di Marta Rizzo
La Repubblica, 12 marzo 2021
Il XVII Rapporto Antigone segnala che i 189 istituti penali hanno bisogno di essere ancora spopolati e non solo per fronteggiare il virus. Crescono i suicidi, le donne detenute sono solo il 4,2%, gli stranieri non aumentano, mentre risultano buoni i sistemi e la gestione dell'epidemia nella giustizia minorile. Il Rapporto ci dice inoltre che Il numero di positivi oltre le sbarre è più alto di quello che sta fuori. Dentro le mura degli istituti di pena italiani sono morte 18 persone detenute e 10 guardie penitenziarie. I tassi medi di positivi, stando ai dati aggiornati al febbraio 2021, mostrano che su 10.000 reclusi, il numero di positivi era di 91 persone, mentre nel resto della popolazione 68.
di Andrea Carli
Il Sole 24 Ore, 12 marzo 2021
Le persone che lavorano per datori di lavori esterni sono circa 2mila, di cui la maggior parte è impiegata all'interno del carcere. L'emergenza sanitaria Covid ha riportato sotto i riflettori il tema del sovraffollamento delle carceri italiane. Il 29 febbraio di un anno fa, pochi giorni dopo la scoperta del paziente zero di Codogno, con un'Italia che non era ancora in lockdown le persone detenute erano 61.230. Un anno dopo, al 28 febbraio 2021 sono rimasti in 53.697. In dodici mesi 7.533 persone in meno, il 12,3% del totale.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 12 marzo 2021
61 persone si sono tolte la vita. L'anno della grande paura per il virus che si diffondeva, e ancora si diffonde, in cella, ma anche l'anno dell'introduzione della tecnologia per garantire, nei mesi più duri della pandemia, ai detenuti di poter sentire i familiari. L'anno della riduzione (indispensabile per fronteggiare il contagio) del sovraffollamento, che persiste ma non è più drammatico come negli anni scorsi. Ma anche l'anno in cui si è registrato un numero altissimo di suicidi nei penitenziari. Sessantuno persone si sono tolte la vita in prigione. Un numero così alto non si registrava da un ventennio. Questo è stato, in estrema sintesi, il 2020 per le carceri italiane. L'Associazione Antigone lo ha descritto nel report annuale, presentato oggi online. "Oltre il virus" è il titolo del lavoro. E oltre il virus sperano di andare le carceri, e il Paese tutto, anche grazie alla campagna di vaccinazione, iniziata anche nei penitenziari.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 12 marzo 2021
Si riduce di un terzo la componente rumena ma i non italiani sono sempre più penalizzati. Meno omicidi ma aumentano gli ergastoli. Presentato il rapporto Antigone "Oltre il virus". Ancora al 115% il sovraffollamento. A dare un'occhiata dentro le carceri italiane - tramite il XVII rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione dal titolo "Oltre il virus" presentato ieri alla presenza del capo del Dap Dino Petralia, della sua omologa Gemma Tuccillo, capo Dipartimento per la giustizia minorile, e del Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma - si ha l'impressione che sia passata un'intera era geologica da quando "l'identità nazionale rumena veniva considerata un'aggravante", per usare le parole di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.
E da quando, nell'ottobre 2007 (proprio mentre nasceva il Pd), a Roma l'orribile stupro e omicidio della signora Giovanna Reggiani convinse l'allora sindaco dem Walter Veltroni a lanciare dal Campidoglio una campagna d'odio contro i migranti provenienti dalla Romania. "Mentre la popolazione carceraria è aumentata - ha spiegato ieri Gonnella - negli ultimi anni la componente rumena è diminuita di un terzo, passando da quasi 3 mila del 2009 a circa 2 mila del febbraio 2021". L'integrazione ha viaggiato più velocemente del populismo penale.
È un punto questo su cui giustamente insiste il rapporto Antigone. Se nell'ultimo anno la popolazione carceraria è diminuita del 12,3% (53.697 detenuti attuali) - "esito più di attivismo della magistratura di sorveglianza che non dei provvedimenti legislativi in materia di detenzione domiciliare" - riportando l'Italia vicina ai livelli del 2015, quando dopo le condanne europee intervennero misure deflattive, il numero di stranieri detenuti rimane invece stabile al 32,5%. Succede però che "il 16,1% degli stranieri si trova in carcere con una condanna non ancora definitiva", mentre "gli italiani nella stessa condizione sono il 14,7%". E che i detenuti stranieri, "confinati" in massa in Sardegna, finiscano per scontare l'intera pena in carcere, usufruendo delle pene alternative molto meno degli italiani. Senza parlare del fatto che dei 67 mediatori culturali previsti in pianta organica, in servizio in tutta Italia ce ne sono solo 3 (tre).
