di Laura Tonero
Il Piccolo, 10 dicembre 2020
Nessuna ammissione in carcere fino a quando la situazione interna non sarà migliorata. Secondo giro di tamponi in corso. Il carcere di Trieste non ammette più nuovi detenuti: una situazione che si protrarrà fino a quando il quadro sanitario all'interno della struttura di via del Coroneo non migliorerà. Così è stato disposto precauzionalmente dalla direttrice Romina Taiani, dopo che settimane fa si era evidenziata la positività al Covid-19 di diversi detenuti e di alcuni agenti della polizia penitenziaria.
A conferma, il fatto che l'uomo condannato per il reato di stalking, evaso dai domiciliari a Roma e trovato nei giorni scorsi dalla Polizia di Duino Aurisina a bordo di un bus diretto a Lubiana, è stato poi portato alla casa circondariale di Gorizia, proprio a fronte della situazione sanitaria di quella triestina.
Intanto l'Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina continua a monitorare l'andamento dei contagi all'interno della struttura: è stato disposto un secondo screening. Ieri sono stati sottoposti nuovamente a tampone i detenuti, oggi sarà la volta degli agenti penitenziari e degli operatori esterni. Va precisato che nel carcere triestino ora sono sospese anche tutte le attività, come previsto da protocollo, ma non i colloqui, possibili in sicurezza grazie agli schermi di protezione tra detenuto e visitatore.
Nelle prossime ore, dunque, sarà possibile avere una fotografia aggiornata della situazione all'interno della sede di via del Coroneo. Stando ai più recenti dati forniti da Asugi, i detenuti risultati positivi sono 30 (stanno tutti bene), oltre a una decina di agenti penitenziari che in alcuni casi hanno invece manifestato dei sintomi.
Le ultime positività emerse, e che avevano evidenziato la presenza di un focolaio nella sezione femminile della struttura, sono state quelle di 20 detenute sulle 26 attualmente ospitate. Una situazione, quella della positività al Covid-19 di alcune persone detenute, che rende ancora più complessa la gestione della struttura, dove i problemi di sovraffollamento sono evidenti da anni. Attualmente i detenuti al Coroneo sono 186. Tra agenti della polizia penitenziaria, personale amministrativo, operatori e personale esterno che offre dei servizi alla casa circondariale si contano invece circa 200 persone.
L'isolamento dei detenuti positivi, la loro quotidiana gestione, non sono semplici se si considera anche il fatto che alcuni agenti della penitenziaria sono a casa in isolamento e in attesa del risultato del prossimo tampone, a fronte di un organico - come denunciano da anni i sindacati - sottodimensionato, che già rendeva complesso il quadro generale anche prima che scoppiasse la pandemia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 dicembre 2020
Il Covid 19 non sta risparmiando nessuno nelle carceri. È anche entrato dentro il penitenziario Due Palazzi di Padova contagiato, per ora, almeno 16 detenuti e 9 agenti. Il Dubbio ha appreso che tra di loro, è rimasto infetto anche l'ergastolano Donato Bilancia: il suo stato di salute si è aggravato, tanto da essere ricoverato in ospedale. Quella di Donato Bilancia, ora 69enne, è la storia di un caso di cronaca nera che ha sconvolto tutta l'Italia. Una lunga scia di delitti che, sul finire degli anni 90, ha terrorizzato il territorio Ligure. Un incubo durato sei mesi, per un totale di diciassette vittime.
No della Cassazione al permesso premio a Donato Bilancia - Proprio a novembre scorso, la Cassazione ha sigillato il no al permesso premio. Bilancia aveva chiesto di recarsi scortato all'Opera della Provvidenza Sant'Antonio di Sarmeola (Padova), di cui è ospite un bambino disabile che da tempo sostiene economicamente. Con il rigetto del ricorso, di fatto vengono confermate le precedenti valutazioni di pericolosità sociale, secondo cui all'epoca l'assassino fu "diabolicamente abile a colpire e a mimetizzarsi per depistare le indagini" e ancora adesso è un detenuto che ha condannato le proprie azioni "solo in maniera formale e meccanica".
Eppure secondo la difesa e don Marco Pozza, cappellano del penitenziario, Bilancia non è più la persona che fra il 16 ottobre 1997 e il 21 aprile 1998 si macchiò di una lunga serie di delitti. Come emerge dagli atti processuali, il lucano si dice "convinto di essere colpito da una specie di malattia non controllabile ma limitata nel tempo", dalla quale sarebbe "guarito da sé", al punto da essere pronto per "una progressiva apertura verso l'esterno", essendo i reati commessi riconducibili "a una serie di contingenze che mai potranno ripresentarsi".
Di qui la sua richiesta di poter "coltivare interessi affettivi" nei confronti del piccolo portatore di handicap, a cui invia periodicamente una parte della sua pensione, nonché di contattare il difensore del marito di una delle sue vittime, "al fine di comunicare personalmente la disponibilità a forme di riparazione del danno". In effetti, nel tempo, ha avuto una condotta penitenziaria regolare, si è impegno negli studi, nel lavoro e ha fatto un percorso psicoterapeutico con un professionista.
Asintomatico Alberto Savi della banda della Uno Bianca - Ora però è arrivato il Covid nel carcere, tanto che ha infettato tanti altri detenuti "eccellenti" come Alberto Savi (fortunatamente asintomatico), il più giovane dei tre fratelli della banda della Uno Bianca, così come appunto ha colpito Donato Bilancia. Ma a lui, purtroppo, il virus è stato aggressivo tanto da finire in ospedale. Un virus che non si ferma e dilaga nei penitenziari italiani, provocando nella sola seconda ondata almeno otto morti. In aumento, rispetto al penultimo aggiornamento, i detenuti positivi.
