenze perpetrare... c'è tanta propaganda, e il nostro compito, ora, è convincere gli agenti antisommossa che chi ha colpe verrà giudicato in base alla legge da tribunali indipendenti. E chi non ha mai fatto nulla di grave dovrà rimanere con il paese, con il popolo, perché nella nuova Bielorussia avremo bisogno di una polizia libera e leale: le risorse che abbiamo a nostra disposizione, in questo momento, le dobbiamo ampliare per far sì che le risorse di Lukashenko al contrario diminuiscano: solo se questo equilibrio cambierà, potremmo portare il potere al dialogo, un dialogo che attualmente non c'è".
Da sei mesi vive in esilio, in Lituania, immagino una scelta molto sofferta e obbligata: tornerà in Bielorussia solo una volta caduto Lukashenko?
"Tornerò in Bielorussia quando mi renderò conto che dopo aver attraversato la frontiera non verrò immediatamente arrestata, e questo potrebbe accadere se fossi accompagnata da diplomatici o ambasciatori, con delle garanzie da parte del regime. Ma dovrebbe esserci quel dialogo di cui ho parlato, dialogo che ora non c'è. Oppure rientrerò in Bielorussia quando verranno rilasciati i prigionieri politici, quando verrà scarcerato mio marito. Ci devono essere le condizioni e i presupposti per il mio ritorno, perché tornare in Bielorussia sapendo che verrò messa in prigione, farebbe di me una vittima non necessaria. Questa mia non è una via di uscita perché, al contrario, il mio esilio potrebbe rafforzare lo spirito dei bielorussi che vorranno scendere in piazza".
I simboli della vostra coalizione sono un pugno alzato, una "V", e un cuore fatto con le mani. Come li avete scelti?
"È stata una casualità, una cosa davvero spontanea. È capitato che Viktor Babaryko e il suo team avessero già come simbolo il cuoricino fatto con le mani; Veronika Tsepkalo ha assunto come simbolo la "V", "V" come vittoria e come Valery, il nome di suo marito. Sergei Tikhanovsky, mio marito, mostrava il pugno per dare forza alle persone: quando è arrivata la pandemia e non ci si poteva stringere la mano per salutarsi, abbiamo scelto il pugno. Così è nata questa immagine rivoluzionaria, adottata anche dalla nostra gente: crediamo, riusciamo e vinceremo".
Grazie a Svetlana Tikhanovskaya. Ti chiedo solo questo: va aggiunto qualcosa a quanto abbiamo già detto?
"Vorrei rivolgermi ai vostri lettori e alla società internazionale. Vorrei ripetere che non bisogna valutare le nostre manifestazioni contando le persone che scendono in piazza, non vi focalizzate sul fatto che le nostre dimostrazioni non sono così massicce; dovete andare alla radice del problema. La situazione in Bielorussia è peggiorata, noi non abbiamo smesso di lottare e continuiamo nonostante l'indifferenza, nonostante le migliaia di persone incarcerate. E qui, da queste pagine, voglio rivolgermi a ogni italiano con un appello: scrivete, mandate lettere ai nostri prigionieri politici, a loro fa bene ricevere lettere di vicinanza. Ci sono tanti bielorussi che scrivono ai nostri prigionieri messaggi di sostegno. Se potete, provate a dedicare del tempo anche voi, bastano poche righe. Gli indirizzi sono reperibili sui siti delle associazioni per i diritti umani (come Viasna, ndr), ci sono nomi e cognomi... la nostra gente ve ne sarà grata, perché tutto quello che stiamo facendo adesso è una piccola goccia che, unita ad altre gocce formerà un oceano, un'ondata di solidarietà che ci aiuterà nella nostra lotta".
di Carlo Ciavoni
La Repubblica, 18 febbraio 2021
L'analisi di Amnesty International. Il dominio delle bande e l'assenza di giustizia. Un decennio di soprusi, omicidi extragiudiziali e impunità dei miliziani accolti nei gangli dello Stato. In Libia la giustizia per le vittime di crimini di guerra e di gravi violazioni dei diritti umani si fa ancora attendere. Si tratta di omicidi extragiudiziali, sparizioni, torture, sfollamenti forzati e sequestri di persona, commessi da milizie e gruppi armati. A denunciare tutto questo è oggi Amnesty International, a 10 anni dal rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi. Secondo l'organizzazione per i diritti umani, le autorità libiche hanno promosso e legittimato capi delle milizie responsabili di violazioni inimmaginabili dei diritti basilari delle persone anziché accertare le loro responsabilità e risarcire le vittime di tutte le nefandezze commesse sotto il regime di Gheddafi e soprattutto dopo la sua scomparsa di scena.