Il tasso di sovraffollamento - che "è diventato non solo una condizione degradante per l'internato ma anche un problema di salute pubblica", come fa notare Susanna Marietti - è oggi pari a 115% se si considerano i posti realmente disponibili (50.551), e deve ancora scendere. Per stare nella legalità ci vorrebbero almeno 8 mila detenuti in meno.
La buona notizia è che il capo del Dap Petralia ha annunciato che è finita l'era dell'edilizia penitenziaria e che si punta piuttosto all'"architettura carceraria". La cattiva notizia - come ha fatto notare il Garante Mauro Palma che presenterà la sua relazione al Parlamento il 15 giugno prossimo - è che il nuovo corso assomiglia molto al vecchio, perché "spesso il restauro architettonico degli istituti per ottenere un ampliamento degli spazi detentivi è a detrimento delle aree verdi, dei campi di calcio e degli spazi dedicati al trattamento dei detenuti".
Palma insiste poi in particolare sulle misure alternative di cui si parla molto ma senza agire di conseguenza (61.589 le persone che scontano una pena non detentiva, ma in carcere ci sono 19.040 detenuti con un residuo pena inferiore ai tre anni, dunque potenzialmente ammissibili a misure alternative). "Chiunque presenti un'ipotesi legislativa per potenziare le misure alternative - sottolinea il Garante - dica quanti soldi ci mette, quanto personale e come rafforza il tribunale di sorveglianza. Altrimenti taccia, è preferibile".
D'altronde la contraddizione è palese: se l'omicidio volontario è al minimo storico (271 casi nel 2020, -14% rispetto all'anno precedente), crescono invece le pene lunghe e aumenta il numero degli ergastolani (1.784, rispetto a 5 anni prima sono 560 in più; solo 112 stranieri). A questo proposito vale la pena ricordare che tra pochi giorni - il 23 marzo - la Consulta deciderà sulla costituzionalità dell'ergastolo ostativo e del divieto di concedere la liberazione a chi non collabora con la giustizia.
BEN 851 sono poi gli ultrasettantenni che rimangono in carcere, a fronte di 9.497 infra-trentenni. Da notare anche il dato delle persone sottoposte al carcere duro del 41bis: 759, di cui 746 uomini e 13 donne. "Una crescita contenuta ma continua negli ultimi anni", fa notare Gonnella. Nel corso dell'anno scorso sono stati 25 i provvedimenti di prima applicazione del carcere duro, il 15% in meno rispetto al 2019.
Eppure il dato pare eccessivo perfino a Franco Mirabelli, capogruppo Pd nella commissione Antimafia: "L'istituto del 41bis va difeso - scrive in una nota il vicepresidente dei senatori dem - è un istituto straordinario che ha funzionato e funziona. Ma pensare che in Italia ci siano oltre 700 capomafia da sottoporre a quel trattamento appare spropositato. L'eccessivo utilizzo del 41bis è certamente legato alla inefficienza delle attuali strutture di Alta Sicurezza".
Va detto però che è nelle celle di detenzione comune che si registra il maggior aumento di malattie psichiche, di episodi di autolesionismo (23,86 ogni 100 detenuti), e soprattutto di suicidi: 61 nel 2020, un numero tra i più alti degli ultimi venti anni. E sono sempre più giovani, i detenuti che si tolgono la vita: la media dell'anno scorso è stata di 39,6 anni.
Il totale dei morti è 154, di cui 18 di Covid, deceduti insieme a 10 poliziotti penitenziari. In un anno di pandemia non molta strada è stata fatta: da qualche giorno è cominciata la campagna vaccinale con circa mille reclusi e 5 mila agenti che, ad oggi, hanno ottenuto la prima dose. Ed è passato un anno anche da quelle rivolte scoppiate in alcune carceri in risposta alle prime restrizioni anti-Covid. Rivolte durante le quali - o subito dopo - sono morti 12 detenuti. In molti si chiedono ancora perché.
Vincenzo M. Siniscalchi
Il Mattino, 12 marzo 2021
Di questi giorni la notizia del contagio da Covid-19 che ha aggredito, anche con esito letale, agenti della Polizia penitenziaria in servizio nella casa detentiva di Carinola. Ancora: appena rientrato nella struttura minorile di Villa di Briano un minore si è tolto la vita.
