di Andrea Capocci
Il Manifesto, 20 novembre 2020
Con oltre 36 mila nuovi casi positivi al coronavirus rilevati con 250 mila tamponi, nelle ultime 24 ore il contagio in Italia sembra essersi stabilizzato. Da circa una settimana i casi oscillano intorno agli stessi numeri e il rapporto tra casi positivi e persone testate, ritornato sotto il 30%, dimostra che l'effetto non è dovuto alla raggiunta saturazione della capacità diagnostica.
Non si ferma però l'ondata di decessi. I 653 registrati ieri sono un centinaio in meno rispetto a 24 ore prima, ma rimaniamo il paese con il più alto numero di vittime giornaliere in Europa. Il record si spiega in gran parte con fattori demografici. L'Italia ha una delle popolazioni più anziane del mondo, con un'età mediana di circa 47 anni contro i 44 dell'Unione Europea. Inoltre, i nostri anziani sono più longevi ma non godono di ottima salute. "Sono tante le patologie croniche che colpiscono la popolazione" spiega Giovanni Maga, virologo al Cnr. "Diabete, ipertensione, obesità, malattie cardiovascolari. Ma sappiamo che queste malattie, associate al Covid, possono aggravare il quadro clinico, fino purtroppo al decesso".
I numeri gli danno ragione. Mentre l'aspettativa di vita in Italia è di circa 83 anni, due in più del resto d'Europa e tra le più elevate al mondo, la classifica cambia se si contano gli anni in salute. Un anziano italiano, a 65 anni, può contare mediamente su altri dieci anni di vita senza disabilità, più o meno nella media europea: significa un anno meno dei francesi, due di tedeschi e spagnoli, addirittura sei meno che in Svezia. Il gran numero di anziani in cattive condizioni di salute fornisce dunque una parziale spiegazione al numero dei decessi del nostro paese. Conta poi la struttura sociale, secondo Maga: "Gli anziani da noi sono molto più coinvolti, stanno di più in famiglia, suppliscono alle carenze del welfare occupandosi dei nipoti. Questo chiaramente alza il livello di rischio".
Il numero dei decessi è quello che cresce più velocemente, secondo il report settimanale della fondazione Gimbe. I 4.134 morti dell'ultima settimana sono il 42% in più di quelli della settimana precedente. Nello stesso periodo, i nuovi casi sono cresciuti del 24% e i pazienti in terapia intensiva del 22%. "Tuttavia - puntualizza il presidente della fondazione Nino Cartabellotta - non conoscendo i flussi dei pazienti in entrata e in uscita, non si può escludere che questo dato sia influenzato dall'effetto saturazione dei posti letto che nelle terapie intensive purtroppo causano un incremento della letalità".
Per l'attesa rivalutazione del rischio delle regioni, più del numero dei decessi conta il tasso di saturazione dei reparti ospedalieri, che secondo l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali ieri è calato al 41% (-2%) in terapia intensiva e al 50% (-1%) nell'area medica. Sono valori comunque elevati, entrambi al di sopra della soglia di allarme. Prima della pandemia, infatti, i reparti erano quotidianamente riempiti al 70% per le altre patologie. Se i pazienti Covid-19 richiedono più del 30% dei posti letto in terapia intensiva, la coperta diventa corta e altri pazienti devono rinunciare a cure potenzialmente salva-vita. Solo Friuli, Veneto, Molise e Sicilia non sforano la soglia.
Le attese valutazioni sulle nuove zone rosse, arancioni e gialle si baseranno sui dati della settimana 9-15 novembre a causa del ritardo dovuto alla comunicazione e all'elaborazione dei dati. In quella settimana, le regioni con la maggiore crescita dei nuovi casi sono state la Valle d'Aosta e l'Abruzzo (già zona rossa). Anche Puglia, Basilicata, Emilia-Romagna e Sicilia, ora arancioni, rischiano misure più restrittive a causa dei casi in aumento. Se l'indice Rt supererà il valore di 1,5, il declassamento sarà inevitabile.
Le regioni dovranno comunicare al commissario Arcuri entro lunedì gli ospedali e le Rsa in cui prevedono di somministrare le prime dosi del vaccino Pfizer, quello con la logistica più complicata per la bassa temperatura di conservazione. "Per gli altri vaccini in arrivo, destinati invece a tutte le altre categorie di cittadini - ha detto Arcuri - saranno previste modalità differenti di somministrazione, in linea con l'ordinaria gestione vaccinale attraverso una campagna su larga scala".
di Luigi Ferrajoli*
Il Manifesto, 20 novembre 2020
Vengono colpite condotte lecite e virtuose come i salvataggi in mare per alimentare paure e razzismi e cercare consensi a misure illegali, come avviene con la chiusura dei nostri porti alle navi delle ong. Sulla questione migranti si gioca il futuro della nostra civiltà: dell'identità democratica dell'Italia, ma anche dell'Europa e di tutti i paesi ricchi dell'Occidente, oggi accomunati da una guerra crudele contro i migranti e dalla perdita di memoria dei "mai più" opposti, all'indomani della Liberazione, ai razzismi e ai genocidi, ai campi di concentramento e ai fili spinati, alle oppressioni e alle discriminazioni razziali.