Aumentano i contagi tra detenuti e agenti - L'ultimo report, relativo a lunedì scorso, parla di 958 positivi a fronte degli 897 reclusi infetti di domenica 29 novembre. Gli agenti penitenziari positivi invece sono 810. Un numero che, ovviamente, è destinato a salire, perché nel frattempo sono scoppiati nuovi focolai come quello del carcere di Padova.
Nelle patrie galere c'è il sovraffollamento, mancano spazi adeguati per fare gli isolamenti sanitari e applicare il protocollo. Le misure introdotte dal Governo non bastano. E tutto questo accade nell'indifferenza delle istituzioni nei confronti di Rita Bernardini del Partito Radicale, la quale chiede l'introduzione di nuove misure deflattive più efficaci.
È arrivata al 30esimo giorno di sciopero della fame assieme a migliaia di detenuti, centinaia di cittadini, più di 200 professori di diritto penale guidati dai professori Giovanni Fiandaca e Massimo Donini e personalità quali Luigi Manconi, Roberto Saviano e Sandro Veronesi.
di Pietro Vultaggio
Quotidiano di Sicilia, 10 dicembre 2020
L'iniziativa arriva dal senatore grillino Santangelo: "Problematiche su incuria dei locali". Criticità riguardano soprattutto gli spazi destinati agli agenti della Polizia penitenziaria. Il carcere "Giuseppe Barraco" di Favignana non gode di ottima salute, lo fa sapere il senatore trapanese Vincenzo Santangelo, il quale ha presentato un'interrogazione al Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.
"Da una visita effettuata nelle scorse settimane - dice Santangelo - da alcuni delegati del sindacato Sappe sono emerse diverse problematiche sullo stato dei locali destinati alla caserma degli agenti di Polizia Penitenziaria. In particolare, le camere adibite a dormitorio e alle ore libere dal servizio degli agenti presentano persiane rotte, muri umidi e screpolati. Del tutto inadeguati anche i servizi igienici - continua -, con evidenti danni strutturali e con una sola vasca a disposizione di circa 25-30 agenti. Il sopralluogo ha rilevato anche numerose carenze igienico sanitarie nei luoghi adibiti al consumo dei pasti".
"L'atto ispettivo che ho presentato - conclude - si pone l'obiettivo di mettere a conoscenza il Ministro Bonafede sullo stato generale di incuria dei locali, chiedendo anche quali misure urgenti il Dicastero di via Arenula abbia intenzione di adottare, per porvi rimedio e restituire dignità ai luoghi di lavoro e di riposo destinati agli agenti di Polizia Penitenziaria dell'Isola".
Ma i vari problemi del carcere di Favignana erano già noti, infatti lo scorso febbraio 2019 Giuseppina Occhionero, deputata di Leu, aveva presentato, dopo una visita, una interrogazione al ministero di Grazia e Giustizia per chiedere il trasferimento dei 25 agenti di polizia penitenziaria da Favignana a Trapani ed anche dei detenuti in altri istituti e trasformare la struttura in una casa colonica del Corpo di Polizia Penitenziaria tra la più belle d'Italia. Ad annunciarlo con una nota era stato Antonello Nicosia componente del Comitato di Radicali Italiani e assistente parlamentare della deputata.
"Settantatré detenuti - si legge nella nota scritta da Nicosia -, non ci sono attività, l'acqua razionata è sempre fredda, la caldaia va in blocco, non c'è il direttore né il commissario che raggiungiamo al telefono. Per quanto riguarda gli operatori, venticinque su 50 assegnati non garantiscono alcuna sicurezza, mancano le fondamenta di una casa di reclusione, due educatori, ma in servizio solo uno". Un problema non nuovo, speriamo che non diventi fin troppo 'datato' da diventare cronico.
di Elvira Scigliano
Il Mattino di Padova, 10 dicembre 2020
Otto gusti di panettone, tutti in produzione, il più "giovane" con la combinata zenzero-mandarino-gelsomino e le vendite on line già schizzate a più10% rispetto all'anno scorso. La pasticceria Giotto, cooperativa che occupa i detenuti del carcere Due Palazzi, è la grande eccezione del 2020.
Il responsabile della cooperativa, Matteo Marchetto rivela: "Quest'anno puntiamo ad un più 15% di vendite on line e riconfermare gli acquisti in presenza. Di anno in anno si vede che facciamo qualcosa di buono perché la platea dei clienti continua ad allargarsi".
L'apertura del negozio in via Roma (che prima era in via Eremitani) è stato un messaggio di grande ottimismo: "Nonostante quello che sta succedendo - aggiunge Marchetto - bisogna tirarsi su le maniche e scommettere su sé stessi e sul futuro".
E con questa prospettiva le novità non si sono fatte attendere: "Abbiamo cambiato le confezioni, metà scatole saranno tradizionali e metà ecosostenibili, compostabili con fieno ed erba secca, in modo che possano smaltirsi nell'umido. Inoltre abbiamo iniziato una collaborazione con l'Unione italiana cechi e, all'interno dei nostri panettoni, racconteremo la nostra storia anche in braille".
