redattoresociale.it, 1 dicembre 2020
Report dell'associazione "Avvocato di Strada" sulla condizione dei senza tetto sottoposti a procedimenti giudiziari. Spesso autori di reati lievi, scontano tutta la pena in cella perché non hanno un domicilio. "È una violazione del diritto di uguaglianza dell'articolo 3 della Costituzione".
"Sempre più spesso le persone senza dimora sono vittime di reati e sempre meno autori degli stessi. In quest'ultimo caso poi, la tipologia dei reati è quasi sempre la stessa: piccoli furti commessi per sopravvivere alle giornate di strada".
È uno dei passaggi fondamentali del nuovo report "Fine pena: la strada" redatto dall'associazione Avvocato di Strada, perché fotografa la situazione in cui si trovano i senza tetto che incappano in un procedimento giudiziario. Imputati spesso per reati minori, rimangono in cella, per il semplice motivo che non hanno altro luogo in cui scontare la custodia cautelare o la pena.
Il report è il frutto del progetto dedicato al tema del carcere e delle persone senza dimora realizzato da Avvocato di strada grazie al sostegno dei fondi 8×1000 della Chiesa Evangelica Valdese e in collaborazione con L'Altro Diritto Bologna, Associazione Sesta Opera San Fedele Onlus Milano e Granello di Senape Padova.
"Cosa succede quando una persona senza dimora finisce in carcere? Ha gli stessi diritti degli altri detenuti e le stesse possibilità di accedere alle misure alternative? Sono queste - afferma Antonio Mumolo, presidente dell'Associazione Avvocato di strada - le domande che ci siamo fatti quando abbiamo deciso di portare avanti il progetto "Fine pena: la strada", che nel corso del 2020 ha previsto numerosi momenti di formazione e approfondimento, meeting e webinar on line con numerosi esperti del settore".
Le persone senza dimora con tutti i requisiti legislativamente previsti per evitare la custodia cautelare in carcere o la detenzione, vengono sostanzialmente private di questo diritto per il solo fatto di non avere la disponibilità di un'abitazione o l'appoggio di una rete familiare e/o amicale che possa sostenerle. "Subordinare il godimento di diritti fondamentali alla condizione economica e sociale di una persona viola il diritto di uguaglianza sancito dall'art. 3 della nostra Costituzione -si legge nel report- oltre a frustrare la funzione rieducativa della pena riconosciuta all'art. 27 della Carta costituzionale".
Nel report di ricerca, inoltre, vengono riportate le prassi che vengono seguite dai servizi che si occupano di persone senza dimora detenute nei territori di Bologna, Padova e Milano e le risposte che vengono date nei vari casi. "L'obiettivo di questa ricerca - conclude Antonio Mumolo - era offrire un nuovo punto di vista su un argomento che viene affrontato molto raramente, dare uno spunto di riflessione alle istituzioni e alle realtà che si occupano di esclusione, affinché i diritti e le garanzie previsti nel nostro ordinamento non restino lettera morta per chi vive in una condizione di forte disagio economico e sociale e dovrebbe per questo stesso motivo ricevere maggiore aiuto dalle istituzioni. Il report è scaricabile dal sito di Avvocato di Strada: https://www.avvocatodistrada.it
di Giovanni Verde
Corriere del Mezzogiorno, 1 dicembre 2020
Avevo deciso di non scrivere più del nostro sistema di giustizia. Per sfinimento. Mi ero ben guardato dal commentare l'ennesima assoluzione di Bassolino. Quel che avevo da dire l'avevo già detto infinite volte nel passato.
La meritoria iniziativa del Corriere del Mezzogiorno e soprattutto il lucido editoriale di Demarco mi impediscono di stare zitto. Sarò ruvido e franco. Dovremmo smetterla, tutti, di rivolgerci ai pubblici ministeri, quasi che siano santuari in cui riposa la verità e l'onestà. Dovremmo smetterla di rivolgerci loro per chiedere pareri e opinioni quando si tratta di questioni di giustizia, di offrire loro la vetrina delle trasmissioni televisive e radiofoniche, di fare ricorso a loro per candidature di prestigio o per incarichi di responsabilità.
Se riuscissimo a farlo, sarebbe un bel modo per affrancare la società civile da una sorta di complesso di inferiorità. E ciò va detto senza considerare che quando un pubblico ministero o un ex pubblico ministero accetta di candidarsi per un partito politico, compromette l'attuale e la passata sua attività, che è intrisa di discrezionalità e che, pertanto, non può non essere o non può non essere stata influenzata dalla ideologia.
Anch'io sono rimasto basito dalle dichiarazioni del procuratore Lepore. Ma non meno mi preoccupano le convinzioni espresse dall'eurodeputato Roberti. Egli riconosce che quando arriva una "informativa" il sostituto è tenuto ad aprire un fascicolo, ma non esclude che "per un motivo o per l'altro, si proceda con troppa leggerezza a iscrivere nel registro degli indagati". Ammette, perciò, che vi è e non può non esservi una inevitabile (e guai se non fosse così) necessità di selezionare l'indagine che va coltivata da quella che va messa da parte. Quale è, tuttavia, la garanzia che la selezione sia fatta in maniera corretta?
"Lavorando con scrupolo e con distacco", dice Roberti. Ma è possibile, mi chiedo da anni, che ci possiamo accontentare della assicurazione che i pubblici ministeri (che svolgono, lo ripeto fino alla noia, un'attività tutta intrisa di valutazioni) lavorino "con scrupolo e con distacco", là dove i sistemi di controllo sul loro operato sono tutti interni allo stesso corpo dei magistrati? E lo stesso Roberti, che ha svolto tutta la vita queste funzioni, di sicuro con "scrupolo e distacco", non pensa che il cittadino, ripercorrendo la sua vita professionale, possa essere attraversato dal dubbio che l'ideologia, oggi apertamente da lui professata, abbia talora influito sulle sue scelte inevitabilmente discrezionali?
Mentre scrivo queste note ho sotto gli occhi una notizia. La Procura generale presso la Corte di cassazione ha iniziato o sta per iniziare 27 procedimenti disciplinari nei confronti di 27 magistrati per comportamenti disdicevoli. La Procura ha appreso le notizie su cui ha fondato le incolpazioni dalle trascrizioni delle conversazioni conservati nel o nei cellulari sequestrati dalla procura di Perugia a Palamara. Erano conversazioni private che, in un Paese civile, avrebbero dovuto essere distrutte, perché prive di qualsiasi rilevanza penale.