Così, con una drammatica sequenza quasi quotidiana torna alla ribalta, pur con motivazioni differenti, il problema della sicurezza dei luoghi di detenzione in Italia, un problema che lo scorso anno era esploso con le azioni dimostrative dei detenuti di molte carceri italiane e con il bilancio sinistro di tredici detenuti morti.
La nomina a ministra della Giustizia della costituzionalista Marta Cartabia è certamente un segnale confortante per chi crede che vada data una diversa e maggiore attenzione a questo problema. Basterebbe, a conferma della fiducia che va riposta nella ministra, il ricordo delle approfondite analisi che la Guardasigilli ha fatto, allorché si impegnò, in occasione della serie di percorsi di visite e di approfondite analisi delle realtà carcerarie iniziati con la presidenza del magistrato e giurista Giorgio Lattanzi.
Indubbiamente quei percorsi hanno consentito di radiografare in profondità la realtà della detenzione di uomini e donne sottoposti a regime di custodia in carcere. C'è una sorta di lume che si accende ogni qual volta si scandaglia la realtà della visibilità carceraria ed il lume è rappresentato dagli articoli 27 Cost. ("funzione rieducativa della pena" e "valore umano della pena") e articolo 32 Cost. ("tutela della salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività").
Risale al 1975 la legge n. 354 di riforma dell'ordinamento penitenziario ma, anche con gli interventi che si sono succeduti nel tempo questa normativa, a parte il valore dei precetti costituzionali, nella applicazione pratica e nella concreta interpretazione giurisprudenziale ha fatto registrare molte censure ad opera della Cedu (Commissione europea per i diritti umani).
A richiamare l'attenzione dei governi vi sono state sempre prese di posizione della Unione delle Camere Penali e della Magistratura associata, in particolar modo, di quella che svolge le funzioni di Tribunali e giudici di Sorveglianza.
Tra gli altri, è intervenuto sulla questione della doverosa trasparenza in tema di accertamento delle cause della morte dei detenuti nello scorso anno il magistrato Riccardo de Vito, giudice di sorveglianza, presidente di Magistratura Democratica. Proprio sul punto della necessità di una doverosa trasparenza De Vito aveva sollecitato al predecessore della Cartabia una chiarificazione su quanto accaduto nelle carceri italiane nella estate dello scorso anno con l'impressionante bilancio di tanti decessi.
In effetti, si chiede - e la richiesta è stata reiterata in sede parlamentare - di conoscere con completezza di riferimenti quali sono le cause di quelle morti tra detenuti. Dal precedente ministro della Giustizia era stato comunicato solamente che si era avviata una inchiesta ma gli esiti non risultano noti. Si sa soltanto che il vertice del Dipartimento amministrazione penitenziaria rappresentato dal magistrato Basentini era stato rimosso e sostituito con il procuratore della Repubblica Dino Petralia già autorevole componente del Consiglio superiore della Magistratura. Va subito detto, per doverosa chiarezza, che le speranze di interventi che si pongono sull'esercizio delle sue funzioni da parte della ministra Cartabia, hanno già ricevuto un confortante segnale in occasione della interlocuzione che la professoressa Cartabia ha stabilito con il Garante dei detenuti professor Mauro Palma.
Importante diviene il riferimento (essenziale per una reale riforma dell'ordinamento penitenziario) all'attività dell'Autorità di garanzia che di recente ha depositato la relazione annuale, di per se stessa ricca di inoppugnabili ed approfonditi passaggi che analizzano minuziosamente le riduzioni di ogni garanzia reale di vivibilità e di sicurezza delle carceri italiane (significative anche le analisi che formulano le autorità regionali di garanzia con particolare riguardo alle carceri della Campania).
Ora è tempo di concentrare l'attenzione sull'imponente documentazione che questa Autorità di garanzia unitamente alle ispezioni ministeriali offre alla riflessione e allo studio del legislatore affinché si possa finalmente passare dalle enunciazioni astrattamente umanitarie alle riforme necessarie anche per assicurare trasparenza e conoscenza sullo stato delle inchieste giudiziarie che dovrebbero fare luce soprattutto sugli eventi conseguenti alle manifestazioni di protesta.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 12 marzo 2021
La questione carceraria è una questione giuridica, politica, sociale, economica, architettonica, ma anche culturale e più genericamente educativa. Nei giorni scorsi ho incontrato Zerocalcare nel corso di un evento organizzato dal Museo Storico della Liberazione a Roma, in quegli edifici di via Tasso dove tra il settembre 1943 e il giugno del 1944 i nazisti imprigionarono e torturarono circa duemila partigiani, militari e cittadini comuni.
