di Benedetta Moro
Il Piccolo, 2 dicembre 2020
Il focolaio scoppiato in carcere rende necessario prolungare il mandato della responsabile provvisoria Taiani. Nessun positivo ha per ora sintomi gravi. Doveva lasciare l'incarico a metà novembre, ma il focolaio scoppiato la scorsa settimana nel carcere del capoluogo giuliano l'ha trattenuta. Resterà dunque a Trieste fino a gennaio Romina Taiani, che dirige provvisoriamente da settembre la struttura di via del Coroneo, dopo l'uscita del predecessore Ottavio Casarano, ora a Rebibbia. D'altronde doveva fermarsi fino a gennaio anche in Veneto, dove amministra, sempre come reggente, il carcere di Rovigo. In entrambi gli istituti penitenziari non sono ancora stati individuati dei direttori titolari per cui è stato avviato un interpello.
Intanto i contagi continuano a crescere: i detenuti positivi sono passati da 17 a 30, ma non ci sono casi gravi. Numeri in aumento anche tra le guardie carcerarie. Si attendono i dati dei nuovi screening. "Stiamo affrontando la situazione in stretta collaborazione con Asugi, che ringrazio" rassicura Taiani. A causa del focolaio sospese tutte le attività, come previsto da protocollo, ma non i colloqui, grazie agli schermi di protezione tra detenuto e visitatore.
Il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma ha comunicato in questi giorni che sono 83 i penitenziari colpiti su 192. Si attende dal Parlamento l'ok alle misure svuota carceri, tra cui la "liberazione anticipata speciale", per cui si batte la Radicale Rita Bernardini, giunta al 20esimo giorno di sciopero della fame. Vicino all'ex deputata è Enrico Sbriglia, già provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria e direttore del carcere di Trieste, nonché consigliere generale del Partito Radicale Transnazionale, intervenuto negli scorsi giorni su Radio Radicale: "Con quale coerenza e credibilità - ha sottolineato - s'impone il distanziamento nelle scuole, sul lavoro, agli esercizi economici e tanto non viene considerato per operatori penitenziari e detenuti?".
La Nuova Venezia, 2 dicembre 2020
"La protesta dei detenuti avvenuta mercoledì scorso nel carcere di Santa Maria Maggiore pone l'accento sulla drammatica situazione, resa ancora più grave da questo periodo di pandemia, di chi è detenuto ma anche di chi lavora all'interno di una struttura dove gli spazi ridotti fanno emergere i disagi e preoccupazioni di contagio", commentano Gianpietro Pegoraro, Coordinatore regionale Cgil Polizia Penitenziaria e Franca Vanto della Cgil Funzione Pubblica.
"Il sistema carcere in episodi come questo dimostra come non mai di essere inadeguato e superato ad affrontare il problema sia dell'affollamento di detenuti che della pandemia. Situazioni queste, che come sindacato avevamo più volte segnalato proponendo allo stesso tempo del carcere, dove vi è necessità di dare attuazioni alle Leggi che già ci sono, come ad esempio l'applicazione dell'articolo che prevede un sistema integrato di istituti differenziato per le varie tipologie detentive, che costituirebbe un enorme passo in avanti di riforma. Inoltre servono investimenti su più livelli - aggiungono Pegoraro e Vanto.
Ci riferiamo all'edilizia penitenziaria che ogni anno subisce sempre tagli ai fondi per la ristrutturazione delle carceri e nel creare al loro interno spazi più aperti che oggi mancano. Riteniamo che non occorre costruire nuove strutture detentive, ma vi è necessità urgente l'attuazione di un nuovo codice penale, non serve dare attuazione ai decreti sicurezza, che vengono emanati in base ai mal di pancia di un ministro per avere il consenso popolare.
Bisogna inoltre investire su nuove assunzioni di personale (poliziotti, amministrativi, educatori e psicologi) e sulla formazione, che ogni anno viene sempre ridotta, così come è ridotto il vestiario degli operatori di polizia penitenziaria, che viene consegnato con enorme ritardo (a volte con taglie errate) e che in certe occasioni non viene consegnato affatto".
di Sofia D'Arrigo
parmateneo.it, 2 dicembre 2020
C'è un diffuso preconcetto secondo cui fare l'infermiere in carcere sarebbe rischioso. Intervista al responsabile del Servizio Infermieristico del carcere di Parma.
L'infermiere in carcere è un mestiere non a tutti noto e fa i conti con il diffuso preconcetto per cui lavorare nei penitenziari sarebbe rischioso. La sanità penitenziaria però, è materia tutto sommato nuova. Solo nel 2008, dopo un lungo iter legislativo, si è stabilito il passaggio della competenza in materia di salute al Servizio Sanitario Nazionale, lasciando all'Amministrazione Penitenziaria il compito di provvedere alla sicurezza dei ristretti. Da allora, è l'infermiere a occuparsi del paziente, relativizzando dunque la sua condizione di detenuto.
Ne abbiamo parlato con Domenico Cannizzaro, responsabile del Servizio Infermieristico e tecnico dell' Unità Operativa di salute penitenziaria del carcere di Parma. Ormai un anno fa, l'istituto di via Burla si era fatto avanti per affrontare il problema della preclusione del carcere, in maniera propositiva, rivolgendosi direttamente ai futuri infermieri.
In collaborazione con l'Università di Parma, Cannizzaro si è fatto promotore dell'organizzazione di una ADO (Attività Didattica Opzionale) rivolta agli studenti del terzo anno del corso di Infermieristica. L'idea è quella di un ciclo di incontri formativi con il preciso obiettivo di smontare ogni possibile pregiudizio sulla vita nelle carceri. Dopo un primo incontro pilota nel mese di dicembre 2019, si affronta anche l'aspetto relazionale che coinvolge l'operatore sanitario e il paziente detenuto. Stando a chi pratica l'ambiente, infatti, pare che il nocciolo della questione sia proprio la difficoltà per molti infermieri di mettersi in gioco da un punto di vista personale in quello che rappresenta un ambiente di lavoro sicuramente atipico, ma di grande valore esperienziale.
