di Laura Berlinghieri
Il Mattino di Padova, 5 dicembre 2020
La situazione, in Veneto, rimane ancora entro cifre relativamente contenute. Ma, ampliando lo sguardo all'intero Nordest, l'immagine è quella di una bomba che, almeno in due strutture, è già deflagrata. È la condizione delle carceri, già al limite per le questioni endemiche da tutti conosciute, ma sulle quali difficilmente si è messo mano.
Una condizione che ora è esasperata dal Covid. Tra le otto case circondariali della regione, si contano attualmente 32 positivi, di cui 14 sintomatici, tutti appartenenti al personale penitenziario, compreso un amministrativo a Venezia. Nessun caso, ad oggi, tra i detenuti. Leggendo i dati dell'intero Nordest, l'impennata è spaventosa, con il conteggio di 296 casi: 212 tra i detenuti e 84 tra il personale (guardie e amministrativi).
Con due situazioni, entrambe in Friuli, che spiccano sulle altre: quelle di Tolmezzo, nell'Udinese, con 170 positivi (151 tra i reclusi) e di Trieste, con 55 positivi (40 tra i carcerati). Uno scenario di fronte al quale avanza lo spettro del piano per trasformare le case circondariali di Rovigo e di Trento in "carceri Covid" di riferimento per tutte le strutture del Nordest.
Un piano che trova forma e sostanza in una nota diramata il 23 novembre dal Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria per il Triveneto, contro cui si scaglia Gianpietro Pegoraro della Fp Cgil Penitenziari, denunciando il mancato confronto con i sindacati. "Appena è scoppiata la pandemia, la prima circolare prevedeva la riconversione in luoghi adibiti alla quarantena delle stanze dedicate all'isolamento.
Lì i detenuti venivano sottoposti al tampone per poi, una volta ottenuto l'esito negativo, essere riammessi alla sezione" spiega il sindacalista "Dato che non tutti gli istituti penitenziari hanno delle camere che possono garantire l'isolamento, come dimostra il drastico peggioramento della situazione del carcere di Tolmezzo, il provveditorato ha deciso di individuare due carceri, in cui prevedere una sezione con soli detenuti positivi.
E quindi la casa circondariale ad alta sicurezza di Rovigo, che potrà avere fino a 34 detenuti anche ad alta sicurezza, e di Trento, anch'essa con 34 posti, per carcerati di media e bassa sicurezza. Ma noi temiamo una commistione, soprattutto tra il personale, visto che i due reparti "Covid" e "non Covid" che si formerebbero a Rovigo condividono una rotonda e le scale". Altra questione riguarda la carenza endemica di personale, anche nel "settore" che dovrebbe riguardare proprio la lotta alla pandemia: "Nelle nostre carceri mancano medici e infermieri".
La preoccupazione per la struttura di Rovigo ben si inserisce all'interno del quadro dipinto da Sergio Steffenoni, garante dei detenuti di Venezia, in proroga fino al 15 gennaio, che traccia lo scenario delle sette province: "Il provveditore delle carceri del Triveneto, Enrico Sbriglia, è andato in pensione sei mesi fa. Il suo posto per ora rimane vacante, ma è in arrivo una persona da Verona. Le carceri di Padova, Vicenza, Rovigo e Trieste sono prive del direttore. E così pure le due di Venezia, seppur temporaneamente".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 5 dicembre 2020
Scatta il reato per mancato mantenimento dalla consapevolezza del proprio status di genitore. Stato di bisogno del minore è in re ipsa. La conoscenza del fatto di essere diventato padre - benché "naturale" - determina in sé l'obbligo di assistere e mantenere il figlio. Per cui il mancato sostentamento economico del minore fa scattare per il padre indifferente la responsabilità penale ex articolo 570 del Codice penale. e a nulla vale sostenere l'inesistenza di uno stato di bisogno materiale, cioè economico, in quanto lo stato di bisogno è in re ipsa determinato dalla minore età del figlio.
