di Federico Rampini
La Repubblica, 14 marzo 2021
E i repubblicani attaccano il presidente: "Ha istigato il boom degli arrivi". Si aggrava la crisi al confine col Messico e Joe Biden mobilita la protezione civile per occuparsi degli immigrati minorenni arrestati. L'emergenza migratoria apre un altro fronte per la nuova Amministrazione democratica alle prese con il Covid. Diventa anche un caso politico: l'opposizione repubblicana accusa il presidente di avere istigato il boom negli arrivi, con l'annuncio di un disegno di legge per una sanatoria degli immigrati senza permesso di soggiorno che sono già sul territorio degli Stati Uniti.
Da due mesi si registra un crescendo negli ingressi dal Messico, e in parallelo continuano ad aumentare gli arresti effettuati dalla polizia di frontiera. Nel mese di febbraio sono stati arrestati centomila immigrati subito dopo aver attraversato il confine, e si stima che a marzo il numero raggiungerà i 130.000. In certi casi si tratta di minori che passano la frontiera senza i genitori, solo negli ultimi giorni ne sono stati arrestati 700.
Un forte afflusso accadde durante l'Amministrazione Obama-Biden nel 2014 e fu allora che vennero creati centri di detenzione per minori in alcune basi militari vicine al confine. In seguito la prassi della separazione dei minorenni venne portata avanti durante l'Amministrazione Trump e fu contestata dai democratici. L'intervento della protezione civile può servire a creare nuovi centri sotto la gestione di personale civile. La pandemia ha ulteriormente complicato la situazione al confine: da un lato le restrizioni sanitarie hanno aumentato i respingimenti alla frontiera, d'altro lato il contagio si diffonde nei centri di detenzione affollati. La legge impone di assegnare entro 90 giorni un "tutore" ai minorenni arrestati, ma non sempre si riesce a rintracciare un genitore o altro parente.
L'emergenza è acuta soprattutto al confine fra Messico e Texas nella Valle del Rio Grande. Il governatore repubblicano del Texas Greg Abbott è in prima linea nel contestare la sanatoria proposta da Biden. Il boom d'ingressi clandestini è stato denunciato anche da Donald Trump, e può diventare uno dei temi della campagna elettorale in vista delle prossime legislative di mid-term (novembre 2022) dove la destra punta a riconquistare la maggioranza in uno dei rami del Congresso.
di Luca Liverani
Avvenire, 14 marzo 2021
Rapporto di ActionAid: in 5 anni l'Italia ha speso 1,33 mld per bloccare rotte e respingere, solo 15 milioni (1,3%) per vie legali d'accesso. "Nulla sul ruolo di multinazionali, land-grabbing, armi".
Un fiume di soldi pubblici, italiani ed europei, per sbarrare le rotte migratorie in Africa e attrezzare polizie e milizie al contrasto e alla cattura dei migranti. Una fetta minore per progetti di cooperazione allo sviluppo, non sempre verificati nella loro l'efficacia. Briciole per gestire vie legali di ingresso. Tra il 2025 e il 2020 l'Italia ha stanziato 1 miliardo e 337 milioni di euro per azioni esterne di politica migratoria in 25 paesi africani, finalizzate a fermare i flussi in entrata. Il 70% per il contrasto, l'1,3% per gli ingressi legali. Politiche fortemente sbilanciate su un approccio securitario, che non solo risulta poco efficace, ma fortemente lesivo dei diritti delle persone.
È l'analisi che emerge dall'inchiesta di ActionAid, l'organizzazione internazionale impegnata nel contrasto della povertà e per lo sviluppo. Lo studio, intitolato The Big Wall (il grande muro) per la prima volta cerca di quantificare la spesa complessiva italiana per il contrasto all'immigrazione. Tra gennaio 2015 e novembre 2020 i ricercatori hanno rintracciato 317 linee di finanziamento gestite dall'Italia con fondi propri, 791 milioni, ed europei, altri 545.
Come sono stati spesi? La metà, 666 milioni per controllare le frontiere esterne, 142 per lottare contro il traffico di migranti, 64 per rimpatri. Poi 146 per sostenere gli stati partner, 194 per alternative economiche nei paesi africani, 92 per proteggere migranti e rifugiati, 14 per sensibilizzare sui rischi delle migrazioni irregolari. Solo 15 per creare vie legali per raggiungere l'Italia.