La procura di Perugia le ha rese ostensibili (a suo dire, perché, attesa la mole, non era in grado di fare selezione) e la Procura generale ne ha amplificato la diffusione, mettendo alla gogna 27 magistrati e non facendo un bel servizio alla stessa magistratura. Trovo il tutto di un'incredibile inciviltà e sono davvero preoccupato che il massimo vertice dell'organismo titolare dell'azione penale si vanti dell'iniziativa. Se ciò fosse capitato quando ero al Consiglio superiore avrei chiesto un intervento del Capo dello Stato, per segnalare la pericolosa deriva delle nostre istituzioni (e, forse e paradossalmente, un intervento della prima commissione).
Un potere del tutto incontrollato e incontrollabile, quale è quello delle Procure, può esser utilizzato non solo perché, anche se inavvertitamente, si cede alla propria ideologia (come lamentano i politici), ma anche per una sorta di "furore ideologico" (come può lamentare un qualsiasi cittadino e, anche, un magistrato colpito nel proprio "io").
È da tempo che denuncio che il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale è un'autentica ipocrisia inserita nella nostra Costituzione. È da tempo che denuncio che su questa ipocrisia è costruita l'impalcatura del Titolo quarto della nostra Costituzione, che ha dato protezione costituzionale all'unificazione in un unico corpo, la magistratura, dei giudici e dei pubblici ministeri. Un'impalcatura che finché rimane come è attualmente, renderebbe inutile e addirittura pericolosa la separazione delle carriere. Pochi condividono le mie idee.
Si obietta che l'obbligatorietà è il precipitato del principio di eguaglianza. Ma l'eguaglianza è imprescindibile nel momento del giudizio. Nel momento dell'azione ciò che si può pretendere è, come dice Roberti, lo "scrupolo e il distacco". Ce lo insegnano quasi tutte le Nazioni che si sono ben guardata dall'inserire nelle loro Costituzioni un analogo principio. E non penso che siano nazioni meno civili della nostra. I colleghi penalisti sono sempre stati tiepidi nei riguardi di queste mie idee. Non vorrei che per loro l'attuale sistema vada bene, perché a loro più che la giustizia, interessa il processo.
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 1 dicembre 2020
Inchieste roboanti svanite nel nulla dopo anni, arresti eclatanti annullati quando il danno è fatto. Tutte le professioni e le attività umane vengono valutate in base ai risultati che raggiungono, tranne quella dei magistrati. Siamo ormai assuefatti alla lettura, in genere in trafiletti di poche righe, di inchieste penali roboanti e devastanti per gli indagati, svanite anni dopo nel nulla, tra archiviazioni ed assoluzioni variamente motivate. Lo stesso vale per arresti eclatanti (ma anche non eclatanti), poi annullati quando il danno è fatto.
Ancora pochi giorni fa Il Riformista, quotidiano tra i pochi sensibili al tema, apriva sull'ennesimo annullamento dell'ennesimo arrestato senza ragione in una roboante inchiesta della Procura di Catanzaro, nel frattempo celebrata come la liberazione della Calabria dalla 'ndrangheta. Un povero cancelliere sbattuto in carcere per cinque mesi e per un altro paio ai domiciliari, quando infine la sesta sezione della Corte di Cassazione (come già per un lungo elenco di altri sventurati indagati di quella inchiesta), ha annullato senza rinvio l'ordinanza cautelare, prendendo atto che non vi fosse la benché minima traccia di una ragione qualsivoglia per la quale quel povero cristo avesse dovuto subire una simile infamia.
Ma appena qualche settimana fa Pierluigi Battista (uno dei pochi giornalisti che su questo tema mostri coraggio ed indipendenza di giudizio) sul Corriere della Sera si era esercitato nella davvero impressionante elencazione delle inchieste giudiziarie che, impegnando fiumi di inchiostro, aperture di telegiornali e peana per la salvifica funzione moralizzatrice della Magistratura, avevano negli ultimi decenni segnato la fine brutale, immediata ed irrimediabile di carriere politiche e professionali o di imprese economiche, poi risoltesi a babbo morto con assoluzioni che hanno meritato, come dicevo, appena qualche distratta citazione.
È una vecchia storia, che interessa a pochi; fino a quando la cosa non ti tocca nella persona o negli affetti, ai più il tema non interessa. E quando non si può fare a meno di affrontarlo, ci tocca ascoltare -dopo mille premesse encomiastiche sulla nostra magistratura, la migliore del mondo e bla bla bla- il solito rosario dell'errore come fisiologica evenienza del giudizio, errare humanum est e idiozie del genere. È ovvio infatti che l'errore sia parte naturale del giudizio; ed è altrettanto ovvio che non tutte le modificazioni di un giudizio implichino un errore o una responsabilità. I processi si fanno apposta, il contributo dialettico della difesa o la sopravvenienza di prove prima non disponibili è parte essenziale e fisiologica della giurisdizione.
Il fatto è però che su questa drammatica questione non si farà mai un passo avanti se non si comprenderà che occorre mettere mano, con urgenza e determinazione, al problema del controllo sulla qualità del magistrato, oggi reso semplicemente impossibile dalla automaticità della progressione in carriera. In Italia - unico esempio nel mondo civile - è preclusa la possibilità di una valutazione reale, ovviamente ancorata a parametri oggettivi e predefiniti, della qualità professionale del magistrato.
Il giudizio di merito è considerato farina del diavolo, perché costituirebbe - questo lo stupefacente ragionamento strumento di condizionamento della sacra ed intangibile indipendenza della magistratura. Dunque nessuno può chiedere conto ad un Pubblico Ministero, per fare un esempio, di quante volte l'azione penale da lui esercitata abbia trovato conferma in una sentenza definitiva di condanna; nessuno può chiedere conto al Gip di quante sue ordinanze cautelari si siano poi dimostrate legittime; o al Giudice del dibattimento di quante sue sentenze siano state riformate, e così via discorrendo.
