di Thomas Pistoia
iltaccoditalia.info, 3 marzo 2021
Detenute, ex-detenute, compagne di detenuti. Le testimonianze di donne che hanno conosciuto l'esperienza del carcere sono al centro di un progetto che, associando le parole alle emozioni, mira a evidenziare sogni e bisogni di chi sconta una pena, a beneficio di un percorso di recupero che deve essere sempre l'obiettivo primario di ogni restrizione.
Lo Stato deve perseguire la rieducazione, non la vendetta. È un dettato costituzionale, oltre che morale, che da lungo tempo viene ripetuto come un mantra dalle istituzioni e, più in generale, dalla società cosiddetta "sana". Ma, al netto di fatti di cronaca divenuti tristemente famosi, che ancora non cessano di popolare trasmissioni televisive e tribunali, evidenziando la molta strada che resta da percorrere, il problema fondamentale continua ad essere quello della conoscenza. Quanto conosciamo le persone che vivono l'esperienza carceraria, cosa sappiamo delle loro necessità, dei loro sentimenti, della loro vita quotidiana?
A queste domande ha provato a dare una risposta il seminario online dal titolo "Anch'io ho dei sentimenti - Le donne ex-detenute si raccontano sul web", che si è svolto mercoledì primo marzo nell'ambito di "Archiviazioni", la rassegna di incontri virtuali a cura dell'"Archivio di Genere" (Adg). Il seminario, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della comunicazione, psicologia e formazione dell'Università di Bari (For.Psi.Com) e con il Centro di cultura e documentazione della stessa città, ha avuto come moderatrice e relatrice la Professoressa Rosita Maglie.
La Professoressa Maglie ha introdotto l'argomento illustrando l'attività dell'Archivio di genere (Adg). Si tratta di una delle cinque sezioni da cui è costituita la biblioteca del For.Psi.Com. Si pone l'obiettivo di conservare e condividere il patrimonio documentario relativo alle questioni di genere, riconoscendosi nel pensiero delle donne e mirando a far emergere quei materiali cui la cultura totalizzante occidentale (oppure patriarcale e maschilista?) non dà la giusta importanza.
Rosita Maglie ha fatto esempi pratici del modo in cui l'attività dell'Adg si concretizza nel caso specifico, presentando alcuni volumi concernenti la tematica. Ha poi illustrato il progetto di ricerca sulla realtà carceraria che ha coinvolto il suo dipartimento e ha elencato le attività fin qui intraprese:
- Ristretti Orizzonti: una sezione contenente esperienze e racconti vissuti da chi è stato in carcere.
- L'Università va in carcere: una sperimentazione che ha visto docenti e studenti frequentare i propri corsi insieme a i detenuti, all'interno delle strutture penitenziarie.
- Spazi aperti: un progetto nato a causa del Coronavirus. Uno spazio virtuale nel quale i detenuti condividono i propri pensieri con chi, fuori, non può uscire di casa a causa della pandemia.
- Una delle tappe più importanti si è concretizzata nel panel "Carcere, salute mentale e cura delle parole, oltre le sbarre", tenutosi presso l'ultimo Forum delle Giornaliste del Mediterraneo, ideato e fondato da Marilù Mastrogiovanni, che si svolge ogni anno a novembre (quest'anno sotto forma di webinar a causa dell'emergenza Covid).
Sensibilizzare i giornalisti, farli riflettere sulla necessità deontologica di una resa comunicativa rispettosa e corretta nei confronti dei detenuti, questo è stato il filo conduttore del panel.
- Un altro interessante momento sarà il paper "Women and prison in Italy: Wor(l)ds and (E)motions", che si svolgerà durante la giornata di studi "Storie di donne in carcere tra sopravvivenza e creazione" presso l'Università di Montréal il 24 e 25 marzo prossimi.
La Professoressa Maglie è entrata poi nel dettaglio della ricerca "Parole e emozioni". Partendo da 678 testi ricavati dalle testimonianze di detenute italiane e straniere, ex-detenute e compagne di detenuti - per un totale di 34.348 lemmi - sono state estrapolate, e analizzate nel contesto, le parole che esprimono le differenti emozioni provate (rabbia, paura, disgusto, gioia, tristezza, ecc.). A ogni emozione è stato assegnato un colore. Tramite uno schema a forma di fiore, alle detenute è stato poi chiesto di associare a una tappa del loro percorso carcerario (entrata - soggiorno - uscita) l'emozione provata e il colore corrispondente. La ricerca ha evidenziato, ad esempio, delle "linee di concordanza" tra il lemma "tossico" utilizzato nei racconti di donne compagne di detenuti e il dolore causato dal pregiudizio: "per le persone che conosco il mio compagno ha una sola sfaccettatura: è un tossico". Oppure la speranza disillusa: "come può un uomo reinserirsi nel mondo di fuori, se viene emarginato e visto comunque come uno che è stato dentro perché tossico?"
Le testimonianze dirette di Aurelia, ex-detenuta e Teresa, attualmente ristretta in carcere, hanno confermato le problematiche evidenziate dalla ricerca. Aurelia, che è detenuta da più tempo, ha raccontato senza remore la sua esperienza di malasanità carceraria, di piccoli e grandi abusi subiti e ha quindi individuato le emozioni provate nel colore rosso della rabbia. "Posso dire di provare un sentimento di gioia durante i colloqui" ha detto, quando le è stato chiesto di indicare un'emozione positiva "ma in carcere di positivo non c'è nulla, non è un luogo in cui si possano provare emozioni positive. L'unica cosa positiva forse, è che si impara l'importanza della libertà".
Più serena la testimonianza di Teresa (detenuta da minor tempo), la quale ha esternato anche emozioni positive, sottolineando l'utilità che sta avendo per lei il carcere. La rabbia provata a inizio detenzione è mutata in maggior fiducia nel futuro. Una fiducia che le viene dall'esperienza lavorativa che sta vivendo all'interno della struttura: "nella vita si sbaglia per scelta o per disperazione. In entrambi i casi se ne pagano le conseguenze. Molto dipende da come ti poni. La detenzione può diventare anche speranza nella possibilità di un riscatto. Non dico che sto bene, in carcere non si sta bene. Ma non ho perso la speranza, vedo una luce in fondo al tunnel".
Entrambe le detenute hanno indicato nel lavoro lo strumento fondamentale in cui trovare questa speranza. Il seminario si è chiuso con l'intervento del Professor Ignazio Grattagliano, docente di criminologia presso il For.Psi.Com: "stiamo cercando di creare un polo universitario tra Puglia e Basilicata per detenuti" ha detto Grattagliano "Nella nostra società c'è ancora una cattiva percezione del detenuto, che viene emarginato e considerato un elemento di serie B. Il carcere deve essere invece un percorso di cambiamento che consenta il reinserimento. L'investimento nella cultura deve diventare un sistema".
ansa.it, 3 marzo 2021
47enne finisce in cella per reati commessi nel 1999. "Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, ma mio marito già molti anni fa ha capito di avere sbagliato. Quello che ha fatto durante questi 22 anni lo dimostra ampiamente.
Metterlo in cella ora significa punire una persona onesta e la sua famiglia". A parlare è Leonide Marziale, la moglie di Giuseppe Marziale, chiuso in carcere qualche mese fa per dei reati commessi nel 1999 e per i quali era stato giudicato colpevole. Deve scontare una pena di 11 anni, 11 mesi e 16 giorni di reclusione per associazione mafiosa e spaccio di droga, anche se nel frattempo ha cambiato totalmente "pelle".