Con il sopraggiungere dell'emergenza Covid-19, il progetto si è bloccato, mentre la questione organico carente è rimasta, se non peggiorata a causa della pandemia.
Ma qual è la realtà effettiva di chi lavora nelle carceri? Il lavoro da svolgere non è affatto diverso da quello che un infermiere pratica negli ospedali. Gli infermieri si occupano delle visite interne e coadiuvano l'organizzazione di quelle esterne, quando un detenuto necessita di controlli di salute da effettuare fuori dal carcere, cioè in ospedale. Ma ci sono anche le attività del reparto detentivo, con il centro prelievi e la gestione delle pratiche burocratiche legate all'elaborazione delle cartelle cliniche per ciascun paziente.
Il personale infermieristico è assunto dall'AUSL di Parma ed accedono in Istituto tramite graduatoria, a seguito di assegnazione al distretto di Parma. Una piccola parte dell'equipe opera in carcere tramite agenzia interinale: "C'è un impiego massiccio di personale - spiega Cannizzaro - Nell'arco delle 24 ore dispongo l'impiego di ben 21 operatori, nove al mattino, nove al pomeriggio e tre nei turni notturni nei reparti detentivi. E cerchiamo di farlo garantendo così la continuità assistenziale".
E qui si svela uno degli aspetti più critici del mestiere. L'infermiere prende in carico il paziente in toto, già dal primo incontro con i nuovi giunti (nel gergo penitenziario, sono i detenuti appena arrivati). Con loro instaura un rapporto capace di intercettarne i bisogni, il paramedico si occupa delle terapie, conosce le patologie e il tipo di assistenza di cui necessita il paziente.
Il primo contatto in carcere dei detenuti avviene proprio con il medico e l'infermiere. "Si tratta prevalentemente di stranieri, questo li rende maggiormente una fascia vulnerabile - prosegue il responsabile tecnico Cannizzaro - Ma è vero anche che dell'aspetto sanitario in carcere si sa poco e questo determina un rafforzamento del pregiudizio. Eppure siamo personale inquadrato a tempo indeterminato proprio per cercare di creare una certa fidelizzazione con l'ambiente di lavoro, trattandosi di un mestiere molto delicato".
Il racconto di Domenico parte da una evidenza personale: "Quando ho scelto di lavorare in carcere ero soprattutto incuriosito e avevo voglia di una esperienza di questo genere, ma ho trovato dissenso da parte della mia famiglia. Mio padre temeva che potessero insultarmi o obbligarmi a portare notizie all'esterno, o ancora costringermi a infrangere delle regole".
La casa circondariale di Parma conta 625 detenuti e nonostante si tratti di un carcere di massima sicurezza, da anni i sindacati di categoria lamentano una carenza importante di poliziotti penitenziari. Secondo le organizzazioni sindacali si registra una mancanza di oltre 100 unità di personale, in particolare nei ruoli di ispettori e sovrintendenti. Non è improbabile, quindi, che durante il lavoro l'infermiere possa rimanere solo con il detenuto: "Questo non deve spaventare - riprende l'infermiere - è possibile che la voglia di libertà, l'istituzionalizzazione a cui vengono sottoposti e le regole ferree da seguire prevalgano sulla salvaguardia della salute, e il detenuto arrivi così a fare richieste non previste, come un farmaco non indicato sul piano terapeutico che l'infermiere o il medico gli devono negare. La reazione, in quei casi, può capitare che ecceda in aggressioni verbali o fisiche".
Di fronte a questo tipo di scenario, "non conviene essere giudicanti, né interpretare ruoli che mettono in crisi la relazione ". Secondo l'esperienza di Domenico, è più costruttivo usare ascolto e accoglienza, vedere la persona oltre la superficie. Questo implica mettersi in gioco, esercitando un mestiere in cui l'emotività va equilibrata costantemente, altrimenti si rischia di lasciarsi travolgere dalle storie di sofferenza, impossibili da scongiurare: "Sentiamo sfoghi legati alla salute che sono un grido di dolore anche per altro; a volte abbiamo di fronte uomini che attendono da tempo la lettera di un familiare, di avere notizie su un figlio che non hanno visto nascere. Tutto vorrei a quel punto, tranne che trovarmi di fronte un muro di indifferenza".
Un lavoro, dunque, che mette sotto pressione e che fa spesso i conti con un problema collaterale come la carenza di organico: "Quando arrivano 3-4 nuovi infermieri - spiega ancora Cannizzaro - puoi gestire bene il numero del personale a disposizione, ma capita che spesso qualcuno e magari più di uno, vadano via, rendendo più complessa la copertura delle turnazioni". Ma al momento il carcere di Parma riesce a gestire tutte le esigenze che si presentano e l'infermiere vive normalmente la sua condizione lavorativa.
"È una forma di detenzione a tutti gli effetti anche la nostra - conclude l'infermiere - quando entriamo nel penitenziario lasciamo i nostri apparecchi elettronici e durante l'orario di lavoro, per almeno sei ore, vediamo le sbarre alla finestra esattamente come loro. Viviamo una condizione di isolamento, con il rischio di un burnout dietro l'angolo". L'empatia allora, diventa fondamentale.
di Giuseppe Passarino
Ristretti Orizzonti, 2 dicembre 2020
Il progetto "Te piace 'o presepe?" è stato realizzato all'interno del carcere di Asti dall'Associazione Effatà con lo scopo di presentare e far conoscere la realtà carceraria, spesso nascosta o prefigurata da pregiudizi e stereotipi.
Il progetto ha lo scopo di promuovere, attraverso azioni diverse, la conoscenza della vita dei detenuti e il contesto carcerario nel quale sono inseriti, valorizzando ciò che nell'Istituto viene realizzato. Si vorrebbe proseguire, in questo modo, un percorso che possa permettere ai detenuti di trovare nell'Associazione Effatà una risposta a quella necessità, mai sopita, di sentirsi, comunque parte di una società pur con l'obbligo della pena da scontare.