Questa identità sta crollando a causa della stridente contraddizione tra i principi costituzionali di libertà e di uguaglianza che informano le nostre democrazie e le nostre politiche di esclusione dei migranti, fino all'assurda penalizzazione di chi salva vite umane in mare. È una contraddizione che, se non risolta, renderà impronunciabili i diritti fondamentali, i quali sono universali e indivisibili o non sono, e non potranno essere ancora proclamati se continuerà la loro lesione, ogni anno, in danno di milioni di esseri umani che muoiono per fame e mancanza di farmaci salva-vita e delle migliaia di persone che affogano in mare nel tentativo di raggiungere i nostri paesi.
Lo stesso diritto di emigrare, non dimentichiamo, è un diritto fondamentale vigente, stabilito dalla nostra Costituzione, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966. Non solo. È anche il più antico dei diritti umani, essendo stato formulato fin dal secolo XVI da Francisco De Vitoria a sostegno della conquista del "nuovo mondo", e poi rivendicato da John Locke, che lo pose alla base del diritto alla sopravvivenza, la quale, egli scrisse, è garantita a tutti dalla possibilità di emigrare "negli incolti deserti dell'America" giacché c'è "terra sufficiente nel mondo a bastare al doppio dei suoi abitanti".
Oggi che non sono più gli occidentali, ma quanti fuggono dai paesi impoveriti dalle nostre politiche predatorie a far uso del diritto di emigrare, l'esercizio di questo diritto si è capovolto in delitto, e lo si reprime con la stessa feroce durezza con cui lo si brandì alle origini della civiltà moderna a scopo di conquista e colonizzazione.
C'è poi un altro capovolgimento perverso e ancor più paradossale che contrassegna, in particolare, le politiche italiane contro gli immigrati: il capovolgimento dello stesso populismo penale in tema di sicurezza, esplicitamente operato dal secondo decreto Salvini ma di fatto confermato, sia pure dietro un mistificante giro di parole, dal recente decreto n. 130 dell'ottobre di quest'anno. Il vecchio populismo penale faceva leva sulla paura per la criminalità di strada, cioè per fenomeni enfatizzati ma pur sempre illegali, onde produrre paura e ottenere consenso a misure inutili e demagogiche ma pur sempre giuridicamente legittime, come gli inasprimenti delle pene decisi con i vari pacchetti di sicurezza.
Il nuovo populismo securitario fa leva, esattamente al contrario, sull'istigazione all'odio e sulla diffamazione di condotte non solo lecite ma virtuose e addirittura eroiche, come il salvataggio di vite umane in mare, al fine di alimentare paure e razzismi e ottenere consenso a misure esse stesse illegali, come la chiusura dei porti, le preordinate omissioni di soccorso, i sequestri delle persone salvate e le lesioni dei diritti umani dei migranti.
Questo nuovo populismo ha così prodotto e continua a produrre, oltre alle morti in mare, un danno gravissimo alle basi sociali e ideali della nostra democrazia: l'abbassamento del senso morale e dello spirito pubblico nella cultura di massa. Quando l'indifferenza per le sofferenze e per i morti, la disumanità e l'immoralità di formule come "prima gli italiani" a sostegno dell'omissione di soccorso sono praticate e ostentate dalle istituzioni, esse non soltanto sono legittimate, ma sono anche assecondate e alimentate. Diventano contagiose e si normalizzano.
Non capiremmo, senza questa corruzione del senso morale operata dall'esibizione dell'immoralità ai vertici dello Stato, il consenso di massa di cui godette il fascismo e di cui godono oggi, nei loro paesi, Trump e Bolsonaro, Orban ed Erdogan. Queste politiche crudeli hanno avvelenato e incattivito la società. Hanno seminato la paura e l'odio per i diversi. Hanno fascistizzato il senso comune.
Hanno screditato, con la diffamazione di quanti salvano vite umane, la pratica del soccorso di chi è in pericolo di vita e, con essa, i normali sentimenti di umanità che formano il presupposto della democrazia. Per questo - per non vergognarci dei nostri governanti - ci aspetteremmo, da questo governo, una svolta radicale, consistente nella cancellazione pura e semplice della parte del decreto in via di conversione che ancora lascia aperta la possibilità di impedire e sanzionare l'accesso nelle nostre acque territoriali delle navi che salvano vite umane in mare. È in questione non solo il diritto alla vita e la dignità di persone dei naufraghi, ma anche la nostra dignità e la dignità della nostra Repubblica.
