di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 dicembre 2020
Il Covid in carcere c'è, lo dimostrano i numeri: i detenuti che risultano contagiati sono 897, mentre il personale penitenziario è oltre i mille. Grazie all'intervista di Liana Milella fatta a Walter Verini, tesoriere del Pd e da sempre impegnato sui temi della giustizia, sappiamo che rispetto all'emergenza Covid in carcere per la posizione di chiusura del M5S non c'è nessuna speranza che passi la "liberazione anticipata" chiesta da Roberto Saviano, Luigi Manconi e Sandro Veronesi e per cui Rita Bernardini del Partito Radicale è in sciopero della fame da 21 giorni assieme ad altri 611 cittadini liberi e gli oltre 700 detenuti. Al massimo, se tutto va bene, potrebbero accogliere l'emendamento proposto da Franco Mirabelli, quello di portare da sei mesi a un anno i domiciliari senza braccialetto.
di Ida Bozzi
Corriere della Sera, 1 dicembre 2020
117 studiosi si uniscono alla lotta contro il sovraffollamento. Cresce l'adesione alla protesta civile contro il sovraffollamento delle carceri, tanto più grave in epoca di Covid-19, lanciata dal 10 novembre da Rita Bernardini, leader del Partito Radicale e di Nessuno tocchi Caino con uno sciopero della fame.
di Liana Milella
La Repubblica, 1 dicembre 2020
Nessuna speranza che passi la "liberazione anticipata speciale" chiesta da Roberto Saviano e per cui Rita Bernardini è in sciopero della fame da 20 giorni. Sotto l'albero di Natale non ci saranno le piccole misure per alleggerire le carceri in tempi di Covid. Parlare di "clemenza" sarebbe fare dell'ironia. E tantomeno si può usare un'espressione, da sempre in voga, come norme "svuota carceri". Il "pacchettino" Bonafede non è né l'uno, né l'altro.
di Guido Neppi Modona*
Il Dubbio, 1 dicembre 2020
In questi tempi di pandemia le carceri stanno vivendo una situazione assolutamente paradossale. Il distanziamento è la prima essenziale misura per difendere sé stessi dal contagio e per evitare che i positivi asintomatici inconsapevolmente lo diffondano, ma il carcere è per definizione un luogo affollato, ove centinaia di detenuti e di agenti di custodia sono coattivamente rinchiusi e trascorrono chi l'intera giornata, chi le ore del turno di lavoro, gli uni vicini o vicinissimi agli altri. In particolare, le carceri italiane sono affollatissime, al punto che in più occasioni il Consiglio d'Europa ha condannato l'Italia per l'eccessivo superaffollamento, e tuttora i detenuti sono quasi 54.000, numero di gran lunga superiore all'ordinaria capienza degli istituti.
di Errico Novi
Il Dubbio, 1 dicembre 2020
Estendere i benefici ai detenuti, al di là dell'emergenza: dossier riaperto con Bonafede. Verini: "Importante come le riforme del processo e del Csm". La novità è che i dossier giustizia ora sono quattro. "E hanno tutti la stessa importanza", spiega al Dubbio Walter Verini. "La riforma del processo penale, quella sul civile, il ddl sul Csm e la riapertura del progetto Orlando sul carcere".
di Gad Lerner
Il Fatto Quotidiano, 1 dicembre 2020
Sarò ingenuo, ma credo che chi per amore di giustizia e di pubblica sicurezza persegue l'obiettivo della certezza della pena, e perciò mal sopporta l'indulgenza mascherata col garantismo di cui godono i potenti, proprio lui dovrebbe avere più degli altri a cuore la sorte dei detenuti. Per questo mi è dispiaciuto che il direttore Marco Travaglio abbia indirizzato domenica scorsa il suo ben noto sarcasmo non solo nei confronti di Luigi Manconi, Roberto Saviano e Sandro Veronesi - che hanno la scorza dura - ma anche delle persone recluse in carcere al tempo del Covid.
L'articolo spiritosamente intitolato "Tana liberi tutti" sosteneva che dal punto di vista sanitario "le carceri restano il luogo più sicuro, protetto e controllato del Paese". E, richiamandosi al "buonsenso" (parola viziata dall'abuso che ne fa Salvini), aggiungeva che "contro un virus che si combatte con l'isolamento, chi è già isolato è avvantaggiato rispetto a chi non lo è".
Non è materia su cui scherzerei. Immagino cosa significhi condividere una cella sovraffollata con dei positivi, per quanto a sintomatici. Tanto più quando la pandemia determinalo stop ai colloqui con i familiari e alle attività di formazione e lavoro; lasciando fuori operatori sociali e volontari.
Non voglio attribuire a Marco un sentimento di rivalsa - il tipico "ben gli sta, a quei criminali" - che nel suo scritto non compariva. Sappiamo entrambi quanto è diffuso nell'opinione pubblica, e chi lo cavalca: anche per questo la situazione delle carceri italiane è una tragedia nella tragedia. Basti pensare ai 13 detenuti morti nelle rivolte del marzo scorso per cause diverse legate alla loro disperazione. Se nel frattempo si è provveduto al rilascio anticipato o alla carcerazione domiciliare per circa settemila reclusi, vuol dire che le autorità l'hanno ben presente: le prigioni erano troppo piene, anche di persone non pericolose.
