di Alex Corlazzoli*
Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2020
Vorrei intervenire anch'io sul dibattito aperto in questi giorni dal direttore Marco Travaglio sul nostro giornale, che ha il pregio di ospitare pareri diversi creando un confronto che può solo far bene alla società. Mi permetto di dire la mia avendo operato per dieci anni come volontario nei penitenziari di Cremona e di Lodi ma non solo. Nel 2009 ho visitato tutte le carceri della Lombardia e ho avuto modo di conoscere da vicino diverse realtà.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 6 dicembre 2020
Io non corro per essere il primo. Non corro come tanti per non arrivare ultimo. Io corro per lasciare dietro il rimpianto, il rimorso di non aver fatto molto per evitare tutto, di non aver avuto nessuno da ascoltare, un maestro mite da seguire, un sogno buono da realizzare. Rimpiango soprattutto gli anni buttati, portati al maceratoio dei giorni che ora mi tallonano, non mi danno respiro e mi afferrano per la maglia o i calzoncini. Gli anni, i giorni, le ore insistono per riavere un trofeo impossibile da immaginare e io più di loro.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 6 dicembre 2020
Quanti tabù ci sono ancora in materia di carcere? Tanti, basti pensare che anche in un ambiente illuminato e intellettuale come quello delle università c'è ancora chi storce il naso al solo pensiero. "Insegni in carcere? Ma chi te lo fa fare". Se l'è sentito dire anche il professor Giacomo Di Gennaro, docente di Sociologia all'università Federico II di Napoli e componente del Gruppo Terza Missione del Coordinamento nazionale dei poli penitenziari universitari.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 6 dicembre 2020
A distanza di oltre quaranta giorni dalle elezioni che hanno rinnovato la rappresentanza dei magistrati, L'Anm ha un nuovo presidente. È Giuseppe Santalucia, 56enne toga di Area, il raggruppamento della sinistra che nelle urne ha prevalso di pochi voti sulla corrente di destra, Magistratura indipendente.
Proprio la polarizzazione, esito delle prime elezioni seguite all'esplosione dello scandalo legato al nome di Luca Palamara, ha reso problematica la ricerca di un accordo per la formazione della nuova giunta. Sono servite cinque faticose riunioni del parlamentino (a metà tra presenza e teleconferenza), distanziate da settimane che avrebbero dovuto favorire l'intesa. Invece persino il confronto tra i leader delle correnti è risultato difficile, anche perché nel comitato direttivo centrale c'è adesso una nuova corrente (non si definisce così) Articolo 101, sempre pronta a imputare alle altre "biechi accordicchi.
Dal vicolo cieco l'Anm è uscita solo quando Luca Poniz, presidente uscente, ha ritirato la sua candidatura, associando però al suo destino tutti gli altri magistrati già eletti nel precedente comitato direttivo centrale. "La discontinuità e il rinnovamento nei simboli devono valere per tutti, ha detto. La rinuncia ha riguardato altre due toghe della stessa Area e tre di Magistratura indipendente, la componente che ha più insistito sulla rottura con il passato. Insistenza comprensibile, visto che il passato prossimo dell'Anm è l'ultima giunta Poniz che - a ruota dell'inchiesta Palamara - ha dovuto rivolgere la sua azione moralizzatrice contro Mi e quella parte della corrente centrista di Unicost che è confluita in Mi.