Così la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 34643/2020, ha respinto il ricorso di un padre non coniugato che aveva pochi giorni dopo il parto della convivente fatto perdere le proprie tracce senza corrispondere alcunché a titolo di mantenimento del piccolo nato. La Corte respinge la lamentata violazione della norma penale (articolo 570 bis) che sanziona il coniuge che separato o divorziato manca di versare il mantenimento periodico. Il ricorrente non era stato infatti imputato per tale reato bensì per violazione degli obblighi di assistenza familiare.
Il ricorrente aveva anche tentato di far rilevare che nel periodo di inadempimento preso in considerazione dai giudici di merito si erano per lui determinate cattive condizioni economiche e di salute. La Cassazione risponde che risulta la valutazione da parte del tribunale e della Corte di appello in merito a tali circostanze riferibili però a un periodo successivo alla già manifestata condotta di omissioni di cure e mezzi verso la figlia. Il reato si era comunque già prodotto.
E, aggiunge la Cassazione, il disinteresse manifestato dal padre naturale sin dai primi giorni seguenti al parto è sufficiente a dimostrare che il mancato sostentamento della prole nei periodi successivi connotati da dissesto patrimoniale e malattia sono solo la conferma di quanto non avesse mai avuto intenzione di provvedere al mantenimento della propria bambina.
di Samuele Ciambriello*
Il Riformista, 5 dicembre 2020
Mentre l'Italia s'avvia a diventare "gialla", le carceri invece restano grigie, con contagiati, morti, sovraffollamento, malasanità e malagiustizia. Filippo, 63 anni, detenuto a Poggioreale, è morto ieri al Cardarelli per Covid. È il terzo in Campania, oltre il direttore sanitario del carcere di Secondigliano. Tutti con patologie cardiache o comunque croniche. Quindi era meglio prevenire. Si continua a morire di carcere e in carcere. I dati di oggi ci dicono che, per numeri e quantità di istituti colpiti, sarebbe utile fare altri passi avanti. Ma il ministro Bonafede, il governo Conte e i partiti latitano, dimostrandosi pavidi e cinici.
Le criticità che il sistema-carcere sta rivelando ora che l'emergenza Covid lo ha investito in pieno sono sotto gli occhi di tutti. L'aumento esponenziale del numero dei contagi tra la popolazione carceraria e gli operatori penitenziari costituisce il dato più evidente dell'incapacità di contenere e reagire alla diffusione del virus all'interno degli istituti penitenziari.
Gli interventi legislativi adottati finora per ridurre la popolazione carceraria - peraltro volgarmente strumentalizzati da gran parte dell'opinione pubblica come un tentativo di aprire le porte del carcere per "boss" e condannati al 41bis - si sono rivelati del tutto insufficienti a raggiungere gli obiettivi sperati. Anche le previsioni del decreto Ristori, delle quali si auspica un miglioramento in sede di conversione, sembrano muoversi lungo la medesima, insoddisfacente, direzione. Le piccole misure per alleggerire le carceri in tempi di Covid sono una chimera. Parlare di "clemenza" sarebbe fare dell'ironia.
E tantomeno si può usare un'espressione, da sempre in voga, come norme "svuota-carceri". Il "pacchettino" delle proposte - ecco, il pacchettino! - ha nella magistratura di Sorveglianza il luogo e le persone adatti a rendere il diritto alla salute, alla speranza, al trattamento e al reinserimento, concreti e aderenti alla Costituzione. In un simile scenario, è necessario che tutti gli attori che animano il sistema-carcere operino nella medesima direzione al fine di contenere il numero degli individui in entrata e di favorire forme di liberazione anticipata attraverso il ricorso ai vari strumenti previsti dalla legge.
Tuttavia, i Garanti segnalano con rammarico come gli Uffici di Sorveglianza campani si rivelino, al momento, sordi alle esigenze dettate da questa situazione di drammatica emergenza. Pur riscontrando una certa sensibilità da parte di alcuni magistrati, inclini ad accogliere le istanze di avvocati e detenuti oltre che degli stessi Garanti, è evidente l'inerzia complessiva degli Uffici di Sorveglianza nel rispondere a tali istanze. Da giorni, infatti, i Garanti ricevono segnalazioni in tal senso, che arrivano dai detenuti e dalle loro famiglie, dai rappresentati di associazioni e cooperative che operano nel carcere e dagli stessi avvocati difensori.
