di Antonio Coniglio
Il Riformista, 11 dicembre 2020
Con il suo sciopero della fame la radicale Bernardini dà a chi governa una lezione antica: chi massacra i prigionieri, non rende giustizia alle vittime ma rende solo gli uomini di Stato carnefici.
Quando lo ha salutato in quel funerale laico nel quale il requiem di Mozart abbracciava una giornata di sole, Bernardini, di nome Rita come la santa delle cause impossibili, era a Piazza Navona: piazza Marco Pannella.
di Fabrizio Cicchitto e Biagio Marzo
Il Riformista, 11 dicembre 2020
Quanti casi Del Turco ci sono in Italia in cui le istituzioni si presentano in modo cinico. Ma questa storia ha dei tratti davvero terrificanti. Quando lo Stato è forte con il debole è brutto segno. In special modo, allorché si accanisce su un ammalato colpito da due gravi morbi e non solo e, per di più, ignora la pietas. Il che significa che ha preso la via del male contraria alla giustizia, alla morale e all'onestà. Insomma, tutto il male che si riesce a immaginare. Il peggio. Il peggio del peggio.
L'ammalato è Ottaviano del Turco e lo Stato, in questione, è la Commissione della presidenza del senato, presieduta da Maria Elisabetta Alberti Casellati, che ha deciso, con un atto maramaldesco, cancellare il vitalizio all'ex presidente della giunta regionale dell'Abruzzo, ammalato di Alzheimer e del morbo di Parkinson. In precedenza, aveva subito un intervento chirurgico di asportazione di un tumore. Coloro che hanno preso la decisione disumana hanno la coscienza pulita?
Nel corso della notte riusciranno a dormire alla grossa? Prima o poi, faranno i conti con il goyano sonno della ragione generatore di mostri. È mai possibile che nella Commissione di palazzo Madama ci sia tanta spietatezza da non soffermarsi sul destino di un uomo ammalato che non riconosce più i propri familiari.
Quanti casi Del Turco ci sono in Italia le cui istituzioni si presentano in modo cinico, cieco e sordo. Di malagisutizia si muore, come insegna il caso Tortora. Che cosa bisogna fare per andare contro la malasorte che accompagna l'ex presidente dell'Abruzzo? Accogliere l'appello di Piero Sansonetti, lanciando una campagna per far dare la grazia a Ottaviano Del Turco dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella. L'escalation delle disgrazie giudiziarie dell'ex presidente iniziarono, in Abruzzo, per via dell'inchiesta sulla sanità privata. Nel 2008, venne arrestato su mandato della procura di Pescara e poco dopo, nel mese di luglio, si dimise da governatore e, nello stesso tempo, si autosospese da membro della direzionale nazionale del Pd, di cui era anche cofondatore. Ironia della vita politica in tempo di giustizialismo, dal Nazareno non ebbe alcun atto di solidarietà. Anzi, il gruppo dirigente fece finta di non conoscerlo e, comunque sia, si comportò come le tre scimmie dei romanzi gialli Mondadori: non vide, non sentì e non parlò.
Perché gli è stato tolto il vitalizio? Perché l'allora Presidente del senato, Pietro Grassi, fece deliberare la privazione dei vitalizi di parlamentari condannati in via definitiva per mafia e corruzione. Delibera che presenta fortissimi dubbi di costituzionalità, ma, in Italia, da decenni, lo Stato di diritto e la Costituzione sono degli optional. Nel 2006, Del Turco ebbe una condanna "grazie" alla legge Severino, di tre anni e 11 mesi, "per induzione indebita", essendo pubblico ufficiale, mentre la delibera Grassi è del 2015, violando la Costituzione secondo la quale non ci può essere la retroattività delle condanne. Chiaramente, la condanna inflitta a Del Turco dalla Corte d'Appello di Perugia, per aver "intascato", 6 milioni di euro, confermata dalla Cassazione, rientra nella fattispecie della delibera Grassi. In proposito, il suo difensore Gian Domenico Caiazza ha dichiarato: "Dieci anni dopo, di quella "montagna di prove" della quale vaneggiava il procuratore di Pescara è rimasto un pugno di fango".
Fatto sta che i milioni che l'imprenditore della sanità ha affermato che avrebbe dato all'ex presidente, non si sono mai trovati. 6 milioni di euro non sono bruscolini, bensì una cifra enorme che non si può nascondere sotto il mattone. Al dunque, non si sono trovati di là dalle accuse dell'imprenditore, Vincenzo Angelini, e dai salti mortali fatti dal procuratore capo, Nicola Trifuoggi, nel tentativo di cercare le prove che potessero inguaiare Del Turco.
