di Giulia Parmiggiani Tagliati
modenatoday.it, 8 dicembre 2020
Tra i promotori della mobilitazione "Per un carcere più umano" anche Massimo Donini, professore ordinario di Diritto Penale presso il Dipartimento di Giurisprudenza di Unimore.
Massimo Donini, professore ordinario di Diritto Penale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Modena e Reggio Emilia, si è fatto promotore, insieme al noto giurista palermitano Giovanni Fiandaca, della mobilitazione pacifica "Per un carcere più umano", volta ad accendere i riflettori sull'attualissima problematica del sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani, aggravata ulteriormente dall'emergenza sanitaria.
L'iniziativa, che vede protagonisti i professori di Diritto Penale e di Diritto Processuale Penale delle università di tutto lo stivale; e che ad oggi conta oltre 200 adesioni, spalleggia idealmente lo sciopero della fame che Rita Bernardini, membro del Partito Radicale e Presidente dell'associazione "Nessuno Tocchi Caino", porta avanti da 27 giorni; e con lei Irene Testa, Luigi Manconi, Sandro Veronesi, Roberto Saviano e quasi tremila detenuti. Anche i docenti infatti hanno organizzato uno sciopero della fame a staffetta, calendariato fino al 17 dicembre.
Questa proposta, prestando il fianco a critiche giustizialiste, ha l'obiettivo di chiedere al governo e alle autorità competenti di adottare provvedimenti idonei a ridurre il più possibile il sovraffollamento delle carceri italiane: problema che, lungi dall'essere nato in seno alla pandemia, trova in essa un punto di partenza. Guardando alla realtà locale infatti, una statistica dall'Associazione Antigone risalente al dicembre 2019, fotografava un tasso di affollamento del 142% alla Casa Circondariale Sant'Anna.
"Questa emergenza sanitaria [...] - si legge nella presentazione dell'iniziativa - può rappresentare un'importante occasione per riaccendere le luci sul pianeta-carcere e sollecitare il potere politico a riprendere il cammino delle riforme necessarie per ridare vitalità e concretezza ai principi enunciati nel terzo comma dell'art. 27 della Costituzione", che vieta le pene disumane, che tutto fanno fuorché perseguire l'obiettivo principale del diritto penale, ossia la rieducazione del condannato.
di Luca Cereda
vita.it, 8 dicembre 2020
Le persone sono state ospitate in strutture della diocesi di Milano. Si tratta di reclusi che possono scontare gli ultimi 24 mesi all'esterno ma non hanno un domicilio. Così si riduce il sovraffollamento e si rende rieducativa la pena, anche e soprattutto al tempo del Covid-19.
Carceri sovraffollate: un problema storico, in Italia. Un problema che il Coronavirus ha reso ancora più drammatico di quanto non fosse prima di marzo 2020. Un problema che rischia di "diventare una tragedia", come ha denunciato lo stesso papa Francesco, chiedendo alle autorità italiane di "prendere le misure necessarie per evitare tragedie umane e sanitarie". Tragedie umane che continuano ininterrottamente da primavera con i parenti e i volontari lasciati fuori dalle carceri, come ha ribadito più volte a gran voce anche Ornella Favero, guida della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia. Nel frattempo, nelle carceri lombarde sono almeno 900 i detenuti positivi al virus, mentre sono più di 1000 i casi tra gli operatori del settore penitenziario.
Eppure una speranza, tangibile, qualcuno in carcere l'ha portata.
In carcere gli spazi sono ridotti non solo dall'annoso problema del sovraffollamento, ma anche dalla necessità di creare zone per la cura dei positivi al virus e per la quarantena di chi presenta sintomi. In questo scenario, far uscire in modo controllato e costruttivo - una possibilità data dalla Legge - i detenuti dalle carceri era fondamentale già da marzo non solo per dare sostanza alla rieducazione della pena, ma anche per alleggerire le carceri sovraffollate e a rischio contagio.
In Lombardia il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), il Tribunale di sorveglianza, il mondo del volontariato e la curia stavano studiando con la Regione, ancora a marzo, un piano per accompagnare e facilitare le uscite dei detenuti dalle carceri regionali e l'accompagnamento sul territorio in modo controllato. "Tutto è però saltato perché la Regione ha rifiutato 900 mila euro della Cassa delle ammende che può finanziare programmi di reinserimento per i detenuti", spiega Guido Chiaretti, presidente di Sesta Opera San Fedele. E non è finita qui: a frenare in parte alcune scarcerazioni previste c'è, ancora a distanza di mesi, la carenza di braccialetti elettronici.