Tutte le professioni e le attività umane vengono giudicate dai risultati che esse raggiungono, ad eccezione di quella dei magistrati. Né pretenderemmo chissà quali processi di piazza, o quali tremende sanzioni disciplinari. Ma se un Pm ed un Gip determinano l'arresto di centinaia di persone, metà delle quali verranno poi giudicate estranee; o sequestrano ingiustamente intere aziende determinandone il default, è una pretesa così blasfema, un attentato alla indipendenza della magistratura così eversivo, quello di pretendere almeno che quei magistrati vengano assegnati a compiti e funzioni meno complesse, dove sia loro precluso di continuare a nuocere?
È così oltraggioso ritenere che un magistrato che dimostri per fatti concludenti di non essere all'altezza di svolgere compiti di peculiare delicatezza e difficoltà, debba essere assegnato a compiti meno rischiosi per la comunità sociale? Mi piacerebbe che qualcuno almeno rispondesse a queste semplici, civili domande. Chiedo troppo?
*Presidente Unione camere penali italiane
di Simona Musco
Il Dubbio, 1 dicembre 2020
La morte della collegialità. Col rischio - paradossale - di aumentare le udienze in presenza, anziché ridurle. A denunciarlo è il presidente dell'Unione delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza, che in una lettera indirizzata al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede chiede un intervento affinché "questa insensata e pericolosa norma" venga cancellata, "condividendo l'esigenza che, anche in tempi di emergenza sanitaria, sia possibile raggiungere l'obiettivo comune di una forte riduzione delle presenze fisiche nelle aule, senza mettere in discussione gli intangibili principi della collegialità e della segretezza del giudizio in camera di consiglio".
La norma incriminata è quella contenuta del dl Ristori bis, che prevede una Camera di consiglio da remoto per i giudizi in appello. Giudizi che, il più delle volte, avverranno in maniera cartolare, con lo scambio di documenti, anziché l'intervento fisico di avvocati e pubblici ministeri. L'articolo 23 prevede infatti che fino alla scadenza dello stato d'emergenza, fuori dai casi di rinnovazione dell'istruzione dibattimentale, la decisione avvenga senza l'intervento del pm e dei difensori, salvo che una delle parti faccia richiesta di discussione orale o che l'imputato manifesti la volontà di comparire.
E proprio questa possibilità, sottolinea Caiazza, provocherà l'effetto contrario rispetto a quello per il quale tale norma era stata pensata. Il punto è fondamentale: a poter visionare gli atti sarà solo il relatore, data la lontananza dalla Cancelleria della sezione. E nei casi più impegnativi per dimensione, denuncia Caiazza, "nemmeno lui".
L'immediata conseguenza è che la maggior parte degli avvocati, per evitare "un simile scempio", chiederanno la trattazione orale, anche nei casi in cui sarebbe stato possibile farne a meno. Con l'effetto, dunque, di aumentare, anziché diminuire, le presenze nelle aule. Caiazza porta come esempio positivo quello della Corte d'Appello di Roma dove, nei giorni scorsi, le Camere penali del distretto, capitanate da quelle della Capitale, hanno sottoscritto un protocollo affinché le Camere di consiglio vengano celebrate sempre e comunque in aula, in presenza.
"A conferma che certe forzature ideologiche, volte a seminare - con il pretesto della pandemia - velenosi anticorpi negli attuali assetti costituzionali del processo penale - conclude Caiazza - sono estranee alla cultura della giurisdizione di larga parte della magistratura italiana". I dati attualmente in possesso descrivono un largo ricorso al cartolare, ad esempio, a Milano: tra il 25 novembre e per i primi dieci giorni di dicembre, stando all'ultimo approfondimento, tra le cinque sezioni penali e l'assise d'appello i tre quarti dei processi (in totale sono 584) sono stati o verranno trattati tutti cartolarmente con il consenso o la mancata opposizione di difensori e imputati.
Ma la questione preoccupa comunque i penalisti di tutta Italia. Che ora contano sui lavori parlamentari: l'esame del dl Ristori bis, attualmente, è infatti fermo al Senato, dove sono stati presentati già diversi emendamenti per scongiurare il rischio di cartolarizzazione. Ed è da lì che, eventualmente, potranno arrivare risposte alle richieste di Caiazza.
La vera difficoltà è nell'iter: i tempi strettissimi e l'enormità delle questioni contenute nel provvedimento - economiche innanzitutto - hanno indotto un esame ristretto alla congiunta Bilancio e Finanze fissato per sabato e domenica prossimi. Nessun passaggio dunque in altre commissioni, come la Giustizia. La trattazione omnibus potrebbe mettere in ombra problemi come quelli posti da Caiazza. Ma le richieste di modifiche sono già arrivate da Italia viva, in particolare da Giuseppe Cucca, Forza Italia e Lega.
"Ci aspettiamo un cambio di rotta da parte del governo", dice Andrea Ostellari, del Carroccio, presidente della commissione Giustizia. "Faremo la nostra battaglia", assicura il senatore renziano. "Gli emendamenti del centrodestra prevedono un'abrogazione tout court della norma sulla celebrazione da remoto del processo d'appello", chiarisce a propria volta il senatore di FI Franco Dal Mas, avvocato come Cucca e Ostellari.
"C'è un problema sottovalutato: adesso il testo del decreto stabilisce che il giudizio di secondo grado è addirittura cartolare, con conclusioni da depositare 5 giorni prima, a meno che il difensore non chieda di svolgerlo in presenza. Ma non è chiarissimo se resti uno spazio di discrezionalità per la Corte che ritenesse non motivata la richiesta del difensore, e che perciò decidesse di respingerla. In un caso del genere, il diniego è impugnabile? E se sì, dinanzi a chi?", si chiede Dal Mas. Gli emendamenti prevedono anche l'esclusione dell'incidente probatorio con modalità a distanza, oltre che il ricorso al portale telematico venga reso non una modalità esclusiva ma concorrente con la posta elettronica certificata.