"Ci sono satelliti, droni, navi, progetti di cooperazione, posti di polizia, voli di rimpatrio, centri di formazione. Sono mattoni di un muro invisibile ma tangibile - si legge nella ricerca di ActionAid - e spesso violento. Innalzato dal 2015 in poi, grazie a oltre un miliardo di denaro pubblico, con un unico obiettivo: azzerare quei movimenti via mare, dal Nord Africa all'Italia, che nel 2015 avevano fatto gridare alla crisi dei rifugiati".
Un muro poco efficace, ma costosissimo. Nel quinquennio esaminato abbiamo speso 210 milioni di euro solo in Libia, dove sono documentate violenze sistematiche da parte delle milizie attrezzate con i soldi dei contribuenti italiani, e poi 99 in Niger, 57 in Sudan, 54 in Etiopia, 40 in Senegal, altrettanti in Tunisia. E decine e decine di milioni in altri 19 paesi africani. Il risultato? Almeno 13 mila morti affogati nella traversata, altri 523 mila arrivati via mare. Senza contare le migliaia di persone torturate e morte nei centri di detenzione libici.
Le scelte politiche in Libia, avviate dall'allora ministro dell'Interno Marco Minniti, sono il caso più eclatante. "Si cercava un risultato immediato e si è perso di vista il quadro generale, sacrificando la pace sull'altare della lotta alle migrazioni, quando la Libia era in pezzi, nelle mani delle milizie che ci tenevano in ostaggio", è l'analisi dell'ex viceministro degli Esteri Mario Giro. L'attivista libica Marmwa Mohamed sottolinea che fondi e interventi "erogati senza nessuna reale clausola di rispetto dei diritti umani, hanno frammentato ancora di più il Paese, perché intercettati dalle stesse milizie che gestiscono sia il traffico dei migranti che i centri di detenzione, come quella di Abd el-Rahman al-Milad, noto come "al-Bija".
Niente clausole sui diritti umani nei finanziamenti al contrasto delle migrazioni irregolari, dunque. Ma nemmeno sull'effettiva riduzione delle partenze nei progetti di cooperazione allo sviluppo. In un singolo programma finalizzato alla riduzione della migrazione dall'Etiopia, ad esempio, da 19,8 milioni di euro, secondo i ricercatori non "appare nessun indicatore dei risultati attesi". Insomma, "si ammette implicitamente che non c'è modo di verificare che quell'obiettivo sia raggiunto. Che cioè il giovane formato per l'avvio di una micro-impresa nella zona di Wollo, per esempio, sia un migrante in meno".
In tutto ciò manca il minimo tentativo di incidere sulle cause profonde e strutturali della povertà. Bram Fouws, direttore del Mixed migration center, sottolinea come in questa dispendiosa e disinvolta strategia italiana non si mettano mai in discussione, ad esempio, gli accordi internazionali per la pesca che danneggiano le comunità locali, né tantomeno quelli di accaparramento di terre da parte di speculatori (il landgrabbing delle multinazionali, ndr), di grandi opere o di corruzione e di vendita di armi, ma di una generica vulnerabilità economica e della scarsa stabilità degli stati.
Alzare muri dunque non arresta le migrazioni, sostiene la ricerca, ma le rende ingestibili e pericolose. Un esempio? Nel 2007 l'Italia emanò un Decreto flussi da 340 mila visti d'ingresso legali, per metà stagionali. Nessuno o quasi gridò all'"invasione". Dieci anni dopo quei visti per lavoro erano stati ridotti drasticamente a 30 mila, mentre dal Mediterraneo arrivarono 119 mila persone, un numero che sembrò spropositato, quando era circa un terzo del Decreto flussi di qualche anno prima. I demografi da anni ripetono che l'Italia in crisi di nascite ha bisogno di forze giovani. "Per decenni il Giappone ha avuto politiche migratorie molto restrittive - spiega Helen Dempster, economista del Center for global Development - ma negli ultimi anni si è reso conto che, con il suo tasso d'invecchiamento, presto non avrà più persone per svolgere lavori fondamentali, pagare le tasse e quindi finanziare le pensioni". E dall'aprile 2019 ha iniziato ad accettare domande di visto per lavoro, sperando di attirare 500 mila lavoratori stranieri.