Così si concluse la vita politica di Ottaviano Del Turco che sognava di fare "Grande l'Abruzzo". Allorché ebbe questa bella ambizione, avrebbe dovuto calcolare che si sarebbe messo contro il "deep state" abruzzese. Per di più, sfortuna volle di incrociare sulla sua strada il magistrato Trifuoggi, che sulla scia di "sanitopoli", aveva la velleità di occupare la poltrona di procuratore generale a Roma. Non è tutto. Accettò l'incarico di vice sindaco, dal primo cittadino dell'Aquila, Massimo Cialente, un nome e una garanzia, che se ne uscì dal Pd per dissenso. A dire il vero, il magistrato non si fece mancare nulla, fu interlocutore di Gianfranco Fini, Presidente della Camera, che incappò nel caso che fece molto discutere, criticò, a microfoni spenti, Silvio Berlusconi, nel corso del ritiro del "Premio Borsellino".
Del Turco avrebbe meritato, per la sua storia, sindacale, politica e di governo, una sorte migliore. Della sua vicenda disse: "Avrei voluto scegliere io il momento in cui ritirarmi dalla scena politica e, soprattutto, ritengo che la mia storia politica meritasse tutt'altro epilogo". Questa è la cronaca di una morte politica annunciata, una cronaca come tante in tempi di tricoteuses, ma quella di Ottaviano Del Turco, come ci ha scritto il figlio Guido, è una "vicenda senza fine, terrificante, kafkiana".
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 11 dicembre 2020
Due recentissimi eventi hanno riproposto il problema, ormai vecchio di un quarto di secolo, dei rapporti tra politica e giustizia, tra governo e procure. Con la differenza che questa volta non si tratta di una conflittualità tra magistrati e indagati, ma di confusione di attribuzioni. Il che, se possibile, è anche più grave.
Primo esempio. Il presidente della Lombardia, Fontana, evidentemente esasperato per le inchieste passate e timoroso di quelle future, ha chiesto alla Procura di Milano una sorta di placet, cioè di assenso preventivo, sui prossimi acquisti senza gara dei vaccini anti-covid. Naturalmente il governatore, che è circondato da una schiera di giuristi, sapeva benissimo che era una richiesta irricevibile.
E infatti la Procura ha risposto, a stretto giro di posta, che il suo compito è quello verificare la commissione di reati, non di interferire nell'attività amministrativa. Ma perché questo accade? Accade per tre ragioni. La prima è che le leggi penali sono così evanescenti ed ambigue - come per i reati di abuso d'ufficio e di traffico di influenze - che nessuno sa bene cosa possa fare e cosa no. La seconda è che chiunque può ormai denunciare chiunque, senza rischi né spese, perché non serve nemmeno la carta bollata, e quindi le procure sono inondate di fascicoli.
La terza, infine, è che queste inchieste una volta iniziate sono lunghe e complesse, comportano enormi sofferenze finanziarie e psicologiche per gli indagati, e quando alla fine più che morire svaniscono, come i vecchi soldati di Mac Arthur, lasciano sul campo dei poveretti annichiliti dal passato e terrorizzati dal futuro.
Nessuno - come ha detto Fontana - firma più nulla, e tutto si paralizza. È la cosiddetta amministrazione difensiva, figlia della medicina difensiva ormai adottata da molti sanitari per scongiurare grane giudiziarie, e madre della giustizia difensiva, giacché ormai si denunciano anche i magistrati quando le loro decisioni non soddisfano le parti in causa, ed anche le toghe cominciano ad essere preoccupate.
Secondo esempio. La Procura di Bergamo sta concludendo, a quanto si è appreso, una colossale inchiesta sulla gestione della pandemia. Non sulle morti di singoli pazienti nelle locali strutture sanitarie, ma su eventuali mancanze che avrebbero favorito la diffusione del virus. Talché - s'è detto - gli atti potrebbero essere inviati a Roma, o forse a Venezia (!), dove ha sede l'ufficio dell'Oms.
Chiunque abbia una minima esperienza giudiziaria sa benissimo che un'inchiesta così ha pochissime, e forse nessuna possibilità di risultati concreti dal punto di vista penale. E questo per varie ragioni. Per la difficoltà di individuare gli eventuali reati, visto che le norme vigenti puniscono chi per colpa "cagiona" un'epidemia, ma non chi la gestisce male dal punto di vista sanitario; per la conseguente difficoltà di individuare gli eventuali indagati, tenuto conto che la responsabilità penale è personale; perché questi ultimi potrebbero essere protetti - in quanto appartenenti all'Oms - dall'immunità diplomatica, oppure, se ministri, dalla relativa garanzia ministeriale, superabile solo attraverso un procedimento analogo a quello di Salvini; per la conseguente difficoltà di individuare la definitiva competenza territoriale, che come s'è visto è già in discussione; poi ancora per la difficoltà di individuare in concreto la colpa, visto che gli scienziati erano (e in parte sono) profondamente divisi sulle cause dell'epidemia e i mezzi per contrastarla nella sua fase iniziale; e, infine, per l'impossibilità di provare il cosiddetto nesso di causalità, che nei reati omissivi - cioè quelli in cui non si impedisce l'evento - è sempre una rogna.