In questo scenario trenta reclusi, che possono scontare gli ultimi 24 mesi all'esterno ma non hanno un domicilio, hanno trovato un'occasione per farlo grazie all'iniziativa di Caritas Ambrosiana e della diocesi di Milano.
"La nostra è una risposta certo non risolutiva, ma concreta e, nel contempo, di grande valore simbolico al problema del sovraffollamento in questa stagione di emergenza sanitaria", testimonia il direttore di Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti. È un segno di speranza che qualcosa si può fare.
Ebbene trenta persone recluse in istituti di pena lombardi, milanesi ma anche da Lecco, Varese e Busto Arsizio, da marzo stanno scontato il resto della detenzione in strutture della diocesi sparse in tutta la regione. "I beneficiari, indicati dal magistrato di sorveglianza, stanno scontando il residuo di pena nelle strutture individuate e saranno sottoposti alle misure di tutela previste dall'Uepe [l'Ufficio per l'esecuzione penale esterna].
Insomma, continueranno, dunque, a essere a tutti gli effetti dei detenuti, soggetti a restrizioni della loro libertà personale e ai controlli di polizia. Ma godranno della possibilità rieducativa, parte della stessa pena, di tornare a vivere ed occuparsi di uno spazio, di una casa", spiega Ileana Montagnini, responsabile dell'area carcere di Caritas Ambrosiana.
"L'emergenza Coronavirus sta facendo venire al pettine tanti nodi irrisolti del "sistema-carcere" del Belpaese. Tra questi, quello del sovraffollamento che, a causa della pandemia in corso, potrebbe assumere caratteristiche tragiche", insiste Gualzetti.
"Con questa nostra iniziativa - della quale Caritas sostiene i costi mentre la diocesi di Milano mette a disposizione le strutture - vogliamo garantire ai detenuti la possibilità di scontare la pena al di fuori dei penitenziari" investendo sul lato rieducativo e non so quello punitivo. Si tratta di una misura già prevista dal nostro ordinamento: "Tuttavia ancora troppo poco praticata nonostante la sua efficacia sulla riduzione della recidiva - ricorda Montagnini -, vale a dire la probabilità che il detenuto commetta nuovamente il reato".
Quale sia la situazione delle carceri al tempo dell'emergenza coronavirus, quali le sofferenze, quali le cause di preoccupazione, lo abbiamo raccontato negli ultimi mesi con analisi sulle implicazioni umane e sociali della pandemia dentro gli istituti di pena. Il contagio del virus che avanza, spazi ancora più stretti e il deserto umano dovuto all'assenza di contatti con i famigliari, con i volontari. E poi il ricorso ai dispositivi tecnologici per i contatti con l'esterno avvenuto con il contagocce.
"Hanno sospeso i colloqui con i familiari, le attività e la presenza dei volontari, le misure alternative come il lavoro esterno. Questa situazione aumenta il senso di isolamento e di solitudine. È come se il carcere tornasse indietro a quando era il luogo dove punire e isolare. Il cronico sovraffollamento degli istituti, l'emergenza sanitaria e l'isolamento dall'esterno imposto per prevenire i contagi, e lo stop a quasi tutte le attività formative promosse in gran parte dal mondo dell'associazionismo stanno creando grandi difficoltà e sofferenze", testimonia inoltre la responsabile dell'area carcere della Caritas Ambrosiana.
"Sarebbe opportuno che progetti come il nostro, che mirano alla rieducazione del reo, non restassero casi isolati ma fossero sistematici e frutto della collaborazione tra il Terzo settore, il volontariato e le istituzioni. Il nostro progetto non mira solo all'autonomia abitativa dei 30 detenuti di cui ci occupiamo, ma lavoriamo con loro anche per costruire un'educazione digitale, quanto mai fondamentale in quest'epoca di pandemia", continua Montagnini. È necessario che le autorità trovino modalità che consentano, anche in questo momento molto difficile a livello sanitario, lo svolgimento dell'attività di risocializzazione dei detenuti, a cominciare dalla scuola dentro e fuori dal carcere, valutando la possibilità di offrire la didattica a distanza.
"Bisogna puntare ad avere sempre più provvedimenti che accelerino l'accesso alle misure alternative dei detenuti, e anticipino le scarcerazioni quando ve ne sono le condizioni, in modo da limitare anche l'aumento della popolazione carceraria", ha auspicato infine il direttore di Caritas Ambrosiana.
