frosinonetoday.it, 10 marzo 2021
"Attraverso la cultura e l'arte quali strumenti di integrazione, questo progetto aiuta i detenuti a recuperare le loro abilità, a sviluppare nuove competenze e a sentirsi parte utile e attiva sia della realtà in cui sono inseriti che della società".
Lunedì 8 marzo, presso la Casa di Reclusione di Paliano, il Sindaco Domenico Alfieri e il Vicesindaco e Assessore alla Cultura Valentina Adiutori, su invito del direttore, dott.ssa Anna Angeletti, hanno partecipato all'evento finale del percorso-progetto "Ri-Costituzione" seguito dai detenuti. Presenti il provveditore regionale dott. Carmelo Cantone e il Garante Regionale dott. Stefano Anastasìa.
Il progetto ha portato alla presentazione di un video multimediale sui 12 principi fondamentali della Costituzione Italiana spiegati dagli stessi detenuti e corredata dalla realizzazione di altrettante targhe artigianali in ceramica.
"Il progetto - ha dichiarato il Sindaco Alfieri - è stato sicuramente un mezzo per impegnare il presente di queste persone e, approfondendo i 12 principi fondamentali della nostra Costituzione, un monito e un argomento di riflessione per il loro futuro. Complimenti a tutti i partecipanti per il lavoro svolto, agli operatori che hanno collaborato e alla dott.ssa Angelini che ha fortemente voluto questo importante lavoro di promozione e conoscenza dei valori sulla legalità".
"Attraverso la cultura e l'arte quali strumenti di integrazione, questo progetto aiuta i detenuti a recuperare le loro abilità, a sviluppare nuove competenze e a sentirsi parte utile e attiva sia della realtà in cui sono inseriti che della società. Encomiabile anche la scelta di presentare il progetto nella giornata dell'8 marzo, a ricordo delle tante donne che sono state importanti per la Costituzione italiana, si sono battute perché i principi normativi difendessero la parità tra uomini e donne, hanno favorito la nascita di leggi fondamentali per la famiglia e la società". Questo il commento del Vicesindaco Adiutori.
Il Tirreno, 10 marzo 2021
Vaccinazioni anti-Covid per detenuti e personale che lavora in carcere. Lo chiedono a gran voce il regista della Compagnia della Fortezza Armando Punzo e la parlamentare del Pd ed ex sindaca di Calcinaia Lucia Ciampi. "I detenuti non sono più andati in permesso per quasi un anno - spiega Punzo -. I pochissimi che hanno la famiglia in Toscana, al loro rientro, stanno più di due settimane in quarantena, vengono sottoposti a tampone, isolati e chiusi nella propria stanza.
Non fanno più colloqui con i familiari da un anno. È evidente che il virus è venuto da fuori, lo hanno portato gli operatori che tutti i giorni entrano per lavorare. Bisognerebbe interrogarsi sul perché, in una situazione chiusa e potenzialmente esplosiva come il carcere, non siano stati subito tutti vaccinati, a partire dagli operatori. E questo non solo a Volterra. Ma queste sono scelte nazionali e non locali e molti avrebbero gridato allo scandalo".
Il regista aggiunge che "gli insegnanti sono gli stessi delle scuole esterne, è evidente che c'è un rischio enorme, essendo partito un focolaio in ascesa che potrebbe, se non arginato, espandersi a macchia d'olio. Cerchiamo di non peggiorare la nostra condizione, già messa a dura prova, con rabbia e conflitti inutili".
Secondo Ciampi, "la vaccinazione di detenuti e personale delle carceri va accelerata. Il caso di Volterra è emblematico e rischia di creare una situazione incontrollabile. È necessario che le autorità cittadine, in particolare il sindaco Giacomo Santi e l'Asl competente, vengano immediatamente supportate dalla Regione, e dallo Stato per cercare di circoscrivere il contagio e intervenire tempestivamente con azioni efficaci di tracciamento e prevenzione. Mi attiverò subito in questa direzione".
di Luca Preziusi
Il Mattino di Padova, 10 marzo 2021
Interrogazione del deputato dem Pellicani: "Intervengano governo e Procura". L'ex vicesindaco Lorenzoni: "Un'azione premeditata, va fatta chiarezza". Il caso Matteo Messina Denaro finisce sulla scrivania dei ministri della Giustizia e degli Interno, dopo il voto segreto attribuito al boss mafioso durante l'ultima seduta del consiglio comunale chiamato a eleggere il garante dei detenuti. E il movimento Padova Bene Comune sfida i 32 consiglieri comunali: "Si sottopongano volontariamente a perizia calligrafica. Nascondersi ora è da vigliacchi".
A portare il caso in Parlamento è stato il deputato dem Nicola Pellicani, componente della commissione antimafia, che in un'interrogazione parlamentare rivolta ai ministri Marta Cartabia e Luciana Lamorgese, chiede di fare chiarezza sul caso: "Quanto accaduto è una forma intollerabile di esaltazione della mafia, in una regione come il Veneto dove le inchieste di questi ultimi due anni hanno dimostra un forte radicamento della criminalità organizzata.
Quali iniziative intendono assumere i ministri per avviare ogni accertamento necessario, procedendo una volta identificato alla rimozione dal consigliere comunale responsabile del gesto?", chiede Pellicani. Un brutto episodio accaduto mercoledì scorso, quando durante la seduta del consiglio convocata per votare segretamente il garante dei detenuti per il Due Palazzi, un consigliere tuttora "ignoto" ha scritto sulla scheda il nome di Matteo Messina Denaro (ricercato dal 1993), anziché quello di uno dei 7 candidati a ricoprire l'incarico.