Nonostante questo l'inchiesta di Bergamo è, come si dice, un atto dovuto, e malgrado le incerte prospettive almeno farà quello che dovrebbe fare la politica, cioè capire, o cercare di capire, se qualcosa sia andato storto e se gli eventuali errori passati possano evitarci quelli futuri. Ma purtroppo la politica, anche qui, manifesta la stessa inerzia operosa che vediamo nella gestione economica in generale e in quella dei fondi europei in particolare, dove dopo la missione di Colao, l'istituzione degli stati generali, e altre bizzarre iniziative abbandonate e dimenticate, oggi il governo vuole espropriare sé stesso delle funzioni che gli competono.
Questo sarebbe infatti l'obiettivo dell'ennesima "Task force" costituita da manager e da esperti che dovrebbero sostituirsi ai ministri e al Parlamento, relegati al ruolo di rassegnati e subordinati spettatori. Ecco perché le vicende di Milano e di Bergamo si assomigliano. Perché entrambe rivelano l'incapacità della politica di affrontare i problemi più urgenti. Quelli delle forniture sanitarie si risolverebbero con l'individuazione delle competenze, la semplificazione delle procedure e la riforma di alcuni reati.
E quelli del "Recovery fund" semplicemente facendo fare ai ministri quello che devono fare, sotto la direzione del presidente del Consiglio che, come vuole la Costituzione, ne garantisce l'unità di indirizzo. Purtroppo l'impressione che ne abbiamo ricavato è che, dopo la medicina, l'amministrazione e la giustizia, ora sia nata anche una politica difensiva.
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 11 dicembre 2020
Dal 2015 il "Telefono Giallo" - la cui gestione è assicurata da Bambinisenzasbarre Onlus - si propone di favorire il mantenimento dei contatti familiari anche in stato di detenzione: e ora l'associazione lancia un appello diretto a incrementare lo svolgimento del servizio con modalità adeguate all'emergenza pandemica. Le limitazioni imposte dal Covid-19 rischiano infatti di interrompere i legami affettivi dei 100mila bambini e ragazzi che hanno il papà o la mamma in carcere, acuendo i pericoli di coinvolgerli in fenomeni di abbandono scolastico, disoccupazione, disagio sociale e illegalità.
di Giulia Merlo
Il Domani, 11 dicembre 2020
Il ministro Alfonso Bonafede ha lanciato una "Alleanza contro la corruzione" con sessanta esperti, che ha fatto arrabbiare la sua stessa maggioranza e in particolare Italia viva perché rischia di sovrapporsi all'Anac. Il governo Conte è sempre più il governo delle task force. La parola - mutuata dal lessico della marina militare e che dovrebbe indicare un gruppo composto da diverse unità militari complementari destinate a una specifica missione - è ormai entrata nel gergo corrente ma con accademici, professionisti e manager al posto dei militari.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 11 dicembre 2020
Intervista a Vincenza Gagliardotto, in sciopero della fame per i diritti della categoria: "Nel giro di poche settimane si potrebbe verificare la paralisi di tutti i tribunali di Italia". Continuano i flash mob dei magistrati onorari lungo tutta la penisola per chiedere che lo Stato riconosca loro i diritti di un lavoratore subordinato. Nonostante sentenze nazionali ed europee vadano in questa direzione, l'Italia non legifera in tal senso.
Due giorni fa persino la Corte Costituzionale ha riconosciuto anche ai giudici di pace, come già avviene per i togati, il rimborso delle spese di difesa nei giudizi di responsabilità connessi all'esercizio della loro funzione. Tutto ciò sembra non bastare per far sì che il ministro della Giustizia prenda atto che i magistrati onorari non sono dei volontari ma benzina del motore del sistema giustizia. Per tenere alta l'attenzione da undici giorni Sabrina Argiolas e Vincenza Gagliardotto, due giudici onorari del Tribunale di Palermo, sono in sciopero della fame.
Alle due colleghe si è aggiunta Giulia Bentley, vice procuratore a Palermo e paziente oncologica, e Livio Cancellieri, giudice onorario al Tribunale di Parma, anche lui affetto da gravissime patologie pregresse. Lo sciopero della fame si unisce alla dichiarazione di autosospensione dalla attività giudiziaria, a cui hanno aderito i vice procuratori di Milano e si va estendendo pian piano presso tutte le sedi giudiziarie. "Nel giro di poche settimane si potrebbe verificare la paralisi di tutti i tribunali di Italia" dice la dottoressa Gagliardotto al Dubbio.
Come è nata la protesta?
La protesta è nata dal basso, da due donne, da Palermo. Sabrina ed io ci siamo dette che questi decenni di battaglia sono serviti a poco: spesso abbiamo proclamato le astensioni, ossia il rinvio dei fascicoli, ma nulla abbiamo ottenuto dalla politica. In questo periodo di grave emergenza sanitaria, constatando che la nostra vita era in pericolo, essendo privi di qualsiasi tutela per la malattia, abbiamo dovuto autotutelarci sospendendo l'attività di udienza, sebbene in tal modo restassimo privi di ogni ristoro economico. Nella totale assenza di risposte da parte di interlocutori istituzionali, siamo giunte a una manifestazione nonviolenta di protesta, mediante lo sciopero della fame, seguendo le modalità tipiche di Marco Pannella.