Con la speranza che altre realtà del Terzo settore possano offrire soluzioni simili ad altri reclusi. Il Terzo settore e il mondo del volontariato in carcere, perché questa chance le istituzioni sono lontane dal garantirla.
brindisireport.it, 8 dicembre 2020
Dal mese di febbraio a oggi sono più di 2.100 i tamponi molecolari effettuati nella casa circondariale di Brindisi a detenuti, agenti di polizia penitenziaria, educatori e personale sanitario. Il dipartimento di prevenzione della Asl, di concerto con la direzione medica dell'istituto penitenziario, programma in maniera sistematica l'attività di screening per evitare la diffusione del contagio nella struttura.
"Dalla prima fase della pandemia - sottolinea il direttore del servizio di Igiene e Sanità pubblica della Asl, Stefano Termite - con il nostro screening abbiamo registrato soltanto tre casi positivi di detenuti in transito nell'Istituto. Per questo è fondamentale il triage, la valutazione iniziale del rischio di infezione per ogni ingresso nella casa circondariale. Ai primi di novembre - prosegue - il dipartimento per la promozione della salute della Regione Puglia ha diramato le linee guida per prevenire la diffusione del Covid negli istituti penitenziari, con indicazioni ulteriori rispetto a quelle già previste, e la creazione di 'aree cuscinetto', dove ospitare i 'nuovi giunti' che devono restare isolati per un periodo precauzionale di sette giorni".
"All'arrivo - spiega il responsabile sanitario della casa circondariale, Giovanni Indini - il detenuto asintomatico viene ospitato nella cosiddetta zona gialla e sottoposto a un primo tampone dopo 72 ore. Se è negativo passa in un'area verde per ulteriori quattro giorni, al termine dei quali viene effettuato un nuovo tampone. Se è negativo anche questo può entrare in comunità. Una zona rossa, invece, è riservata ai casi sospetti sintomatici o accertati di infezione da Covid-19.
Quando un detenuto già presente in carcere ha sintomi che possono suggerire un'infezione da Covid - continua Indini - la visita medica si svolge in una zona dedicata che viene poi accuratamente sottoposta a sanificazione".
I detenuti che arrivano da altri istituti penitenziari e sono in possesso di risultato negativo al tampone eseguito nel luogo di provenienza vengono sottoposti a un secondo test a 72 ore dall'ingresso: se la negatività viene confermata possono essere ospitati negli spazi comuni. Se invece sono sprovvisti di certificazione del tampone saranno trattati come "nuovi giunti", così come i detenuti che rientrano dall'esecuzione di permessi. I ristretti in regime di semilibertà, infine, sono ospitati in zone separate dalla restante popolazione detenuta e al rientro serale in Istituto devono compilare la scheda di autocertificazione ed essere sottoposti a rilevazione della temperatura corporea.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 dicembre 2020
È una detenuta gravemente malata, si trova ristretta al carcere di Santa Maria Capua Vetere per scontare un residuo di pena per un furto di energia elettrica. Reato commesso nel lontano 2009. Ha tutti i requisiti per stare in detenzione domiciliare avendo una pena da espiare ampiamente inferiore ai 18 mesi, ma il magistrato di sorveglianza ha rigettato l'istanza.
Perché? Oltre al fatto che la donna sarebbe priva di domicilio e sanzionata per le infrazioni disciplinari, ha la colpa di aver finito di espiare un'altra condanna: quella che rientra tra i reati ostativi. Attenzione, parliamo di una pena di due anni e 6 mesi che ha già finito di scontare, mentre quella relativa al furto di energia è di un anno e due mesi. Da ciò si evince che non parliamo di una pericolosa criminale. Infatti, ricordiamo, i reati ostativi (4 bis dell'ordinamento penitenziario) non contemplano soltanto coloro che appartengono al terrorismo o criminalità organizzata.
Lei ha partecipato ha una rapina pluriaggravata. Tant'è vero che nel 2019, nel corso della detenzione per questo reato ostativo, fu posta ai domiciliari dalla stessa corte di appello di Napoli, dopo che il carcere attestò l'esistenza di patologie tumorali. L'avvocato difensore Salvatore Barbuto, sottolinea al Dubbo che, rispetto a queste gravi patologie, da tre mesi hanno richiesto accertamenti. Ma non vengono tuttora effettuati.
Lei si chiama Arca Baldassarre, classe 1973, ma è piena di patologie che di solito si riscontrano in persone con età avanzata. Oltre alla patologia tumorale, dalla relazione sanitaria emerge che è affetta da "broncopatia cronica con dispnea riferita dopo lievi sforzi, noduli tiroidei n.d.d, cervicalgia persistente, fibromima uterino, ipertensione arteriosa, obesità, carie dentarie e disturbi del visus". Come detto, nonostante il reato ostativo e quando nemmeno c'era l'emergenza covid (virus che potrebbe essere compromettente visto le sue patologie), la corte d'Appello ha concesso la sostituzione della custodia cautelare con gli arresti domiciliari.