L'impunità regna sovrana da 10 anni. Nel 2012 una legge ha concesso piena immunità ai membri delle milizie per le azioni commesse al fine di "proteggere la Rivoluzione del 17 febbraio". Il sistema giudiziario libico non funziona ed è inefficace: giudici e procuratori rischiano di essere sequestrati e assassinati semplicemente per il fatto di svolgere il loro lavoro. L'accertamento delle responsabilità resta una chimera, anche per i crimini commessi durante il regime di Gheddafi. Come il massacro del 1996 nella prigione di Abu Salim. I tentativi di portare di fronte ad un Tribunale i funzionari agli ordini di Gheddafi sono stati caratterizzati da gravi violazioni dell'equità dei processi, da torture e sparizioni forzate
Oggi un Paese senza pubblici poteri riconosciuti e credibili. Intanto la società civile libica, secondo diversi segnali colti da operatori umanitari, tende a percepire e valutare la situazione che si è creata in modi molto diversi: c'è chi crede di assistere ad una cospirazione internazionale - come del resto la cronaca degli avvenimenti ci conferma - che ha lo scopo di ridisegnare i perimetri di influenza nella regione. C'è poi chi invece ritiene che la "rivoluzione" di 10 anni fa, di fatto, ha raggiunto i suoi scopi. Altri ancora tendono a giudicare solo in base a quello che oggettivamente oggi si vede: un Paese allo sbando, insicuro, senza istituzioni e pubblici poteri riconosciuti solidi e credibili.
Dieci anni in un vortice di crimini di guerra. Le proteste iniziate nel febbraio 2011 vennero stroncate con violenza e degenerarono presto in un conflitto armato che, dopo una campagna aerea della Nato, portò alla caduta di Gheddafi. Da allora, la Libia è sprofondata in un vortice oscuro dove non esistono regole e dove milizie armate in lotta fra loro compiono crimini di guerra, per lo più fuori dai radar del sistema mediatico internazionale. Vari governi che si sono succeduti in Libia avevano promesso di ripristinare lo Stato di Diritto, di rispettare i principi fondamentali della convivenza civile, ma nessuno finora è riuscito a riprendere il controllo effettivo e totale della situazione.
Quando tutto cominciò. La missione aerea che portò alla fine del regime di Gheddafi e alla sua uccisione ebbe inizio la mattina del 19 marzo 2011. Tutto cominciò all'indomani della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che delimitò una zona d'interdizione al volo sul Paese, con lo scopo (ufficiale) di tutelare l'incolumità della popolazione civile dai combattimenti violenti tra le forze armate fedeli a Gheddafi e i ribelli che avevano animato le proteste di piazza per rovesciare il suo regime. A cominciare furono i caccia bombardieri francesi, con un attacco contro le postazioni terrestri dell'esercito regolare libico, vicino a Bengasi. Solo qualche ora dopo seguì il lancio di missili Tomahawk dalle navi statunitensi e britanniche al largo della costa libica, contro obiettivi strategici su tutto il territorio della nazione.
Gli assassini accolti nelle istituzioni dello Stato. Cominciò così un nuovo capitolo della storia del vicino Paese mediterraneo. "Per dieci anni - dice Diana Eltahawy, vicedirettrice per il Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International - l'accertamento delle responsabilità e la giustizia sono stati sacrificati in nome di una pace e di una stabilità mai raggiunte. Gli autori delle violazioni dei diritti umani hanno beneficiato dell'impunità, sono stati integrati nelle istituzioni statali e sono stati trattati addirittura con deferenza. Se i responsabili delle violazioni dei diritti umani non saranno portati di fronte alla giustizia e continueranno a essere premiati con posizioni di potere - ha aggiunto Diana Eltahawy - la violenza, il caos, gli abusi sistematici e la sofferenza dei civili che hanno segnato l'era post-Gheddafi proseguiranno incontrastate".
