di Laszlo Arato
linkiesta.it, 9 marzo 2021
Molti detenuti sono stati rilasciati per prevenire la diffusione del Covid-19, e nel frattempo anche il tasso di criminalità è diminuito. Il calo più consistente è stato registrato in Turchia. Tuttavia, in alcuni paesi la popolazione incarcerata è aumentata. Il Consiglio d'Europa ha incaricato l'Università di Losanna di condurre uno studio sulla correlazione tra la prima ondata della pandemia Covid-19 e le popolazioni carcerarie in Europa. I dati forniti dalle amministrazioni penitenziarie di 35 paesi sono stati esaminati utilizzando come riferimento quattro fasi temporali nel 2020:
1) Prima della pandemia (31 gennaio)
2) Dopo il primo mese di lockdown e chiusure primaverili (15 aprile)
3) Al termine dei lockdown e delle chiusure primaverili (15 giugno)
4) La fine dell'estate (15 settembre).
I dati cumulativi indicano che tra gennaio e settembre 2020 la popolazione carceraria in Europa è diminuita in media del 4,6 per cento, passando da 121,4 a 115,8 detenuti ogni 100.000 abitanti. I numeri variano da quelli dei dati ufficiali degli Stati membri perché alcuni paesi hanno più amministrazioni carcerarie.
Cambiamenti nella popolazione carceraria dopo lo scoppio della pandemia - Proprio come il Covid-19 ha cambiato la vita delle persone comuni dall'oggi al domani, lo stesso è accaduto nei mondi chiusi delle prigioni. La popolazione incarcerata è diminuita di oltre il 4% tra il 15 marzo e il 15 aprile in 29 amministrazioni carcerarie. È rimasta praticamente invariata (cioè una variazione inferiore al 4%) nel 17% delle amministrazioni penitenziarie e solo un paese ha segnalato un aumento del numero di detenuti. Questo paese è la Svezia, dove (a differenza di altri paesi europei) non c'è stato un lockdown serio, la popolazione poteva muoversi molto più liberamente e la vita è rimasta in qualche modo invariata.
Alla fine dei vari lockdown il 15 giugno, il numero di stati con popolazione carceraria in calo è ulteriormente aumentato, ma la tendenza si è invertita verso la fine dell'estate. In 12 paesi ci sono stati aumenti: Monaco (30%), Andorra (22%), Norvegia (16,8%), Lussemburgo (12,1%), Slovenia (10,9%), Finlandia (8,3%), Scozia (7,7%), Cipro (7,2%), Danimarca (6,7%), Belgio (4,8%), Romania (4,7%) e Irlanda del Nord (4,5%). In 22 paesi il numero si è stabilizzato, mentre la Bulgaria e il Montenegro sono state le uniche due amministrazioni carcerarie con una popolazione di detenuti inferiore a settembre rispetto a giugno.
Osservando l'intero periodo gennaio-settembre emergono tendenze generali. In 20 paesi la popolazione carceraria è diminuita: Montenegro (-21,1%), Francia (-13,4%), Bulgaria (-12,7%), Albania (-12,5%), Portogallo (-12,5%), Italia (-10,8%), Lituania (-10%), Paesi Bassi (-8,8%), Scozia (-8,7%), Lussemburgo (-8,4%), Finlandia (-7,6%), Lettonia (-7,1%), Polonia (-6,8%), Spagna (Catalogna) (-6,3%), Cipro (-6%), Repubblica Ceca (-5,6%), Spagna (-5,1%), Inghilterra e Galles (-4,4%), Slovenia (-4,3%), Serbia (-4%). In 11 paesi la popolazione carceraria è rimasta stabile (né è aumentata né è diminuita di oltre il 4%): Azerbaigian, Belgio, Estonia, Ungheria, Liechtenstein, Repubblica Moldova, Monaco, Norvegia, Romania, Slovacchia e Irlanda del Nord. Infine, in quattro paesi si è registrato un aumento di oltre il 4% dopo la prima ondata di lockdown: Andorra (24,5%), Svezia (5,8%), Danimarca (5,4%) e Grecia (5,2%).
