umbriajournal.com, 4 dicembre 2020
Nelle carceri dell'Umbria arriveranno 4 mila test per lo screening dei detenuti e degli operatori. Lo ha annunciato il commissario per l'emergenza Antonio Onnis nella conferenza stampa settimanale sull'andamento dell'epidemia. All'incontro hanno partecipato anche il direttore regionale alla Salute, Claudio Dario, e la dottoressa Enrica Ricci dell'Unità strategica emergenza coronavirus (Usec).
"A partire dalle informazioni presenti nella banca dati disponibili della protezione civile e dell'Istituto superiore di sanità - hanno spiegato Carla Bietta e Mauro Cristofori del Nucleo epidemiologico - sono state analizzate le due fasi epidemiche per fornire elementi di confronto relativi ai decessi da (per) Covid, includendo nell'analisi tutti i 415 decessi occorsi dall'inizio dell'epidemia al 30 novembre 2020. La distribuzione dei casi nelle due fasi è a netto vantaggio della Fase 2″.
Relativamente alla situazione nelle carceri umbre, Onnis ha reso noto che "la situazione è sotto controllo anche se c'è necessità di un livello di attenzione altro. Nel corso dell'incontro il direttore Dario ha reso noto che "in presenza di una variazione del quadro epidemiologico che, nelle ultime settimane, ha evidenziato un progressivo crescente impegno del Servizio sanitario regionale, si stanno rivedendo le strategie messe in atto nella Regione Umbria proprio sul versante diagnostico".
"In questa logica - ha aggiunto - sono state approvate dal Comitato tecnico scientifico della Regione Umbria le 'linee di indirizzo per la sorveglianza e strategia diagnostica nell'uso dei test per il Covid-19', un documento di governo che ridefinisce il percorso della sorveglianza e le strategie diagnostiche nell'uso dei test per il Covid-19, sulla base delle normative vigenti.
Proprio alla luce delle nuove strategie diagnostiche per garantire una maggiore accessibilità alla diagnostica per Sars-Cov 2 rivolta anche a cittadini che non fanno parte delle casistiche che vengono prese in carico dalla sanità pubblica, come ad esempio i privati cittadini asintomatici che non risultano contatti stretti di casi Covid, oppure per lo screening nei luoghi di lavoro, è stata prevista la possibilità, in caso di test antigenico o sierologico positivo, di eseguire il test molecolare su tampone oro-rinofaringeo in regime privato.
In attesa dell'approvazione da parte della Giunta regionale di una delibera che recepisce le linee del Cts sarà trasmessa una circolare esplicativa ai laboratori privati da parte della Direzione sanitaria regionale e del Commissario regionale all'emergenza Covid, per rendere già operative le linee stesse in base alle quali il cittadino che risulti positivo al test antigenico o al test sierologico potrà quindi effettuare il test molecolare seguendo due modalità".
Ovvero contestualmente, nel caso sia stato eseguito un test rapido presso lo stesso laboratorio, punto prelievo, medico competente - è stato spiegato -, con costi a proprio carico e dovrà restare in isolamento domiciliare fiduciario fino al referto del test molecolare, dal quale dipenderà il percorso successivo. Diversamente, si potrà avvalere del servizio pubblico e, in tal caso - è stato detto ancora - verrà preso in carico servizio di prevenzione, che provvederà alla prescrizione e programmazione del test molecolare, con costo a carico della sanità pubblica, fermo restando che, in attesa dell'esecuzione del test molecolare, il soggetto dovrà permanere in isolamento domiciliare fiduciario".
romasette.it, 4 dicembre 2020
Il grazie del Garante dei detenuti Stefano Anastasia a operatori sanitari e penitenziari. L'udienza del Papa e le parole di don Grimaldi, ispettore dei cappellani. Dal Garante dei detenuti Stefano Anastasìa, parole di gratitudine per gli operatori sanitari e penitenziari, "per la cura e l'attenzione con cui hanno gestito la fase più aggressiva del virus in carcere. Da tre settimane - riferisce - il numero dei positivi nelle carceri della regione è sostanzialmente stabile e attualmente non ci sono focolai incontrollati in atto. Ciò nonostante, è bene tenere alta la guardia ma senza panico e senza misure ingiustificate di restrizione delle attività e dei colloqui".
Al 1° dicembre risultano 40 persone positive e un solo ospedalizzato. La maggior parte dei casi positivi è a Rebibbia femminile, dove comunque il numero di positive è stabile da settimane, a conferma del fatto che il cluster è stato confinato. Altri carceri interessati dal contagio tra i detenuti, seppure in forma minore, sono attualmente gli altri istituti di Rebibbia, Regina Coeli e Cassino e Rieti. "Modesti", nell'analisi di Anastasìa, gli effetti del decreto Ristori: calano di appena 29 unità le presenze negli istituti di pena del Lazio rispetto al mese di ottobre, da 5.839 a 5.810. "Entrato in vigore il 28 ottobre - ricorda il Garante -, il decreto-legge 137/2020 prevede licenze premio straordinarie per i semiliberi, durata straordinaria dei permessi per i lavoranti all'esterno e il rinnovo di misure per incentivare la detenzione domiciliare dei detenuti a fine pena ma si tratta di una variazione davvero poco significativa e del tutto inadeguata rispetto alla situazione".
