di Francesco Storace
Il Tempo, 7 marzo 2021
È ora che Marta Cartabia, presidente emerito della Corte Costituzionale e ministro della giustizia del governo Draghi, faccia sentire la sua voce. Batta un colpo per stroncare definitivamente il metodo Palamara, per mettere in condizione di non nuocere i manettari di ritorno, di chiudere definitivamente la stagione del fango permanente su chi non è organico ad un sistema che dura da troppi anni.
Ieri è toccato a Giorgia Meloni subire calunnie e attacchi. La deposizione di un pentito, accuse ridicole su affissioni di manifesti, una specie di giallo senza alcuna prospettiva di successo. Ma con le solite iene rosse pronte a colpire: basta leggere che cosa è arrivato a dichiarare l'uomo del Pd in commissione antimafia, il senatore Franco Mirabelli. Quello che però non vuole l'ex magistrato Luca Palamara in antimafia chiede alla Meloni di smentire ciò che è smentito dai fatti e dalla sua personalità onesta senza ombra di dubbio.
In antimafia, visto che parliamo di clan operanti con metodo mafioso nella provincia pontina, bande di rom in prima fila, Mirabelli ci porti semmai il giornalista di Repubblica che ha scritto un articolo senza preoccuparsi di sentire la versione della Meloni; il pentito ciarliero; e chi ne ha raccolto le parole. Magari si scoprirà anche chi è che diffonde calunnie su fatti che si presume essersi svolti otto anni fa. Se ne ricordano quando leggono i sondaggi.
"Ha ragione ma dobbiamo attaccarlo", disse Palamara riferito a Matteo Salvini, che è a processo per sequestro di persona. Oggi si può usare la stessa frase contro Giorgia Meloni. E anche contro Silvio Berlusconi, che si torna ad accoppiare ai pentiti di cosa nostra, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Oltre il centrodestra, c'è la frase orrenda del magistrato Nello Rossi sul "cordone sanitario" con cui annullare Matteo Renzi.
Il ministro Cartabia non può restare indifferente rispetto a quello che sembra un vero e proprio assedio ad una politica che non sta zitta. "Ha ragione ma bisogna attaccarlo" vale per tutti quelli che non obbediscono alla sinistra. Ne va del valore di una democrazia ridotta a pezzi. La giustizia al servizio di certa politica non va affatto bene.
Nel suo caso, la Meloni vede anche la propria collocazione attuale all'opposizione. I "fatti" che si riferiscono al 2013, sono davvero surreali. Un ex deputato, Pasquale Majetta, che dice alla Meloni di dare i soldi ad una banda di rom. Chi conosce la leader di Fdi può solo immaginare la risposta se il "colloquio" fosse stato davvero reale: "Perché non glieli dai tu...".
Già, perché la pretesa di sborsare 35mila euro per manifesti affissi avrebbe significato riempire Latina e tutta l'intera provincia di materiale elettorale. Poi, i dettagli ridicoli. Un segretario che non ha mai avuto - come sanno tutti quelli che frequentano la Meloni - una Volskwagen nera che non ha mai posseduto e una mitica busta del pane per incartare i quattrini.
Purtroppo, non è una barzelletta, ma un verbale di interrogatorio ad un signore che non ha nulla da perdere e che magari spera di ricevere il grazie di Stato per il favore fatto; e non c'è traccia di un solo inquirente che abbia bussato a casa Meloni per farle qualche domanda. No, solo fango, abilmente pilotato sulla stampa amica. A Palazzo di Giustizia non manca mai.
Ecco, da un ministro serio come la Cartabia ci si attende un rigoroso accertamento delle procedure seguite. E una riforma che consenta di non dover più temere per le proprie opinioni politiche. Perché se via via si infangano Berlusconi, Salvini e ora Meloni; e se si pretende di mettere la mordacchia anche a Renzi per le attuali inimicizie a sinistra, non va affatto bene. Basta parole. Chi ha ragione, si difende e non si criminalizza. Sennò vuol dire che è ancora in vigore il metodo Palamara.
di Cristina Giuliano
Il Sole 24 Ore, 7 marzo 2021
La giustizia italiana, non è un mistero, è lenta e farraginosa. Il civile a rallentatore scoraggia gli investimenti. Il penale ha anche un vizio di fondo: "L'emotività del momento che ha segnato tutte le riforme, dopo l'entrata in vigore nel 1989 di quello che ci ostiniamo a definire dopo 32 anni, il nuovo codice di procedura penale, ha fatto sì che venisse varata una serie di norme di segno opposto che hanno reso questo codice, una sorta di vestito di Arlecchino, tutto toppe e rammendi". Così Luigi Riello, procuratore generale della Corte d'Appello di Napoli, che in questa intervista spiega quello che lui stesso definisce "pendolarismo normativo".
di Rosalba Emiliozzi
Il Messaggero, 7 marzo 2021
Aveva 50 anni il magrebino che si è impiccato nel carcere di Vasto, in provincia di Chieti, dove non stava scontando una pena, ma era in cella a causa di una misura di sicurezza disposta perché dichiarato "socialmente pericoloso".
Il 50enne aveva chiesto più volte l'estradizione che gli era stata negata dal magistrato anche per un problema di identità: aveva cinque o sei alias che impedivano, di fatto, una sua certa e corretta identificazione. Da circa tre anni era ospite della Casa lavoro di Vasto.