La donna, che già aveva lanciato un video-appello affinché venisse presa in considerazione la vicenda del marito, ci tiene a mostrare tutte le lettere di assunzione che Giuseppe ha firmato in questi anni, anche i tesserini di riconoscimento che gli erano stati consegnati. Tutto per testimoniare che Giuseppe Marziale, con la criminalità, non ha più niente a che fare da decenni. "Ha commesso degli errori quando aveva 26 anni ma poi ci siamo sposati. Lui è diventata un'altra persona, gli ho dato tre figli e durante tutti questi anni ha lavorato sempre onestamente".
Giuseppe Marziale militava in un gruppo camorristico dei Quartieri Spagnoli di Napoli e per conto di quella camorra ha commesso dei reati per i quali è stato condannato. Da moltissimi anni non è più quell'uomo ma un marito e padre amorevole che adesso è ripiombato nel buio del quale si era già liberato molto tempo fa.
di Ginevra Lamberti
Il Domani, 3 marzo 2021
La docuserie Netflix parla di un tempo lontano e di un luogo simbolo, ma molti dei temi toccati da SanPa riguardano anche le resistenze culturali del nostro presente. Dall'ambito psichiatrico a quello delle dipendenze a quello dei penitenziari si sceglie sempre la strada più economica, come se non valesse la pena investire.
A neanche due mesi dal debutto della docuserie SanPa sembra passato già un anno, due, cinque. Per me è stata l'occasione di raccontare una storia famigliare, aprire un faldone e richiuderlo. Ma sgonfiatosi l'hype, ai margini della storia collettiva, sono rimaste delle note appuntate a matita, altre cose da raccontare. L'8 febbraio Vanessa Roghi ha scritto sulle pagine di Domani come la più grande pecca di SanPa sia stata forse quella di relegare il tema delle droghe a una sorta di mondo novecentesco, chiuso nella scatola delle immagini di repertorio. È vero, ha raccontato i passaggi più tetri e irrisolti di un luogo con un nome e una localizzazione così precisi da risultare, infine, scollati dall'oggi, ma è vero anche che quelle note appuntate a matita con l'oggi hanno molto a che fare. Per questo ho contattato due dei testimoni che hanno prestato voce e volto al documentario.
Paolo Negri, entrato a San Patrignano nel 1989, nella sua testimonianza esprime un giudizio netto: il metodo applicato in quegli anni, in quel luogo, è il manuale di tutto ciò che nella stragrande maggioranza dei casi non va fatto. Negri non è solo un ex ospite, è anche un educatore che lavora nel campo delle dipendenze da ventisette anni. La seconda voce è quella di Paolo Severi, che nel documentario spiega di venire da Sassuolo e che lì, all'epoca, "o facevi piastrelle o ti drogavi". Severi però non è solo un ex ospite, è anche una persona che nel 1996 è passata per il carcere e lì ha scritto un diario, divenuto poi il libro "231 giorni" (pubblicato nel 2000 da Frontiera con prefazione di Dario Fo).
Paolo Negri è arrivato a San Patrignano quando le presenze erano incrementate da cento a un migliaio nel giro di quattro anni. Da piccolo borgo a cittadella nel giro di niente. Allo stato attuale delle cose, nonostante le intemperie legali del passato, San Patrignano continua a essere una realtà caratterizzata dalla grandezza nel senso più ampio. Grandi gli spazi, grande il numero degli ospiti, grande la produzione di beni agroalimentari e artigianali venduti all'esterno. Quella che fin dai primi tempi si affermò come "Comunità più grande d'Europa" continua a occupare questo primato a quarant'anni di distanza. Oggi, Negri lavora in un centro di pronto intervento con una capienza massima di diciotto ospiti per volta, e dopo decenni di esperienza sul campo spiega il suo punto di vista sulle falle di una realtà centrata su espansione, quantità, numeri. "Gestire mille o più persone non è possibile se non con un sistema basato sulla disciplina di massa. Il rischio è di dare per scontato che tutti quegli individui siano caratterizzati da una sorta di "identità tossica" riprogrammabile con la linea comune dell'ordine millimetrico, dei ritmi di lavoro, del letto rifatto, della tovaglia da apparecchiare seguendo i quadratini della trama. Ma non tutte le persone che utilizzano sostanze sono uguali. Per alcuni con la tossicodipendenza subentrano nevrosi e comportamenti compulsivi, e potrebbero avere addirittura bisogno di essere educati al disordine". Anche le tempistiche proposte per un percorso completo, a San Patrignano, sono peculiarmente lunghe. Secondo Negri "quando una persona ha fatto tre anni di percorso chiuso all'interno di un mondo iper-organizzato, è facile che il primo fallimento vissuto al di fuori finisca con l'essere devastante". Tuttavia neanche il fallimento va stigmatizzato, e la stessa bandiera del successo terapeutico a tutti i costi ha poca attinenza con la realtà di chi soffre di disturbi da uso di sostanze, o incorra in altre forme di dipendenza. "Nel mio lavoro incontro persone passate da diverse comunità, e che magari ne escono dopo la terza o quarta esperienza.
Non è semplice né immediato trovare la situazione ideale per il proprio caso. Ad esempio alcuni hanno bisogno di gruppi di psicanalisi, e non di una comunità a base lavorativa, le risposte devono essere molteplici come lo sono gli individui". "Infine" conclude Negri "non trovo sana la retorica delle ragazze e dei ragazzi "salvati".
L'educatore non è un santo, è un professionista che mette a disposizione informazioni e competenze. In altre parole io sono il vigile urbano che incontri quando ti sei perso, posso indicarti delle vie possibili, ma non è che otto anni dopo aver ritrovato la strada devi persistere in uno stato di adorazione per quel vigile urbano. La linea dirimente è dare protagonismo alle persone anziché alle strutture che le ospitano, impegnarsi affinché recuperino se stesse e non affinché diventino ciò che qualcun altro desidera".
Di quello che succede nelle carceri si parla poco, a meno che l'accaduto non meriti il bollino di evento estremo, e come tale si propaghi nel mondo esterno sotto forma di notizia. Nell'ultimo anno "l'estremo" e le sue molte sfumature sono state un po' la base della vita umana sulla terra e, forse anche per questo, di quel che accade dentro i penitenziari si è parlato di più. Ci sono state le rivolte di marzo, i contagi esponenziali dovuti in buona parte al sovraffollamento, c'è stata la sospensione di qualsiasi attività formativa e l'impossibilità di portare il concetto di Dad ai reclusi.
Nel libro-diario di Paolo Severi i temi attuali si sprecano: entrare innocenti e uscire colpevoli, il diritto alla salute negato, la sospensione dei diritti civili, la burocrazia in cui si rischia di perdere tutto, l'importanza di attività connesse con la formazione, la sensazione di essere trattati come animali da allevamento intensivo. Mentre leggevo 231 giorni mi chiedevo, ma allora che cos'è cambiato dal 1996? Secondo Severi, che tuttora collabora con associazioni impegnate nel settore, praticamente niente.
"Mentre il mondo fuori è cambiato rapidamente, ad esempio con internet e i social network, all'interno del sistema carcerario vige l'impermeabilità al contemporaneo. È un mondo arcaico con in più il carico di tutti i suoi problemi strutturali. Tuttora si entra neofiti e si esce potenzialmente esperti. La prima volta che entrai era il 1986, ero un ragazzino finito lì per cose da poco. Nella cella di fianco alla mia c'erano un Badalamenti, due pusher della Camorra, un rapinatore. Dopo tre mesi sono uscito con ogni tipo di contatto in ogni settore della malavita". Per Severi, all'inizio, San Patrignano è stata l'occasione di uscire dal carcere anzitempo per seguire un percorso di recupero nella comunità.