di Rosita Rijtano
lavialibera.libera.it, 13 marzo 2021
Quattro i procedimenti che riguardano violenze successive alle rivolte esplose un anno fa. Indagini anche su episodi avvenuti tra il 2017 e il 2020 a Torino, Monza e Palermo. Ore 3.30 del mattino, sezione di alta sicurezza del carcere di Melfi. Un gruppo di agenti di polizia penitenziaria entra nelle celle, ammanetta i detenuti, li fa inginocchiare e li picchia. Usa i manganelli e mira alla testa e al volto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 marzo 2021
Nel XVII rapporto dell'associazione Antigone uno dei capitoli è dedicato proprio agli istituti dove non vi sono luoghi per i riti dei culti non cattolici. Negli 79,5% degli istituti monitorati da Antigone nel corso dell'ultimo anno non era presente alcuno spazio dedicato esclusivamente alla celebrazione di culti diversi da quello cattolico. In tutti gli istituti visitati (e anche in quelli non visitati) erano invece presenti degli spazi appositi per la celebrazione del culto cattolico.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 marzo 2021
Il rapporto del Garante nazionale rivela la diversità dei ristretti nelle sezioni di Alta sicurezza: dagli integralisti islamici fino ad antagonisti e anarchici. Può accadere che un detenuto appartenente all'area dell'antagonismo di tipo anarchico, si ritrova ad essere l'unica presenza della sezione dell'Alta sicurezza (AS2) in un contesto di stretta osservanza religiosa e culturale di matrice islamica. Inevitabile l'impossibilità concreta di qualsiasi attività diversa dal rimanere chiusa nella propria stanza.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 13 marzo 2021
La ministra promette investimenti, ma i penalisti scioperano. Più investimenti in arrivo per la giustizia digitale, eliminando le difficoltà contestate dai penalisti, che ieri hanno condotto le Camere penali a proclamare l'astensione dalle udienze dal 29 al 31 marzo. Questo il messaggio della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, al primo Festival della giustizia organizzato da Aiga e 4CLegal con la media partnership del Sole 24 Ore e dedicato proprio al tema della digitalizzazione.
agenzianova.com, 13 marzo 2021
Aumentano da 95 a 210 i posti messi a concorso dal ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per il profilo professionale di funzionario giuridico-pedagogico. Lo ha stabilito un decreto firmato oggi dal direttore generale del personale e delle risorse, Massimo Parisi, che eleva la disponibilità di posti previsti nel bando pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 42 del 29 maggio 2020 per il suddetto profilo di personale appartenente al comparto Funzioni centrali.
di Simona Musco
Il Dubbio, 13 marzo 2021
L'Ucpi denuncia l'ennesimo disservizio e proclama tre giorni di astensione La guardasigilli Cartabia: "Risolveremo il problema legato al deposito degli atti". Tre giorni di astensione per rivendicare la tutela del diritto di difesa. L'Unione delle Camere penali alza la voce, lanciandosi in una feroce critica di politica e magistratura, perse dietro discussioni interne fini a se stesse e incapaci di gettare uno sguardo sulla condizione della Giustizia.
"Drammatica", sentenziano i penalisti, che di fronte all'ennesima contraddizione della macchina del processo hanno deciso di incrociare le braccia. L'ultimo disservizio è quello del portale del processo penale, il cui utilizzo è obbligatorio, ma evidentemente non lo è la sua funzionalità, se è vero, com'è vero, che i giorni in cui si ha la fortuna di vederlo funzionare sono meno di quelli in cui, invece, si inceppa.
E ciò, denuncia Ucpi, nel più assoluto silenzio delle parti in causa, a fronte della richiesta di un periodo cuscinetto che consentisse anche il deposito cartaceo degli atti. "Il portale penale telematico, o meglio il portale delle Procure - affermano i penalisti -, nasce già obsoleto, ma soprattutto presenta continui guasti e inconvenienti tecnici che mettono a repentaglio il rispetto dei termini processuali e la tempestiva contezza delle iniziative della difesa. La soluzione ragionevole proposta, quale la previsione di un regime transitorio, non è stata presa in considerazione".
I tre giorni di astensione (29, 30 e 31 marzo), per i quali Ucpi chiama a raccolta tutte le Camere penali territoriali, saranno accompagnate anche da una giornata di protesta nazionale, in modalità telematica, prevista per il 29 marzo. Sul tema della digitalizzazione Cartabia si è espressa ieri, in un passaggio del suo intervento al Festival della Giustizia. "L'utilizzo degli strumenti informatici si è rivelato fondamentale nella pandemia e continuerà a esserlo, per dare un volto nuovo alla giustizia - ha evidenziato. Contiamo anche di migliorare le disfunzioni che persistono nel portale telematico di deposito degli atti".