Proviamo, allora, a uscire dal logoro schema per cui tu ti compiaci a figurare "carogna" di fronte a noi "anime belle" del garantismo di sinistra? Lo ripeto: proprio chi ha a cuore la certezza della pena dovrebbe essere il primo a tener presenti le finalità di reinserimento sociale della pena stessa, apprezzare le buone pratiche che riducono la probabilità di recidiva dei reati, studiare misure alternative alla detenzione, e infine denunciare il sovraffollamento delle carceri per quello che è: una realtà incivile e criminogena.
Se non chiedo troppo, l'emergenza Covid potrebbe offrirci la possibilità di allargare lo sguardo e, forse, di capirci. É vero, infatti, come tu scrivi, che il virus ha causato un numero relativamente basso di morti dentro le carceri. A differenza di quanto avvenuto in altre "istituzioni totali" come le Rsa. Ciò dipende solo dall'età media assai più bassa dei detenuti rispetto agli anziani ricoverati. Ma allora andiamo a vedere quantità e qualità di cui è composta l'umanità delle carceri.
Leggo le cifre pubblicate sul sito del ministero della Giustizia: il numero dei detenuti è raddoppiato negli ultimi vent'anni. Erano 31mila nel 1991, più di 60 mila alla fine del 2019. Nel 2010 avevano raggiunto la cifra record di oltre 68 mila. Si basi bene: tale poderoso incremento del tasso d'incarcerazione non è in alcun modo correlato a un incremento della criminalità e della delinquenza. Nel corso dello stesso ventennio il numero degli omicidi volontari è crollato dell'80%. Le carceri italiane si sono riempite in seguito a ben precise scelte legislative di politica criminale che hanno selezionato chi e come deve essere punito.
Per capirci: terroristi e mafiosi (non parliamo dei corrotti) sono una piccola minoranza della popolazione detenuta. Lo stesso sito del ministero ci informa che dal 1991 a oggi è più che raddoppiato il numero degli stranieri incarcerati, in genere "pesci piccoli" dello spaccio di droga. Siamo passati dal 15% fino a oltre il 37%, per stabilizzarci sul 33%. Certo, qui il discorso dovrebbe allargarsi all'efficacia delle normative vigenti in materia di "guerra alla droga".
Certo, il boom delle incarcerazioni è un fenomeno mondiale, non solo italiano, se è vero che oggi nel mondo ci sono più di dieci milioni di detenuti, un quarto dei quali nei soli Usa. Fermiamoci qui. Ma per favore evitiamo di titillare l'impulso di chi prova soddisfazione nel sapere che il colpevole soffre. Ti ricordi, Marco, il giorno in cui due ministri, uno dei quali in divisa da poliziotto, accorsero a Ciampino festanti per accogliere un latitante catturato? Almeno noi, restiamo umani.
di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 1 dicembre 2020
Come spesso capita a chi coltiva cattivi pensieri, anche Marco Travaglio è intrappolato nella sua ossessione di sempre, lo scherno tignoso che contiene "la verità", e per distinguere il falso dal vero non si esime dall'irrisione di chi la pensa diversamente da lui.
È accaduto, da ultimo, lo scorso 29 novembre, col suo "Tana libera tutti".
Secondo una tecnica ormai invalsa (di cui hanno dato ampio esempio Luigi Manconi e Federica Graziani nel libro "Per il tuo bene ti mozzerò la testa", in particolare nel capitolo 2, "Onomastica dello scherno"), il ricorso ad un linguaggio greve e deformante non rileva per il gusto dell'iperbole, ma per sminuire il ragionamento altrui semplificandolo, banalizzandolo, per proporre una lettura semplicistica, un sillogismo preconcetto, qualcosa che induca all'atto di fede.
Per molte persone è così: ragionare stanca, più semplice farsi trascinare dalla suggestione.
Per questo, le parole scritte da Luigi Manconi, Roberto Saviano e Sandro Veronesi diventano "tre articolesse" (con l'evidente utilizzo di un improprio, dispregiativo e sessista femminile). Una penna che è una pena.
Non è possibile qui inseguire il senso illogico delle considerazioni del bravo moralista, peraltro a tratti semanticamente oscure ("che, trattandosi di gente perlopiù povera, è di solito un ambiente altrettanto esiguo, promiscuo, sovraffollato, ma per giunta incontrollato"....l'ha scritto lui, chissà che vuol dire); più utile disvelare che accanto alla deformazione della lingua (chissà perché il ricorso ad uno storpiato femminile) si pone una profonda ignoranza della realtà, quella vera, non dei numeri su un foglio.
La galera (quella vera, appunto), di questi tempi è fredda da morire; vetri rotti, umido che entra nelle ossa, corpi su corpi. Fuori a un metro di distanza, in galera 8 in una stanza. Ovviamente, con unico cesso, alla turca, dove organizzi la tua vita (caghi, lavi, se ci riesci ti regali innocenti evasioni). Una manna per il virus. Comunque uno schifo.