Zerocalcare ricordava come lo scorso settembre avesse pubblicato su Internazionale un suo reportage a fumetti sulle rivolte in carcere. Tra lo stupito e l'amareggiato spiegava come, mentre su altri temi i lettori si erano mostrati solidali ed empatici, a proposito del carcere invece questo non era accaduto e qualcuno gli avesse finanche scritto che l'unica giusta fine per i detenuti fosse quella di marcire in galera.
Parole di questo tenore, fino a poco tempo fa, le abbiamo sentite dire da chi rivestiva alti incarichi istituzionali. Non ci si può dunque sorprendere se i sentimenti diffusi tra la gente degenerino in impulsi truci di vendetta ed espressioni di odio. Basta farsi un giro in alcuni siti web specializzati per leggere frasi piene di volgarità rivolte al sottoscritto o a Mauro Palma, Garante nazionale, accusati di stare dalla parte dei detenuti e quindi, di converso, di essere contro i poliziotti, come se stessimo in uno stadio a tifare per una squadra o l'altra in una partita di calcio.
La prima cosa di cui oggi abbiamo tutti bisogno è una rivoluzione del linguaggio nel nome della gentilezza e del rispetto. Non sapevo che esistesse una giornata internazionale della gentilezza, il 13 novembre, indetta dall'Onu. Andrebbe festeggiata l'anno prossimo in un carcere, simbolicamente.
Quando si parla di temi sensibili che possono alimentare emozioni forti o reazioni esasperate, è necessario che si adotti un linguaggio sobrio, mite, riguardoso e, dunque, gentile. Mai più vorremmo sentire, da chi ha incarichi politici istituzionali, frasi che lasciano trasparire la voglia di vendetta, che associano i detenuti alle bestie o invocano il gettare la chiave della cella per sempre. Mai più vorremmo che i media mainstream offrano occasioni o palcoscenico a chi usa un linguaggio profondamente distonico rispetto a quanto scolpito nell'articolo 27 della nostra Costituzione che, ricordo, è frutto anche dell'esperienza di prigionia di tanti antifascisti durante il ventennio. E su questa visione costituzionale devono convergere tutti gli attori del sistema pubblico, dal poliziotto al volontario, dal direttore al magistrato, dall'avvocato al giornalista. Questa, e non altra, deve essere la visione della pena promossa dalle autorità di Governo.
Per questo siamo confortati, a proposito del carcere, dalle parole miti, rispettose e gentili della ministra della Giustizia Marta Cartabia. Perché solo quando verrà recuperata una funzione pedagogica da parte di chi ha ruoli di governo, allora ci si potrà attendere, a cascata, una frenata nella cultura dell'odio e della vendetta.
*Presidente Antigone
di Claudio Paterniti Martello
Il Riformista, 12 marzo 2021
Nelle prigioni italiane ci si ammazza dieci volte di più che all'esterno. La popolazione detenuta è composta per il 32,5% da stranieri. Uno su 3 è rinchiuso per reati legati alle droghe. Nelle carceri italiane ci sono oggi 759 prigionieri in regime di 41bis, cioè di carcere duro.
Pensate che nel momento di massimo allarme antiterrorismo, mentre erano in corso le guerre di Iraq e di Afghanistan, e Bush aveva scelto la linea dura, repressiva - condannata da moltissimi governi e da tutte le organizzazioni di difesa dei diritti umani - nella famigerata Guantánamo, carcere duro per eccellenza, erano stati rinchiusi, secondo le stime più sfavorevoli, circa 500 detenuti sospettati di terrorismo internazionale.
Il 41bis è un regime carcerario, italiano, sicuramente in contrasto con la Costituzione e con le norme internazionali, previsto allo scopo di impedire ai capi della mafia (o ai sospetti) di comunicare con l'esterno. Per ottenere questo risultato, molto spesso, si impedisce ai detenuti al 41bis di vestirsi come vogliono, e di cucinare i propri cibi, di leggere quel che gli interessa, di avere alcun contatto fisico coi propri familiari, di parlare con altri detenuti o con altre persone umane, escluse le guardie carcerarie. Domanda: possibile che i capimafia siano addirittura 759? Se lo è chiesto persino un esponente politico del Pd molto moderato come Franco Mirabelli.