5 paesi hanno riferito di aver rilasciato detenuti come misura preventiva contro COVID-19: Albania, Andorra, Armenia, Austria, Azerbaigian, Belgio, Cipro, Danimarca, Francia, Islanda, Irlanda, Italia, Lichtenstein, Lussemburgo, Monaco, Norvegia, Portogallo, Serbia, Slovenia, Spagna, Turchia, Inghilterra e Galles, Irlanda del Nord e Scozia. Insieme hanno rilasciato143.000 prigionieri tra marzo e settembre. La Turchia si distingue come il paese che ha rilasciato il maggior numero di prigionieri dopo la Russia. Ha rilasciato 114.460 detenuti, quasi il 40% della sua popolazione carceraria. Altre cifre degne di nota includono il 23% dei detenuti in Catalogna (Spagna) e Cipro, il 17% in Francia e Portogallo, il 16% in Slovenia e il 15% in Norvegia.
Va notato che ai prigionieri generalmente non sono state concesse amnistie, ma piuttosto sono stati richiamati in seguito o dovrebbero esserlo. Ciò ha riguardato anche i detenuti in custodia cautelare, ammissibili al rilascio su cauzione.
La pandemia ha amplificato le tendenze esistenti - Secondo il professor Marcelo Aebi, direttore dello studio, la tendenza al calo della popolazione carceraria europea è spiegata non solo dal rilascio dei prigionieri. Anche il sistema di giustizia penale è cambiato nella maggior parte dell'Europa: le autorità cercano sempre più spesso di trovare metodi di punizione alternativi in sostituzione della detenzione. Ci sono motivi finanziari - le carceri sono costose da gestire - ma è anche noto che la punizione può essere raggiunta senza incarcerazione. Per questo motivo troviamo un aumento delle multe, degli arresti domiciliari e dei servizi alla comunità. La pandemia ha avuto un effetto generalmente positivo sui tassi di criminalità.
A seguito delle serrate molte forme di criminalità sono diventate impossibili: non solo i taccheggi sono diminuiti, ma è diminuita anche la criminalità stradale. Con meno persone trovate all'esterno, il crimine di strada è stato reso più difficile. Locali notturni chiusi; i comportamenti criminali tradizionali dovevano essere adattati.
Il mercato della droga illegale ha subito un temporaneo rallentamento. Va ricordato che in Svezia, dove non ci sono stati lockdown, la popolazione carceraria è aumentata all'inizio delle restrizioni. Lo studio rileva inoltre che almeno 3.300 detenuti e 5.100 membri del personale penitenziario sono stati infettati dal Covid-19 in tutta Europa al 15 settembre 2020 nelle 38 amministrazioni penitenziarie che hanno fornito dati al riguardo.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 9 marzo 2021
Due grandi punti interrogativi chiedono risposte urgenti della Casa Bianca: il ritiro o meno dall'Afghanistan entro maggio, e l'auspicato salvataggio dell'accordo nucleare firmato nel 2015 con l'Iran. L'impressione è che Biden vada bene e di corsa. Ma nella politica estera statunitense restano due grandi punti interrogativi che chiedono risposte urgenti della Casa Bianca: il ritiro o meno dall'Afghanistan entro maggio, e l'auspicato salvataggio dell'accordo nucleare firmato nel 2015 con l'Iran.
Sul ritiro dall'Afghanistan, che coinvolgerebbe anche i contingenti alleati tra cui 800 militari italiani, Biden e il suo Segretario di Stato Blinken hanno spiegato l'orientamento USA senza tuttavia renderlo definitivo. In Afghanistan la violenza non solo non è diminuita ma è aumentata, dunque il patto concluso da Trump con i Talebani per il ritiro a maggio 2021 non regge più. Si resta, ma come? Un compromesso con i Talebani oppure contro i Talebani che guadagnano terreno ogni giorno? Nella seconda ipotesi, basterebbero gli attuali 2500 soldati USA schierati in Afghanistan? Il tempo stringe, occorre chiarire una situazione che coinvolge anche gli alleati.
Non meno complesso è l'avvio di un dialogo con l'Iran. Segnali di buona volontà sono stati appena scambiati: l'Iran ha accettato di discutere a livello tecnico le tracce di uranio rilevate dove non dovevano essere, la produzione di uranio metallo a Ispahan è stata (forse) sospesa, la decisione di vietare le ispezioni dell'Agenzia Atomica è stata parzialmente rimandata; in cambio gli europei, d'accordo con gli americani, hanno sospeso la presentazione di una risoluzione davanti all'AIEA che avrebbe fatalmente condannato l'Iran. Gesti, ma i problemi restano. Gli iraniani non possono concedere troppo prima delle presidenziali del prossimo giugno. E Biden non può tornare al tavolo negoziale senza una garanzia di accettazione da parte iraniana di qualche nuova clausola, su durata o coinvolgimento dei missili balistici e del comportamento regionale. Il mondo aspetta, sapendo che dopo le decisioni di Biden molti equilibri potrebbero cambiare in aree cruciali.