Poi la polizia è tornata a prenderlo. Lui racconta che dalla comunità fu "espulso" a causa di una storia clandestina con una ospite. Eppure nel suo libro ripete che indietro non sarebbe mai voluto tornare, anche se sarebbe bastato chiederlo con la giusta dose di pentimento. Perché? "Ho fatto il colloquio per entrare a San Patrignano nel 1992 insieme a "77", proprio il 77 che viene menzionato dai CCCP nella canzone "Emilia paranoica".
Muccioli fissò la sua data di ingresso per il 18 settembre, ma lui si alzò e disse che non poteva perché aveva il concerto dei Guns N' Roses. Alla fine lo convinsero, ma scappò nel giro di qualche mese. Si chiamava Marco Trascendi, anche lui era di Sassuolo. Io non sono scappato, ma un giorno mi hanno portato via lo stesso. All'inizio è stato un trauma, soprattutto perché pensavo a mia madre. Ma quando mi hanno messo nella cella spoglia la prima cosa che ho fatto è stato infilare le mani tra le sbarre e aprire la finestra. A Sanpa non potevi neanche aprire le finestre senza chiedere il permesso, ho provato una grande sensazione di libertà. Mi stavo esprimendo attraverso un gesto semplicissimo".
Quindi hai deciso di non tornare? "Quindi ho deciso che avrei cercato in ogni modo possibile di esprimere la mia personalità. Il fatto è che quando penso a Sanpa non penso tanto a una comunità quanto a un luogo in cui, utilizzando una categoria sconfitta e colpevolizzata, si va a creare un modello di società normato, con le donne da una parte e gli uomini dall'altra, a ognuno il suo ruolo come da tradizione, non ci sono obiezioni e va bene anche lavorare gratuitamente".
Paolo Negri racconta che nel suo pronto intervento il rapporto donne e uomini ha sempre visto una netta minoranza delle prime, "a livello di presenze parliamo di un quarto o addirittura un quinto. Oggi abbiamo un boom di donne, sono oltre la metà, quasi tutte con un profilo da alcolista e quasi tutte con compagni violenti e situazioni ulteriormente esacerbate dalla chiusura in casa. Per quanto riguarda la reperibilità delle sostanze da parte dei consumatori, anche durante il primo lockdown, quello è stato un problema relativo. Dobbiamo sempre tenere presente che la persona in sofferenza un modo per raggiungere ciò di cui sente di avere il bisogno tendenzialmente lo trova".
Ma, a prescindere dalla pandemia, va considerato l'apparato legislativo e il clima culturale in cui ci muoviamo. Negri spiega che "in Italia abbiamo un problema di istituzioni ampiamente emerso già con la legge Basaglia. Non è che quel progetto sia fallito, è che non è stato realmente costruito perché ci sono troppe resistenze culturali.
Lo stesso principio vale per le dipendenze, dove abbiamo avuto le terribili leggi Jervolino-Vassalli e Fini-Giovanardi, per poi trovarci con operatori dei Serd in difficoltà perché mancano auto aziendali, sistemi operativi, computer. Sia nell'ambito psichiatrico che in quello delle dipendenze si sceglie sempre la strada più economica, come se non valesse neanche la pena investire".
A dispetto di quanto si possa pensare, specie in un'epoca di protagonismo collettivo, esporsi non è facile. A chiusura di una videochiamata di due ore, in cui mi sono confrontata con i due Paolo e troppe cose abbiamo dovuto tagliare, Negri ha raccontato che partecipare a SanPa ha significato innanzitutto parlare con il figlio e con i colleghi, raccontando loro questa sua storia antica e molto privata: "mettere la faccia in questo racconto è stata una scelta forte per tutti".
Ci sono delle persone con storie e vissuti diversi che, a un certo punto di trent'anni fa, sono passate dalla stessa collina senza però incontrarsi davvero. Oggi Paolo Severi, Paolo Negri e molti altri (tra cui Giuseppe Maranzano e Sebastiano Berla, rispettivamente figlio di Roberto Maranzano e fratello di Natalia Berla) collaborano attivamente per mantenere la memoria di quanto accaduto. Tutti i materiali da loro raccolti sono consultabili sul sito lamappaperduta.com. Speravano che la docuserie Netflix aprisse al dibattito su questioni rimosse o ignorate, che non hanno certo a che fare solo con quella struttura e solo con quel tempo. In fondo lo sperano ancora.
di Michele Corredino
Corriere della Sera, 3 marzo 2021
L'analisi di Villanacci individua gli strumenti utili al politico e al giurista per limitare iniquità e abusi. La legislazione degli ultimi decenni - confusa, troppo spesso difficile da decifrare e comunque incompleta per il costante rinvio a normativa secondaria inattuata - non sempre è stata capace di regolare i fenomeni economici e sociali della modernità, né a rispondere alle esigenze di tutela che derivano dall'affermarsi nella coscienza sociale di istanze solidaristiche e dalla necessità di garantire sicurezza e sviluppo in un periodo di prolungata recessione, oggi più che mai aggravata dall'emergenza Covid 19.
Ciò ha dato impulso crescente ad interpretazioni adeguatrici di dottrina e giurisprudenza che hanno cercato risposte ben al di là della lettera della legge fondandosi su clausole generali quali affidamento, buona fede, abuso del diritto, ragionevolezza, proporzionalità. In questo modo si sono raggiunti approdi apprezzabili nella protezione di valori emergenti ma spesso è mancata un'approfondita elaborazione teorica.
Clausole generali ontologicamente differenti ma utilizzate in modo promiscuo o a volte sovrapposte con esiti caratterizzati talora da un "eccesso solidaristico" che ha condotto spesso la Corte di Cassazione e il Consiglio di Stato a perimetrare l'azione giudiziaria ed evitare il determinarsi di forme di disparità altrettanto ingiustificate. In questo quadro il libro di Gerardo Villanacci, "La ragionevolezza nella proporzionalità del diritto" (Giappichelli editore) ha la grandezza di sapere ricondurre ad unità il sistema scandagliando l'essenza dei principi di ragionevolezza e proporzionalità che non sono più confinati, come in passato, a parametro di legittimità delle leggi nei giudizi di fronte alla Corte Costituzionale ma hanno ormai assunto un ruolo centrale nella selezione dei beni giuridici da parte del legislatore, nell'interpretazione di norme incongrue o contraddittorie, nel bilanciamento di diritti in conflitto e nel superamento degli automatismi legislativi più volte censurati dal giudice costituzionale.
Fattispecie queste per nulla neutrali sotto il profilo delle scelte ideologiche e però indispensabili perché capaci di "scongiurare l'obsolescenza del sistema giuridico attraverso l'enucleazione dei valori che in un determinato momento storico si intende porre in risalto".
E così il libro di Gerardo Villanacci snoda la sua analisi nelle diverse fasi in cui i principi di ragionevolezza e proporzionalità sono in grado di esplicare la loro funzione riequilibratrice. Prima fra tutte la fase più delicata, quella dell'individuazione degli interessi meritevoli di tutela, in cui la ragionevolezza si pone come argine all'arbitrarietà delle decisioni.
Terreni di sperimentazione fertili, esplorati da Villanacci, sono quelli della salvaguardia dell'ambiente - lacerata nell'incessante ricerca di equilibrio tra la concezione ecocentrica e quella antropocentrica e nel "tentativo di lasciare ai nascituri almeno le stesse opportunità di chi li ha preceduti" - del divieto di maternità surrogata e dell'esigenza di rinegoziazione di patti contrattuali iniqui. Viene poi analizzato il ruolo assunto dal principio di proporzionalità nel diritto amministrativo ove è divenuto strumento di contenimento del potere della pubblica amministrazione a garanzia di diritti e libertà fondamentali nonché mezzo a disposizione del giudice per evitare interpretazioni formalistiche che potrebbero altrimenti trasformare il processo in un fattore di freno dello sviluppo economico.