A fine novembre il tasso di affollamento complessivo negli istituti di pena del Lazio calcolato sulla base della capienza regolamentare dichiarata dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria sarebbe del 113 per cento mentre in tutta Italia, dove, peraltro, si è registrato un consistente aumento del numero di detenuti nel mese di novembre, è del 109 per cento. Va però considerato che rispetto ai dati delle capienze "regolamentari", in parecchi istituti di pena della nostra regione i posti effettivamente disponibili sono più ridotti a causa dello stato di degrado di alcuni reparti, di lavori di ristrutturazione e di adeguamento degli edifici in corso e di altre misure di sicurezza. Conseguentemente, se si analizza la situazione dei singoli istituti sulla base delle valutazioni delle schede di trasparenza disponibili sul sito del ministero della Giustizia, il tasso di affollamento negli istituti di pena del Lazio sale al 128 per cento e nella metà delle carceri della regione risulta superiore al 130 per cento.
"Come più volte ribadito - è il commento di Anastasìa - riteniamo quanto mai necessario che vengano adottate tutte le possibili misure per consentire a chi ne ha i requisiti di scontare la pena detentiva al di fuori delle mura carcerarie, in considerazione anche sia del numero significativo di persone che devono scontare pene inferiori ai due anni sia della notevole percentuale di detenuti in attesa di primo giudizio, vicina al 20 per cento del totale dei detenuti presenti in regione". Percentuale che "risulta da due anni costantemente superiore a quella che si riscontra a livello nazionale".
Al mondo delle carceri anche Papa Francesco ha dedicato un passaggio nell'udienza generale di mercoledì 2 dicembre. Parole riprese dall'ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane don Raffaele Grimaldi, che le ha lette come "un chiaro appello rivolto anche a noi che siamo fuori dalle mura delle carceri, a volte più prigionieri degli altri, affinché siamo chiamati a non giudicare, ma a vedere, anche nell'uomo che ha commesso gravi reati, l'immagine di Cristo". Ringraziando il Santo Padre a nome di cappellani, operatori e agenti della Penitenziaria, don Grimaldi evidenzia che "Dio non solo è paziente con coloro che sono dietro le sbarre ma lo è anche con noi. Perciò, siamo chiamati a non dimenticare che siamo tutti peccatori e non va puntato il dito per giudicare l'altro".
Sul reinserimento sociale, prosegue l'ispettore generale, "parlando di comunità di recupero, il Papa ci ha indicato la strada per donare un orizzonte di speranza a coloro che desiderano ritornare nella comunità civile. Comunità, case famiglia, dove i detenuti possano ritrovare l'affetto di persone, di parenti e amici che li accolgono e li indirizzano verso un vero cammino di rinascita". Di qui l'invito a "tendere una mano, dare fiducia a chi ha sbagliato, essere comunità accoglienti, avere il coraggio di difendere chi è caduto nella trappola del male, per non vedere nella persona che è in carcere, solo il male, solo gli errori commessi".
Don Grimaldi aggiunge: "La nostra società perbene deve avere un cuore misericordioso, come lo è la madre del carcerato che visita e ama il proprio figlio che ha sbagliato e si è macchiato di gravi reati. Gli uomini e le donne che hanno commesso una colpa, a volte sepolti dall'indifferenza degli altri, hanno bisogno di essere incoraggiati per rinascere". Ricordando le storie di rinascita di cui sono testimoni i cappellani, il sacerdote conclude: "Per le persone rinchiuse dietro le sbarre per i loro errori commessi, abbandonate al loro destino, siamo chiamati a essere autentici medici che sappiano curare le ferite e che offrano occasioni di accoglienza e di recupero".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 4 dicembre 2020
Non esiste un profilo di illegittimità costituzionale nelle norme che impediscono l'accesso al rito abbreviato per gli imputati di reati punibili con l'ergastolo. Questa la conclusione della Corte costituzionale con la sentenza 260/2020 depositata ieri e scritta da Francesco Viganò. La Consulta ha così giudicato infondate le questioni sollevate dalla Corte d'Assise di Napoli e dal tribunale di Piacenza in 2 processi per omicidi maturati nell'ambito familiare.