Il coraggio che Saviano evocava per parlare di questo non è quello dei "tre tenori" (secondo la definizione del nostro), ma quello mancato alla Politica (al PD in primo luogo, nel caso di specie) per portare a termine la riforma dell'ordinamento penitenziario promossa da Andrea Orlando.
Che il carcere sia luogo con copertura di screening pressoché totale è un'invenzione.
Che i penitenziari, in quanto chiusi, siano il posto più sicuro, è un'amenità che non merita altri commenti, utile solo a quelli che il Prof. Glauco Giostra ha chiamato "forapaglie..., preoccupati e capaci soltanto di catturare elettori considerati insetti".
E certo, la ricetta è semplice, che l'overcrowding penitenziario non si spiega con la bulimia repressiva, ma con "la carenza di posti cella in rapporto al numero dei delinquenti".
E giù ad andare, per finire (in difesa del Ministro, more solito) con la giravolta dei soli tre boss "messi fuori", quando invece solo qualche mese fa il giornale diretto da Travaglio (in buona compagnia di Repubblica) sventolava la lista.
Quanto basta.
Naturalmente nessuno cambierà idea, non certo il Fatto; io vado in galera ogni settimana, e qualcosa ne so. Se ne avrà tempo, sarebbe utile andarci insieme una volta, Direttore.
*Avvocato
di Donatella Ventre
areopago.net, 1 dicembre 2020
Voglio condividere con voi un breve ricordo di una mia esperienza vissuta molti anni fa, che ha lasciato un segno nel mio percorso di vita professionale. N. era un detenuto con alle spalle una lunga storia di tossicodipendenza, il viso segnato e l'aria stanca di chi è invecchiato precocemente, e a dispetto dei suoi soli 25 anni, quando lo conobbi, aveva già inanellato una lunga serie di condanne per furti e altri reati contro il patrimonio commessi sin da quando era minorenne, necessari a procurarsi il danaro per l'acquisto delle dosi. Dopo un periodo di detenzione trascorso presso l'istituto penale minorile di Nisida, era stato trasferito presso l'ICATT di Lauro, un piccolo istituto destinato ad accogliere poco più di una cinquantina al massimo di reclusi, di cui io ero all'epoca il magistrato di sorveglianza referente.
Per chiarirlo ai non addetti ai lavori, gli ICATT sono istituti a custodia attenuata riservati ai detenuti tossicodipendenti; istituti di pena, cioè, dove ad una custodia appunto meno rigida di quella applicata negli istituti ordinari (i detenuti possono circolare liberamente nelle sezioni ad eccezione della fascia oraria notturna), si abbina in genere una maggiore offerta trattamentale, utile al loro recupero. Nei tossicodipendenti infatti, la devianza è strettamente collegata alla loro problematica, per cui il trattamento rieducativo previsto per questa categoria di detenuti è improntato ad un approccio essenzialmente di tipo terapeutico, destinato a culminare con l'ammissione all'affidamento in prova presso una Comunità terapeutica o presso il Sert. Accadde qualcosa di simile anche per N
Cresciuto in un quartiere di Napoli altamente degradato dove lo spaccio rappresentava e rappresenta praticamente il pane quotidiano, e abituato a vivere in una realtà molto dura, N. era uno di quei detenuti dotati di una vivace intelligenza e, ad onta dei reati commessi, anche di una spiccata sensibilità; le esperienze dolorose vissute non avevano del tutto reciso questa sua parte sensibile e quasi giocosa, che a volte si manifestava con un entusiasmo quasi infantile. Attraverso i colloqui in istituto si instaurò subito una buona comunicazione tra noi, ed io avvertii chiaramente la presenza di parti sane del suo io sulle quali poter lavorare per rafforzare la sua motivazione al cambiamento. Fu così che in quella piccola "oasi felice" che fu la casa circondariale di Lauro,- che oggi non esiste più come ICATT, ma è stata trasformata in un ICAM, cioè un istituto a custodia attenuata per detenute madri- anche grazie alla costante ed infaticabile opera della Direttrice e di tutto il gruppo degli educatori, N. riuscì a svolgere un eccellente percorso trattamentale impegnandosi con profitto in tutta una serie di attività rieducative, ed in particolare nel laboratorio teatrale, dove ebbe modo di sviluppare e migliorare le sue già innate capacità di attore.
Intanto il tempo passò, ed N. terminò di "pagare", come si dice nel gergo carcerario, le condanne per i reati più gravi; e nel frattempo la pena residua, grazie alla liberazione anticipata costantemente ottenuta, scese al di sotto dei quattro anni; le relazioni del carcere attestavano buoni progressi, una presa di coscienza degli errori commessi e la maturazione di una forte volontà di cambiamento; insomma, i tempi erano maturi per poter finalmente accedere ad una misura alternativa alla detenzione, il "piccolo miracolo" era compiuto. Fu così che arrivò anche per lui la tanto agognata misura alternativa dell'affidamento in prova con un programma di recupero presso il Sert territorialmente competente. Durante l'udienza dinanzi al collegio, N. rimase per tutto il tempo accanto al suo avvocato in silenzio, ma attento. Era fatta, ed era arrivato il momento di raccogliere i frutti. Ed io ero così soddisfatta del lavoro svolto, che mai mi sarei immaginata l'amara sorpresa che mi attendeva, quando due giorni dopo, trovai sulla mia scrivania la nota con cui la Direzione dell'istituto mi comunicava che N, all'atto della notifica del provvedimento di concessione, aveva rinunciato alla misura. Ero incredula, e in fondo, umanamente delusa.