È infine nel settore del diritto dei contratti che il principio di proporzionalità dà i suoi frutti più maturi consentendo al giudice di "controllare l'autonomia negoziale evitando la produzione di risultati illogici" ed impedire abusi nell'esercizio dei diritti.
Il libro di Gerardo Villanacci è prezioso perché, restituendo la dimensione poliedrica dei principi di ragionevolezza e proporzionalità, dà al politico e al giurista gli strumenti per la comprensione della complessità contemporanea e per il suo governo attraverso scelte, normative e giudiziarie, consapevoli ed orientate a perseguire sviluppo e ricchezza in un quadro di giustizia sociale.
di Andrea Daniele Signorelli
Il Domani, 3 marzo 2021
Dalla manomissione di foto e video privati poi diffusi in rete come materiale porno, fino all'utilizzo spregiudicato di tecnologie che ha provocato l'arresto di persone innocenti. Sono questi i rischi concreti dell'intelligenza artificiale. Potrei dirvi che Donald Trump è uno str*nzo", afferma Barack Obama in un video visto su YouTube da oltre 8 milioni di persone. Eppure, l'ex presidente degli Stati Uniti non ha mai pronunciato quelle parole. Assieme a Vladimir Putin, Mark Zuckerberg e perfino Matteo Renzi, Obama (il cui video è stato però creato a scopi educativi) è infatti una delle vittime più note del deepfake: la tecnologia che sfrutta l'intelligenza artificiale per sovrapporre, nelle foto o nei video, il volto di una persona al corpo di un'altra, ricreandone anche la voce e sincronizzando il labiale. Uno strumento di cui negli ultimi anni si è parlato soprattutto per il timore che desse vita a una nuova forma di fake news, in cui affermazioni di ogni tipo potevano essere messe in bocca a personalità del mondo politico o economico.
Eppure i deepfake hanno un'origine molto diversa e le vittime principali di questa tecnologia non sono certo i politici. È il dicembre 2017 quando la giornalista statunitense Samantha Cole scopre che un utente di Reddit - nascosto proprio dietro lo pseudonimo "deepfakes" - ha progettato e reso disponibile a tutti i frequentatori del sito un algoritmo di intelligenza artificiale specializzato in quello che in gergo si chiama face swapping (scambio dei volti), e che viene utilizzato su Reddit quasi esclusivamente per sostituire il volto di attrici di film porno con quello di celebrità del mondo dello spettacolo. Il rischio che si cela dietro uno strumento di questo tipo viene subito individuato dalla reporter: chiunque potrebbe trasformare una qualunque persona nella protagonista di un video porno, basta possedere un numero di fotografie sufficienti ad addestrare l'algoritmo di intelligenza artificiale.
Ci aveva visto giusto: le vittime di questa tecnologia sono oggi principalmente persone comuni, nella quasi totalità dei casi donne, che si ritrovano contro la loro volontà protagoniste di filmati porno manomessi e disseminati in rete. Secondo uno studio compiuto dalla società di ricerca Sensity AI, tra il 90 e il 95 per cento dei video deepfake scovati su internet dal dicembre 2018 a oggi rientrano nella categoria del porno non consensuale. Di questi, nel 90 per cento dei casi la vittima è una donna.
Ad alzare il velo su questa forma ancora più subdola di revenge porn - la diffusione online di foto sessualmente esplicite senza il consenso della persona ritratta - è recentemente stata la poetessa e conduttrice britannica Helen Mort, che ha raccontato alla Bbc e ad altre testate come pochi mesi fa abbia casualmente scoperto in rete la presenza di immagini pornografiche manomesse, assolutamente verosimili, realizzate a partire da alcune sue normalissime fotografie, pubblicate da lei stessa sui social network tra il 2017 e il 2019.
Dopo aver compiuto qualche ricerca e scoperto dell'esistenza della tecnologia dei deepfake, Helen Mort ha chiamato la polizia per denunciare l'accaduto, sentendosi però rispondere dagli agenti che non avrebbero potuto farci niente. Nonostante il revenge porn sia ormai un reato in moltissimi paesi (compresa l'Italia), a oggi nessuna nazione si è dotata di strumenti legislativi per impedire la manomissione non consensuale di fotografie prive di diritto d'autore.
Un vuoto legislativo che ha permesso all'autore delle finte immagini pornografiche con protagonista Helen Mort di sfuggire a qualsiasi indagine e quindi di non venire mai identificato. E che soprattutto ha favorito la moltiplicazione dei software per la creazione di deepfake, facilmente reperibili online e scaricabili anche sotto forma di applicazioni per smartphone. Sempre secondo le ricerche di Sensity AI, per esempio, circa 100mila persone, incluse ragazze minorenni, sono state vittime del bot di Telegram noto come DeepNude.
A differenza delle immagini photoshoppate che circolano in rete fin dagli albori del web, le immagini e i video creati con deepfake non solo sono difficilmente riconoscibili in quanto falsi, ma possono essere creati anche da chi non possiede nemmeno una rudimentale competenza informatica. Basta un click sul software giusto per disseminare su internet immagini che, inevitabilmente, continueranno ciclicamente a riemergere e a perseguitare le vittime.
Ma l'utilizzo di immagini scaricate anche dai social network e inserite in software di intelligenza artificiale usati con colpevole leggerezza non è solo all'origine dei deepfake. Un meccanismo simile è infatti anche la causa dell'arresto e della temporanea detenzione, negli ultimi 12 mesi, di almeno tre cittadini statunitensi innocenti. In questo caso, però, il porno non c'entra e la responsabilità non è degli utenti di Reddit o di Telegram, ma di agenti delle forze dell'ordine delle città di Detroit e dello stato del New Jersey e di uno strumento per la sorveglianza noto come riconoscimento facciale: un algoritmo che confronta le persone riprese da una videocamera di sicurezza con un database di foto personali, allo scopo di identificare un sospetto.
Come ha più volte dimostrato l'American Civil Liberties Union, questa identificazione è però tutt'altro che accurata. In un noto studio della ACLU del 2018, il software di riconoscimento facciale Rekognition, di proprietà di Amazon e venduto per lungo tempo alle polizie di tutto il mondo, ha per esempio scambiato per comuni criminali 28 rappresentanti del Congresso statunitense. Una ricerca commissionata dal NIST, agenzia governativa statunitense specializzata in tecnologia, ha invece mostrato come il software di riconoscimento facciale della società Rank One Computing fosse da 10 a 100 volte meno accurato quando doveva riconoscere volti di persone afroamericane o asiatiche rispetto ai volti di persone bianche.
Non è quindi un caso se, nel corso del 2020, le tre persone erroneamente arrestate negli Stati Uniti a causa di uno sbaglio del software di riconoscimento facciale - Robert Williams, Michael Olivier e Nijeer Parks - fossero tutte di colore. Una gravissima anomalia che ha portato la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez a denunciare il "razzismo degli algoritmi", causato con tutta probabilità dal fatto che per l'addestramento di questi sistemi vengono usate immagini stock - scaricate dagli archivi delle agenzie fotografiche - composte in larghissima parte da uomini bianchi. Il risultato è che, inevitabilmente, gli strumenti di riconoscimento facciale sono accurati quando si tratta di riconoscere uomini bianchi, meno accurati quando si tratta di uomini di etnie diverse e per niente accurati quando le persone da riconoscere sono, per esempio, donne nere.