"Già ora il ricorso a modalità telematiche si scontra con un sistema informatico che non opera uniformemente sul territorio nazionale, rendendo complicata l'attività forense", aggiunge il forzista. Un problema, quello tecnologico, sollevato anche dalla Lega. Il punto di caduta nell'esame del dl potrebbe anche consistere in una richiesta di riformulazione da parte del governo, che al Senato ha numeri risicati: anziché cancellare la norma sui processi d'appello, prevedere che lo svolgimento sia in presenza salvo che la stessa difesa non chieda di celebrarlo da remoto, con le modalità ora previste di default.
di Susanna Turco
L'Espresso, 1 dicembre 2020
Violenze di gruppo, stupri nei festini, revenge porn. In maniera tutto sommato sorprendente viste le circostanze eccezionali della pandemia, del coprifuoco, dei mezzi lockdown, in questi giorni nelle pagine della cronaca sono comparse notizie apparentemente slegate fra loro, e che però raccontano un genere, una tendenza, un clima un mondo di violenza nel quale siamo quotidianamente immersi, dai connotati abbastanza precisi, evidentemente anche a dispetto della pandemia.
Notizie mescolate a casi non penalmente rilevanti - come la polemica sul video-tutorial per essere sexy al supermercato poi non trasmesso da Raidue, o quella sull'intervista non ritrasmessa di Franca Leosini a Luca Varani - tre notizie legate a reati, o presunti reati, compiuti da maschi su femmine, uomini tutti abbastanza giovani (dai 43 ai 20 anni) donne giovanissime, ragazze (18-20 anni in due casi su tre).
Tutte vicende che raccontano un mondo, diverso anche da quello che raccontiamo nelle giornate di celebrazione. La prima, in ordine cronologico, riguarda la violenza di gruppo per la quale la Procura di Tempio Pausania si prepara a chiedere il rinvio a giudizio per il figlio di Beppe Grillo, Ciro Grillo, e i suoi tre amici (Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria): risale al 16 luglio 2019, ma le indagini sono state chiuse solo in questi giorni, dopo un tempo che è stato di un terzo più lungo rispetto alla media certificata delle statistiche del ministero della Giustizia (di solito tra il fatto e l'eventuale rinvio a giudizio passsano 400 giorni, in questo caso siamo già a 493 e ancora non è stata fissata l'udienza nella quale il Gup deciderà sul futuro del procedimento). Una vicenda nella quale - con modalità che ad alcuni hanno ricordato il caso Montesi del lontano 1953 - l'intreccio tra accadimenti politici e presunti reati sessuali è inestricabile, come testimonia non solo la tempistica ma anche l'assoluto silenzio che ha circondato la vicenda, un tacere generale di tutti nel quale il dibattito italiano di solito così irriguardoso ha toccato il suo vertice di garantismo, ad essere ottimisti.
C'è da dire, sempre per stare nel clima in cui stiamo immersi, che un anno fa, prima che la coltre di silenzio avvolgesse tutto, le primissime notizie relative al caso Grillo parlavano (in automatico?) di "modelle", mentre si trattava di studentesse dell'alta borghesia milanese, e si soffermavano a sottolineare i dieci giorni trascorsi tra la presunta violenza e la sua denuncia da parte di una delle due ragazze: come se poi l'urgenza di andare dai carabinieri fosse un metro di valutazione per la veridicità dei fatti, o comunque una priorità, per una vittima.
Questioni in teoria secondarie hanno ammantato il secondo episodio che ha dominato le cronache di questi giorni, anche in questo caso una violenza di classe che non riguarda certo contesti poveri, degradati, o ai margini della società: quello di Alberto Genovese, startupper milionario ora in carcere per violenza sessuale su una diciottenne, durante uno dei festini a base di droghe che teneva da anni nel suo appartamento di Milano, soprannominato per le occasioni "Terrazza Sentimento", versione appena più upper class delle feste analoghe a Bologna, che coinvolgevano professionisti vari in quella che era stata ribattezzata "Villa Inferno" (un caso per il quale, a differenza di quello milanese, la procura non contesta violenze, ma procede per spaccio e induzione e diffusione di materiale pornografico).
Bene, anche nel caso di Genovese, sono saltati in primo piano nelle cronache elementi per lo meno decisamente secondari, rispetto a una violenza considerata efferata persino dagli inquirenti, su una persona anche qui semi-incosciente. Si è invece insistito, in vari articoli, sulle grandi capacità imprenditoriali dell'autore del reato: "Un vulcano di idee, che per il momento è stato spento", ha scritto il Sole 24 Ore, che si è poi scusato.
L'apoteosi è stata raggiunta però dal fondo su Libero di Vittorio Feltri, del quale è sufficiente citare il titolo: "La ragazza stuprata da Genovese è stata ingenua"; l'occhiello: "I cocainomani vanno evitati"; e la conclusione: a Genovese "auguriamo almeno di disintossicarsi in carcere. Alla sua vittima concediamo le attenuanti generiche. Ai suoi genitori tiriamo le orecchie". Una inedita versione del "se l'è cercata": le attenuanti alla vittima, da eventualmente concedere.
L'ostinazione di vedere, in chi subisce una azione violenta, una qualche forma invece di azione, riluce anche nel terzo caso, quello della maestra che a Torino ha perso il posto dopo che il suo ex ha condiviso con il gruppo del calcetto immagini e video hard che gli aveva mandato lei: in questo caso il reato di lui, che si chiama revenge porn - in un anno la "diffusione illecita di video" si è verificata 781 volte, due al giorno, secondo i dati raccolti dalla direzione centrale della polizia criminale, e ha causato l'apertura di oltre mille indagini secondo il report del ministero della Giustizia - un reato che ha prodotto un effetto immediato sulla realtà di lei, la maestra incensurata, ma adesso anche senza lavoro. Cosa hanno in comune questi tre casi?
"Sono indicatori di un sentire che è tutto sbagliato, di un dibattito pubblico che in Italia è primitivo, di livello inferiore a uno standard di civiltà accettabile", dice Pina Picierno, europarlamentare dem che da quando è a Bruxelles si è specializzata nei temi che riguardano i diritti individuali e la parità di genere. Il suo punto di vista è particolarmente interessante perché guarda il nostro Paese anche da fuori. Picierno è in grado di raccontare ad esempio con quale differenza sia stato accolta la petizione HalfOfit, in Italia "giustomezzo", che chiede che metà dei finanziamenti del Recovery Fund sia destinata a misure che abbiano effetti concreti sulla vita delle donne: "In altri Paesi europei questa proposta è stata accettata in modo pacifico, in Italia sono stata ricoperta di insulti incredibili. Mi si accusava: vuoi che i soldi del Recovery fund siano utilizzati per estetiste, uncinetto e parrucchieri!".