Questo malgrado un focolaio Covid in carcere a metà novembre che, per precauzione, ha fatto chiudere un reparto intero: "Ventisette detenuti-lavoratori, nostri dipendenti, sono stati stoppati per 10 giorni - riferisce il responsabile - Una vera mazzata. Incrociamo le dita che non ricapiti a dicembre, questi venti giorni sono un delirio già in condizioni normali.
A noi la fiducia non manca, ma questa emergenza sanitaria in carcere è vissuta con molta sofferenza, non tanto per la malattia in sé ma per le limitazioni nei colloqui familiari che sono estremamente ridotti: solo familiari stretti, con un plexiglas che impedisce qualsiasi contatto. Mai come in questo periodo un lavoro vero garantisce una ritrovata dignità della persona, sia come vita dentro, sia per poter immaginare un futuro fuori. Basti pensare che la recidiva normale è del 75%, ma per chi ha fatto un percorso lavorativo vero scende al 5%".
di Paolo Perazzolo
Famiglia Cristiana, 10 dicembre 2020
Dalla collaborazione fra la Casa circondariale e la Triennale nasce un progetto che utilizza l'architettura per rendere concreta la possibilità di riabilitazione. Come è possibile far sì che la pena abbia davvero una funzione rieducativa e non sia una condanna definitiva, come prevede l'articolo 27 della ostra Costituzione? La domanda diventa ancora più urgente quando parliamo di minori che hanno un futuro ancora tutto da scrivere. Dalla collaborazione fra il Carcere di San Vittore e la Triennale di Milano arriva una risposta: portare la bellezza dentro le mura delle carceri. Da qui un concorso per progetti architettonici, San Vittore, spazio alla bellezza, che, essendo destinato ai giovani, è a loro riservato.
Triennale Milano e la Casa Circondariale Francesco di Cataldo - San Vittore lanciano il concorso di idee San Vittore, spazio alla bellezza rivolto a progettisti, architetti, designer, urbanisti, ingegneri con l'obiettivo di promuovere una nuova concezione di casa circondariale attraverso la riprogettazione di alcuni spazi del carcere per cambiarne la percezione e migliorarne la funzionalità. In parallelo al concorso di idee, grazie al coinvolgimento di Fondazione Maimeri e con il supporto di Shifton e dell'Associazione Amici della Nave, viene sviluppata una ricerca sul campo per individuare i bisogni di chi nel carcere vive e lavora quotidianamente, ma anche le esigenze della Casa Circondariale e dell'intera cittadinanza.
La scadenza per la presentazione delle candidature è lunedì 18 gennaio 2021 alle ore 12.00. Il bando e i suoi allegati sono disponibili sul sito di Triennale Milano. Sono ammessi al concorso lavori individuali o di gruppo, purché il singolo partecipante o almeno il 50% dei componenti del raggruppamento tra cui il capogruppo abbia un'età compresa entro i 40 anni. Altra condizione richiesta dal bando è che il 50% dei componenti del gruppo, tra cui il capogruppo, sia iscritto all'Albo professionale di riferimento (architetti o ingegneri) di Milano e provincia.
Il concorso si inserisce nel rapporto di collaborazione tra Triennale Milano e la Casa Circondariale Francesco di Cataldo - San Vittore, avviato nel 2018 con il progetto ti Porto in prigione, promosso dall'Associazione Amici della Nave, che comprendeva una mostra fotografica e una serie di incontri e dibattiti. Lo scambio tra le due istituzioni è poi proseguito nel 2019 con PosSession, esperienza che metteva in dialogo fotografia e teatro riflettendo sulla detenzione femminile e sulla pratica quotidiana dell'arte come strumento di recupero.
Stefano Boeri, Presidente di Triennale Milano: "Triennale sta portando avanti in modo sistematico collaborazioni con diverse realtà del territorio cittadino, accogliendo iniziative culturali con cui condivide obiettivi e progettualità per essere sempre di più un luogo inclusivo, sensibile alle urgenze del contemporaneo. Il dialogo tra Triennale e la Casa Circondariale Francesco di Cataldo - San Vittore è sempre più intenso e proficuo. Le nostre due realtà si trovano a poche centinaia di metri l'una dall'altra, ma la distanza tra loro è enorme. Dopo i progetti "Ti Porto in prigione" e "PosSession", con il lancio del concorso di idee San Vittore, spazio alla bellezza, rafforziamo questa importante sinergia toccando quei temi del progetto che sono propri di Triennale fin dalla sua nascita".
Giacinto Siciliano, Direttore della Casa Circondariale Francesco di Cataldo - San Vittore: "Questa nuova concezione di casa circondariale ha l'obiettivo di cambiare la percezione di questo luogo e innescare un nuovo circolo virtuoso in grado di far ripartire un pensiero positivo iniziando dalla bellezza degli spazi che lo ospitano. La casa circondariale può e vuole diventare un riferimento di eccellenza in grado di trasformare la reclusione in un'opportunità di crescita grazie all'apertura verso l'esterno e a un cambiamento guidato da un pensiero complessivo sulla consapevolezza che la bellezza possa suscitare spontanee sensazioni piacevoli, provocare suggestioni ed emozioni positive e generare un senso di riflessione costruttiva".
Il progetto, ideato e sviluppato da Triennale Milano in collaborazione con Fondazione Maimeri, verrà realizzato con il sostegno di Fondazione di Comunità Milano - Città, Sud Ovest, Sud Est, Martesana onlus, che promuove e supporta progetti di utilità sociale per rispondere, in modo innovativo, alle priorità espresse dalla collettività in ambito sociale, culturale e ambientale. L'iniziativa San Vittore, spazio alla bellezza - coordinata da Lorenza Baroncelli, Direttore artistico e curatore per architettura, rigenerazione urbana e città di Triennale Milano - si propone di generare dei processi virtuosi di coinvolgimento e collaborazione reciproca tra carcere e città.