Dichiarazioni di intenti che gli avvocati attendono di vedere concretizzate. Se, da un lato, sottolineano i penalisti, la digitalizzazione appare inevitabile, dall'altro "il deposito nel portale non è corredato da idonea certificazione comprovante l'esito positivo delle operazioni. Spesso, intervenuto il deposito della nomina, è comunque impossibile accedere al fascicolo".
A ciò si aggiunge l'esclusività dello strumento per il deposito degli atti difensivi, nonché l'estensione del suo utilizzo - sempre esclusivo - anche al deposito della querela, degli atti di opposizione alla richiesta di archiviazione e dell'atto di nomina, con l'introduzione di un "atto abilitante" che carica i difensori "di un ulteriore incombente non previsto dalla legge".
A ciò si aggiunge un'azione non omogenea da parte dei procuratori: "In alcuni casi si è negata l'esistenza del problema, in altri si è attribuito il cattivo funzionamento del meccanismo alla incapacità tecnica degli avvocati. In alcune sedi si è giunti ad autorizzare anche le forme di deposito tradizionale, salvo paventare il concreto rischio di future declaratorie di inammissibilità", aggiungono i penalisti. Una situazione che determina, a conti fatti, "una grave lesione dei diritti dei cittadini sottoposti a procedimento penale e delle persone offese che non vedono garantita la loro rappresentanza e la loro difesa tecnica".
Dal canto suo, il Consiglio nazionale forense ha scritto una nota indirizzata a tutti i presidenti dei Coa italiani, sottolineando di aver "provveduto a sollecitare un ulteriore incontro con il Dgsia (Direzione generale dei sistemi informativi automatizzati) del ministero della Giustizia, "al fine di rappresentare le persistenti problematiche che non hanno ancora trovato soluzione".
E lunedì prossimo è prevista una riunione che coinvolgerà i rappresentanti dell'Ucpi "finalizzata a verificare le possibili soluzioni e i correttivi da adottare al fine di evitare pregiudizi agli avvocati, ma, soprattutto, qualsivoglia forma di preclusione all'esercizio dell'attività di difesa causata dal mancato funzionamento del sistema".
I penalisti sono chiari: non solo il processo penale sconta gli esiti di riforme emergenziali che hanno reso i meccanismi processuali farraginosi, ma anche "strutture sovente fatiscenti, personale di cancelleria in smart working, generale inadeguatezza dei provvedimenti assunti per l'operatività dei singoli uffici giudiziari".
Tutto questo nel mezzo di una crisi epocale della magistratura, incapace di "elaborare una seria riflessione sul sistema di potere costruito negli ultimi vent'anni" e di un temporeggiare della politica, che "non pare avere, al momento, intelligibili progetti di modifica della prescrizione né dei meccanismi capaci di incidere sui tempi del processo né dell'ordinamento giudiziario". Ucpi continua a dirsi pronta ad un'interlocuzione con la ministra, essenziale, si legge nella nota, per qualsiasi "progetto di riforma".
Il Dubbio, 13 marzo 2021
Il sindacato dei magistrati si schiera: "Nella piena consapevolezza della necessità che sia data precedenza, nel piano vaccinale, alle persone vulnerabili o con disabilità grave, chiediamo che venga inserito tra le categorie prioritarie il personale del comparto giustizia, compresa l'avvocatura".
"La somministrazione del vaccino ai lavoratori del comparto giustizia non costituisce una indebita corsia preferenziale". Lo ribadisce l'Associazione nazionale magistrati, prendendo atto dell'esclusione dal nuovo piano vaccinale in corso di approvazione, dei lavoratori addetti ai servizi essenziali dalle categorie sottoposte a vaccinazione prioritaria. Si tratta di un intervento, sottolinea l'Anm, "in evidente controtendenza rispetto alla più volte dichiarata necessità di dare continuità ai servizi essenziali".
"La necessità di svolgere la maggior parte delle udienze in presenza - allo stato della normativa attuale e per l'incompleto percorso di digitalizzazione e di aggiornamento delle dotazioni informatiche - espone quotidianamente gli operatori della giustizia (personale amministrativo, magistrati e avvocati) al rischio di contrarre il virus e di trasmetterlo", sostiene l'Anm.