Il tema, racconta Picierno - così come altre elette alla Camera e al Senato - è che arrivati al 2020 da un punto di vista legislativo non siamo più a zero. La politica ha in parte recuperato il gap che la caratterizzava fino a una decina di anni fa. In questi anni leggi sono state fatte. Non si può neanche più dire che siamo a zero, dallo stalking alla legge sull'omofobia, passando per il reato di diffusione illegale di immagini hard, contenuto nel cosiddetto codice rosso. Anche se ovviamente molto resta da fare. A questo punto, dice Picierno, "poiché, come è nello spirito della Convenzione di Istanbul, la piena uguaglianza è la chiave per prevenire la violenza, bisogna agire pezzo a pezzo: ad esempio adesso concentrarsi per conquistare la sulla parità salariale, che in Europa ha tutt'ora un dislivello del 16 per cento tra uomini e donne".
A fianco della legislazione c'è tuttavia un drammatico ritardo culturale, nella parola pubblica, e anche nella rappresentanza. "Se è cambiato tutto questo in dieci anni? direi di no, molto poco", sospira Picierno. Lo stesso Pd, del resto, è un partito dove la rappresentanza femminile stenta a raggiungere i livelli di vertice, come dimostra l'eccezione di Valentina Cuppi, presidente dem di nomina zingarettiana.
Un paradosso, questo del maschilismo nei vertici, che si riproduce in modo capovolto nella destra. Là le donne ci sono, e invece manca l'attenzione che c'è a sinistra alle lotte per l'uguaglianza, ridotte quasi soltanto alla tradizionale difesa della famiglia. Un caso quasi unico, ma appunto singolo, è quello rappresentato dall'avvocato Giulia Bongiorno, senatrice della Lega, ma anche impegnata da oltre un decennio (con l'associazione Doppia Difesa) nella causa delle vittime di violenze, nonché in ultimo legale della ragazza che ha denunciato Grillo jr.
"Un paradosso vero", dice Flavia Perina, ex parlamentare e direttrice del Secolo d'Italia: "A destra abbiamo l'unica capa partito, Giorgia Meloni, l'unica governatrice è leghista, Donatella Tesei, in Forza Italia sono donne le due capogruppo e una come Mara Carfagna è in prima linea sui temi dell'uguaglianza. Nel giornalismo di destra, al contrario, siamo a un livello estremamente arretrato".
E, aggiunge, la costruzione culturale "la fanno molto i giornali, dove gli opinion leader sono in genere maschi anziani. Più che le leggi, mancano - dice - atti esemplari, promozione di una cultura diversa anche da parte delle istituzioni che stanno a contatto coi cittadini, come le forze di sicurezza, i tribunali". Basterebbe ad esempio, continua, il caso Manduca, di cui è prevista la prossima udienza il 9 dicembre, per il processo di appello di un caso che la Cassazione ha riaperto sei mesi fa: tecnicamente qui è lo Stato, attraverso la sua Avvocatura, a ostinarsi a voler recuperare dagli zii dei tre orfani per femminicidio, i 259 mila euro riconosciuti in primo grado come risarcimento. All'inizio (eravamo ancora nella scorsa legislatura) si disse che la procedura si era avviata in automatico: adesso c'è Conte che assicura un intervento imminente, tre governi dopo, e sin qui nessuno l'ha fermata.
di Antonio Coniglio e Sergio D'Elia
Il Riformista, 1 dicembre 2020
È il 29 marzo 2010 e sull'Esa, la sede catanese della presidenza della regione, come in un romanzo gotico, cala improvvisamente un velo di inquietudine. La vicenda giudiziaria, che condurrà alle dimissioni da presidente della regione Raffaele Lombardo, si abbatte improvvisa sulla terra di Sciascia. È la stampa a notificarla, per pubblici proclami, ai siciliani. L'indagato, che allora è l'inquilino di palazzo d'Orleans, apprende dalla carta stampata di rischiare l'arresto. Non basterà la smentita della procura intenta a negare ipotesi di misure cautelari. L'informazione plasma, orienta, crea, divide. I titoli sensazionalistici vanno in scena per mesi, per anni. Serpeggiano come un crocchio di manzoniana memoria. Ben 16 titoli di apertura del Tg1 delle ore 20 vengono dedicati al processo Lombardo e il direttore Minzolini viene censurato dal comitato di redazione per accanimento.
I magistrati catanesi appaiono in disaccordo: un procuratore capo e un aggiunto (attuale procuratore capo di Catania) derubricano il reato a voto di scambio ma i sostituti non ci stanno. La questione finisce dinnanzi al Consiglio superiore della magistratura. Sull'imputazione decide un Gup che dispone l'imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa. Lombardo si ritrova coinvolto in un doppio binario, sotto processo per concorso esterno e per voto di scambio, con buona pace del ne bis in idem. Oggi, dopo una condanna di primo grado, una assoluzione in appello, un annullamento con rinvio della suprema corte di cassazione, l'appello bis di quel processo è alle battute finali.
In quel sacco dalle pareti elastiche, manca sempre il tassello principale: qual è il fatto di reato commesso dall'ex presidente della regione siciliana? In cosa Lombardo avrebbe favorito la mafia e in cosa la mafia sarebbe stata favorita da Lombardo? È un processo indiziario che si fonda sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che irrompono nel bel mezzo del bailamme mediatico. I collaboratori raccontano di vecchi incontri, di summit, di collegamenti con il presidente della regione. Non c'è però una sola intercettazione telefonica o ambientale, nonostante il politico siciliano sia finito nel grande fratello di Gioacchino Genchi, nella quale si trovi un riscontro fattuale, che configuri il fatto di reato. I pentiti parlano, accusano ed entrano nel romanzo. Marco Pannella avvisava che, quando i giornali anticipano le notizie, c'è sempre il rischio che scatti la presunzione utilitaristica in chi collabora. Il collaboratore arriva dopo la notizia, sa di servire al processo e diventa egli stesso l'unica ancora del fatto di reato.