Non solo. "Unitamente alla condotta collaborativa della predetta nell'ambito del recente giudizio d'appello - ha scritto la Corte - fanno ritenere, le pur ancora esistenti esigenze cautelari debitamente evidenziate nell'ordinanza inflittiva, fronteggiabili adeguatamente anche con la chiesta misura custodiale domiciliare senza necessità di dispositivi elettronici di controllo; ciò anche per rendere più agevole il trattamento sanitario delle gravi patologie riscontrate nella relazione sanitaria e nel diario clinico". Il giudice della Corte, quindi, non solo ha concesso i domiciliari nel 2019, ma ha addirittura evitato di porre misure restrittive. Questo per garantirle il diritto alla cura che il carcere non può dare. Per il reato ostativo, quindi, la misura domiciliare è stata concessa.
Invece, per il residuo di una pena per un furtarello, c'è il magistrato di sorveglianza che ha rigettato la richiesta. In carcere senza se e senza ma, proprio nel periodo dell'emergenza Covid dove si richiede la carcerarizzazione come estrema ratio. Parliamo, nel caso della donna, della richiesta di una misura introdotta dal decreto Ristori.
Misura, secondo giuristi e il garante nazionale, ritenuta perfino insufficiente per alleviare la condizione di sovraffollamento carcerario nella quale sono ricadute le carceri dopo la tregua segnata dai provvedimenti seguiti alla nota vicenda "Torreggiani" nel 2013. Eppure, non solo è insufficiente, ma in tanti casi nemmeno verrebbe applicata. Ricordiamo ancora una volta che c'è Rita Bernardini del Partito Radicale al 28esimo giorno dello sciopero della fame per chiedere al Governo e parlamento di inserire misure deflattive più efficaci. La vicenda della detenuta Arca Baldassarre è emblematica per questo motivo. È gravemente malata, reclusa nel carcere campano per un piccolo furto, ma per la magistratura deve restare dentro.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 8 dicembre 2020
È un provvedimento illegale, perché attua retroattivamente una norma che molto probabilmente è comunque anticostituzionale. Ed è una decisione ispirata a due sole tendenze: quella al sadismo e quella all'ignoranza. L'ufficio di presidenza del Senato ha tolto la pensione da parlamentare a Ottaviano Del Turco. Perché? Perché ha una condanna a tre anni per "induzione indebita". La condanna si riferisce a un fatto del 2006. La legge che toglie la pensione ai condannati è del 2015. La decisione del Senato viola in modo clamoroso la Costituzione che esclude la retroattività delle pene.
Del Turco è stata una delle figure più importanti del sindacalismo italiano dalla fine degli anni Sessanta fino al 1992. Protagonista dell'autunno caldo, delle grandi lotte degli anni 70, della battaglia contro il terrorismo, poi della stagione del taglio alla scala mobile e della divisione e poi della ricucitura dei sindacati. È un personaggio molto importante della prima Repubblica. Un socialista. L'Italia gli deve molto. Del Turco è una bravissima persona, la condanna che ha subìto è ingiusta e senza prove. Pende in Cassazione la richiesta di revisione del processo. Del Turco dopo la persecuzione giudiziaria si è ammalato molto seriamente. Prima il tumore, poi l'Alzheimer ora anche il Parkinson. È chiuso in casa. Non parla, non riconosce neanche i parenti stretti. La decisione contro di lui è illegale e sadica. L'unica possibilità di ristabilire il diritto è che intervenga Mattarella concedendo la grazia.
L'ufficio di presidenza del Senato ha tolto la pensione ad Ottaviano Del Turco. Quello che chiamano il vitalizio. Credo che abbia votato all'unanimità questo provvedimento indecente. Come hanno potuto, mi chiedo. Molti senatori si saranno semplicemente accodati, a capo chino, alla morale prevalente nella politica italiana degli anni venti: il più rozzo grillismo. Qualcuno lo avrà fatto per paura di essere poi indicato dai giornali reazionari come l'amico dei corrotti. Il terrore degli anatemi del "Fatto". Qualcun altro, magari, per semplice ignoranza. Probabilmente solo pochi tra i senatori che hanno deciso questa misura odiosa sanno chi è Del Turco, e cioè conoscono nel dettaglio la sua biografia. Del Turco è stato uno degli esponenti di maggior valore della prima repubblica, uno di quelli che hanno portato l'Italia ad un grado molto alto di civiltà e di giustizia sociale, e poi l'hanno sistemata al quarto posto tra le potenze mondiali. Prima del crollo politico, e del crollo morale, e del crollo economico che sono venuti dopo il '92.