Le due entità rivali in conflitto. Dal 2014 la Libia si è frammentata in due entità rivali in competizione per ottenere legittimità, governo e controllo del territorio. Lo scorso 6 febbraio i negoziati guidati dalle Nazioni Unite hanno portato all'annuncio di un nuovo governo di unità nazionale, col compito di organizzare le elezioni nazionali nel corso dell'anno. "Chiediamo a tutte le parti in conflitto e al nuovo governo di unità nazionale - ha sottolineato Eltahawy - di assicurare che alle persone sospettate di aver commesso crimini di diritto internazionale non siano affidati posti di potere dai quali potranno continuare a compiere violenze e a rafforzare l'impunità. Le persone accusate di crimini di guerra dovrebbero essere sospese da posizioni di autorità, in attesa dell'esito di autentiche indagini indipendenti", ha concluso.
Le promozioni e gli stipendi ai miliziani. La realtà di questi ultimi anni è stata caratterizzata da promozioni di capi delle milizie responsabili di uccisioni illegali e torture, con la complicità (o la "distrazione") dei governi che si sono succeduti alla guida del Paese dopo la caduta di Gheddafi. sono stati integrati uomini delle milizie nei ministeri della Difesa e dell'Interno, ai quali sono stati attribuiti incarichi speciali, inseriti a libro-paga del Governo.
Ad esempio, il cui Consiglio di presidenza dell'esecutivo di accordo nazionale di Tripoli ha nominato, all'inizio di quest'anno, Abdel Ghani al-Kikli (noto come "Gheniwa"), capo della milizia "Forza di sicurezza centrale di Abu Salim", a capo di un nuovo organismo chiamato "Autorità di sostegno alla stabilità", alle dirette dipendenze della presidenza. "Gheniwa" è uno dei più potenti capi delle milizie tripoline costituitesi dopo il 2011, in uno dei più popolosi quartieri della capitale, Abu Salim, dove si trova il carcere di massima sicurezza di Tripoli, luogo indicato spesso dagli attivisti dei diritti umani come un vero inferno per chi vi è rinchiuso.
Delinquenti con ampi poteri. "Gheniwa"e la sua agenzia, insomma, avranno ampi poteri, compresi quelli dell'applicazione della legge: potrà arrestare persone per motivi di "sicurezza nazionale". Tutto questo nonostante negli ultimi 10 anni Amnesty International abbia documentato crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani ad opera di gruppi sottoposti al suo comando. Nel 2013 e nel 2014 le ricerche di Amnesty International servirono per scoprire che persone detenute dalle forze di sicurezza controllate da "Gheniwa" erano state sottoposte a sequestri e torture e altri maltrattamenti, a volte con esiti mortali. La stessa Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) è arrivata a conclusioni analoghe, comprese quelle relative alle morti in custodia sotto tortura.
Stupratori funzionari del ministero dell'Interno. Il Governo di accordo nazionale, già dal 2016, aveva assegnato stipendi alle milizie di "Gheniwa", integrando suoi uomini nel ministero dell'Interno, rendendo così legittimi e "legali" gli omicidi, i sequestri di persona, le torture, le violenze sessuali contro le detenute. Insomma, impunità di massa. "Gheniwa" e le forze in servizio nel carcere di Abu Salim non sono stati gli unici ad essere stati ricompensati, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani a loro carico. Nel gennaio scorso - sempre secondo il lungo rapporto di Amnesty International - Haitham al-Tajouri, capo della milizia "Brigata dei rivoluzionari di Tripoli" è stato nominato vice di "Gheniwa", nonostante fosse stato coinvolto in detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate e torture.