"Ancora una volta è toccato a noi fare lo sforzo maggiore per arrivare a una soluzione", commenta a cose fatte il segretario di Area, Eugenio Albamonte, "la componente era pronta a sostenere Poniz a oltranza, ma è stato lui a decidere di dare una sterzata, altrimenti di fronte all'irragionevolezza di alcuni comportamenti ci sarebbe stato un altro rinvio". Invece così i magistrati sono riusciti a darsi una gestione a quattro - Area, Mi, Unicost e la corrente orfana di Davigo, Autonomia e indipendenza, fuori solo i 101 - e un nuovo presidente che gode della stima generale. Ma in concreto a fare le spese del passo indietro di tutti gli uscenti è stata la candidatura di Silvia Albano, la più votata di Area dopo Poniz che però non è mai stata indicata dalla sua corrente per la presidenza. I passaggi seguiti al voto, infatti, hanno testimoniato una volta di più la difficile convivenza di Area e Magistratura democratica, la storica corrente di sinistra che dieci anni fa ha costituito Area (con i "verdi") ma che da tempo ne denuncia il moderatismo. Se non una scissione (Md farà il congresso, Covid permettendo, nei primi mesi del prossimo anni) questa spaccatura interna complica i prossimi passaggi, a cominciare dalla ricerca di un candidato comune di Area per le prossime, ennesime elezioni suppletive del Csm.
E così dalla nuova giunta esecutiva centrale guidata da Santalucia sono rimasti fuori oltre ad Albano proprio i magistrati di Md, Santoro e Celli, mentre Area ha ottenuto per sé tre posti: il presidente e Lilli Arbore ed Elisabetta Canevini, rispettivamente terzultima e ultima delle elette della corrente. Nel rispetto dei pesi tra le correnti e nelle correnti, invece, l'incarico di segretario della Gec è andato al primo degli eletti di Magistratura indipendente, Casciaro, mentre quello di vice presidente alla prima delle elette di Unicost, Maddalena e la guida dell'ufficio sindacale al primo degli eletti di AeI, Morgigni.
Santalucia, catanese, è stato pm antimafia ed è adesso giudice di Cassazione. Di Md, è stato candidato al Csm proprio nelle elezioni del 2010 che videro il debutto di Area. Per cinque anni, dal 2013 al 2018, è stato prima vice e poi capo dell'ufficio legislativo dell'ex ministro della giustizia Orlando. Non sfuggendo alle critiche della sua corrente in occasione del decreto Minniti-Orlando, quello che secondo Md introduceva "forme di diritto speciale per gli stranieri". Osservata speciale nella nuova giunta la componente di Autonomia e indipendenza, che soffre la concorrenza di Articolo 101 e si è probabilmente spaccata già nel voto al nuovo presidente. La giunta può restare in carica fino a nuove elezioni tra quattro anni, ma è più probabile che si andrà a una rotazione degli incarichi a metà mandato. Un rimpasto.
di Liana Miella
La Repubblica, 6 dicembre 2020
Magistrato di Cassazione, esponente della sinistra di Area, è stato il direttore dell'ufficio legislativo del ministero della Giustizia. L'uscente Luca Poniz si è fatto da parte dopo l'aut aut di Magistratura indipendente. L'Anm, dopo 50 giorni, esce dal tunnel e riesce ad eleggere un nuovo presidente. Si chiama Giuseppe Santalucia. La sua prima considerazione è questa: "I magistrati sono gli interpreti della Costituzione". E la seconda riguarda il caso Palamara: "Non dobbiamo coprire ciò che è stato, ma ricostruire il tessuto etico".
Chi è Santalucia - Ha 56 anni. È siciliano di Messina. Ha ottenuto 30 voti su 36 votanti. È una toga della sinistra di Area, da sempre iscritto a Magistratura democratica, ma convinto sostenitore della fusione in Area di tutte le toghe comunque "rosse". Per molti anni, in via Arenula, ha diretto l'ufficio legislativo con il Guardasigilli Andrea Orlando. Ma, sul campo, è stato pm a Patti e a Messina, e gip a Reggio Calabria. Ha lavorato al Csm come magistrato segretario.