In particolare, le mancate risposte in materia di permessi premio, affidamento esterno al lavoro, liberazione anticipata e detenzione domiciliare con braccialetto finiscono per contribuire alla cronica situazione di sovraffollamento carcerario e all'aumento del senso di frustrazione dei reclusi. A ciò si aggiungono, inoltre, i continui ritardi mostrati dalle aree educative che finiscono per colpire soprattutto detenuti stranieri, senza fissa dimora o semplicemente poco seguiti dai rispettivi avvocati: così quelle persone diventano detenuti ignoti, dimenticati da quello stesso sistema che dovrebbe provvedere al loro reinserimento sociale.
Nella consapevolezza dell'impatto che la pandemia ha avuto e ha tuttora sul carico di lavoro del comparto giustizia, il quale già soffre di un'endemica carenza di personale, i Garanti ribadiscono con forza la necessità di una relazione dinamica, continua e fluida con la magistratura di Sorveglianza e le aree educative, necessaria per garantire che il diritto alla vita e alla salute dei detenuti sia garantito. Mettere in sicurezza gli istituti e assicurare le buone condizioni di agenti, detenuti e operatori deve restare una priorità che ha bisogno di interventi coerenti, coraggiosi e tempestivi.
*Garante dei diritti dei detenuti della Campania
xfirenzetoday.it, 5 dicembre 2020
All'appello mancano complessivamente 60 agenti. La direttrice pro-tempore: "Situazione sotto controllo". Nel carcere fiorentino di Sollicciano sono stati trovati 5 detenuti e 26 agenti di polizia penitenziaria positivi al Covid, mentre altri 38 agenti sono in quarantena in caserma o in isolamento fiduciario a casa. Lo scrive il Corriere Fiorentino, sottolineando anche come, complessivamente, nell'istituto di pena di via Minervini siano venuti a mancare all'appello oltre 60 agenti.
Il tutto, a discapito della sicurezza interna al carcere. La situazione comunque, spiega la direttrice pro-tempore, è sotto controllo. In isolamento, sempre a Sollicciano, ci sono anche 28 detenuti appena arrestati o provenienti da altri penitenziaria. Il carcere è provvisto di un'area Covid da 11 posti, gestita come una zona a parte, con differenziazione di cibo, rifiuti e vestiti. Dal 20 marzo al 25 novembre, vi sono stati effettuati 1.026 tamponi. Resta però il problema del sovraffollamento, dato che a Sollicciano sono presenti 721 detenuti a fronte di una capienza massima di 494 persone".
bolognatoday.it, 5 dicembre 2020
Rilevati diversi casi di positività tra la popolazione detenuta e il personale. Anche il mondo accademico alza la voce per chiedere al Governo provvedimenti urgenti per limitare i contagi.
Blocco dei trasferimenti di detenuti da altri istituti della Nazione e l'assegnazione dei detenuti nuovi giunti presso altre strutture della Regione. È quanto chiedono i sindacati Sappe, Osapp, Uil Pa, Sinappe, Fns Cisl, Fsa Cnpp, Fp Cgil e Uspp.
In una nota congiunta inviata a Capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, a Provveditorato Regionale, alla Direzione dell'Istituto, al Presidente della Regione, al Sindaco, al Prefetto, al Questore, all'Assessore Regionale alla Sanità ed all'Ausl di Bologna, rimarcano la situazione di emergenza legata al Covid all'interno del carcere della Dozza: "Giornalmente vengono rilevati diversi casi di positività tra la popolazione detenuta e il personale che vi presta servizio a vario titolo".
Il sovraffollamento dell'istituto "sta rischiando di mandare al collasso il sistema carcere, già in grande affanno per la necessità di trovare gli spazi idonei dove allocare i detenuti positivi, i nuovi giunti, quelli in arrivo da altri Istituti e i detenuti sintomatici dalla restante popolazione detenuta", si legge, così le organizzazioni sindacali hanno chiesto interventi decisi e urgenti da parte delle Autorità competenti.