Rimasi un po' di tempo a pensare, e non riuscivo proprio a spiegarmi come mai N., dopo aver tanto aspettato, sofferto e lottato per ottenere quel beneficio, sul più bello avesse gettato la spugna. Solo lui, io e gli operatori del carcere potevamo sapere quanta trepidante attesa lo aveva preceduto! Qualche giorno dopo, nella saletta dei colloqui del carcere di Lauro, N., di fronte a me a testa bassa, e con gli occhi umidi, mi spiegò: "...dottorè, io finché sto qua dentro sto tranquillo, ma fuori... no, fuori è un'altra cosa!.".
Scosse la testa, e seguì un interminabile minuto di silenzio, poi interrotto solo dal suo pianto. Quel "fuori è un'altra cosa" sintetizzava mirabilmente tutto. Compresi in quell'istante tutta la drammaticità della sua vicenda: N, vissuto per anni come un randagio e in preda alla tossicodipendenza, aveva trovato nel carcere di Lauro una vera e propria famiglia, quella che probabilmente gli era mancata, e all'interno della quale si sentiva protetto.
Ma al tempo stesso, non era sicuro di avere definitivamente spezzato quelle catene interiori che lo tenevano legato; non sapeva come avrebbe reagito una volta libero e lontano dai controlli che un carcere, sia pure a custodia attenuata, è deputato a svolgere ed assicurare, a fronte di una realtà esterna molto buia. Mi sorpresi allora a pensare al carcere non come luogo di espiazione di una pena, ma, paradossalmente, come luogo di riparo. Riparo per i senza tetto e senza fissa dimora, per gli stranieri, i poveri, gli emarginati, i tossicodipendenti e i soggetti affetti da disturbi psichiatrici; per tutti coloro che fuori dal penitenziario non hanno alcuna possibilità di salvezza perché in luogo di una reale opportunità di recupero, trovano una società ostile, indifferente, rispetto alla quale il carcere diventa il minore dei mali, e talvolta, addirittura un riparo. Come scriveva una volta Albert Einstein, "il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie, ma per quelli che osservano senza fare nulla".
La storia che vi ho appena raccontato mi induce a qualche breve riflessione sul tema di oggi, l'indifferenza; indifferenza in questo caso intesa come inerzia rispetto ad una problematica troppo spesso ignorata e sottovalutata, o peggio, vista erroneamente come qualcosa che riguardi solo altri e non noi stessi; come se le conseguenze negative di un cattivo funzionamento della giustizia nella sua fase saliente dell'esecuzione della pena non riguardasse alla fine tutti noi. Quanto poco si faccia per i detenuti che al termine della pena dovrebbero fare reingresso nella società libera e con quali presupposti, è purtroppo un tema assai dolente che riguarda tutta l'esecuzione penale, a causa dell'endemica carenza di risorse umane e materiali dedicate a questo settore, e della contraddittorietà degli scarni e frettolosi interventi normativi troppo spesso dettati sull'onda dell'emergenza; tuttavia il tema si aggrava quando l'esecuzione si affianca o addirittura scaturisce da problematiche come la tossicodipendenza o il disagio psichico, per i quali le possibilità offerte dalla normativa vigente suonano più come slogan propagandistici che come reali soluzioni concrete.
Per i detenuti tossicodipendenti la soluzione più facilmente praticabile è quella del programma presso il Sert, dal momento che poche sono le Comunità Terapeutiche riconosciute ed accreditate ed ancor meno lo sono le Comunità c.d. "a doppia diagnosi"; destinate cioè ad accogliere soggetti che associano alla problematica tossicomanica anche un disturbo di personalità o un disturbo psicotico, come le paranoie e o le schizofrenie. Ma la più moderna letteratura scientifica è ricca di questi esempi e la realtà concreta altrettanto. Tuttavia il percorso presso il Sert, non sostenuto da un regime residenziale e conseguentemente da un più assiduo controllo sulla persona del condannato, è anche quello più "rischioso" e meno in linea con il principio di gradualità che dovrebbe ispirare il percorso trattamentale di un condannato ed il suo graduale progressivo affrancamento dal carcere.
Le carceri oggi sono pieni di detenuti che associano alla tossicodipendenza dei disturbi mentali, ma le Articolazioni per La Tutela della salute mentale ad essi destinate sono pochissime e anch'esse con pochi posti disponibili, e con la riforma penitenziaria del 2018 si è persa un'ottima occasione per intervenire efficacemente su questo problema, che ad oggi resta in larghissima parte irrisolto. I disturbi mentali poi riguardano molto da vicino anche i soggetti destinatari di una misura di sicurezza in conseguenza di una assoluzione per vizio di mente. Si tratta di soggetti privi di una solida rete familiare di supporto; senza contare che quando poi ci sono, i familiari facilmente sono le stesse persone offese dai reati, per cui esistono relazioni conflittuali che impediscono una presa in carico da parte loro. È in questo tema che si inserisce la delicatissima problematica delle REMS. Introdotte nel 2014 con il dichiarato scopo di sostituirsi ai vecchi ed obsoleti OPG al fine di realizzare un approccio terapeutico anziché custodialistico degli infermi di mente così come esigono le più recenti acquisizioni scientifiche, sono in realtà rimaste un ibrido, e in ogni caso hanno pochissimi posti disponibili.