E in Cassazione, nell'ufficio del Massimario, ha diretto la sezione penale. Ma di lui si ricordano soprattutto studi sul diritto processuale penale e sull'ordinamento giudiziario. Insomma, è di quelle toghe che lavorano alle leggi e agli inghippi che possono nascondere. Appena eletto ha ricevuto la telefonata del Guardasigilli Alfonso Bonafede che gli ha fatto gli auguri di buon lavoro e gli ha manifestato piena disponibilità al confronto. Appena possibile Santalucia tornerà in via Arenula per incontrarlo. E, vista la sua esperienza, sarà un osso duro nel confronto sulle leggi.
Le prime dichiarazioni del neo presidente - Appena eletto ha detto: "Sento fortemente il peso della responsabilità di assumere questa presidenza per le recenti vicende che hanno sconvolto l'ordine giudiziario e per la pandemia che incombe su tutti noi. Il programma che seguirò non è a ribasso, ma di mediazione. Per me la mediazione non ha un'eccezione negativa, ma mediazione e compromesso sono i mezzi che ci consentono di raggiungere risultati. L'Anm è un attore importante della vita politica e della vita pubblica".
E ancora: "Non siamo un soggetto politico a tutto campo, né siamo un soggetto partitico, siamo però interpreti attenti dei valori che la Costituzione assegna all'ordine giudiziario. Saremmo miopi se volessimo privare del nostro contributo il dibattito pubblico sui temi della giustizia e della giurisdizione". Ineccepibile il riferimento alla questione morale dopo il caso Palamara: "Bisogna guardare in avanti e recuperare la credibilità. Non dobbiamo coprire ciò che è stato, ma ricostruire il tessuto etico".
La futura maggioranza dell'Anm - Santalucia sarà sostenuto da una giunta in cui ci sono tutti i gruppi - Area, Magistratura indipendente, Unicost, Autonomia e indipendenza - tranne Articolo Centouno, i quattro contestatori - Andrea Reale, Giuliano Castiglia, Maria Angioni e Ida Moretti - che in queste settimane hanno inondato di mail i colleghi e sono intervenuti decine di volte durante le riunioni del "parlamentino" contestando le correnti tradizionali. Hanno chiesto di bandire la presenza dei segretari di corrente e hanno subito attaccato la presidenza di Santalucia, un collega che, ha detto Castiglia, sarebbe stato troppo tempo fuori ruolo, mentre il loro plauso era per Poniz. Tant'è che lo hanno votato. Due invece le schede bianche.
Il veto di Magistratura indipendente - La presidenza di Santalucia comincia in modo decisamente sofferto. Intanto è frutto del "sacrificio" del presidente uscente Luca Poniz, pm a Milano, che come candidato più votato con 739 consensi era l'aspirante naturale, sostenuto dai vertici di Area. La stessa Area ha spinto per lui fino all'ultimo, escludendo l'ipotesi di una donna come Silvia Albano per la presidenza. Ma Poniz ha deciso di fare un passo indietro perché di fatto la sua candidatura bloccava una nuova giunta.
Il no, netto e irrevocabile, era quello di Magistratura indipendente, la corrente di destra delle toghe, che vedeva in lui il presidente che aveva determinato la loro uscita dalla precedente giunta dopo i noti fatti del caso Palamara. Accusandoli di remare contro il rinnovamento e di non prendere le distanze, con la necessaria forza, dalle pratiche correntizie. Una Magistratura indipendente coinvolta nello scandalo con tre consiglieri del Csm presenti all'hotel Champagne per pilotare la scelta del procuratore di Roma, poi costretti alle dimissioni sia dal Csm che dal'Anm. Con loro i e con palamara e Luca Lotti del Pd anche Cosimo maria Ferri, ex potente capo di M, nonché super votato sia all'Anm che al Csm.
La rinuncia di Luca Poniz - Fino all'ultimo i vertici di Magistratura indipendente si sono opposti a Poniz e a una giunta guidata da lui. Un aut aut che avrebbe alla fine costretto l'Anm ad andare a nuove elezioni. Il segretario di Area Eugenio Albamonte sarebbe anche stato disposto ad andare avanti nel braccio di ferro e a insistere a ogni costo su Poniz presidente, fino al punto di passare all'opposizione. Ma è stato Poniz, a questo punto, a farsi da parte.