Chissà se gli daranno qualche risposta. Del resto è stata proprio la ministra Cartabia che l'altra sera, parlando a un convegno internazionale, ha invocato il rispetto delle norme scritte nelle cosiddette "Mandela Rules", che proibiscono il 41bis per una durata superiore ai 15 giorni (oggi il 41bis dura un numero imprecisato di anni: anche più di 20). Questi dati sul 41bis vengono dal rapporto annuale dell'associazione Antigone sulla situazione nelle carceri.
Dal rapporto risulta anche che ci sono in prigione 851 persone sopra i 70 anni (la legge prevede che possano essere mandate a casa) 500 in più rispetto al 2005. Nel 2005 forse la criminalità era meno pericolosa? No, oggi è molto meno pericolosa. Gli omicidi sono scesi sotto la soglia dei 300 all'anno, (erano più di 2000 alla fine del secolo scorso), tutti in costante diminuzione tranne i femminicidi. Anche gli ergastolani sono in aumento, 1784 (500 più del 2005). Ci sono 9000 persone nelle celle di massima sicurezza. I suicidi sono in aumento (61: circa 10 volte sopra la media nazionale).
di Anna Lisa Antonucci
L'Osservatore Romano, 12 marzo 2021
Non è facile raccontare solo con i numeri un anno, come quello appena trascorso, nelle carceri italiane. Un anno tragico, che ha rivoluzionato il modo di essere delle persone libere e di quelle detenute, ma l'associazione Antigone, che si batte per i diritti negli istituti di pena, ci prova con il suo diciassettesimo rapporto annuale, presentato oggi a Roma.
Le cifre parlano di una diminuzione dei detenuti pari al 12,3% nell'anno del Covid che ha portato la popolazione carceraria dai 61.230 reclusi di febbraio 2020 ai 53.697 di febbraio 2021. Una deflazione importante, dovuta secondo l'associazione "all'attivismo della magistratura di sorveglianza", ma che guardando i posti realmente a disposizione nelle carceri italiane continua a segnare un tasso di sovraffollamento del 115%. Secondo Antigone, infatti, per stare nella legalità degli spazi i reclusi dovrebbero essere 8 mila in meno.
Analizzando poi più da vicino la popolazione detenuta, il rapporto rileva come le regioni più povere producano più detenuti e quanto, ancora, la condizione economica di provenienza influisca sulle possibilità di finire in cella. Solo un detenuto su dieci ha la laurea o una licenza di scuola superiore e tra le regioni più a rischio ci sono la Calabria, la Campania, la Sicilia e la Puglia. Per quanto riguarda gli stranieri, invece, continua a diminuire la loro presenza in cella: sono il 32,5% contro il 37,15% di 11 anni fa. In particolare è diminuito di un terzo, negli ultimi 12 anni, il numero dei detenuti rumeni passati da 2,966 del 2009 ai poco più di 2 mila del 2021. Le nazionalità più presenti, invece, restano quella marocchina e tunisina.
Il rapporto segnala inoltre come gli stranieri subiscano maggiormente la custodia cautelare nonostante siano autori di reati meno gravi. Analizzando i dati più strettamente criminali l'osservatorio di Antigone rileva che ogni detenuto in media compie almeno due delitti, quelli contro il patrimonio i più rappresentati cui seguono quelli contro la persona e i reati di violazione della legge sulle droghe. Aumentano in carcere i condannati a pene lunghe e gli ergastolani che hanno raggiunto la cifra di 1.784 (erano 1.224 nel 2005). Sono 759 i reclusi in regime di 41bis di cui 746 uomini e 13 donne, di questi il 40% è condannato all'ergastolo. Inoltre, A fronte di una diminuzione degli omicidi, passati dai 315 del 2019 ai 271 del 2020, risultano invece in lieve aumento le vittime di sesso femminile e quelle uccise in ambito familiare.
Il lavoro in carcere continua a rappresentare un miraggio, lavora solo una persona su 4 in attività concernenti i servizi di istituto, mentre sono appena 2 mila le persone alle dipendenze di datori di lavoro esterni al carcere. Il Covid, inoltre, ha causato l'interruzione di quasi tutte le attività formative e il troppo tempo passato in cella, senza alcuna occupazione, si riflette sul malessere dei detenuti. Da qui l'aumento dei suicidi: 61 nel 2020, un tasso di 11 casi ogni 10 mila persone, per la maggior parte giovani. "Un numero così alto non si registrava da quasi vent'anni", rileva con preoccupazione l'associazione che segnala anche 23,86 casi di autolesionismo ogni 100 detenuti, registrati in particolare laddove è più alto il tasso di sovraffollamento.