I Pm argomentano che Lombardo sarebbe nato in un contesto mafioso e avrebbe studiato dai salesiani. Come il boss dei boss: Nitto Santapaola. Una sorta di destino cinico e baro, di predestinazione alle relazioni pericolose. Lombardo mafioso perché nato nel territorio di Ciccio La Rocca (che poi è pure il territorio di don Luigi Sturzo), Lombardo mafioso perché conosce il boss Rosario Di Dio che però è stato pure sindaco e avrà incontrato pure prefetti, vescovi e procuratori. Il boss si sarebbe presentato a un consorzio di bonifica, raccomandato da Lombardo, per regolare una sua situazione debitoria. Particolare non di poco conto: non sarebbe neanche stato ricevuto dai dipendenti della struttura. Lombardo mafioso perché i pentiti dicono che è amico loro ma forse ha pure tradito la mafia.
E il fatto, il re del diritto penale? Pare per esempio, secondo l'accusa, che Lombardo avrebbe agevolato l'organizzazione criminale nell'assegnazione di un appalto per la realizzazione di alloggi per i militari di Sigonella. Il tentativo ipotetico, mai provato, non sarebbe andato a buon fine ma basta ciò per aprire le porte al sospetto. Il geologo Barbagallo, in odore di mafia, si lamenta telefonicamente di essere stato penalizzato da Lombardo e, per le elezioni regionali, giura di non esser passato neanche dalla sua porta ma è un altro elemento chiave del processo. Lombardo avrebbe avuto rapporti con il boss Bevilacqua talmente stretti da redarguire un tale Bonfirraro perché quest'ultimo sostiene alle elezioni il candidato vicino a Bevilacqua e non il suo.
Il pentito Caruana parla del misterioso summit di Barrafranca che non lascia traccia come i beati paoli, il mafioso Palio dice che il clan cercava voti per il politico di Grammichele da prima del '98, tesi confermata dal super pentito Santo La Causa. C'è da interrogarsi su come sia possibile che le accuse del pentito D'Aquino agli uomini di Lombardo, per le quali questi hanno raggiunto l'assoluzione, possano ricadere misteriosamente sull'ex presidente della regione. E ancora se possano, in uno stato di diritto, assumere rilevanza i racconti del collaboratore Francesco Schillaci che avrebbe appreso, affacciatosi come Romeo dalle finestre del carcere di massima sicurezza di Opera, dal boss La Rocca che Lombardo era un fidato amico di quest'ultimo.
Sembra di trovarsi dinnanzi alla preoccupazione paventata da Luigi Ferrajoli in La mutazione sostanzialistica del modello di legalità penale. Sembra di assistere a un reato di status e non a un reato di azione o di evento. Per cosa si dovrebbe punire Lombardo, quale fatto ha commesso? Per un summit nel quale non c'è traccia della sua presenza, un favore alla mafia mai provato? È come se, nella terra nella quale si è passati dalla "mafia non esiste" al "tutto è mafia", il consenso debba essere sempre e comunque inficiato dalla mano mafiosa. E Lombardo di voti ha fatto man bassa in ogni competizione elettorale. Raffaele Lombardo è diventato un tipo d'autore. È il taterschuld, la colpa d'autore, la colpa per il modo d'essere.
Ciò che conta è il modo di essere dell'agente, ciò che si ritiene l'agente sia. L'essenza della colpa d'autore sta nel rivolgersi alla psiche dell'uomo, alla sua mentalità. Lo stato non si interessa soltanto dell'azione esterna ma si arroga finanche il diritto di assurgere a stato etico. La potestà punitiva incide sulla sfera spirituale dell'individuo. È la fine della separazione tra diritto e morale: il tramonto dello stato di diritto. Come ha scritto Tullio Padovani: "L'oggetto del rimprovero di colpevolezza consiste nell'aver plasmato la propria vita in modo da acquisire una presunta personalità delinquenziale".
Quando il caso giudiziario è esploso Raffaele Lombardo compiva 60 anni. Qualche giorno fa ha festeggiato il suo 70° compleanno. L'esperienza di un governo regionale venne interrotta ex abrupto e, per dieci anni, un uomo è stato sottoposto alla potestà punitiva dello Stato accompagnato dallo stigma della mafiosità. Il punto non è se l'ex presidente della regione siciliana abbia governato bene o male, se sia simpatico o antipatico, se sia gelido o affabile, se sia un riformatore o una macchina di consensi clientelari. La questione è il fatto: indicateci il fatto di reato! Sarebbe possibile condannare un uomo, chiunque esso sia, solo sulla base delle dichiarazioni dei pentiti? No, non è possibile. I posteri ci diranno quanto nell'affaire Lombardo, nel suo crucifige, abbia inciso la sua scelta di bloccare i termovalorizzatori in Sicilia, di scontrarsi con poteri più forti di lui.
Questo è il giudizio storico ma la potestà punitiva deve attenersi rigorosamente al fatto e non può trattare i fatti come pesci sul banco del pescivendolo. A colpi di mannaia, di giudizi moralistici un tanto al chilo. Il giudice deve stare lontano dal verminaio delle passioni. Solo così non si scriveranno romanzi gotici ma si recupererà il senso più profondo dello "ius dicere", dell'affermare il diritto.
Oggi, sul processo Lombardo, a un passo dalla sentenza, occorre finalmente esercitare la virtù del dubbio. Senza la virtù del dubbio, il finale è già scritto. La chiusa non sarà una manifestazione di forza della prova giuridica, ma una prova di forza del "diritto del nemico". È la terribilità - come ammoniva Sciascia - nemica del diritto e della giustizia, che condanna non per quel che si è fatto ma per quel che si è, che non ci libera dal male, ma ci libera dai "cattivi".
di Enrico Costa*
Il Riformista, 1 dicembre 2020
Lettera al ministro Bonafede: insieme ai colleghi di Azione e Più Europa ho presentato un emendamento alla legge di Bilancio. Ne tenga conto. Gentile Ministro, come le ho anticipato nei giorni scorsi, insieme ai colleghi di Azione e +Europa ho presentato un emendamento alla legge di bilancio che confido possa essere accolto del Governo e da un'ampia base parlamentare.