L'ex presidente ha avuto parole molto dure contro Magistratura indipendente: "Io sono innocente, spero che lo siano tutti, come disse Enzo Tortora. Ma non tollero di essere un problema per l'Anm. Gli elettori capiranno. Mi faccio da parte, ma resterò nel Comitato direttivo centrale perché questo mi hanno chiesto gli elettori. La magistratura è stanca di vedere che chi viene eletto nell'Anm ci va in vista di un'ulteriore carriera, per andare al Csm, o verso altre mete. Io invece non ho alcun bisogno di norme di incompatibilità".
Con Poniz - come lui stesso annuncia - si fanno da parte anche i colleghi di Area Silvia Albano e Giovanni Tedesco che hanno fatto parte del precedente "parlamentino". Ma Poniz chiede, al contempo, in aperta polemica con Mi, che non facciano parete di una futura giunta anche i colleghi Antonio Sangermano e Pasquale Infante, ex Unicost, oggi eletti nelle liste di Mi come Movimento per la Costituzione, e Ugo Scavuzzo, anche loro della precedente Anm.
Una donna vice presidente - Nel nuovo vertice del sindacato dei giudici entra una donna come vice presidente. È Alessandra Maddalena, giudice al tribunale di Napoli, la più votata di Unicost. Ha ottenuto 32 voti. Mentre il segretario dell'Anm sarà Salvatore Casciaro, consigliere della corte di appello di Roma, il più votato del suo gruppo e che ha avuto 28 voti. Segno evidente che questa giunta nasce sotto il cattivo auspicio delle preclusioni di Mi verso Poniz.
di Giorgio Mannino
Il Riformista, 6 dicembre 2020
Sindaco messo alla gogna da testimone incappucciato e ignoto senza alcuna prova. "Questa sera faremo vedere un documento fortissimo che riguarda l'ex sindaco di Mezzojuso, Salvatore Giardina. Che ha sempre detto di non essere mai andato al funerale di don Cola La Barbera, il capomafia del paese. L'uomo che proteggeva la latitanza di Bernardo Provenzano. Un documento che chiarirà la vicenda in modo definitivo".
Domenica scorsa, con un ingresso a effetto Massimo Giletti, durante la trasmissione Non è l'arena su La 7, ha aperto così l'ennesimo capitolo, il quattordicesimo, dedicato alla storia delle sorelle Napoli - vittime di danneggiamenti, dietro ai quali ci sarebbe la mano della mafia, alla recinzione dei loro campi con conseguenti invasioni da parte di bovini che ne hanno distrutto le colture - legato a doppio filo con lo scioglimento per mafia di Mezzojuso. L'attesa è trepidante. Il set montato è sempre lo stesso.
Da un lato Rita Dalla Chiesa, dall'altro l'ex deputata Nunzia De Girolamo, in collegamento - alle spalle di Giletti - Irene, Marianna e Gioacchina Napoli. Le tre donne figlie di Salvatore "Totò" Napoli ritenuto, secondo fonti investigative, "capo indiscusso della famiglia mafiosa di Mezzojuso" già dalla fine degli anni Cinquanta e protettore, negli ultimi anni della sua latitanza, di Bernardo Provenzano nascosto proprio da Napoli in un monastero ortodosso del paese, e iscritto nel 1971 nello schedario degli indiziati per mafia, al numero 859, dall'allora capitano della stazione dei carabinieri di Corleone Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il grande assente è proprio l'ex sindaco Giardina, accusato nel tribunale mediatico allestito da Giletti, ma non invitato alla trasmissione, in barba al contraddittorio. Il programma va avanti. Monta la suspence. Giletti, più volte, ricorda di essere in possesso, mimando con la mano la presenza di una documentazione cartacea, di un "documento fondamentale per dimostrare la presenza di Giardina al funerale di don Cola La Barbera".