Quasi tutti i consiglieri nei giorni successivi hanno condannato il gesto, chiedendo in alcuni casi l'intervento della Procura. Il sindaco Sergio Giordani aveva invitato il colpevole a farsi avanti e dimettersi, prima di essere costretto a rivolgersi al tribunale. Ieri poi è intervenuto anche l'ex sindaco Arturo Lorenzoni, oggi portavoce dell'opposizione in consiglio regionale: "Un fatto gravissimo avvenuto nel luogo sacro della democrazia. Non si tratta di una bravata, commessa nella certezza di essere all'oscuro, ma di un'azione che potrebbe addirittura essere stata premeditata".
"Padova è una città antimafia. Quanto avvenuto è un fatto su cui esprimiamo una netta condanna", aggiunge invece il segretario generale della Cgil, Aldo Marturano. Davanti a un esposto in Procura si apre l'ipotesi della richiesta di una perizia calligrafica, ma non è affatto scontata la concessione. Alla luce di questa possibilità, i due esponenti di Padova Bene Comune Antonino Pipitone e Rosa De Pietra, hanno inviato una nota ai capigruppo per chiedere che tutti i consiglieri si sottopongano volontariamente alla perizia calligrafica: "Riteniamo sia da vigliacchi nascondersi dietro il voto segreto, e che la trasparenza sia dovere di ogni consigliere eletto democraticamente" sostengono i due. Per il consigliere responsabile della "malefatta" si potrebbe prefigurare l'accusa di vilipendio delle istituzioni.
"Chiunque abbia votato un mafioso mina alla credibilità dell'istituzione stessa, svilendola in maniera inaccettabile - sottolinea il capogruppo della lista Giordani Carlo Pasqualetto - chi rappresenta le istituzioni ha il dovere di essere serio, per questo ritengo senza alcun dubbio che sia necessario capire chi si è macchiato di un gesto così grave e chiedere subito le sue dimissioni. Padova non merita un consigliere comunale del genere. Tutta la città è stata svergognata dalla sua stoltezza".
di Elena Marisol
Il Domani, 10 marzo 2021
Con 400 voti a favore, 248 contro e 45 astensioni il parlamento europeo ha revocato l'immunità parlamentare a Carles Puigdemont e, con numeri analoghi, a Toni Comín e Clara Ponsatí, come richiesto dalla giustizia spagnola per riattivare la procedura di estradizione nei confronti dei tre dirigenti indipendentisti, sospesa nel momento della loro elezione all'europarlamento nelle elezioni del 2019. Il 58 per cento di sì sul totale dei voti espressi, una percentuale inferiore a quanto previsto. Ma il voto segreto, emesso elettronicamente nel tardo pomeriggio dell'8 marzo, ha aperto una breccia di almeno una cinquantina di voti nei diversi gruppi favorevoli: il fronte contrario alla revoca dell'immunità è cresciuto fino al 42 per cento.
Si conclude così la procedura iniziata un anno fa nel parlamento europeo: con la raccomandazione agli eurodeputati di accedere alla richiesta del Tribunal supremo spagnolo, togliendo l'immunità ai tre parlamentari catalani, in esilio dalla fine dell'ottobre 2017, dopo la dichiarazione unilaterale d'indipendenza.
La perdita dell'immunità per Puigdemont, Comín e Ponsatí non fa venir meno la loro condizione di europarlamentari, perché con la riattivazione della richiesta di estradizione saranno la giustizia belga e quella scozzese (Ponsatì è residente in Scozia) a decidere sul loro futuro. E i tre leader indipendentisti possono contare su un precedente a loro favore: quello stabilito dalla giustizia belga che ha negato l'estradizione dell'ex consigliere in esilio Lluís Puig per non considerare il Tribunal supremo competente nella causa. La questione del giudice competente per legge, unitamente alla denuncia di essere oggetto di persecuzione politica, sono stati infatti gli elementi su cui si è fondata la difesa dei tre eurodeputati. Ma la situazione che si è determinata nel caso della giustizia belga può non valere in un altro paese europeo, limitando quindi la loro libertà di movimento in Europa.
La seconda via che si apre è quella del ricorso presso il Tribunale generale di giustizia della Ue per le irregolarità già denunciate nel corso del procedimento dai tre deputati e che Puigdemont ha confermato di volere intraprendere. Immediate le reazioni della politica, a cominciare dal governo spagnolo che pure è diviso al suo interno tra i socialisti che hanno votato a favore della revoca dell'immunità e Unidas Podemos che ha votato per il suo mantenimento. Poco dopo le 12 è il diretto interessato a pronunciarsi da Bruxelles sul voto che gli toglie l'immunità. Dopo avere sottolineato il sostegno maggiore del previsto ottenuto in suo favore, Puigdemont afferma che "è un giorno triste per il parlamento europeo. Noi abbiamo perso la nostra immunità. Ma il parlamento europeo ha perso molto di più e come conseguenza ha perso la democrazia europea". E in tarda mattinata arriva anche un'altra notizia, attesa da giorni in Catalogna: il Tribunal supremo ha revocato il terzo grado penitenziario, corrispondente alla semilibertà, ai leader indipendentisti in carcere.