*Professore emerito Filosofia del diritto Università RomaTre
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 20 novembre 2020
Il 17 novembre una schiacciante maggioranza di stati membri delle Nazioni Unite ha approvato la proposta di risoluzione, sottoposta al Terzo comitato dell'Assemblea generale, per una moratoria sull'uso della pena di morte. Il testo è stato presentato da Messico e Svizzera a nome di una Task force interregionale di stati membri e sponsorizzato da 77 stati. Il voto finale, nella sessione plenaria, avrà luogo a metà dicembre. Centoventi stati hanno votato a favore del testo, 39 hanno espresso voto contrario e 24 si sono astenuti.
Per la prima volta Gibuti, Libano e Corea del Sud hanno detto sì alla proposta di risoluzione. Repubblica del Congo, Repubblica Democratica del Congo, Eswatini, Guinea, Nauru, Filippine e Sierra Leone sono tornati a votare a favore, cosa che non avevano fatto nel 2018, così come lo Zimbabwe è tornato ad astenersi dopo che nel 2018 aveva votato contro.
Nove stati hanno fatto marcia indietro: Dominica, Libia e Pakistan hanno mutato il voto favorevole in contrario, Niger e Isole Salomone sono passati dal sì all'astensione, Antigua e Barbuda, Sud Sudan, Isole Tonga e Uganda dall'astensione al voto contrario. Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Gabon, Palau, Somalia e Vanuatu, che nel 2018 avevano votato a favore, non hanno preso parte alla votazione. Dal 2007, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato sette risoluzioni per l'istituzione di una moratoria sulle esecuzioni in vista dell'abolizione della pena capitale, ottenendo un crescente sostegno interregionale.
Le risoluzioni dell'Assemblea generale godono di un notevole peso politico e morale e la continua approvazione di queste risoluzioni ha fatto diventare la pena di morte una priorità in tema di diritti umani per la comunità internazionale. I voti a favore sono saliti da 104 nel 2007 a 121 nel 2018, coerentemente con la tendenza globale sull'uso della pena di morte. Il numero degli stati totalmente abolizionisti è cresciuto dal 90 nel 2007 a 106 nel 2020. Nel 2019 vi sono state esecuzioni in una minoranza di stati, 20 in tutto. Di questi, 13 possono essere definiti "esecutori costanti", avendo eseguito condanne a morte negli ultimi cinque anni consecutivi.
Dall'ultima approvazione, nel 2018, di una risoluzione sulla moratoria delle esecuzioni, progressi verso l'abolizione sono stati registrati in tutte le parti del mondo: il Ciad ha cancellato la pena di morte nel giugno 2020; negli Usa, New Hampshire e Colorado sono diventati rispettivamente il 21° e il 22° stato abolizionista e il governatore della California (lo stato col più grande braccio della morte) ha dichiarato una moratoria sulle esecuzioni. Kazakistan, Federazione Russa, Tagikistan, Malaysia e Gambia hanno continuato a rispettare la moratoria sulle esecuzioni; Barbados ha rinunciato all'obbligatorietà della condanna a morte per il reato di omicidio; Angola e Stato di Palestina hanno presentato richiesta di accessione al Secondo protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici che ha per obiettivo l'abolizione della pena di morte, mentre Armenia e Kazakistan l'hanno sottoscritto.
di Silvia Albano*
Il Manifesto, 20 novembre 2020
Il testo in discussione alla Camera. Troppe ombre nel provvedimento con cui il governo vuole sostituire i decreti sicurezza. Il testo del decreto-legge di modifica dei decreti sicurezza contiene sicuramente importanti novità, ma anche molte ombre che fanno ritenere che non si tratti affatto della rivoluzione annunciata.
In primo luogo si stabilisce che la richiesta di permesso di soggiorno può essere rifiutata o il permesso di soggiorno revocato "salvo ricorrano seri motivi derivanti dagli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato italiano", nelle intenzioni del legislatore (così si afferma nella relazione) risponderebbe al monito del presidente della Repubblica all'atto della promulgazione del primo decreto sicurezza (D.L. n. 113/2018), ma porrà un grave problema agli interpreti, perché non specifica che tipo di permesso di soggiorno verrebbe rilasciato in questo caso, mentre il vecchio comma 6 prevedeva che il questore rilasciasse un permesso di soggiorno per motivi umanitari.
Nonostante una giurisprudenza consolidata che affermava che la protezione umanitaria era una fattispecie aperta che permetteva di offrire tutela ai diritti fondamentali dello straniero protetti a livello costituzionale e internazionale, il legislatore ha compiuto la scelta di mantenere solo ipotesi tipiche di protezione speciale, che dovrebbero sostituire la vecchia protezione umanitaria, ampliandole in modo certamente condivisibile, ma con il limite della tipizzazione delle situazione cui offrire tutela.
Si pone, quindi il problema del raccordo tra questa tipizzazione e la modifica dell'art 5 comma 6 del Testo unico sull'immigrazione, permanendo la necessità di dare piena attuazione al diritto di asilo costituzionale. Si ampliano i casi di protezione speciale. Al rischio tortura in caso di rimpatrio è stato aggiunto il rischio di trattamenti inumani e degradanti e si inserisce anche il riferimento all'art 8 Cedu, il diritto al rispetto della vita privata e familiare.