Sono stati infine 18 i detenuti morti per Covid e l'incidenza dei positivi in carcere risulta più alta che fuori: 91,1 in cella, 68,3 fuori. Al primo marzo i positivi tra i detenuti erano 410 e tra la polizia penitenziaria 562. Restano, infine, gravi le carenze per quanto riguarda il personale penitenziario: manca il 12,5% degli agenti e il 18% degli educatori. Solo 3 sono i mediatori culturali presenti a fronte di una dotazione organica prevista di 67.
In compenso il rapporto sottolinea l'importante presenza dei volontari in carcere, 19.550 persone, "una ricchezza tutta italiana" si sottolinea. "Il carcere va modernizzato e umanizzato" ha dichiarato il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. "È necessario che le istituzioni, con coraggio e senza cedimenti, aderiscano a una visione costituzionale della pena. Si devono usare le risorse del Recovery Fund, non tanto per costruire nuove carceri, ma per dar vita a un nuovo sistema penitenziario, profondamente rispettoso della dignità umana".
di Rita Bernardini
Il Riformista, 12 marzo 2021
Gli proponemmo di girare "Spes contra spem". Non era convinto: "Che speranza può esserci nella vita di un ergastolano ostativo?". Poi ha ascoltato le voci degli uomini ombra e ha realizzato un manifesto contro la mafia. Dolce, intelligente. Ecco chi è Crespi, un innocente appena entrato in carcere. La condanna della Cassazione contro Ambrogio Crespi è un'altra pagina di ingiustizia che non avremmo voluto leggere.
Un incubo per una persona innocente che dovrà entrare in carcere e subire la violenza di un sistema che ogni giorno si rivela un tritacarne che alimenta se stesso. A dispetto di qualsiasi logica e buon senso, anche in questo caso non sono valse a nulla le prove d'innocenza e l'estraneità effettiva ai fatti che gli sono stati contestati.
Voglio dare ad Ambrogio quell'abbraccio che nel 2013 ci ha fatti conoscere, durante una mia visita ispettiva nel carcere di Opera dove era detenuto e, se allora ci siamo detti tutto in quell'abbraccio, oggi più che mai sono accanto a lui, cammino con lui affinché sappia che non è solo. Allora era già sofferente per l'ingiusta detenzione che doveva subire, posso solo intuire cosa stia passando oggi, dopo questa condanna che lo colpisce insieme alla sua famiglia.
Il mio abbraccio è ancora più forte perché oggi è all'amico, al fratello, ad una persona che stimo e alla quale voglio bene. E non posso dimenticare tutto il bene che gli ha voluto Marco Pannella. A caldo, appresa la notizia della sentenza, ho voluto riascoltare la conferenza stampa del 29 dicembre del 2012 al Partito Radicale. Allora eravamo con Marco Pannella, Luigi Crespi, l'avvocato Giuseppe Rossodivita.
L'intervento di Marco ebbe la forza di raccontarci anche della Storia del nostro Paese e della necessità di pone fine alla mala Giustizia Marco in un passaggio di quel dibattito disse: "Quando non c'è diritto, quando non ci sono valori, quando non c'è Storia, quando non c'è Democrazia, s'impazzisce". Si riferiva all'accusatrice di Ambrogio Crespi, a quel magistrato, Ilda Boccassini, che aveva definito Ambrogio, dopo aver letto sicuramente bene le carte e istruito le indagini "sondaggista di Berlusconi". Peccato che avesse confuso Ambrogio con il fratello Luigi.
Peccato che all'epoca dell'inchiesta nemmeno Luigi Crespi fosse più il sondaggista di Berlusconi. Marco Pannella nel dire che "s'impazzisce" si riferiva ad un altro processo in corso, uno dei tanti Ruby istruiti contro Berlusconi che si svolgeva contemporaneamente con l'inchiesta su Crespi.
Quello che colpì Pannella fu il tenore degli interrogatori d'indagine svolti da Ilda Boccassini che, fissata su Berlusconi, si soffermava sui particolari della vita sessuale dell'allora premier come se fossero contestabili in quanto reati. Ecco, quando non c'è diritto, quando non ci sono valori, quando non c'è democrazia, quando non c'è Storia, si impazzisce. Marco volle esprimere solidarietà a Ilda Boccassini perché capiva il dramma di questa donna, del suo personaggio, la quale aveva urgenza di legare il nome di Ambrogio a quello di Berlusconi, perché in realtà il suo obiettivo fisso era Berlusconi.