Ciò ha prodotto come risultato l'impossibilità di dare esecuzione alle ordinanze di ricovero o di aggravamento di libertà vigilate "psichiatriche", e ciò che e più grave è che a volte tale impossibilità si protrae per mesi o addirittura anni, con intuibili gravissimi danni sia per la salute mentale dei destinatari che di fatto si trovano a circolare liberi senza una precisa collocazione e andando incontro ai rischi della c.d. "finestra terapeutica", sia per la collettività che si trova esposta al rischio di subire le possibili condotte etero aggressive. Ora, personalmente io non credo, francamente, che le problematiche appena accennate - e sulle quali non mi dilungo per non tediarvi oltre, ma ognuna poi richiederebbe ben altro approfondimento - possano essere affrontate e risolte senza un reale impegno ed un investimento concreto di risorse economiche.
Senza un reale investimento dello Stato, le opportunità di cura, di recupero e di reinserimento sociale resteranno limitate. Ma penso anche che per arrivare ad una scelta "politica" di reale presa in carico dei problemi dell'esecuzione penale, occorra a monte lavorare per un mutamento culturale, in seguito al quale la pena con la sua funzione rieducativa possa finalmente riacquistare la sua centralità.
I nostri Padri Costituenti lo avevano ben capito per primi inserendo nella Costituzione una norma quale è quella contenuta nell'art. 27 comma 3, in base al quale, "la pena non può essere contraria al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato"; non ignorando peraltro, il carattere puramente programmatico di quel principio, e la necessità di darvi concreta attuazione con un preciso impegno e con chiara consapevolezza.
Chiudo questi miei brevi appunti ricordando la splendida metafora con cui Piero Calamandrei, nel suo celebre discorso agli studenti milanesi, paragonò la nostra Costituzione ad una bellissima macchina, ma non in grado di camminare senza il necessario carburante, pensando che mai come in questi tempi difficili di pandemia che tutti stiamo vivendo, e che ha finito per mettere ancora più a nudo le molteplici criticità del sistema giustizia, sarebbe quanto mai necessaria una buona dose di carburante, morale e materiale.... Buona riflessione a tutti.
di Fabio Gianfilippi
areopago.net, 1 dicembre 2020
"...il movimento per liberarsi da questa trappola dovrebbe essere duplice. Bisognerebbe amare la vittima senza bisogno di sapere nulla di lei. Bisognerebbe sapere molto del carnefice per capire che la distanza che ci separa da lui è minore di quanto crediamo. Questo secondo movimento si impara, è frutto di una educazione. Il primo è assai più misterioso." Nicola Lagioia, La città dei vivi, Einaudi, 2020.
La nebbia nasconde, e sbianca tutto un po'. Precipita i viali e gli edifici in un indistinto lattiginoso, che porta fuori strada, persino quando stai ripercorrendo ancora una volta la stessa strada, dopo infinite altre. Mi si presenta così, sovente, il tragitto che, attraverso un'area di capannoni industriali, porta all'ingresso della Casa Circondariale di cui mi occupo. Parcheggio la macchina, raccolgo le carte che mi servono, calpesto rumorosamente l'erba anemica che prova a crescere nel piazzale, irrigidita dalla gelata mattutina. Ed entro. Scambio saluti e qualche commento sul tempo inclemente con gli agenti di polizia penitenziaria. In fondo al cortile il Cappellano, con il saio marrone e i calzettoni pesanti sugli immancabili sandali, scherza con un detenuto ammesso al lavoro nell'intercinta. Un'educatrice sale le scale in fretta verso gli uffici.
Ancora un cancello cigola e ancora una chiave è girata. Mi aspettano i colloqui con i detenuti. Li svolgo in una stanza di cui un condannato, molti anni fa, ha dipinto le pareti. Un improbabile paesaggio di montagne impervie e fiumi e cascate, e cavalli selvaggi in lontananza, e persino una città, ardita e traballante per posizione e strutture, appollaiata sopra un termosifone. Mi inquieta, e lo fisso di continuo. Ci passerò qualche ora, come ogni volta.
Ascolterò le doglianze che mi sottopongono, raccoglierò le istanze che ritengono di presentare al magistrato di sorveglianza, metterò insieme, forse, qualche frammento delle loro storie. Quel che hanno voglia di raccontarmi, quel che sono capaci di ricostruire. I fascicoli, che ho studiato, nascondono persone. Le mura, affondate nella piana nebbiosa, custodiscono, non viste, tanta umanità reclusa, piena ancora di rabbia, spesso di incomprensione, di dolore, di speranza, a volte senza aderenza al piano di realtà, e soprattutto di domande, che sembrano aver bisogno più di ogni altra cosa di un ascoltatore. La risposta, se viene, è un di più.