Negli uffici giudiziari, "molto spesso non dotati di adeguati sistemi di areazione e di locali idonei a garantire il necessario distanziamento - se non a costo di un eccessivo rallentamento del servizio, in danno dell'utenza - vi è, infatti, un inevitabile, frequente contatto diretto tra un notevole numero di persone, con evidente ed elevato rischio di diffusione del contagio e di sviluppo di focolai epidemici".
Pertanto," nella piena consapevolezza della necessità che sia data precedenza, nel piano vaccinale, alle persone vulnerabili o con disabilità grave, chiediamo che venga inserito tra le categorie prioritarie - a prescindere dall'età e dalle condizioni patologiche - il personale del comparto giustizia, compresa l'avvocatura". Solo in questo modo, "peraltro, sarà assicurata uniformità sul territorio nazionale, tenuto conto delle vaccinazioni già eseguite o programmate in numerose Regioni, in base all'originario, condivisibile coinvolgimento dei lavoratori addetti ai servizi essenziali".
di Davide Varì
Il Dubbio, 13 marzo 2021
"Pure Campania e Sicilia danno la precedenza agli avvocati, mentre anziani e vulnerabili restano in lista d'attesa". È la nuova campagna del Fatto Quotidiano - chi altri sennò? - che proprio non riesce ad uscire dalla logica manichea dall'amico-nemico (Carl Schmitt ricorda qualcosa?) cercando ogni volta di aprire nuovi fronti di scontro. E non per amore marxista del "conflitto" ma solo per manganellare virtualmente chi si ostina a rivendicare diritti per tutti, ma proprio tutti, gli operatori della giurisdizione.
L'altra perla di giornata arriva dal Domani il quale, imbracciato il fucile del populismo pauperista, si chiede il motivo per cui un avvocato dovrebbe essere vaccinato prima di un operaio. "Perché un operaio non ha un Ordine che lo protegge", risponde retoricamente il commentatore del Domani con la tessera dell'ordine dei giornalisti in tasca. Il quale, evidentemente, non ha una causa pendente da anni e non è in attesa di giudizio nelle patrie galere. Altrimenti, ne siamo certi, cambierebbe idea e capirebbe all'istante che avvocati e magistrati sono fondamentali per la tenuta del nostro Stato di diritto e per il rispetto del giusto processo. E qui non stiamo citando né Schmitt né Marx, ma l'articolo 111 della nostra Costituzione.
Ma quella dei vaccini agli avvocati è questione troppo seria per "buttarla" in polemica. Per quel che ci riguarda abbiamo cercato di affrontarla evitando il più possibile posizioni troppo rigide o corporative e così abbiamo ospitato anche il parere di chi pensa, o teme, che dare la precedenza agli avvocati - oltre che ai medici, agli infermieri e ai magistrati - possa essere vissuto come una sorta di ingiustificato privilegio. L'impressione, però, è che questa lettura sconti la cattiva coscienza di chi, in questi anni, ha lavorato per raccontare l'avvocatura come un mondo composto da professionisti che aiutano i disonesti (presunti) a farla franca. Un modello caricaturale e inaccettabile che è servito per dividere il mondo della giustizia in buoni e cattivi. Una pratica manichea e fasulla che ha fatto la fortuna di un "club" politico-mediatico-giudiziario che ha cercato di smantellare o indebolire il nostro Stato di diritto. Ed è proprio questo il punto: non v'è dubbio che buona parte della difesa dello Stato di diritto passi per la toga degli avvocati italiani. E tutti, anche i più scettici, non potranno non ammettere che la difesa delle garanzie e delle libertà dei cittadini è fondamentale per il bene e la salute della nostra fragile democrazia.
E allora, una volta messi al sicuro medici, infermieri, operatori sanitari e tutti coloro che in questo anno di pandemia hanno lottato come leoni contro questo virus subdolo e terribile, ecco, dopo aver fatto tutto questo, dobbiamo mettere al sicuro anche chi difende i nostri diritti e manda avanti la giurisdizione. E per capire che i vaccini agli avvocati non sono un privilegio ma un diritto di cui beneficiano tutti gli italiani, soprattutto quelli che hanno subito durezze e lentezze della giustizia italiana, bisognerebbe rovesciare quel racconto caricaturale e ingiusto che ha diffamato i nostri avvocati. Ma del resto questo è uno dei motivi per cui ogni giorno mandiamo in stampa questo giornale.
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