Il suo decesso ha provocato una serie di dure riflessioni del Sappe sulle condizioni carcerarie, la carenza annosa di personale e l'assenza di un programma di lavoro che porta i detenuti - fa sapere una nota del sindacato di polizia penitenziaria più rappresentativo - a un disagio crescente nelle carceri italiane. "Un internato ristretto nella prima sezione del carcere di Vasto si è tolto la vita ieri impiccandosi nella sua cella - dice Giovanni Notarangelo, segretario abruzzese del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe - L'ennesimo suicidio di una persona detenuta in carcere dimostra come i problemi sociali e umani permangono, eccome, nei penitenziari.
Negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della polizia penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 23mila tentati suicidi e impedito che quasi 190mila atti di autolesionismo potessero avere conseguenze irreparabili. Purtroppo, a Vasto, il pur tempestivo intervento degli agenti di servizio non ha potuto impedire il decesso dell'uomo".
La Segreteria Sappe di Vasto denuncia anche "le condizioni operative della polizia penitenziaria caratterizzate dalle gravissime condizioni di carenza organica del personale della casa lavoro con annessa sezione circondariale. Il personale di polizia penitenziaria è allo stremo delle proprie forze: il turno notturno, quando va bene, è assicurato da cinque agenti, numero assai esiguo. Mancano anche progetti affinché gli internati in carcere (per la maggior parte soggetti psichiatrici), socialmente pericolosi che nel contempo vivono un senso di frustrazione e abbandono, siano impegnati a livello lavorativo, visto che oggi passano il proprio tempo oziando per la maggior parte del tempo in cella".
Donato Capece, segretario generale del Sappe, richiama una pronuncia del Comitato nazionale per la bioetica che ha sottolineato come "il suicidio costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi di identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze. La via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere. Proprio il suicidio è spesso la causa più comune di morte nelle carceri. Gli istituti penitenziari hanno l'obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, e l'Italia è certamente all'avanguardia per quanto concerne la normativa finalizzata a prevenire questi gravi eventi critici. Ma il suicidio di un detenuto rappresenta un forte agente stressogeno per il personale di polizia e per gli altri detenuti. Fondamentale è eliminare l'ozio nelle celle. Altro che vigilanza dinamica.
L'Amministrazione penitenziaria non ha affatto migliorato le condizioni di vivibilità nelle celle, perché, ad esempio, il numero dei detenuti che lavorano è irrisorio rispetto ai presenti, quasi tutti alle dipendenze del Dap in lavori di pulizia o comunque interni al carcere, poche ore a settimana". Si chiede al ministro Marta Cartabia di trovare una soluzione ai problemi penitenziari di Vasto e di tutto il Paese.
estense.com, 7 marzo 2021
Eseguite la tac e l'autopsia sul corpo del 31enne trovato morto. È stato trovato senza vita martedì sera intorno alle 20 nella sua cella del carcere di Modena. Il giorno successivo doveva presentarsi in videoconferenza davanti al tribunale per un processo a suo carico per un episodio di furto di lieve entità.
Ma quell'udienza lui, Zacaria Baba, 31enne di nazionalità marocchina residente da anni a Pilastri di Bondeno, non si è potuta svolgere. Secondo quanto riferito al suo avvocato da fonti carcerarie, il 31enne avrebbe inalato il gas della bombola del fornelletto per cucinare. Eppure quando il suo difensore, l'avvocato Salvatore Mirabile, gli aveva parlato il giorno prima l'aveva trovato "normale, tranquillo". Anzi, "stavamo preparando strategie processuali per ottenere benefici e poterlo far uscire prima del tempo dal carcere".
Zacaria era evaso a Ferragosto dal carcere di Ferrara e per quel reato era stato condannato a sei mesi. Il suo difensore sperava di poterlo assegnare ai servizi sociali. Nell'udienza di mercoledì invece doveva rispondere di resistenza a pubblico ufficiale e inosservanza del divieto di far rientro nel comune. Ora invece ha dovuto riferire alla famiglia cosa è successo: "sono distrutti - afferma Mirabile a Estense.com - e vogliono capire cosa sia successo".
L'avvocato fa presente che Baba condivideva la cella con altri tre detenuti ed "è difficile pensare che possa aver compiuto un gesto simile senza esser visto dai compagni". Intanto la pm Claudia Ferrari della procura di Modena ha disposto una tac full body - esame utile a rivelare eventuali ferite o microfratture invisibili ad occhio nudo - che è stata eseguita mercoledì e l'autopsia, effettuati ieri. All'esame autoptico, oltre al consulente della procura, ha partecipato anche un medico legale incaricato dalla famiglia.
di Francesco Donnici
Corriere della Calabria, 7 marzo 2021
"Priorità vaccinale per i detenuti e sblocco della Rems di Girifalco". Al Garante regionale fa eco il ministro Cartabia. Bloccato l'iter per la messa in funzione della "struttura d'avanguardia" finanziata sei milioni. "Senza un immediato intervento rischiamo di perdere il controllo di una situazione potenzialmente pericolosa". Il Garante regionale per i diritti dei detenuti, l'avvocato Agostino Siviglia, rilancia il suo appello alle Istituzioni ed autorità competenti per "inserire nel "Piano vaccini regionale per la Calabria", fra le categorie prioritarie, le persone detenute nei dodici Istituti penitenziari nonché il personale ad altro titolo operante nelle carceri in quanto rientranti tra le categorie a rischio".