Nel nostro paese l'attenzione alle vicende penali è in genere molto alta. I processi sono spesso seguiti con interesse, e una buona dose di morbosità, dalle comunità e dai media. Tutto si spegne, in un certo senso, alle porte del carcere. Quando la condanna è irrogata, sembra che la parola fine si possa pronunciare. Il condannato inizia l'espiazione della sua pena dietro le sbarre, e la società tira il fatidico sospiro di sollievo, allontanando da sé ogni riflessione su cosa sia effettivamente la detenzione. Nell'art. 27 comma 3 della nostra Costituzione, come è noto frutto dell'incredibile lungimiranza dei padri costituenti, che ben conoscevano le galere fasciste, sono contenute le inderogabili linee guida per l'esecuzione delle pene: mai possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità (e dunque occorre preservare i diritti fondamentali di chi sia privato della libertà personale) e sempre debbono tendere verso la rieducazione (oggi diciamo: il reinserimento sociale) delle persone condannate. Dal riferimento plurale alle pene deduciamo che il carcere non è l'unico modo di espiarle. Nel nostro ordinamento, quindi, sono previste da molti decenni le misure alternative, che si eseguono con grande profitto nei territori, accompagnando le persone mediante il contributo essenziale dei servizi sociali. Il carcere però è ancora una necessità, quando la pericolosità sociale di un condannato è tale da non poter essere altrimenti contenuta.
La reclusione, dunque, non può mai essere, nell'approccio costituzionale, soltanto tempo sottratto alla libertà, a prescindere dalle modalità di impiego. Non può limitarsi a contenere per un tempo dato, ma deve consentire una possibile evoluzione alla persona condannata, mediante un'offerta, il più possibile individualizzata, di opportunità di crescita personale, dalla scuola alla formazione professionale, alla riflessione critica sul reato e sulle sue conseguenze negative, per sé e per la società. Di recente la Corte Costituzionale ha ribadito, con parole che illuminano i difficili percorsi che si fanno in carcere, che "la personalità del condannato non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso in passato, foss'anche il più orribile; ma continua ad essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento." (cfr. Corte Cost. sent. 149/2018). A leggersi così, sembrerebbe che il tempo non basti mai. C'è tanto da fare. E invece, spesso, dentro le mura manca molto di quel che dovrebbe esserci, a cominciare dagli educatori, dagli psicologici e dai medici, e sovrabbondano le persone recluse, stipate ben oltre i limiti minimi dettati dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'Uomo (3 mq procapite).
Tutto questo, però, non sembra essere un tema che affascina l'opinione pubblica. Nella bulimia di penalità, che si riscontra, la chiave delle celle serve a serrarle la prima volta, per poi essere, come si dice, gettata via. E questo anche quando, invece, le pene sono soltanto temporanee, e conoscere in che modo si stia lavorando per restituire alla società persone migliori, e maggiormente in grado di offrire un contributo positivo alla stessa, sarebbe fondamentale per capire se l'intero sistema penale che ha il suo cuore nel processo, sia in grado di raggiungere i risultati che si prefigge.
D'altra parte è evidente che un condannato con cui si è lavorato proficuamente, consentendogli di leggere la realtà con strumenti per affrontarla diversi e migliori rispetto a quelli di cui disponeva quando ha offeso la società con il delinquere, è una persona che costituisce un minor rischio per la sicurezza della collettività, e dunque per ciascuno di noi. Si dice spesso che gli Italiani non hanno mai digerito il portato dell'art. 27 co. 3 della Costituzione.
Mi pare ingeneroso generalizzare, perché sono molti, in realtà, i segnali di un impegno concreto di alcuni cittadini a sostegno del lavoro che si svolge in carcere. Il volontariato non manca, neppure in questo settore così complesso. Esistono associazioni che sostengono iniziative in favore delle persone detenute. C'è un dibattito illuminato in cui la dottrina penalistica e l'avvocatura fanno sentire la loro voce, consci che dall'umanità delle nostre carceri si misura la temperatura democratica della nostra società. Ci sono le istituzioni, naturalmente, e tra queste la magistratura di sorveglianza cui, progressivamente, si sono aggiunte l'autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale e i Garanti territoriali.
C'è però qualcosa in più, che mi pare manchi, almeno nella gran parte dell'opinione pubblica. E, nonostante il tanto parlare di riforme, mai poi concretizzatesi, che riportino l'intero sistema penitenziario in un solco di maggior aderenza all'insegnamento costituzionale, a me pare che la sfida di interessare i cittadini ai destini degli autori dei reati resti ardua, pur non potendosi smettere di tentarla. Il carcere, poi, attraversa in questi tempi un'emergenza nell'emergenza. Si è chiuso su se stesso, rendendo più difficile quell'osmosi tra dentro e fuori, tra territori e detenzione, che è così importante per costruire percorsi di reinserimento. Si pensi alla scuola, sospesa senza che la didattica a distanza possa trovare modalità di attuazione efficaci, come si sta tendando di fare, non senza difficoltà, all'esterno.