Per che cosa protestate?
Lavoriamo accanto alla magistratura professionale con cui condividiamo tutti gli oneri - valutazioni professionali e corsi di aggiornamento -. Lo Stato ci assegna oltre il 50% delle cause civili di primo grado, e oltre l'80% di quelle monocratiche del settore penale. Mandiamo avanti il sistema giustizia ma senza alcun corrispondente riconoscimento: nessuna tutela della malattia, della maternità, nessun riconoscimento previdenziale. Nonostante questo lo Stato ci considera dei semplici volontari. Invece chiediamo di essere considerati dei lavoratori subordinati, come hanno stabilito sentenza europee e nazionali. Non chiediamo di essere equiparati ai magistrati togati.
Proprio i togati chiedono che veniate tutelati maggiormente. Solo la politica è distratta: come procedono le interlocuzioni con il ministro Bonafede?
Certo, noi per loro siamo necessari, senza di noi ci dicono - i Tribunali non potrebbero andare avanti con le attività. Però poi al ministero certi tecnocrati riescono a impedire di regolarizzare la nostra situazione lavorativa. Forse sono proprio loro ad indurre il ministro Bonafede a considerarci come dei volontari. Per questo non vediamo da parte sua un serio interessamento della questione. Eppure sono oltre 20 anni che amministriamo la giustizia "in nome del popolo italiano". Le nostre sentenze in Appello e in Cassazione reggono come quelle dei togati.
Cosa chiedete in concreto?
Chiediamo le tutele giuslavoristiche riconosciute a tutti i lavoratori subordinati, mediante una decretazione d'urgenza, che ci consenta di riprendere l'attività lavorativa con la serenità e le legittime tutele.
Fin quando andrete avanti?
Fin quando non ci saranno le condizioni per riprendere. Per quanto riguarda lo sciopero della fame, siamo coscienti che non possiamo lasciarci morire: andremo avanti finché potremo. Lo Stato ci sta mettendo alla fame, allora decidiamo noi di fare la fame. Due nostri colleghi si sono ammalati di Covid- 19. Uno di loro, un padre di famiglia, è andato in terapia intensiva, per due mesi non ha potuto lavorare e non ha preso nessuna indennità di malattia. Siamo dunque al limite se non ci possiamo permettere neanche di ammalarci: è possibile che in uno Stato di Diritto noi che amministriamo la giustizia non abbiamo le tutele giuslavoriste che la Costituzione prevede?
Però due giorni fa la Commissione di garanzia dell'attuazione della legge sullo sciopero vi ha comunicato che state violando il codice di autoregolamentazione, invitandovi a revocare l'astensione per non incorrere in sanzioni monetarie o addirittura nel licenziamento...
Hanno preso un abbaglio perché in realtà disconoscono completamente l'articolo 21 comma 2 del decreto legislativo che nel 2017 riformò la magistratura onoraria e che attribuisce la facoltà ai singoli magistrati onorari di autosospendersi. La suddetta delibera ha ulteriormente esasperato l'animo dei magistrati onorari rafforzando il proposito di autospensione anche in altri tribunali.
di Simona Musco
Il Dubbio, 11 dicembre 2020
L'ex ministro della Giustizia: "La falsa legalità anticostituzionale va immediatamente fermata". "Il luogo nel quale si difende la giustizia, anche contro la legalità, è il Parlamento. La falsa legalità anticostituzionale va immediatamente fermata". L'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli non fa sconti. Nostalgico di quando la politica era un mestiere nobile, osserva l'odierno balletto delle forze politiche con un pizzico di mestizia.
E con rabbia, quando a finire nel tritacarne sono i diritti fondamentali. Sacrificati in nome di una legalità inamidata che spesso si traduce in barbarie. Per lui rappresenta questo il caso di Ottaviano Del Turco, ex governatore dell'Abruzzo, al quale l'ufficio di presidenza del Senato ha cancellato il vitalizio, perché condannato in via definitiva a 3 anni e 11 mesi per induzione indebita, nell'inchiesta sulla cosiddetta Sanitopoli abruzzese, che a luglio del 2008 gli costò pure l'arresto. Martelli si sfoga sul proprio profilo Facebook, scatenando una marea di commenti e raggiungendo 257mila persone. Il giudizio è tagliente: quella decisione, a danno una persona gravemente malata e praticamente incosciente, è "una barbarie immorale".
Una premessa: nel suo post scrive che Del Turco è stato vittima di una condanna ingiusta...