Sequestri di persona, torture, uccisioni extragiudiziarie. Sempre a Tripoli e sempre su decisione del Governo di accordo nazionale, nel 2018 le "Forze speciali di deterrenza" (note come "al-Radaa"), sotto il comando di Abdel Raouf Kara, sono state integrate nel ministero dell'Interno. Due anni più tardi, nel 2020, vennero trasferite sotto il diretto controllo del Consiglio di presidenza. Sia Amnesty International che altri organismi tra cui le Nazioni Unite, hanno documentato il coinvolgimento di "al-Radaa" in sequestri di persona, sparizioni forzate, torture, uccisioni extragiudiziarie, lavoro forzato, attacchi alla libertà d'espressione e persecuzione ai danni di donne e di esponenti della comunità Lgbtq+.
Le milizie di Misurata. E ancora. Nel settembre 2020, il Governo di accordo nazionale ha anche promosso Emad al-Trabulsi, capo della milizia "Sicurezza pubblica", a vicedirettore dell'intelligence nonostante il coinvolgimento di questa milizia in violazioni gravissime dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati. Vari governi non hanno portato di fronte alla giustizia gli appartenenti alle milizie di Misurata responsabili di crimini di guerra tra cui attacchi contro la popolazione civile, come quello contro la città di Tawarga nel 2011, che causò lo sfollamento forzato di circa 40.000 persone. Le milizie di Misurata hanno sottoposto gli abitanti ad arresti arbitrari di massa, uccisioni illegali, torture con esiti a volte mortali e sparizioni forzate.
Le coperture e le complicità dell'Egitto. Le forze armate arabe libiche continuano a proteggere i capi della "Nona brigata" (nota come "Forze al-Kaniat"), coinvolta in omicidi di massa, nel disfacimento di cadaveri in fosse comuni, in torture e sequestri di persona nella città di Tarhuna. Contribuiscono ad evitare l'accertamento delle responsabilità anche ulteriori parti. L'Egitto, ad esempio, ha continuato a proteggere Khalid al-Tuhamy, capo della sicurezza ai tempi di Gheddafi e ricercato dal Tribunale penale internazionale, fino alla sua morte avvenuta nel febbraio 2012. Turchia, Russia, Emirati Arabi Uniti e lo stesso Egitto hanno violato l'embargo delle Nazioni Unite sulle armi alla Libia.
La Missione di accertamento. Nel giugno 2020, il Consiglio Onu dei diritti umani ha approvato una risoluzione per l'istituzione di una Missione di accertamento dei fatti per indagare sulle violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario commesse da tutte le parti coinvolte nel conflitto libico. "L'accertamento delle responsabilità dev'essere una componente centrale del processo politico in Libia", ha sottolineato infine Eltahawy.
di Angeles Espinosa
La Repubblica, 18 febbraio 2021
Fawzia Koofi, avvocata e politica, è una delle quattro componenti femminili della delegazione governativa di Kabul che dialoga con i fondamentalisti. I talebani tentarono di ucciderla nel 2010. Dieci anni dopo, Fawzia Koofi siede di fronte a loro per negoziare il futuro dell'Afghanistan. Nemmeno un ennesimo attentato, in cui fu ferita da una pallottola lo scorso agosto, le impedì di unirsi ai colloqui di Doha poche settimane dopo.
A 45 anni, questa politica, nota per la sua difesa dei diritti delle donne afgane, sostiene che quella del dialogo tra coloro che hanno progetti diversi per il Paese è l'unica strada da seguire per mettere fine a quarant'anni di guerra e di miseria.
Koofi (nata a Kof Ab, provincia di Badakhshan, nel 1975) inizia la sua carriera politica nel 2001 quando, dopo la caduta del regime talebano, promuove la campagna "Ritorno a scuola" in difesa del diritto delle bambine e delle donne afgane all'istruzione, che gli estremisti avevano loro negato. L'Unicef, l'agenzia delle Nazioni Unite per l'infanzia, la nomina responsabile della protezione dei minori. Quattro anni dopo, si candida per il Badakhshan, la provincia dove è nata, alle prime elezioni legislative dell'Afghanistan. Non solo ottiene il seggio, ma è la prima donna afgana ad essere eletta vicepresidente della Wolesi Jirga, la Camera bassa dell'Assemblea Nazionale. Nel 2019, fonda il partito Movimento per il Cambiamento.