di Pietro Del Re
La Repubblica, 9 marzo 2021
In questi giorni si tiene l'udienza all'eroe del film Hotel Rwanda, accusato di approfittare della guerra per estorcere denaro in cambio di protezione. Radio e tv trasmettono il processo per ore. La spasmodica attenzione che prestano i ruandesi al processo contro l'uomo che nel 2005, assieme ad Aretha Franklin e Mohamed Ali, fu insignito dal presidente George W. Bush del massimo riconoscimento americano, la Freedom Medal, è sintomatica di quanto il genocidio del 1994 sia ancora una piaga aperta.
Per ore, le radio della città trasmettono in diretta ogni udienza del dibattimento contro Paul Rusesabagina, 66 anni, feroce oppositore del presidente Paul Kagamé ed eroe del film Hotel Rwanda, oggi giudicato per tredici reati di terrorismo in un tribunale di Kigali, con indosso pantaloni e camicia rosa confetto, l'uniforme dei galeotti locali. Nel piccolo Paese africano sono in molti ad augurargli l'ergastolo, non tanto per aver creato una milizia armata che secondo l'accusa nel 2017 avrebbe rapinato e ucciso al confine con il Burundi, quanto per il ruolo che ebbe durante i massacri di 27 anni fa, quand'era direttore dell'Hotel Mille Collines.
"Raccontò a tutti di aver salvato più di milletrecento tutsi dai machete dei genocidari, ma in realtà le cose sono andate diversamente", dice l'attivista Jean-Pierre Sagahutu, che allora sopravvisse miracolosamente alle stragi nascondendosi in una fossa biologica dove per settimane si nutrì soltanto di vermi e scarafaggi. Secondo Sagahutu, da chi voleva varcare il portone dell'albergo e usufruire della protezione del contingente Onu che vi alloggiava, Rusesabagina esigeva più di 1500 dollari. Molti furono da lui respinti perché non avevano di che pagarlo. "Non ha mai agito per altruismo ma solo per soldi. Con le sue tante bugie è riuscito a convincere Hollywood di un essere stato un uomo eccezionalmente generoso e grazie al successo del film che gli fu dedicato, negli Stati Uniti c'è ancora chi gli crede", aggiunge Sagahutu, la cui madre fu impalata viva e il padre segato in due dai genocidari.
È del resto comprensibile che il genocidio non sia ancora stato né metabolizzato né i suoi tanti lutti elaborati, perché si è trattato di uno spaventoso trauma collettivo, in cui le milizie Interahamwe e contadini hutu si sono accaniti con una frenesia omicida e devastatrice su tutta la popolazione tutsi. Nonostante l'organizzazione sommaria e i mezzi piuttosto arcaici per compierlo, quali machete e bastoni, ottocentomila tutsi sono stati uccisi in dodici settimane, rendendo il genocidio in Ruanda di un'efficacia mai raggiunta prima.
Dalla notte del 6 aprile 1994, subito dopo l'abbattimento nei cieli di Kigali dell'aereo sul quale viaggiava il presidente ruandese Juvénal Habyarimana, e il presidente del Burundi Cyprien Ntaryamira, il Paese si tramutò improvvisamente in un luogo di estremo sadismo, dove le donne e i bambini divennero le prime vittime dei genocidari affinché non rinascesse nessuna generazione di tutsi, con le madri costrette a uccidere i propri figli per essere poi sistematicamente violentate, subire mutilazioni sessuali e infine essere uccise. Secondo un'inchiesta realizzata dall'Unicef, l'80% dei bambini ha avuto un morto in famiglia in quei tragici tre mesi del 1994, il 70% ha visto uccidere qualcuno e il 90% ha avuto paura di morire.
Secondo Sagahutu fu tuttavia indispensabile avviare nel 2003 il piano di riconciliazione nazionale con i tribunali popolari, quelle corti Gazaca, che dovevano anzitutto svuotare le carceri di un Paese dove si contavano 120mila detenuti accusati di genocidio. "In quasi dieci anni, dodicimila Gazaca hanno risolto quasi due milioni di casi. È stato il programma più esauriente al mondo di una giustizia restauratrice in un periodo post-bellico, perché ha permesso a noi sopravvissuti di sapere che fine avevano fatto i nostri parenti, di ritrovare i loro corpi e di dar loro degna sepoltura. I tribunali speciali hanno anche posto le basi per una pace duratura nel momento in cui bisognava ricostruire il tessuto sociale del Paese. Ma non mi chiedano di perdonare gli assassini, perché dovrei farlo in nome di chi non c'è più".
