di Federica Graziani
Il Dubbio, 16 marzo 2021
Il libro sull'omicidio di Luca Varani. "Che Foffo e Prato siano colpevoli non c'è proprio nessun dubbio. Detto questo, non sono sicuramente dei mostri. La letteratura è interessante perché riesce a mettere insieme due cose che di solito sono inconciliabili: si può essere colpevoli e umani". Nicola Lagioia, scrittore, è l'autore de "La città dei vivi" il libro che ricostruisce l'omicidio di Luca Varani da parte di Manuel Foffo e Marco Prato.
Di che parli in "La città dei vivi"?
Dell'omicidio di Luca Varani, occasione per parlare della città di Roma.
Siamo uno dei paesi più sicuri al mondo, i dati del Ministero della Giustizia non fanno che ripeterlo anno dopo anno, eppure abbiamo una sorta di ossessione per la cronaca nera: è una passione contemporanea? E tu perché hai scelto questo tema?
C'è un ragionamento logico tra quel che hai detto e la risposta a questa domanda. Ci si interessa a ciò che è l'eccezione, non a ciò che è la regola e questo è il motivo per cui, non soltanto in Italia, ma nel mondo intero ci si appassiona alla cronaca nera. Pensa a Simenon in Francia, a Hitchcock in Gran Bretagna o pensa alle tragedie greche, solo per fare i casi classici. Lo scatenamento della violenza è spesso grimaldello per provare a gettare luce nelle profondità dell'animo umano quindi letteratura, cinema e teatro inseguono i conflitti. Se Montecchi e Capuleti non avessero litigato fra loro, Romeo e Giulietta finirebbe a pagina 3 o se Don Rodrigo non si opponesse al matrimonio fra Renzo e Lucia, i Promessi Sposi terminerebbero con la descrizione del lago di Como. Per millenni la violenza è stata garanzia per la sopravvivenza della specie e anche oggi che non è più così, perché la civiltà dovrebbe essere emancipazione da quel tipo di aggressività originaria, la parete che ci separa da quella violenza è molto più fragile di quello che pensiamo. È molto più facile ricaderci se non ci si educa abbastanza da evitarlo e quindi a maggior ragione in una società infinitamente meno violenta rispetto a quella dei secoli scorsi gli episodi di brutalità, più rari rispetto al passato, suscitano tanto interesse perché noi, appunto, siamo colpiti dalle cose eccezionali. Hai già citato tanti classici e leggendoti si può pensare a "L'avversario" di Carrère, ad "A sangue freddo" di Capote, a tanti libri di scrittori che hanno deciso di seguire l'impressione provata per l'efferatezza di un delitto e restituirla in libro. Ma io, leggendoti, ho pensato spesso a I giustizieri della rete di Jon Ronson, come se la violenza cieca e anonima di chi in rete danna qualcuno che neanche conosce avesse la stessa aria di famiglia, se così si può dire, dei sentimenti che paiono provare Foffo e Prato. Una solitudine che compie dei gesti che conducono a conseguenze tragiche e brutali ma che non è del tutto responsabile, non almeno nel modo in cui ci figuriamo una assunzione piena di responsabilità, di quel che pure ha commesso. Che colpa hanno allora i tuoi personaggi? Che Foffo e Prato siano colpevoli non c'è proprio nessun dubbio. Il fatto poi che abbiano difficoltà nel ricondurre ciò che hanno fatto a un atto di libera volontà non riduce minimamente la loro colpa, a mio parere. Detto questo, non sono sicuramente dei mostri. La letteratura è interessante perché riesce a mettere insieme due cose che di solito, nel linguaggio e nel discorso pubblico, sono inconciliabili: si può essere colpevoli e umani. Perché nel discorso pubblico chi commette determinati atti è un mostro? Perché se quel qualcuno che commette il male non ha una testa, due braccia e due gambe come noi è di una razza completamente diversa dalla nostra e di conseguenza noi non potremmo mai fare del male a nessuno. Questo è l'istintivo, comprensibile e abbastanza superficiale ragionamento che si fa. La vocazione vittimaria è più facile. A volte siamo vittime, e quando lo siamo è giusto che invochiamo e chiediamo giustizia, altre volte invece avanziamo lo status di vittime senza esserlo per incassare un credito morale che non sempre ci corrisponde, mentre è molto più difficile che ci autorappresentiamo come carnefici. Questo non vuol dire che dobbiamo pensare di essere tutti quanti tendenzialmente degli assassini, ma la società di oggi è talmente polarizzata che paiono esistere solo i buoni e i cattivi, e ovviamente noi siamo sempre dalla parte dei buoni. Quanto più non ci si rappresenta come persona che può far del male agli altri tanto più è probabile che lo si faccia senza neanche rendersene conto. Marco Prato e Manuel Foffo si descrivono come degli spossessati, come persone che non sono state in grado di fermare la catena di eventi che avevano messo in atto. Ma anche se quasi chiedono loro stessi ai propri accusatori cosa hanno fatto poiché non se ne capacitano, questo non riduce le loro colpe, a mio parere. È come se io, pur non volendomi schiantare contro una montagna, salissi su un aereo con 200 persone a bordo, prendessi la guida e decollassi senza avere neanche il brevetto di volo. La mia colpa è chiarissima: io ho già messo a repentaglio e virtualmente assassinato 200 persone quando, libero di intendere e volere, mi sono messo alla guida di quell'aereo sapendo di non avere il brevetto. A mio parere, Prato e Foffo hanno un'enorme difficoltà a distogliersi da se stessi e questa è una delle loro colpe maggiori.