Riporto quanto detto ampiamente dal suo difensore, Gian Domenico Caiazza, presidente di tutti i penalisti italiani, che di certo non ha bisogno di visibilità e ha l'autorità per parlare. Mi riferisco alla mancanza del corpo del reato: i soldi. Non ce n'è traccia, non c'è nessun passaggio di denaro tra Del Turco e chi lo ha accusato. Angelini, ras della sanità privata, indagato nella stessa inchiesta, dichiarò di aver portato all'ex governatore sei milioni in un cesto di mele. Ma ripeto, di quei soldi non c'è traccia. Mentre ci sono molti indizi di una congiura dello stesso Angelini per salvare sé stesso. La vita politico-giudiziaria è piena di falsi pentiti e di congiure.
Non le danno fastidio gli insulti ricevuti?
In verità sono ben pochi rispetto agli elogi. Guardi, mi ricordo bene la gragnola di insulti che mi presi quando cominciai a difendere il cittadino Tortora, quindi non mi sorprende questa e non mi fa né caldo né freddo.
Il vitalizio è stato cancellato sulla base di una delibera del 2015. Perché allora è un atto illegittimo, come lo ha definito lei?
A monte di questo dibattito c'è una questione di fondo: la confusione tra legalità e giustizia, due cose diverse. La legalità è fatta dalle leggi vigenti, la giustizia risponde a dei principi, spesso scritti nelle Costituzioni, non di rado in conflitto con le leggi vigenti, proprio per questo vengono cambiate e aggiornate. Se la legalità fosse sempre giustizia allora erano da considerare giuste anche le leggi razziali di Mussolini, allora era giusto abolire le libertà democratiche fondamentali. Così non è e non deve essere. Il luogo nel quale si difende la giustizia, anche contro le leggi vigenti, è il Parlamento che rappresenta la sovranità popolare. In questo caso, purtroppo, il Parlamento, per colpa degli ex presidenti Grasso e Boldrini, ha dato vita a norme anticostituzionali, a una legalità presunta.
Come considera questo regolamento, dunque?
Un obbrobrio anticostituzionale, perché si tratta di un rapporto pensionistico, al quale chiunque, anche un condannato all'ergastolo, ha diritto. E ad essere anticostituzionale è anche la retroattività della norma: non si può essere condannati per una condotta che è divenuta reato dopo che quell'atto è stato compiuto.
Alcuni senatori hanno espresso contrarietà a questa decisione. Non si poteva fare nulla per evitarlo?
Ho parlato con alcuni esponenti dell'ufficio di presidenza, preoccupati di chiarire la loro posizione. Mi hanno detto: noi siamo incolpevoli, perché siamo esecutori dell'applicazione di una norma vigente, stabilita nella passata legislatura. Ma io dico che è loro dovere, se non sono d'accordo, votare contro, astenersi, impugnare quella norma. Mi dicono che la stessa presidente Casellati, oggi, è orientata a ridiscutere questa questione e la sua vice Rossomando ha manifestato contrarietà a questa delibera già a suo tempo, esprimendo perplessità anche nel caso specifico. Tutti si rendono conto che togliere il vitalizio a un uomo in fin di vita, malato di cancro, Alzheimer e Parkinson, che non può difendersi, perché è praticamente in uno stato di incoscienza, è ingiusto, inumano e anticostituzionale. È una norma infame, se produce questo genere di conseguenze, e perciò va sospesa perché lede diritti che non possono essere soppressi in nessuna circostanza. Lasciamo il culto di questa robaccia al Fatto Quotidiano e a Travaglio: il Parlamento non può farsene complice. Altrimenti finiamo col dare ragione ai grillini: facciamo tutto con gli algoritmi, applichiamo le leggi in maniera automatica, che non lascia scampo. No, il Parlamento è lì proprio per contrastare la falsa legalità in nome della giustizia.
È un modus operandi populista, ma anche le reazioni alla sua esternazione sul caso Del Turco, in alcuni casi, vanno in quella direzione...
Purtroppo due anni fa la maggior parte degli italiani ha dato il suo voto a due forze estremiste, populiste e fondamentalmente anti parlamentari, perché quello che c'è lì dentro è l'antiparlamentarismo, malattia tipica delle forze reazionarie, autoritarie e antidemocratiche. Il primo nemico del parlamentarismo fu Mussolini e instaurò una dittatura. Come diceva Manzoni, c'è un conflitto permanente tra il buon senso e il senso comune. Il senso comune è quello che si eccita e si appaga per le risposte più semplicistiche, più immediate che rispondono all'umore. Ma l'umore della folla porta al linciaggio, alla gogna. La civiltà consiste proprio nel resistere a queste tentazioni.
Le riforme di questi anni, spesso pensate sull'onda delle emergenze, vanno in questa direzione. Come le giudica?