Un'omissione, quella della Regione, derivante dal mancato rispetto delle linee guida dettate dall'ex commissario straordinario all'emergenza Covid, Domenico Arcuri, e ribadite dalla neoministro della Giustizia, Marta Cartabia, dopo l'incontro col capo del Dap, Bernardo Petralia. "Oggi - ha dichiarato la Guardasigilli - è urgente che la somministrazione delle vaccinazioni, iniziata in alcune realtà carcerarie già da settimane, prosegua velocemente. Il primo bisogno di chi lavora e vive in carcere è quello di proteggersi contro il virus, che porta malattia nel corpo e genera tensioni, ansie e preoccupazioni nello spirito". Infatti, mentre nel piano della Regione Calabria detenuti e operatori non sono stati inseriti, altre regioni, come ad esempio il Lazio, hanno loro riconosciuto la priorità vaccinale.
L'appello era stato lanciato dal Garante calabrese già lo scorso 22 febbraio, data della missiva indirizzata al presidente facente funzioni Spirlì, al commissario ad acta Guido Longo e a tutti i soggetti competenti. A livello locale, era stato raccolto dal Garante cittadino di Crotone Federico Ferraro per richiamare "l'attenzione istituzionale, in tal senso, come questione di somma urgenza".
Nella stessa missiva, Siviglia evidenziava anche un altro aspetto parimenti importante, chiedendo alla Regione (nella specie all'Asp di Catanzaro) di attivarsi al fine di ultimare l'iter per la messa in funzione della Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) di Girifalco" affinché "possa cessare l'illecita detenzione di soggetti prosciolti in quanto incapaci di intendere e di volere, ma attualmente in carcere per l'assenza di idonee strutture".
"Ho ritenuto - racconta Agostino Siviglia al Corriere della Calabria - sollevare l'attenzione delle autorità ed Istituzioni competenti sulla necessità di inserire tra le categorie ad alto rischio i soggetti privati della libertà personale, come già avvenuto in altre regioni dov'è iniziata la somministrazione dei vaccini". Ad oggi, nel cronoprogramma della Regione sono stati inseriti (solo) gli agenti di polizia penitenziaria, quali organi di pubblica sicurezza, "ma nelle carceri entrano anche docenti, operatori, assistenti sociali e la possibilità di contagio è sempre molto alta. La Regione Calabria avrebbe dovuto agire in conformità alle linee guida del commissario e invece si è completamente dimenticata del sistema penitenziario".
La popolazione carceraria calabrese è divisa in dodici istituti. In base all'ultimo censimento, risalente al 31 gennaio 2021, in Calabria sono presenti 2.457 detenuti a fronte di una capienza di 2.704 posti. Di questi 58 sono donne e 448 sono cittadini stranieri. Sono invece 53.329 i detenuti presenti nelle carceri di tutta Italia, a fronte di una capienza regolamentare di 50.551 posti sparsi nei 189 istituti del Paese. Numeri che raccontano, ancora oggi, di un sovraffollamento che dà la dimensione della necessità di scongiurare un'eventuale propagazione del virus anche per sedare eventuali tensioni ed insofferenze rispetto alle ulteriori restrizioni imposte dal periodo. Nei penitenziari della regione "ci sono stati casi sporadici di persone risultate positive, ma asintomatiche, senza rischio di contagio per il resto della popolazione detenuta. Per la quarantena sono stati destinati alcuni spazi "ad hoc" dove le persone vengono isolate e vengono distaccate dal resto della comunità. Solo allorquando il secondo tampone risulta negativo, vengono fatte rientrare in contatto con gli altri detenuti".
Circa un anno fa le rivolte nelle carceri, scaturite anche a seguito dell'interruzione dei colloqui. "In Calabria, per fortuna, abbiamo avuto solo qualche "battitura" ma non vere e proprie proteste. - racconta il Garante - Nel frattempo l'amministrazione penitenziaria è intervenuta mettendo a disposizione tablet e telefoni cellulari per fare chiamate e colloqui da remoto, così da sopperire all'impossibilità indotta dalle restrizioni. In alcuni casi i colloqui sono ripresi in presenza, ma nella misura più tollerabile possibile e in modo controllato".
Altro tema caldo era stato quello di alcune "scarcerazioni eccellenti" che avevano suscitato molte polemiche innescando un dibattito a tratti dannoso e fuorviante. "Gli interventi operati dalla magistratura di sorveglianza nulla hanno avuto a che vedere col decreto "Cura Italia", emanato dal precedente governo, come sostenuto da alcuni".
Il nostro ordinamento, infatti, riconosce già di per sé l'obbligo o la facoltà di differire la pena qualora ci siano condizioni di incompatibilità con la detenzione. "In questo senso la pandemia ha influito in relazione al fatto che, laddove qualcuno avesse altre co-morbilità (specificamente indicate nella "famosa" circolare del Dap al tempo guidato da Basentini, ndr) con un eventuale contagio avrebbero potuto risultare letali". Tuttavia, il vero problema di fondo, dice Siviglia, "è che in questo Paese non c'è una vera volontà di parlare e guardare all'interno del carcere". "Sono oltre cinquanta, ancora oggi, le persone in lista d'attesa per essere collocate all'interno di strutture idonee alla loro condizione".
