comunicocaserta.it, 9 dicembre 2020
Le mille difficoltà registrate a causa del momento di emergenza sanitaria hanno segnato lo stop del comparto della produzione e della promozione in ambito culturale. Gli operatori del settore, soprattutto il Natale alle porte, non vogliono far mancare la loro presenza attraverso iniziative di solidarietà.
L'AIB Associazione Italiana Biblioteche - sezione Campania perseguendo la sua mission a favore della promozione e valorizzazione della lettura, lancia l'iniziativa "Parole in circolazione. LiberiAmo la cultura", promossa in collaborazione con AIE (Associazione Italiana Editori), ALI (Associazione Librai Italiani), Mezzocannone8 - Polo della Cultura di Napoli e con il sostegno del Garante dei diritti dei detenuti della Regione Campania, nella persona del dott. Samuele Ciambriello.
L'iniziativa culturale vuole evidenziare il valore sociale ed inclusivo della lettura, grazie ad una gara di solidarietà a cui partecipano non solo i booklovers, ma anche le biblioteche, gli editori, i librai e gli autori con lo scopo di regalare libri ai reparti pediatrici degli ospedali campani, alle biblioteche carcerarie, alle case-famiglia e ai centri sociali.
Sarà possibile sostenere l'iniziativa a partire dal giorno 10 dicembre 2020 fino al 10 febbraio 2021 acquistando presso i punti vendita delle librerie aderenti uno o più libri da lasciare in donazione al rivenditore. Chi sceglierà di mettere le "parole in circolazione" avrà inoltre l'occasione di scrivere una propria dedica sul libro scelto da destinare ad un "lettore sospeso". AIB Campania attiverà anche percorsi di animazione alla lettura nei centri beneficiari delle donazioni.
L'idea è di mettere in campo una politica rivolta alle biblioteche sociali azionando strategie per ottimizzare i servizi all'inclusione e promuovere la cultura come bene comune. Cuore del progetto è la rete di solidarietà e collaborazione tra istituzioni pubbliche e private. Infatti, "Parole in circolazione. LiberiAmo la cultura" è un'iniziativa aperta anche alle aziende e alle scuole di ogni ordine e grado, che potranno richiedere la propria adesione scrivendo all'indirizzo di posta elettronica:
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 9 dicembre 2020
Mai come in questi giorni la sanità calabra e quella lombarda sono apparse così vicine e tanto simili. Due pezzi d'Italia, per decenni collocati all'opposto, hanno alzato bandiera bianca rispetto alla paura di inchieste. La lettera del presidente Fontana alla Procura della Repubblica di Milano ha suscitato un certo scalpore. Il capo del vecchio Pirellone ha preso carta e penna e ha riferito ai Pm la situazione di stallo che si sarebbe creata nella macchina burocratica regionale che si deve occupare dell'acquisto dei vaccini antiinfluenzali da distribuire alla popolazione.
Una decisione che, a seconda della sensibilità di ciascuno, è stata stigmatizzata con sarcasmo oppure cestinata come patetica. Una lettera che, invero, potrebbe anche essere intesa come l'estremo gesto di resa di un uomo politico finito al centro di un grave marasma mediatico e giudiziario che ne ha, obiettivamente, compromesso l'immagine e gli ha creato intorno un certo vuoto di cui si avvertono le grevi avvisaglie.
L'avesse scritta Fontana di suo pugno quella lettera in un momento di sconforto ci sarebbe stato poco da discutere. Il fatto che rechi, stando ai resoconti, la mano del suo staff legale la colloca in una prospettiva che merita qualche parola in più. Che avveduti professionisti abbiano potuto sollecitare il proprio assistito a questo gesto, impone un'attenzione che non può essere affondata nello sberleffo o nella derisione.
Il presidente di una delle più importanti regioni d'Italia - messo alle strette dai grand commis che occupano i suoi assessorati sulla legittimità di un acquisto a trattativa privata di considerevoli quantità di vaccini dall'unico fornitore disponibile - non ha alzato la scure e non ha rimosso i riottosi dalle loro scrivanie, né li ha mandati sotto processo per omissione di atti d'ufficio, ma ha chiesto alla Procura della Repubblica come comportarsi e quali iniziative adottare.
Sia chiaro, se quanto è trapelato corrisponde a verità, è del tutto probabile che i Pm lombardi procedano a carico di qualcuno o per aver illecitamente istigato un dirigente a commettere un reato o per aver questo dirigente rifiutato di compiere un'attività imposta da impellenti ragioni di sanità pubblica. In mezzo, a dire la verità e a occhio e croce, non c'è altro. O quasi.
Perché in mezzo c'è che si è consumata un'altra puntata della storia istituzionale e politica di questo nazione. Senza troppe forzature, ma si deve pur dire che mai come in questi giorni la sanità calabra e quella lombarda sono apparse così vicine e tanto simili. Mai due pezzi d'Italia così diversi, per decenni collocati all'opposto di una ideale scala delle virtù amministrative e civiche, hanno alzato insieme bandiera bianca di fronte alla minaccia di indagini e denunce. In Calabria un generale dei carabinieri, dimessosi a furor di popolo, aveva fatto vanto delle proprie interlocuzioni con i pubblici ministeri e aveva eretto questa relazione a tratto distintivo e qualificante del suo approccio allo sfascio sanitario della regione.
In Lombardia, collocata dalla catastrofe pandemica al primo posto al mondo nel rapporto morti/popolazione, la macchina della prevenzione vaccinale si ferma di fronte allo sbriciolarsi delle responsabilità gestionali e invoca l'ombrello protettivo della magistratura. In Calabria, dopo giorni imbarazzanti alla ricerca di un commissario straordinario, un poliziotto di grande esperienza è tornato a riprendere le rime di un discorso interrotto dalla defenestrazione di Cotticelli. In Lombardia un sospetto immobilismo amministrativo, alimentato dalla paura di inchieste, fa chinare il capo al presidente della Regione che, cappello in mano, invoca chiarimenti dal palazzo di giustizia.
In entrambi i casi la preoccupazione che agita la politica di questa fine di decennio sembra quella di avere una magistratura non ostile, se non addirittura amica, di guadagnarne l'assenso per non restare impelagata in avvisi di garanzia e perquisizioni. Una condizione che, onestamente, non ha eguali al mondo. L'esposizione del corpo infermo del potere politico e amministrativo, con le sue mutilazioni e le sue purulenze, è alla fine plateale, senza pudori.