Citi Amelia Rosselli "Se dall'amore della disciplina nascesse il passo del soldato che non vince ma si ritira senza colpo ferire". Foffo e Prato è come se non avessero un'identità pienamente matura e d'altronde anche altri che incontri nel libro portano con sé queste fratture nell'io, eppure la strada che a me sembri indicare per crescere è quella della rinuncia all'identità. È così?
Più che rinuncia, il problema è che sapere chi siamo è un esercizio complicato e non tutti siamo disposti a fare questa fatica. Non ci conosciamo attraverso noi stessi ma attraverso gli altri, attraverso un processo di differenziazione che passa dal fatto che io riconosco nell'altro una parte di me, gli riconosco cioè una patente di umanità senza la quale potrei essere tentato di ridurlo a oggetto, come fanno Foffo e Prato con Luca Varani. E poi vedo che ci sono delle differenze sulla base delle quali capisco chi sono io. Loro questo esercizio di riconoscere se stessi e scoprire chi si è attraverso gli altri non lo fanno perché si guardano in continuazione allo specchio. Il narcisismo è una malattia sociale e ne siamo affetti tutti, chi più, chi meno, ma loro in maniera veramente esagerata. Tanto è vero che quando vengono arrestati Luca Varani compare pochissimo nelle loro dichiarazioni e nei loro interrogatori, compaiono invece spesso i loro problemi personali. Foffo è più preoccupato che la gente pensi che sia gay che non un assassino, per esempio. E Prato, quando il papà lo va a trovare in galera, gli chiede tra le altre cose come stiano commentando sulla sua pagina Facebook quello che è successo. Ripeto, ho l'impressione che loro si siano educati pochissimo a conoscere se stessi. Avendo quindi un'identità così fragile, nel momento in cui succede quello che succede, loro non sono capaci di - come dire - governare il processo che hanno instaurato. Ora, attenzione! Nel loro caso c'è una colpevolezza della debolezza, mentre invece in Luca Varani c'è l'innocenza totale della fragilità. E ancora, non è che il contrario di un'identità debole sia un'identità rigida, anzi, l'identità quanto più è rigida tanto più crea ulteriori problemi. Pensa a David Bowie, eroe della mia adolescenza, che riesce a essere uomo, donna, marziano, duca bianco. Bowie aveva un'identità mutevole, ma il manuale di istruzioni lo riusciva ben a padroneggiare. Loro no! Non ci riescono, si incasinano, si smarriscono perché non hanno un contatto profondo con la propria identità. Tanto è vero che ora che Foffo è in galera io non so se e quanto il carcere lo stia aiutando a fare una cosa. Per espiare la pena non è sufficiente scontare gli anni dovuti in prigione e automaticamente questo garantisce di uscirne recuperati alla società. Per essere recuperati alla società è necessario affrontare un lungo e molto doloroso processo di consapevolezza rispetto a ciò che si è commesso. Ma se non si hanno in sé gli strumenti per intraprendere tale percorso, non è affatto detto che il carcere provveda a darli e non mi sembra che, per esempio, a Foffo la detenzione li stia offrendo. Nel suo caso si tratta di prendere coscienza non di essersi rovinato la vita, ma di aver ammazzato senza nessun motivo una persona che non conosceva neanche. E sì che era strafatto di cocaina, ma se bastasse strafarsi di cocaina per ammazzare una persona avremmo diecimila omicidi al giorno solo nella città di Roma! Quindi Foffo dovrebbe prendere coscienza di questo, eppure non ha gli strumenti per farlo. Qui nascono due domande. La prima: chi lo aiuterà a farlo? E la seconda domanda riguarda Marco Prato, a proposito delle carceri. Prato si è suicidato mentre era detenuto. Pochi giorni prima il referto dello psicologo attestava che non c'erano pericoli che compisse atti anticonservativi. E poi s'è ammazzato. Ecco, io ho l'impressione che nel caso di Foffo e Prato, il carcere non abbia fatto in modo che si riuscisse a iniziare a dare un senso a quello che era successo.
Foffo ha ucciso non sapendo neanche il nome della sua vittima e anche Ledo Prato non menziona mai suo figlio ed è qui che, così scrivi, hai provato compassione per Marco Prato. Penso a tante vicende della cronaca degli ultimi anni in cui il richiamo al nome e al cognome ha saputo aggregare una mobilitazione intorno a temi come quello delle carceri che altrimenti si preferisce evitare di affrontare e penso però anche che a volte rischiamo di beatificare in qualche modo le vite di alcuni per riuscire a preoccuparci di quello che succede nel mondo. Come se l'impegno fosse destinato a dirimersi o tra l'oblio o tra un cerimonioso ossequio ai santi deputati. Come se ne esce?