Il Garante riporta l'attenzione anche sul tema dell'esecuzione delle "misure di sicurezza" dove l'inerzia delle parti in causa si traduce: nell'immediato, in un abuso nei confronti di soggetti "illegalmente detenuti"; in prospettiva, in un possibile spreco di risorse. "Nel momento in cui una persona viene prosciolta perché incapace di intendere e di volere - spiega - gli si applica una misura di sicurezza e dev'essere collocata in una Rems, strutture che nel tempo sono andate a sostituire gli ex ospedali psichiatrici".
L'unica struttura simile, in Calabria, gestita dalla cooperativa cosentina "Il Delfino", si trova a Santa Sofia d'Epiro e conta solo 20 posti (esauriti ormai da qualche anno). "Persone che non dovrebbero stare in carcere rimangono detenute illegalmente perché non ci sono più posti nella Rems".
Per questo motivo, da tempo è stato attivato un lungo iter per riqualificare anche la struttura presente sul territorio comunale di Girifalco, nel Catanzarese, che potrebbe ospitare oltre 40 persone.
Il 9 ottobre 2013 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che prevedeva, tra l'altro, il "programma definitivo per gli interventi" sulle "strutture sanitarie extra-ospedaliere". Per quella di Girifalco veniva previsto un finanziamento di 5 milioni e 890 mila euro a carico dello Stato. I lavori per la riqualificazione della struttura partono dall'aggiudicazione del 16 settembre 2015, ma vengono nel tempo rallentanti da peripezie giudiziarie e materiali, come il crollo della strada nei pressi del cantiere.
Lo scorso febbraio 2020, in un comunicato, il comitato cittadino "Emergenza sanità", in prima linea per vedere realizzata ed operativa la struttura, annunciava che, dopo un'interlocuzione positiva, l'Asp del capoluogo aveva indicato fine maggio come data ufficiosa "per il completamento dei lavori, la consegna della struttura e il trasporto degli arredi". Nel frattempo il direttore dell'Ufficio "attività tecniche" finisce coinvolto nell'inchiesta "Cartellino Rosso". L'evenienza ritarda l'iter, sebbene risulti che alla data del 31 dicembre 2020 la struttura sia stata completata. Di questo, ci dà conferma il sindaco di Girifalco, Pietrantonio Cristofaro: "L'Ufficio tecnico dell'Asp è stato in stand-by, ma a quanto riferitomi, lo scorso 1 marzo è stato individuato il nuovo responsabile. Auspichiamo che si attivino nell'immediatezza. La struttura è completa in ogni sua parte, mancano solo gli arredi. La struttura - sottolinea - è all'avanguardia, un'eccellenza unica in Calabria".
Il problema, piuttosto, sarà quello "di individuare gli operatori che dovrebbero gestire la struttura". "Nell'ultimo incontro avvenuto circa due settimane fa, - dice il sindaco - l'Asp sosteneva di non aver avuto ancora mandato dal commissario a stilare i bandi necessari a procedere a nuove assunzioni". Sempre il sindaco sottolinea che sono diversi gli incontri avuti con l'Asp per cercare di tenere alta l'attenzione sulla questione. "Il nostro ruolo è quello di sollecitare a tutti i livelli sia il commissario sia l'Asp per attivarsi subito per le dovute procedure concorsuali". La richiesta espressa fatta dal Comune al commissario dell'azienda sanitaria e al prefetto è quella di un sopralluogo. "Spero quanto prima di avere un colloquio anche con il commissario Longo così che possa sbloccarsi la situazione e la struttura possa essere attivata".
Di fatti, nella sua missiva formale del 22 febbraio, il Garante elenca gli adempimenti per le autorità competenti, da attuarsi "con urgenza e tempestività": "bandire la procedura ad evidenza pubblica per l'acquisto degli arredi e delle attrezzature; perfezionare il procedimento di autorizzazione e/o accreditamento della Rems; definire la forma di gestione della struttura stessa (pubblica e/o a gestione privata)". "È necessario - spiega il Garante - che in regione vi sia un centro capace di ospitare le persone socialmente pericolose a cui è stata applicata una misura di sicurezza. Inoltre, una simile struttura potrebbe diventare un indotto importante perché si può assumere personale sanitario e medico".
E conclude: "Spetta alla Regione Calabria e nello specifico all'Asp assolvere agli adempimenti accantonati. Tale inazione, se perdura, può diventare una grave colpa di scienza e coscienza per chi ha il dovere di agire. La struttura è completa e sono stati spesi molti soldi quindi non c'è più giustificazione per aspettare col rischio di ritrovarci l'ennesima cattedrale nel deserto".
modenatoday.it, 7 marzo 2021
Un gruppo di un centinaio di manifestanti ha tenuto un sit-in davanti alle mura del Sant'Anna, circondato da cordoni di polizia. Viabilità bloccata su via Lamarmora". Come annunciato alcuni giorni fa, un gruppo composto da circa un centinaio di attivisti si è radunato oggi pomeriggio dalle 14.30 davanti al carcere di Modena: una manifestazione nata in corrispondenza dell'anniversario della strage dello scorso anno, che ha radunato diversi attivisti - provenienti da varie province - e afferenti alla galassia dell'associazionismo della sinistra radicale. I manifestanti si sono portati fino all'accesso dell'ex Cie, lungo via Lamarmora e qui hanno dato vita al presidio, con striscioni, musica e interventi al microfono.