Nel 2014, il museo del genocidio di Kigali è stato riconcepito, ed è stata aggiunta un'ultima sala dedicata ai bambini trucidati dai genocidari, con le gigantografie di una dozzina di piccoli scelti a caso su decine di migliaia. Raccontano le storie di Ariane Umutomi, 4 anni, che amava cantare e ballare, uccisa con colpi di pugnale sferrati negli occhi, o di David Mugiraneza, 10 anni, che amava giovare a calcio e che voleva diventare medico, torturato a morte. Andare a visitare il museo è ancora una sorta di dovere civico per ogni ruandese.
Lo scorso maggio, l'arresto in Francia dell'ottantottenne Félicien Kabuga, dopo 23 anni di latitanza, suscitò a Kigali grande gioia ma anche molta rabbia. L'ex "banchiere del genocidio" che nel 1994 aveva fatto arrivare in Ruanda 500mila machete e che aveva creato e diretto Radio Mille Collines da cui diffondeva odio e invitava a snidare e mutilare "gli scarafaggi tutsi", aveva fino al giorno del suo fermo ad Asnières-sur-Seine, vicino Parigi, trascorso la vita comoda e serena di un qualsiasi pensionato molto benestante. Dice ancora Sagahutu: "Chi l'ha protetto, tutti questi anni? Non lo sapremo mai, come non sapremo la soddisfazione che deve provare quell'assassino seriale, ormai vecchio e malato, all'idea che probabilmente non sarà mai condannato per tutto il male che ha fatto perché morirà prima che il Tribunale dell'Aja riesca a giudicarlo".
agi.it, 8 marzo 2021
La Corte costituzionale dovrà sciogliere il nodo ovvero se è legittimo escludere i detenuti sottoposti al 41 bis, dai colloqui via Skype con i figli minori. Il 41 bis è il regime speciale a cui sono sottoposte alcune categorie di detenuti, a partire da boss di mafia e terroristi. Ed ora la Corte costituzionale si appresta a decidere sulla possibilità che questo tipo di detenuti possa colloquiare tramite Skype con i figli minori. Il 9 marzo il tema sarà trattato in udienza pubblica.
di Sergio Lorusso*
Il Sole 24 Ore, 8 marzo 2021
Le aspettative che il Governo guidato da Mario Draghi ha ingenerato in tema di giustizia sono elevate. L'individuazione di un Guardasigilli di alto profilo, come Marta Cartabia, docente universitaria e Presidente emerito della Corte costituzionale, induce in tale direzione, senza per questo ispirare un facile ottimismo.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 8 marzo 2021
Il carcere può funzionare come luogo di responsabilizzazione e non di sola privazione, di rieducazione e non punizione, di opportunità e non di vendetta. E la prova che tutto questo è possibile arriva da una piccola realtà dell'Avellinese.
di Lorenza Pleuteri
giustiziami.it, 8 marzo 2021
Modena, carcere Sant'Anna, piazzale esterno, 8 e 9 marzo 2020. Lo scenario è da "medicina da campo di guerra", senza precedenti in tempo di pace. Una dottoressa dichiarerà a verbale di aver visitato in un paio d'ore una quarantina di detenuti reduci dalla sommossa e dai roghi, il che fa tre minuti a testa e sempre che non si siano state pause anche brevissime tra un paziente e l'altro.
di Liana Milella
La Repubblica, 8 marzo 2021
Alla vigilia della Festa della Donna la ministra della Giustizia invita ad agire "dalle prime, apparentemente piccole, manifestazioni". Per salvare le donne dalla morte, anziché constatare, a cose fatte, che un uomo violento alla fine di un percorso di minacce e provocazioni le ha uccise, è necessario agire subito, agendo "dalle prime, apparentemente piccole, manifestazioni per prevenirne tempestivamente le conseguenze più gravi".