Le lotte civili si compongono di due elementi che corrono paralleli. Uno è quello che dici tu, cioè lottare perché per tutti quanti sia possibile, ad esempio, ottenere condizioni umane di detenzione o perché a tutti sia garantita l'incolumità dell'imputato e queste lotte possono anche non avere nome e cognome. In Italia c'è una questione di sovraffollamento delle carceri e questa è una battaglia che va fatta a tutela di chiunque e indipendentemente dal nome e dal cognome di chi sta in carcere. Però semplicemente perché la società opera anche per funzioni simboliche, e indipendentemente dal fatto che questo sia giusto o meno, si ha bisogno anche dell'elemento mitico. Per fare un esempio, da una parte c'è la lotta per l'emancipazione degli afroamericani, dall'altra c'è Bob Dylan che a un certo punto scrive Hurricane su Rubin Carter. Carter poteva diventare campione dei pesi massimi, viene incarcerato per una questione razziale e Hurricane ha contribuito a fare qualcosa per la lotta degli afroamericani, parallelamente a tutto ciò che facevano le associazioni, gli attivisti, la politica. C'è insomma bisogno di entrambe le cose perché l'attenzione della gente non si concentra tutti i giorni sul Codice civile, su quello penale o sulla Costituzione per verificare la legittimità di ciò che accade. La notizia, per esempio, che dà il rapporto annuale sul sovraffollamento delle carceri a me colpisce molto, ma c'è chi non ne è colpito affatto perché ha difficoltà a collegare quella che sembra una fredda statistica all'elemento empatico e allora ha bisogno dell'esplosione del simbolo.
Verso la fine del tuo libro fai riferimento a quella grande opera che è "Il libro dell'incontro". Un esperimento durato anni che illustra come in ognuno di noi ci siano dei nodi che soltanto l'altro, e un altro difficile, può sciogliere. Come immagini la giustizia del futuro?
Per esempio la giustizia riparativa, per come è stata stimolata da "Il libro dell'incontro", mi piacerebbe immaginare che divenga parte della giustizia del futuro, anche se so che esistono degli esperimenti in tal senso, seppur rari. In quel libro ex terroristi e vittime del terrorismo, grazie all'opera meritoria di alcuni mediatori, si radunano periodicamente. Da una parte i terroristi che si sono più o meno resi conto di aver distrutto delle vite incolpevoli e dall'altra le vittime del terrorismo che però accettano di incontrare i loro carnefici o coloro che hanno ucciso i propri cari. La cosa più notevole è che ne Il libro dell'incontro non mi pare ci sia la pretesa di una riconciliazione fra le due parti, ma il fatto che ognuna sia costretta ad ammettere che l'altra esiste, che esista cioè un altro punto di vista dal proprio perché, come dicevi tu, ci sono alcuni nodi che soltanto l'altro difficile - cioè non un fratello dissimile, ma l'avversario - può riuscire a sciogliere. Ora, un processo del genere se per il terrorismo, che è stata una questione nazionale, più facilmente si può immaginare, come si fa in quei casi che sono più privati? Io sono stato dispiaciuto per la cortina di silenzio impenetrabile tra le famiglie Foffo, Prato e Varani.
Il papà di Varani ha lamentato apertamente e in più occasioni di non aver ricevuto neanche una telefonata da parte dei genitori di Foffo e Prato.
Sì, il papà di Varani più di una volta si è dimostrato deluso o arrabbiato per quelle telefonate mancate. Ognuna di quelle tre famiglie, una volta che la giustizia ordinaria - diciamo così - ha compiuto il suo ruolo, è stata lasciata da sola. Tutte e tre hanno subito una disgrazia enorme, a una hanno ammazzato un figlio, all'altra il figlio si è suicidato dopo essere stato coinvolto da carnefice in questa situazione, e l'altra si è ritrovata con un figlio in galera dalla mattina alla sera che ora sta scontando trent'anni di carcere: tanto basta perché un nucleo familiare si distrugga. Le tragedie sono irreparabili e l'irreparabile è ciò che più rimuoviamo. Ma come si fa a contenere qualcosa di altrimenti non contenibile? Attraverso un rituale e la giustizia riparativa è un rituale ulteriore rispetto alla giustizia ordinaria. Gli stessi autori de Il libro dell'incontro precisano che non sono assolutamente contrari a che la giustizia faccia il suo corso, ma scontare la pena non è sufficiente.
di Sara Olivieri
Il Secolo XIX, 16 marzo 2021
Saranno coinvolti in manutenzioni, interne ed esterne, ma anche nelle biblioteche, nel servizio mensa e nell'allestimento di eventi. Inaugurata nel 2016, la collaborazione tra il Comune di Sestri Levante e la casa di reclusione di Chiavari continua. Le modalità sono contenute nel protocollo - rinnovato nei giorni scorsi - che permette l'impiego di detenuti in attività lavorative per favorire la loro integrazione. Nel caso del Comune sestrese, il loro impiego non è solo nell'ambito delle manutenzioni, interne ed esterne, ma anche nelle biblioteche, nel servizio mensa e nell'allestimento di eventi a cura della società Mediterraneo Servizi.
Al momento sono due i detenuti che partecipano al progetto, su diciassette in totale coinvolti negli ultimi cinque anni. Per l'ente locale si tratta di una buona prassi che offre opportunità rieducative e il miglioramento della qualità della vita dei soggetti coinvolti, grazie al riavvicinamento al mondo del lavoro e attraverso un percorso di consapevolezza e cambiamento, promuovendo la partecipazione alla vita civile. "Ringrazio la direzione della Casa circondariale di Chiavari per il supporto in questo percorso, che costituisce un ottimo modello di integrazione socio lavorativa, in grado di dare concretezza all'elemento rieducativo e di recupero sociale, che dovrebbe essere il fine più importante della pena detentiva - dichiara la sindaca Valentina Ghio - Dare l'opportunità di un riavvicinamento con il mondo del lavoro, seppure parziale e graduale, significa dare ai detenuti concrete possibilità di una vita normale una volta scontata la pena. È evidente il valore formativo di questo tipo di esperienza, che si unisce al beneficio indiretto di cui godono i cittadini".