Che ne sarà, però, della necessaria tutela, in ossequio agli obblighi costituzionali e internazionali dell'Italia, di tutte quelle condizioni di vulnerabilità che non sembrano rientrare nella normativa modificata e che sfuggono necessariamente a una tipizzazione, e che ruolo avrà nella possibilità di offrire tale tutela la nuova formulazione dell'art 5 comma 6 del TU sull'immigrazione?
Un esempio che riguarda un numero rilevante di migranti, è l'obbligo scaturente dall'art 14 della Convenzione contro la Tortura di assicurare una riabilitazione completa alle vittime di tortura, soggetti vulnerabili per eccellenza. Pensiamo a tutti coloro che sono stati imprigionati nei centri di detenzione in Libia.
Restano norme di dubbia costituzionalità che erano state soggette a serrate critiche. Non potrò citarle tutte per ragioni di spazio. Non è stato ripristinato l'appello per i procedimenti relativi al diniego del permesso di soggiorno per casi speciali, ove non c'è nemmeno un procedimento innanzi a un'autorità amministrativa quali le Commissioni Territoriali.
È stata abolita la procedura immediata, incompatibile con la direttiva procedure, ma resta immutato l'impianto delle procedure accelerate e l'allargamento dei reati che costituiscono cause di esclusione del riconoscimento dello status di rifugiato o protezione sussidiaria introdotto dal D.L. 113/2018 a fattispecie di scarsa offensività o allarme sociale a fronte dei gravissimi comportamenti e della gravità estrema delle condotte previste dagli strumenti internazionali.
Ciò aveva destato forti perplessità in ordine alla ragionevolezza di tale previsione, e con la nuova normativa la sussistenza di una delle ipotesi di esclusione accertata con condanna anche non definitiva diventa anche una nuova ipotesi di trattenimento nei CPR dei richiedenti asilo e diventa anche motivo di esclusione dal sistema di accoglienza per i titolari di protezione speciale, mentre la semplice denuncia per una di queste ipotesi di reato comporta l'applicazione della procedura accelerata (prima era prevista la procedura immediata).
È stato poi inserito un ulteriore autonomo motivo di trattenimento del richiedente asilo nell'ipotesi in cui vi sia stata la presentazione della domanda reiterata di protezione internazionale in fase di esecuzione di un provvedimento di allontanamento (art. 29 bis del D.lgs. n. 25/2008), che sembra essere di applicazione automatica. Resta la possibilità di revoca della cittadinanza italiana, prevista a seguito della condanna per reati gravissimi, ma che aveva suscitato pesanti critiche da parte dei costituzionalisti per la grave discriminazione operata in base al modo di acquisto della cittadinanza a fronte della configurazione costituzionale dell'istituto, non suscettibile di ogni possibile frammentazione. Non a caso, per risalire storicamente a forme differenziate di cittadinanza, occorre tornare con la memoria alla stagione coloniale italiana.
Si modifica anche il cd. decreto sicurezza bis prevedendo che le operazioni di soccorso siano escluse dalle eventuali limitazioni o divieti di transito nei porti, purché immediatamente comunicate alle autorità e condotte nel rispetto delle direttive del competente centro di coordinamento dei soccorsi in mare. Qui sta la criticità della norma perché lo stato italiano riconosce la zona Sar libica con la conseguenza che per ampi spazi di mare sarebbe competente per il coordinamento dei soccorsi la guardia costiera libica alle cui istruzioni le Ong si dovrebbero attenere. Insomma, come dicevo all'inizio mi pare che l'impostazione dell'approccio al tema dei migranti e della "sicurezza" non sia mutato nel modo radicale in cui tutti gli operatori del settore si aspettavano.
*Magistratura democratica
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 20 novembre 2020
Un rapporto inchioda i soldati: giustiziarono a sangue freddo quaranta civili. Lo scandalo, insabbiato da alti ufficiali, scuote l'opinione pubblica Sotto accusa il corpo d'élite Australian Defence Force (Adf). Esistono "prove credibili" che un corpo d'elite del contingente australiano stanziato in Afghanistan come parte della coalizione anti talebani abbia commesso crimini di guerra. È la conclusione a cui è giunto un rapporto dell'Australian Defence Force (Adf) a seguito di un'inchiesta durata 4 anni.
L'Australia è scossa da uno scandalo dalle proporzioni enormi che coinvolge la stessa posizione internazionale del paese. L'accusa principale è quella di aver giustiziato 39 civili senza nessuna plausibile giustificazione tra il 2009 e il 2013. L'indagine è stata condotta dal Magg. Gen. Justice Paul Brereton che ha ascoltato più di 400 testimoni. Nel rapporto vengono indicati 25 soldati delle forze speciali che hanno preso parte a uccisioni illegali direttamente o indirettamente nel corso di 23 "incidenti". In totale si tratta di 36 esecuzioni che ora saranno soggette alla lente d'ingrandimento della polizia federale. stato lo stesso capo dell'ADF, il generale Angus Campbell, a confermare che nessun caso può essere "definito come determinato dalla concitazione di una battaglia... o in circostanze di confusione".