Torneranno in prigione, in attesa di un qualche provvedimento che restituisca loro la libertà. Negli ultimi giorni la procura ha anche chiesto l'incriminazione dell'ex presidente del parlamento catalano Roger Torrent per disobbedienza, per avere permesso il voto in aula su mozioni contrarie alla monarchia. E tutto questo succede nel pieno delle trattative per il nuovo governo catalano dopo le elezioni dello scorso 14 febbraio, con la probabile riedizione di una coalizione indipendentista a guida repubblicana. Venerdì prossimo si insedia a Barcellona il nuovo parlamento eletto.
di Daniele Manca
Corriere della Sera, 10 marzo 2021
Bene l'accelerazione sul piano vaccini. Ma il probabile rinvio del Decreto Sostegni si tramuterà in ritardi per quegli aiuti a famiglie e aziende già alle prese con un drammatico riacutizzarsi della pandemia. Singolare la richiesta di agire rapidamente da parte delle forze politiche della maggioranza, pronte poi a dividersi un minuto dopo sulle misure da prendere. Forse non si ha contezza del fatto che un decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale alla fine della settimana prossima significherà far arrivare gli aiuti anche a maggio. Settimane e mesi che per molte imprese significherebbe soccombere, per le famiglie in difficoltà un'ulteriore punizione e nuove sofferenze.
Il governo ha il dovere di ascoltare i partiti che lo sostengono. Ma anche quello di decidere. Tanto più che si sta parlando di un provvedimento che ha le dimensioni di una Legge Finanziaria. È previsto che si tratti di una Manovra tra i 35 e i 40 miliardi. Una cifra molto rilevante. Adeguata a un Paese che si prepara a chiusure ancora più stringenti. Bene, come sembra, aver esteso all'intero 2020, invece che ai soli primi due mesi, il confronto sulla caduta di ricavi per definire gli aiuti alle imprese. Come pure concentrare in un decreto, e non in più provvedimenti, gli stanziamenti. Si attendono le misure che aiutino le famiglie con figli in età scolastica grazie a congedi parentali e supporto alle spese per baby sitter.
In ogni caso un livello di interventi così elevato in termini di investimenti, giustifica anche l'attesa di prime indicazioni sulla strada che si vuole percorrere per fare sì che si mettano le basi per il futuro del Paese. Come giustamente sottolineato dal presidente del Consiglio nel suo discorso alle Camere, "non esiste un prima e un dopo". Soprattutto in una situazione di emergenza.
Pietro Nenni coniò nel 1962 la celebre espressione "entrare nella stanza dei bottoni", pur sapendo che il mondo non era così semplice. Che non bastava andare al governo per cambiare tutto. Che quei bottoni, come gli fu ricordato da un altro socialista, Lelio Basso, di fatto non esistevano.
Ma è anche da piccole scelte e segnali che si possono indicare strade al Paese. Decidere che il cashback non è la strada migliore per aiutare gli italiani, è un'indicazione concreta. E che quei soldi possono essere usati per aiutare chi si è trovato senza casa, senza lavoro e magari ha solo un'automobile dove vivere. E non ci si dica che si batte l'evasione con una tassa (sul contante) o con i regali (a chi usa la carta di credito).
Bisognerà poi affrontare il tema scomodo della cassa integrazione. Dovrà continuare a essere gratuita per tutte le imprese? O andrà introdotta una seppur minima contribuzione per evitare gli abusi di quanti la stanno usando per problemi che con il Covid non hanno nulla a che fare? Il blocco dei licenziamenti sarà prorogato. Ma lo sarà per tutti i settori? O si inizieranno a introdurre delle distinzioni? E si comincerà a far capire che vanno difesi i lavoratori in carne e ossa con adeguati strumenti di welfare state, e non posti di lavoro destinati all'estinzione?
La capacità di aiutare i molti che si sono trovati in difficoltà tentando, per quanto possibile, di combinare il supporto al fatto che esso rappresenti anche la possibilità di ripartire, è essenziale. Superare cioè la logica dei bonus evitando di voler affidare tutte le speranze di ripresa al catartico Recovery plan.Ieri il ministro dell'Economia, Daniele Franco ha fatto un'operazione verità rammentando che le risorse dall'Europa arriveranno a fine estate. E che già prima del Covid il nostro Paese aveva bisogno di essere riavviato. È innegabile che improvvide misure e cattiva gestione in alcuni passaggi di questa crisi abbiano reso più pessimisti i cittadini.
Si pensi solo a quell'agenzia fantasma che è l'Anpal che si dovrebbe occupare di politiche attive del lavoro, quanto mai necessarie in momenti di crisi come questi e che invece risulta non pervenuta. O ancora quegli intoppi sui pagamenti della cassa integrazione dovuti all'intreccio perverso tra Inps e Regioni. È come se l'emergenza avesse evidenziato con maggiore forza le migliaia di piccole quanto insopportabili manchevolezze dello Stato nei confronti dei cittadini. Fare sì che famiglie e imprese sentano, senza ritardi, la vicinanza della collettività è decisivo. Ancor più che sia chiaro l'obiettivo: aiuti per superare il momento e per rialzarsi.
di Nicoletta Tempera
Il Resto del Carlino, 10 marzo 2021
Notificato il fine indagine, si attende l'udienza preliminare per i detenuti che accesero i disordini. Archiviato il fascicolo sul ventinovenne morto. Al piano terra del padiglione giudiziario della Dozza, i lavori sono ancora in corso. "I danni sono stati quasi tutti sistemati, manca soltanto di provvedere all'automatizzazione dei cancelli", spiega chi lavora all'interno della casa circondariale. È passato un anno esatto da quando la rivolta di un centinaio di detenuti, degli allora 891 che allora il carcere di via del Gomito ospitava, è sfociata in due giorni di devastazione e follia.
Era l'alba della pandemia italiana: per contenere l'avanzata dei contagi, alla Rocco d'Amato come negli altri istituti della penisola erano state annullate le visite in parlatorio. La rabbia tra la popolazione penitenziaria aveva cominciato a montare un po' ovunque. A Modena la miccia era stata accesa e in breve la situazione era degenerata.