È anche per questa ragione che in città come San Francisco od Oakland le tecnologie di riconoscimento facciale sono state messe al bando, e che colossi come Ibm, Microsoft o Amazon hanno sospeso la vendita dei loro software alle forze dell'ordine. Allo stesso tempo, però, società meno note e dai nomi come Vigilant Solutions, Cognitec, Rank One Computing e Clearview AI continuano a fornire i servizi di facial recognition che si stanno nel frattempo diffondendo in Europa e anche in Italia.
Dalle videocamere dotate di riconoscimento facciale installate nel parco di Como (e di prossima installazione anche a Firenze) alla sorveglianza eseguita per strada dalle forze dell'ordine londinesi, fino in Francia, dove il riconoscimento facciale è stato usato nelle scuole superiori e anche per identificare i manifestanti: questi casi, riportati dall'organizzazione italiana Hermes Center, fanno temere non solo che si usino con superficialità strumenti che penalizzano proprio le fasce della popolazione già discriminate, ma anche che la cittadinanza venga sottoposta a sorveglianza di massa senza nemmeno avere voce in capitolo.
I deepfake e il riconoscimento facciale mostrano quindi quali siano i rischi concreti posti oggi dall'intelligenza artificiale e quali siano i temi a cui la politica e la società civile dovrebbero prestare più attenzione. Da questo punto di vista, però, qualcosa si muove: nel Regno Unito e negli Stati Uniti, per esempio, sono state depositate nuove proposte di legge, o emendamenti a leggi già esistenti, allo scopo di ampliare il reato di revenge porn anche alle immagini manomesse tramite sistemi di deepfake o simili.
Per quanto invece riguarda il riconoscimento facciale, il 17 febbraio la coalizione Reclaim Your Face - sostenuta dall'Hermes Center con il supporto dell'Associazione Luca Coscioni, di Privacy Network e altre realtà - ha lanciato un'iniziativa che mira a raccogliere un milione di firme in sette paesi Ue nel corso dei prossimi 12 mesi, con lo scopo di "vietare l'uso di algoritmi di intelligenza artificiale che possono arrecare danni alla cittadinanza, come la sorveglianza biometrica di massa". Una raccolta firme organizzata all'interno del programma Eci (Iniziativa cittadini europei) dell'Unione europea e che quindi, se avrà successo, obbligherà la Commissione europea ad aprire un dibattito sul tema con gli stati membri del parlamento europeo.
di Fabrizio Pezzani
L'Opinione, 3 marzo 2021
Il presente articolo si richiama all'opera "Arcipelago Gulag" scritta da Aleksandr Solzenicyn sul sistema dei campi di lavoro forzato nell'Urss. Durante il regime comunista, l'utilizzo sistematico della giustizia politica disseminò l'Unione Sovietica di campi di concentramento e di isolamento.
Il Gulag descritto da Solzenicyn (Direzione generale dei campi e dei luoghi di detenzione) era un'istituzione penitenziaria volta a rieducare il prigioniero spesso tramite il lavoro. Oggi con la parola "Gulag" si intende spesso, oltre alla narrazione storica in senso traslato, qualsiasi contesto strutturale che genera una limitazione delle libertà personali, in virtù di fatti o disposizioni normative che creano una sorta di segregazione non solo fisica ma anche sociale ed interpersonale.
La situazione attuale sociale e sanitaria determinata dalla pandemia Covid sembra riprodurre, a suo modo, una sorta di "Arcipelago Covid" in cui le misura di deterrenza della forma virale toccano le libertà personali, le possibilità relazionali e creano con le misure di blocco coercitive una sorta di società sotto scacco, in una sorta di controllo normativo-burocratico lontano dalla realtà, assolutamente asettico di fronte all'emozionalità in crisi della società ed incapace di risolvere i problemi.
Questo controllo "legale" non sembra in grado di mediare le forme di proibizioni relazionali con la necessaria attenzione alla piaga del disagio sociale dell'isolamento e dalla lontananza di istituzioni, che sembrano eteree; l'isolamento forzato senza forme compensative diventa una forma di offuscamento dell'individuo come persona.
In questo modo, l'equilibrio e la stabilità sociale vengono messi in crisi e con esse l'identità delle singole persone, che sembrano essere perse tra le infinite righe, commi, articoli, Dpcm. di una burocrazia che nasconde con una complicazione ottusa la sua incapacità di dare una risposta ai problemi veri, che sono la tutela non tanto della libertà personale ma dell'equilibrio psichico delle singole persone, come dimostrano i tanti casi giornalieri di autodistruzione.
In questo Arcipelago Covid le persone sembrano muoversi in una sorta di deserto kafkiano in cui non vi sono certezze ma solo paure, disagi sociali e domande a cui non sembrano esistere risposte ed una sostanziale mancanza di empatia sociale, che distrugge il senso di essere persona.
A fronte di questo dramma, non solo sanitario ma di sistema e di equilibrio sociale, si affianca in modo parallelo un circo Barnum di giornalisti autoreferenziali e supponenti, epidemiologici illustri, politici persi in una bolla soffocante e distruttiva... tutti a promuovere se stessi ma non il bene comune.
Sono tutti a difendere punti di vista molto diversi e talvolta contraddittori tra di loro, sia sulle misure da adottare, sia sui possibili nuovi rimedi per rispondere all'emergenza. Tutte queste controversie hanno introdotto dubbi, paure, incertezza nella mente dei cittadini, che rimangono senza risposte in una sorta di alienante isolamento dalle istituzioni, che dovrebbero essere preposte a tutelare i cittadini e non a sopravvivere a se stesse.
La decadenza del nostro modello culturale ha trovato con il Covid la massima evidenza del suo fallimento, della sua incapacità di costruire un benessere comune ma funzionale a favorire interessi particolari da realizzare, anche illecitamente. L'Arcipelago Covid ci mette a contatto con l'incertezza della vita che sembrava allontanata dalle scoperte scientifiche, la tecnica innalzata a virtù suprema ha ingannato l'uomo portandolo a sognare un mondo inesistente.
Forse questa situazione può fare riflettere sul senso dell'economia che deve essere un mezzo e non un fine nella società, sulla necessità di riscoprire il senso di solidarietà ed il ritorno a produzioni locali, all'abbandono di una finanza illusoria e fallimentare, alla ricostruzione di una classe dirigente che abbia, come nel Dopoguerra, il senso sociale e veda la politica come una virtù umana e non solo come la realizzazione di fatui interessi particolari.
Forse allora l'Arcipelago Covid potrà portare, dopo il dolore, la saggezza. Perché come scriveva Eschilo con il suo "pathei mathos" ("conoscere soffrendo") sembra che solo con il dolore l'uomo riacquisti la saggezza.
di Pietro Barghigiani
Il Tirreno, 3 marzo 2021
Rivolte in simultanea come se "Radio carcere" avesse messo in onda un messaggio di chiamata alle armi ricevendo una risposta immediata, in tempo reale. Era il 9 marzo 2020, agli albori del Covid nelle sue forme già mortali, e nelle prigioni italiani esplosero una serie di disordini con danneggiamenti e aggressioni agli agenti della penitenziaria. Anche al Don Bosco gli animi non restarono pacifici. E adesso, a distanza di quasi un anno, la Procura chiede il rinvio a giudizio di dieci detenuti accusandoli, a vario titolo, di essere in concorso istigatori ed esecutori materiali danneggiamenti e lesioni aggravate, violenza e resistenza a pubblico ufficiale.