Orrende. L'abolizione della prescrizione, ad esempio, è contraria alla Costituzione, che stabilisce la ragionevole durata del processo. Anche altre norme importanti, ai fini delle garanzie, sono state travolte dalle misure legislative adottate negli ultimi anni. Sappiamo benissimo che la fonte è quella del M5s, del loro antiparlamentarismo, che procede come un rullo compressore su alcune libertà fondamentali. Il taglio dei vitalizi e la riduzione del numero dei parlamentari, a costo di cancellare la rappresentanza di alcuni territori, rappresentano un altro vulnus alle libertà democratiche. I 5Stelle vogliono parlamentari impiegati di una forza politica governata dalla piattaforma di un'associazione privata. C'è da ridere e adesso se ne stanno rendendo conto anche loro, come si vede dalle liti interne. È un delirio che deve essere fermato.
Queste riforme dove ci porteranno?
Ad un sistema autoritario, ad un sistema anonimo in cui i cittadini non eleggono più un loro rappresentante, ma delegano la loro volontà a una macchina informatica, burocratica, a dei gruppi di potere i quali camminano con gli scarponi sopra l'indipendenza di ogni singolo parlamentare. Il dovere dei parlamentari non è rispettare ciecamente una norma, se ingiusta, ma interpretare i principi fondamentali della Costituzione.
La più bella del mondo, dicevano...
E se lo sono dimenticati.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 11 dicembre 2020
Indagine "esplosa" nel 2013: "Concussione e voto di scambio all'Asl di Benevento". Cadute tutte le accuse, anche per gli altri imputati. La Procura voleva 8 anni di carcere. Nunzia De Girolamo, ex deputata, ex ministro delle Politiche agricole, ha atteso sette anni.
"Alla fine ho avuto giustizia, ma ho perso sette anni di vita", sono state le sue sacrosante parole, ieri, subito dopo essere stata assolta "perché il fatto non sussiste" dalle accuse di associazione a delinquere, concussione e voto di scambio.
Il pm Assunta Tillo aveva chiesto 8 anni e 3 mesi di carcere. I giudici Fallarino, Rotili e Telaro del Tribunale di Benevento non hanno invece riconosciuto l'impianto accusatorio riguardo quella che per la Procura sarebbe stata una "gestione opaca" del sistema sanitario sannita, con nomine, consulenze e appalti utilizzati per creare consenso elettorale. L'inchiesta Sanitopoli è stata dunque completamente smontata: insieme a De Girolamo sono stati assolti con la stessa formula tutti gli altri sette imputati.
L'indagine era partita nel 2012 da una denuncia dell'ex direttore generale dell'Asl di Benevento Michele Rossi contro l'ex direttore amministrativo Felice Pisapia. A parere di Rossi i conti non tornavano, considerando i mandati di pagamento emessi a favore di alcune ditte fornitrici dell'Asl. Rossi prende dunque la decisione di consegnare agli inquirenti un fascicolo che a suo dire avrebbe messo in evidenza una gestione non trasparente delle risorse.
Poco dopo il direttore amministrativo viene licenziato e magistrati e finanzieri cominciano a indagare sui conti dell'azienda sanitaria. Un anno dopo, nel 2013, arrivano i primi provvedimenti cautelari che coinvolgono Pisapia, ma anche paradossalmente lo stesso Rossi. Tra gli indagati nel 2014 emerge per la prima volta anche il nome di Nunzia De Girolamo, all'epoca ministro. Secondo i pm, l'ex parlamentare di Forza Italia, passata poi nella fila dell'Ncd di Angelino Alfano, rappresentava l'apice di un direttorio politico che a Benevento gestiva affari, consulenze, e nomine. Il gip di Benevento Flavio Cusani parlò addirittura di "indagini sull'esistenza di un ristretto direttorio politico- partitico, al di fuori di ogni norma di legge".
Alla base delle accuse c'erano soprattutto registrazioni audio, captate segretamente da Pisapia, forse come forma di vendetta per la denuncia presentata nei suoi confronti da Rossi, durante alcune riunioni politiche tenutesi in casa del padre della De Girolamo. Sull'utilizzabilità di quelle registrazioni si consumerà anche uno scontro processuale tra accusa e difesa, ma quei file verranno poi comunque acquisiti come fonti di prova.
Il rinvio a giudizio per gli otto indagati arriva a settembre 2016 e il processo comincia due mesi più tardi. Da allora, la vita di Nunzia De Girolamo viene completamente sconvolta. Candidata per Fi, dopo il breve passaggio nel Nuovo centrodestra, non viene eletta alle ultime Politiche e si dedica alla tv, come concorrente a "Ballando con le stelle" e come opinionista a "Non è l'Arena" di Giletti. Ieri, dopo quattro lunghi anni, la sentenza di assoluzione che demolisce l'inchiesta. Assieme alla De Girolamo vengono assolti gli ex collaboratori Luigi Barone e Giacomo Papa, lo stesso Michele Rossi, Felice Pisapia, l'ex direttore sanitario Gelsomino Ventucci, l'ex responsabile del budgeting Arnaldo Falato, e il sindaco di Airola, Michele Napoletano. "Ha vinto la giustizia - ha dichiarato Nunzia De Girolamo - io ho solo perso 7 anni di serenità. Mi sono dimessa da ministro, pur non essendo indagata, per difendere la mia dignità.