Non si cercano più canali paralleli e riservati di interlocuzione - quelli che sono sempre esistiti al coperto di incontri, cene, cooptazioni, frequentazioni - tra pezzi delle toghe e settori della politica, ma ci si consegna interamente alla ritenuta sovranità giudiziaria con gesti di sottomissione che, a ben guardare, hanno imbarazzato persino chi li ha ricevuti. Situazione complessa e da cui è difficile venir fuori, soprattutto quando si tocca con mano l'esasperazione sociale di quanti pagano il prezzo doloroso del contagio e quando spira sempre più forte un vento di rancore che si tenta invano di placare con promesse di denaro a pioggia. La falce giudiziaria rischia, così, di essere percepita come una rude scorciatoia. Se non si va alle urne, se non ci si può sbarazzare degli incompetenti, poco importa, tanto il popolo esprime il proprio volere per mano dei suoi giudici, irrogando pene mediatiche, se possibile, molto più efficaci e disonorevoli del carcere. Ecco che ai potenti urge avere un salvacondotto che la mera legittimazione democratica, il solo voto apposto sulle schede non può più dare.
L'indagine penale si atteggia - e non per colpa delle toghe il più delle volte - come la nuova urna, come il nuovo registro discorsivo che - senza fastidiose scadenze prefissate e senza che sia convocato alcun comizio elettorale - esprime e concretizza, ora e subito, la sfiducia popolare, la sua reale e immediata volontà, purtroppo irretita dai tempi troppo lunghi e ormai insufficienti dei cicli di elezione. Ciò che conta è che trovi sfogo l'urgenza del risentimento e la brama del contrappasso. Ecco che si profila il pericolo di costruire una oclocrazia mediatica in cui la potestà politica, democraticamente scelta, viene continuamente messa all'angolo dalla propria paura di indagini e perquisizioni e finisce per abdicare alle proprie prerogative a vantaggio di un incontrollato sacerdozio delle manette che possa dispensarle protezione.
Così dopo circa 30 anni all'immunità parlamentare, allo scudo processuale dalla Costituzione del 1947 e piegato dai colpi di Tangentopoli, si viene a sostituire lo schermo della sottomissione. La captatio benevolentiae della casta egemone per mitigare il pericolo delle inchieste.
Anche quando si discute della salute dei cittadini in Lombardia o della irrinunciabile metamorfosi della sanità nel malato pianeta di Calabria. Occhio, però, che "non si porta la libertà sulla punta delle baionette". Parole celebrate ovunque, ma foriere di inganni, non fosse altro perché a pronunciarle è stato Maximilien Robespierre che ai fucili, da uomo di legge, preferiva la ghigliottina.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 9 dicembre 2020
"Il ruolo dell'Anm? Credo sia quello di intervenire fornendo un contributo tecnico nella elaborazione delle riforme legislative, con particolare riguardo a quelle che investono direttamente l'ordinamento giudiziario. Inutile negare, però, che all'interno della magistratura ci sono sensibilità diverse sul suo ruolo e sul suo possibile raggio d'azione. È mia opinione che ci si debba attenere ai compiti che lo statuto attribuisce all'associazione, dando forte impulso all'azione di tutela degli interessi morali ed economici dei magistrati. Aggiungo che la sintesi programmatica tra i gruppi associativi è stata, per preciso impegno comune, proprio in tal senso".
Salvatore Casciaro, consigliere presso la sezione lavoro della Corte d'appello di Roma ed esponente di Magistratura indipendente, la corrente moderata delle toghe, è il nuovo segretario generale dell'Anm. Questa è la sua prima intervista.
Consigliere, perché è stato così difficile trovare un accordo fra i vari gruppi? Un problema di nomi o di programma?
Un problema di programma: occorreva intendersi su come declinare un progetto di rinnovamento reale per restituire all'associazionismo giudiziario il suo senso più autentico. Ed è quello che abbiamo fatto. Era ragionevole, una volta delineato un progetto di cambiamento, che se ne facesse poi interprete una nuova giunta esecutiva.
Perché avete deciso di non ripetere l'esperienza della "rotazione" dei vertici associativi?
L'argomento non è stato affrontato perché ci si è concentrati nello sforzo di sintesi delle diverse linee programmatiche. Ciò non significa, comunque, che nel suo percorso l'esecutivo dell'Anm, che riflette le diverse sensibilità associative, debba restare immutato nell'attuale assetto.
Articolo 101, il gruppo "anti-correnti", ha deciso di rimanere fuori. Cosa pensa?
Ho grande rispetto per la lista 101, che ha deciso autonomamente di restare fuori dall'esecutivo dell'Anm. Auspicherei che le loro istanze fossero veicolate nel segno non della contrapposizione frontale, ma del dialogo costruttivo. I gruppi associativi restano, al di là dei fenomeni di degenerazione su cui occorre drasticamente intervenire, una grande risorsa con il loro contributo di storia, di idee e valori.
Il caso "Palamara" ha rappresentato un colpo severo all'immagine della magistratura. Il pg della Cassazione ha escluso profili disciplinari per i magistrati che si "autopromuovevano". Come vi comporterete per quanto concerne gli aspetti deontologici?
La perdita di immagine non è stata solo esterna e nei riguardi dei cittadini, ma anche interna. Mi spiego: molti colleghi si sono allontanati dalla vita associativa, che invece è un ambito di confronto e una forma di crescita umana e professionale di grande significato. Oltre all'attività di analisi dei profili deontologici di competenza dei probiviri, sarà fondamentale la capacità di dimostrare, in tempi brevi, la reattività dell'associazione nell'individuare le linee di contrasto affinché il fenomeno del correntismo possa essere efficacemente avversato. Questo sarà il primo "banco di prova" per l'Anm: il rinnovamento dovrà essere percepito all'esterno fin dalle prime iniziative.
Covid e giustizia: la pandemia ha messo in luce tutte le criticità del sistema. Si pensi all'iniziale impossibilità per il personale amministrativo di lavorare da remoto. Da giudice che opinione ha?