Gli addetti ai lavori si aspettano la famigerata relazione, redatta dai carabinieri e citata nel provvedimento prefettizio di scioglimento per mafia, secondo la quale Giardina era presente, il 29 ottobre 2004, al funerale del boss La Barbera: "Tra i presenti - è scritto nella relazione prefettizia - anche il sindaco Giardina, all'epoca assessore, come annotato in una relazione di servizio dei CC". La presenza dell'ex sindaco a quelle esequie è stato uno degli elementi principali che hanno portato allo scioglimento per mafia del Comune. E che invece, la sezione civile del tribunale di Termini Imerese, pronunciandosi lo scorso agosto sull'incandidabilità di Giardina e di altri assessori della sua giunta, aveva definito "in questa sede non determinante, anche in considerazione dell'incertezza stessa della partecipazione".
Un cortocircuito che desta più di qualche dubbio sulle reali motivazioni che hanno portato allo scioglimento per mafia di Mezzojuso. Antonio Di Lorenzo e Filippo Liberto, legali di Giardina, hanno presentato diverse cartelle cliniche del centro di fisioterapia gestito dall'ex sindaco a Villafrati. Documenti firmati proprio dall'ex primo cittadino in un orario compreso tra le 15 e le 19 del 29 ottobre 2004, mentre si stavano svolgendo le esequie del boss. Giardina non poteva trovarsi a Mezzojuso. L'altro documento che potrebbe mettere un punto sulla vicenda sarebbe proprio la relazione dei carabinieri. La lunga attesa, però, viene delusa. Quello che doveva essere un "documento fortissimo" si riduce a una testimonianza anonima. Che Giletti presenta in pompa magna: "Forse quella carta (la relazione dei carabinieri, ndr) non servirà più dopo questa dichiarazione".
In realtà si tratta di una bolla di sapone che esplode poco dopo. Un soggetto incappucciato, di spalle, con la voce modificata, afferma di aver visto "con i suoi occhi, nel primo pomeriggio" Giardina al funerale di La Barbera. E di non potersi sbagliare perché "c'erano circa 20 persone". L'uomo si dice, inoltre, "disposto a testimoniare davanti all'autorità giudiziaria". Ma perché la magistratura dovrebbe avvalersi di questa testimonianza se la procura di Termini Imerese, come confermato dal comando dei carabinieri di Misilmeri che l'ha trasmessa, possiede già la relazione "corposa e dettagliata che accerta la presenza di Giardina" su quel funerale vietato dalla questura? Di quali ulteriori elementi avrebbe bisogno e per quali obiettivi? Nel racconto del testimone, però, incappucciato qualcosa non torna. Come confermato da più fonti a Il Riformista, alle esequie di La Barbera sarebbero state presenti più di 1.000 persone.
Un dato che trova un'ulteriore sponda con le affermazioni del collaboratore dell'ex generale dei carabinieri Nicolò Sergio Gebbia, ex assessore della giunta Giardina: "Mi disse - ricorda Gebbia - che aveva rivisto le registrazioni dell'evento, cui avevano partecipato più di mille persone. E che gli amministratori comunali coinvolti erano 5, quattro presenti all'interno del cimitero e il quinto, al vertice dell'amministrazione, che aveva reso una visita di condoglianze alla famiglia del morto. Escluse che fra i presenti ci fosse Salvatore Giardina". Dalla compagnia dei carabinieri di Misilmeri fanno sapere che "il testimone è attendibile". Della relazione, intanto, non pare esserci traccia. Abbiamo fatto richiesta al comando dei carabinieri ma l'esito è stato negativo.