La Consulta con la sentenza n. 260 ha dichiarato non fondate le censure sollevate sulla legge n. 33 del 2019. Depositate le motivazioni sull'inapplicabilità del giudizio abbreviato ai reati punibili con la pena dell'ergastolo. La Corte costituzionale con la sentenza di oggi n. 260, come era stato già anticipato nel comunicato dello scorso 18 novembre, ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate sulla legge n. 33 del 2019 dalla Corte d'assise di Napoli e dal Tribunale di Piacenza, nell'ambito di due processi a carico di imputati accusati di aver ucciso, rispettivamente, il padre e la moglie.
La disciplina censurata - che esclude il rito abbreviato per gli imputati ai quali può essere applicato l'ergastolo - rappresenta per i giudici delle leggi espressione della discrezionalità legislativa in materia processuale e non contrasta con i principi di uguaglianza e di ragionevolezza (articolo 3 della Costituzione), con il diritto di difesa (articolo 24 della Costituzione), con la presunzione di non colpevolezza (articolo 27, secondo comma, della Costituzione), né con la regola del giusto processo e della ragionevole durata (articolo 111, secondo comma, della Costituzione).
Le finalità della norma - prosegue la Consulta - "possono essere o meno condivise", ma non sono irragionevoli o arbitrarie, con essa infatti si è voluto assicurare, per i delitti più gravi previsti dall'ordinamento, la celebrazione di un processo pubblico davanti a una corte d'assise e non a un giudice monocratico, nel quale anche le vittime hanno la possibilità di essere ascoltate.
Un obiettivo che secondo la Corte necessariamente comporta tempi più lunghi, ma "l'individuazione delle soluzioni più idonee ad assicurare un giudizio in grado di raggiungere, in tempi ragionevoli, il suo scopo naturale e cioè l'accertamento del fatto e delle relative responsabilità, nel rispetto dei diritti della difesa", è una scelta che spetta al legislatore e sulla quale la Corte costituzionale non può sovrapporsi.
Per quanto riguarda anche il diritto di difesa la Consulta afferma che non ci sono violazioni sia perché il legislatore è legittimato a vietare l'accesso a determinati riti alternativi a imputati colpevoli di gravi reati, come appunto quelli puniti con l'ergastolo, sia perché non esiste il diritto dell'imputato a ottenere la celebrazione del processo "a porte chiuse" a tutela della sua dignità e riservatezza. Il principio della pubblicità del processo è infatti "non solo una garanzia soggettiva per l'imputato, ma anche un connotato identitario dello Stato di diritto, a tutela dell'imparzialità e obiettività dell'amministrazione della giustizia, sotto il controllo dell'opinione pubblica".
La sentenza infine sottolinea che l'applicazione della legge 33/2019 non comporta automaticamente l'effettiva condanna all'ergastolo dell'imputato giudicato colpevole, poiché la corte di assise ha sempre la possibilità di riconoscere l'esistenza di circostanze attenuanti che possono comportare l'adozione di una pena inferiore.
di Elena Del Mastro
Il Riformista, 4 dicembre 2020
"I problemi patologici del carcere erano già sotto gli occhi di tutti, poi si sono aggravati con il diffondersi della pandemia da Covid 19. Peccato che dal Ministero della giustizia e dalla politica in generale si minimizzi sui contagi di detenuti, personale di polizia penitenziaria, personale sanitario e addirittura sui morti." Così il Garante campano Samuele Ciambriello e quello napoletano Pietro Ioia prima di iniziare l'incontro di oggi a Secondigliano dopo quello di ieri a Poggioreale.
Stamattina i Garanti hanno incontrato presso il carcere di Secondigliano la direttrice Giulia Russo, la responsabile sanitaria Maria Rosaria Gemei, il responsabile della sanità penitenziaria dell'ASL NA1 Lorenzo Acampora. Dopo la riunione i due garanti comunicano i seguenti dati aggiornati a questa mattina a Secondigliano: risultano 51 i positivi e 6 in isolamento sanitario su una popolazione di 1185 detenuti. Non vi sono ricoverati presso presidi ospedalieri. Tra il personale di polizia penitenziaria i positivi sono 57 e 22 in quarantena precauzionale perché a contatto con positivi. Del personale sanitario vi è un solo positivo. I tamponi totali somministrati ai detenuti dall'inizio della pandemia sono poco più di 1000.
Sono stati sottoposti a tampone i detenuti di quasi tutti i reparti, tranne una sezione del reparto Ionio e una sezione del reparto Ligure che avverrà nei prossimi giorni. "Grazie allo screening realizzato all'interno dei penitenziari napoletani è stato possibile porre in essere un attività di prevenzione che ha permesso di procedere all'isolamento dei positivi evitando in maniera massiva il diffondersi dell'epidemia, screening fortemente voluto dal direttore generale della Asl Na 1 Ciro Verdoliva" così ha dichiarato Lorenzo Acampora durante l'incontro.