I volontari di Effatà sperano anche di stimolare, per chi fosse particolarmente sensibile, l'avvicinamento al tema del volontariato penitenziario e intendono utilizzare l'iniziativa per raccogliere fondi per le attività dell'Associazione.
Fatta questa premessa, se avete avuto la pazienza di leggere fin qui, ora tutto risulterà più interessante... perché potrete vedere nel file che vi allego i veri presepi artigianali napoletani, realizzati con una cura maniacale da alcuni detenuti. Uno in particolare è maestro in quest'arte, per cui gli abbiamo chiesto, non solo di condividere le sue capacità con i suoi compagni, ma di realizzare delle opere da poter esporre e poi successivamente anche mettere in vendita, per le finalità sopraesposte.
Per il prezzo dovete concederci ancora qualche giorno perché abbiamo chiesto ad un esperto di valutarli perché chi li osserva possa rendersi conto di quanto valgono. Lasciamo poi a chi fosse interessato stabilire se quanto proposto sia equo, in ogni caso tutto quanto raccolto, dedotte i costi del materiale acquistato (che non è poco a cominciare dalla corteccia di sughero), sarà destinato ad attività fatte con i detenuti.
Chi fosse interessato a vederli di persona può contattarmi, al 3476019907, li abbiamo depositati in uno spazio accessibile e visitabile in corso Felice Cavallotti, 52. I presepi non sono completati da statuine. Sono pochi pezzi unici e non ripetibili, che non è possibile trovare, realizzati con questa manualità, nemmeno nei negozi specializzati.
*Associazione Effatà
ravennatoday.it, 2 dicembre 2020
Uno sciopero della fame a staffetta per tutelare il diritto alla salute dei carcerati e delle guardie penitenziarie, oltre che per arrivare alla nomina anche a Ravenna di un garante dei detenuti. +Europa Ravenna "per una società aperta", in staffetta coi gruppi delle altre province dell'Emilia Romagna, vuole "riaffermare l'importanza dei valori fondamentali come la libertà, la democrazia e lo stato di diritto, senza dimenticanza alcuna". Così, accogliendo l'appello di Rita Bernardini (presidente onoraria di 'Nessuno Tocchi Caino'), ha deciso d'intraprendere un'azione non-violenta di digiuno.
Tre sono gli esponenti che digiuneranno e tre sono gli obiettivi: contrastare il diffondersi dei contagi nelle carceri; impedire definitivamente la presenza dei bambini dietro le sbarre; nominare anche a Ravenna il garante dei detenuti. "In una situazione così difficile il diritto alla salute appartiene a tutti. Invece, in questa seconda ondata pandemica il numero di contagi - tra detenuti e agenti penitenziari - è in costante aumento, mentre le istituzioni italiane e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede rimangono immobili. Mercoledì 2 dicembre metterò in atto, per 24 ore, il mio digiuno a staffetta - dichiara Nevio Salimbeni, co-portavoce di +Europa Ravenna - e invito a seguirmi tutte le persone che hanno a cuore le fondamenta dello stato di diritto, ovunque esso sia minacciato. Chiediamo interventi concreti e incisivi, che possano far fronte alla situazione drammatica presente nelle carceri".
"Digiuno in nome di un interesse collettivo, non per uno slancio filantropico - racconta Sara, anche lei digiunante il 2 dicembre - Nelle società contemporanee, infatti, la salute pubblica non consente zone franche e non prevede spazi definitivamente immuni". ""Sebbene Ravenna goda di una situazione carceraria più serena di tante altre città - conclude Davide Amadori, storico esponente radicale e altro digiunante - però manca ancora un garante cittadino dei diritti delle persone private di libertà che possa monitorare le situazioni di marginalità generate soprattutto dalla pandemia. La figura è stata istituita dal comune di Ravenna già dal 2010, auspichiamo quindi che possa avviarsi un percorso comune ad associazioni e professionisti del settore che giunga alla sua nomina effettiva".
Chi volesse unirsi a questa iniziativa, volta a sensibilizzare la politica e l'opinione pubblica sul delicato tema delle carceri e della mancanza di tutela di detenuti ed agenti, può farlo comunicandolo nella pagina Facebook del gruppo ravennate o all'indirizzo email
di Piero Colaprico
La Repubblica, 2 dicembre 2020
Gigi Pagano, ora in pensione, firma "Il direttore, quarant'anni di lavoro in carcere": il resoconto di un mondo che ha vissuto spendendosi in prima persona. Dalla prefazione di Alfonso Sabella, magistrato, diventato anni fa il responsabile (a tempo) delle carceri italiane: "Gigi (...) mi fece girare un paio di sezioni dell'affollatissimo carcere meneghino dove si muoveva con la padronanza che può avere solo chi ci vive in una struttura così grande, fischiettando, quasi provocatoriamente, "Ma mì", la storica canzone della mala milanese, e parlandomi esclusivamente delle persone che vi erano ristrette: "Vede, consigliè, Mario, quel guaglione della cella 2, era ascit' due anni addietro, aveva 'mparato a fare l'elettricista, ma ha ripreso a spacciare e lo hanno appena riacchiapat', adesso sarà dura convincere il magistrato di sorveglianza. E 'o signore anziano che sta con isso, era un ebanista bravissimo, ma poi per colpa d'o frate de la moglie".
Non so se Gigi conoscesse per nome tutti i 1.800 detenuti che c'erano in quel momento a San Vittore, ma certamente - scrive Sabella - conosceva le loro storie, criminali e personali, conosceva le loro emozioni, i loro turbamenti, le loro esigenze; e la mia mente, all'epoca, era ancora troppo ottusa e obnubilata di livore verso mafiosi e corrotti e corruttori che attentavano alla tenuta democratica del paese".