In particolari, riferisce il rapporto, "ai soldati sarebbe stato ordinato di uccidere la loro prima persona come parte di una sorta d'iniziazione. Inoltre per coprire i crimini venivano lasciate armi vicino ai morti. Tradotto: crimini di guerra e trattamento crudele, figlio di una cultura distorta... abbracciata e amplificata da alcuni sottufficiali esperti, carismatici e influenti e dai loro protetti, che hanno cercato di confondere l'eccellenza militare con l'ego, l'elitarismo e il diritto". In ogni caso per l'ADF non sarebbe corretto incolpare i comandi superiori in quanto le violazioni sarebbero iniziate e nascoste da parte dei comandanti di pattuglia.
Una ricostruzione che conferma le conclusioni di chi, per prima, ha iniziato ad indagare sugli accadimenti. Si tratta della ricercatrice per i diritti umani Samantha Crompvoets: fin da subito aveva rilevato come ad essere coinvolti fossero anche sottufficiali molto influenti. "I comandanti di plotone incoraggiavano o insistevano che i giovani soldati giustiziassero i prigionieri per compiere la loro prima uccisione, quindi era quel tipo di comportamento per preparare questi giovani soldati o per farli entrare nello squadrone, questo è stato molto inquietante".
La dottoressa Crompvest dice di aver affrontato "un'enorme resistenza" quando il suo rapporto iniziale è trapelato. "Sono stata criticata per essere una donna, una civile, una femminista, che in qualche modo stava cercando di femminilizzare la difesa delle vittime". I vertici militari avrebbero cercato di ostacolare l'inchiesta, per questo la Commissione indipendente per i diritti umani dell'Afghanistan (Aihrc) insiste per andare a fondo. "Solo con inchieste indipendenti - spiega un portavoce della Commissione - potremo scoprire la reale portata di questo disprezzo per la vita afgana, che ha normalizzato l'omicidio ed è sfociato in crimini di guerra".
di Francesca Caferri
La Repubblica, 20 novembre 2020
Dopo il fermo di due attivisti di Eipr, l'ong con la quale collaborava anche Patrick Zaky, in molti al Cairo temono che gli arresti non saranno gli ultimi. Il presidente dell'organizzazione: "Siamo di fronte a violazioni che non avremmo immaginato cinque o dieci anni fa".
Karim Ennarah è stato fermato alle due del mattino di mercoledì, mentre era in vacanza con alcuni amici in un ristorante di Dahab, località balneare egiziana. Aveva scelto di andare lì per mettersi alle spalle la tensione che da giorni respirava al Cairo, ma non è bastato. Domenica, nella capitale egiziana, era stato arrestato un suo collega, Mohammed Basheer: entrambi lavorano per l'Egyptian initiative for personal rights (Eipr) una delle principali ong in difesa dei diritti umani rimaste attive in Egitto, la stessa con cui collaborava Patrick Zaky. Dopo l'arresto di Basheer, che non si occupa di contenuti ma dirige la contabilità, al gruppo di Eipr era stato subito chiaro che il cerchio si stava stringendo e che ci sarebbero stati altri fermi: diverse persone avevavo lasciato le loro case, altri come Karim, erano andati fuori città, ma non è bastato.
Gli arresti, temono al Cairo, non saranno gli ultimi: prima del fermo di Karim, i media pro-governativi avevano iniziato a pubblicare articoli critici di Eipr, accusando il gruppo di lavorare per danneggiare la reputazione dell'Egitto e di essere affiliato ai Fratelli musulmani e al Qatar. Due affermazioni che nell'Egitto di oggi portano con sè un messaggio chiaro: essere nel mirino delle autorità. I fermi seguono l'incontro di due settimane fa fra i rappresentanti di Eipr e gli ambasciatori dei Paesi occidentali (fra cui il rappresentante italiano, l'ambasciatore Giampaolo Cantini) per fare il punto sulla situazione dei diritti umani in Egitto.
Un incontro di routine che, secondo Gasser Abdel Razek, presidente di Eipr, ha scatenato i timori delle autorità per la possibile riapertura di un fronte diplomatico sul tema dei diritti umani, in coincidenza con l'avvio dell'amministrazione Biden. Il timore delle autorità egiziane sarebbe dunque che la nuova Casa Bianca possa essere molto più dura contro il Cairo di quanto non sia avvenuto finora, riportando le relazioni ai tempi dell'amministrazione Obama, quando il governo del presidente Abdel Fatah Al Sisi si vide bloccare milioni di dollari in aiuti militari proprio a causa della pessima situazione sui diritti umani.