I due garanti hanno poi dato una triste notizia: ieri sera tardi è morto un detenuto di Poggioreale per Covid all'ospedale Cardarelli, il terzo in Campania tra i detenuti,(2 di Poggioreale e 1 di Secondigliano) oltre alla morte per Covid del Direttore Sanitario del carcere di Secondigliano Raffaele de Iasio.
"Prima della riunione abbiamo incontrato una delegazione di detenuti art. 21 che lavorano sia all'interno che all'esterno del carcere. Crediamo che per questi detenuti debba esserci una corsia preferenziale che consentirebbe loro di avere un permesso premio prolungato e un affidamento in prova ai servizi sociali. Lo stesso vale per i semiliberi che sono in licenza fino al 7 gennaio 2021.
Ci è stato comunicato che con il Decreto Ristori è uscito un solo detenuto e questo ci dà la conferma di ciò che sosteniamo da diverso tempo e cioè che il Decreto Ristori per i detenuti è insufficiente perché troppo restrittivo nelle modalità e in particolar modo in una clausola, quella riguardante la detenzione domiciliare esclusa per i detenuti con resti ostativi, clausola ingiusta, ipocrita e anticostituzionale perché la legge deve essere uguale per tutti.
La giornata di oggi purtroppo è stata funestata dalla triste notizia della morte per Covid 19, presso l'Ospedale Cardarelli, di Filippo A., 63 anni. Il detenuto di Poggioreale, cardiopatico, era ricoverato in ospedale dal 26 novembre. "Le nostre più sentite condoglianze alla famiglia. Purtroppo si continua a morire di carcere e in carcere" così Ciambriello e Ioia dopo l'incontro.
di Paola Calvano
Il Centro, 4 dicembre 2020
La compagna del 39enne trovato senza vita in cella: stava per uscire, qualcuno dica la verità. La compagna del detenuto milanese di 39 anni trovato morto nel carcere di Torre Sinello chiede chiarezza. La donna, madre di un bambino di 10 anni, si è rivolta per questo ad un legale, l'avvocato Raffaele Giacomucci. "È difficile rassegnarsi a una tragedia così inaspettata", dice Giacomucci. Il legale ha presentato alla Procura un'istanza in cui chiede di accertare le modalità della morte e cosa avrebbe spinto il detenuto a un gesto estremo. "Ho chiesto anche che vengano eseguiti accertamenti medico legali sulla salma", spiega ancora il legale.
Il 39enne, nei giorni scorsi, aveva parlato proprio con l'avvocato Giacomucci: il legale si era occupato del suo trasferimento in una comunità. "Presto ci sarebbe stata l'udienza e, subito dopo, il mio cliente sarebbe uscito da Torre Sinello. Perché all'improvviso avrebbe deciso di togliersi la vita?".
Il corpo dell'uomo è stato trovato nella tarda mattinata di martedì dagli agenti della polizia penitenziaria. L'uomo era nella sua cella da solo. Pare che avesse accanto un sacchetto di plastica e una bomboletta di gas. Immediatamente è scattato l'allarme e sono partiti i soccorsi. Le operazioni di rianimazione tuttavia sono state inutili. Il detenuto non si è più svegliato: i medici non hanno potuto fare altro che dichiarare il decesso.
La direzione della casa lavoro ha subito avvisato dell'accaduto la Procura di Vasto che ha aperto un'indagine sull'accaduto. Ora al fascicolo si aggiunge l'istanza presentata dal legale della compagna dell'uomo. Il corpo del detenuto è stato trasferito all'obitorio dell'ospedale Santissima Annunziata di Chieti in attesa dell'autopsia. È probabile che la perizia medico legale venga eseguita domani. "Ripeto", dice Giacomucci, "accettare una morte improvvisa non è facile. A maggior ragione non lo è se arriva in un modo così drammatico.
La mia cliente e il figlioletto di 10 anni sperano che gli investigatori riescano a capire, attraverso il racconto di chi in questo periodo gli stava accanto, perché il 39enne abbia deciso di togliersi la vita e se avesse manifestato le sue intenzioni ad altri detenuti o magari questi ultimi abbiano notato un comportamento strano e un atteggiamento particolarmente malinconico negli ultimi tempi".
di Andrea Esposito
Il Riformista, 4 dicembre 2020
Subito l'amnistia e l'indulto. Poi riforme che prevedano un'ampia depenalizzazione, l'estensione dell'ambito applicativo dell'assoluzione per particolare tenuità del fatto e un rafforzamento degli organici degli uffici giudiziari. Eccola, la strategia che Tullio Morello, magistrato in forza alla sezione penale del Tribunale di Napoli, suggerisce per sciogliere i nodi della giustizia italiana e partenopea. Già presidente della sezione locale dell'Anm, Morello ha più volte denunciato il collasso della giustizia penale e del sistema carcerario, oltre a sottolineare la necessità di una riforma della carriera delle toghe.