Richiesta inoltrata anche alla prefettura, siamo in attesa di risposta. Gli avvocati di Giardina aspettavano di leggerla negli atti processuali, ma non è mai stata presentata: perché? A non averla è lo stesso Giletti, tra i maggiori sponsor dello scioglimento per mafia di Mezzojuso. La relazione, a detta di molti, conterrebbe il nome di Giardina tra i presenti al funerale. Perché finora non è saltata fuori? "Sono incensurato, non si è mai fatta un'indagine su di me. E sono stato crocifisso. Giletti ha buttato fango su un'intera comunità. La trasmissione è stata creata ad hoc per fare pressioni sull'udienza d'appello nella quale, a gennaio, si deciderà sulla mia riabilitazione. Quella testimonianza è un falso e temo che, a seguito delle grandi manovre che in queste ore si stanno profilando in paese, possano essere costruite altre falsità. Tuttavia sono fiducioso perché continuo a credere nella magistratura", dice l'ex sindaco. Intanto i suoi legali ventilano "l'ipotesi di un'attività querelatoria".
Corriere della Sera, 6 dicembre 2020
Durante la notte era stato visitato due volte dalla guardia medica e dal pronto soccorso, perché aveva accusato dei malori. Un uomo di 33 anni, Emanuel Scalabrin, di Albenga arrestato venerdì sera dai carabinieri nel corso di un'operazione antidroga è deceduto nel sonno alle 11 di sabato mentre era nella camera di sicurezza della compagnia di Albenga, in attesa di essere portato nel carcere di Genova. Durante la notte era stato visitato due volte dalla guardia medica e dal pronto soccorso, perché aveva accusato dei malori, legati da quanto emerso all'astinenza da droga.
Sul posto sono intervenuti la magistrata di turno, Chiara Venturi, e il medico legale. Un primo esame della salma ha escluso qualsiasi segno di violenza. È stato comunque aperto un fascicolo a carico di ignoti per omicidio colposo, come atto dovuto per effettuare l'autopsia, che dovrà stabilire le esatte cause della morte ed escludere omissioni nelle cure.
L'arresto di venerdì, era emerso in precedenza, aveva riguardato due uomini e due donne e aveva portato al sequestro nel complesso di 143 grammi di droga, tra eroina e cocaina, oltre a quello di un fucile a canne mozze funzionante, rinvenuti tra la casa ad Albenga dell'uomo e della sua convivente di 37 anni, anch'essa arrestata, e un'altra abitazione nella loro disponibilità a Ceriale. Nel corso del blitz l'uomo aveva cercato di scappare tentando di colpire i militari con calci e pugni ma era stato subito bloccato.
Noemi Durini, uccisa a 16 anni. La lettera della madre: "Ha sepolto viva mia figlia, resti in cella"
di Immacolata Rizzo
Corriere della Sera, 6 dicembre 2020
L'assassino, il fidanzato Lucio Marzo, reo confesso e detenuto da tre anni, ha chiesto di lavorare fuori dal carcere. La madre della vittima: "Il suo killer mai pentito, sbagliato dargli un lavoro fuori".
L'assassino di mia figlia Noemi, Lucio Marzo, "vuole tornare a dare una mano anche fuori dalle celle per respirare aria di libertà. Omicida reo confesso di Noemi e detenuto da tre anni: Lucio Marzo chiede di poter lavorare fuori dal carcere". Questo il titolo del giornale che ha pubblicato la notizia.
Io da madre, leggendo queste notizie, ricevo l'ennesima pugnalata. Mi chiedo come sia possibile che dopo soli 3 anni dalla morte di mia figlia Noemi, si possa pensare e volere "evadere" da una pena, già ridotta di un terzo, che si è appena iniziato a scontare. Me l'ha portata via picchiandola, prendendola a sassate, e accoltellandola in testa. È stata tanta la crudeltà e la ferocia con la quale si è scagliato su di lei che durante l'esame autoptico le hanno trovato la punta del coltello nel cranio. E questa non è stata neppure la fine, non era sufficiente.