Immagino anche che pochi, in quel gruppetto di senatori che si sono macchiati di questo atto vile, sappiano che Del Turco oggi è gravemente malato. E suppongo che molti, tra loro, invece, ignorino - per distrazione, per mancanza di studi, per giovinezza politica che l'articolo 25 della Costituzione (secondo comma) recita così: "Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso."
Fu scritto, questo articolo della Costituzione, da esponenti della politica e della cultura italiana di livello molto alto, e che avevano speso un pezzo importante della propria vita nella battaglia contro la dittatura, il fascismo, e l'invasione militare nazista. Molti tra loro avevano trascorso anni e anni in prigione, o al confino. Se chiedi i loro nomi al drappello di coraggiosi che ha avuto l'animo di sottoscrivere questo provvedimento di condanna per Del Turco, probabilmente solo qualcuno di loro saprà balbettare due o tre di questi nomi. Chissà chi conosce Fausto Gullo, o Tristano Codignola, o Teresa Mattei, o Costantino Mortati, o Giuseppe Romita... Questi uomini e queste donne della Costituente, tennero fermo un punto comune a tutti: ripristinare lo Stato di diritto.
Quello che è successo l'altro giorno all'ufficio di Presidenza del Senato è una cosa indegna. Che getta vergogna sulle istituzioni del nostro paese. È un atto vigliacco, feroce e illegale. Illegale perché il presunto reato del quale è ingiustamente accusato del Turco risale comunque al 2006 e la norma sul ritiro della pensione è del 2015. Non esiste nessun costituzionalista al mondo che potrà sostenere che restare senza pensione non sia una pena accessoria, per qualunque cittadino, parlamentare o no che sia. E non esiste nessun costituzionalista che potrà mai spiegare a qualcuno che conosce l'italiano, e che ha letto la Costituzione (che è scritta in semplice italiano) che una pena retroattiva è legittima. La punizione decretata dal Senato per Del Turco è infame ma anche illegale. Spero che molti di quelli che l'hanno sottoscritta lo abbiano fatto inconsapevolmente, per distrazione.
Ora c'è un solo modo per riparare. Cioè, c'è una sola persona che può intervenire per sanare questo orrore. È il Presidente della Repubblica. Che per fortuna appartiene ad un'altra generazione politica, rispetto a quella dei fucilieri di Del Turco. Sergio Mattarella conosce la storia della politica italiana, conosce i princìpi della Costituzione (e in generale quelli del diritto), conosce le debolezze della magistratura da prima ancora che ce le descrivesse Luca Palamara. Solo lui può intervenire e risolvere questo problema concedendo la grazia a Ottaviano Del Turco.
Del Turco è un ragazzo abruzzese, nato negli ultimi giorni dell'occupazione tedesca, nel 44: credo che fosse un ragazzo povero, da adolescente scappò a Roma e si mise a fare il sindacalista. A venticinque anni era già un dirigente nazionale della Fiom. Del Turco era socialista ed era impegnato nella Cgil dei metallurgici, insieme ai comunisti.
Ha avuto un ruolo di grande rilievo nel sindacato e nelle battaglie furiose di quegli anni: con Trentin, Carniti, Benvenuto, Marianetti, Macario, Marini, Bertinotti, Storti e col suo grande amico che fu Luciano Lama. Ha partecipato all'autunno caldo, era sul palco di Piazza del Popolo nel dicembre del 1969, quando una marea di metalmeccanici invase Roma e cambiò la stagione politica, e anche la stagione sociale, avviando la riconquista di diritti e salari da parte della classe operaia.
E poi è restato al vertice del sindacato in quegli anni di grande riforme, di lotte, di paura, e anche di divisioni. Allora fare politica non era un grande affare: guadagnavi due lire e rischiavi pure di beccarti una pallottola dai brigatisti o dai terroristi neri. Nel 1984, quando Craxi decise di tagliare la scala mobile, il sindacato si spaccò in due: Del Turco stava con Carniti e con Craxi, contro Lama e Trentin. Vinse quella battaglia, e poi si diede da fare per ricucire, per evitare una disfatta sindacale.
Nel 92, quando scoppiò Tangentopoli, entrò in politica, fece il parlamentare, il ministro, il Presidente dell'antimafia, aderì al Pd. Fino al giorno nel quale cadde in una piccola congiura abruzzese della quale fecero parte imprenditori della sanità e qualche magistrato. Del Turco fu messo in trappola, accusato addirittura di associazione a delinquere. Gettato in carcere per mesi. Le prove non c'erano, per questo lo tenevano in cella.