Il programma è stato messo a punto partendo dalle professionalità di ciascun detenuto già all'interno del carcere, allo scopo di prevenire processi di emarginazione sociale una volta scontata la pena. "Il protocollo ha permesso in questi anni di realizzare diversi interventi sugli immobili affidati a Mediterraneo - spiega l'amministratore della società, Marcello Massucco - ma ancora più importante è stata senza dubbio la funzione di primo reinserimento sociale dei detenuti".
Corriere della Sera, 16 marzo 2021
La Fondazione Vittorio Occorsio lancia un programma per le scuole superiori con un gruppo di magistrati guidati da Giovanni Salvi. Un percorso di educazione civica vero e proprio, un cammino insieme attraverso la storia recente e dolorosa degli Anni Settanta per studiare il fenomeno del terrorismo. A fare da guida un gruppo di magistrati selezionati dalla Fondazione che porta il nome di uno di loro, caduto per mano dei terroristi di estrema destra nel 1976, Vittorio Occorsio.
Il progetto - Per questo primo anno scolastico, il progetto che si chiama "La Giustizia adotta la scuola" coinvolgerà 40 Istituti scolastici e prevede l'adozione di una classe da parte di un magistrato che condurrà studentesse e studenti in un percorso di conoscenza e conservazione della memoria degli anni Settanta. L'iniziativa consiste in una serie di incontri su una particolare vicenda legata al terrorismo, che viene scelta dal magistrato "tutor" insieme ai docenti. Gli studenti saranno seguiti anche da un gruppo di giovani storici, che potranno fornire loro materiale (grazie alla partecipazione delle Teche Rai) e supporto scientifico. Agli incontri dei magistrati tutor si affiancheranno anche incontri con testimonial. "Ringrazio moltissimo la Fondazione e la famiglia Occorsio per questa iniziativa.
"La memoria dolorosa" - "Le nostre scuole hanno bisogno di essere accompagnate, in particolare sui terreni così impervi come quello della memoria", così il Ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi, che è intervenuto con un videomessaggio all'inaugurazione del progetto. Con riferimento all'iniziativa, il Ministro ha spiegato che la storia degli anni Settanta "per molti di noi è una memoria dolorosa. Ma va raccontata come la storia di un Paese che è riuscito a reagire, è riuscito a trasformare il sacrificio di molti uomini dello Stato in una lezione di vita collettiva, in una straordinaria lezione di Educazione civica".
Il Presidente della Fondazione Vittorio Occorsio, Eugenio Occorsio, ha detto: "Traiamo esempio dal passato per affrontare le sfide di oggi e di domani. I magistrati, che insieme alle altre forze del Paese custodirono negli anni Settanta la tenuta dello Stato democratico, consentiranno ora di guidare le classi in un percorso di conoscenza e approfondimento".
Giovanni Salvi, Procuratore Generale della Corte di Cassazione e Presidente del Comitato scientifico della Fondazione Vittorio Occorsio, ha aggiunto: "Si potrà con questo progetto arrivare a una conoscenza più approfondita di quanto non sia consentito da un semplice incontro isolato. Una vera adozione nello studio di argomenti che sono stati sinora al di fuori dei programmi scolastici. Questa prima fase è sperimentale e auspico che dagli studenti arrivino spunti per migliorarci, dato che dall'anno prossimo il progetto sarà proposto a tutte le scuole italiane".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 16 marzo 2021
Sascha Girke, paramedico tedesco di 42 anni, è accusato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Rischia fino a 20 anni di carcere per i soccorsi della nave Iuventa. Ribadisce: "Non ci faremo intimidire".
A Sascha Girke la notizia arriva sul ponte della Sea-Watch 3, poco dopo la fine dei soccorsi di 363 migranti: le indagini su di lui e altre 20 persone impegnate nel Mediterraneo tra il 2016 e il 2017 con le Ong Jugend Rettet, Medici Senza Frontiere e Save The Children si sono chiuse il 3 marzo. È accusato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina in concorso e rischia fino a 20 anni di carcere. Probabile il rinvio a giudizio. Girke è un paramedico, nato in Germania 42 anni fa. Negli ultimi cinque ha partecipato a molte missioni umanitarie. "Vogliono farci fuori, ma non ci faremo intimidire", afferma.
Su quali fatti è basata l'accusa?
Sugli stessi per cui ad agosto 2017 sequestrarono la nave Iuventa, di Jugend Rettet: un episodio di settembre 2016 e uno di giugno 2017. Nel primo il testimone chiave è l'agente di sicurezza Pietro Gallo [ex poliziotto imbarcato sulla Vos Hestia di Save The Children che passò informazioni a Salvini, ma poi se ne pentì dicendo di sentirsi in colpa per le vittime dei naufragi, ndr]. Sostiene di aver visto una barca in legno che ha affiancato la Iuventa durante un soccorso e dopo è ripartita verso la Libia con due persone a bordo. Questo proverebbe una consegna di migranti. Il secondo fatto è la misteriosa accusa di aver restituito delle barche ai trafficanti: sarebbero state riutilizzate giorni dopo un nostro intervento.
Quanti soccorsi ha effettuato la nave Iuventa?
Nell'intervallo tra i due episodi circa 50, in totale 160: più di 14mila persone prese a bordo; 23mila assistite in collaborazione con la Guardia costiera italiana, la missione europea Eunavfor
Med e le altre Ong.
Ma le indagini riguardano solo due operazioni...
Per quello che sappiamo finora sì.
Qual era il clima politico in quel periodo?