Anche il mondo accademico e universitario italiano alza la voce per chiedere al Governo un provvedimento urgente che alleggerisca le presenze nelle carceri, anche per limitare i contagi da coronavirus al loro interno. A firmare l'appello sono 117 professori e studiosi di giurisprudenza di numerosi atenei di tutto il Paese. "La patologica situazione di sovraffollamento che caratterizza le nostre carceri - sottolinea Marcello Marighelli, garante dei detenuti della Regione Emilia-Romagna - contribuisce ad accrescere il rischio di diffusione del contagio.
È quindi necessario incidere significativamente sul numero delle presenze in carcere, per la tutela del diritto alla salute di detenuti e operatori penitenziari". Nel loro appello, i docenti universitari spiegano di voler aderire così, "in ideale staffetta, allo sciopero della fame di Rita Bernardini, Irene Testa, Luigi Manconi, Sandro Veronesi, Roberto Saviano e di oltre 500 detenuti, quale forma di mobilitazione per chiedere al Governo e alle autorità competenti di adottare provvedimenti idonei a ridurre il più possibile il sovraffollamento delle carceri italiane, così da prevenire il rischio di un'ulteriore diffusione del contagio da coronavirus al loro interno".
L'emergenza sanitaria, affermano gli accademici, "nel fare riaffiorare in maniera più amplificata la condizione molto problematica in cui non da ora versa il sistema penitenziario italiano, sotto il profilo delle condizioni di vita intramurarie, del livello di rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti e di una effettiva idoneità della pena a conseguire l'obiettivo costituzionale della rieducazione e del reinserimento sociale, può rappresentare un'importante occasione per riaccendere le luci sul pianeta carcere e sollecitare il potere politico a riprendere il cammino delle riforme necessarie per ridare vitalità e concretezza ai principi enunciati nel terzo comma dell'articolo 27 della Costituzione".
genovatoday.it, 5 dicembre 2020
Sembra che l'insano gesto sia dovuto alla notizia che lo stesso era in attesa di espulsione dal territorio italiano. Nel pomeriggio di giovedì 3 dicembre 2020, intorno alle ore 18, nel reparto detentivo maschile del primo piano del carcere di Genova Pontedecimo, un detenuto macedone arrestato per reati a sfondo sessuale, si è procurato dei tagli ai polsi con una lametta da barba trasformata in rasoio, chiudendosi in bagno sotto la doccia. Nonostante il tempestivo intervento del personale di polizia penitenziaria e del personale sanitario e dell'ambulanza già pronta per il trasporto presso il nosocomio cittadino, il detenuto non ce l'ha fatta. Sembra che l'insano gesto sia dovuto alla notizia che lo stesso era in attesa di espulsione dal territorio italiano.
Nel carcere di Pontedecimo, il segretario regionale dell'Osapp dichiara che sono presenti 174 ristretti, di cui 84 donne, nonostante la capienza regolamentare totale sia di 96, ben oltre la soglia prevista. "Alla fine la polizia penitenziaria è sempre più sola a fronteggiare queste grave situazione, con grave carenze di uomini e mezzi", dichiara Rocco Roberto Meli.
di Massimo Chiaravalli
Il Messaggero, 5 dicembre 2020
L'opposizione: "Li portiamo fino al Consiglio di Stato". Sul Garante dei detenuti va in scena la battaglia ideologica, che rischia di diventare anche legale. Non bastava il caos in aula, i colpi di scena sono proseguiti anche fuori. "La votazione è nulla": lo sostiene il sindaco Giovanni Arena, lo ha scritto il dirigente Giancarlo Manetti. L'opposizione invece contesta tutto, dal merito alla modalità di comunicazione. E promette di andare al Tar, se necessario.
Nel primo pomeriggio, la bomba. "È uscito fuori che la votazione è nulla - dice il sindaco - perché per il regolamento ci vuole la maggioranza qualificata, che è di 17 consiglieri". Invece hanno votato sì in 13. "Quindi si deve ricominciare daccapo in consiglio. Così ci sarà anche modo di chiarire le posizioni".