Dottor Morello, le vicende di Francesco Nerli e Antonio Bassolino ripropongono il tema degli errori giudiziari e, soprattutto, della valutazione dell'operato dei giudici. Il sistema di controllo attualmente in vigore è sufficiente?
"I criteri di valutazione sono chiari ed è oggettivamente difficile prevederne altri senza intaccare l'indipendenza della magistratura. Anche perché le sanzioni esistono e vengono applicate. Una soluzione ottimale non esiste, ma la verità è un'altra".
Quale?
"I magistrati sono pochi e si occupano di troppe cose. In più, norme e fatti sono suscettibili di diverse interpretazioni. Non a caso il legislatore ha previsto non uno, ma tre gradi di giudizio. Senza dimenticare che il risultato del processo penale dipende, oltre che dalla professionalità del giudice, dal comportamento del pm e dei difensori di periti e testimoni. In un contesto così confuso l'errore è dietro l'angolo. E a questo dobbiamo aggiungere gli effetti della pandemia che ha paralizzato la giustizia".
Come se ne esce?
"L'amnistia è il primo provvedimento da adottare per resettare il sistema e far ripartire il processo penale. Non spetta a me indicare i reati da estinguere attraverso l'amnistia, ma si può ragionare sulle fattispecie contemplate dalle leggi speciali che rappresentano circa il 60% del carico di lavoro del giudice monocratico. Con l'amnistia si darebbe ossigeno agli uffici e i giudici monocratici potrebbero offrire il loro contributo nei processi collegiali per reati più gravi".
A proposito di numeri, in Campania ci sono più di 6.600 detenuti. Quasi la metà è in attesa di giudizio, mentre solo una minima parte si trova in cella per reati gravi. È accettabile?
"No. Il dato sui detenuti in attesa di giudizio è altissimo e collide con i principi costituzionali e di legge che ispirano il processo penale. Le condizioni delle carceri, dove il sovraffollamento è evidente e accresce il rischio di diffusione del Covid tra i reclusi e il personale, impongono soluzioni drastiche e rapide. Perciò, oltre l'amnistia, al nostro Paese serve l'indulto".
Non ritiene possibile abolire il carcere, almeno per certi reati, sostituendolo con percorsi formativi o finalizzati all'inserimento dei detenuti nel mondo del lavoro?
"Certo, il carcere deve essere considerato come extrema ratio e previsto solo per i reati più gravi. Anzi, dirò di più: per i reati bagattellari è indispensabile una depenalizzazione. Con i proventi delle sanzioni amministrative, infatti, lo Stato reperirebbe le risorse necessarie per potenziare l'organico delle Prefetture che sarebbero chiamate a occuparsi di quel tipo di illeciti. E poi bisogna ampliare l'ambito applicativo dell'articolo 131 bis del codice penale sull'assoluzione per particolare tenuità del fatto: il limite edittale della pena detentiva non superiore a cinque anni non consente di disporre l'assoluzione in casi in cui il fatto illecito è lieve e il danno o pericolo è esiguo".
E Napoli?
"Queste misure produrrebbero un impatto notevole. C'è da dire, però, che molte persone si trovano in cella anche perché non hanno nessuno che presenti per loro l'istanza di ammissione a misure alternative come la detenzione domiciliare. E perché il Tribunale di Sorveglianza è affetto da una cronica carenza di personale amministrativo. Anche su questi aspetti bisogna intervenire al più presto".
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 4 dicembre 2020
Cinque i detenuti infettati, 28 in isolamento. L'Asl: la situazione per ora è sotto controllo, se serve possiamo blindare interi reparti. Ventisei agenti penitenziari di Sollicciano sono positivi al Covid, mentre sono 38 quelli in quarantena nella caserma o in isolamento fiduciario a casa. Complessivamente, nel carcere fiorentino mancano all'appello oltre 60 agenti, un numero consistente che contribuisce ad abbassare la sicurezza nel penitenziario, anche se, dato il periodo di pandemia e le pochissime attività collaterali, la situazione è sotto controllo. Certo è, che se gli agenti contagiati dovessero aumentare, la situazione comincerebbe a diventare critica. La nota positiva è che restano ancora circa 400 agenti a disposizione.
Per quanto riguarda i detenuti, la situazione è migliore: i positivi sono 5, mentre quelli in isolamento (perché appena arrestati o provenienti da altri penitenziari) sono 28. Tutti loro scontano la pena nell'area Covid di Sollicciano, che contiene in tutto 11 posti ed è gestita come una zona a parte, con tanto di differenziamento del cibo e dei rifiuti. "Fortunatamente per ora la situazione è sotto controllo - afferma Sandra Rogialli, responsabile per la Asl del Dipartimento Salute in carcere - Speriamo che il virus non entri più pesantemente nel nostro carcere, ma qualora dovesse succedere siamo pronti con un piano di emergenza che prevede l'isolamento di interi reparti".