Evidentemente, la sofferenza di mia figlia per lui in quel momento non contava. Così l'ha seppellita viva, sotto un cumulo di pietre. Sì, mia figlia quando fu sepolta, era ancora viva, respirava. A dimostrarlo, fu l'autopsia. Dopo abbandonò Noemi lì, in una campagna isolata, in fin di vita, ferita, sola, sotto dei massi gelidi e pesanti, che le hanno causato la morte da "asfissia per compressione toracica". Lui solo dopo dieci giorni, infiniti, sentendosi col fiato sul collo, decise di confessare.
L'autopsia durò più di 12 giorni e solo dopo potei finalmente andare a prendere mia figlia per riportarla a casa, non viva come avevo sperato e immaginato, ma all'interno di una bara bianca. Non ebbi nemmeno la possibilità di salutarla per l'ultima volta. È stata per dieci giorni sotto un cumulo di pietre, abbandonata e nascosta in modo tale da non essere né vista né ritrovata. Leggere i risultati di quell'esame autoptico è stato devastante. Apprendere del ritrovamento di mia figlia è stato straziante, un dolore immenso che non auguro mai a nessuno di provare. Quel giorno, insieme a mia figlia, sono morta anch'io. Noemi aveva 16 anni quando le è stato tolto il sorriso, aveva una vita davanti piena di sogni e progetti. Voleva danzare, studiare e fare la psicologa. Voleva aiutare i bambini in difficoltà, facendo sostegno nelle scuole. Voleva visitare tanti luoghi, vedere le montagne, il mare, la natura, le città. Voleva sposarsi, avere dei figli, indossare l'abito bianco e trasferirsi in un'altra città, dalla sorella, una volta finite le superiori. Una vita che lui ha spezzato e distrutto, insieme a quella della mia famiglia e mia, come madre. Senza neanche mai chiedere perdono.
Trovo impensabile, da madre, che colui che ha tolto la vita a mia figlia in un modo barbaro e crudele possa avere diritto alla libertà, tramite permessi premio o ulteriori benefici. Voglio ricordare che ai tempi il ragazzo aveva 17 anni ma appena due mesi dopo il crimine ne ha compiuti 18, ha raggiunto la maggiore età, ed è proprio questo che deve farci riflettere sull'ulteriore gravità dell'atto.
Era già grande eppure è stato giudicato come fosse un adolescente, un 14enne, con il procedimento minorile, dal Tribunale per i minorenni, ed è difficile da accettare se il crimine commesso è un omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi. Da madre non posso accettare, che questa persona possa essere libera anche solo per pochi istanti. Non voglio nemmeno credere che i giudici possano accettare una cosa del genere.
Si tratta di una persona pericolosa socialmente e non è questo il messaggio che l'ordinamento giuridico deve far passare. Non voglio mettere in discussione il concetto del reinserimento sociale o del recupero di un detenuto, ma qui si parla di un assassino che ha agito con crudeltà e lucidità dal primo momento fino all'ultimo, creandosi alibi, distruggendo prove, pulendo l'auto, eliminando ogni traccia e cambiando versione attraverso strategie subdole per liberarsi da ogni responsabilità. In tre anni, non ha mai mostrato nessun segno di pentimento, di presa di coscienza del gesto, di sconforto o richiesta di perdono. Mai. Addirittura, in un'udienza, il giudice gli chiese se volesse scusarsi con noi, e lui rispose freddamente e svogliatamente con un grugnito di disapprovazione.
Io ora mi rivolgo alle istituzioni, al carcere dove è detenuto. Io credo nella giustizia e nelle persone che portano avanti questi ideali, e voglio credere che anche in questo caso vengano fatte le giuste e accurate valutazioni, per far sì che un soggetto del genere sconti la sua pena all'interno della struttura detentiva e non al di fuori di essa. Cosa vogliamo fare? Vogliamo altre Noemi uccise? L'assassino di mia figlia è stato condannato a soli 18 anni e 8 mesi, nulla in confronto alla vita stroncata di Noemi. Spero che vengano scontati fino all'ultimo minuto all'interno di una struttura detentiva. Se vuole lavorare, lo faccia nella sua cella o tra le mura del carcere. Spero che questa lettera porti molte persone a riflettere, perché ora l'unica cosa che mi resta è dare giustizia a mia figlia e tutelarla con ogni strumento possibile.