Abbiamo scontato in questi lunghi mesi di emergenza sanitaria difficoltà organizzative in parte inevitabili. La capacità di adattamento delle amministrazioni pubbliche sconta lentezze, talvolta originate da assetti regolamentari o procedimentali che meriterebbero di essere semplificati. Uno dei paradossi è consistito, con l'ingresso del "lavoro agile" per il personale amministrativo, nell'impossibilità a cui lei accennava di accedere "da remoto" ai servizi di cancelleria. Ma le cose stanno cambiando, almeno su tale aspetto. Grande impegno è stato profuso dai dirigenti degli uffici giudiziari che hanno stilato protocolli con enti e aziende sanitarie locali, costituendo "unità di crisi" per fronteggiare le situazioni di emergenza, riducendo le ricadute sull'amministrazione della giustizia. Servirebbe un protocollo nazionale per assicurare un omogeneo grado minimo di protezione dal rischio epidemico ed evitare differenti tutele. Al guardasigilli, che ha mostrato disponibilità, abbiamo presentato una serie di richieste per rendere più sicura la celebrazione dei processi, e ciò a salvaguardia della salute degli operatori della giustizia e dell'utenza.
Può fare un esempio?
Mi sembra francamente poco coerente con le esigenze di funzionalità del processo e di tutela della salute pubblica prevedere, nel penale, il compimento di attività processuali"da remoto" nella fase di indagine e non consentirlo in termini altrettanto ampi, nonostante il consenso del difensore dell'imputato, nella fase del giudizio.
Come vede la possibilità di sanzioni disciplinari per giudici e pm che non rispettano la durata preordinata delle fasi processuali?
Sono "norme manifesto" inutili se non controproducenti, vengono percepite come vessatorie per coloro, e sono tanti, che lavorano senza risparmiarsi per dare un servizio di qualità ai cittadini. I tempi del processo sono all'evidenza legati ai carichi di lavoro. Se non si incide sui carichi, non ha senso fissare aprioristicamente i tempi che potrebbero andare bene in un contesto geografico in cui la mole di lavoro è inferiore, ma sarebbero improponibili ad altre latitudini con carichi ben più pesanti.
I processi, comunque, in Italia durano tanto...
Il potere politico è chiamato a una profonda riflessione sulla durata ragionevole del processo e sulle doverose iniziative di riforma per velocizzare la macchina della giustizia. C'è ad esempio un disegno di legge delega per la riforma del processo civile, presentato nel lontano 2014 dall'ex ministro Andrea Orlando con la finalità di contenere i tempi dei giudizi, che non ha mai visto concludere il proprio percorso parlamentare. Finora non si è fatto abbastanza su questo fronte. Un cattivo pagatore potrebbe avere convenienza ad affrontare il processo, all'esito del quale sarà costretto a saldare il debito scaduto anni prima, ma con interessi ben inferiori a quelli praticati dal sistema creditizio. Occorre riflettere sulla funzionalità del processo e individuare i giusti rimedi, specie ai fenomeni di abuso del processo. L'Anm non farà mancare, su tale versante, il proprio contributo propositivo.
Nella riforma del processo penale all'esame della Camera per la riduzione del carico processuale è
previsto l'innalzamento da 5 a 8 anni del limite di pena massimo per il patteggiamento. Contestualmente, però, si vuole allargare il numero dei reati per i quali l'acceso al patteggiamento è precluso. C'è spazio per un'azione congiunta di magistratura e avvocatura in modo che si recuperi l'impostazione condivisa da Anm e Ucpi al tavolo di Bonafede, impostazione decisamente più coraggiosa, sui riti speciali?
Sarebbe importante un'azione congiunta di magistratura e avvocatura. Nel campo delle riforme del processo penale, e non solo con riferimento alle misure alternative al dibattimento, la magistratura associata e l'avvocatura devono dialogare fra loro e fornire ogni contributo tecnico e di esperienza all'azione del governo; è importante ricercare un dialogo costruttivo che, nel rispetto dei diversi ruoli, miri a restituire piena funzionalità al processo penale.
Sulla giustizia, però, la maggioranza oscilla fra la linea "restrittiva" del M5s e quella "garantista" di Italia viva. Ciò determina ritardi in tema di riforme. Il ruolo della magistratura e dell'avvocatura diventa a questo punto quanto mai fondamentale...
Come ho già detto, l'ascolto del punto di vista dell'altro, l'attenzione per le opinioni diverse dalla propria e la disponibilità a cambiare prospettiva, sono i presupposti ineliminabili, unitamente a un sano pragmatismo, per costruire buone riforme nell'interesse del Paese.
di Giulia Merlo
Il Domani, 9 dicembre 2020
Intervista al neoeletto presidente dell'Associazione nazionale magistrati, la toga progressista di Area Giuseppe Santalucia. Dopo settimane di stallo e veti tra le correnti, soprattutto sul nome del presidente, l'Associazione nazionale magistrati ha eletto al suo vertice Giuseppe Santalucia. Storica toga del gruppo progressista di Area, ha avuto la fiducia di quattro correnti - Area, Magistratura indipendente, Autonomia e Indipendenza e Unicost - su cinque e dovrà guidare il sindacato delle toghe all'indomani della tempesta del caso Palamara.
Sono serviti 50 giorni per dare un presidente all'Associazione nazionale magistrati: un segnale che mostra come la crisi di sistema non è ancora alle spalle. Come mai questo travaglio?
Non si può prescindere dal fatto che il rinnovo dell'associazione e degli organismi è arrivato all'indomani di un periodo difficile, interessato da azioni disciplinari come quella nei confronti di Luca Palamara, ma anche da scontri e dissensi interni. Nessuno di noi ha dimenticato cosa è successo, per questo trovare l'unità, perché questo è stato l'obiettivo di tutti, e una giunta più unitaria possibile ha richiesto del tempo. Però posso dirle che il risultato era ambizioso ed è stato raggiunto: trovare un'unità effettiva e non di facciata.
La crisi ha prodotto unità?
In un certo senso. La crisi ha agito su due piani: da un alto ha reso più accidentato il percorso della stesura di un programma unitario, ma dall'altro ha reso tutti più determinati in questo proposito. Si è agito nella ricerca di un comune obiettivo di unità sulle cose da fare presto e bene, e poi sul nome del Presidente la scelta, per me in modo inaspettato, è caduta su di me, fatto che mi lusinga.
L'unica corrente che le ha votato contro, Articolo 101, ha scritto che con la sua nomina "le correnti sono unite, i magistrati no"...