Basheer e Ennarah, come Patrick Zaky, sono accusati di aver diffuso informazioni false e di aver complottato contro lo Stato: la situazione non sembra semplice perché il loro caso è stato inserito nello stesso file di quello dell'avvocatessa Mahienour el-Massry, collaboratrice di Amnesty International, arrestata più di un anno fa e da allora in attesa di giudizio. "L'estremo fastidio provocato nelle autorità dal nostro incontro con gli ambasciatori è la dimostrazione di quanto sia pessima la situazione dei diritti umani in Egitto - ha detto in un'intervista al giornale indipendente Mada Masr, Gasser Abdel Razek - non solo in termini di quantità ma anche di qualità. Siamo di fronte a violazioni che non avremmo immaginato cinque o dieci anni fa".
Amnesty International ha definito "oltraggiosi" gli arresti e invitato i governi i cui ambasciatori erano presenti all'incontro a fare pressione per il rilascio degli attivisti e perché in carcere non finiscano altre persone. Un appello rivolto anche a Roma da cui si attende una risposta chiara e autorevole, in linea con le promesse del governo sui rapporti con l'Egitto dopo l'uccisione di Giulio Regeni e l'arresto di Patrick Zaky.
La Stampa, 20 novembre 2020
È consuetudine che l'amministrazione uscente eviti le sentenze capitali. Il governo federale americano ha giustiziato un afroamericano - condannato per il sequestro, lo stupro e l'omicidio di un'adolescente in Texas - nonostante la tradizione che vuole che l'amministrazione uscente eviti di eseguire sentenze capitali.
Orlando Hall è l'ottavo detenuto federale a essere messo a morte quest'anno, dopo una pausa di 17 anni. Hall è stato ucciso con un'iniezione letale nel carcere federale di Terre Haute, in Indiana, come ha reso noto il dipartimento di Giustizia.
Il suo processo era stato macchiato da razzismo, secondo i legali dell'uomo, condannato nel 1995 per aver partecipato al brutale omicidio della 16enne Lisa Rene. L'esecuzione capitale è seguita al respingimento dell'appello dell'ultimo minuto fatto dagli avvocati di Hall alla Corte Suprema: si tratta della prima decisione presa dalla giudice scelta dal presidente Donald Trump, Amy Coney Barrett, che ha votato con i cinque colleghi - su nove totali - conservatori a favore dell'esecuzione.
di Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 20 novembre 2020
Lunedì scorso, il 16 novembre, le autorità irachene hanno impiccato 21 uomini. Un numero sconcertante. Erano accusati di terrorismo. Il Ministro degli Interni nel darne notizia non ha fornito dettagli né sull'identità dei giustiziati, né sui reati compiuti, limitandosi a dire che tra loro c'erano i responsabili di due attacchi suicida che causarono dozzine di morti nella città settentrionale di Tal Afar.
Le impiccagioni sono avvenute nel carcere di Nasiriyah, nel sud del Paese, l'unico in cui si compiono le esecuzioni. Gli iracheni lo hanno soprannominato la "balena", perché questo vasto complesso carcerario, dicono, "inghiotte le persone". L'Iraq ha dichiarato vittoria sullo Stato Islamico nel 2017, mettendo un numero impressionante di sospetti sotto processo e compiendo esecuzioni di massa.
L'Iraq aveva dichiarato vittoria anche su Saddam Hussein nel 2006, mandandolo al patibolo ad Abu Grahib, il carcere di Baghdad che dopo essere stato la centrale delle torture del regime sadamita è divenuto poi la centrale degli abusi compiuti durante l'occupazione americana. Oggi Abu Grahib è chiuso. Ma la logica male scaccia male imperversa ancora.
La pena di morte può essere imposta per circa 48 reati, inclusi reati non di sangue come il danneggiamento di proprietà pubbliche. Ma la raffica di condanne capitali ed esecuzioni a cui abbiamo assistito nell'Iraq "liberato" è stata determinata per lo più dal reato di terrorismo introdotto nel 2005 con una definizione tanto ampia e generica da spiegare i numeri elevati, seppur sottostimati, che ci troviamo di fronte. Il Governo iracheno non fornisce dati sulle carceri né dice quanti sono quelli che vi si trovano con un'accusa di terrorismo.
Però secondo alcuni studi sarebbero circa 20.000 i detenuti per rapporti con l'Isis. Oltre 1000 quelli mandati al patibolo dopo la "liberazione" dal dittatore Saddam. Sono stime, approssimazioni comunque sconcertanti. E a preoccupare ancora di più è il fatto che la mancanza di conoscenza sulla realtà carceraria e sulla pratica della pena di morte si riflette su quella relativa ai processi, assolutamente carenti sotto il profilo del giusto processo con casi ben documentati di confessioni estorte con la forza. E allora cerco un senso a tutto questo.
E lo ritrovo nel "Nessuno tocchi Saddam", quella iniziativa nonviolenta che Marco Pannella condusse per scongiurare l'esecuzione di chi era stato un suo grande avversario politico. Fu lo sciopero della sete più lungo della sua vita, quasi 8 giorni e rischiò di andare in dialisi. Pannella mise in gioco la sua vita per quella di Saddam!