Come un'onda, il giorno dopo la marea si è alzata a Bologna. La rivolta era partita dalla sezione più problematica: il secondo piano giudiziario. I disordini erano durati due giorni. Alla fine, si contavano un milione e mezzo di danni, ventidue feriti (venti detenuti e due agenti) e anche un morto, un ragazzo tunisino di 29 anni, Kedri Haitem, stroncato da un'overdose da farmaci, rubati negli ambulatori al piano, saccheggiati durante quel caos. All'esito dell'autopsia e dell'esame tossicologico, a luglio scorso, la Procura, con la pm Manuela Cavallo, aveva chiesto l'archiviazione del fascicolo relativo al decesso, accolta dal gip.
Un fascicolo distinto era invece stato aperto sulla rivolta, coordinato dalla pm Elena Caruso, con le indagini affidate a Penitenziaria e Squadra mobile: a novembre scorso, è stato notificato il fine indagine, atto che di prassi precede il rinvio a giudizio, a 49 detenuti. Tutti accusati, a vario titolo, di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, incendio e devastazione; due rispondono anche di tentata evasione. Otto di loro, secondo la Procura, avrebbero istigato i compagni alla rivolta. Per arrivare all'identificazione del corposo gruppo, gli inquirenti si erano avvalsi dei filmati della Digos, che aveva ripreso i rivoltosi sul tetto della Dozza; e pure dei video postati su Youtube girati dagli stessi detenuti. Tra i 49 indagati, compaiono anche David Santagata, pilastrino, fratello dei più noti William e Peter, e Sonic Halilovic, in carcere per l'omicidio del meccanico Quinto Orsi, avvenuto durante un tentativo di rapina.
A oggi, esclusi i due citati, la maggior parte dei detenuti indagati per i fatti del 9 e 10 marzo 2020 sono stati trasferiti. Alcuni immediatamente dopo la rivolta. E il processo non si è aperto: non è stata ancora fissata l'udienza preliminare, mentre i procedimenti disciplinari per i detenuti sono pendenti. Dopo i disordini, l'anno del Covid alla Rocco d'Amato è filato via abbastanza liscio, tra tentativi di contenimento del virus e lavori in corso.
"La popolazione penitenziaria - spiega il garante dei detenuti Antonio Iannello - escluso un gruppo limitato che è poi quello individuato nel corso delle indagini, si era opposta ai disordini, tentando anche di fermare i compagni facinorosi, autori delle devastazioni. Oggi la situazione alla Dozza è sotto controllo, anche dal punto di vista dell'epidemia. Dopo il focolaio di dicembre, che ha causato molta apprensione, si contano solo due casi, subito isolati".
Fuori dai cancelli della Rocco d'Amato c'è però chi tenta di rintuzzare i focolai di rivolta. Lo scorso 21 febbraio, un gruppo di anarchici si è ritrovato in via del Gomito, per una manifestazione in solidarietà con i detenuti in vista dell'anniversario della rivolta, con manifestazioni organizzate a livello nazionale nel corso della settimana appena trascorsa. Una manciata di giorni prima, gli stessi anarchici si erano ritrovati, in protesta, fuori dalla sede dell'amministrazione penitenziaria in viale Vicini.
di Caterina Castaldi
La Repubblica, 10 marzo 2021
Ormai è piena catastrofe umanitaria. La lotta per il potere tra TPLF tigrino e governo federale vede coinvolta anche l'Eritrea; nella regione si susseguono eccidi e stupri. L'indagine di Amnesty International. Migliaia di morti, decine di migliaia di profughi, quattro milioni e mezzo di persone che hanno bisogno di acqua, cibo, medicine. È il bilancio di quattro mesi di combattimenti tra forze armate etiopiche e partito al potere nel Tigray, che rischiano di destabilizzare l'intero Corno d'Africa e che hanno già coinvolto l'Eritrea (implicata nel conflitto con i suoi uomini) e il Sudan (paese verso il quale fuggono i rifugiati).
Uccisioni di massa, linciaggi, stupri, sequestri. Cina e Russia, membri permanenti del consiglio di sicurezza dell'ONU, hanno bloccato il 6 marzo scorso - esercitando il loro diritto di veto - l'adozione di una dichiarazione del Consiglio di sicurezza che chiedeva la fine delle violenze nel Tigray. La bozza, dopo due giorni di negoziati, è stata fatta decadere; Mosca e Pechino ritengono che si tratti di una "questione interna" dell'Etiopia, e ha votato come loro anche l'India. Michelle Bachelet, responsabile ONU per i diritti umani, ha esortato il governo di Addis Abeba a consentire una inchiesta indipendente, dopo la verifica di gravi violazioni dei diritti umani (uccisioni di massa, linciaggi, stupri, sequestri) ad Axum e nel Dengelat, nel Tigray centrale, ad opera delle forze armate eritree, sconfinate nella regione, responsabili secondo la Bachelet di crimini di guerra.
Governo e opposizione del Tigray si accusano a vicenda. Il primo ministro Abiy Ahmed - Premio Nobel per la pace nel 2019 - aveva scatenato l'offensiva in novembre, accusando il Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf) di aver attaccato una base militare per impadronirsi di armamenti e artiglieria e promettendo una guerra lampo; il leader del fronte ed ex presidente della regione del Tigray, Debretsion Gebremichael, aveva subito dichiarato che il suo partito era pronto a "estendere la resistenza", ventilando la minaccia di una guerra senza quartiere. Secondo Gebremichael l'attacco dei militari costituiva una punizione contro il Parlamento del Tigray, reo di aver organizzato elezioni (vinte a stragrande maggioranza dal Tplf) sfidando la decisione del consiglio elettorale centrale di rinviare tutte le consultazioni.