Nel 2016 avevamo un buon rapporto con il centro italiano di coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc). Ci invitavano a Roma nel quartier generale e discutevamo di come migliorare la cooperazione. Ci chiesero anche di trovare navi più grandi per portare le persone sulla terraferma. In quel periodo in genere lo facevano loro, dopo che noi le avevamo soccorse. Ma la Guardia costiera era in difficoltà per l'alto numero di migranti e chiedeva il nostro aiuto. Ci sembravano consapevoli della necessità delle operazioni di salvataggio: si confrontavano con noi a terra e coordinavano le nostre operazioni in mare. Soltanto dopo abbiamo capito che i semi del sospetto erano già stati piantati e stavano crescendo rapidamente. Alla fine dell'anno il direttore di Frontex Fabrice Leggeri e il pm Carmelo Zuccaro dichiararono che nelle nostre missioni c'era qualcosa di oscuro.
E nel 2017?
A giugno 2017 la collaborazione operativa era molto peggiorata. Per tre volte ci avevano detto di rientrare a Lampedusa per un numero ridicolo di persone. Per esempio: ne avevamo soccorse 200, arrivava la Guardia costiera e ne trasbordava 180 o 195, poi ci diceva di andare sull'isola a portare le altre. Non capivamo perché ci costringessero a lasciare l'area dei soccorsi per delle persone che avrebbero potuto imbarcare loro. Intanto iniziava ad apparire la cosiddetta "guardia costiera libica". All'inizio erano piccole barche guidate da miliziani, poi dalla primavera 2017 navi più grandi. Compresa una motovedetta donata dall'Italia. È in quei mesi che per la prima volta i libici intercettano i migranti e li riportano a Tripoli con la forza.
C'è poi il "codice di condotta" che l'ex ministro dell'Interno Marco Minniti (Pd) voleva far firmare alle Ong.
Sì, e ha effetti diversi. A livello operativo iniziamo a vedere che la Guardia costiera italiana esita sempre più ad avere un atteggiamento proattivo. Ci indirizza verso le imbarcazioni in difficoltà, ma poi non organizza i passaggi successivi. Quando la Iuventa si riempie chiediamo cosa fare, ma non rispondono, ci fanno aspettare uno/due giorni. Le modalità di comunicazione cambiano di segno: in pochi mesi la Guardia costiera italiana smette di rivolgersi a noi come fossimo dei colleghi e comincia a urlarci contro. Intanto Eunavfor Med si ritira verso nord e ci lascia soli a soccorrere le persone.
Prima siete stati lasciati soli e poi accusati di reati gravissimi. Perché?
Succede a tutti coloro che si impegnano lungo le frontiere, dalla rotta balcanica ai confini interni dell'Ue. L'obiettivo politico della nostra criminalizzazione è ripulire la scena dagli attori civili: nessun testimone oculare, nessun intervento che disturbi la costruzione di questo grande muro intorno all'Europa. Vogliono semplicemente farci fuori.
Però lei è ancora qui. Perché?
L'ultima missione della Sea-Watch 3 ha mostrato che 363 esseri umani avevano bisogno di aiuto. Il problema non è risolto, anche se sappiamo che le navi umanitarie non sono la soluzione. Mi trovo ancora qui per le persone soccorse: senza il nostro intervento alcune di loro sarebbero affogate, viste le condizioni in cui viaggiavano, oppure adesso, mentre parliamo, sarebbero rinchiuse in un centro di detenzione libico. C'è anche un altro motivo: non ci faremo intimidire, non faremo nessun passo indietro.
di Elisa Messina
Corriere della Sera, 16 marzo 2021
Quello di Sarah Everard la 33enne, rapita e uccisa poco dopo le 21 nella periferia sud di Londra mentre tornava a casa dopo una cena con amici, ha moltiplicato rabbia e indignazione tra le donne inglesi. Per il fatto che l'accusato è un poliziotto. E per come è stata repressa la veglia di protesta contro la violenza sulle donne nel parco di Clapham, quello che Sarah stava attraversando a piedi.
Il caso ha riaperto in modo drammatico il tema della sicurezza delle donne nelle città. Ma quel non sentirsi al sicuro, sui mezzi pubblici, o a piedi, in certi orari, non è solo una "percezione" diffusa destinata ad aumentare ogni volta che ci sono delitti così. È la conseguenza di organizzazioni urbane che non tengono conto delle donne.
Sì, non stiamo parlando di ordine pubblico, ma di urbanistica, di gestione dei trasporti e degli spazi pubblici: ambiti in cui avvengono, da sempre, discriminazioni di genere. Con conseguenze anche di ordine pubblico. Come spiega, offrendo un'infinità di studi e di argomenti, Caroline Criado Perez nel suo saggio best seller "Invisibili". Sottotitolo: come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo, dati alla mano (Einaudi). "Una progettazione urbana che non mette al sicuro le donne dal rischio di subire un'aggressione sessuale equivale a una chiara violazione del nostro diritto di vivere gli spazi pubblici" (C. Criado Perez, Invisibili).
La paura degli spazi pubblici, osserva Criado Perez, è una sensazione che le donne a tutte le latitudini conoscono bene: dagli slum di Mumbai, alle periferie di Londra, dalle stazioni della metro di New York a quelle di Milano di Roma o di Parigi. La stessa Sarah Everard, la sera in cui è stata rapita, aveva optato per un percorso più lungo per tornare a casa perché meglio illuminato - ha raccontato Kate McCann di Sky News - e aveva telefonato al suo ragazzo per dirgli che gli avrebbe mandato un messaggio una volta arrivata a casa. Non è bastato.