Sono previste diverse fasi progettuali, a partire dalla costruzione e pubblicazione di questo concorso di idee aperto ai giovani professionisti della città. Parallelamente, la ricerca sviluppata da Fondazione Maimeri, Shifton e Associazione Amici della Nave permetterà, attraverso interviste qualitative e osservazioni sul campo, di individuare i bisogni della Casa Circondariale e servirà anche a esplorare possibili nuove esigenze e immaginare le funzionalità da destinare agli spazi da riprogettare.
di Anna Spena
vita.it, 10 dicembre 2020
Mercoledì 16 dicembre il webinar "Strade percorse e possibili sviluppi per un nuovo Metodo di intervento della genitorialità in carcere e della centralità del bambino" promosso dal progetto genovese "La Barchetta rossa e la Zebra" per raccontare l'esperienza di un nuovo Metodo di gestione della genitorialità nelle Case Circondariali Marassi e Pontedecimo di Genova e creare le basi per renderlo replicabile anche in altre carceri italiane.
Nel carcere maschile Marassi e nella casa Circondariale femminile Pontedecimo di Genova, la vita dei detenuti può cambiare attraverso il rapporto che hanno con i loro figli. E i figli dei detenuti, come tutti gli altri bambini, hanno lo stesso diritto a coltivare una relazione con i loro genitori.
È per questo motivo che tre anni fa è partito il progetto "La Barchetta rossa e la Zebra". Un'iniziativa di Rete genovese che coinvolge il Privato Sociale e le Istituzioni Pubbliche ed è sviluppata in sinergia con l'Amministrazione penitenziaria locale e dell'esecuzione penale esterna e con il Comune di Genova. È finanziato dal Bando Prima Infanzia (0-6 anni) dell'Impresa Sociale Con i Bambini.
Per raccontare l'esperienza e i risultati raggiunti attraverso un nuovo metodo di gestione della genitorialità nelle Case Circondariali Marassi e Pontedecimo di Genova e creare le basi per replicarlo anche su scala nazionale, mercoledì 16 dicembre, gli enti promotori del progetto hanno organizzato il webinar: "Strade percorse e possibili sviluppi per un nuovo Metodo di intervento della genitorialità in carcere e della centralità del bambino". L'evento online è rivolto a assistenti sociali, operatori, Associazioni, Enti del Terzo settore, personale degli Istituti penitenziari, avvocati, magistrati e giornalisti. Qui il modulo di iscrizione: https://register.gotowebinar.com/register/5774495842297840911
Capofila del progetto "La Barchetta rossa e la Zebra" è l'associazione il Cerchio delle Relazioni, coordinato, in prima linea, dalle Associazioni territoriali genovesi del Terzo Settore: la Cooperativa Sociale Il Biscione, Veneranda Compagnia di Misericordia, il Centro Medico psicologico pedagogico LiberaMente, Arci Genova e Ceis Genova. La Fondazione Francesca Rava N.P.H. Italia Onlus, a cui è stata affidata l'opera di riqualificazione delle aree dedicate all'incontro dei bambini con i genitori detenuti nelle due Case Circondariali, è partner e promotore del Progetto.
L'obiettivo che "La Barchetta rossa e la Zebra" ha cercato di raggiungere in questi anni è stato duplice: da una parte, favorire e rafforzare la relazione dei figli che hanno un genitore in carcere o sottoposto a misure penali alternative. Dall'altra, promuovere la cultura della centralità indiscussa del bambino che, improvvisamente, si trova a vivere in una dimensione adulta e critica come quella carceraria.
Dopo la ristrutturazione degli spazi a misura di bambino, dove i figli possono attendere il momento del colloquio in un ambiente bello, sereno, adatto alla loro esigenze, sono stati avviati momenti di formazione per i genitori detenuti, per gli assistenti sociali, e per la polizia penitenziaria per spiegare qual è la strada più idonea per entrare in relazione con i minori che vivono un momento delicato del loro percorso di crescita accentuato dall'assenza di uno o di entrambi i genitori.
I risultati dell'intervento triennale e continuativo sono stati visibili, sia rispetto all'obiettivo principale, il benessere e la centralità dei bambini, figli dei genitori detenuti, che ad una lunga serie di obiettivi indiretti tra cui la maggiore tranquillità anche da parte delle famiglie, la fiducia da parte degli agenti che hanno potuto dedicarsi al proprio lavoro con maggiore soddisfazione, sollevati da ruoli che non erano i loro, come ad esempio la necessità di soddisfare i bisogni delle famiglie, come quello di un bagno per i bambini o per il cambio del pannolino.
È aumentato il numero dei bambini in visita al carcere con una forte emersione del sommerso. È aumentata la fiducia nelle Istituzioni e nella figura stessa dell'educatore, spesso confusa con quella dell'assistente sociale. Il progetto ha aiutato i genitori a trovare strumenti e parole per comunicare la detenzione ai figli e a gestire questa comunicazione in modo costruttivo con tutti i membri della "comunità educante" (insegnanti, parenti, amici). Genitori più sicuri di sé stessi e più consapevoli hanno passato immediatamente questa "forza" ai figli.