Le misure restrittive del governo di Addis. Per Abiy il voto tigrino è "illegale"; e di pari passo con le critiche al suo operato si sono moltiplicati gli arresti di dissidenti e giornalisti e la chiusura di internet, tutte tecniche da vecchio regime. Jawar Mohammed, principale sfidante del premier, come lui appartenente all'etnia oromo, esule negli Stati Uniti e rientrato nel 2018, laureato all'università di Stanford, si trova al momento in carcere con l'accusa di terrorismo e tradimento, e pratica lo sciopero della fame. Amnesty International ha sollecitato un'indagine internazionale guidata dalle Nazioni Unite e il pieno accesso al Tigray per attivisti per i diritti umani, giornalisti e operatori umanitari.
La complicata geografia etnica dell'Etiopia. I rapporti fra governo federale e governo del Tigray erano tesi fin dall'elezione di Abiy, che aveva posto fine a tre decenni di dominio del Tplf; il premier, gradito all'Occidente, si diceva pronto a riunificare il Paese rafforzando i poteri dell'autorità centrale, ma il Tigray si è subito opposto, e altrettanto hanno fatto alcune delle diverse etnie che compongono l'Etiopia (il secondo più popoloso stato africano, con i suoi 110 milioni di abitanti e le sue 80 etnie). Abiy è il primo capo di governo nella storia etiope appartenente all'etnia Oromo (i gruppi etnici maggioritari sono gli Oromo, gli Amhara, i Somali e i Tigrini).
Le aperture e le promesse che segnano il passo. Il suo Partito della prosperità ha aperto all'allargamento del processo decisionale a diversi gruppi etnici che prima ne erano esclusi, ma ha sbarrato il passo al Tplf. Nuove elezioni nazionali sono in programma per il 5 giugno, ma sarà difficile che possano aver luogo, vista la grave situazione di tensione, aggravata dalla pandemia; il premier aveva promesso un ambizioso piano di riforme economiche , tra cui la Costituzione della prima borsa valori etiopica e la privatizzazione del settore delle telecomunicazioni, ma le riforme segnano il passo mentre il gigantesco debito del paese si aggrava, e anche esponenti della sua stessa etnia cominciano a dubitare dell'efficacia del suo operato.
Il coinvolgimento dell'Eritrea. Il governo minimizza la portata degli scontri e l'entità delle vittime, e parla di una semplice operazione di law enforcement, di ordine pubblico, dopo la conquista di Macallè, capoluogo del Tigray, il 28 novembre, ha dichiarato "completate e concluse le operazioni militari": ma gli uomini del Tplf si sono dati alla macchia rifugiandosi sulle montagne e nelle zone rurali e sporadici combattimenti si segnalano tuttora.
I dubbi di chi assegnò il Nobel ad Abiy. Alle forze governative etiopi si sono affiancati militari eritrei, accusati di essere quelli che hanno perpetrato i peggiori abusi. Eritrea ed Etiopia erano diventate nazioni separate negli anni novanta, dopo una guerra di indipendenza durata tre decenni, e sono nuovamente entrate in conflitto tra il '98 e il 2000; ma dall'ascesa di Abiy le relazioni si sono fatte più amichevoli, e proprio per il suo impegno nel ricercare e trovare un nuovo clima di distensione con l'Eritrea, il premier era stato insignito del Nobel per la pace. La situazione ora è talmente esplosiva che persino il Comitato di Oslo ha inviato un inusitato, sebbene circospetto, monito al primo ministro: "Il Comitato norvegese per il Nobel segue attentamente la situazione in Etiopia, ed è profondamente preoccupato". Dagmawi Yimer, regista e documentarista etiope, ha detto a Nigrizia che la speranza è che con Abiy Ahmed "crescano ed emergano figure che rappresentino una stagione nuova per il Paese".
"Crimini contro l'umanità" perpetrati da tutti. Secondo le informazioni raccolte da Nigrizia, rivista dei missionari comboniani, crimini contro l'umanità sono stati perpetrati "da più attori del conflitto", sia dalle forze armate etiopiche, che dal Tplf e dai militari eritrei, oltre che dalle milizie a loro associate. Il quotidiano Avvenire ha raccolto una drammatica testimonianza degli stupri perpetrati dagli eritrei: è quella di Sennait, "contadina e madre sequestrata in strada e violentata per giorni a Kerseber, un villaggio dove sorge un ponte costruito dagli italiani quasi novanta anni fa sulla strada per Asmara. "Sapevo che gli eritrei avevano passato il confine e occupato l'area da Zalambesa a Kerseber. Ma dovevo procurarmi il cibo per i miei figli di 6 e 11 anni. Mio marito è emigrato in Arabia Saudita tre anni fa. Hanno rapito me e altre otto donne, alcune giovanissime. Mi hanno violentata notte e giorno in quindici. Mi picchiavano e torturavano, quando chiedevo perché ci odiassero tanto dicevano che ora comandavano loro nel Tigray".
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 10 marzo 2021
Lula è pulito. Immacolato come un foglio di carta bianca. Il giudice del Tribunale supremo federale Edson Fachin ha invalidato tutte le condanne penali a carico dell'ex presidente Lula da Silva, ripristinando i suoi diritti politici e rendendo di nuovo possibile la sua corsa contro Jair Bolsonaro alle presidenziali 2022.
Il motivo è di procedura: il giudice Fachin si è limitato a segnalare che la corte federale della città di Curitiba, nel sud del Paese, che condannò Lula per corruzione, non aveva competenza territoriale per perseguire l'ex presidente. Deltan Dallagnol, a capo della task force di "Lava Jato", l'inchiesta su Petrobras, la potente compagnia petrolifera, che ha travolto la politica brasiliana, e che tanto sembrò somigliare alla "nostra" Mani Pulite, ha commentato che la sentenza potrebbe chiudere l'intero caso contro l'ex presidente perché ormai prescritto. Per quelle condanne, Lula ha trascorso 580 giorni in carcere.