Il procuratore generale, non dimentichiamolo, ha chiesto l'annullamento con rinvio perché il processo non aveva né capo né coda e andava rifatto daccapo. I giudici non l'hanno voluto ascoltare. Noi però abbiamo capito e conosciuto ancora più a fondo in questi anni Ambrogio Crespi e la persona che sta per entrare in carcere. Ricordo quando gli venne proposto di girare il film Spes contra spem.
Inizialmente non era convinto: "Come posso trattare un argomento come l'ergastolo ostativo se sono persone che hanno ucciso? Quale speranza ci può essere nella loro vita?". Poi ha compreso perché li ha conosciuti quegli uomini-ombra e quando ha ascoltato le loro storie, di persone che in carcere ci stanno da 25, 30 anni di cui molti al carcere duro, che cosa ha fatto Ambrogio? Lo ha ricordato Sergio D'Elia: ha realizzato un manifesto contro la mafia.
Ecco chi è Ambrogio Crespi. Io conosco Ambrogio, la sua dolcezza, la sua intelligenza fatta di amore e di amicizia. Lo conosco anche attraverso il racconto che ci ha fatto tremare quando ha rischiato di perdere il suo bambino che era svenuto in una piscina. Egli ringrazia ancora la vita per avergli riservato il dono più bello: poter salvare suo figlio.
Io conosco Ambrogio. E oggi il mio abbraccio è più maturo, più profondo di quello che ci fu allora, tanti anni fa. Siamo tutti cambiati. Come Partito Radicale, come Nessuno Tocchi Caino, siamo cambiati. E siamo ancora più consapevoli che anche questo Paese deve cambiare per divenire una democrazia compiuta. Ambrogio e tutti gli italiani hanno il diritto a una Giustizia giusta e a vivere in uno Stato responsabile e autorevole. Lo rivendichiamo ancora con Enzo Tortora insieme a tutto il Partito Radicale. Ambrogio ti abbraccio.
di Vincenzo Imperitura
Il Dubbio, 12 marzo 2021
"Rinato. Dopo la sentenza di ieri mi sento di essere rinato". Ha un sorriso piegato dall'amarezza Rocco Femia, l'ex sindaco di Gioiosa Marina arrestato la notte del 3 maggio del 2011 con la pesantissima accusa di essere parte integrante della cosca dei Mazzaferro, e scagionato mercoledì dalla seconda sezione della corte d'Appello di Reggio Calabria che lo ha mandato assolto al termine del processo bis, "perché il fatto non sussiste".
Una sentenza arrivata dopo cinque anni di carcere preventivo e due condanne - in primo e secondo grado - a dieci anni di reclusione. Poi, nel 2017, la sentenza dei giudici di Cassazione che ha smontano punto per punto l'ipotesi investigativa della distrettuale antimafia dello Stretto e ieri, dopo il nuovo processo in Appello, la tanto attesa sentenza di assoluzione. Un calvario giudiziario durato 10 anni, cinque dei quali trascorsi tra il carcere di Reggio e quello di Palermo.
"I giornali, o almeno quelli che ne hanno parlato, visto che in tanti dopo avermi massacrato in occasione dell'arresto neanche hanno riportato la notizia della mia assoluzione, raccontando la mia storia parlavano di 5 anni di carcere. E invece no: sono 5 anni e 9 giorni; i nove giorni sono quelli che sono pesati di più".
Consigliere dal 1988, poi assessore e candidato alla Provincia, quella di Rocco Femia per la politica è una fissa antica. L'ex sindaco si fa tutta la gavetta amministrativa prima di vincere le elezioni comunali nel 2008 alla guida di una lista civica che verrà poi smontata dall'operazione "circolo formato" che nel 2011, oltre al sindaco, arresta anche tre assessori della sua giunta, anche loro assolti a distanza di anni dai giudici del Palazzaccio perché il fatto non sussiste. "Quando sono stato scarcerato, Gioiosa Marina era completamente diversa da come l'avevo lasciata - racconta Femia seduto a un tavolino del bar gestito dalla moglie dove, all'indomani della sentenza di assoluzione, fanno capolino amici e semplici cittadini per un saluto o per una stretta di mano - Il paese allora era riuscito a ritagliarsi un posto importante nel panorama turistico regionale. Tutte le sere sul nostro lungomare c'erano almeno 10 mila persone a passeggiare o a gustarsi uno degli innumerevoli spettacoli gratuiti che avevamo organizzato. Stavamo lavorando bene, lo dicono i cittadini che a distanza di tanti anni si ricordano con fierezza dell'amministrazione di Rocco Femia. Guardi ora in che condizioni si trova il paese".