Ha dovuto farlo, a causa dell'emergenza epidemica, ma questo ha contribuito, pur senza che nessuno lo volesse, a renderlo ancor di più un contenitore di persone, per altro non esenti, a causa del sovraffollamento, dal rischio di dover permanere in spazi privi del distanziamento sociale che servirebbe a preservarsi dal virus, in cui nulla di rieducativo può accadere, salvo attendere l'azione del tempo, che può lenire o aiutare a sanare, ma può anche lavorare in senso opposto, approfondendo ferite difficili da rimarginare e scavando solchi troppo profondi da valicare.
Cosa rappresenta dunque il muro del carcere? Perché non si sente alcun bisogno di guardarci dentro? C'è senz'altro la difficoltà di percepire che si tratta di un luogo che ci appartiene, come collettività. Una istituzione dove si spende denaro nostro con uno scopo, che sarebbe nostro interesse verificare che sia perseguito. C'è però anche una simbolica separazione tra bene e male, tra me e quelli come me (buoni) e gli altri, i diversi da me (e cattivi), che trova infinite sponde nelle molteplici marginalità sociali che riempiono le nostre carceri.
È vero, nel nostro paese ci sono un buon numero di detenuti per gravissimi reati di criminalità organizzata, ma sono comunque una minoranza nettissima, rispetto agli autori di altri reati, che spesso sono persone straniere, o affette da disagi psichici, o tossico-alcoldipendenti, o tutte queste ed altre cose insieme. Il carcere diventa allora necessario in una dimensione simbolica che si adatta benissimo, oggi, ad una società sempre più spinta a scartare (Bauman docet!), senza offrire dialogo e una possibile via alternativa di risoluzione del conflitto.
Un mondo in cui è facile uscire dalla partita, senza che sia previsto un meccanismo per rimettersi in gioco. Una società che, in definitiva, è assai efficace nell'escludere, ma sembra aver smarrito la volontà di includere e la capacità di interrogarsi sulle ragioni dell'altro.
Di queste ultime priorità, e di molto altro, si occupano paradigmi alternativi alla giustizia penale, per come noi la conosciamo, che pure si studiano con sempre maggior attenzione a livello internazionale, e che sono noti con il nome di "giustizia riparativa", dove l'accento torna sulle persone: sulle vittime dei reati e sugli autori e sulla volontà di entrambe le parti, ove esista, di ricucire la ferita apertasi.
Entra in sala colloqui un giovane. Ha trentatré anni e occhi confusi. Parla male italiano, anche se è nato e cresciuto qui. È stato trasferito da poche settimane nel carcere di cui mi occupo, per "sfollamento", come si dice in linguaggio penitenziario. Tra un mese finisce la sua pena: tre anni e due mesi di reclusione per violazione di domicilio. Qualche anno fa, non sapendo dove dormire, si è introdotto in un canile e, trovata vuota una delle casette di legno destinate ad ospitare gli animali, vi ha preso alloggio per qualche giorno, mangiandoci quel che ha trovato, e quindi imbrattandola. Non ha avuto attenuanti, perché annovera un precedente per furto.
Mi racconta la sua storia, ma non sa dirla, né sa dove andrà a stare al fine pena. Nessuna misura alternativa si è potuta impostare in suo favore, proprio per questa carenza di riferimenti esterni e per i molti trasferimenti che, nel tempo, ha subito da un istituto penitenziario all'altro. Il magistrato di sorveglianza pone qualche domanda, tenta di capire le risposte. In questo caso non gli resta molto da fare, ma ha ascoltato. Ci sono anche persone così nelle nostre carceri. E questo nonostante spesso l'opinione pubblica creda che sia difficile, nel nostro paese, finirci. Claudia Mazzucato, studiosa esperta di giustizia riparativa, ha scritto che: "a cambiare i colpevoli sono stati - e sono tutt'ora - gli incontri, specialmente gli incontri con persone significative.
Persone, cioè, che hanno sovvertito la logica scontata della mimesi e del colpo restituito, e hanno invece innovato per prime la realtà, precisamente comportandosi all'opposto di ciò che ci si sarebbe attesi: rivolgersi agli autori dei delitti in modo imprevisto e insperato, riconoscendo in loro umanità e dignità dove tutti vedevano (e cercavano) mostruosità, pericolo e inimicizia" (Il libro dell'incontro, il Saggiatore, 2015). Valicare le mura del carcere aiuta a diradare la nebbia fitta che c'è sulle persone che hanno commesso i reati.
La conoscenza, l'ascolto, l'incontro, in questa progressione, fanno chiarezza sulla non sovrapponibilità del reato al suo autore. È su tutto ciò che non è reato che occorre lavorare, perché prenda il sopravvento sulle spinte a commetterlo, che in passato hanno prevalso. È un cammino controcorrente, che richiede di voler sovvertire la logica dello scarto e dell'esclusione. La logica dell'indifferenza verso l'altro. Quando lascio la sala colloqui, sento la chiave dietro di me, che serra l'ultima porta del carcere, ritorno alla mia autovettura, e di solito la nebbia si è diradata.