Speravano che confessasse. ma non aveva niente da confessare. Le poche prove sbandierate dagli accusatori si rivelarono false. Alla fine le accuse caddero quasi tutte, la Cassazione le cancellò, la teoria del grande imbroglio si sbriciolò, e Del Turco, che era stato abbandonato da quasi tutti, soprattutto - come succede spesso - dal suo partito, e cioè dal Pd, finì condannato solo per il reato di induzione indebita. È stata una condanna ingiusta, fondata su un teorema, non sulle prove. Ora pende in Cassazione una richiesta di revisione del processo.
Del Turco però non saprà mai se il nuovo processo ci sarà davvero e se finalmente potrà ottenere l'assoluzione. Perché la lunga vicenda giudiziaria lo ha logorato, ha annientato il suo fisico. Oggi è chiuso in casa, è malato di cancro, di parkinson e di alzheimer. Non ragiona più. Non riconosce nemmeno i suoi familiari. Ha pagato in modo terrificante una colpa che non ha commesso.
È contro quest'uomo, cioè contro uno dei protagonisti della storia della repubblica e contro una persona malatissima, che si sono accaniti i senatori che hanno deciso di togliergli la pensione. Ci sarà una rivolta di politici, di intellettuali, di giornalisti, di persone normali, di fronte a questo atto di puro sadismo? Temo di no.
Confido molto invece in Mattarella. Lui ha conosciuto la prima repubblica. Sa chi erano i politici allora, e soprattutto i sindacalisti. Sa anche che se l'Italia oggi è un paese civile grande parte del merito va proprio a quella generazione di sindacalisti che hanno combattuto per anni, e rischiando molto, sulle barricate. Mattarella conosce la questione morale, quella vera: sa che nel più corrotto esponente della prima repubblica c'era molta più moralità che in un politico dilettante di oggi. Ha il potere di sanare questa ingiustizia e io penso che lo farà.
ottopagine.it, 8 dicembre 2020
Mercoledì 9 dicembre alle ore 11:00 il presidente del consiglio regionale della Campania, Gennaro Oliviero e il Garante campano delle persone private della libertà, Samuele Ciambriello, terranno una conferenza stampa presso la sala "Multimediale" al primo piano del consiglio regionale, isola F13, al Centro direzionale di Napoli, per la presentazione dell'opuscolo "Quaderni di Ricerca", realizzato dall'ufficio del garante in collaborazione con l'osservatorio regionale sulla detenzione.
Questo report nasce con lo scopo di informare, in modo approfondito, su una realtà da sempre oggetto di pregiudizi che rendono necessaria una riflessione, quanto più estesa possibile, per una crescita civile che avviene anche promuovendo il miglioramento del sistema detentivo. Per il garante regionale Ciambriello: "Quaderni di Ricerca, intende fornire spunti per sottolineare carenze e problematiche e aiutare la pianificazione, in sede politica, di proposte e leggi utili a garantire la tutela delle persone sottoposte a varie forme di privazione della libertà, sulla base di quanto ricercato e osservato. Uno strumento che rappresenta un momento di riflessione, che costringe a fare i conti con il carcere che viene quasi sempre rimosso".
dire.it, 8 dicembre 2020
Saranno realizzati nei terreni demaniali di fronte al penitenziario della città. L'iniziativa rientra nei 200 mila euro stanziati dal Comune per potenziare il sistema cittadino. Nuovi orti urbani anche per i detenuti di Sollicciano. Saranno realizzati nei terreni demaniali di fronte al carcere di Firenze (lungo via Minervini). La novità, che rientra nei 200.000 euro stanziati dal Comune per potenziare il sistema cittadino, la annuncia l'assessore all'Ambiente e all'Urbanistica, Cecilia Del Re, in Consiglio comunale.
Nel piano, che andrà a creare nuovi orti migliorando quelli già esistenti, "si prevede di realizzare un nuovo sistema di orti nell'area demaniale antistante la casa circondariale Gozzini, attraverso un accordo tra il Comune e l'istituto penitenziario di Sollicciano, promosso dal garante per i detenuti", spiega. "Gli orti saranno utilizzati sia dai cittadini che dai detenuti", sarà quindi l'intesa a stabilire "le modalità di accesso e utilizzo, compatibili al regime restrittivo" dei reclusi.
ilpuntoamezzogiorno.it, 8 dicembre 2020
Dopo la firma del protocollo tra l'Amministrazione comunale, la società Autostrade e la casa circondariale di Cassino, è arrivato il momento di entrare in aula e formare i ragazzi che prenderanno parte al progetto "Esco a lavorare". Il 9 dicembre, infatti, parte il corso di formazione organizzato dalla società Autostrade che formerà sui temi della sicurezza, segnaletica stradale, manutenzione e decoro urbano.