Con rispetto per i colleghi, la trovo una semplificazione sbagliata, perché traspone nel nostro mondo, con superficialità di approccio, modelli che non ci appartengono. La giunta non gestisce né denaro né potere, non ci sono accordi di gruppi a danno della magistratura ed esiste piena identificazione tra magistratura e associazione. Pensare ad accordi di gruppi dirigenti che non rispecchino le sensibilità della magistratura mi sembra, oltre che fuori fuoco, anche poco rispettoso del lavoro di chi si è messo al servizio dell'associazione.
Il tema centrale per questa Anm è la "questione morale". Cosa significa?
La "questione morale" si individua nella perdita di credibilità che la magistratura soffre ogni qualvolta emergono comportamenti non in linea con ciò che ci si attende dai magistrati. Un magistrato, che deve essere espressione di autonomia e indipendenza quando è sul suo scranno, se si lascia andare a comportamenti discutibili crea un problema, perché rende tutta la magistratura non credibile agli occhi della comunità. Far sentenze e comportamenti extra ufficio non possono essere scissi.
L'Anm come agirà?
Il giudice penale e il giudice disciplinare si occupano delle condotte più gravi, appunto illecite. Ma al di sotto di quelle soglie molto alte esistono comportamenti che ugualmente appannano l'immagine della categoria, anche se non sono sanzionabili. In questo spazio, che è quello della deontologia, l'attore principale è l'Anm, il cui codice etico è parametro a cui tutti gli associati devono conformarsi.
L'idea quasi ascetica della magistratura cozza con l'immagine che ne è uscita negli ultimi mesi...
Si sbaglia, non c'è alcun accento sacrale in quello che sto dicendo. I magistrati non sono sacerdoti ma esseri umani e, laicamente, l'Anm agirà per far rispettare un principio: i magistrati, per esercitare i loro alti compiti, non possono tenere comportamenti poco commendevoli.
Il tutto è emerso a causa del processo Palamara, che ha svelato il cosiddetto sistema delle correnti. Le correnti sono un problema?
Le correnti in magistratura avranno vita fino a quando avranno e sapranno dimostrare la loro ragion d'essere, quindi fino a quando saranno espressione di punti di vista sul modo di essere magistrato e sui rapporti con la politica e la società. Alcune teorizzano un magistrato silenzioso e votato all'aspetto tecnico, altre vedono nella tecnica una cifra politica che non può essere compressa. In quest'ottica, le correnti sono la nostra ricchezza, su cui si fonda la mediazione forza culturale dell'Anm.
Le correnti, però hanno mostrato anche il loro volto più deteriore...
Tutti noi ne conosciamo le degenerazioni. Il punto, però, non è non buttare a mare anche la ricchezza del loro apporto, ma evitare che le correnti degenerino in altro: in gruppi di interesse che tentano di influenzare la gestione del potere.
Questo volto è emerso anche a causa delle intercettazioni attraverso il Trojan installato nel cellulare di Palamara. Lei, che è stato il padre tecnico della riforma delle intercettazioni quando lavorava nell'Ufficio legislativo del ministro Orlando, che giudizio dà dell'utilizzo dello strumento?
Prescindendo totalmente dalla vicenda giudiziaria in corso, in generale io credo che sia necessario stare molto attenti quando si usano strumenti particolarmente invasivi. Le intercettazioni lo sono e vanno usate solo quando sono indispensabili; i Trojan, essendo ancora più invasivi, hanno bisogno di una indispensabilità ancora più rafforzata. Il legislatore ha esso mette in mano alla magistratura strumenti di particolare incidenza per fare efficacemente indagini, ma vanno usati con sapienza. Come il bisturi in mano al medico: è un ottimo ausilio, ma va usato con cautela. Quella cautela per me è la proiezione della professionalità dei magistrati, i quali devono sempre tener presente che stanno usando strumenti potenzialmente offensivi di diritti fondamentali che possono offendere i diritti, anche quando fanno giustizia.
Si riferisce alla pubblicazione delle intercettazioni?
Non va mai trascurata la tutela delle persone coinvolte nei procedimenti giudiziari. La riforma ha avuto come obiettivo la tutela del diritto alla riservatezza anche degli indagati, su cui non vanno caricate ulteriori afflizioni dovute a pubblicazione indebite. Attenzione: io sono convinto che la stampa debba sapere, perché è una forma di controllo sull'operato dei poteri, ma non valicando il limite del lecito. Il processo è una macchina che costruisce sapere, che deve essere messo a disposizione della società: ma va veicolato il sapere elaborato nel processo, non quello grezzo della fase precedente.
Tornando ai temi su cui l'Anm dovrà esprimersi, il più divisivo e meno trattato nel suo programma è la riforma del Csm e all'ipotesi del sorteggio per sceglierne i membri...
Si sbaglia, il programma non è vago ma prevede, come chiesto anche dagli eletti di Articolo 101, l'apertura a una discussione senza pregiudiziali. Io credo che non ci siano argomenti indiscutibili e creare tabù sia un modo per ingigantire i problemi.
Lei, però, è contrario al sorteggio, anche temperato...
Io sono fortemente contrario ed è la mia posizione personale e anche quella di Area. Però non mi sottraggo alla discussione e anzi l'Anm offrirà a breve un suo contributo al dibattito, perché la riforma intanto sta proseguendo in commissione Giustizia.
Cosa non la convince? Sarebbe il modo per evitare dinamiche elettorali distorte...
Io vorrei un Csm attrezzato a svolgere il suo ruolo di governo autonomo della magistratura e non capisco come il caso, a cui si affida col sorteggio, possa venire in aiuto. I magistrati hanno a volte l'idea sbagliata di saper fare tutto e non è così: un magistrato può essere eccezionalmente bravo nel suo lavoro, ma l'amministrazione della giurisdizione è altra cosa.
Anche il rapporto tra l'Anm e il Csm andrà regolato, in particolare la pratica di passare da un ruolo all'altro?
L'assemblea si è già espressa per la modifica allo statuto e per il regime delle incompatibilità. Io la ritengo una cosa utile: l'associazione è un servizio che sottrae tempo e fatica, che va fatto con generosità anche perché deve essere libero dalla ricerca di vantaggi personali. L'Anm non può essere usata per acquisire crediti personali in vista di vantaggiosi incarichi per i singoli. Se questo spirito di servizio si è perso per strada, credo che una norma sia utile a richiamarlo alla mente.