Che però sono già molto chiare. Come quelle del capogruppo di Fratelli d'Italia, Luigi Maria Buzzi: "Sull'istituzione del garante dei detenuti abbiamo sempre votato no, in maniera compatta e perfettamente in linea con la posizione del partito a livello nazionale". Non è d'accordo Massimo Erbetti (M5S), proponente dell'atto, che tira fuori i verbali della commissione, dove avevano votato tutti all'unanimità, "compresi Antonio Scardozzi e Gianluca Grancini".
Il pentastellato ha già infilato l'elmetto. "Loro fanno riferimento al regolamento ma ciò che abbiamo votato è una delibera", con regolamento annesso. "Vadano avanti - continua Erbetti - se pensano di coprire le magagne della maggioranza con i cavilli li porto fino al Consiglio di Stato, ho già allertato i miei parlamentari". Non è finita. "Ho già avvertito il presidente, devono venire in consiglio: qualcuno si prenderà la responsabilità. Loro si mettono in autotutela? Gli faccio un casino della Madonna. Il regolamento non è neanche previsto per legge, andremo al Tar, ci sono sentenze che ci danno ragione".
Buzzi rispetto a quanto dichiarato in aula, ovvero fermarsi a riflettere, ora alza l'asticella. "I contorni di questa figura sono poco chiari. Ribadiamo la nostra vicinanza alla polizia penitenziaria che, ogni giorno, si scontra con situazioni ad alto rischio molto spesso senza nessuna tutela. L'istituzione del garante dei detenuti, dalla quale prendiamo le distanze, è l'ultimo schiaffo nei loro confronti".
Sul fronte opposto Giacomo Barelli (Forza civica) lo contesta. "La Polizia penitenziaria non c'entra nulla, qui si parla dei diritti. Buzzi non conosce nemmeno la sua storia: dovrebbe ricordare gli anni 80 con Paolo Signorelli e le marce per garantire che la sua permanenza in carcere fosse all'insegna dei diritti umani. Rinnega la sua storia che lo invito a rileggere".
Nel merito? "La pezza di nascondersi dietro un cavillo è peggiore del buco: il deliberato è sicuramente valido. C'è stato un comportamento liberale di Forza Italia, siamo però interdetti dal fatto che ci si mandi una lettera: è in consiglio che se ne deve discutere". A proposito di Fi, secondo Giulio Marini "nessuno ha capito che chiedendo di tornare in commissione gli stavo gettando una ciambella di salvataggio. Ora auspico di trovare un minimo di sintesi". Auguri a tutti.
cagliaripad.it, 5 dicembre 2020
Due agenti di Polizia penitenziaria e un detenuto della casa di reclusione di Mamone positivi al coronavirus. Ne dà notizia Maria Grazia Caligaris dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme" dopo aver ricevuto una lettera-appello da un gruppo di reclusi. "La situazione ci preoccupa e chiediamo che vengano effettuati i tamponi - scrivono - la tensione sta aumentando e riteniamo doveroso un intervento delle autorità per scongiurare la minaccia di un possibile focolaio". La lettera non ha lasciato indifferente la direzione della casa di reclusione.
"Comprendo l'ansia dei detenuti, tuttavia - precisa la direttrice Patrizia Incollu a Caligaris - la situazione sanitaria non desta alcuna preoccupazione, in quanto l'episodio che ha riguardato due agenti è stato immediatamente circoscritto con l'applicazione del protocollo anticovid. La direzione ha già richiesto il costante monitoraggio e la somministrazione aggiuntiva dei tamponi a tutta la popolazione ristretta e al personale". Maria Grazia Caligaris auspica ora che "la Asl di Nuoro provveda con urgenza a effettuare i tamponi in modo che si ristabilisca la serenità".