Il lavoro proseguirà altrove, e la Casa Circondariale continuerà la sua routine di nuovi ingressi, di detenuti che terminano la pena ed escono, con il loro carico di oggetti personali nel bustone, di lavoratori che in quel luogo spendono gran parte della giornata e poi tornano alla loro vita. Se non fosse così fuori città, mi dico, forse qualcuno in più potrebbe domandarsi come va la vita là dentro, o vedendo chi entra ed esce, potrebbe scoprire che ci somigliano più di quanto non ci spaventi immaginare, o persino interrogarsi su cosa si può fare perché il sistema funzioni meglio e ci consegni persone effettivamente cambiate (le statistiche segnalano che i detenuti che non accedono a misure alternative alla detenzione tornano a delinquere nel 70% dei casi). È una riflessione per gli urbanisti, ma forse la responsabilità non è soltanto loro, ma di ciascuno di noi.
di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 1 dicembre 2020
Caro Gad, non starò qui a smentire chi mi dipinge come un sadico aguzzino che gode per le sofferenze dei detenuti. Smentire i pregiudizi, in questo Paese di ultrà, è inutile. Tu scrivi che io ho "scherzato" sulle "persone recluse in carcere al tempo del Covid". Ma io non scherzavo affatto.
Ho citato i dati dei morti per Covid dentro e fuori dal carcere in nove mesi di pandemia: 5 su circa 100mila persone passate o rimaste nelle carceri (i 52-53mila detenuti medi non sono sempre gli stessi: ogni anno entrano circa 50mila "nuovi giunti" ed escono quasi altrettanti reclusi per fine pena o misure alternative); e 55.500 su 60 milioni di italiani (i paragoni con i positivi sono impossibili, perché si sa quanti sono nelle carceri, ma non quanti sono fuori).
Quindi chi sta fuori rischia il Covid almeno il doppio di chi sta dentro. Ed è del tutto insensato pensare di proteggere i detenuti mandandoli fuori: cioè a spasso se non hanno una casa e in ambienti perlopiù angusti e affollati se ne hanno una. Sovraffollamento per sovraffollamento, chi sta in cella ha il doppio vantaggio di incontrare meno potenziali infetti e di ricevere più controlli di chi abita in un bilocale. Non esiste chi "condivide una cella sovraffollata con dei positivi, per quanto asintomatici". In carcere i nuovi giunti vengono isolati fino al doppio tampone negativo e solo dopo trasferiti in cella con gli altri.
E, appena si scopre un positivo, scatta l'isolamento col "tamponamento" di tutti gli altri ospiti dell'istituto. Altro che Rsa. Sgombrato il campo dal tema Covid - ultimo pretesto per invocare altre amnistie, indulti e "liberi tutti" nel Paese che ne detiene il record mondiale - parliamo delle carceri. É vero: sono "una tragedia nella tragedia", "incivile e criminogena" per la fatiscenza delle strutture, il sovraffollamento, la penuria di agenti ed educatori.
Ma la soluzione, per me, è costruirne di nuove per garantire ai detenuti condizioni di minima decenza. Per te e altri è mandare e tener fuori decine di migliaia di condannati. Come se il numero dei detenuti fosse una variabile indipendente da quello dei reati e dei delinquenti. Sfido io che nel 1991 era molto inferiore: l'amnistia del '90 ne aveva liberati 6mila e lasciati fuori il doppio o il triplo. E gli immigrati erano 625mila, contro gli attuali 5,3 milioni (più gli irregolari).
Ma da allora non c'è stato alcun "poderoso incremento del tasso di incarcerazione", anzi, tutto il contrario: nel 1992 entrarono in carcere 93mila nuovi detenuti, nel 1993 e nel 1994 98 mila l'anno, mentre negli ultimi anni sono scesi a 48-50mila (metà). L'aumento dei reclusi medi non dipende dai maggiori ingressi, ma dalle permanenze più lunghe, dovute alle leggi "securitarie" di destra e sinistra. Criticabilissime, ma non fino a trovare strano se chi spaccia droga, italiano o straniero, sta al fresco per un po'. Il guaio delle carceri non è un eccesso di detenuti, ma un difetto di posti cella. Infatti gli altri Paesi Ue hanno quasi tutti un rapporto detenuti/abitanti uguale o superiore al nostro.
Tu vorresti liberare le "persone non pericolose". Ma il Codice penale commina la "reclusione" ai colpevoli di una lunga serie di reati, non solo a chi minaccia l'incolumità altrui. Sia che rubi col grimaldello, sia che rubi in guanti gialli. I B., i Formigoni, i Verdini sono pericolosi e dovrebbero stare in carcere anche se non torcono un capello a nessuno. Anch'io ho a cuore la sorte dei detenuti, purché restino tali. E ho a cuore la pena "rieducativa", purché sia una pena: non finta, ma certa ed espiata fino all'ultimo giorno. Poi c'è chi, come Manconi & C., vuole abolire il carcere (spero non Saviano, altrimenti stenterei a capire il senso delle sue sacrosante denunce contro i camorristi, se poi vanno lasciati liberi). Posizione per me assurda, in mancanza di alternative praticabili, ma rispettabile. A tre condizioni, però:
1) chi vuole abolire il carcere non usi come scusa il Covid, taroccando i dati;
2) se gli svaligiano la casa, non chiami la polizia;
3) non si meravigli se le destre più becere spopolano, perché chi semina impunità è da sempre il migliore alleato delle forche.
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