Dal 20 marzo al 25 novembre, specifica poi Rogialli, "sono stati effettuati 1.026 tamponi", quasi tutti sulla popolazione detenuta, e questo ha frenato la diffusione del virus. A complicare la situazione, c'è il sovraffollamento del carcere, dove sono presenti 721 detenuti su una capienza regolamentare di 494. E come se non bastasse, Sollicciano è ancora senza un direttore definitivo. Alla guida del penitenziario c'è l'ex direttrice dell'Opg di Montelupo e direttrice del carcere Gozzini, Antonella Tuoni, che dovrebbe restare per un altro paio di mesi. Dopodiché, dovrebbe subentrare il direttore definitivo.
"È imminente - aveva detto a metà ottobre il ministro della giustizia Alfonso Bonafede al Corriere Fiorentino - l'avvio della procedura per individuare il nuovo direttore". Eppure, hanno spiegato ieri dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria a Roma, il posto per il direttore sarà bandito a gennaio e, se tutto procederà senza intoppi dovrebbe arrivare tra marzo ed aprile. I tempi dunque sembrano dilatarsi. Una notizia che fa infuriare Eleuterio Grieco della Uil Pa Penitenziari: "Nonostante le difficoltà di Sollicciano, non è ancora stato avviato l'iter per la nomina del nuovo vertice, e questo crea ulteriori problemi a un carcere che già ne ha tanti". Inoltre, aggiunge Grieco, "abbiamo un provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria a metà, visto che Gianfranco De Gesu se ne è appena andato e al suo posto è arrivato nelle ultime ore Carmelo Cantone, che però è già provveditore di Lazio, Molise, Abruzzo e Umbria".
Il garante regionale dei detenuti Giuseppe Fanfani ha inviato una lettera alla Regione nel quale si chiede, non appena il vaccino arriverà di "vaccinare anche i reclusi e il personale degli agenti penitenziari". E nel frattempo, è arrivata al 22esimo giorno di sciopero della fame l'ex parlamentare radicale Rita Bernardini che chiede, in seguito ai 900 detenuti positivi nelle carceri italiane, amnistia e indulto per i reclusi che sono arrivati alla fine del loro periodo di reclusione.
di Francesco Oliva
Corriere Salentino, 4 dicembre 2020
Due medici del carcere di Borgo "San Nicola" condannati per la morte del detenuto Donato Cartelli, 59enne originario di Uggiano La Chiesa, deceduto dietro le sbarre per un'ulcera gastrica. Il gup Carlo Cazzella, al termine del processo con rito abbreviato, ha inflitto 4 mesi di reclusione ai due sanitari con l'accusa di responsabilità colposa in ambito sanitario.
Verdetto assolutorio per non aver commesso il fatto è stato emesso per un terzo medico. La sentenza contempla anche una provvisionale immediatamente esecutiva di 5mila euro e il resto del risarcimento da quantificarsi in separata sede per i familiari della vittima. "È stato come aver scalato una montagna" commenta l'avvocato Andrea Conte, legale dei parenti di Cartelli, "ma la soddisfazione maggiore è che è stato stabilito un minimo di risarcimento morale per le lacune evidenziate dal sistema sanitario carcerario per un decesso causato da un'ulcera gastrica"
La vicenda giudiziaria, lunga e complessa, venne avviata dopo la denuncia dei familiari del 59enne. Dietro le sbarre Cartelli stava scontando una condanna a nove anni di reclusione per reati contro la persona. Il detenuto non aveva mai lamentato alcun problema di salute "dal 2011 quando era entrato in carcere" precisa l'avvocato Conte. E ai familiari non aveva riferito di alcun malanno. Anzi, nel corso dei colloqui, avrebbe sempre rassicurato i propri familiari augurandosi di poter beneficiare della liberazione anticipata alla luce della buona condotta tenuta dietro le sbarre. Il decesso si concretizzò nel rapido volgere di poche settimane dopo alcuni problemi di stomaco e cali di pressione.
Il pubblico ministero Francesca Miglietta, sulla scorta degli esiti della perizia medica della dottoressa Gabriella Cretì nominata in sede di incidente probatorio, chiese l'archiviazione del procedimento. Dopo l'udienza camerale in cui venne discussa l'opposizione avanzata dal legale dei familiari di Cartelli, il gip Edoardo D'Ambrosio dispose l'imputazione coatta di tutti e tre i medici. Secondo il giudice, nel corso della prima visita del 20 gennaio 2016, il medico non avrebbe disposto un'ecografia senza informare il paziente dei rischi a cui in cui sarebbe incorso se non avesse effettuato l'esame nonostante nei giorni successivi i dolori addominali persistessero. E nonostante per il gip i tre medici (che hanno tenuta in cura Cartelli) avrebbero avuto l'obbligo di fornire un'adeguata informazione sulle conseguenze delle proprie scelte al detenuto "soggetto in tutto e per tutto alle cure dello Stato".