Questo sentimento d'insicurezza incide sulle scelte di mobilità costringendo le donne a rinunciare a dei diritti semplici. Di qui la scelta a non viaggiare con i mezzi pubblici in determinati orari, a non uscire di notte o quella di preferite l'auto o il taxi a bus e metropolitana. Lo dimostrano decine di ricerche effettuate in molti paesi del mondo.
Non c'era bisogno di un coprifuoco dettato dall'emergenza sanitaria Covid, insomma, perché per le donne questo coprifuoco esiste da sempre. Per scelta.
E tutte quelle che non hanno l'auto oppure non si possono permettere il taxi? Rischiano, restando "ostaggio" dei trasporti pubblici. Da sempre luogo privilegiato di sexual harassment, molestie sessuali di ogni tipo, verbali o fisiche. Che restano però per la stragrande maggioranza non denunciate. Persino a New York l'86 per cento delle molestie nella metropolitana non vengono notificate dalle autorità. Studi analoghi a Londra rivelano che il 90 per cento delle donne che subiscono comportamenti sessuali indesiderati non sporge denuncia.
Quindi la Polizia, di qua e di là dell'Oceano, in Asia, o in Australia non ha un quadro preciso della situazione perché i casi di violenza sono molti di più di quelli che vengono denunciati.
"Nel 2016 un articolo del "Guardian" auspicava la progettazione di città "a misura non solo di uomo, ma anche di donna" e lamentava la scarsa disponibilità di banche dati urbane "capaci di individuare fenomeni e tendenze sulla base di informazioni disaggregate per genere", cosa che ostacolava "lo sviluppo di programmi infrastrutturali sensibili alle esigenze delle donne" (C. Criado Perez, Invisibili)
Raccogliere dati, informazioni disaggregati per genere dovrebbe essere il presupposto di ogni piano urbanistico, di ogni pianificazione di trasporto pubblico. Quando questo non avviene il pregiudizio maschile salta fuori, spesso involontario, anche perché si tratta di decisioni prese nella maggior parte dei casi da maschi.
Gli orari e le tappe dei mezzi pubblici dovrebbero tenere conto degli spostamenti delle donne, che sono diversi e meno lineari di quelli degli uomini per via delle incombenze di cura (il 75% del lavoro di cura non retribuito è svolto dalle donne). Che dire poi del mondo delle addette alle pulizie e delle assistenti socio-sanitarie con il loro orari notturni? O delle fermate di sosta dei bus spesso poco illuminate e troppo distanziate tra loro?
Anche la modalità in cui sono disegnati i parchi pubblici può favorire o sfavorire il fatto che questi siano frequentato da bambine e ragazze adolescenti: dipende da come sono divisi gli spazi di gioco o le aree di ingresso, per esempio. I parchi di Vienna sono stati tutti ripensati dopo aver fatto ricerche disaggregate per genere. Idem in Svezia: dovendo riqualificare degli ex parcheggi per spazi giovanili l'amministrazione di Göteborg ha invitato le ragazze a fare proposte concrete, prima di destinarle solo a skater e street art. Come sono i camminamenti nel parco di Clapham, quello percorso da Sarah? E l'illuminazione?
"Quando i responsabili dei progetti non tengono conto della diversità dei sessi, gli spazi pubblici diventano maschili per default. Solo che metà della popolazione mondiale ha un corpo femminile. Metà della popolazione mondiale deve ogni giorno fare i conti con la minaccia sessualizzata ai danni di quel corpo". (C. Criado Perez, Invisibili)
Prestarvi più attenzione significa risparmiare domani in costi di sorveglianza, sicurezza, ordine pubblico, salute pubblica.
È notizia di oggi che il governo britannico ha annunciato un investimento da 3 miliardi di sterline (oltre 3,5 miliardi di euro) per modernizzare le reti di autobus e incoraggiare più persone a usarle: prezzi più bassi, corse più frequenti, maggiori collegamenti verso Londra dalla periferia, più corse serali. Sarebbe interessante scoprire se dietro questo enorme piano di rilancio c'è uno studio sulle esigenze di genere. Sarebbe già una prima risposta al grido di aiuto delle donne di Londra dopo la morte di Sarah Everard: "Vogliamo uscire in sicurezza"
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 16 marzo 2021
La famiglia di un siriano deceduto per torture e percosse nel 2017 ha presentato querela contro i contractor dell'agenzia che il Cremlino ha impiegato per supportare l'alleato Bashar Assad.
Mentre il mondo ricorda i dieci anni trascorsi dall'inizio del conflitto in Siria, non si fermano le battaglie legali per portare i responsabili dei crimini di guerra. Dopo la Gran Bretagna dove la first lady siriana Asma Assad è sotto indagine e dopo la Germania dove è stato condannato un gerarca dell'intelligence e un altro è in attesa di processo, questa volta tocca alla Russia.
Un membro della famiglia di un cittadino siriano che è stato torturato, ucciso e mutilato da sei individui nel giugno 2017, nel governatorato di Homs, ha presentato una denuncia a Mosca chiedendo l'avvio di un procedimento penale contro presunti membri della Wagner, agenzia di contractor che fa capo a un oligarca vicinissimo al Cremlino, Evgenij Prigozhin. L'accusa è dunque contro mercenari russi, impiegati da Mosca per dare sostegno all'alleato Bashar Assad.
La denuncia è stata supportata dal Centro siriano per i media e la libertà di espressione (Scm), la Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh) e il centro per i diritti umani Memorial. Gli avvocati di Scm, Fidh e Memorial, Ilya Novikov e Petr Zaikin, rappresentano il fratello della vittima, Mohamad A.