Le forze dell'ordine, Polizia e Carabinieri, sono state schierate in forze, con una serie di cordoni in tenuta antisommossa sia su via Lamarmora che su strada Sant'Anna, mentre Polizia Locale e PolStrada hanno chiuso tutte le vie di accesso all'area della struttura penitenziaria, di fatto isolata e non raggiungibile. Anche all'interno del penitenziario la Polizia era presente in forze.
Emblematico della protesta è stato uno degli striscioni esposti: "Marzo 2020, 14 morti nelle carceri. Sappiamo chi è Stato". Gli interventi al microfono hanno infatti ripercorso i fatti dell'8 marzo scorso, con la linea comune di una negazione di quanto finora emerso nell'inchiesta - ovvero i decessi per overdose per i quali è stata chiesta l'archiviazione - ed imputando agli agenti della Polizia Penitenziaria la responsabilità delle morti. Tra i cori "Fuoco alle carceri", "libertà libertà" e numerosi insulti alle forze dell'ordine. Intorno alle ore 16 i manifestanti hanno lasciato il presidio sulla strada per avventurarsi nel campo antistante alla recinzione del carcere, dove sono intervenuti anche gli agenti antisommossa. A parte gli sfottò e gli slogan, tutto si è svolto senza scontro fisico.
di Stefania Valbonesi
stamptoscana.it, 7 marzo 2021
Sembrerebbero emergere altre violenze nel carcere fiorentino di Sollicciano, dopo l'inchiesta choc emersa l'8 gennaio 2021, nel giorno in cui scattarono le misure cautelari emesse dal gip del tribunale di Firenze nei confronti di 9 agenti di polizia penitenziaria, tre dei quali furono posti agli arresti domiciliari, mentre sei furono interdetti dalla professione.
I nove sono accusati di aver dato luogo a due pestaggi, uno avvenuto nel 2018 e uno nel maggio 2019, a carico di detenuti che avrebbero riportato varie lesioni, fra cui la rottura di un timpano e delle costole. L'inchiesta ipotizza i reati di tortura e falso ideologico, in quanto, secondo le ricostruzioni dell'accusa, per coprire il pestaggio avvenuto nell'ufficio di un'ispettrice, quest'ultima avrebbe redatto una relazione in cui dichiarava che i colleghi erano stati costretti a intervenire perché il detenuto aveva cercato di aggredirla sessualmente. Il 29 gennaio scorso i giudici del Tribunale del Riesame di Firenze hanno accolto le richieste della difesa e hanno disposto per i tre la misura dell'interdizione dall'incarico per 12 mesi. Il Tribunale del Riesame ha anche revocato la misura dell'obbligo di dimora per gli altri sei, e ridotto quella dell'interdizione dall'incarico da 12 a 6 mesi. Le nuove violenze che sarebbero emerse nel carcere fiorentino sono state rese note da un articolo del quotidiano Il Dubbio a firma di Damiano Aliprandi.
A segnalare con un esposto alla magistratura quelle che si configurerebbero, se confermate, come altrettante gravissime violazioni dei diritti dei detenuti, il Centro di documentazione L'altro diritto, che dal 1996 opera all'interno delle carceri toscane. Il Centro di Documentazione è nato presso il Dipartimento di Teoria e storia del diritto dell'Università di Firenze e svolge attività di riflessione teorica e di ricerca sociologica sui temi dell'emarginazione sociale, della devianza, delle istituzioni penali e del carcere.
In seno all'associazione, nel 1997, ha preso vita il Centro di informazione giuridica. L'esigenza principale a cui questa struttura ha cercato di rispondere è stata quella della effettività dei (pochi) diritti dei soggetti detenuti e della loro eguaglianza, della garanzia condizioni minime della vita penitenziaria che sovente, per la fascia più debole della popolazione penitenziaria, vengono meno.
Ciò che emerge infatti da varie fonti, ma anche e soprattutto dalle ricerche sul campo, è che spesso i detenuti meno informati sui propri diritti e sui benefici previsti dall'ordinamento penitenziario, incappano in circuiti penitenziari, come spiegano dal Centro, più lunghi, più duri e con minori prospettive di reinserimento. Per cui, come spiega il dottor Giuseppe Caputo, ricercatore universitario, membro del Centro, coordinatore della clinica legale sulla "protezione dei diritti delle persone in esecuzione penale", autore di diverse pubblicazioni sul tema della sicurezza sociale e del trattamento penale della povertà, la mission è in primo luogo quella di informare le persone detenute dei loro diritti ed eventualmente di aiutarli ad accedervi in tutte le circostanze in cui non è indispensabile la mediazione di un avvocato.