Gli altri due medici si sarebbero limitati nelle visite del 13 e 19 febbraio a prescrivere terapie generiche (un antidolorifico e un lassativo e un vasopressore) nonostante si trovassero di fronte ad un quadro cardiocircolatorio estremamente grave (pressione arteriosa pari a 80/60) e senza disporre un'ecografia o un ricovero.
Il secondo medico, infine, dopo aver visitato il paziente il 18 febbraio nonostante un quadro cardiocircolatorio particolarmente grave e preoccupante avrebbe prescritto al detenuto l'assunzione per via orale di un vasocostrittore senza procedere al ricovero o a una nuova rivelazione della pressione arteriosa nelle sette ore successive che avrebbe consentito di accertare un quadro di anemia acuta, sintomo di un sanguinamento digestivo in atto. Prologo al decesso da cui è partita l'inchiesta sfociata dopo quattro anni nella condanna di due dei tre medici difesi dagli avvocati Vincenzo e Antonio Venneri, Vincenzo Perrone e Mario Ingrosso. Fra 60 giorni si conosceranno le motivazioni.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 4 dicembre 2020
Se il Covid sembra aver allentato la presa all'interno delle carceri campane, la burocrazia resta il nodo ancora da sciogliere per via dei tempi lunghi delle decisioni di Tribunale e Uffici di Sorveglianza e dei tempi segnalati dai garanti con cui le aree educative delle carceri si occupano di quei detenuti soli, stranieri o senza fissa dimora. "In questi giorni abbiamo dato numeri su carcere e Covid, abbiamo partecipato a manifestazioni di solidarietà per i detenuti, abbiamo cercato di sensibilizzare la politica rispetto alla gravità di questa emergenza e in generale sui temi che riguardano il carcere: sovraffollamento, malasanità, malagiustizia.
La nostra vuole essere una battaglia civile utile per la democrazia e per i diritti, consapevoli che sia necessario e opportuno divulgare con trasparenza i dati su carcere e Covid nonostante le minimizzazioni del Ministro della Giustizia e più in generale della politica", hanno affermato il garante della Campania, Samuele Ciambriello, e quello di Napoli, Pietro Ioia, varcando la soglia del carcere di Poggioreale per un incontro con il direttore del carcere Carlo Berdini e con il direttore sanitario Vincenzo Irollo. Il numero dei positivi all'interno delle celle della grande struttura penitenziaria cittadina finalmente comincia a calare, ma alcune criticità restano.
Il direttore Berdini ha riferito ai garanti che negli ultimi giorni sono state 62 le istanze inviate alla magistratura di Sorveglianza e relative alle posizioni di detenuti che potrebbero beneficiare del decreto Ristori. E nei prossimi giorni saranno istruite nuove pratiche con tutte le verifiche sulle singole posizioni da mandare al vaglio della Sorveglianza. Più confortanti, rispetto alle scorse settimane, sono i dati sull'andamento della pandemia all'interno della struttura: a Poggioreale, dove c'è ad oggi una popolazione di 2.008 reclusi, i detenuti positivi sono scesi a 42 (erano 102 fino a qualche giorno fa) e sono tutti in isolamento nel padiglione Venezia a eccezione di un detenuto che si trova nella struttura sanitaria interna al carcere e di tre che si trovano ricoverati tra l'ospedale Cardarelli e il Cotugno.
Ci sono inoltre 39 detenuti in quarantena precauzionale nel padiglione Firenze: si tratta di primi giunti, quindi di persone appena arrestate e messe in isolamento preventivo nelle celle filtro al primo piano, e di persone che hanno avuto contatti con positivi e sono al secondo piano. Quanto al personale di polizia penitenziaria, si contano attualmente 27 contagiati e 10 in quarantena preventiva, mentre tra i dipendenti sanitari ci sono tre medici e un infermiere assenti per Covid. Dall'inizio della pandemia ad oggi sono stati eseguiti, nel carcere di Poggioreale, 3.306 tamponi. "Chiederemo un quadro completo della situazione anche al carcere di Secondigliano", assicurano i garanti, evidenziando ancora una volta il clima di generale indifferenza che c'è nel Paese attorno al tema carcere.
di Eleonora Lombardo
La Repubblica, 4 dicembre 2020
È stata Angela, la moglie del boss, per Roberta Torre; Irma, il volto del dolore e della compostezza della vedova Matteralla nel film di Grimaldi, e poi Pinuccia, la più sensuale delle sorelle Macaluso per Emma Dante, mentre stasera, su RaiUno, presterà volto e passione civile a Caterina, la protagonista della docu-fiction "Io, una giudice popolare al maxiprocesso". Donatella Finocchiaro è oggi sicuramente l'attrice che rappresenta al cinema la donna siciliana in tutte le sue sfumature: l'intensità, il temperamento, la sensualità, l'allegria, il profondo senso del decoro e della giustizia.