Il webinar riconosce 3 crediti formativi per gli assistenti Sociali che partecipano all'evento almeno per l'80% del tempo. Tra gli ospiti in collegamento: Carlo Borgomeo, Presidente Impresa Sociale Con i Bambini, Elisabetta Corbucci, Coordinatrice Cerchio delle Relazioni e Capofila di progetto, Mariavittoria Rava, Presidente Fondazione Francesca Rava - N.P.H. Italia Onlus e PM di progetto, Luca Villa, Presidente Tribunale per i Minorenni di Genova, Marco Bucci, Sindaco di Genova, Maria Milano, Direttore C.C. Marassi e Domenico Arena, Direttore Udepe.
di Ambra Notari
redattoresociale.it, 10 dicembre 2020
Dopo una laurea in giurisprudenza con lode e menzione accademica, dalla sezione Alta Sicurezza 1 della Casa circondariale alla Parma, Claudio Conte è stato ammesso al Dottorato in Politica, società e cultura. Franca Garreffa (docente): "Istruzione e conoscenza argine alla criminalità".
"Claudio è un Dottore in Giurisprudenza detenuto ormai da 31 anni nella sezione Alta Sicurezza della Casa circondariale di Parma. In verità, se calcoliamo indulti e liberazione anticipata, ha già 41 anni di pena espiata, poiché è stato arrestato la prima volta a 19 anni per pochi mesi e poi di nuovo all'età di 22 anni". Autore di scritti, blog, libri e contributi scientifici, dal 27 novembre è ufficialmente iscritto al primo anno del Dottorato in Politica, società e cultura, dopo aver superato brillantemente una prova scritta e un esame orale.
A raccontarci la sua storia è Franca Garreffa, docente di Sociologia della devianza dell'Università della Calabria e membro del Collegio docenti del dottorato di Claudio Conte. "Dal 2010 insieme a un gruppo di colleghi dell'allora Dipartimento di Sociologia e Scienza Politica, abbiamo iniziato un percorso di accompagnamento allo studio universitario di due detenuti ristretti nella sezione Alta Sicurezza del carcere di Rossano. Questa esperienza si è poi istituzionalizzata nel 2018 con la nascita del Polo Universitario Penitenziario, il Pup, e oggi sono 30 gli studenti afferenti al Polo penitenziario dell'Università della Calabria, sede del Dottorato cui ha partecipato anche Claudio Conte".
Qual è l'argomento del progetto di ricerca di Conte?
Il diritto allo studio, con particolare riferimento all'ambito universitario e a quello penitenziario, la necessità di un processo di formazione e di educazione continua degli adulti, partendo dai processi di autoconsapevolezza e partecipazione democratica, individuale e collettiva, che lo studio è capace di implementare. In sostanza, si indagherà sull'effettività del diritto allo studio in carcere e i possibili interventi migliorativi dell'istituzione universitaria, quale "organo costituzionale", attraverso la creazione dei Pup - i Poli universitari penitenziari - a tutela della dignità e dello sviluppo della persona detenuta.
Come si è preparato Conte a questo traguardo?
Claudio si è preparato a questa 'impresa accademica', come lui stesso l'ha definita, studiando durante i mesi di emergenza sanitaria, in condizioni non agevoli anche a causa del caldo estivo e avendo accettato di dividere la cella con un compagno per liberare una camera necessaria all'isolamento sanitario. Soltanto adesso è riuscito a recuperare l'agibilità di una stanza da solo; i tempi e lo spazio per le attività di studio, segnate dai ritmi penitenziari, sono comunque estremamente minimali in carcere e hanno subito un ulteriore restringimento da marzo.
Come vi siete conosciuti?
Inizialmente attraverso i suoi scritti. Poi, qualche anno fa, grazie a Carla Chiappini, direttore di Sosta Forzata nonché responsabile insieme a Ornella Favero della Redazione Ristretti Orizzonti nel carcere di Parma, con la quale collaboro da tanti anni in varie attività, sono stata invitata nel carcere di Parma per una relazione sul Mezzogiorno, nell'ambito del dibattito sull'ergastolo e sulla sua variante del Fine Pena Mai. Di quella giornata ricordo i complimenti dell'allora direttore del carcere di via Burla, Carlo Berdini, a Claudio Conte. Gli disse: "Lei Conte è un grande costituzionalista, ne sa più di me".
Qual è stato il percorso di studi di Conte?
Quando ha iniziata la detenzione si è interrotto il suo percorso delle scuole medie superiori, ha conseguito il diploma in carcere. Poi nel 2016 ha conseguito all'Università Magna Graecia di Catanzaro la laurea in Giurisprudenza con una tesi sull'ergastolo ostativo che gli è valsa una menzione accademica e dignità di pubblicazione nonché un premio come migliore tesi di quell'anno.
Quanto è stato stra-ordinario, nel senso di fuori dall'ordinario il suo percorso di istruzione?
Ritengo sia straordinario il percorso di tutti coloro che conseguono un diploma e la laurea in carcere: ce lo ha raccontato anche Elton Kalica, cittadino albanese laureato presso il Polo Universitario Penitenziario dell'Università di Padova e che ha conseguito poi il Dottorato di ricerca in Scienze Sociali da libero, dopo aver scontato nel nostro Paese più di un decennio di detenzione. Nel 2019, in occasione di un incontro, Kalica sottolineò che, come lui, sono molti i condannati che, una volta entrati in carcere, si sono laureati acquisendo gli strumenti scientifici necessari per condurre in prima persona studi etnografici, sviluppando ricerche di criminologia critica svolte in carcere e pubblicando i risultati in articoli accademici. Quanto a noi, è in corso di pubblicazione un articolo che abbiamo scritto insieme sulla riforma introdotta dal Codice rosso tra dubbi e carcere.