Attività di tutela dei diritti e di informazione giuridica a favore dei soggetti detenuti che ha portato l'associazione interuniversitaria a stipulare una convenzione con il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria della Toscana, e poi, dato l'estendersi della sua attività, con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, il che consente ai volontari di svolgere la loro attività in tutti gli istituti penitenziari italiani.
Ad ora, l'Altro diritto è presente nelle carceri toscane e in quella di Bologna. Chi sono gli operatori che svolgono la loro attività in L'Atro diritto? "Si tratta di studenti delle facoltà di Giurisprudenza di Firenze, Pisa e Bologna, a cui si affiancano anche professionisti volontari, che magari hanno cominciato ad operare nell'associazione come studenti, oltre ad alcuni ricercatori, assegnisti di ricerca e dottorandi".
Attività che entra dunque nel profondo del carcere, mondo sconosciuto a chi non è addetto ai lavori, tanto che spesso assume la ribalta solo quando emergono casi particolari, sovente violenze, sia in forma di rivolte, che di risse fra detenuti, che di violenze sui detenuti da parte di agenti della polizia penitenziaria. Sotto quest'ultima voce, i casi in Toscana, a partire da quello che ha coinvolto il carcere di San Gimignano in cui l'associazione si è costituita parte civile, sembrano aver subito un'accelerazione inquietante.
"Alcuni numeri possono intanto dare l'idea della composizione sociale di un carcere - spiega Caputo - un detenuto su tre è dipendente da sostanze stupefacenti, o da dipendenze di altro genere, come l'alcol. Moltissimi detenuti manifestano disagi psichici, o pregressi all'entrata in carcere, o indotti dalla permanenza in carcerare. A livello nazionale, 1 detenuto su 3 è straniero, media che diventa 2 su 3 in Toscana".
La media dell'età è nella fascia giovanile della popolazione e se si assommano dipendenze, giovane età, disagio psichico, provenienza da altri paesi che ovviamente complica sia la comunicazione che l'interrelazione fra detenuti stessi e polizia penitenziaria, è comprensibile che la gestione della situazione diventi piuttosto complessa. Il problema è quello, antico e universale, che in mancanza di risposte alla marginalità che spesso deriva dalla povertà, il carcere rappresenta l'unica risposta. Ma non certo la soluzione.
"La mancanza di prospettiva è un'altra delle grandi molle della violenza - dice Caputo - la maggioranza di chi si ritrova in carcere è spesso proveniente da quella manovalanza di piccola criminalità, spesso straniera, che non ha alcuna speranza di accesso alle misure alternative alla detenzione e di reinserimento sociale a fine pena, anche per le limitazioni imposte dalla legge sull'immigrazione. E che non ha niente da perdere. Questo ingenera un circuito di violenze che non si riverbera solo nel rapporto fra agenti penitenziari e detenuti, ma anche fra gli stessi detenuti o gruppi di detenuti, magari divisi per provenienza etnica. Anni fa proprio Sollicciano fu teatro di una maxi rissa con feriti fra il gruppo albanese e marocchino".
Del resto, continua Caputo, "dal 1999 entro negli istituti penitenziari e credo di potere affermare che, per quanto riguarda la violenza nel rapporto fra detenuto e agente penitenziario, non sia la regola. Posso affermare che la maggioranza degli agenti si comportano con professionalità.
Il vero punto è che il carcere è pervaso da una sottocultura in cui il paradigma che regola le relazioni umane è quello della violenza psicologica e fisica, fra detenuti e polizia e fra detenuti e detenuti. Si tratta però di un aspetto su cui l'introduzione del reato di tortura ad esempio, ma anche lo stesso fatto che i casi di abusi emergano e se ne parli sui media, in particolare la televisione, si comincino a raccontare, può avere senz'altro una ricaduta positiva".
Insomma, la sensazione è che, in particolare quando si tratta di abusi violenti sui detenuti da parte degli agenti ma anche quando emergono storie di violenza fra reclusi, il fatto che non si faccia finta di niente, che la società "civile" non volga più gli occhi da un'altra parte e che ci siano giudici ad interessarsi, dia in qualche modo il coraggio ai detenuti di parlare e di esporsi.
Anche se la battaglia è lunga, e non riguarda solo gli attori principali. Un ruolo determinante ad esempio lo hanno i medici che lavorano dentro le carceri. Del resto, è spesso proprio dal referto medico che si parte per accertare un abuso, "e spesso questo è il primo scoglio - dice Caputo - ma anche in questo ci sono segnali di rinnovamento. Per fare un caso noto, il caso di San Gimignano è nato dal referto di un medico che non si è fatto intimidire da pressioni e minacce. Ricordiamo che ora i medici operativi dentro le carceri non appartengono più all'amministrazione penitenziaria, ma sono medici delle Asl, e sono più slegati dalle logiche di omertà proprie del carcere. Ora si parla e se si parla si sgretola quel clima di impunità che fino ad oggi è stato dominante".
Segnali che potrebbero rendere i detenuti più determinati a parlare per segnalare casi di abusi provengono dalle stesse notizie di stampa che hanno riguardato il caso ricordato all'inizio dell'articolo, prima delle segnalazioni più recenti di cui parla Aliprandi nel suo pezzo su Il Dubbio, che dovranno ovviamente essere verificate dalla magistratura.