Tra i dieci imputati figura un nome di cui "Il Tirreno" si è occupato nelle scorse settimane. È quello di Luca De Angeli, 45 anni, originario di Pietrasanta e residente a Massa. Ex ciclista professionista nella squadra di Marco Pantani, De Angeli è in carcere per scontare una condanna a 8 anni e 10 mesi per tentato omicidio. Nel luglio 2020 è arrivato un altro verdetto: 3 anni e 4 mesi per maltrattamenti contro la ex moglie. E proprio per il rancore maturato nei confronti della donna che ha rimediato un'altra denuncia. Pur stando nelle carceri ormai da tempo, tra Massa, Pisa e ora Verona, De Angeli avrebbe continuato a minacciare l'ex moglie. Attraverso la corrispondenza, affidando a messaggeri esterni le missive cariche di odio e con minacce di morte. Pure di un cellulare si è servito nel suo disegno intimidatorio.
La richiesta di rinvio a giudizio dei dieci detenuti sarà esaminata dal gup Giulio Cesare Cipolletta. Quel giorno di marzo in varie carceri scoppiarono rivolte concluse anche con vittime. A Pisa vennero incendiate suppellettili e masserizie. Lenzuola a fuoco, oggetti lanciati contro gli agenti. Lo stop agli incontri con i familiari a causa del Covid fu uno dei detonatori della protesta poi degenerata in aggressioni e danneggiamenti. Un agente della polizia penitenziaria rimase ferito. Un pomeriggio di violenza con una situazione di allarme che aveva portato all'esterno del carcere una cinquantina di agenti tra poliziotti e carabinieri pronti a intervenire in caso di necessità all'interno della casa circondariale. Alle 20 i rivoltosi rientrarono nelle celle. Quello che era successo nelle ore precedenti è diventata una richiesta di rinvio a giudizio.
di Valeria Pini e Anna Silvia Zippel
La Stampa, 3 marzo 2021
Per la giornata mondiale "Self-injury Awareness Day", pubblichiamo "Niente più cicatrici", di Sara Sartori: un racconto in prima persona, un'immersione nel mondo interiore di due giovanissime che hanno sofferto e poi curato le proprie ferite grazie a un profondo percorso terapeutico. E un'intervista alla neuropsichiatra che le ha aiutate.
"La prima volta è stato un graffio, fatto quasi senza pensarci. Avevo trovato un modo per dire: ecco, io sto soffrendo". Angela e Franca non si conoscono, ma hanno entrambe appena 13 anni quando iniziano a ferirsi. Sole, chiuse in bagno, di nascosto. Spesso quando i genitori sono fuori, senza che ci sia ogni volta una precisa causa scatenante.
Gesti inizialmente inconsapevoli che a poco a poco diventano rituali. Parliamo di autolesionismo, atti compiuti con l'intento di farsi male e affrontare il dolore dell'anima. Un rituale che dà al tempo stesso dipendenza, sicurezza e la momentanea illusione di sentirsi meglio, di emergere dal buio. Un autolesionismo che spesso include anche gravi disturbi alimentari. I corpi sotto assedio di Angela e Franca diventano il diario esteriore del male che provano dentro, il campo di una battaglia che le conduce entrambe, poco più che tredicenni, a tentare il suicidio. Questo è il loro racconto.
Nell'audio documentario "Niente più cicatrici" ascoltiamo le voci di Angela e Franca, raccolte da Sara Sartori, giornalista e autrice radiofonica, in collaborazione con la dottoressa Arianna Terrinoni, dirigente medico nel reparto di Neuropsichiatria Adolescenti dell'Ospedale Policlinico Umberto I di Roma, che ha seguito e sostenuto le due ragazze nei loro percorsi di guarigione.
Un podcast che racconta in prima persona, con sensibilità, cos'è l'autolesionismo, fenomeno in crescita che sempre più spesso conduce i giovanissimi a ricercare la morte.
Ma le voci di Angela e Franca ci dicono soprattutto come entrambe, oggi, possano raccontare quel che hanno attraversato da una prospettiva diversa, raggiunta dopo aver fatto un profondo percorso di terapia durato diversi anni, grazie all'aiuto di specialisti fra i quali la dottoressa Terrinoni, che ci spiega: "Angela arriva in reparto ricoverata d'urgenza a soli 13 anni e mezzo, con una prima diagnosi di grave disturbo d'ansia. Anche Franca è ancora una bambina quando viene ricoverata per tentato suicidio, ma in un'altra struttura. E quando ne ha 17, viene portata nel mio studio per iniziare una nuova terapia".
"Quando ho parlato con la dottoressa Terrinoni della mia idea di fare questo audio documentario - racconta l'autrice del podcast, Sara Sartori - lei ha individuato queste due pazienti poiché le riteneva in grado di esporsi e raccontare con la giusta distanza il loro trascorso, anche perché ne sono ormai fuori. E quando ho incontrato Angela e Franca, mi sono resa conto che per loro era molto naturale parlare di ciò che avevano attraversato. La cosa che mi ha colpito è che entrambe fossero consapevoli del fatto che queste cose possono succedere a tutti, che non ci deve essere un tabù. Parlarne era per loro anche una forma di riscatto, come dire "Ecco, io esisto". Per questo non ci sono esperti o narratori, volevo renderle completamente protagoniste, volevo provare a fare immergere l'ascoltatore nel loro mondo. Le storie di queste due ragazze ci accompagnano in riflessioni e pensieri che sembrano indicarci una strada da percorrere".
Come è stato per Angela e Franca, tantissimi adolescenti hanno bisogno di aiuto e assistenza specialistica, ma in tutta Italia ci sono solamente fra gli 80 e i 92 posti letto di Neuropsichiatria infantile e adolescenziale. Molte regioni non li hanno proprio e si appoggiano ai reparti di pediatria o, peggio ancora, ai reparti psichiatrici per adulti.
Lo stesso Ospedale Policlinico Umberto I di Roma è in attesa da quattro anni che venga finalmente reso operativo il nuovo reparto di Neuropsichiatria Adolescenti, già esistente ma ancora chiuso, con il quale si potrebbero aggiungere otto posti letto agli otto già operativi.
Angela oggi ha 21 anni e, come sentiamo nel podcast, ama molto cantare. Franca di anni ne ha 19, si è trasferita negli Stati Uniti e vuole diventare medico. Entrambe seguono tuttora una terapia di supporto, ma stanno bene e possono raccontarlo. Perché uscirne è possibile se si viene curati e per questi ragazzi e ragazze in difficoltà c'è un modo per costruirsi un futuro. L'importante è trovare la terapia giusta. Il reparto di Neuropsichiatria Adolescenti dell'Ospedale Policlinico Umberto I di Roma, ogni anno aiuta decine di giovani ad affrontare questi disturbi.
Professoressa Terrinoni come aiutate questi ragazzi "fragili". Che tipo di terapia avete scelto?
"Per questa tipologia di pazienti diamo indicazione e adottiamo la DBT-A (Dialectical Behavoiur Therapy for Adolescents), la più usata nei casi di autolesionismo. Il paziente viene inizialmente 'addestrato' a seguire comportamenti non disfunzionali che lo inducano a contrastare l'impulso che lo spinge a farsi male. Il format standard è una terapia individuale con il ragazzo accompagnata da quella di gruppo multifamiliare. Per noi l'obiettivo è mettere il giovane paziente in una situazione di protezione e sopravvivenza imparando a riconoscere le sue emozioni, successivamente se lo vorrà potrà seguire seguire anche altri percorsi psicoterapeutici".
Quali sono i fattori di rischio in questo tipo di patologia? Come accorgerci che l'adolescente sta male?
"Sono malattie subdole e aspecifiche, spesso difficili da riconoscere. Tutte le condotte autolesive costituiscono un serio segnale d'allarme e possono essere o non accompagnate da alterazioni dell'umore improvvise o da un mancato controllo delle emozioni, come dell'impulsività. Ma anche un declino scolastico o un progressivo ritiro sociale vanno tenuti d'occhio".