L'inchiesta Petrobras comincia nel marzo del 2014, e coinvolge i dirigenti della compagnia petrolifera di stato Petrobras e le principali aziende brasiliane per le costruzioni e i lavori pubblici (Btp). Alcune di queste sono multinazionali che hanno delle filiali in tutto il mondo. Odebrecht, per dire, ha ottenuto degli appalti a Cuba, in Venezuela e in Africa grazie alla mediazione di Lula. Queste società si occupavano della costruzione delle infrastrutture per l'estrazione del petrolio al largo delle coste brasiliane. La Btp gonfiava i contratti e in cambio i partiti che facevano parte della coalizione di governo hanno ricevuto tangenti e finanziamenti illeciti. Tra questi, il Partito dei lavoratori di Lula, che governava il paese dal 2003. La procura definì l'inchiesta "il più grande scandalo di corruzione della storia del Brasile": una novantina di politici, deputati e senatori, ne vengono travolti. La presidente, Dilma Roussef, rieletta per il secondo mandato il 26 ottobre 2014, dato che Lula che aveva guidato il paese dal 2003 al 2010 non poteva ripresentarsi, non era coinvolta direttamente nell'inchiesta. Tuttavia una parte dell'opinione pubblica brasiliana sembrò convinta che Rousseff fosse al corrente del sistema di tangenti e corruzione.
Nel 2016, il Parlamento brasiliano vota a favore dell'impeachment per la Rousseff, accusata di aver manipolato i dati sulla situazione economica del Brasile. Dopo il lungo periodo di boom economico, che aveva permesso a Lula di varare imponenti riforme a favore delle fasce sociali più deboli, erano arrivati negli ultimi anni i segnali di una crisi che aveva portato il Brasile in recessione. Negli ultimi mesi poi, gli scandali legati alla corruzione. Rousseff aveva cercato di proteggere Lula, nominandolo a un incarico di governo, ma il decreto di nomina era stato bloccato da un giudice. Il paese è letteralmente spaccato a metà. Roussef accusa i sostenitori dell'impeachment di un vero e proprio colpo di stato. Lula era stato condannato la prima volta nel luglio 2017 per corruzione prima a dieci e poi a diciassette anni di reclusione. Soprattutto, era stato privato dei suoi diritti politici, e così costretto a rinunciare a candidarsi alle presidenziali del 2018, eppure tutti i sondaggi lo davano vincente, lasciando campo libero alla destra di Bolsonaro. L'accusa ruotava attorno alla proprietà di un appartamento di 216 mq a Guarujà, una delle località più esclusive del litorale di San Paolo, che sarebbe stato donato dal gigante delle costruzioni Oas in cambio di importanti commesse con la compagnia petrolifera statale Petrobras. Il giudice Sergio Moro, suo principale accusatore, divenne poi ministro della Giustizia nel governo di Bolsonaro, salvo rinunciare nell'aprile dello scorso anno per "divergenze con il presidente". Dopo la condanna a dodici anni e un mese per corruzione e riciclaggio di denaro, nell'aprile 2018 Lula si consegna. Aveva partecipato a una messa in ricordo della moglie, Marisa Leticia Rocco, morta nel 2017, e in un comizio improvvisato aveva promesso che si sarebbe consegnato, ribadendo però la sua innocenza: "Mi sottoporrò al mandato" di arresto, aveva detto parlando davanti alla folla che si era radunata di fronte la sede del sindacato dei metalmeccanici di San Paolo. Sul palco, insieme a Lula, c'era anche l'ex presidente Dilma Rousseff.
A giugno Lula presenta ricorso, chiedendo che si sospendesse la condanna e gli si concedesse la libertà condizionale, ma la Corte Suprema brasiliana lo respinge. Cadono così le speranze del Partito dei Lavoratori che Lula potesse essere liberato in modo da avviare la campagna per le presidenziali di ottobre. Lula non si arrende: Il Partito dei Lavoratori registra formalmente la candidatura di Lula alle elezioni presidenziali. Ma Raquel Dodge, procuratrice generale elettorale, presenta al Tribunale elettorale una richiesta di impugnazione in base alla cosiddetta "legge della scheda pulita", che dispone che una persona condannata in seconda istanza da un tribunale collegiale non possa candidarsi a un'elezione. Poi, nel 2019, il sito d'inchiesta "Intercept Brasil" pubblica il contenuto di parte dei messaggi audio scambiati tra il giudice Moro, chiamato a giudicare le prove portate dalla pubblica accusa nel processo contro Lula, e il coordinatore della pubblica accusa Deltan Dallagnol. La legge vieta ovviamente al giudice di interferire nella acquisizione delle prove che poi sarà chiamato a giudicare. I due - si deduce con evidenza dal contenuto dei messaggi - si scambiano invece infinite informazioni. Moro spiega ai pm cosa devono raccogliere e cosa no. Suggerisce mosse, indica errori, detta i passi dell'indagine. Il materiale è stato acquisito illegalmente - da alcuni hacker - e quindi non può essere portato in tribunale. Lula intanto deve far fronte a un altro processo, per un'altra casa, stavolta non sulla costa, ma in campagna, i cui lavori di ristrutturazione sarebbe stati pagati dalla Odebrecht. Lula dice che la casa non è sua, i giudici dicono che lo è "di fatto".