Si tratta del primo tentativo in assoluto da parte della famiglia di una vittima siriana di ritenere i sospetti russi responsabili di gravi crimini commessi in Siria. Una faccenda politica, oltre che giudiziaria, soprattutto a fronte delle numerose accuse (e polemiche) sull'impiego di armi chimiche da parte dei russi in Siria che hanno portato a indagini internazionali senza però veder mai nessuno accusato di niente. Ora, se è pur vero che è molto difficile vedere dei mercenari alla sbarra (il Cremlino ne nega addirittura l'esistenza o quantomeno la presenza sul campo), la denuncia richiede l'avvio di un procedimento penale sulla base dell'omicidio commesso con estrema crudeltà, al fine di stabilire la responsabilità dei presunti responsabili per questo e altri crimini, compresi i crimini di guerra.
Ilya Novikov, uno degli avvocati del querelante, ha spiegato: "La legge russa prevede l'obbligo per lo Stato di indagare sui crimini commessi da cittadini russi all'estero. Il Comitato Investigativo non ha finora avviato alcuna indagine sul crimine in questione, anche se tutte le informazioni necessarie sono state comunicate ufficialmente alle autorità russe più di un anno fa." "La denuncia presentata dal quotidiano Novaya Gazeta un anno fa è stata ignorata", ha detto Alexander Cherkasov, presidente di Memorial Human Rights Center. "Questo ha costretto noi, difensori dei diritti umani, a rivolgerci alle autorità investigative russe. In effetti, questo è una ripetizione di quello che è successo 20 anni fa, quando le sparizioni forzate, la tortura e le esecuzioni extragiudiziali commesse durante il conflitto armato nel Caucaso del Nord non sono state indagate. Oggi, vediamo un altro anello di questa catena di impunità". E chissà che questa volta la storia non vada in modo diverso.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 16 marzo 2021
Iniziativa della giustizia di Londra contro la moglie del raìs siriano Cittadina britannica, rischia l'estradizione se rinviata a giudizio. Anima nera del regime oppure semplice vittima dell'ingranaggio di un potere sanguinario che la relega ad interpretare la first lady del presidente Bashar al- Assad. È questo il punto su cui si dovrebbe apprestare ad indagare la Metropolitan police inglese che, già il 31 luglio dello scorso anno, ha ricevuto un rapporto particolareggiato corredato di documenti confidenziali sulle responsabilità nel genocidio siriano che avrebbe Asma al-Assad.
La documentazione è stata presentata dal gruppo di legali del Guernica 37 International Justice Chambers, specializzato in contenziosi transnazionali e diritti umani. Secondo gli avvocati dell'organizzazione Asma al- Assad, avrebbe incoraggiato la campagna terroristica attuata dal regime che ha scatenato il bagno di sangue in Siria Per Toby Cadman, fondatore di Guernica 37, la donna "è sospettata di aver incitato atti che hanno provocato la morte dei cittadini". In particolar modo per aver "incontrato le truppe, aver pronunciato dichiarazioni pubbliche, aver glorificato la condotta dell'esercito che ha provocato mezzo milione di morti e impiegato armi chimiche così come altre armi vietate (dalle convenzioni internazionali ndr.). Secondo gli avvocati per i diritti umani dunque Asma al- Assad "non è solo la moglie del presidente, ma ha esplicitamente condotto una campagna e ha partecipato attivamente ai crimini e quindi deve affrontare la giustizia".
Ma perché le accuse provengono proprio dalla Gran Bretagna? Asma al- Assad, oggi 45enne, è nata a Londra da genitori siriani e detiene dunque la doppia cittadinanza. Nel 2000, quando era ancora una funzionaria rampante per banche d'investimenti della City, ha sposato Bashar trasferendosi in Siria diventando madre di tre figli. Da allora è rimasta sempre al suo fianco espandendo rapidamente le sue strutture di di beneficenza e di affari, mostrandosi vicina agli ambienti militari ai quali non ha mai lesinato il suo sostegno, una posizione mantenuta anche nei momenti nei quali, durante la guerra civile, il regime sembrava sul punto di perdere completamente il controllo del paese. Se verrà dato seguito alle accuse la first lady potrebbe perdere la cittadinanza inglese o, nel peggiore dei casi per lei, essere estradata anche se sembra difficile vista la situazione di guerra e la difficoltà di un arresto.
Per Guernica 37 però il suo deferimento alle autorità di polizia britannica "è un passo importante per ritenere gli alti funzionari politici responsabili delle loro azioni e garantire che uno stato, attraverso un processo legale indipendente e imparziale, si assuma la responsabilità degli atti dei propri cittadini". In quanto cittadina britannica, scrivono gli avvocati sul sito web dell'organizzazione "è fondamentale che sia perseguita se le prove supporteranno l'accusa e non semplicemente privata della sua cittadinanza. Questo è un processo importante ed è giusto che la giustizia sia celebrata davanti a un tribunale inglese".