Gigi è Luigi Pagano e ha scritto Il direttore, quarant'anni di lavoro in carcere, edizioni Zolfo, 18 euro. Un saggio, un'autobiografia, un racconto? Uno strano cocktail di tutt'e tre le categorie, nel quale c'è il cuore di Pagano: c'è il resoconto di che cosa sia il carcere, un mondo che conosce davvero come le sue tasche, incastonato dentro il sistema Italia e le leggi che scandiscono i cambiamenti delle persone detenute. Specie agli esordi, la carriera di Pagano era stata parecchio movimentata. Sette sedi diverse in sei anni, dall'isola di Pianosa alla Taranto dei 150 morti ammazzati del clan Modeo. Ma il "direttore Pagano", Gigi per moltissimi, è lo storico numero uno di San Vittore, ed era diventato un volto noto nell'epoca di Tangentopoli. E sebbene il suo non sia un libro di aneddoti, alcuni sono degni di una sceneggiatura.
Per esempio, Pasquale Barra, detto 'o Animale (Pagano non lo chiama mai così), ha ucciso (è il 1981) il boss milanese Francesco Turatello, Francis faccia d'angelo, nel supercarcere di Nuoro. Dietro le sbarre le "esecuzioni" tra detenuti in quei tempi non sono rare, in Italia si spara e si muore, il terrorismo rappresenta ancora un grave pericolo. E un giorno il pluriergastolano Barra chiede un colloquio con Pagano. Il killer della camorra comincia a parlare della vita dietro le sbarre, la tira in lungo, sussurrando in dialetto napoletano, e all'improvviso, a uno stupito Pagano, seriamente propone: "Dottò, voi mi togliete dall'isolamento e io ve ne ammazzo due, chi volete voi". Si riferisce ai brigatisti rossi, c'era poco da scherzare: "No grazie, io queste cose non le faccio", è la risposta glaciale.
Pagano ha sempre goduto della reputazione di funzionario statale rigoroso, ma con la mente libera. A suo modo, uno che vuole cambiare le cose. Uno che "apre" alle idee, che non va per partito preso. Lo dimostra quando dirige il carcere di Brescia. Pochi forse ricorderanno l'episodio, ma avvenne un totale inedito nella storia della tv e delle carceri: ci fu una puntata del Maurizio Costanzo show dal palcoscenico di Canton Mombello. Pagano aveva letto che il conduttore cercava "palcoscenici diversi" e gli scrisse, offrendogli quello all'interno del carcere. Il grande critico tv Beniamino Placido su Repubblica scrisse: "Mercoledì sera abbiamo visto in televisione un bel pezzo di romanzo dell'Ottocento". Si erano visti i detenuti con le loro storie, con i loro "fatti" e "Costanzo - scrive Placido - ne ha isolati alcuni e li ha portati a confessarsi", smitizzando così l'idea dei mostri, della rotella guasta nella testa dei criminali.
Il rischio che s'era assunto Pagano (era ministro della Giustizia Mino Martinazzoli, considerato uno dei migliori politici italiani) aveva stupito chiunque: tranne chi conosce "Gigi". Da decenni infatti ripete un concetto che si fa sempre più diffuso. Anche se ancora oggi - basta leggere l'appello recentissimo di alcuni intellettuali - resta inapplicato: "Il trattamento è sicurezza". E cioè, se il detenuto dietro le sbarre impara a fare qualcosa, se riflette su se stesso, se ha un dialogo con gli educatori, cala moltissimo la probabilità che torni a commettere reati. La società, se spende per le carceri, guadagna in sicurezza.
Adesso Pagano è in pensione, ha finalmente trovato il tempo di scrivere questo mix di ricordi e di analisi. In America a uno come lui Hollywood avrebbe forse dedicato un film, in stile Brubaker (1980, con Robert Redfort). Da noi - siamo seri, lasciamo ad altri la retorica - è già tanto se uno così ha concluso la carriera senza ombre e senza troppi intoppi.
E lo sottolineiamo con amarezza (soprattutto per tutti noi) e con un ricordo: quando i big della politica e dell'economia, durante la stagione di Mani pulite entrarono a San Vittore, conobbero "da dentro" le celle dell'istituto di piazza Filangieri, all'uscita giurarono che si sarebbero impegnati per rendere il carcere più civile. Poi, come accade, dimenticarono. Questo di Pagano invece è un libro che non dimentica. Un libro che mancava.
di Fabio Sottocornola
Corriere della Sera, 2 dicembre 2020
L'immagine è sempre quella di un'autostrada delle informazioni: ciascuno vi può entrare, viaggiare, scambiare dati. Ma insieme con il 5G adesso arrivano due novità destinate a mutare ogni scenario. Anzitutto, la grande velocità nei tempi di risposta, che in gergo si chiama latenza e viene misurata in millesimi di secondo.
Poi, l'aumento esponenziale dei punti da cui è possibile entrare in questa autostrada tech: non più solo via smartphone ma con ogni apparecchio indossabile (per esempio, gli orologi). E saranno connessi anche gli elettrodomestici o i macchinari nelle fabbriche. Per non parlare dei progetti ai quali lavora il mondo del business, dalla logistica al sanitario passando proprio per l'industria. Ecco perché gli esperti hanno già lanciato l'allarme: si moltiplicano i rischi legati alla cyber-sicurezza, con intrusioni di hacker esperti.
Esplode il mercato del cyber-crime - Esplode il mercato del cyber-crime che si affida a "ransomware", cioè "malware", programmi informatici di disturbo, creati per penetrare le reti aziendali e infettarle. I rischi nel dark web Obiettivo di chi opera nel "dark web", nella rete profonda, è farsi pagare un riscatto, magari sotto forma di bitcoin, la moneta virtuale.