"Sembra di evincere - dice Caputo - da quanto pubblicato sui quotidiani che ci sia stata una grossa collaborazione all'indagine da parte dell'amministrazione e della stessa Polizia penitenziaria. Insomma, sembra che a Sollicciano non si sia voluto nascondere la polvere sotto il tappeto".
primabergamo.it, 7 marzo 2021
Anche il sindacato della Polizia penitenziaria alza il livello di guardia per il rischio contagio da coronavirus nelle carceri. E lo fa attraverso le parole del suo segretario generale, Aldo Di Giacomo, il quale riscontra come siano molti i detenuti delle carceri del centro-nord, "che da qualche giorno, a causa dell'emergenza Coronavirus, stanno dimostrando buonsenso chiedendo, sempre più numerosi, di rinunciare ai colloqui con i familiari. L'unica forma di prevenzione - sottolinea Di Giacomo - è bloccare ogni contatto con l'esterno, insieme a una campagna di prevenzione e di comunicazione che coinvolga prima di tutto il personale in servizio".
Nel carcere di Bergamo, la protezione civile ha installato nello spazio esterno alla struttura una tenda pneumatica utile al triage, dove si potrà controllare lo stato di salute dei nuovi arrivati. Già la direzione ha avviato procedure di contenimento e autolimitazione alla libertà dei detenuti proprio per evitare che il contagio possa propagarsi all'interno della struttura.
È risaputo che nelle carceri già esiste un allarme contagi per via di un alto numero di "ospiti" affetti da malattie trasmissibili in una percentuale superiore al 10-15 per cento, rispetto alla popolazione generale. E che una buona fetta della popolazione nelle carceri ha un'età che si aggira sui 70 anni. Quindi la situazione è molto delicata. A Bergamo al momento ci sono più di 500 persone recluse con l'aggiunta di circa 230 persone di servizio.
di Federico Formica
La Repubblica, 7 marzo 2021
Il rapporto del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca) parla di una situazione in rapido peggioramento a causa della crisi pandemica. Chi non riesce a ottenere prestiti si rivolge ad altri canali. Messi ai margini da banche e finanziarie, sono molti gli italiani che impegnano i propri averi al banco dei pegni o dal compro oro per avere liquidità immediata o, peggio, finiscono nelle mani degli usurai. L'ultimo rapporto del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca) fa il punto sull'indebitamento degli italiani delineando un quadro preoccupante.
Non perché il fenomeno sia nuovo - tutt'altro - ma perché quella di Cnca è l'istantanea della situazione pre-Covid che "probabilmente, con la pandemia, andrà ad acuirsi ancora di più" commenta Filippo Torrigiani, consulente del Cnca e della commissione parlamentare antimafia. Il dossier denuncia, utilizzando anche altre fonti di dati, come stia proliferando il mercato creditizio della disperazione, con ottimi profitti per chi presta. In modo legale o no.
Pegni. Nati intorno al 1400, i banchi dei pegni oggi sono regolati in modo ferreo e devono essere approvati dalla Banca d'Italia. In sostanza erogano finanziamenti a breve termine in cambio di beni mobili come oro, argento, mobili di valore, opere d'arte, gioielli, orologi e altro ancora. Quello che non molti sanno, spiega il rapporto, è che queste attività sono di proprietà "di circa una quarantina di banche tra le quali Unicredit, gruppo Monte dei Paschi di Siena, Intesa San Paolo, Carige, Banco Bpm, tanto per citarne alcune". I dati di Assopegno dicono che ogni anno sono tra le 270.000 e le 300.000 le persone che si rivolgono a questi istituti, per un volume d'affari complessivo di circa 800 milioni di euro e un prestito medio erogato di circa mille euro.
Si parla, dunque, di cifre basse che si chiedono per varie necessità: "Spese inattese o impreviste, rette universitarie, ristrutturazioni edili, inizio di nuove attività lavorative". Per molti, sottolinea il Cnca, è l'ultima spiaggia. E la crisi dovuta alla pandemia, con posti di lavoro persi, sussidi arrivati in ritardo (o non arrivati affatto) ha aumentato il numero delle persone che, "con sguardi disillusi in fila composta davanti alle filiali del credito, attendono il loro turno, accomunate da storie simili segnate da difficoltà e disperazione" scrive il Cnca
Compro oro. Di fatto questi esercizi commerciali funzionano in modo molto simile al banco dei pegni, ma le garanzie per il cliente sono molto inferiori. Aprire questo genere di attività è infatti molto semplice: "È sufficiente aprire una partita iva, presentare la documentazione di inizio attività agli uffici comunali di competenza, iscriversi al registro delle imprese e avere a disposizione un locale di 20 metri quadri", spiega il rapporto. Se è vero che il boom dei compro oro è passato, il numero degli esercizi per il commercio di preziosi è cresciuto dai 24.877 del 2018 ai 29.511 del 2019. L'aumento non è però attribuibile solo ai compro oro, perché in questa categoria rientrano anche le gioiellerie.