Quel fatto, quella lotta incredibile giunse all'orecchio delle opinioni pubbliche mediorientali che allora compresero il senso dell'appello a una moratoria universale delle esecuzioni capitali che chiedevamo le Nazioni Unite facessero proprio. Fu anche così che riuscimmo a porre nel 2007 la pietra miliare nel processo abolizionista storicamente in atto della Risoluzione dell'Assemblea generale dell'ONU per la moratoria universale delle esecuzioni capitali.
Ora quell'appello alla moratoria, per il quale tanto lottammo, è l'unica proposta pragmatica, concreta, umana e civile che si possa avanzare in contesti come quello iracheno. Le Nazioni Unite, i Governi e le organizzazioni per i diritti umani se ne fanno forza. Dal 2008 ogni due anni al Palazzo di Vetro di New York è calendarizzato il voto di un nuovo testo di Risoluzione pro-moratoria. Proprio pochi giorni fa, nella notte tra martedì e mercoledì, il Terzo Comitato dell'Assemblea Generale a New York ha votato una nuova bozza con 120 voti a favore, 39 contrari e 24 astenuti.
È un buon risultato se pensiamo che nel 2007 i voti a favore furono 104. Ed è facile la previsione che in vista del passaggio della Risoluzione nella plenaria in dicembre i voti a favore aumentino come solitamente avviene. Tutto questo dimostra come il processo abolizionista sia inarrestabile. La pena di morte è ormai un ferro vecchio del passato dove i colpi di coda come quello trumpiano o iracheno non sono più la regola ma eccezioni giustizialiste mortifere. Nessuno tocchi Caino concepisce allora una nuova frontiera di lotta a difesa dell'inviolabilità della dignità umana. Dopo l'abolizione della pena di morte, noi andiamo verso l'abolizione della pena fino alla morte e soprattutto della morte per pena.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 20 novembre 2020
L'allarme che giunge per le basiliche, le biblioteche, i cimiteri, le scuole, i luoghi di culto cristiani nelle regioni dell'ex provincia sovietica, passata agli armeni dopo la guerra del 1991-93 e adesso cadute nelle mani dell'esercito dell'Azerbaijan musulmano sostenuto dalla Turchia di Erdogan, ricorda tragiche dinamiche mai sopite dell'antichissimo rituale della guerra.
Lo scenario che si prospetta nelle province armene del Nagorno-Karabakh non è molto diverso da quanto nel terzo millennio prima di Cristo avveniva nelle guerre di sterminio della Mezza Luna Fertile. Dopo la pulizia etnica arriva quella dei templi, dei monumenti, degli dei, dell'intero retaggio culturale del nemico. Dell'avversario battuto non deve restare più nulla, neppure la memoria della sua identità. L'allarme che giunge per le basiliche, le biblioteche, i cimiteri, le scuole, i luoghi di culto cristiani nelle regioni dell'ex provincia sovietica, passata agli armeni dopo la guerra del 1991-93 e adesso cadute nelle mani dell'esercito dell'Azerbaijan musulmano sostenuto dalla Turchia di Erdogan, ricorda tragiche dinamiche mai sopite dell'antichissimo rituale della guerra. Solo quattro o cinque anni fa la missione archeologica italiana nell'antica città ittita e assiro-babilonese di Karkemish, sull'attuale confine tra Turchia e Siria, aveva divulgato la scoperta del "pozzo delle civiltà". Un profondo anfratto all'interno delle mura dove ogni popolo vincitore gettava le statue, le monete, i simboli, le divinità di quello appena vinto.
Sono memorie che fanno capire quanto difficile e delicato sia ora il compito del contingente russo mandato da Putin a sorvegliare gli accordi di pace. Gli armeni sono in ritirata dalle regioni che stanno passando sotto il controllo musulmano. Quasi un ventennio fa erano le autorità sconfitte di Baku a chiedere la protezione Onu contro i vandalismi armeni. Ora la situazione pare rovesciata, ma in violenze e distruzioni molto peggiori. Si parla già di un nuovo "genocidio culturale" dei cristiani. Lo denunciava ieri con forza sul Wall Street Journal la studiosa Christina Maranci.
"I governi dell'Azerbaijan e della Turchia hanno messo in atto da tempo la ben documentabile politica di distruzione metodica del patrimonio culturale armeno nei loro territori. Tra il 1997 e il 2006 nella zona di Nakhichevan hanno abbattuto 89 chiese medioevali, 5.840 croci di pietra, 22.000 antiche pietre tombali", notava, riportando una lunga serie di località e dettagli.