Oltre al furto di soldi, si registrano furti di proprietà intellettuale. Lo sviluppo delle infrastrutture 5G nel mondo dell'healthcare consentirà di progettare sistemi di telemedicina, dai dispositivi che erogano insulina fino a interventi in telechirurgia. Che cosa succederebbe se qualche cyber criminale entrasse nel sistema? E ancora: un accesso furtivo sarebbe in grado di bloccare per giorni la produzione dentro una Factory 4.0 con macchinari connessi.E quali rischi corrono le nostre città impegnate nello sforzo di diventare sempre più "smart"?
Le risposte - Il furto di identità digitali aumenta in maniera notevole. All'opera per trovare risposte efficaci ci sono istituzioni e privati, come Cisco il colosso americano che a Milano ha aperto un centro di co-Innovazione presso il Museo della Scienza Leonardo da Vinci. "Siamo attivi su ciò che serve al 5G per funzionare: prima di tutto un livello di filiera, quindi garantiamo la sicurezza dal disegno di tutti gli apparati fino alla loro installazione, al fatto che non ci siano prese di controllo da parte di terzi. Un progetto di security intrinseca su cui siamo molto impegnati", spiega Paolo Campoli, vice president, global service provider leader del gruppo a livello mondiale. Garanzia della privacy dei cittadini, sicurezza nell'Internet delle Cose, protezione delle infrastrutture nazionali: sono gli aspetti chiave su cui opera il centro milanese, che si propone anche come spazio aperto al territorio: saranno offerti corsi a giovani o a chi vuole ampliare le proprie competenze.
Secondo Campoli, una delle novità più interessanti in arrivo si chiama "edge cloud": riguarda la necessità che le informazioni e i dati siano gestiti molto vicino al cliente per non disperdere i vantaggi del nuovo protocollo. Campoli prevede che nasceranno servizi (e tante startup innovative) capaci di sfruttare al meglio le potenzialità della tecnologia. Ma una nuova vitalità di business potrà riguardare anche le "tower company", torri dove sono ospitate le antenne per il 5G che forniscono grande capacità di calcolo proprio per le funzioni in cloud. E quindi riescono ad essere sempre più vicino al cliente.
Con Tim - Si torna al tema della sicurezza. Sempre Cisco ha messo in campo una soluzione, realizzata con Tim, che preventivamente blocca la navigazione degli utenti sui siti malevoli che potrebbero rubare informazioni. Come funziona? Vengono uniti i sistemi Dns di Tim (in pratica i nodi della rete) con la piattaforma Cisco Umbrella, che ogni giorno intercetta e stoppa 20 miliardi di possibili minacce sul web mondiale.
Il presidio fisico è fatto da molti data center distribuiti in varie città, compresa Milano. Su questo fronte opera anche Accenture che, per conto di grandi clienti, realizza test e simulazioni di attacchi cyber "in particolare nel nostro centro a Praga", spiega Paolo Dal Cin, security lead per l'Europa, "e stiamo supportando le aziende a progettare i nuovi servizi in un' ottica di sicurezza by design". Ma anche l'Italia non sta ferma, ricorda l'esperto.
Palazzo Chigi - La normativa che recepisce quella europea ha previsto un elenco di 150 aziende strategiche nel perimetro di sicurezza nazionale. Queste aziende dovranno segnalare tutti i tentativi di accesso fraudolento al Csirt, il Computer security incident response team, presso la presidenza del Consiglio. "A differenza dell'Europa dove l'obbligo scatta dopo 24 ore dal fatto, in Italia questo limite è di 6 ore. Non si può aspettare oltre", spiega Dal Cin.
È la normativa più stringente in Europa. Quando si parla di sicurezza, è impossibile non alzare lo sguardo verso uno scenario ampio: lo scontro in atto tra gli Usa e la Cina con le vicende che hanno messo la Huawei nel mirino, accusata di operare una sorta di spionaggio a favore di Pechino. Ovviamente, con il 5G i rischi aumentano. Ma dentro questa guerra, uno sviluppo nuovo arriverà dalle tecnologie, spiega Antonio Capone, che al Politecnico di Milano è il dean della Scuola di Industriale information engineering. Persa la partita del 5G, gli Usa e l'Europa "sono orientati al 6G e sponsorizzano in maniera forte l'adozione di applicazioni open source per la nuova tecnologia". Sistemi e codici accessibili. A parere del professore potrebbe essere questa la contromossa che l'Occidente mette in campo rispetto alle ambizioni della Cina.
di Leonardo Fiorentini e Marco Perduca
Il Manifesto, 2 dicembre 2020
La Commissione droghe delle Nazioni unite (Cnd) potrebbe prendere una decisione storica sulla pianta più usata, tra quelle considerate stupefacenti. La sessione della Commissione droghe delle Nazioni unite (Cnd), che si apre oggi potrebbe segnare l'inizio di una nuova era del controllo internazionale degli stupefacenti. In agenda c'è infatti il voto su sei raccomandazioni che l'Organizzazione Mondiale della Sanità, Oms, ha adottato qualche anno fa e che vogliono ricollocare la cannabis all'interno delle quattro tabelle che dal 1961 classificano piante e derivati psicoattivi a seconda della loro pericolosità.
Potrebbe quindi trattarsi di una decisione storica, se non fosse che la storia di quelle piante è millenaria e se non fossimo a quasi sessant'anni dall'avvio di leggi e politiche che negli anni Settanta hanno militarizzato la guerra alle droghe. Accettare le raccomandazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) vorrebbe dire riconoscere quanto la scienza dice da decenni relativamente ai possibili impieghi terapeutici della cannabis. E prendere atto del fatto che i rischi per la salute e l'ordine pubblico posti dalla pianta proibita sono minimi, e legati per l'Oms non tanto alla pianta in sé quanto all'essere la sostanza più diffusa.
Dalla metà degli anni 90 nel mondo l'atteggiamento nei confronti della cannabis è progressivamente cambiato, specie negli Usa. Ha iniziato la California legalizzando la medical marijuana. Negli ultimi 10 anni siamo arrivati a oltre 30 stati che ne consentono la prescrizione terapeutica e una quindicina che l'hanno regolamentata del tutto. Siamo lontani dalle decisioni strutturali a livello nazionale di Uruguay e Canada - che hanno legalizzato la pianta per tutti gli usi - ma il progresso è significativo.