Lei rimarrà in carica per i prossimi 4 anni oppure ci sarà un rinnovamento delle cariche come è stato per la giunta precedente?
Non ci sono stati accordi in merito. Data però la pesantezza del compito che sto assumendo, non vedo con sfavore una rotazione. Anzi, visto che l'impegno è gravoso, credo sia una cosa positiva se qualcuno per strada riceverà il testimone.
Allargando lo sguardo al resto della giurisdizione, ora i rapporti con l'avvocatura e soprattutto coi penalisti sono tesi. È un dialogo che cercherà, quello con gli avvocati?
Io credo che sia indispensabile farlo, perché è impensabile ragionare sul processo senza gli avvocati. Questo momento di crisi deve coinvolgere tutti nel dibattito: avvocati, magistrati e accademia. Se io ho un obiettivo, è quello di coinvolgere tutte le intelligenze e all'avvocatura io ho da chiedere non solo un dialogo, ma un aiuto concreto.
Su cosa in particolare?
Il problema più impellente è la gestione dei processi in fase di pandemia. Appena mi insedierò organizzativamente, è mia intenzione cercare di avere un dialogo stretto con l'avvocatura, in modo da cercare posizioni comuni da portare al ministro. Il Guardasigilli non deve avere il problema di temere di accontentare gli uni e scontentare gli altri: la volontà di rendere efficiente il processo e tutelare le garanzie è comune. Non viviamo su fronti contrapposti e sarà mio impegno dimostrarlo.
Intanto in parlamento procedono le riforme della giustizia sia civile che penale. È fiducioso?
L'Anm rafforzerà le sue commissioni di studio che hanno già attenzionato i disegni di legge. Forniremo alla politica il nostro punto di osservazione che è di eccezionale importanza, senza invasioni di campo ma con la volontà di dare un contributo di idee ed esperienze. Vigileremo sui lavori, interverremo anche in modo critico, ma sempre con la volontà di costruire.
Eppure questo sembra il periodo peggiore per le grandi riforme di sistema...
I tempi delle grandi riforme monumentali non sono i nostri, non mi aspetto dalla politica di questo periodo la riscrittura dei codici in termini rivoluzionari, per cui occorrerebbero altre condizioni politiche. Il processo penale è un cantiere aperto da anni, ma non è detto che sia un male: noi magistrati in quel cantiere lavoriamo e lavoreremo, con l'obiettivo di risolvere più criticità possibili. Dovremo accontentarci dei piccoli passi, ma con l'obiettivo di arrivare lontano.
di Tiziana Simula
La Nuova Sardegna, 9 dicembre 2020
Giudici e personale in isolamento dopo la positività del presidente Magliulo. Le urgenze garantite da magistrati di Sassari. Tutti in quarantena, magistrati e personale amministrativo, nessuno può uscire di casa. Men che meno presentarsi negli uffici giudiziari. Il Covid blocca il tribunale e congela l'attività giudiziaria in Gallura, di fatto sospesa per una settimana.
Saranno garantite solo le urgenze - convalide di arresti e direttissime - attraverso l'applicazione di cinque giudici e relativo personale amministrativo in servizio nel tribunale di Sassari. La quarantena per tutto il personale che opera nel palazzo di giustizia di Tempio è scattata dopo la positività al Covid 19 del presidente Giuseppe Magliulo.
Era stato lui stesso a far sapere di essere risultato positivo in un lungo post pubblicato sul suo profilo Facebook nella tarda serata di sabato. Il servizio igiene e sanità pubblica dell'Ats domenica sera ha comunicato che tutto il personale di magistratura e quello amministrativo veniva messo in quarantena e tutti, ovviamente, saranno sottoposti al tampone naso-faringeo molecolare. Il tampone verrà fatto venerdì prossimo.
I risultati dovrebbero arrivare entro domenica. Per l'intera settimana, quindi, l'attività giudiziaria programmata, ovvero i processi già fissati, anche con imputati detenuti, salterà, non essendoci al lavoro né giudici, né cancellieri, né personale. Saranno garantite solo le urgenze grazie all'applicazione di giudici del tribunale di Sassari, così come disposto dalla presidente della Corte d'appello di Cagliari facente funzioni Maria Mura su richiesta di Magliulo.
Scattata la quarantena per tutto il personale, il presidente ha immediatamente informato la procura generale e la Corte d'appello della situazione di stallo del tribunale tempiese. "Ho comunicato l'impossibilità a celebrare le udienze - spiega Magliulo che, benché in congedo per Covid e sotto terapia, sta continuando a occuparsi dell'ufficio - Ci sono servizi essenziali che devono essere garantiti come le direttissime e le convalide degli arresti".
La risposta è arrivata presto. Dal 7 al 12 dicembre convalide e direttissime si terranno nel tribunale di Sassari e saranno celebrate da cinque giudici in servizio in quel tribunale. I processi già fissati e quelli con detenuti saranno rinviati non appena sarà possibile accedere nel tribunale di Tempio. Le urgenze del settore civile saranno gestite da remoto dai giudici in quarantena. Ovviamente il tribunale dovrà essere sottoposto a sanificazione. E anche qui, spunta un problema. Quello dei soldi. Il tribunale non li ha e neppure il Comune di Tempio, interessato dallo stesso Magliulo. Per tre volte la sanificazione è stata fatta e pagata dalla Provincia. Chi si accollerà le spese questa volta?
di Lorenzo Boratto
La Stampa, 9 dicembre 2020
L'associazione internazionale su invito del Garante dei detenuti monitorerà la situazione nella casa circondariale di Saluzzo dove 23 agenti e 4 reclusi sono risultati positivi. Nel carcere di Saluzzo ci sono 23 agenti e 4 detenuti positivi al Covid: circa la metà di tutti i casi registrati in questa seconda ondata nei 4 penitenziari della Granda, che ospitano 788 detenuti.
I dati risalgono a fine novembre, quando vennero eseguiti 2.645 tamponi nelle 12 carceri del Piemonte. Una larga parte è stata fatta proprio in provincia: 1.118 in tutto, scoprendo altri due detenuti positivi al Covid al Cerialdo di Cuneo, mentre i positivi tra i dipendenti sono in tutto 45, su 449 addetti del Cuneese. Oltre ai 23 agenti del "Morandi" ci sono anche colleghi positivi a Cuneo (12), Alba (5) e Fossano (4 agenti e un operatore).