Poi gli arresti, lo scioglimento dell'amministrazione per infiltrazioni mafiose e il lungo commissariamento prefettizio che cambiano completamente la situazione. "Davamo gli appalti alla Suap (la stazione unica appaltante, ndr) prima ancora che diventasse obbligatorio farlo. Abbiamo abbattuto strutture abusive, alcune delle quali appartenenti proprio ai Mazzaferro e poi mi dite che faccio parte del clan? Ma che state dicendo?
Tra tutte le pratiche che gli inquirenti hanno passato al setaccio, non hanno trovato niente di irregolare, niente di associabile agli interessi della 'ndrangheta. Mi sono sentito spesso un capro espiatorio. Ho sempre amministrato con la massima trasparenza, si vede che a qualcuno non andava bene. E ora la mia comunità chi la risarcisce? Chi risarcirà i danni per questa splendida comunità che ha subito per anni l'onta della mafia?".
Ex calciatore, professore di educazione fisica in un liceo della zona e molto attivo nell'associazionismo, l'arresto del 2011 stravolge completamente la vita di Femia. "La mia è una famiglia di sportivi, ma quale 'ndrangheta? La 'ndrangheta non è mai entrata nella mia famiglia e non ci entrerà mai. Io ho quattro figli - racconta indicando uno di loro che lavora dietro il bancone del bar - uno di loro giocava a calcio a Livorno.
Dopo il mio arresto la sua carriera è finita ad appena 17 anni. Un altro dei miei figli invece voleva fare carriera nelle forze armate. Intendeva entrare in Marina ma non gli hanno consentito di partecipare al concorso perché suo padre era in carcere con l'accusa di essere un mafioso. Ora hanno superato l'età per i loro sogni. Ma i giudici non ci pensano, ti sbattono in galera perché devono occupare le prime pagine, devono dimostrare che hanno fatto 100, 200, 300, 400 arresti. E poi diamo anche le medaglie a queste persone".
La famiglia dell'ex amministratore, nonostante la situazione, si compatta nel momento più buio, stringendosi ancora di più attorno a Femia. "L'unica nota positiva di questa storia è la mia famiglia; mi ha dato la serenità necessaria a superare tutto questo. Non mi ha mai fatto mancare il suo sostegno, la sua presenza. Mia moglie non ha mai mancato un colloquio, è stata sempre presente. E anche i ragazzi, non hanno saltato un'udienza. Molti in carcere non hanno avuto la mia stessa fortuna e sono caduti in depressione".
Filo comune di tutto il calvario giudiziario resta la voglia e la necessità di chiarire la situazione e in più di un'occasione, sia durante le indagini preliminari sia poi all'interno del dibattimento, ha chiesto di essere ascoltato dai magistrati. "Io non sono mai stato in silenzio. Mai. Ho chiesto innumerevoli volte di essere interrogato da Gratteri (all'epoca dei fatti Procuratore aggiunto dell'ufficio retto da Giuseppe Pignatone, poi divenuto capo della Procura di Roma, ndr) che non mi ha mai ascoltato, e mi ha mandato una sua collaboratrice.
Avrei voluto chiedergli i motivi per cui ero finito in carcere, ma non è stato possibile, non ha voluto ascoltarmi, diceva di essere sempre impegnato. Anche durante il processo (assistito dagli avvocati Eugenio Minniti e Marco Martino, ndr), ho fatto quasi due ore e mezzo di dichiarazioni spontanee rispondendo alle tante domande che mi faceva il presidente della Corte.
Non mi sono mai tirato indietro, io non sono un mafioso. Ma non è servito a niente, visto che prima della pronuncia della Cassazione ero stato condannato sia in primo che in secondo grado". Sentenze che hanno dell'incredibile alla luce delle ultime decisioni del Tribunale. Un ribaltamento che però non è bastato a ricucire lo strappo profondo che si è creato tra lui e il sistema giustizia: "Ho grande rabbia, sono rimasto traumatizzato da tutto quello che è successo. Uno che passa tutto quello che ho passato io, come può avere ancora fiducia nella giustizia"?