di Elisabetta Rosaspina
Corriere della Sera, 5 dicembre 2020
Avrebbe potuto fare l'avvocato, magari penalista, per riscattare gli innocenti o risparmiare un po' di galera ai colpevoli. Oppure il medico legale, per restituire verità e giustizia alle vittime. Invece ha scelto la strada meno glorificata dal cinema e dalla letteratura: dirigere una prigione e, possibilmente, ricondurre i condannati sulla retta via. Era quella la sua vocazione, ma Cosima Buccoliero non lo sapeva ancora quando si è iscritta alla facoltà di Legge
"Conosco i detenuti come una preside i propri alunni". Cosima Buccoliero, già alla guida della casa di reclusione di Bollate, sta per assumere la vicedirezione di Opera, il più grande carcere italiano. E il 7 dicembre riceverà l'ambrogino d'oro a Bologna negli anni 90. "Avevo seguito qualche seminario di diritto penitenziario in facoltà - racconta - e avevo visitato soltanto una volta il carcere. Però quando ho visto il bando di concorso per dirigenti penitenziari ho deciso di partecipare".
Ventitré anni dopo il primo incarico a Cagliari, alla vecchia casa circondariale di Buoncammino, e dopo 16 anni al vertice della II Casa di reclusione di Milano Bollate, con i suoi 1.300 inquilini, sta per assumere la vice-direzione di quella di Opera, la più grande in Italia, mantenendo anche la guida dell'istituto penale minorile di Milano Cesare Beccaria e dei suoi 35 reclusi.
Il 7 dicembre riceverà l'ambrogino d'oro, la Medaglia di benemerenza civica del Comune di Milano cui è stata candidata da una sessantina di volontari e operatori sociali, citando il lungo elenco delle conquiste ottenute tra le sbarre: l'asilo aziendale aperto ai figli degli agenti e delle detenute ma anche ai bimbi della zona; il ristorante "Ingalera" (nato da un'idea di Silvia Polleri); la Cisco Networking Academy, sostenuta da Unicredit, per preparare informatici; le attività miste (liberi e reclusi) nei laboratori di falegnameria, sartoria, giardinaggio. Delle sue origini pugliesi Cosima Buccoliero conserva una garbata traccia nella voce che non tradisce però rimpianti per altre vite possibili: "Nessun altro lavoro mi avrebbe dato la possibilità di incontrare tanta umanità".
A che ora inizia una sua giornata tipo?
Alle 7 e 30 entro in istituto per non uscirne quasi mai prima delle 17.30 o 18. Sono giornate piene, bisogna avere occhi dappertutto per capire, o meglio ancora prevenire problemi di convivenza nei reparti, malesseri, frizioni, prima che degenerino. Mi vanto spesso di conoscere tutti, come una preside i propri alunni, ma con la pandemia è diventato molto più difficile seguire i nuovi arrivati.
Perché?
Prima di tutto perché è necessario disporne l'isolamento fino all'esito del tampone. Abbiamo avuto sei casi positivi durante la prima ondata e una decina dopo l'estate, quasi tutti asintomatici. Abbiamo dovuto chiudere le porte, limitare gli ingressi dei familiari e dei volontari, fermando purtroppo anche molte delle attività estemporanee. Il ristorante è stato chiuso tutto novembre, la sartoria lavora soltanto su ordinazioni, mentre il call center è rimasto aperto. La scuola funziona un po' in presenza e un po' a distanza. Al Beccaria, invece, nove ragazzi frequentano le lezioni e gli altri lavorano alla manutenzione dei quadri elettrici o al laboratorio di panificazione, Buoni Dentro. Niente sport, salvo quelli individuali.
Che cosa dice a chi entra in carcere magari per la prima volta?
Mi accerto che stia bene, che possa ricevere indumenti di ricambio e telefonare alla famiglia. Spesso sono persone frastornate, ma già il fatto che qualcuno vada a chiedere loro se hanno bisogno di qualcosa ha un effetto calmante.
Il coronavirus ha insegnato al mondo intero che cosa significhi essere privati della libertà: ce ne ricorderemo?
All'inizio, durante il primo lockdown, lo pensavo. Invece durante l'estate mi sembra che ce ne siamo dimenticati in fretta. Non è così per chi ha conosciuto il carcere vero. I segni non si cancellano. Il primo periodo è il più traumatico. In prigione ci sono persone che conducevano una vita normale prima di commettere qualche grosso errore. Il nostro lavoro è far capire a tutti che esiste una prospettiva dopo la pena.