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 8 marzo 2021
Il reato di abuso in atti di ufficio ha una storia lunga, tormentata e - come dire - vagamente isterica. Nella sua originaria formulazione, la norma era pressoché "in bianco": il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, al fine di acquisire un vantaggio per sé o per altri, o arrecare ad altri un danno, "abusa del suo ufficio, è punito" eccetera. Le norme penali in bianco sono una sciagura, perché sia il Pubblico Ministero che il giudice possono assegnare loro un significato ignoto al cittadino accusato di aver violato la norma medesima.
"Abusa del suo ufficio", come è ovvio, può significare tutto e il suo contrario. Nel 1990 la norma subì una prima modifica, ma non relativa a quella sua micidiale genericità. La riforma fece solo sì che quel reato inglobasse l'abrogato interesse privato in atti di ufficio, prevedendo un aggravamento di pena se l'interesse ed il danno perseguiti dalla (sempre indeterminata) condotta abusiva fossero di natura patrimoniale. Nel 1997 la norma subì finalmente una prima, importante modifica. La esigenza di specificare, cioè di tipizzare una norma di fatto "in bianco", ne impose finalmente la riscrittura. L'abuso deve essere caratterizzato dalla violazione di legge e di regolamenti; e la condotta di avvantaggiare indebitamente sé stessi od altri, o di danneggiare terzi, deve essere intenzionale.
I nostalgici dell'abuso d'antan (puntualmente in prima linea Piercamillo Davigo dalle colonne dell'amato Fatto Quotidiano) omettono puntualmente di ricordare perché si arrivò a quella prima riforma. Ve lo ricordo io. Quella norma in bianco fu usata dalla magistratura italiana, a partire dai primissimi anni novanta, come una clava.
Le indagini per abuso in atti di ufficio impazzarono in tutto il Paese, perché attraverso di esso le Procure di tutta Italia poterono esercitare un potere di controllo pressoché assoluto sulla Pubblica Amministrazione, sulle sue stesse scelte discrezionali, sulle sue dinamiche politiche. Che poi, anni dopo, quelle indagini ed i relativi processi finissero sistematicamente (come le statistiche confermano in modo eclatante) nel nulla, essendo in larga misura il nulla, poco importa. Intanto, le sorti politiche e professionali di sindaci, assessori, giunte regionali, amministratori di aziende pubbliche in genere, le decidono le Procure.
Senonché la riforma del 1997 vide vanificati i suoi salutari intenti nel breve spazio di un mattino, perché da subito la giurisprudenza si occupò di annacquarne il senso, pur inequivocabile. Per dirne una: nella nozione di "violazione di legge" va inclusa - stabiliscono i magistrati- anche la violazione del principio costituzionale del buon andamento della Pubblica Amministrazione (art. 97). Dunque non prendiamoci la pena di dover individuare per forza una violazione di legge specifica, come pure la legge imporrebbe: qualunque atto amministrativo che possa essere qualificabile come atto di cattiva amministrazione, torni ad essere penalmente sindacabile.
La giurisdizione penale rinunzia ben difficilmente ad un potere così formidabile quale è quello di controllare e sindacare, con la forza devastante della azione penale, la Pubblica Amministrazione. Sia ben chiaro, qui nessuno pretende, come si vorrebbe far intendere, l'impunità per i cattivi amministratori: stiamo discutendo di altro. Corruzione, concussione, peculato, induzione indebita, malversazione, fino ad arrivare all'impalpabile "traffico di influenze", sono tutte condotte che presuppongono che il pubblico ufficiale abusi del proprio ufficio, cioè dei poteri che da esso derivano; e sono, come è giusto che sia, di già severamente punite. Non c'è nessun bisogno di prevedere una specie di norma di chiusura delle condotte di abuso, utile solo a mantenere sotto il giogo delle Procure ogni atto, ogni intenzione, ogni scelta discrezionale della Pubblica Amministrazione.
La ribellione della giurisdizione alla chiara volontà che il Parlamento sovrano espresse con la riforma del 1997 ha finito di fatto per ricostituire le condizioni preesistenti del reato di abuso di ufficio come norma penale in bianco.
Al punto che perfino il Governo Conte due, dunque in pieno populismo penale, nel 2020 ha ritenuto indispensabile intervenire di nuovo, ribadendo che il reato di abuso non può mai riguardare un atto discrezionale della Pubblica Amministrazione, salvo che ovviamente quell'atto non integri condotte abusive più severamente punite (corruzione, concussione, peculato eccetera).
Il dott. Davigo se ne duole, dice che questa storia della paura di firmare che hanno i pubblici amministratori è inspiegabile, male non fare paura non avere, ed amenità simili. Ora forse capirete un po' meglio perché il dott. Davigo se ne duole.