Sono ottimista perché si tratta di una idea di buonsenso, sganciata da ogni profilo ideologico. Proponiamo che nel processo penale, in caso di proscioglimento o di assoluzione con formula piena, le spese legali non restino a carico dell'imputato, ma siano ristorate - entro certi limiti - dallo Stato. Da quello Stato che ha esercitato la propria pretesa punitiva, sottoponendo la persona al lungo, defatigante e spesso umiliante calvario delle indagini e del processo. Oggi, chi riesce a dimostrare la propria assoluta estraneità al reato o l'insussistenza di qualunque fatto di rilevanza penale, non solo deve sopportare il peso del processo (che di per se è una pena), ma anche quello delle spese necessarie per difendersi. E questo non è giusto.
E non è considerato giusto in 28 ventotto Stati in cui sono previste, pur con accezioni diverse, forme di ristoro delle spese legali a beneficio del soggetto assolto con una formula ampiamente liberatoria (Albania, Austria, Bosnia- Erzegovina, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Malta, Moldavia, Monaco, Montenegro, Norvegia, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Turchia e Ungheria). Nel processo civile il pagamento delle spese di giustizia segue la regola della soccombenza. Nel vigente sistema penale, prevedere la rifusione delle spese processuali per l'imputato assolto con formula piena, sarebbe rispettoso di princìpi fondamentali sanciti dalla Costituzione.
Il principio enunciato dell'articolo 2, in base al quale la Repubblica riconosce e garantisce a ciascuno i propri diritti, senza ostacolarli o "farli pagare" indebitamente. L'articolo 24, che definisce il diritto di agire e difendersi in giudizio un diritto fondamentale, un tratto caratterizzante della nostra forma di Stato, il quale non può tollerare di essere "tassato" o condizionato in maniera irragionevole.
L'articolo 27, che collega la pena a un accertamento di colpevolezza, il quale mostra con ogni evidenza i suoi limiti laddove l'imputato, pur scagionato con formula piena, si trovi di fatto sanzionato, perché costretto a pagare un'ingente somma pecuniaria che, per entità, di poco differirebbe da multe o ammende. L'articolo 111, relativo ai diritti e alle situazioni giuridiche che nel complesso delineano il giusto processo e precludono la persistente vigenza di questo "privilegio della parte pubblica". Questa "eccezionalità" del processo penale appare del tutto priva di ragionevolezza e quindi in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione.
Non si comprende, infatti, perché la parte pubblica, ove soccombente, non possa essere chiamata a rifondere le spese processuali, almeno nel caso di assoluzione con una formula ampiamente liberatoria. Come potrà osservare, signor Ministro, si tratta di una proposta di equità, costituzionalmente fondata, senza accenti ideologici, presentata da forze politiche di opposizione in chiave costruttiva. Siamo certi che potrà prenderla in considerazione. Sarebbe un gesto molto significativo.
*Deputato di Azione
anconatoday.it, 1 dicembre 2020
Fra pochi giorni la nuova amministrazione regionale nominerà quello che sarà il Garante Regionale dei Diritti della Persona e l'associazione Antigone Marche vorrebbe che fosse una persona libera, imparziale e pronta a denunciare quanto ancora nel nostro sistema detentivo rende inapplicato l'Articolo 27 della Costituzione Italiana.
Nelle Marche il Garante è una figura a tutela dei diritti dei più deboli, siano essi minori, detenuti, migranti o chiunque, si legge in una nota - veda un proprio diritto calpestato. Il suo ruolo dunque è estremamente delicato e sarebbe un errore confonderlo con quello di un amministratore, un direttore di servizio o un consigliere regionale.
Il Garante dei Diritti della Persona non deve essere niente di tutto questo, perché è molto di più: è un'Autorità indipendente che avvia istruttorie, scrive chiarimenti, scova magagne, sorveglia, decide, segnala e, qualche volta, ha il dovere di mettere l'amministrazione con le spalle al muro. Per tutto questo, chi ricoprirà questo ruolo non può mancare di indipendenza, per cui chiediamo che non venga scelto fra i politici, tanto meno fra quelli attivi.
Il Garante è indipendente o non è. Serve una persona che abbia anche solidissime competenze giuridiche, che sia equidistante, sensibile ed equilibrata. Già, l'equilibrio nell'attenzione a tutte le persone più deboli che avranno bisogno del suo aiuto, detenuti inclusi, sarà fondamentale. Proprio perché anche la popolazione carceraria non venga lasciata indietro, l'Associazione Antigone si augura che il percorso che porterà alla scelta del Garante sia pubblico e condiviso con la società civile e con gli operatori che da anni si occupano del mondo detentivo".
adnkronos.com, 1 dicembre 2020
L'impegno del team Medici Senza Frontiere negli istituti lombardi racconta una realtà tra contagi e criticità: "nostro compito è quello di disinnescare i focolai". "Quel che procura parecchio stress è la mancanza di percezione di quanto accade fuori. La domanda che ci fanno più spesso è "quando potremo rivedere la famiglia?".
L'assenza di colloqui in presenza è una forma di tutela in epoca di coronavirus, ma psicologicamente molto dura da sopportare per chi vive dietro le sbarre". Federico Franconi, water and sanitation manager per Medici Senza Frontiere (in pratica si occupa di tutte le attività logistiche relative alla salute e ai servizi igienico-sanitari), quotidianamente, in coppia con un infermiere, Mario Ferrara, varca la soglia di uno degli istituti penitenziari lombardi.
Un giorno Lodi, l'altro Busto Arsizio, l'altro ancora Monza. Un tour continuo, da che l'Italia è stata investita dalla seconda ondata di pandemia di Covid-19, con l'obiettivo di proteggere detenuti, agenti di Polizia Penitenziaria ed operatori sanitari da eventuali contagi e scongiurare il rischio focolai. Dalla sanificazione delle manette alla macchinetta del caffè, dalle celle agli spazi comuni, dalla prevenzione all'individuazione dei positivi: è un lavoro minuzioso, e piuttosto silenzioso, quello per cui il team di Medici Senza Frontiere è stato chiamato ad operare a fianco della Direzione delle varie strutture. Una mission cominciata già a marzo e che ha visto l'impegno di Msf non solo in Lombardia, ma anche nelle Marche in Piemonte e in Liguria.