Il Centro, 6 dicembre 2020
È ancora emergenza nel carcere di Sulmona con i contagi che si allargano e una situazione che si fa sempre più preoccupante. Si allarga il contagio nel carcere sulmonese. Mentre prosegue l'operazione di screening per scoprire altri possibili focolai e contenere la diffusione del virus. Ieri sono stati svolti 70 tamponi molecolari ad altrettanti detenuti dopo il test rapido eseguito nei giorni scorsi. E questo per avere dati più certi e inconfutabili. Nella giornata di lunedì si arriverà probabilmente alla piena stabilizzazione del quadro epidemiologico, con i medici e i responsabili della struttura carceraria che potranno intervenire con provvedimenti mirati per arrestare il contagio.
Intanto, ieri sono arrivati gli esiti dei tamponi svolti nei giorni scorsi. All'elenco dei positivi si sono aggiunti altri cinque detenuti. In tutto sono sei i reclusi che hanno avuto conseguenze serie dopo essere stati contagiati tanto da dover far ricorso alle cure ospedaliere. Quattro di loro si trovano ancora nell'ospedale di Sulmona, altri due invece, sono stati trasferiti; il primo al San Salvatore dell'Aquila e l'altro nell'ospedale Covid di Pescara.
Dopo giorni in cui i detenuti, quasi tutti di alta sorveglianza, hanno dovuto attendere in uno spazio angusto dell'ex pronto soccorso dell'ospedale di Sulmona per trovare un posto libero, gli ospedali Covid della regione cominciano a dare il primo supporto ma a detta della Uil si scontano alcune carenze, soprattutto nel San Salvatore, per quanto riguarda la formazione nel trattamento dei detenuti Covid. Il focolaio che conta al momento 78 positivi tra detenuti e agenti resta quindi molto preoccupante.
di Gianluca Prestia
Gazzetta del Sud, 6 dicembre 2020
Nel pomeriggio di ieri è morto presso l'ospedale di Terni, Giovanni Battista Bartalotta, 62 anni, di Stefanaconi, condannato nell'operazione "Gringia-dietro le Quinte" a 8 anni e 4 mesi. Operazione avente ad oggetto la faida tra i Patania, del quale era ritenuto componente, e i piscopisani, avvenuta a cavallo tra l'autunno del 2011 e l'estate del 2012.
L'uomo, dopo un periodo ai domiciliari era stato nuovamente arrestato una volta divenuta definitiva la sentenza per un residuo di pena. Ristretto a Terni, per come fa sapere il proprio legale, l'avvocato Francesco Sabatino, aveva "più volte chiesto invano gli arresti domiciliari per motivi di salute ma le sue condizioni si sono aggravate negli ultimi giorni con il suo ricovero in ospedale dopo avere contratto il Covid-19 in carcere". Avuta la notizia del decesso i familiari (assistiti sempre da Sabatino) hanno immediatamente presentato un esposto alla procura di Terni che ha disposto per Bartalotta l'esame autoptico al fine di accertare le cause ed eventuali responsabilità del decesso.
- Bergamo. Covid in carcere: appello per diminuire il sovraffollamento
- Busto Arsizio. Coronavirus, altri 24 positivi dietro le sbarre
- La pandemia dei numeri
- Livorno. Un presepe dentro il carcere, appello dell'Arci per i detenuti
- Gorgona (Li). La storia di Beatrice: "Io contadina, insegno ai detenuti l'arte dell'olio"