Il garante regionale dei detenuti, Bruno Mellano, ha analizzato la situazione Covid nelle carceri cuneesi. Spiega: "Negli istituti penali della provincia si è fatto il 42% dei tamponi di tutto il Piemonte, ma i detenuti positivi sono solo 6 su 788. Le scelte fatte dalle Asl Cn1 e Cn2 e dalle direzioni di carcere sono state lungimiranti".
E ha elogiato lo screening fatto a tappeto. Le carceri cuneesi sono occupate in media all'85%, mentre l'unico che supera la capienza è Alba, che è anche il più piccolo: ha riaperto solo in parte dopo un caso di legionella alcuni anni fa e ospita 43 detenuti, non i 33 previsti come capienza massima.
Per Mellano la situazione tra gli operatori è "meno felice: nel Cuneese è stato effettuato il 24% dei test messi in campo a livello regionale, con una percentuale di esiti positivi del 10%: 45 positivi, di cui 44 agenti di polizia penitenziaria. La lezione impartita dalla prima ondata, che aveva fatto registrare un significativo numero di contagi soprattutto a Saluzzo (con Torino e Alessandria), ha lasciato in eredità una certa prudenza, che ora non deve lasciare spazio al rilassamento.
Proprio per questa esperienza, su richiesta dei garanti, il carcere di Saluzzo è rientrato in un progetto di monitoraggio dell'associazione internazionale Medici senza frontiere: ha elaborato un documento di analisi e di procedure di gestione dell'emergenza Covid in carcere". Il garante ha poi voluto ricordate che nelle carceri sono fondamentali "adeguati spazi di quarantena e isolamento, possibili solo in istituti non sovraffollati".
Nei giorni scorsi inoltre Mellano aveva voluto lanciare un allarme, dopo che Giorgio Leggieri era stato promosso da direttore di Cuneo (e reggente ad Aosta) alla casa di reclusione Bollate di Milano. "Per il Piemonte si tratta di una perdita che va ad aggravare una situazione già difficile, con 7 direttori operativi per 14 Istituti piemontesi (più Aosta)" dice Mellano. In provincia Giuseppina Piscioneri gestisce Alba e Saluzzo, mentre Assuntina Di Rienzo è direttore a Fossano e vice a Torino. L'ultimo concorso per dirigenti risale al '97 e per avere nuovi direttori passeranno altri due anni. "Situazione obiettivamente insostenibile" conclude il garante che ha segnalato il problema anche al presidente della Regione Alberto Cirio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 dicembre 2020
La visita del collegio del Garante. Problemi nell'articolazione psichiatrica dell'istituto penitenziario di Reggio Emilia. Assenza di spazi adeguati e con un difficoltoso percorso trattamentale nei confronti dei detenuti con patologie psichiche. Dopo aver parlato dell'Istituto di Parma - che ha una sua evidente complessità non solo perché comprende una Casa di reclusione e una circondariale, ma anche perché la stessa reclusione si articola in una pluralità di circuiti diversi, con spesso situazioni di incompatibilità tra di loro e la complessità sanitaria del centro clinico interno -, ora è la volta dell'istituto di Reggio Emilia.
Parliamo sempre della visita del Garante nazionale in Emilia- Romagna che ha riguardato la parte occidentale della regione. La delegazione - composta dall'intero collegio del Garante (Mauro Palma, presidente, e Daniela de Robert ed Emilia Rossi, componenti) e da sei membri dell'Ufficio - ha visitato diversi luoghi di privazione della libertà: dagli Istituti penitenziari, alla Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), alle camere di sicurezza delle varie forze di Polizia, inclusi i cosiddetti "locali idonei" introdotti dal "Decreto Sicurezza 2018" delle Questure, alle Residenze sanitarie assistenziali per persone anziane o con disabilità (Rsa e Rsd). Una visita senza dubbio complessa e articolata del territorio di Parma, Reggio Emilia e, parzialmente, Piacenza. Come ha descritto il Garante, anche il penitenziario di Reggio Emilia è caratterizzato da un numero elevato di circuiti detentivi che rende molto complessa la sua gestione.
Difficile la situazione della Articolazione per la tutela della salute mentale (Atsm), un reparto con un numero molto elevato di posti (46) in assenza di spazi adeguati. "A rendere ancora più critica la situazione - scrive l'autorità del Garante Nazionale - è la forte presenza di persone provenienti da fuori regione (16 attualmente) per le quali diventa molto problematica la presa in carico da parte del territorio di appartenenza".
Il Garante osserva che parliamo di un percorso di contenimento e armonizzazione del disagio mentale svincolato da una effettiva presa in carico territoriale centrata su una possibile connessione con la realtà esterna. Tale percorso rischia, infatti, di essere "del tutto teorico e di configurarsi come forma di internamento: la provenienza da diversi contesti regionali e la conseguente rescissione di ogni relazione con essi evidenzia tale rischio". Complessivamente, tuttavia, l'Istituto sembra indirizzato verso un nuovo inizio, attento alle esigenze trattamentali, lavorative e di connessione forte con il territorio, come da tempo si sentiva l'esigenza.
Altra visita riguarda la Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) di Casale di Mezzani, la quale è una struttura provvisoria, operante dal 2015, con dieci posti, tutti attualmente occupati. "L'attenzione all'inserimento dei pazienti in un percorso terapeutico continuativo è senz'altro uno degli aspetti positivi e certamente dovrà essere conservato anche quando la Rems sarà realizzata, come previsto da tempo, nella sua nuova sede regionale, più ampia e meno omogenea territorialmente", osserva sempre il Garante.
Molta attenzione è stata rivolta anche alle camere di sicurezza delle diverse forze di Polizia: dei Carabinieri, della Polizia di Stato e, nel caso di Reggio Emilia, della Polizia locale. In questo contesto il Garante ha visitato, tra l'altro, anche il Comando provinciale dei Carabinieri di Piacenza e la stazione Levante, in fase di ristrutturazione e attualmente appoggiata presso la caserma dei Carabinieri della Forestale. Per i particolari toccherà aspettare quando la relazione completa sarà pubblicata sul sito del Garante Nazionale delle persone private della libertà. Nel frattempo, come da prassi, sarà Il Dap a chiarire e prendere in considerazioni le osservazioni del Garante.
di Massimiliano Nerozzi
Corriere della Sera, 9 dicembre 2020
Ha 57 anni e il Tribunale di Sorveglianza gli ha concesso l'opportunità di smetterla con le scommesse e di riprendersi in mano la vita dopo un anno di prigione. Diventato rapinatore di banche per dare la caccia ai soldi che poi si divorava con il gioco d'azzardo, a 57 anni si trova davanti all'ultima puntata della vita, quella che pochi giorni fa gli è stata offerta dal tribunale di sorveglianza di Torino: smetterla con le slot e le sale scommesse - guarire dalla ludopatia, insomma - e riprendersi in mano l'esistenza, e la famiglia, dopo un anno di prigione.