In Europa si va invece molto a rilento e con alti e bassi: la depenalizzazione inizia a farsi strada, ma il terrore del decriminalizzare l'uso della cannabis resta diffuso. Una prima risposta a questi timori ancora ben radicati è stata data il 19 novembre dalla Corte europea di giustizia dell'Ue che, bontà sua, ha chiarito definitivamente che il Cbd, uno dei principi attivi della cannabis, non è da considerarsi come stupefacente. Non avendo effetti psicoattivi non va trattato come il Thc, e può esser commerciato all'interno dell'Unione, se uno Stato membro ne consente produzione e vendita.
In questo scenario l'Italia si colloca in una strana posizione: dal 2007 consente la prescrizione di cannabinoidi terapeutici, dal 2015 produce infiorescenze con Cbd e Thc, ha progressivamente allentato le regole per le condizioni per cui la cannabis è utilizzabile (la rimborsabilità dipende dalle regioni) e in alcune università, come a quella di Modena e Reggio Emilia siamo all'avanguardia nella ricerca. Ma se la scienza progredisce, pure coi problemi dovuti allo stigma e al disinteresse pubblico, la politica quando può rallenta o ostacola il processo riformatore. Dopo aver ri-legalizzato la canapa industriale nel 2016 il quadro normativo è rimasto vago e spesso in preda alle isterie dei Ministri di turno.
La mancanza di formazione e informazione ha fatto sì che i piani terapeutici a base di cannabis siano l'eccezione e non la regola, là dove invece la letteratura scientifica ne conferma l'efficacia. Mentre il monopolio pubblico (in capo al Ministero della Difesa!) non riesce a soddisfare il fabbisogno nazionale in termini di quantità e qualità. Per strani meccanismi consolidati l'importazione diretta viene consentita solo dall'Olanda mentre il resto dell'approvvigionamento avviene, con mille problemi, previe gare d'appalto d'emergenza gestite attraverso lo Stabilimento farmaceutico militare di Firenze.
Oggi i canali social di Fuoriluogo racconteranno cosa succede alla Cnd con due live streaming a commento del dibattito: dalle 11 alle 13 e poi dalle 15. Il voto sulle raccomandazioni dell'OMS è previsto in tarda mattinata o nel primo pomeriggio; alle 18,30 ci saranno approfondimenti su tutto quanto ruota attorno alla cannabis a partire dalla sentenza della Corte di Lussemburgo sul Cbd.
di Giusy Santella
mardeisargassi.it, 2 dicembre 2020
L'invisibilità è un superpotere nei fumetti. Nella realtà, invece, rende impotenti, elimina la carne, nasconde l'anima. X è un uomo invisibile e i suoi diritti non hanno una voce.
Si apre così "La voce degli invisibili", il fumetto frutto del progetto di volontariato carcerario che l'Ex Opg 'Je so pazz ha portato avanti da marzo 2019 all'interno della Casa Circondariale di Poggioreale, a Napoli, e che verrà presentato sulla pagina FB dell'associazione venerdì 4 dicembre alle 18:30. Il progetto ha visto la luce nell'ottobre 2018, dopo una proiezione pubblica di Sulla mia pelle, il film che racconta le violenze e gli abusi di potere perpetrati ai danni di Stefano Cucchi. L'indignazione per quanto avvenuto in quell'occasione - e troppo spesso accade mentre si è sotto la custodia dello Stato - ha spinto un gruppo di persone molto diverse tra loro a riunirsi e iniziare un dibattito costante sulla deriva del sistema penale e penitenziario degli ultimi anni, oramai divenuto artefice di afflizioni e sofferenze. Un sistema penale che non infligge pene ma punizioni, che disumanizza e aliena, non tenendo fede a neppure una delle funzioni assegnategli dalla Costituzione.
Così, a partire da marzo 2019, i volontari hanno incontrato ogni settimana un gruppo di detenuti del Padiglione Genova e, ribaltando le logiche assistenzialistiche che caratterizzano il volontariato, hanno costruito con loro un percorso di coscientizzazione e dibattito su tematiche di attualità, creando un ponte tra ciò che accade all'interno delle mura del penitenziario e l'esterno, ricordando sempre che i reclusi sono parte integrante di una società e di un territorio che troppo spesso li respingono. La voce degli invisibili nasce quindi come strumento scelto dagli stessi detenuti per portare la loro voce fuori, per raccontare tutto ciò che rende il carcere un'istituzione che in questo momento non solo non mantiene la promessa rieducativa sancita dalla Costituzione, ma che è dannosa per chi vi entra poiché capace esclusivamente di infliggere sofferenze.
Tutto ciò è stato possibile attraverso le mani di quattro bravissimi artisti che hanno trasformato in immagini le confidenze, i racconti e le emozioni dei detenuti: innanzitutto Kevin Scauri, napoletano, fondatore del collettivo e self-publisher Sciame, selezionato da Comicon - con cui ora collabora - come talento esordiente per Futuro Anteriore, che ha raccontato con immagini davvero suggestive la metamorfosi che ciascun uomo affronta quando entra in carcere, trasformandosi in mostro. È mostro da un lato perché ha bisogno di una corazza, di diventare spigoloso, di resistere ai colpi che quotidianamente gli vengono inflitti; dall'altro perché è questa l'immagine che assume agli occhi della società che smette di vederlo come un uomo.
Il secondo episodio del fumetto è stato invece curato da Nova, artista abruzzese che collabora con il progetto Tinals - This Is Not A Love Song, che si è occupata del diritto all'affettività delle persone recluse. Ha reso, con una sensibilità disarmante, i racconti riguardanti i colloqui, le disumane file, gli abbracci mancati e la resistenza delle famiglie, perché chi fa la fila fuori dev'essere forte pure per chi sta dentro.