In Italia, secondo gli ultimi dati forniti dal Ministero della Giustizia, sui 53.720 detenuti presenti negli istituti di pena del Paese sono stati registrati 826 casi di positività al Covid-19. Mentre sono 1.042 i positivi fra gli operatori penitenziari. Nelle carceri lombarde la cifra dei detenuti positivi sfiora quota 300, la maggior parte è accolta nei Covid hub di San Vittore e Bollate. Proprio lì dove inizialmente ha cominciato a lavorare il team di Msf. "Ma presto l'obiettivo è cambiato: dagli hub di San Vittore e Bollate, ci siamo spostati dove era più urgente la risposta, negli istituti più piccoli con meno risorse e mezzi per confrontarsi con l'epidemia in modo adeguato. Il nostro compito è stato, ed è tutt'oggi, quello di disinnescare i focolai più critici", racconta all'Adnkronos Federico Franconi.
Tra preoccupazione, scioperi della fame per sensibilizzare sul sovraffollamento e focolai importanti (vedi Lodi e Busto Arsizio), il team di Msf di situazioni problematiche, durante la seconda ondata, ne ha viste. "Ogni istituto è una realtà a sé, in alcuni ci sono criticità evidenti ma in questo momento specifico bisogna tenere alto il senso di responsabilità per non creare ulteriori pressioni sulla componente sanitaria che sta facendo ogni sforzo per monitorare la situazione e tenerla sotto controllo", dice Franconi riferendosi agli scioperi della fame, a suo avviso "legittimi e comprensibili", ma al contempo pone l'accento anche sul fatto di "non strumentalizzare il tema carceri". Il viaggio all'interno delle prigioni, ad ogni modo, mostra "che servono interventi più mirati, sia per quanto riguarda gli spazi fisici, che nell'ambito della socialità, per esempio la diminuzione delle ore d'aria grava parecchio sui detenuti", specifica Franconi.
Nonostante diverse criticità, quel che invece non manca è la collaborazione. "La migliore risposta per contrastare la diffusione del virus nelle carceri. Abbiamo - evidenzia Franconi - un ottimo dialogo con tutti gli operatori sanitari, la polizia penitenziaria e la direzione degli istituti. Un lavoro di squadra fa una grandissima differenza" per la sfida più importante contro un virus silenzioso che si è pericolosamente insinuato tra le celle.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 dicembre 2020
Ancora critica l'emergenza Covid al carcere di Tolmezzo. Su un totale di oltre 200 detenuti, solo una decina sono negativi. Nel frattempo risultano contagiati tutti gli altri pochi 41bis rimasti fino a poco tempo fa negativi. A questo si aggiunge il fatto che cinque detenuti sono ricoverati in ospedale, mentre due sono finiti in terapia intensiva.
Il carcere di massima sicurezza di Tolmezzo è diventato l'esempio concreto di come l'emergenza può essere solo arginata tramite una riduzione immediata della popolazione detenuta, in maniera tale di isolare subito i positivi ed evitare che il Covid dilaghi fino a colpire le persone più vulnerabili. Richiesta che proviene da più parti, persino dalla ong "Medici senza frontiere" - abituata nei campi di guerra - che sta attualmente operando nelle carceri lombarde per far fronte all'emergenza sanitaria.
Ed è proprio nel carcere di Tolmezzo che i detenuti di due intere sezioni - oltre ad iniziare la battitura - hanno intrapreso lo sciopero della fame per sostenere l'azione non violenta di Rita Bernardini del Partito Radicale arrivata oramai a 21 giorni di digiuno. Tanti, troppi giorni di sciopero e per ora nessun segnale da parte del governo, in particolar modo dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
Per quanto riguarda Tolmezzo, giungono nuovi esposti nelle procure, questa volta chiedendo di mettere al vaglio la posizione del magistrato di sorveglianza di Udine. Uno è quello depositato nella procura di Bologna dall'avvocata Sara Peresson con il suo collega Cesare Vanzetti in relazione ai detenuti di Alta Sicurezza; mentre l'altro, sottoscritto sempre dalla Peresson e dall'avvocata Maria Teresa Pintus, attiene ai 41 bis ed è stato depositato presso la procura di Roma. Entrambi gli esposti, tra le altre questioni, chiedono di verificare se il Magistrato di Sorveglianza di Udine, tenuto ai sensi dell'art. 69 dell'ordinamento penitenziario a vigilare sull'istituto di pena, con il suo comportamento sia incorso in qualche responsabilità penale. Oppure, viceversa, se possa essere definito come "persona offesa".
Secondo gli avvocati, come si legge nell'esposto depositato nella procura di Bologna, "qualora si dovesse accertare che il contagio di taluni detenuti ha avuto come causa o concausa l'inadeguata gestione, da parte dei soggetti preposti, delle pratiche necessarie per evitare il diffondersi dell'infezione, ne discenderebbe che i responsabili della mala gestio (e con essi, in ipotesi, coloro che avrebbero dovuto predisporre piani di emergenza adeguati, qualora non l'abbiano fatto) avrebbero causato loro per colpa una malattia e potrebbero quindi rispondere del reato di lesioni colpose (auspicando che il male non abbia esito fatale per nessuno)".
La denuncia viene inviata alla Procura, poiché gli avvocati ritengono che "persona offesa (o, in denegata ipotesi, che si ritiene inverosimile, indagato) possa essere con elevatissima probabilità anche il Magistrato di Sorveglianza di Udine". I legali sono stati chiari nell'esposto. Il primo compito del Magistrato è di vigilare sull'organizzazione degli istituti di pena e di esercitare la vigilanza diretta ad assicurare che l'esecuzione della custodia degli imputati sia attuata in conformità delle leggi e dei regolamenti.
Come gli avvocati hanno già ben evidenziato, l'isolamento del detenuto malato e contagioso è un preciso dovere imposto dalla legge, con la conseguenza che il Magistrato di Sorveglianza aveva il diritto- dovere di vigilare sull'isolamento dei detenuti colpiti dal Coronavirus.
"E pertanto - si legge nell'esposto - o la Casa Circondariale ha taciuto la circostanza del mancato isolamento (ovvero, peggio ha dato informazioni false), ed in questo caso si è verificata un'ulteriore omissione di atti d'ufficio (o un falso ideologico in atto pubblico), o in alternativa, ipotesi a cui chi scrive non vuole credere, il Magistrato di Sorveglianza è venuto meno ai suoi doveri di vigilanza". Quindi, secondo gli avvocati, nell'uno come nell'altro caso, il coinvolgimento del Magistrato di Sorveglianza, seppur in veste diversa, è evidente.
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