È raro che un detenuto venga ammesso a un dottorato?
Intanto è stata rara fino ad oggi l'opportunità per persone detenute di accedere a un Dottorato. A memoria ricordo solo un altro caso, nel 2017. Fu un detenuto nel carcere di Rebibbia a conseguire dopo 22 anni di carcere il Dottorato di ricerca in Sociologia e Scienze applicate, attivato dall'Università di Roma 'La Sapienza'. Altri Atenei, solo di recente iniziano a immaginare percorsi così difficili già nell'espletazione di un Bando a evidenza pubblica che includa anche persone private della libertà personale le quali non hanno accesso neppure all'informazione. Dalla mia esperienza ho potuto registrare una grande apertura da parte del mondo accademico e penitenziario, ma anche la persistenza di notevoli pregiudizi che ancora resistono rispetto alla possibilità che un percorso di studio e di ricerca così elevato sia percorribile anche da persone così marginali poiché non autonome, private delle condizioni minimali per gestire da sole una candidatura.
Come vive, Conte, la sua situazione attuale?
Il linguaggio penitenziario usa definizioni per le quali è difficile riconoscervi Claudio, ergastolano ostativo detenuto in Alta Sicurezza1, qualificazioni che se rimaneggiate dalla società restituiscono un'immagine ancora più deformata dell'identità di molte persone detenute. L'istruzione e la cultura gli sono servite per mostrarsi nel modo in cui lui si vede e percepisce ormai da più di un decennio. Claudio non si sente per nulla a suo agio rispetto alle descrizioni approssimative che vengono fatte nelle relazioni dei percorsi di rieducazione penitenziaria. Cosa pensa e cosa prova questa persona per un passato che lui per primo non potrà cancellare non viene mai messo a tema. Chi ha avuto la curiosità e la volontà di conoscerlo è riuscito a comprendere che il contesto nel quale vive ed è immerso stride con la sua nuova identità di studioso. Per questo il mio auspicio è che per lui termini al più presto questo esilio dalla normalità, perché credo che il suo percorso di abiura, revisione, ravvedimento, chiamiamolo come vogliamo, sia già evocativo di quanto meriti libertà e dignità.
I suoi familiari sono orgogliosi di lui?
Tantissimo. I genitori, le sorelle, il fratello, i cognati, le nipoti, gli zii, il suo amato nonno. Claudio ha questa fortuna rispetto a tante persone nella sua condizione: una famiglia sana, sempre presente e parecchio accudente. Anche lui ama profondamente i suoi familiari, sente il peso della condanna che ha inflitto loro. D'altronde, un uomo che dopo aver superato da troppo tempo i 26 anni di detenzione riesce ancora a resistere e superare il trentunesimo anno da recluso, la forza può trovarla solo nell'amore delle persone che ogni giorno gli rinnovano fiducia e stima. Anche io, naturalmente, provo molta ammirazione per lui: è un ottimo consigliere quando gli racconto di mio figlio, ha imparato a gestire rabbia e paure - è claustrofobico e vivendo in una cella da trentuno anni è facile capire che livello di autocontrollo abbia raggiunto -, è sempre disponibile e molto generoso, aiuta nello studio non solo i compagni detenuti, ma anche gli studenti che entrano in carcere. È un suo personale modo di rimediare facendo del bene alla comunità esterna e a quella che fa parte della sua comunità carceraria. Altro pregio sono i trucchi e gli ingredienti segreti delle sue ricette pugliesi per realizzare pane, focacce, che svela alle persone cui vuole bene.
Nel caso di Claudio Conte possiamo dire che la pena è stata rieducativa?
Vorrei poter dire che il suo arresto e il carcere hanno interrotto quella che poteva divenire una 'carriera' criminale. Ma i fatti smentiscono, a mio giudizio non insindacabile, questa possibile ipotesi. L'allontanamento di Claudio dalla cultura criminale e antistatale appresa nel suo luogo di origine è avvenuto grazie all'istruzione, alla conoscenza della Costituzione e grazie alle varie possibilità di confronto che ha avuto con varie persone durante la sua lunga detenzione. Ha incrociato solo nel contesto carcerario opportunità di accrescimento culturale e persone come Fiammetta Borsellino e Agnese Moro. Ma tutte queste opportunità avrebbe dovuto averle ben prima di entrare carcere. Eppure, ci sono persone che anche nella società esterna vengono private degli strumenti e delle opportunità per vivere appieno il diritto alla conoscenza e all'istruzione perché, soltanto per una pura casualità, nascono nelle regioni del Sud anziché altrove. La prima volta che Claudio viene arrestato ha 19 anni ed è il contatto con questa istituzione così patogena, il carcere, a far crescere in lui quel senso di ribellione che lo porterà a scegliere di associarsi a persone dedite al crimine. Claudio sicuramente ha scelto volontariamente questa strada e per questo motivo trascorrerà ben dodici anni dei trentuno di pena espiata al 41 bis perché giudicato boss della Scu, la Sacra Corona Unita. Un diciannovenne privo di istruzione, tuttavia, non possiede una personalità così matura per operare con lucida consapevolezza dentro un contesto di criminalità organizzata. Le opportunità che Claudio ha avuto in carcere avrebbe dovuto incontrarle sulla sua strada di adolescente nato e cresciuto a Copertino. Se fosse stato affidato a servizi sociali competenti e idonei a recuperare non solo a parole persone che necessitano di interventi e percorsi che contrastino efficacemente ricadute nel crimine, oggi la su biografia non sarebbe segnata da questa orribile condanna al fine pena mai.