Una laurea in giurisprudenza, il cinema per cercare la verità in se stessa e il desiderio di misurarsi in ruoli sempre nuovi che possano raccontare tutti gli aspetti della sua personalità. Il dolore per i teatri chiusi e due progetti importanti tra Goliarda Sapienza e Medea, la Finocchiaro è allerta su tutti i fronti.
Nella docu-fiction lei interpreta un personaggio che consente di vivere la storia da una prospettiva inedita, quella privata. Cosa ha imparato da questo ruolo?
"È proprio questa la bellezza della fiction, il punto di vista di una persona normale che all'improvviso viene investita da una responsabilità civile importante, che affronta con coraggio, e che coinvolge la sua sfera privata, la famiglia e i figli. Una storia che fa vedere che un cittadino può cambiare la storia. Vedere le immagini del maxiprocesso con i mafiosi in gabbia a mangiare chiodi, a sbraitare, è stato in qualche modo riconoscere che il vero teatro, l'esibizione andava in scena lì. Eppure, con il loro modo di essere questi personaggi hanno macchiato la nostra storia. Mai come dopo aver girato questo film, ho chiara la certezza che il maxiprocesso è stato solo l'inizio e che la mafia la dobbiamo combattere ogni giorno da cittadini, perché la mafia non è solo quella che spara in mezzo alla strada: la mafia è quella che uccide ogni giorno con la droga, o impossessandosi del potere politico. E in questo, da cittadini, possiamo fare molto".
Era giovane negli anni del maxiprocesso, ma cosa ricorda?
"Ero nel pieno dell'adolescenza, non sentivo la mafia come una cosa che poteva invadere la mia vita. Avevo i racconti di mio padre, che è sempre stato attento, di alcuni zii che lavoravano a Palermo. Ma non scorderò mai il giorno in cui la mafia ha fatto irruzione nella mia vita: quando hanno assassinato il generale Dalla Chiesa, del quale un mio zio carabiniere era buon amico. Mio zio apprese la notizia a casa mia, vederlo piangere mi ha fatto capire che la mafia non era quell'astrazione di cui ci parlavano a scuola, ma qualcosa che poteva riguardare da vicino le persone a me care. Purtroppo, qualche anno dopo lo avrei capito sulla mia pelle, il giorno in cui fecero esplodere la fabbrica di mio padre perché non aveva pagato il pizzo".
Come è stato lavorare al cinema con Emma Dante?
"Mi avevano detto di prove estenuanti, con una componente fisica impegnativa. Ero pronta con la tuta, ma abbiamo lavorato diversamente. Per tre settimane prima delle riprese abbiamo provato nei luoghi in cui poi avremmo girato. È stato un laboratorio teatrale perché abbiamo passato il tempo a spiarci, visto che ogni ruolo era interpretato da tre attrici diverse in tre momenti diversi della vita, dovevamo imparare ad assumere ognuna una caratteristica da ereditare o da tramandare all'altra. È stato straordinario"
Oltre la Dante nella sua carriera c'è stata anche Roberta Torre: nel suo destino ci sono le registe e Palermo...
"Esatto. Lavorare con Emma è stato come ritrovare la stessa magia avuta all'inizio della mia carriera con Roberta che mi ha aiutato a muovere i primi passi nel cinema; Emma 18 anni dopo mi ha fatto di nuovo sorprendere. Vorrei moltissimo lavorare in teatro con Emma Dante".
C'è ancora maschilismo nel mondo del cinema e del teatro?
"Diciamo che è come la mafia, abbiamo fatto dei passi avanti, ma è una battaglia da combattere ogni giorno".
Quali sono i ruoli che vorrebbe interpretare e che non le hanno ancora offerto?
"La cattiva in un thriller: vorrei che i registi avessero molta più fiducia negli attori e nella loro capacità di interpretare anche quei ruoli che non hanno mai vestito. Poi vorrei tornare a lavorare con Bellocchio e Crialese, e sogno Garrone, forse uno dei miei preferiti".
Quali sono i prossimi progetti?
"Spero, se questa situazione dolorosa dei teatri dovesse finire, di potere portare in scena "Il filo di mezzogiorno" tratto dal romanzo di Goliarda Sapienza per la regia di Mario Martone. E poi un progetto mio che è un sogno, una Medea in siciliano da mettere in scena al teatro greco di Siracusa: ma come si fa ad andare a bussare al tempio del teatro?".
- Regime ostativo: il doppio binario che mortifica diritti e dignità
- Il carcere visto in tv ci fa passare la voglia di gettare la chiave
- Catania. Banco alimentare: i detenuti di donano 90 kg alimenti
- Ascoli Piceno. Carcere del Marino: il Covid non ferma le attività
- In carcere a Hong Kong quattro leader dell'opposizione alla Cina