A volte i genitori non si accorgono delle condotte autolesive
"Spesso i ragazzi nascondono sapientemente il loro corpo con magliette a maniche lunghe in piena estate o con elastici o bracciali sui tagli. Tengono in posti segreti della stanza strumenti contundenti o lasciano pigiami o lenzuola con macchie di sangue. Tutto va osservato e potrebbe essere un indizio di un attacco al corpo. I ragazzi in questa condizione si chiudono a lungo in bagno e rifiutano qualsiasi tipo di incursione dei genitori nelle loro camere".
C'è una definizione scientifica di questo attacco al corpo. In fondo anche nei disturbi alimentari si aggredisce il proprio corpo non mangiando o mangiando troppo.
"Nel 1990, lo psichiatra italo-americano Armando Favazza definì le condotte autolesive (Self-Injurious Behavoiur oggi NSSI) come atti distruttivi e intenzionali rivolti verso diverse parti del corpo, senza intento suicidario. Possono essere distinte in forme dirette, ad esempio, attraverso una lametta o un coltello, oppure in indirette mediante abuso di sostanze o farmaci. Anche il vomito autoindotto può far parte di queste".
Come fate a conquistarvi la fiducia di questi ragazzi che spesso vogliono nascondersi?
"Non li giudichiamo. Accettare il sintomo è parte della cura. Se un ragazzo resta completamente in silenzio durante la visita, cerchiamo di fargli capire che siamo lì per aiutarlo, che lui/lei non è una perdita di tempo. È il suo punto di vista che ci porta, ed è un momento che va onorato. Ci capita così di aprire lentamente un varco e di riuscire a dialogare dopo lunghi silenzi".
Covid ha peggiorato le cose o ha solo portato a galla problemi già presenti?
"Il coronavirus è sicuramente stato un potente acceleratore e ha anche peggiorato alcune situazioni. La prima ondata è stata meno problematica. Molti 'ritirati sociali' erano molto felici di stare a casa, ma tanti ragazzi lentamente non hanno accettato la mancanza di socialità. Il secondo lockdown è stato molto più pesante. Gli adolescenti hanno bisogno di Regolatori mentali, quindi la famiglia, le relazioni, le associazioni sportive, che aiutano i ragazzi a costruirsi le giornate e a strutturarsi. Il Covid li ha strattonati dentro ritmi nuovi e alterati, ha abbassato ancora di più le aspettative per il futuro, è aumentata la precarietà e l'incertezza, e per molti quelli più vulnerabili c'è stato anche il problema di una minore possibilità di accesso alle cure".
Come si strutturano le giornate dei ragazzi nel vostro reparto?
"In genere i pazienti arrivano tramite il pronto soccorso al nostro reparto dopo un episodio di autolesionismo o in caso di un TS o di un'acuzie psichiatrica. Cerchiamo di favorire le loro risorse personali che saranno il terreno per una cura. In genere un ricovero dura una media di 15 giorni. Le loro giornate sono scadenzate da varie attività perché non li trattiamo solo come pazienti. Restano innanzitutto adolescenti. Seguono le lezioni scolastiche, vanno in biblioteca, fanno esercizio fisico e vanno anche in piscina. Poi ci sono le passeggiate nel quartiere, i giochi con la Wi e, seguiti da un operatore, possono navigare in rete. Nascono amicizie a volte profonde. Ma ci sono anche le crisi, impetuose, protratte; i momenti difficili. In ogni caso cerchiamo di creare un'alleanza con i ragazzi".
Fra i problemi nei casi di autolesionismo c'è quello dell'emulazione...
"È spesso un fattore d'innesco a cui bisogna fare attenzione ed è un effetto che conosciamo bene anche in reparto. Se arriva un ragazzo che si taglia sappiamo che potrebbe influenzare seriamente anche gli altri. Cerchiamo di spiegare ai ragazzi il pericolo di questi gesti, ma sempre con un approccio non giudicante".
In questo tipo di disturbo psichico si parla molto di familiarità...
"C'è una componente genetica, una maggiore vulnerabilità biologica, ma non è solo questo. Contano diversi fattori e in modo particolare l'ambiente in cui il ragazzo vive. Se al bambino non viene fornito un corretto rispecchiamento emotivo, tra lui e l'ambiente si innescheranno disfunzioni sempre maggiori fino alla strutturazione di un vero disturbo psichico. Anche i traumi hanno un ruolo importante. Va inoltre ricordato che gran parte delle malattie psichiatriche esordiscono proprio in adolescenza. Prima si accede alle cure e prima si può sempre gestire questa malattia".
Quando un ragazzo cerca di togliersi la vita o si provoca volontariamente una lesione si parla spesso di atto dimostrativo. Cosa ne pensa?
"Secondo la mia opinione non esistono atti dimostrativi. Spesso quando gli adulti catalogano in questo modo un episodio di questo tipo, il ragazzo lo ripete e si danneggia anche di più. Bisogna fare attenzione e interpretare queste azioni comunque come un bisogno autentico di attenzione. Non vanno sottovalutate. Bisogna stare accanto a questi adolescenti curarli e sostenerli in un momento critico della loro vita".
Si parla molto anche dell'effetto dei social su questi gesti...
"In passato si diceva che i giovani self-harmer emulassero gli emo, per il loro look particolare, o volevano identificarsi con un Johnny Depp o una Amy Winehouse. La malattia psichiatrica, il personaggio sopra le righe, il "dannato", hanno sempre avuto un fascino perverso sui ragazzi. Oggi la rete offre di tutto: grandi opportunità ma anche modelli 'sbagliati' da seguire, strade pericolose. Gli adulti devono monitorare tutto questo, incuriosirsi con loro verso questo mondo sconosciuto. Gli adolescenti non vanno dimenticati nelle loro stanze, perché la rete può essere insidiosa".
Come aiutate i genitori?
"I genitori vanno educati e supportati. Va data loro una restituzione diagnostica e fornite tutte le informazioni sull'utilità dei farmaci che restano comunque sempre una cornice della cura. Devono interpretare l'atto autolesivo del figlio secondo molteplici significati. Può rappresentare un'autopunizione del ragazzo, l'incapacità di tollerare gioia o tristezza o semplicemente, l'impossibilità di fare i conti con la noia. È difficile fronteggiare il vuoto in una società in cui tutto è organizzato. Spesso svincolarsi dall'infanzia e crescere può causare un grande disorientamento. Quando un adolescente tenta il suicidio lo fa perché ambisce forse ad una seconda vita o ad un'altra possibilità. Devono capire che possono immaginare un futuro possibile anche nelle loro vite. Inoltre va combattuto il fascino del disturbo mentale. L'identità negativa dà uno stigma ma può dare comunque una forma: è attraente sì ma alla lunga è solo distruttiva".
di Riccardo Chiari
Il Manifesto, 3 marzo 2021
Diritti negati. Da 40 giorni in sciopero e da 20 in presidio permanente i lavoratori immigrati, costretti dalla proprietà cinese della stamperia tessile Texprint di Prato a turni di 12 ore per 7 giorni la settimana. Li sostiene il Si Cobas, sabato manifestazione in piazza del Comune.
"Mai più schiavi". Lo striscione appeso alla cancellata della Texprint, stamperia a conduzione cinese nel Macrolotto industriale di Prato, spiega meglio di tante parole l'ennesimo caso di sfruttamento della manodopera immigrata e l'illegalità diffusa nel settore tessile. A protestare da quasi un mese sono operai in maggioranza pakistani, costretti a turni di 12 ore giornaliere per 7 giorni la settimana, più del doppio del monte ore previsto dai contratti di lavoro del settore. Va da sé che non ci sono straordinari, tutto quanto è di fatto imposto dai titolari della stamperia come turno ordinario. Una situazione intollerabile, venuta a galla quando i lavoratori hanno intrapreso uno sciopero a oltranza con presidio permanente davanti alla fabbrica, giorno e notte, con il sostegno del sindacato di base Si Cobas.