"Sono pentito di quel che ho fatto, ora voglio solo curarmi e riscattarmi", si limita a dire lui, nato e cresciuto in città. Accogliendo la richiesta del suo difensore, l'avvocato Pasqualino Ciricosta, i giudici gli hanno infatti concesso la misura alternativa della detenzione domiciliare per esigenze sanitarie. Abiterà con compagna e figlio, lavorerà nel suo banchetto di generi alimentari e seguirà le cure del dipartimento dipendenze dell'Asl. Les jeux sont faits, rien ne va plus: altri giochetti non saranno tollerati.
Tutto ha inizio con il gioco d'azzardo, mica con il crimine, perché il protagonista di questa storia non ha "l'educazione di una canaglia", come direbbe Edward Bunker, e neppure i precedenti. Coltiva però la passione del giocatore, con quell'ossessione che la fa presto sconfinare nel vizio e, poi, nella patologia. Slot, videolottery, sale scommesse, ogni puntata è buona per buttar via quattrini. Che, come spesso capita in tante famiglie, all'improvviso non bastano più. Se poi incroci le compagnie sbagliate, è un attimo diventare rapinatore, ma di quelli seri: che vanno in trasferta con la banda, si camuffano con berretto da baseball e occhiali da sole, saltano il bancone e si portano via migliaia di euro.
Tra il novembre 2014 e l'aprile 2015 succede sei volte, in sei istituti di credito diversi, tutti sulla riviera toscana. La settima, invece, finisce male, come nei film di Hollywood: un poliziotto sveglio sorprende il palo, indossa la sua parrucca, e quando i complici saltano in macchina, li arresta. Morale: condanna a 4 anni di reclusione, per rapina, tentata e consumata, contraffazione di targhe e violazione della legge sulle armi.
E va pure di lusso, per il rito abbreviato e perché, alla fine, la corte d'Appello di Genova riconosce la radice del problema e concede, appunto, un'ulteriore riduzione di pena: "Essendo egli affetto da una severa forma di ludopatia all'epoca di commissione dei reati". Osservazione che viene ripresa anche dal tribunale di sorveglianza: "Sotto il profilo sanitario, il soggetto ha sofferto di una grave forma di ludopatia, che lo ha indotto a commettere i reati" la cui pena sta espiando. Sulla diagnosi, fatta dall'Asl già nel dicembre 2012, non ci sono dubbi: "Gioco d'azzardo patologico, alcol sporadico e depressione".
L'uomo era rimasto in cura fino al marzo successivo, quando "aveva interrotto sua sponte il percorso". Imboccando la strada sbagliata: "Aveva assunto un atteggiamento di chiusura e di negazione", annotò il medico curante. Si può però riprovare, argomentano i giudici: "Ricorrono i presupposti per l'accoglimento della domanda, vista l'assoluta necessità di prescrivere al condannato di riprendere quanto prima il programma riabilitativo interrotto".
Va da sé, lasciando perdere il gioco d'azzardo. Per il quale, viene in mente la battuta del cervellone elettronico di un film cult dei primi anni Ottanta, Wargames, messo di fronte all'infantile giochino del tris: "L'unica mossa vincente, è quella di non giocare".
di Grazia Zuffa*
dirittiglobali.it, 9 dicembre 2020
Nella consueta litania mediatica circa la pandemia, poco ci si sofferma su due fenomeni importanti: la ripresa delle infezioni nelle residenze per anziani, così come nelle carceri. Nella consueta litania mediatica circa la pandemia (dati, commenti di esperti e meno esperti, evoluzioni attese, ricadute sulle nostre vite quotidiane), poco ci si sofferma su due fenomeni importanti: la ripresa delle infezioni nelle residenze per anziani, così come nelle carceri.
Negli istituti di pena, poi, la nuova ondata si rileva assai più pericolosa della prima, anche se dei detenuti si parla ancora meno che degli anziani in Rsa: non si sa se sia un bene o un male, stante la confusione del dibattito pubblico (fra le contraddizioni della comunicazione istituzionale e la scarsa chiarezza delle voci "scientifiche"), in ogni modo è sintomo di scarsa sensibilità sociale nei confronti di soggetti ambedue (diversamente) fragili e istituzionalizzati.
Vale dunque la pena di ragionarci un po', notando per prima cosa ciò che accomuna i contagi in carcere e nelle Rsa. Sia gli anziani/anziane, sia i detenuti/detenute, vivono in lockdown permanente, senza mai poter uscire. E tuttavia possono, a certe condizioni, ricevere visite.
Con la pandemia, il lockdown "costitutivo" - diciamo così - della loro vita quotidiana si è trasformato in isolamento dal contatto con l'esterno. Per i detenuti, l'isolamento richiama il confinamento "disciplinare"; per gli anziani, evoca lo spettro (già incombente) della morte, il momento dell'addio definitivo al mondo delle relazioni umane (come ha scritto Alberto Asor Rosa). Poco spazio ha avuto nel dibattito pubblico la sofferenza dell'isolamento, tacitata dall'epica della lotta alla pandemia al grido - oggi parecchio affievolito - del "andrà tutto bene". Eppure, ci sono anziani e anziane che non vedono figli e nipoti dai tempi della prima ondata.
Recentemente, un programma televisivo mostrava un dispositivo di protezione "all'avanguardia" (sic!), che permette il contatto delle mani guantate di parenti e ricoverati. Un'immagine agghiacciante presentata come segno di speranza. È andata perfino peggio - com'era da aspettarsi - ai detenuti: lo sgomento e la rabbia per la sospensione delle visite e delle attività, alla base delle rivolte di primavera, sono stati letti in chiave puramente criminale.