Ma qualcosa del castello di accuse comincia a vacillare. Il Tribunale supremo ribalta la sentenza del 2016 secondo la quale era prevista la detenzione obbligatoria in carcere per imputati condannati in secondo grado. Lula può uscire. La norma che prevedeva la carcerazione dopo il secondo grado di giudizio era stata introdotta per "facilitare" il lavoro dei pubblici ministeri nelle inchieste per corruzione: attraverso la carcerazione, infatti, si sperava di poter esercitare pressione sugli imputati per convincerli a dare informazioni, in cambio di accordi premiali. In questi anni, però, la legislazione era stata criticata duramente dai giuristi, i quali ritenevano che violasse la Costituzione.
Poi è la stessa polizia federale - nel tentativo di scovare gli hacker che avevano passato il materiale a "Intercept" - a entrare in possesso del contenuto completo, chat che sarebbe durata per anni, tra il 2015 e il 2017. È a questo punto che va in discussione l'intero processo: i colloqui tra magistrato giudicante e il pm violano infatti l'articolo 254 del codice del processo penale brasiliano, consentendo alla difesa dei condannati in quei processi di considerare il giudice "sospetto di non essere imparziale". E di chiedere quindi l'annullamento del giudizio. In questi ultimi mesi Lula non ha smesso di attaccare Bolsonaro, soprattutto per la conduzione della pandemia. I sondaggi lo danno ancora fortissimo nel gradimento dei brasiliani. Bolsonaro è nervosissimo e attacca i giudici che hanno liberato Lula. Sarà una campagna elettorale molto dura.
di Bernardo Parrella
Il Manifesto, 10 marzo 2021
L'amministrazione Biden non potrà ignorare ulteriormente la questione cannabis. Nel percorso di ritorno verso la "normalizzazione" politica, l'amministrazione Biden non potrà ignorare ulteriormente la questione cannabis perché forme di regolamentazione sono già vigenti in oltre due terzi dei 50 Stati, per l'ambito terapeutico, e in circa un terzo per quello ricreativo. Sono in vista analoghi traguardi in alcuni Stati chiave quali New Jersey e New York, oltre a Virginia, New Mexico, Maryland, Hawaii, Minnesota, North Dakota.
La novità della maggioranza in Senato, seppure di appena un seggio, è stata subito accompagnata dallo storico comunicato stampa dei senatori democratici Cory Booker, Ron Wyden e Chuck Schumer per annunciare la formale presentazione di una proposta di riforma sulla marijuana a livello federale.
Un passo atteso e accolto con entusiasmo da altri colleghi, a partire da Earl Blumenauer, responsabile del relativo caucus alla Camera. Immediato anche il pubblico sostegno del variegato fronte degli attivisti, con la storica organizzazione pro-riforma Norml pronta a ribadire: "È rincuorante vedere la nuova leadership del Senato impegnarsi per eliminare questo crudele e insensato proibizionismo. Dobbiamo impegnarci con una intensa collaborazione per trarre vantaggio dalla finestra apertasi ora per attuare riforme urgenti, popolari e razionali".
Un quadro positivo completato dall'approvazione, lo scorso autunno, del MORE Act alla Camera bassa, mentre la versione in quella Alta, rimasta nel cassetto perché allora ancora in mano repubblicana, vedeva come prima firmataria l'attuale Vice-Presidente Kamala Harris. Sempre al Senato è stata presentata un'indagine curata dal Caucus on international narcotics control: le vendite di cannabis legale nel 2020 hanno raggiunto il record di 17,5 miliardi di dollari, con un aumento del 46% rispetto al 2019 - grazie soprattutto al traino del settore terapeutico, particolarmente nei mercati più maturi come Colorado (+26%) e Oregon (+29%).
A tre settimane dallo storico annuncio dei tre senatori democratici, altri 37 parlamentari hanno firmato una lettera aperta per chiedere all'attuale Presidente di promulgare un ordine esecutivo per l'amnistia a favore di persone condannate o incarcerate solo per reati non violenti legati alla marijuana. In attesa di avviare l'iter per la attesa normativa federale di regolamentazione, spiegano i primi firmatari Earl Blumenauer e Barbara Lee (D-California), "Lei ha la capacità unica di promuovere la riforma della giustizia penale e di offrire immediato sollievo a migliaia di cittadini".
La lettera non manca di sottolineare l'impegno, preso dallo stesso Biden in campagna elettorale, per l'automatico azzeramento della fedina penale per precedenti condanne in materia e per la rimozione della cannabis dalla Tabella I delle sostanze proibite, pur se è noto che Biden rimane contrario alla legalizzazione per l'uso ricreativo.
Analogo il tono di un appello diffuso pochi giorni da svariati attivisti e imprenditori, tra cui la Norml, la Minority Cannabis Business Association e la National Cannabis Industry Association: "La criminalizzazione della cannabis, con le opportunità occupazionali, sociali e umane andate perse per le relative condanne, provoca danni di gran lunga superiori a quelle dell'uso responsabile della sostanza stessa".
E secondo un rapporto dell'azienda leader Leafly, nonostante la crisi del Covid lo scorso anno l'imprenditoria della cannabis ha aggiunto oltre 77.000 posti di lavoro: un incremento del 32% che lo rende il settore di maggior crescita in assoluto. Sono circa 321.000 i lavoratori a tempo pieno oggi impiegati nei 37 Stati che prevedono varie forme di regolamentazione. Inevitabile quindi una normativa federale capace di riparare ai disastri causati da quasi un secolo di proibizionismo e di dare impeto a un'industria assai promettente.
di Marco Cinque
Il Manifesto, 10 marzo 2021
Libertà per Mumia Abu-Jamal e Leonard Peltier, condannati ingiustamente negli Usa al carcere a vita. Entrambi affetti da gravi patologie, Mumia è anche risultato positivo al Covid-19.