E agli ergastolani che prospettiva può offrire?
Con loro, una quarantina, non si può pensare all'uscita, ma a un percorso a tappe: l'iscrizione all'università, la laurea, qualche permesso premio, incontri con i docenti, la possibilità di seguire una lezione all'esterno. Insomma, una serie di obiettivi raggiungibili.
Come si può cambiare invece la testa dei violenti contro le donne?
Si lavora sulla loro mentalità. Non si può pensare: rinchiudiamoli, buttiamo la chiave e non pensiamoci più. Abbiamo avviato vari progetti per stimolare riflessioni in termini di giustizia riparativa, focalizzandosi sulle vittime.
Come funziona?
L'approccio è multidisciplinare: psicologico e con attività di gruppo, un po' come nei gruppi di auto aiuto. Con il professor Paolo Giulini del Centro di Mediazione Penale, abbiamo un progetto biennale cui partecipano circa 40 detenuti per reati che riguardano crimini sessuali provenienti anche da altri istituti. L'inserimento è volontario e alcuni non ce la fanno. Si lavora sulla consapevolezza.
La sua più grande vittoria?
Ogni volta che incontro un ex recluso che mi riconosce e mi saluta: in autobus uno di loro mi ha abbracciato sotto gli occhi stupiti di mio figlio.
Che cosa hanno capito i suoi figli del suo lavoro?
Giacomo ha 13 anni e Chiara 10. Hanno capito quanto è importante superare i pregiudizi. Che il mondo non è diviso tra buoni e cattivi, o bianco o nero. Ma che esiste il grigio, e che il bianco può diventare nero e viceversa.
strill.it, 5 dicembre 2020
Nel carcere di Catanzaro si cuce. Borse, bambole, e, in tempi di Covid, per ovvie necessità, mascherine. Il laboratorio di sartoria è nato da un'attenta attività di ascolto dei desideri dei detenuti, con lo scopo di avviare un profondo percorso di rinnovamento interiore. Le pene, d'altronde, devono tendere alla rieducazione, secondo l'articolo 27 della Costituzione.
La direttrice Angela Paravati racconta: "Ho sempre cercato di capire cosa queste persone sarebbero state liete di imparare, perché la rieducazione passa principalmente dallo studio e dalla formazione professionale, premesse indispensabili per svolgere un lavoro onesto una volta fuori dal carcere.È stato possibile cogliere un input dato da una persona che ha dimostrato di tenere davvero all'opportunità che gli è stata data e di meritare fiducia. Questo detenuto non sapeva cucire quando è entrato in istituto, ma desiderava tanto avere una macchina per imparare a farlo. E così, da autodidatta, è riuscito a creare lavori di sartoria gradualmente sempre più curati, suscitando l'interesse dei compagni e dei volontari".
In questi percorsi fondamentale è l'apporto dei volontari, il cui ingresso però nel 2020 è stato precluso, a tutela della salute dei detenuti, a causa dell'emergenza epidemiologica. Però per chi vuole dimostrare una presenza in altro modo la possibilità c'è. Così pochi giorni fa due volontarie calabresi della Crivop Italia, Vittoria Costantino e Rosaria Vona hanno consegnato al carcere di Catanzaro quaranta metri di stoffa, materia prima indispensabile per cucire le mascherine. "Un sentito ringraziamento va a Michele Recupero, presidente della Crivop Italia, che da oltre due anni collabora attivamente con il nostro istituto, dimostrando una grande sensibilità verso una realtà difficile" ha concluso la direttrice Paravati.
- Napoli. "La voce degli invisibili": il fumetto nato in carcere che racconta della detenzione
- Milano. Shakespeare riveduto e corretto al "Beccaria", dopo il teatro anche il libro
- Palermo. Allestita sala per i piccoli che aspettano le mamme detenute
- Con la pandemia più rischi per le vittime di tratta e sfruttamento
- Un gesto di solidarietà a favore dei "nuovi poveri"