Io intanto, faccio il facile profeta: diamoci un po' di tempo, e cominceremo a leggere le prime ordinanze di custodia cautelare che ci diranno: un momento, ma cosa significa in realtà "atto discrezionale"? Cosa dobbiamo davvero intendere per "specifiche norme di legge", come pretende la nuova, ennesima riforma? e saremo - come si suole dire - da capo a dodici. Accetto scommesse.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 marzo 2021
Omicidio di Faenza, la polizia filma il momento dell'arresto e il Resto del Carlino pubblica il video. Ma l'Unione Camere Penali non ci sta: "Se è vero che la cronaca è un diritto, non lo sono né lo possono diventare la curiosità o la sete di vendetta".
Se negli Stati Uniti sono abituati alla walk of shame delle persone tratte in arresto costrette dalla polizia a fare la passerella dinanzi alla folla di giornalisti, qui in Italia abbiamo i video delle forze dell'ordine a celebrare la camminata della vergogna, come se la vicenda di Enzo Tortora non ci avesse insegnato nulla.
Il caso in questione di oggi riguarda il video della Polizia di Stato pubblicato sul sito del Resto del Carlino: 90 secondi di auto-esaltazione che riprendono prima il convoglio di macchine degli agenti in autostrada e poi l'esecuzione dell'ordine di custodia cautelare nei confronti dei due indiziati - Claudio Nanni e Pierluigi Barbieri - rispettivamente presunti mandante e esecutore materiale dell'omicidio di Ilenia Fabbri, meglio noto alle cronache come l'omicidio di Faenza.
Tale episodio viene ora fortemente stigmatizzato dall'Osservatorio sull'informazione giudiziaria dell'Unione delle Camere Penali Italiane con un documento di cui vi proponiamo ampi stralci: "Questa volta le telecamere sono addirittura entrate nelle abitazioni degli indagati, riprendendo tutte le fasi in cui costoro venivano privati della loro libertà, mentre indossavano le manette, in attesa di ogni giudizio, attraverso una profanazione non certamente mitigata dall'oscurazione postuma del loro viso". Il fatto su cui si indaga è sicuramente grave, "ma il diritto di cronaca - scrivono i penalisti - non può spingersi fino alla divulgazione al pubblico delle immagini integrali dell'arresto dei due indagati, coperti per altro dal presidio della presunzione di innocenza".
Ma cosa prevede la legge in merito? L'Osservatorio lo spiega chiaramente: "La legge vieta la pubblicazione dell'immagine di una persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova con le manette ai polsi ovvero soggetta ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta e punisce chiunque contravvenga a tale divieto con sanzioni di carattere penale e disciplinare.
Salve le sanzioni previste dalla legge penale, la violazione del divieto di pubblicazione previsto dagli artt. 114 e 329 comma 3 lettera b) costituisce infatti illecito disciplinare a carico di esercenti una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato e di ogni violazione del divieto di pubblicazione commessa dalle persone indicate nel comma 1 il pubblico ministero informa l'organo titolare del potere disciplinare".
Pertanto è evidente che "tutelare con maggior cura possibile la dignità delle persone sottoposte ad indagini, o comunque coinvolte in un procedimento penale, è dunque un preciso dovere dello Stato, tanto più qualora la persona versi in condizioni di particolare vulnerabilità; eppure questo principio, sancito dalle direttive europee, oltre che dalla legge italiana, viene continuamente vituperato".
Come sappiamo molte persone sono state sbattute sulle prime pagine dei giornali e la loro immagine è stata distrutta, "eppure, ad oggi, non risultano segnalazioni degli Uffici di Procura e tantomeno iniziative disciplinari a fronte della non infrequente pubblicazione di foto e riprese di arrestati in manette, magari con l'ipocrita accorgimento delle manette "pixelate" e dunque, paradossalmente, ancor più sottolineate".
La conclusione è che "se è vero che la cronaca è un diritto, non lo sono né lo possono diventare la curiosità o la sete di vendetta. Gli strumenti per contenere queste distorsioni sono sempre stati in un cassetto che purtroppo nessuno vuole aprire. Sarà impegno dei penalisti italiani ricercare quella chiave a tutela delle garanzie costituzionali che si è scelto di difendere".
- "Sì a leggi che aiutino le donne: ora alla Camera si valuterà l'impatto di genere di ogni norma"
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