Come vede, oggi, il sistema penitenziario?
Come un sistema che vive con la precisa volontà di pareggiare i conti e vendicarsi per il danno occorso alle vittime e alla collettività. Un sistema che ha prodotto odio, dolore, vendetta, recidiva, un sistema che ha calpestato la dignità delle persone che dichiara di rieducare e che non ammette confronti e nessuna ammissione di colpa; un luogo deputato a peggiorare le persone che vi entrano, sia per espiare una pena che per esercitare una professione. Non è una critica a questo o quel carcere, anzi mi sento solidale con la maggior parte delle persone che lavorano in questi luoghi perché ho avuto la fortuna di conoscere e costruire rapporti di grande collaborazione con direttori, polizia penitenziaria, area educativa, psicologi e sanitari. Certo che di professionisti che non svolgono nella pienezza del loro mandato la professione penitenziaria, che abusano del loro potere e non esitano a esercitare violenza ce ne sono tanti. Sono convinta che anche loro siano vittime di un sistema che ha mostrato ormai tutta la sua inefficacia e financo nocività. È sufficiente guardare ai tassi di suicidio tra i detenuti e il personale di polizia penitenziaria e confrontarli con il numero di suicidi della società esterna.
lecceoggi.com, 10 dicembre 2020
Alcune mamme detenute nella Casa Circondariale Borgo San Nicola di Lecce sono le protagoniste di "Filastrocca delle mani", nata da un laboratorio curato dall'associazione Fermenti Lattici per Storie cucite a mano, progetto triennale selezionato dall'impresa sociale Con i Bambini, nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, che coinvolge anche le città di Moncalieri e Roma. Gli incontri sono stati ideati con lo scopo di preservare il legame genitoriale anche in questi tempi difficili in cui genitori e figli sono, purtroppo, distanti. Questa "Filastrocca delle mani" - disponibile su youtube, sui canali social e sul blog percorsiconibambini.it - ci insegna quali sono i comportamenti da adottare per proteggerci dal Covid19 e lo fa con le parole e i gesti premurosi delle mamme e con quel carico d'amore che resta inalterato anche quando si è lontani.
Grazie a Storie cucite a mano, l'associazione Fermenti Lattici ha proseguito il lavoro già avviato nel carcere di Lecce con il progetto "Giallo, rosso e blu - I bambini colorano Borgo San Nicola" sostenuto da "Infanzia Prima", promosso da Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo e Fondazione con il Sud, e grazie alla collaborazione e al sostegno con il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Puglia.
Attraverso attività ed eventi, da alcuni anni vengono coinvolti in maniera attiva bambini, genitori detenuti e liberi, accompagnatori. La Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti (Roma, 6 settembre 2016 - Ministero di Giustizia), alla quale il progetto aderisce, riconosce formalmente il diritto dei minori alla continuità del proprio legame affettivo con il proprio genitore detenuto e, al contempo, ribadisce il diritto alla genitorialità dei detenuti.
La condizione di svantaggio, che a Lecce riguarda circa 250 bambini che non hanno la possibilità di instaurare un rapporto quotidiano con il genitore, costruire ricordi e condividere un'esperienza gratificante con la propria famiglia, è ancora più complessa da qualche mese a causa della pandemia da Covid19. Al momento tutte le attività previste in carcere da Storie cucite a mano sono state sospese in presenza e rimodulate in versione "online" come lo sportello d'ascolto psicologico a cura di PSY Psicologia e Psicoterapia cognitiva integrata e i laboratori che coinvolgono minori e detenuti.
Il progetto Storie Cucite a Mano - coordinato dalla Cooperativa Sociale Educazione Progetto di Torino (capofila), dall'Associazione 21 luglio Onlus di Roma e da Fermenti Lattici di Lecce, con il monitoraggio della Fondazione Emanuela Zancan e la comunicazione a cura della Cooperativa Coolclub - è stato selezionato da Con i Bambini nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e coinvolge numerosi partner nei vari territori.
Oltre alle amministrazioni comunali di Moncalieri e Lecce e all'Unione dei Comuni di Moncalieri, Trofarello e La Loggia, il progetto vede tra i partner Associazione Teatrulla, Cooperativa Sociale Pier Giorgio Frassati, Istituto Comprensivo Statale "Santa Maria" (Moncalieri), ABCittà società cooperativa sociale onlus, Associazione Garofoli/Nexus, Digiconsum, Istituto Comprensivo Giovanni Palombini, Fondazione per l'educazione finanziaria e al risparmio, In.F.O.L Innovazione formazione orientamento e lavoro (Roma), Casa Circondariale "Borgo San Nicola" di Lecce, ABCittà, Istituto Comprensivo "P. Stomeo - G. Zimbalo", Principio Attivo Teatro, PSY Psicologia e Psicoterapia cognitiva integrata (Lecce).
Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile nasce da un'intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l'impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione Con Il Sud. Info su www.conibambini.org.
di Anna Maria Fasulo
opinione.it, 10 dicembre 2020
I laboratori d'arte teatrale a Rebibbia vanno avanti. Se il pubblico ancora non può tornare ad affollare l'Auditorium del carcere, i detenuti-attori escono virtualmente con due live su Facebook, il 16 e il 18 dicembre alle 17. Il Covid-19 pone restrizioni dolorose a chi già vive recluso: da mesi i colloqui fra detenuti e familiari, infatti, sono quasi interrotti. I pochi momenti di contatto in presenza - gli unici che tengono in piedi la relazione fra coniugi e con figli e genitori - sono sostituiti dalle videochiamate: sarà una consolazione da poco, ma è meglio dell'assordante silenzio che si vive oltre le mura. Anche il Teatro Libero di Rebibbia - come tutti i teatri - è inaccessibile da marzo. Eppure vive, nonostante tutto.
Nei mesi più difficili dell'isolamento è stata attivata la didattica a distanza. Poi con cautela sono tornati registi e operatori per ascoltare le voci e catturare le immagini di un momento storico drammatico e senza precedenti, anche per quel mondo parallelo e oscuro che è il penitenziario. Laura Andreini Salerno e Fabio Cavalli coordinano il lavoro delle prove teatrali dal grande palcoscenico di Rebibbia, che dal 2003 ha accolto decine di migliaia di spettatori proponendo William Shakespeare, Anton Pavlovi? ?echov, Bertolt Brecht e Lev Tolstoj, accanto al racconto originale delle vite passate, presenti e future di uomini che hanno provato a volare, con ali troppo fragili, dentro la tempesta di vite al limite.
La resistenza teatrale a Rebibbia è pronta da tempo. Era il 2016 quando il carcere entrò in rete, sul web, quando le dirette live streaming sembravano un bizzarro esperimento: mostrare l'invisibile di un palcoscenico nascosto. Oggi che - purtroppo - la voce dei teatranti è soffocata dalla paura del contagio, in molti si organizzano con le nuove tecnologie, come ponte, come traghetto verso il teatro "vissuto" fra scena e platea. Il teatro che presto tornerà più forte e rinnovato. Per ora: a tutto live! I detenuti-attori di Rebibbia - protagonisti di tante avventure teatrali e cinematografiche (si pensi a Cesare deve morire, dei fratelli Taviani, Orso d'Oro al Festival di Berlino qualche anno fa), si presentano al loro "giudice naturale", il pubblico, in due dirette Facebook. Il 16 dicembre "Icaro e altre Meraviglie", presentato da Laura Andreini Salerno come prova aperta - una sorta di lezione di volo - del nuovo spettacolo che coinvolge i reclusi del Reparto G8. Il 18 è la volta dei detenuti-attori dell'Alta sicurezza che si avventurano nel progetto su Dante, a sette secoli dalla scomparsa del Poeta della Commedia. Guidati da Fabio Cavalli, inventano con un confronto ardito fra peccati e reati, gironi infernali e bracci penitenziari, nell'infinito sforzo che accomuna tutti, liberi e reclusi, di riuscire alla fine di questo drammatico momento dell'umanità, "a riveder le stelle".
Le Manifestazioni sono nell'ambito del Rebibbia Festival 2020. Il Progetto è vincitore dell'avviso pubblico "Contemporaneamente Roma 2020-2021-2022" e fa parte di Romarama 2020, palinsesto culturale promosso da Roma Capitale.
sardiniapost.it, 10 dicembre 2020
Il Cada die Teatro entra in carcere per portare l'arte oltre le sbarre. 'Arcipelaghi', uno dei grandi successi della compagnia cagliaritana, sarà messo in scena sul palco de la Vetreria e trasmesso in diretta streaming domani, 10 dicembre, per i detenuti della colonia penale di Isili e il 18 per quelli della casa circondariale di Uta. A fine spettacolo seguirà un momento di confronto.
Il duplice appuntamento virtuale si inserisce nel percorso portato avanti dal Cada die "Arcipelaghi: isole differenti in uno stesso mare". Ispirato al romanzo di Maria Giacobbe, diretto da Alessandro Lay e interpretato da Pierpaolo Piludu e Alessandro Mascia, lo spettacolo narra una vicenda di vendetta e redenzione, una favola nera che trasforma un ragazzino nell'eroe di una storia già scritta, con un finale a sorpresa. "Una riflessione profonda sia sui temi della violenza, della vendetta e della pena, che sulle debolezze e difficoltà che possono spingere qualsiasi essere umano a compiere azioni delittuose - spiega Piludu - un invito a metterci nei panni dei protagonisti della storia facendoci riflettere sul dolore che ogni nostro comportamento può determinare in altri esseri umani".
Il progetto sostenuto dalla Fondazione Sardegna fa parte di un impegno ormai pluriennale del Cada die nel teatro sociale e si intreccia a "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza", promosso da Acri e sostenuto da 11 fondazioni di origine bancaria, pensato per riunire in maniera sinergica esperienze e progetti di teatro in carcere, per trarne insegnamento e suggerimenti in un confronto tra artisti e operatori.
"Lo spettacolo, come fossero vere e proprie isole che man mano affiorano, porta a galla le diverse visioni dei personaggi, fino a formare appunto un arcipelago di verità. Decidere cos'è giusto e cosa no - sottolinea Lay - resta un compito dello spettatore". "Come operatori penitenziari - chiarisce il direttore degli istituti di Isili e Uta Marco Porcu - dobbiamo cercare di facilitare processi di riflessione e il teatro offre queste opportunità". Giuseppina Pani, capo area educativa di Uta, esprime l'auspicio che la collaborazione duri nel tempo. "Il teatro - dice - è una esperienza che tutti dovrebbe fare, aiuta a tirare fuori potenzialità nascoste, vincere paure, timidezze, frustrazioni e andare oltre le barriere".
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