Maurizio Lacavalla, fondatore di Sciame Press, ha invece reso, con colori scuri e un'amara ironia, tutte le problematiche riguardanti la sanità e la violazione dell'integrità fisica e psichica dei detenuti che si consuma all'interno delle mura dei penitenziari. Infine, Gianluca Manciola (Jazz), fondatore del collettivo Czbbl, ha affrontato il reinserimento post pena e l'impossibilità per chi esce dal carcere di liberarsi dello stigma di criminale e mostro che porta con sé.
Il fumetto è poi completato con quattro inserti informativi curati da chi quotidianamente si occupa di carcere, a difesa dei diritti delle persone private della libertà personale: don Franco Esposito, cappellano della Casa Circondariale di Poggioreale e fondatore dell'Associazione di volontariato carcerario Liberi di Volare Onlus - che offre un'alternativa alla reclusione e un modo diverso di scontare la propria pena - ha approfondito il tema del pregiudizio e dello stigma sociale.
Daniela Lourdes Falanga, presidentessa della storica associazione Arcigay Antinoo Napoli, si è invece occupata del diritto all'affettività e della necessità che esso sia realmente rispettato, liberandolo da qualsiasi intento punitivo. Infine, l'Associazione Antigone Campania ha elaborato due interessantissimi inserti riguardanti la sanità in carcere - definito fabbrica di malattie - la difficoltà del reinserimento post pena e la conseguente recidiva, che raggiunge tassi altissimi.
Gli autori e i rappresentanti delle associazioni saranno presenti, insieme ai volontari, al collegamento che si terrà il 4 dicembre e racconteranno la loro esperienza personale e il punto di vista sull'istituzione carceraria e sulla necessità di parlarne in questo momento storico.
Tutti loro, infatti, hanno ritenuto necessario lanciare il fumetto e focalizzare l'attenzione sul tema carcere adesso, pur dovendo rinunciare alla più sentita modalità in presenza, perché la pandemia ha messo in evidenza tutte le criticità e le falle del sistema. Riportare al centro del dibattito il carcere, superarne la necessità, ottenere una pena dignitosa: questi saranno solo alcuni dei temi trattati durante la presentazione... non perdetevela!
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 2 dicembre 2020
Storica guida di San Vittore e artefice dell'esperienza di Bollate, la sua è una storia fuori dal comune. Per lui la cella deve essere il posto dove si va a dormire ma non dove si vive. E in prigione bisogna poter studiare, lavorare, vivere relazioni sociali. Un tipo bizzarro per quelli secondo cui la galera serve solo a preservare la sicurezza. Ma i dati sulle recidive gli danno ragione.
Colui che ha creato la prigione "normale". Se non conoscessi da trent'anni Luigi Pagano, mitico direttore storico di San Vittore, l'inventore del carcere aperto di Bollate, colui che gestì con sapienza gli anni del terrorismo e quelli di "Mani Pulite", mi basterebbe leggere la prefazione del magistrato Alfonso Sabella al suo libro (Il Direttore, Zolfo, 18 euro) per capire che la sua è una storia fuori dal comune. Tanto da aver, lui, quasi "convertito" un accanito "piemme antimafia".
Avevo cominciato a stressarlo fin da quando ero cronista giudiziaria al Manifesto e il carcere di San Vittore, dove ero anche stata "ospitata" per due giorni da detenuta, esercitava su di me uno strano fascino. Per la sua forma a stella, per la sua collocazione nel pieno centro di Milano. Un luogo che chiunque poteva vedere, quasi un pugno nello stomaco che ti obbligava a entrare in contatto con il mondo degli invisibili, degli ultimi. "Un pugnale nel cuore della città", lo aveva definito un volantino anarchico agli inizi degli anni settanta, quando appetiti di varia sensibilità politica già cominciavano a ipotizzare il suo trasferimento in periferia per poi sfruttarne il preziosissimo territorio.
Io ero una cronista di quelle che "scarpinano", come si dice a Milano, e volevo sempre entrare, parlare con i detenuti, conoscere le loro storie. Sentivo una certa sintonia con questo direttore pieno di fantasia e di tentativi di cambiamento, ma anche inflessibile sulle regole. Io lo stressavo e lui mi respingeva. Finché un bel giorno, quando fui eletta in Parlamento, il primo telegramma non fu il suo: "Adesso può entrare quando vuole". Ci davamo ancora del lei, ma eravamo già amici. Camminavamo nello stesso solco. E in carcere sarei tornata spesso, per tutta la mia vita di deputato.
È una storia di amicizia, anche quella di cui parla il dottor Sabella nella prefazione. In poche pagine, costruisce una sorta di dialogo-scontro con il suo amico Gigi Pagano, quasi che il libro fosse la storia di due vite parallele che forse, ma solo in parte, si incrociano alla fine. Sicuramente si sono avvicinate nel rapporto personale, ma solo un pochino nel pensiero che sta dietro al pensiero stesso dell'esistenza del carcere, della sua sostanziale inutilità nel non detto di Pagano, nell'incubo delle stragi mafiose come condizionamento perenne di chi, insieme a tanti, pensò solo di "gettare le chiavi" nel credo assoluto di Sabella. Uno, che ancora oggi ama definirsi "piemme antimafia", senza farsi sfiorare dal dubbio che il magistrato debba occuparsi di fatti e persone e non di fenomeni. L'altro che inventa un carcere, quello di Bollate, che parte dal principio che la cella debba essere il luogo dove si va a dormire, ma non quello dove si vive. Carcere aperto, con luoghi dove si studia, dove si lavora, dove si fa sport, dove si vivono relazioni sociali. Termini come "trattamento" e "lavoro penitenziario", insieme alla sollecitazione di favorire i rapporti del detenuto con i familiari e l'esterno erano accolti ancora con un po' di diffidenza da coloro che inaugurarono, alla fine degli anni novanta, il carcere di Bollate ma anche l'interminabile stagione dei "piemme antimafia" alla direzione delle carceri italiane.