A scioperare sono una ventina di operai sui circa 50 addetti della Texsprint, dove lavorano anche una ventina di impiegati per un totale di 70 dipendenti complessivi. Una lotta che ha già portato per due volte all'intervento delle forze dell'ordine, assai sollecite a strattonare, immobilizzare, e anche ammanettare per qualche minuto i lavoratori sdraiati a terra per impedire carichi e scarichi dei tessuti stampati per diverse committenze.
"Questi operai chiedono la regolarizzazione dei rapporti di lavoro - spiegano Luca Toscano e Sarah Caudiero dei Si Cobas - cioè la fine dell'utilizzo illecito dei contratti di apprendistato, un classico escamotage per pagare meno e mantenere la precarietà, con la trasformazione in rapporti a tempo indeterminato. Poi il rispetto del contratto collettivo nazionale e quindi degli orari di 8 ore per 5 giorni la settimana. E ancora il riconoscimento di due giorni di riposo, la possibilità di avere le ferie, e la regolarizzazione del personale che lavora senza contratto". Un fatto quest'ultimo certificato a gennaio dall'Ispettorato del Lavoro di Prato, che non ha impedito però all'azienda cinese, convocata in Prefettura per un tentativo di mediazione, di alzare un muro, rifiutando ogni trattativa sulle posizioni contrattuali dei lavoratori.
"Come unica possibilità di soluzione della vertenza - puntualizzano Toscano e Caudiero - la Texprint si è detta disposta a riconoscere dei soldi a tutti gli iscritti al sindacato, in cambio della risoluzione dei rapporti di lavoro. È evidente la volontà di far fuori il sindacato e i lavoratori che hanno avuto il coraggio di denunciare lo sfruttamento. Un operaio recentemente ha perso una falange delle dita, e ci sono altri infortuni gravi nascosti dall'azienda che, accompagnando i feriti al pronto soccorso, ha fatto pressioni perché dichiarassero diverse circostanze dell'infortunio".
In questo patologico contesto, l'anno scorso la Texprint ha comunque avuto un finanziamento pubblico di 354mila euro per la produzione di mascherine antivirus, con un investimento dell'azienda di 472mila euro. Ma anche questa produzione, ricordano i lavoratori, si è basata sullo sfruttamento. Mentre in autunno, appena ricevute le deleghe, tutti i lavoratori sindacalizzati sono stati posti di cig. Con causale Covid.
Sabato il Si Cobas manifesterà in piazza del Comune: "Dopo 40 giorni di sciopero e 20 di picchetto permanente - chiudono Caudiero e Toscano - abbiamo avuto il sostegno di decine di cittadini, che hanno portato aiuti concreti: cibo, tende, mascherine, disinfettante, gazebo, batterie, legna, ombrelloni, frutta, brandine e coperte. Dimostrando che i lavoratori non sono soli nella loro battaglia per la dignità, e il rispetto delle leggi sul lavoro e del contratto nazionale".
di Piera Laurenza
sicurezzainternazionale.luiss.it, 3 marzo 2021
Un rapporto delle Nazioni Unite ha rivelato che decine di migliaia di siriani, detenuti "arbitrariamente" nel corso del conflitto, sono scomparsi e il loro destino è al momento ignoto. Il rapporto, che si prevede verrà presentato al Consiglio dei Diritti Umani dell'Onu l'11 marzo prossimo, si basa su più di 2500 interviste condotte nel corso degli ultimi dieci anni. Il quadro presentato, definito "orribile", include violazioni dei diritti umani, torture sistematiche, stupri e altri crimini perpetrati all'interno di circa 100 strutture di detenzione in Siria sin dallo scoppio del conflitto, il cui inizio risale al 15 marzo 2011. A detta degli autori della relazione, ovvero "investigatori" delle Nazioni Unite, molte di queste violazioni sono paragonabili a crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Quanto raccontato è stato poi definito un "trauma" che influenzerà la società siriana per decenni.
Stando a quanto riferito da un membro della commissione onusiana, Hanny Megally, la detenzione arbitraria ha rappresentato una forma di punizione impiegata contro oppositori e voci critiche legate ad entrambe le parti belligeranti, sebbene sia stata utilizzata soprattutto dal governo di Damasco affiliato al presidente siriano Bashar al-Assad. Come precisato da Megally, scopo delle autorità siriane era intimidire e terrorizzare la nazione e, per fare ciò, i siriani detenuti sono stati vittima di "trattamenti brutali". Sono migliaia i cittadini scomparsi con la forza, per mano del governo damasceno, i quali si pensa siano morti o giustiziati, mentre altri sono tuttora trattenuti in condizioni definite "disumane".
Tali azioni, è stato poi affermato, sono state perpetrate nonostante gli alleati e gli attori terzi che sostengono le parti impegnate nel conflitto fossero a conoscenza di quanto accaduto. Motivo per cui, secondo Megally, sono proprio tali Stati terzi a doversi impegnare per scoraggiare comportamenti simili, dalla tortura alla detenzione arbitraria, all'uccisione o sparizione forzata di detenuti, fino alla violenza di genere contro prigionieri. Al contempo, è stato evidenziato come dovrebbero essere gli stessi sostenitori a porre fine alle forme di sostegno, sia finanziario sia in termini di armi, contro i diversi gruppi armati. "Le sofferenze di centinaia di migliaia di familiari devono terminare" è stato ribadito, esortando le parti coinvolte a rivelare il destino dei prigionieri, al momento ignoto, attraverso la creazione di un meccanismo internazionale, con cui localizzare le persone scomparse e i loro resti.
Parallelamente, è stata messa in luce la necessità di rilasciare coloro che sono ancora detenuti, viste le minacce derivanti dalla diffusione della pandemia di Covid-19 in prigioni sovraffollate, altresì caratterizzate da condizioni igienico-sanitarie precarie. Il rischio è che il virus si diffonda, in un secondo momento, anche nelle aree circostanti, divenendo, in tal modo, una seria minaccia per l'intero Paese. Alla luce di un quadro simile, è stato chiesto che gli autori dei crimini denunciati siano portati dinanzi alla giustizia e che gli Stati membri delle Nazioni Unite mettano in atto quella legislazione che consenta loro di perseguire i singoli responsabili, così come accaduto di recente in Germania. Sebbene sia stato messo particolarmente in rilievo il ruolo del governo di Damasco nel perpetrare quelli che sono stati definiti crimini, anche altri gruppi armati attivi in Siria sono stati ritenuti responsabili di sparizioni forzate e abusi. Tra questi, le forze congiunte di Free Syrian Army (FSA), Syrian National Army (SNA) e le Syrian Democratic Forces (SDF). Non da ultimo, sono state incluse le azioni perpetrate dai gruppi terroristici quali Hay'at Tahrir al-Sham e lo Stato Islamico.
Il perdurante conflitto siriano è oramai in corso da circa dieci anni. L'esercito del regime siriano è coadiuvato da Mosca, mentre sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. Sono diverse le regioni tuttora oggetto di un clima teso. Tra queste, il governatorato Nord-occidentale di Idlib, il quale rappresenta l'ultima roccaforte posta ancora sotto il controllo delle forze di opposizione, al centro di una violenta offensiva fino al 5 marzo 2020. In tale data, il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno concordato una tregua, volta a favorire il ritorno degli sfollati e rifugiati siriani. Tuttavia, le violazioni, seppur sporadiche, hanno spesso fatto temere il riaccendersi di tensioni.
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