Ma questa è solo una parte della storia. Il processo che l'ha portata ad essere una delle quattro donne nella delegazione del governo per i negoziati con i talebani ha molto a che fare con la traiettoria della sua vita. Diciannovesima dei 23 figli di un uomo che aveva sette mogli, Koofi fu inizialmente rifiutata da sua madre, che voleva un figlio maschio per conservare l'affetto del marito. Come racconta nella sua autobiografia, "Lettere alle mie figlie" (Sperling & Kupfer), è sopravvissuta dopo essere stata abbandonata per un giorno intero sotto il sole e, contro ogni previsione, è cresciuta per seguire le orme di suo padre, un deputato ucciso dai mujaheddin durante la guerra civile scoppiata negli anni Ottanta del secolo scorso.
La morte del padre costrinse i Koofi a cercare rifugio a Kabul e permise a Fawzia di essere la prima bambina della famiglia a frequentare la scuola. Questo non le evitò un matrimonio combinato, che lei accettò. L'uomo che sarebbe diventato suo marito, Hamid Ahmadi, ingegnere e professore di chimica, non era contrario al suo sogno di diventare medico. Ma la sua vita cambiò quando i talebani andarono al potere a Kabul. Oltre a vietare alle donne di studiare, i fondamentalisti islamici misero in prigione Hamid appena 10 giorni dopo il matrimonio, nel 1997. Koofi riuscì a farlo uscire di prigione, ma la tubercolosi che vi aveva contratto gli impediva di lavorare (e avrebbe messo fine alla sua vita nel 2003). La coppia, con Koofi già incinta della loro prima figlia, si trasferì a Faizabad, la capitale del Badakhshan, fuori dal controllo dei talebani, dove lei si dedicò a dare lezioni per mantenere la famiglia, cui presto si aggiunse la seconda figlia.
Lì la sua vita privata si intreccia con i primi passi nella vita pubblica. Sconfitti i talebani, studia relazioni internazionali e diventa avvocato. Combattente instancabile per i diritti delle donne e dei bambini, il suo lavoro è all'origine del miglioramento delle condizioni di vita delle donne in prigione, dell'istituzione di una commissione per combattere la violenza (soprattutto sessuale) sui bambini, delle modifiche al codice della famiglia sciita - che riconosceva il diritto allo stupro all'interno del matrimonio, permetteva i matrimoni tra bambini e stabiliva che una donna avesse bisogno del permesso del padre o del marito per studiare, lavorare o andare dal medico - o, più recentemente, della campagna per inserire il nome delle madri sulle carte d'identità.
Ma Koofi non si limita a lottare per la causa delle donne. Sostenitrice della democrazia e dell'Islam moderato, crede che l'uguaglianza sia impossibile in un contesto di violenza. Per questo avrebbe voluto candidarsi alla presidenza nel 2014, ma dovette rinunciarci non avendo raggiunto l'età di 40 anni richiesta dalla legge al momento della chiusura delle candidature. Per questo si è anche coinvolta fin dall'inizio negli sforzi per aprire un canale di dialogo con i talebani.
Anche prima che il gruppo accettasse di tenere dei colloqui con il governo a Doha, Koofi, insieme all'attivista Laila Jafari, fece parte della prima delegazione della società civile che incontrò i fondamentalisti a Mosca nel 2019. Vedendo che i suoi interlocutori erano tutti uomini, suggerì loro persino di includere qualche donna. I talebani si misero a ridere, ma non era uno scherzo. Koofi stava cercando di capire fino a che punto si fossero evoluti. Ora dicono di accettare che le donne possano studiare e lavorare "nei limiti della legge islamica e della cultura afgana". Koofi è diffidente. "Non vogliamo essere vittime della pace", dice. Per lei, pace significa vivere con "dignità, giustizia e libertà". Ecco perché difende la presenza di truppe straniere in Afghanistan fino a quando non sarà raggiunta una soluzione politica stabile.
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- Vaccini in carcere, priorità anche ai volontari
- Un'ostinata razionalità per non essere trascinati nella "questione criminale"
- Il garantismo come legge del più debole e dell'oppresso, contro il potere
- Rivolte in carcere e presidi di protesta, le linee guida del capo della polizia