L'ho fatto sempre nel processo e non dal processo. Le tre donne del Collegio mi hanno restituito fiducia e voglia di continuare a combattere per le cose giuste. Io non ho mai avuto paura della magistratura, ma della cattiveria che mi ha circondato in questi anni. Mi auguro - conclude l'ex ministro - che quei giornalisti, pochi per fortuna, che pensavano che un'indagine o una richiesta di un pm fosse una condanna definitiva, ora diano lo stesso risalto alla notizia della mia assoluzione".
A difendere De Girolamo l'avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione Camere penali: "Siamo enormemente soddisfatti del risultato e di aver incontrato un collegio di giudici sereni, equilibrati, che hanno saputo restituire dignità a una persona ingiustamente colpita nella sua carriera pubblica, oltre che nella sua vita privata".
Insieme a lui nel collegio difensivo anche l'avvocato Domenico Di Terlizzi: "L'assoluzione perché il fatto non sussiste da tutti i reati e per tutti gli imputati deve porre all'attenzione di tutti la patologia di questa iniziativa giudiziaria che ha determinato le dimissioni di un ministro e l'espulsione dalla vita politica di una giovane donna. Questa patologia il legislatore deve eliminarla, potenziando il controllo sulle iniziative infondate dei pubblici ministeri.
Qui siamo in presenza di un mero teorema accusatorio, e una parte della stampa, specie quella che ama il populismo giudiziario, farebbe bene a riflettere quando vengono enfatizzate le richieste di condanna a 8 anni. Ovviamente ben diverso è il discorso sugli organi giudicanti, che ancora una volta dimostrano di essere il vero argine allo strapotere delle Procure".
A poche ore dalla notizia è giunta anche una nota della presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini: "L'assoluzione di Nunzia De Girolamo perché il fatto non sussiste è una notizia bellissima che pone fine a un lungo e immeritato incubo. È doveroso però rimarcare ancora una volta il macigno abnorme che pesa sulla nostra democrazia a causa dell'uso politico della giustizia, che in questo come in troppi altri casi ha determinato le dimissioni di una ministra della Repubblica ingiustamente messa sotto accusa da un'iniziativa giudiziaria infondata".
di Fabrizio Ventimiglia e Laura Acutis*
Il Sole 24 Ore, 11 dicembre 2020
Cass. Pen., Sez. VI, 9.10.2020, n. 28210. Con la decisione in commento, la Corte di Cassazione è nuovamente intervenuta sul rapporto tra la responsabilità delle persone giuridiche e il reato presupposto, dal quale, come noto, origina tale responsabilità e, in particolare, sulla valenza dell'articolo 8 del D.lgs. 231/2001, ove viene consacrata l'autonomia della responsabilità dell'ente.
In particolare, nella sentenza in commento, i Giudici hanno nuovamente affermato il principio secondo il quale anche "in presenza di una declaratoria di prescrizione del reato presupposto, il giudice, ai sensi dell'art. 8, comma primo, lett. b) d.lgs. 231/2001, deve procedere all'accertamento autonomo della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio l'illecito fu commesso che, però, non può prescindere da una verifica, quantomeno incidentale, della sussistenza del fatto reato".
Questa in sintesi la vicenda processuale. La Corte di Appello di Lecce confermava la sentenza emessa dal Tribunale di Brindisi con la quale una società veniva ritenuta responsabile, con conseguente sanzione di giustizia, dell'illecito amministrativo di cui all'art. 25, comma 2, D.lgs. 231/2001 in relazione al reato di cui agli artt. 319, 321 c.p. - corruzione propria - commessi da un consigliere di amministrazione della società, anche gestore della discarica di Brindisi, e un componente del comitato tecnico della provincia ove tale discarica si trovava.
Quest'ultimo, infatti, si era fatto conferire dal consigliere diversi incarichi di natura professionale da espletarsi presso la discarica nonché presso altri soggetti economici e, sempre grazie all'interessamento dello stesso consigliere, aveva ottenuto un importante incarico avente ad oggetto la caratterizzazione della zona industriale di Brindisi.
Da tale condotta illecita la società aveva tratto un profitto di rilevante entità costituito dalla circostanza che il comitato tecnico provinciale aveva espresso parere favorevole sulle istanze presentate dalla s.r.l. tese ad ottenere l'autorizzazione all'adeguamento della discarica ai sensi dell'art. 17, d.lgs. 36/03 ed alla realizzazione di una piattaforma per il trattamento, la valorizzazione e lo stoccaggio definitivo dei rifiuti non pericolosi. Dichiarato prescritto il reato presupposto a carico del consigliere di amministrazione della società, la Corte di Appello di Lecce ha confermato la responsabilità della società, che ha, pertanto, ricorso per Cassazione.