Proprio perché ci sono meno garanzie, è più facile che il cliente di queste attività incappi in qualche fregatura. Per questo il Cnca ha fornito alcuni consigli utili per arrivare preparati all'appuntamento: andare allo sportello solo una volta saputa qual è la quotazione dell'oro usato in quel momento. Solo così ci si può fare un'idea di quanto renderebbe la vendita dei gioielli; un'altra cosa da fare per evitare valutazioni ingiuste e quella di pesare i monili: "I compro oro offrono ai clienti un prezzo inferiore rispetto a quello che gli stessi hanno calcolato sulla base del valore dell'oro puro che è determinato dai mercati: questo perché altrimenti non otterrebbero un certo guadagno" spiega Cnca.
Usura. Infine il capitolo più doloroso: i prestiti concessi a tassi usurari, che nel migliore dei casi superano del 50% le soglie massime ammesse dalla Banca d'Italia. I dati Eurispes dicono che per gli usurai questo è un periodo di grandi affari. Nel 2020 almeno un italiano su dieci - l'11,9% - si è rivolto al credito illegale: le cifre sono in aumento rispetto al 2019 (10,1%) e al 2018 (7,8%). Non è facile ottenere dati precisi su un fenomeno nascosto, per sua natura, nell'ombra: i dati di Sos impresa stimavano, a fine 2017, un volume d'affari di circa 24 miliardi di euro. È facile ipotizzare che la cifra sia aumentata. Le leggi ci sono e prevedono tutele forti per le vittime: la 108 del 1996 prevede che, nel momento in cui viene accertata l'usura, debba essere restituito quanto pagato, compresi gli interessi sia legali che usurai, oltre il risarcimento del danno patrimoniale e morale per le perdite subite e i mancati guadagni. Nonostante ciò, denuncia Cnca, le denunce dal 1996 al 2016 sono crollate da 1436 a 408 "e non certamente a causa della decrescita del fenomeno".
di Stefano Lepri
La Stampa, 7 marzo 2021
Per aiutare i nuovi poveri che la crisi da pandemia ha creato, non bisogna dare retta a chi piange miseria. Sembra strano, ma è così: come già alcuni hanno sottolineato, si trovano davvero in difficoltà gli "invisibili", quelli che non sanno farsi sentire. Ovvero chi non è protetto dalle corporazioni sempre pronte a rivendicare in cui l'Italia purtroppo si divide.
Nell'insieme, ovvero nella media, i sussidi, o "ristori", o "sostegni" erogati sono stati grosso modo sufficienti. Il potere complessivo d'acquisto delle famiglie è sceso poco; tanto è vero che alla riduzione dei consumi (-9,1% nel 2020) è corrisposto in buona parte un aumento dei depositi bancari. Recenti analisi mostrano che, sempre nella media, le imprese restano abbastanza solide. La catastrofe di fallimenti di aziende, il diluvio di licenziamenti prossimi venturi che qualcuno ha predetto sperabilmente non avverranno. Ciò nonostante ci sono molte persone che stanno davvero male: sia a causa di falle preesistenti del nostro sistema di assistenza (in altri Paesi il reddito delle famiglie è quasi invariato) sia a causa di caratteristiche impreviste, o non viste in tempo, della crisi.
Se ci dividiamo su quanto chiudere i ristoranti, sulle sciovie o sui cinema, se facciamo passare il condono di vecchie tasse come indennizzo alla pandemia, non risolveremo nulla. Ci sono alcune cose urgenti che per fortuna il governo già discute: sicurezza sociale per precari e per autonomi, migliore indennità di disoccupazione, garanzie di reddito più alte per le famiglie numerose. L'assistenza però non basta. Le aree di povertà indicano problemi profondi che è bene affrontare se vogliamo, una volta vaccinati, ripartire con più energia. Se a soffrire di più sono giovani, precari, donne, immigrati, e famiglie del Nord con un solo occupato che guadagna poco, abbiamo una lista di persone che, una volta sorrette, potranno dare un contributo importante.
Da troppi anni l'Italia scarica sui giovani quasi tutto il peso del proprio declino; e scoraggiandoli lo aggrava. Non solo un laureato al primo impiego guadagna il 70% meno che in Germania e il 30% meno che in Francia; la sua paga è del 15% inferiore a quella di un italiano nelle stesse condizioni 25 anni fa. Quelli che lo trovano, il posto fisso; perché il resto sono precari o disoccupati. I precari guadagnano ancora meno. Negli ultimi 12 mesi, quasi mezzo milione tra loro ha perso il posto, mentre i sindacati concentravano tutta l'energia nel far mantenere il blocco dei licenziamenti per gli occupati fissi. Quando lo ritroveranno, sarà necessario porsi il problema di una paga minima, ma ancor più di come evitare che l'impiego a termine resti sempre tale.
Quanto alle donne, Mario Draghi ha fatto una affermazione di peso: il Mezzogiorno diventerà migliore ("benessere, autodeterminazione, legalità, sicurezza") se vi aumenterà l'occupazione femminile. Apre un modo nuovo di guardare a che cosa si debba differenziare negli interventi su aree tanto diverse quanto il nostro Sud e il nostro Nord. Ancora: più asili nido soccorrerebbero da subito le famiglie numerose, aiuterebbero le madri a guadagnare, contribuirebbero a darci in futuro giovani più capaci di inserirsi nella società. E invece tocca stare a sentire gli insegnanti che rifiutano di prolungare l'anno scolastico per recuperare le lezioni perdute.
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