Torniamo ora alla loro condizione di vita, in lockdown obbligato e isolato. Per anziani e detenuti non valgono i continui appelli alla responsabilità individuale dei comportamenti corretti, la loro salute è nelle mani di altri - enti, istituzioni, operatori preposti alla loro cura e/o custodia. È perciò questione di responsabilità sociale, di cura e attenzione nel predisporre misure e programmi per difendere coloro che non possono difendersi da sé, perché privati della libertà (i detenuti) o largamente limitati nella libertà (gli anziani ricoverati).
E allora, come è possibile accettare con tanto fatalismo (nei giorni del mantra della scienza) che il virus sia di nuovo nelle Rsa e nelle carceri? È comprensibile che la prima ondata abbia colto di sorpresa: non si aveva ben chiara la mappa di tutte le situazioni e i comportamenti a rischio per il contagio, mancavano le mascherine, addirittura si discuteva della loro utilità.
Oggi non è più così. In più, non sembra che la fonte del nuovo contagio sia da mettere in relazione con l'allentamento dell'isolamento. Per gli anziani, si è appena detto. Anche nelle carceri si è imposta la comunicazione telematica con l'esterno, i (pochi) colloqui in presenza avvengono con schermi di plastica. Insomma, non vale prendersela col bengodi di Ferragosto, con l'untore dal "comportamento irresponsabile".
Proprio per questa scarsa trasparenza, la questione del contagio nei luoghi "chiusi" rimane, in tutta la sua gravità. Un fatto è certo: questi luoghi si rivelano come i più pericolosi, in primis perché le persone, private della loro autonomia, non sono in grado di tutelarsi da sé. Nemmeno sono in grado di far sentire la loro voce. Sono fragili e deboli, soprattutto socialmente. E questa fragilità sembra affievolire la responsabilità sociale, invece di incrementarla.
Tanto che neppure ci si domanda come e perché non siamo stati ieri, e non siamo oggi, in grado di tutelarli a dovere.
Per la verità, il dibattito dei giorni scorsi su come limitare la pandemia e proteggere i più deboli (gli anziani) qualche risposta l'ha data. Si sono udite voci che chiedono di rinchiuderli (in casa), perché non si contagino e mettano in crisi gli ospedali: dimenticando che il maggior numero di vittime anziane si è registrato proprio nei ricoveri chiusi; e sorvolando sul fatto che in Italia molti vivono coi familiari, persone che escono e vanno a lavorare, e dunque possono importare il virus nelle mura domestiche. Sono considerazioni così banali che la "dimenticanza" non può non insospettire. Forse semplicemente, questi sedicenti difensori degli anziani la "protezione" la intendono così: come esclusione - alla lettera - dalle città, dalle strade, dagli affetti dei deboli; degli "scarti", biologici e sociali.
*Presidente Società della Ragione
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 9 dicembre 2020
Giornalisti e movimento Hirak sotto tiro. Condannato anche Karim Tabbou, uno dei leader della protesta. Dalla risoluzione Ue critiche anche alla nuova Costituzione algerina, che accentra troppo potere nelle mani del presidente della Repubblica.
Karim Tabbou, uno dei principali leader del movimento di protesta Hirak in Algeria, è stato condannato lunedì "a un anno di prigione con sospensione della pena e a una multa di 100mila dinari", dal tribunale di Koléa (Tipaza). Le accuse contro il portavoce del partito dell'Unione democratica e sociale (Uds) sono state riclassificate come "incitamento alla violenza". Già lo scorso marzo, Tabbou era stato condannato a un anno di reclusione, per "aver minato l'unità del territorio nazionale" ed era stato liberato, in regime di libertà condizionata lo scorso 2 luglio, dopo 9 mesi di detenzione.
L'impianto accusatorio, come spesso è avvenuto e avviene tuttora, riguarda le critiche di Tabbou nei confronti dell'establishment politico algerino e in particolare nei confronti del generale Ahmed Gaid Salah (deceduto lo scorso dicembre 2019), vero uomo forte del regime prima dell'elezione del presidente della repubblica Abdelmajid Tebboune.
La sentenza è in continuità con quella di tre giorni fa nei confronti di Nour El-Houda Oggadi, studente e altra figura chiave dell'Hirak, condannato a sei mesi di detenzione per "assemblea disarmata, istigazione, disprezzo e violenza contro la nazione".
Proprio riguardo al costante regime di repressione in Algeria, lo scorso 26 novembre si è espresso il Parlamento Europeo con una risoluzione di emergenza per denunciare le violazioni dei diritti umani e nello specifico: "intimidazioni, aumento degli arresti politici e detenzioni arbitrarie, mancanza di indipendenza giudiziaria, accuse di tortura, attacchi alla libertà di espressione e associazione, restrizioni illegittime con il pretesto della crisi sanitaria".
Il documento richiede "l'immediata liberazione dei circa 100 detenuti di opinione ancora attualmente in carcere", facendo riferimento ai leader delle proteste dell'Hirak e ai numerosi giornalisti arrestati, primo fra tutti Khaled Drareni condannato ingiustamente "a 2 anni di reclusione per aver informato il mondo riguardo alle proteste in atto in Algeria".
Un ultimo riferimento della risoluzione riguarda i nuovi emendamenti al codice penale algerino e la nuova costituzione, approvata con una scarsissima adesione nel referendum dello scorso 1 novembre, in particolare "per il fatto di attribuire ancora troppo potere al presidente della Repubblica, a discapito dell'autonomia del potere giudiziario e di quello politico".
Le reazioni di indignazione non si sono fatte attendere da parte di Algeri, dove il governo e i partiti della maggioranza hanno denunciato questa risoluzione come "ingerenze straniere negli affari interni della nazione". Reazioni in contrasto con quelle delle ong internazionali - Amnesty International, Human Rights Watch, Reporters Sans Frontières - e locali - Lega Algerina per i Diritti Umani (Laddh) e il Comitato nazionale per la liberazione dei detenuti (Cnld) - che denunciano "un costante clima di repressione nel paese per ostacolare qualsiasi protesta che richieda un cambiamento del regime".
Secondo il presidente della Laddh, M. Benissad "questo clima di repressione del dissenso è innegabile come lo sono alcune riforme della costituzione che sono liberticide (...) la risoluzione europea ci ricorda che l'Algeria, come Stato di diritto, ha assunto impegni internazionali che deve onorare riguardo il rispetto dei diritti umani e la libertà di espressione e di stampa".
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