Percorrendo l'iter motivazionale della sentenza in esame, i Giudici di legittimità hanno modo di affermare, ancora una volta, il consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità, secondo il quale anche in presenza di una declaratoria di prescrizione del reato presupposto, il Giudice è comunque chiamato a procedere ad un autonomo accertamento della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio è stata perpetrata la condotta illecita.
Ne risulta che, anche nell'ipotesi in cui venga accertata l'intervenuta prescrizione del reato presupposto, il Giudice è in ogni caso tenuto ad effettuare un accertamento autonomo sulla responsabilità amministrativa dell'ente nel cui interesse o a cui vantaggio il reato è stato posto in essere. Inoltre, non essendo esclusa automaticamente la responsabilità della persona giuridica a seguito della declaratoria di prescrizione del reato presupposto, il giudice è sempre chiamato a verificare la sussistenza del fatto costituente reato e ad appurare che il delitto prescritto commesso dalla persona fisica sia stato correttamente qualificato.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 11 dicembre 2020
Un gruppo di lavoro e la proposta di una nuova legge regionale sulle carceri è l'idea lanciata dal presidente del Consiglio regionale della Campania Gennaro Oliviero nel corso della presentazione dei Quaderni di ricerca, un report sulle carceri campane realizzato dal garante dei detenuti Samuele Ciambriello e dall'Osservatorio regionale sulla detenzione.
La proposta riguarda, dunque, un'iniziativa legislativa per rivedere, assieme alla legge regionale 18/2006, il ruolo del garante "per renderlo più incisivo e adeguato". "Chi vive in una condizione di restrizione deve poter vivere nel pieno rispetto della dignità umana", ha sottolineato Oliviero parlando di sanità, formazione e istruzione per i detenuti.
In questo periodo di emergenza pandemica, tra l'altro, la sanità è uno degli aspetti fondamentali. Da circa undici anni quella nelle carceri è gestita dalle Asl a livello regionale. E in quest'ottica si è auspicato che anche la popolazione carceraria sia inserita tra le categorie che dovranno essere vaccinate con priorità: "Vive in condizioni di reclusione, può rientrare tra le categorie a rischio". Il garante Ciambriello, a nome anche degli altri garanti cittadini, ha poi rinnovato il grido di allarme: "Non c'è tempo, l'universo carcere sta esplodendo e la politica deve occuparsi seriamente e correttamente del problema".
Le misure finora varate dal Governo si sono rivelate inefficaci: "Il decreto Ristori, che sulla carta ha il fine di limitare nuovi contagi all'interno delle carceri, ha introdotto novità che però modificano solamente la lunghezza delle licenze senza aumentare il numero delle persone che ne potranno beneficiare, prevedono la concessione di permessi premio solo per alcuni reati o la detenzione domiciliare con il braccialetto elettronico, con l'eccezione dei minorenni e di chi ha una pena residua da scontare non superiore a sei mesi".
Troppi paletti, insomma. E un'efficacia limitata, se si considera, come si legge nel report sulle carceri campane, che il numero dei beneficiari è assai esiguo e che negli istituti di pena persistono carenze di spazi e sovraffollamento. Non sono meno allarmanti i dati che riguardano la sfera del mondo penitenziario minorile. Il 17,8% della popolazione regionale è composta da ragazzi fra i 12 e i 18 anni, e secondo lo studio condotto da garante e Osservatorio sulla detenzione, ogni anno in Campania sono 5mila i giovanissimi che vengono fermati, identificati, riaffidati ai genitori, denunciati, condotti in comunità o sottoposti alla messa alla prova.
Nel 2020 sono stati 315 i ragazzi presi in carico per la prima volta dagli uffici del servizio sociale per i minorenni, 662 sono quelli in carico da più anni: in totale sono 977 in Campania. Da gennaio a ottobre 2020, seppure con trend altalenanti, il numero dei ragazzi minorenni finiti in carcere si è attestato sulla quarantina: 41 ragazzi sono reclusi attualmente a Nisida, 20 ad Airola. I giovanissimi reclusi si dividono tra coloro che hanno dai 14 ai 18 anni di età, e quelli cosiddetti giovani adulti, dai venti ai 24 anni.
Il Covid, nel frattempo, ha imposto di rivedere non soltanto i criteri della detenzione, la garanzia della sanità, la gestione degli spazi ma anche una diversa attenzione ai diritti dei detenuti quanto a sentimenti e affettività. "In molti istituti della Campania - si legge nel report - sono state create delle aree verdi per dar modo ai detenuti di incontrare mogli, figli, genitori, ma questi spazi vengono usati solo qualche volta, per di più sulla base del già citato criterio di premialità che costituisce un approccio sbagliato al problema".
"L'affettività nelle carceri della Campania e del resto del Paese - spiega Ciambriello, evidenziando necessità di interventi anche strutturali, come da quelli da anni finanziati e non ancora avviati a Poggioreale - dovrebbe essere considerato un tassello fondamentale del trattamento, e invece è sempre più spesso mortificata".
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