A valle del corso, partirà la fase operativa, che vedrà impegnate sul territorio gli allievi che dall'aula "usciranno a lavorare", tutti a titolo volontario e sempre coordinati da un referente del Comune per la manutenzione; sarà sempre la società Autostrade a fornire tutti i DPI necessari, così come mezzi e materiali utili alle attività che andranno a svolgere.
Non nasconde l'entusiasmo l'assessore Barbara Alifuoco: "Siamo orgogliosi, come amministrazione, di replicare per la città di Cassino quanto svolto a Roma nel 2018, dapprima con un progetto sperimentale di manutenzione del verde, "Mi riscatto per Roma", e poi aprendo anche ad altre attività più complesse, sempre svolte dai detenuti, come il ripristino delle buche e il tracciamento della segnaletica orizzontale. Ma a Cassino abbiamo voluto fare di più.
Abbiamo esteso il progetto anche all'associazione "Ethica" coinvolgendo una squadra di ragazzi che, ospiti dell'associazione, metteranno a disposizione della nostra comunità il loro tempo e le loro capacità. Anche per loro è previsto il passaggio formativo in aula e, poi, l'operatività sul campo".
Le finalità della presente iniziativa sono tante: affiancare l'enorme lavoro dell'Amministrazione Comunale di manutenere la città, cercando di migliorare il decoro urbano, coinvolgere i detenuti del carcere di Cassino, selezionati dall'Amministrazione Penitenziaria, portandoli a rendersi utili e avviare un percorso di reinserimento nella società, nel pieno rispetto dell'art. 27 della Costituzione, che vede nella pena il fine altissimo della rieducazione, e da ultimo, ma non ultimo, dare concretezza al concetto di integrazione, la via maestra da praticare per una società meno brutale, con meno conflitti e con più dialogo.
"Sull'integrazione ritengo si giochi una parte del presente e del futuro delle vite di tutti noi; il tema delle conflittualità presenti all'interno delle dinamiche sociali riguarda tutti, nessuno escluso. La violenza che nasce dal degrado, dalla mancanza di possibilità per chi si trova ai margini, la rabbia che viene coltivata, anziché risolta, non può portare positività e crescita all'interno delle nostre comunità; ecco perché, riteniamo che, tutte le volte che si può, vada sostenuta un'idea di integrazione che non si deve limitare a fornire sussistenza, ma deve essere costruita ed attuata attraverso percorsi di informazione e formazione, attraverso iniziative che portino ad un inserimento sociale vero, fatto di lavoro, e di contribuzione, come è per tutti i cittadini, al benessere della collettività, ed il lavoro è, da sempre, lo strumento principe perché questo accada".
di Giuseppe Ferlicca
tusciaweb.eu, 8 dicembre 2020
La maggioranza contesta l'approvazione, ma Massimo Erbetti (M5S) non molla e promette battaglia. Il consiglio comunale ha dato il via libera alla figura del Garante dei detenuti in una seduta infuocata. L'opposizione è riuscita a far passare la delibera, nonostante in maggioranza FdI e Lega fossero contrari, ma complice l'assenza al momento del voto di Forza Italia e mezza Fondazione, è finita con 13 sì e 12 no. Un ok a sorpresa, con una sorpresa ancora più grossa il giorno dopo. Votazione ritenuta non valida.
Perché, regolamento alla mano, per il regolamento serve la maggioranza qualificata dei votanti. Ovvero, almeno 17. L'opposizione ha già fatto sapere il proprio punto di vista. Al voto è stata messa la delibera e non il regolamento, quindi è tutto valido. Ma qualora ci fossero altri dubbi, Erbetti ha trovato un precedente. "A ottobre del 2017 - ricorda Erbetti - è stato approvato un regolamento con 14 voti favorevoli e nessuno ha sollevato problemi. In quel caso, poi, si è fatto esplicitamente riferimento al regolamento, mentre stavolta il presidente ha portato in votazione la delibera".