Ma a suo dire il peggio dovrebbe ancora arrivare, visto che negli ultimi due mesi di combattimenti le artiglierie musulmane avrebbero mirato a luoghi di valore inestimabile, come la Cattedrale del Santo Salvatore di Shushi. Al suo appello fa eco quello inviato al governo italiano e alla Santa Sede da 43 studiosi, tra cui una trentina di italiani. Segnalano che il patrimonio artistico armeno rischia di venire distrutto come "ai tempi del genocidio turco del 1915".
di Monica Perosino
La Stampa, 20 novembre 2020
In Iran Nasibe Semsai protestava contro lo hijab obbligatorio. Condannata a 12 anni, cercava di raggiungere la Spagna. Questione di pochi metri e una manciata di minuti e Nasibe Semsai, architetta di 36 anni, avrebbe raggiunto il suo posto sull'aereo diretto in Spagna. Non ce l'ha fatta. L'attivista iraniana in fuga dalla Repubblica islamica è stata arrestata all'aeroporto di Istanbul dalle autorità turche mentre cercava di imbarcarsi. Aveva un passaporto falso, dicono ora da Ankara.
Nasibe Semsai è una delle attiviste della protesta del "mercoledì bianco", bianco come lo hijab che le donne si tolgono e sventolano come una bandiera, una "blasfemia" in Iran, una sfida al regime degli Ayatollah e alle leggi islamiche che impongono alle donne di coprirsi sempre il capo e i capelli. Nasibe, condannata a 12 anni di carcere per aver partecipato alle proteste nel 2018 contro l'obbligo del velo, è chiusa in un centro per migranti irregolari a Edirne, vicino al confine con la Grecia. Ora l'attivista rischia l'espulsione verso il suo Paese d'origine. E in Iran rischia di uscire dal carcere alla soglia dei 50 anni, se non peggio.
L'arresto dell'architetta appassionata di montagna non è che l'ultimo esempio di come la Turchia vìoli le regole internazionali che prevedono di non deportare nel Paese d'origine le persone che rischiano di finire in prigione a causa delle proprie idee. Lo scorso 9 settembre Ankara aveva arrestato Maryam Shariatmadari, un'altra attivista del "mercoledì bianco" che aveva cercato rifugio in Turchia. Ora anche lei rischia l'estradizione. E Nasibe Semsai non sarà l'ultima ad essere arrestata per aver sventolato uno hijab, o per aver semplicemente partecipato alle proteste. Anche a fine ottobre, in Iran, una giovane donna era stata arrestata per "aver insultato l'hijab islamico". Sui social era apparso un video - girato da qualcuno con un telefonino - che la mostrava in bicicletta senza velo e con un braccio alzato nel centro di Najafabad.
"La mia libertà nascosta" - Dal 2014 sono state decine le donne incarcerate, punite con frustrate e perseguitate per la "rivolta del velo", il movimento nato online da un'idea di Masih Alinejad, attivista di origine iraniana in esilio a New York. Tutto era iniziato con una pagina Facebook, "My Stealthy Freedom", dove le donne in Iran pubblicavano foto di se stesse senza hijab scattate di nascosto. La pagina raccolse oltre tremila immagini in pochi mesi, fotografie e video di donne che si liberavano dello hijab in pubblico e lasciavano "che il vento scompigli i nostri capelli". Ma dal 2017 qualcosa è cambiato, e le donne con un coraggio eccezionale hanno preso a manifestare apertamente in pubblico. Ha iniziato, il 27 dicembre 2017, la 31enne Vida Movahed, conosciuta anche come "La ragazza di Enghelab Street": un video la mostrava in piedi, nel centro di Teheran, mentre sventolava silenziosamente il suo hijab bianco. Fu arrestata dopo un'ora. Nei giorni successivi altre 29 donne furono fermate per aver seguito l'esempio di Vida. Da allora non hanno mai smesso.
La rivoluzione islamica - Prima della rivoluzione islamica del 1979 molte donne iraniane indossavano abiti in stile occidentale, comprese minigonne e top sbracciati, ma tutto è cambiato quando il defunto Ayatollah Khomeini è salito al potere. La legge islamica oggi prevede che le donne che non indossano lo hijab possano essere incarcerate da dieci giorni a due mesi e fino a dieci anni se commettono "atti immorali e prostituzione".
I reati previsti dagli articoli 638 e 639 del codice penale islamico sono appunto quelli che vengono contestati alle donne, poiché togliersi il velo in pubblico, simbolo della "modestia" femminile, equivale a sfidare la rispettabilità e il proprio ruolo nell'obbedienza. E Teheran non risparmia neanche gli avvocati che tentano di difenderle: Nasrin Sotoudeh, la famosa e pluripremiata avvocatessa iraniana 56enne, dovrà scontare la condanna a 33 anni di carcere e 148 frustate. La pena più severa mai inflitta finora in Iran ad attivisti per i diritti umani.
- Covid e carcere, proposte "per la salute, la dignità, contro l'isolamento"
- Carceri sovraffollate e promiscuità forzata. L'epidemia dimenticata tra gli "invisibili"
- Sempre più contagi in carcere, allarme dei Garanti. A Torino "positivi" anche 2 bimbi
- "Ridurre la popolazione carceraria, un dovere morale"
- Il distanziamento in carcere? Metti un letto in bagno e poi mettine un altro sopra