Così, mentre a Milano il gruppo delle teste pensanti (Pagano ricorda il provveditore regionale Felice Bocchino e il commissario Antonino Giacco) lancerà, sulla scia del nuovo ordinamento penitenziario, il "Progetto Bollate", a Roma arrivavano al Dap i pubblici ministeri Caselli e Sabella. Magistrati con ancora negli occhi e nelle orecchie le auto esplose di Falcone e Borsellino e la soddisfazione di applicare tanti 41bis e poi gettare le chiavi.
Erano anni in cui, un po' come in una certa cultura di oggi, la prigione era vista solo come luogo in cui preservare la sicurezza, lontani mille miglia dalla stessa cultura dell'articolo 27 della Costituzione. Quelli come Gigi Pagano erano considerati tipi un po' strani, come minimo ingenui sognatori che non capivano che certi delinquenti, assassini e autori di stragi, non sarebbero cambiati mai. La storia di Bollate (quella che di recente un "ignorante" come Nicola Gratteri ha definito "solo uno spot"), ma anche di San Vittore, di Opera, di Rebibbia, hanno dimostrato il contrario.
E bastano i dati sulle recidive a dimostrarlo: chi in carcere ha potuto studiare, lavorare, mantenere i rapporti con l'esterno, quando torna a casa non delinque più. In otto casi su dieci, dicono le statistiche. Chi viene tenuto in cattività invece non cambia, e torna a delinquere in otto casi su dieci. La percentuale è perfettamente speculare e invertita.
"Il rispetto della dignità del detenuto finisce dunque per produrre sicurezza", scrive Pagano nel suo libro. E ricorda che Bollate fu inaugurato due volte. La prima nel 2001 dal ministro del governo di sinistra Piero Fassino, che arrivò accompagnato dal capo del Dap Giancarlo Caselli, e subito dopo le elezioni che si tennero quell'anno e che vennero vinte dal centro-destra, dal neoministro Roberto Castelli e il nuovo capo del Dap Giovanni Tinebra.
La filosofia del "carcere normale" di Bollate è stata poi riversata, per quel che era possibile alla diversa struttura, su San Vittore, dove esiste tuttora l'esperienza della "Nave" per i tossicodipendenti, e nella creazione dell'Icam, l'Istituto a custodia limitata per le madri detenute con i bambini che spostava il nido dal carcere a un luogo esterno e separato. A oggi, purtroppo, di legge in legge, di ministro in ministro, ci sono ancora bambini in carcere. Cosa di cui Pagano, ormai in pensione, si rammarica. E benché tutti i guardasigilli promettano, non pare ci siano in Parlamento e al Governo serie intenzioni di risolvere il problema che per primo proprio a Milano aveva sollevato il direttore Pagano.
Ci sono anche ricordi brutti, in questo libro. C'è la storia di Gabriele Cagliari, suicida la mattina del 20 luglio 1993, una giornata in cui l'intero carcere, dopo lunghi minuti di silenzio, si fece sentire con pianti e battiture dei cancelli. E poi, alla fine del giorno, un altro detenuto, Zoran Nicolic di trent'anni, fu trovato impiccato. Ma non era stato meno brutto quel 1992, "l'anno che cambiò l'Italia", per quelle due bombe mafiose che squassano ancora oggi la nostra memoria e per quel che ne seguì. A San Vittore le conseguenze del famoso decreto Scotti-Martelli, che bloccava qualsiasi beneficio penitenziario ai condannati per i reati più gravi salvo che a vecchi e nuovi "pentiti" ebbe un effetto devastante.
"Il giorno dopo a San Vittore - scrive Pagano - ci svegliammo circondati da agenti di polizia e carabinieri che avevano presidiato ogni varco del carcere. Tutti coloro che uscivano, agenti compresi, venivano identificati e i detenuti, quelli che si recavano come ogni mattina sul posto di lavoro, furono arrestati e portati in caserma". A tutti veniva chiesto se intendessero collaborare. La richiesta veniva fatta a persone in carcere da decenni! Ricordo personalmente due detenute di una certa età, che lavoravano nella sartoria sia all'interno che all'esterno di San Vittore e che vent'anni prima erano state vivandiere al fianco dei mariti nei sequestri di persona. Che cosa avrebbero potuto raccontare che non si sapesse già? Purtroppo le conseguenze nefaste di quel decreto, che fu convertito in legge dal Parlamento non senza molti patemi d'animo e con cui tra l'altro fu introdotto l'ergastolo ostativo, furono un grande favore alla criminalità organizzata. Servirono a fiaccare ogni proposta riformatrice, a spegnere le speranza di coloro che, come Pagano, lavoravano per quel "carcere normale" così innovativo e utile per la società.
Ma, come scrive il dottor Sabella nella prefazione del libro, "Gigi non ha un fisico imponente ed è molto garbato nei modi, ma sa essere un vero gigante con una determinazione di ferro". Infatti, pochi anni dopo, la storia ha svoltato, è diventata Storia con la esse maiuscola.
Vista, come dice ancora Sabella, "attraverso le sbarre delle prigioni e con gli occhi di quell'umanità che le aveva popolate. È a quelli come lui, oltre che ai giovani naturalmente, che va dedicato questo libro. A tutti gli uomini e le donne del mondo della giustizia, perché, attraverso la comprensione del "carcere normale", capiscano che dietro alla condanna, prima della prigione, c'è il processo. E anche questo, con l'ispirazione di storie come quella di Pagano, dovrebbe diventare "normale". Sarebbe ora.
- Mai sicurezza fine a sé stessa. Una seria e grave lezione francese
- La nostra anarchia di Stato
- L'ultima beffa egiziana, quelle bugie su Regeni sono uno schiaffo all'Italia
- Stati Uniti. Ambiente e pena capitale, l'ultimo Trump è una furia
- Caso Regeni. "L'Italia ricorra alle corti internazionali e ponga la questione all'Europa"