C'è un tragico destino che accomuna le due voci più emblematiche delle minoranze e del dissenso negli Stati uniti: quella del giornalista radiofonico afroamericano Mumia Abu-Jamal - definito "Voce dei senza voce" - e quella del nativo americano di ascendenza Lakota/Anishnabe, Leonard Peltier, entrambi gravemente malati e condannati a marcire in prigione, dopo processi farsa caratterizzati da razzismo e discriminazione.
Non è stato un caso che Peltier fosse un attivista dell'American Indian Movement, mentre Abu-Jamal fosse membro delle Black Panthers, due organizzazioni politiche finite entrambe sul libro nero dall'FBI e perseguite nelle aule di tribunale di un Paese che è l'incontrastato campione mondiale in fatto di arresti e incarcerazioni. Dagli ultimi dati del Dipartimento di Giustizia risulta infatti che dentro le celle delle 4.575 carceri americane, locali, statali, federali e private, sono rinchiusi più di 2.200.000 detenuti, con un tasso di detenzione di 666 detenuti ogni 100mila abitanti o, se si preferisce, con un cittadino ogni 130 dietro le sbarre. Insomma, con meno del 5% della popolazione mondiale, gli Usa contano circa un quarto della popolazione carceraria dell'intero pianeta.
Ai primi posti tra i condannati a morte o al carcere, risultano percentualmente proprio nativi americani e afroamericani. Lo stesso Mumia, in una sua lettera, scrisse che "La composizione etnica delle galere statunitensi è il frutto di una precisa volontà di imprigionare afroamericani. Lo scopo è alleviare le ansie dei ricchi e mantenere la subordinazione nera". Ai numeri impressionanti sulle incarcerazioni, bisogna aggiungere anche la quantità di leggi inique, inumane e persino razziali che vengono inflitte a poveri, minoranze, malati mentali e minorenni, senza contare le torture più o meno istituzionalizzate che sono regolarmente utilizzate all'interno dei circuiti penitenziari.
Tornando al caso del 66enne Mumia Abu-Jamal, che ha passato oltre metà della sua vita in prigione, nei giorni scorsi uno dei suoi avvocati, Robert Boyle, in una conferenza stampa convocata d'urgenza presso il Mahanoy Correctional Facility, in Pennsylvania, ha annunciato che il suo assistito è risultato positivo al Covid-19, ricordando che le stesse condizioni carcerarie determinano un alto rischio di contagio, come dimostra pure l'alto numero dei morti e dei contagi tra i detenuti, con quasi duecentomila casi di positivi al virus e più di millecinquecento morti; ma la salute di Mumia purtroppo era stata già pesantemente minata dalla lunga detenzione e dall'Epatite C contratta in carcere, per la quale gli vennero negati, per ben due anni, i farmaci necessari alle cure, compromettendo gravemente il suo quadro clinico.
Condannato a morte nel 1982, con l'accusa d'aver ucciso l'agente di polizia Daniel Faulkner, la sentenza prevista per Mumia venne successivamente commutata in ergastolo, a seguito di un'imponente mobilitazione internazionale. Quello di Mumia è infatti considerato uno dei più controversi casi giudiziari della storia contemporanea statunitense. Forse l'ostinazione nel negargli le cure necessarie potrebbe essere, in qualche modo, un tentativo di dar seguito a quella sentenza di morte che non è stato possibile applicare giuridicamente. Nei lunghi anni della sua detenzione, nonostante la censura sistematica cui è stato sottoposto, Mumia ha continuato a far sentire la sua voce dal cosiddetto "Ventre della Bestia".
In questi giorni, molti sostenitori del prigioniero politico afroamericano stanno manifestando davanti alla sede del governo della Pennsylvania. Tra i manifestanti anche il nipote di Mumia, che ha detto: "Vogliono seppellire il nome di mio nonno e la lotta per la liberazione nera. Vogliono sotterrare tutto questo. Non lasceremo che l'ottengano". Per salvargli la vita e garantirgli le cure necessarie, gli attivisti ora ne chiedono l'immediata scarcerazione, che rientrerebbe nelle facoltà del governatore democratico Thomas Westerman Wolf.
Riguardo a Peltier, fu condannato nel 1976 a due ergastoli per l'omicidio dei due agenti dell'FBI, Ronald Williams e Jack Coler, nonostante un accurato rapporto balistico della stessa FBI rivelasse che i proiettili non potevano essere stati sparati dall'arma del leader dell'AIM. Nel 2003 i giudici del 10° Circuito dichiararono: "Gran parte del comportamento del governo su quanto è accaduto a proposito del Signor Peltier, è da condannare. Il governo ha trattenuto delle prove. Ha intimidito testimoni. Questi fatti sono incontestabili".
Le clamorose vicende giudiziarie di Abu-Jamal e Peltier sono già apparse in molte occasioni sulle pagine de il manifesto. Loro rappresentano i simboli viventi di due popoli vittime, da una parte, del più grande genocidio della storia umana, dall'altra dell'immane deportazione schiavista protrattasi tra il XVI e il XIX secolo, sono quindi diventati bersagli perfetti per l'immarcescibile razzismo che ancor oggi inquina gli Stati uniti; le cronache quotidiane che non smettono di dimostrarlo nei fatti ne sono inconfutabile testimonianza.
Adesso però ci si augura che il presidente Biden mantenga, in primo luogo, le promesse abolizioniste fatte durante le presidenziali, poi che non dimostri la stessa sordità pilatesca dei suoi predecessori e che restituisca finalmente al mondo dei liberi i due prigionieri politici.
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