Nella prossima seduta ordinaria di consiglio se ne dovrà discutere. Non sarà una passeggiata. Il caso trovato da Erbetti risale al 5 ottobre 2017, quando è passato il regolamento sul governo delle società partecipate, un adeguamento. "Ultimata la discussione - riporta il verbale di quella seduta - il presidente pone ai voti, per appello nominale, la proposta di deliberazione, che viene approvata all'unanimità da 14 consiglieri votanti su 24 presenti. Astenuti 10 (Insogna, Moltoni, Sberna, Ubertini, Galati, Grancini, Buzzi, Santucci, De Dominicis e Frontini). Assenti 9 (Serra, Frittelli, Minchella, Mongiardo, Taborri, Marini, Micci, Rossi e De Alexandris)".
In quell'occasione, si trattava di un consiglio comunale in seconda convocazione, quando sono sufficienti 12 consiglieri per rendere valida la seduta, anziché 17. Ma questo non sposta nulla nel ragionamento di Erbetti. "Perché il regolamento parla chiaro - ribadisce il consigliere M5s - serve la maggioranza dei consiglieri assegnati". Non dei presenti, quindi. Il totale fa sempre 17.
"Continuo a ribadire - sostiene Erbetti - che le ragioni che ho sentito non stanno né in cielo né in terra. È già accaduto nel 2017 che un regolamento passasse con un numero di sì inferiore. La debolezza della maggioranza non la possono coprire con un tecnicismo".
Ma per Erbetti, il precedente non servirebbe nemmeno. La votazione di giovedì scorso, per come è stata effettuata, è regolare. "Il presidente del consiglio - spiega Erbetti - non ha fatto riferimento al regolamento, noi abbiamo votato la delibera che istituisce il garante dei detenuti". Ovvero, non una votazione speciale ma ordinaria. Non 17, di voti ne bastavano 13 voti. Numeri comunque da paura.
immediato.net, 8 dicembre 2020
Il 10 dicembre la giornalista foggiana incontrerà studenti e cittadini trentini nel corso di due appuntamenti culturali dedicati al libro "Solo Mia". Al centro, la visione rieducativa della pena, il volontariato penitenziario e un'idea di giustizia riparativa che alimenti il senso di responsabilità sociale collettiva
"Creare un'occasione di scambio tra la cittadinanza e i ristretti, nell'ottica rieducativa della pena e di coinvolgimento attivo del territorio trentino". Questo da sempre, secondo gli organizzatori, è l'obiettivo di "Liberi da dentro", iniziativa realizzate da una rete di soggetti, coordinati dall'Apas, l'Associazione Provinciale di Aiuto Sociale di Trento. Realizzato con il finanziamento della Fondazione Caritro, il progetto si avvale della collaborazione della Casa circondariale e dell'Ufficio di esecuzione penale esterna di Trento.
Giovedì 10 dicembre 2020, la scrittrice foggiana Annalisa Graziano sarà ospite di due eventi culturali organizzati proprio nell'ambito del progetto trentino, con la presentazione del suo ultimo libro "Solo Mia": un primo incontro sarà dedicato alle scuole, nel corso della mattinata; nel pomeriggio, è in programma un appuntamento aperto alla cittadinanza. Al centro, la visione rieducativa della pena, il volontariato penitenziario e un'idea di giustizia riparativa che alimenti il senso di responsabilità sociale collettiva.
Il volume della giornalista, esperta in criminologia e operatrice del Csv Foggia è stato selezionato, insieme con altri due libri per un percorso ricco e articolato. Gli studenti coinvolti nel progetto, nelle scorse settimane, hanno letto e si sono confrontati sulle pagine di "Solo Mia" nel corso di un laboratorio pensato ad hoc.
Tra le iniziative che stanno interessando alunni e detenuti nell'ambito del "Liberi da Dentro", infatti, vi è la realizzazione di un audiolibro, letto dagli studenti, che poi andrà a completare, assieme ad altri volumi presentati durante la rassegna, la biblioteca del carcere di Trento.
"Solo Mia", edizioni la Meridiana, raccoglie storie di donne dal carcere e non, racconti reali riportati all'interno di una cornice di fantasia che mettono al centro storie incredibili, fatte di violenza subita e a volte taciuta, attese tradite, affetti soffocati e speranze. Storie di dolore ma anche di svolte e di rinascita, che affrontano temi delicati come la maternità, il rapporto con i familiari, la detenzione, l'abuso: a trionfare, però, è l'importanza dei legami, del riconnettersi alla società e alle relazioni, nonostante i traumi vissuti.
Le testimonianze di Annalisa Graziano, in modalità a distanza nel rispetto della normativa anti-covid, sono previste dalle ore 9.30 alle 11.00 per studenti e studentesse e dalle ore 17.30 alle 19.00 per la cittadinanza. Per seguire gli eventi, è necessario richiedere il link scrivendo a
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