Per il momento la Metropolitan police non ha confermato l'inizio eventuale di un'istruttoria dichiarando solo che tutta la documentazione relativa è stata presa in carico dall'Unità sui crimini di guerra. In realtà le accuse contro Asma al Assad fanno parte di un ben più vasto atto d'incriminazione contro il regime siriano. Proprio in questi giorni si celebra i tristi dieci anni dall'inizio del conflitto civile datato marzo 2011. Da allora la guerra scatenata ha provocato almeno 500mila morti, oltre un milione di persone sono state gravemente ferite e oltre dodici milioni sono attualmente sfollate, internamente o in altri paesi. Il dato più agghiacciante è che più della metà della popolazione prebellica (23 milioni) è stata uccisa, scomparsa o è stata costretta a lasciare le proprie case. Un massacro pianificato deliberatamente dal regime di Bashar con atti di violenza organizzati per prendere di mira e reprimere, fin dall'inizio delle proteste antigovernative, i manifestanti e mettere a tacere eventuali critici all'interno della Siria. Guernica 37 ha spiegato che "gli attacchi sono di natura sistematica in modo da soddisfare gli elementi contestuali dei crimini contro l'umanità, così come i crimini di guerra, la tortura e altri atti disumani ai sensi del diritto internazionale".
Asma al - Assad sarebbe stata parte integrante del gruppo di potere che ha messo in piedi una tale strategia concretizzatasi in decine di migliaia di arresti arbitrari, detenzioni illegali, sparizioni forzate, maltrattamenti e torture utilizzando un'ampia rete di strutture di detenzione in tutta la Siria. Tra gli arrestati manifestanti pacifici e attivisti che hanno documentato le proteste, nonché giornalisti, operatori umanitari, avvocati e medici. Anche ora un gran numero di persone si trova detenuto mentre altre sono stati processate, anche davanti a tribunali militari e antiterrorismo, solo per aver esercitato i propri diritti.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 16 marzo 2021
Dieci anni fa, il 19 marzo 2011, le forze Usa/Nato iniziano il bombardamento aeronavale della Libia. La guerra viene diretta dagli Stati Uniti, prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. In sette mesi, l'aviazione Usa/Nato effettua 30 mila missioni, di cui 10 mila di attacco, con oltre 40 mila bombe e missili. L'Italia - con il consenso multipartisan del Parlamento (Pd in prima fila) - partecipa alla guerra con 7 basi aeree (Trapani, Gioia del Colle, Sigonella, Decimomannu, Aviano, Amendola e Pantelleria); con cacciabombardieri Tornado, Eurofighter e altri, con la portaerei Garibaldi e altre navi da guerra. Già prima dell'offensiva aeronavale, erano stati finanziati e armati in Libia settori tribali e gruppi islamici ostili al governo, e infiltrate forze speciali in particolare qatariane, per far divampare gli scontri armati all'interno del Paese.
Viene demolito in tal modo quello Stato africano che, come documentava nel 2010 la Banca Mondiale, manteneva "alti livelli di crescita economica", con un aumento del pil del 7,5% annuo, e registrava "alti indicatori di sviluppo umano" tra cui l'accesso universale all'istruzione primaria e secondaria e, per oltre il 40%, a quella universitaria. Nonostante le disparità, il tenore medio di vita era in Libia più alto che negli altri paesi africani. Vi trovavano lavoro circa due milioni di immigrati, per lo più africani. Lo Stato libico, che possedeva le maggiori riserve petrolifere dell'Africa più altre di gas naturale, lasciava limitati margini di profitto alle compagnie straniere. Grazie all'export energetico, la bilancia commerciale libica era in attivo di 27 miliardi di dollari annui.
Con tali risorse lo Stato libico aveva investito all'estero circa 150 miliardi di dollari. Gli investimenti libici in Africa erano determinanti per il progetto dell'Unione Africana di creare tre organismi finanziari: il Fondo monetario africano, con sede a Yaoundé (Camerun); la Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria); la Banca africana di investimento, con sede a Tripoli. Tali organismi sarebbero serviti a creare un mercato comune e una moneta unica dell'Africa.
Non è un caso che la guerra Nato per la demolizione dello Stato libico inizi nemmeno due mesi dopo il vertice dell'Unione Africana che, il 31 gennaio 2011, aveva dato il via alla creazione entro l'anno del Fondo monetario africano. Lo provano le email della segretaria di Stato dell'Amministrazione Obama, Hillary Clinton, portate alla luce successivamente da WikiLeaks: Stati uniti e Francia volevano eliminare Gheddafi prima che usasse le riserve auree della Libia per creare una moneta pan-africana alternativa al dollaro e al franco Cfa (moneta imposta dalla Francia a 14 ex colonie). Lo prova il fatto che, prima che nel 2011 entrino in azione i bombardieri, entrano in azione le banche: esse sequestrano i 150 miliardi di dollari investiti all'estero dallo Stato libico, di cui sparisce la maggior parte. Nella grande rapina si distingue la Goldman Sachs, la più potente banca d'affari statunitense, di cui Mario Draghi è stato vicepresidente.
Oggi in Libia gli introiti dell'export energetico vengono accaparrati da gruppi di potere e multinazionali, in una caotica situazione di scontri armati. Il tenore di vita della maggioranza della popolazione è crollato. Gli immigrati africani, accusati di essere "mercenari di Gheddafi", sono stati imprigionati perfino in gabbie di zoo, torturati e assassinati. La Libia è divenuta la principale via di transito, in mano a trafficanti di esseri umani, di un caotico flusso migratorio verso l'Europa che ha provocato molte più vittime della guerra del 2011. A Tawergha le milizie islamiche di Misurata sostenute dalla Nato (quelle che hanno assassinato Gheddafi nell'ottobre 2011) hanno compiuto una vera e propria pulizia etnica, costringendo quasi 50 mila cittadini libici a fuggire senza potervi fare ritorno. Di tutto questo è responsabile anche il Parlamento italiano che, il 18 marzo 2011, impegnava il Governo ad "adottare ogni iniziativa (ossia l'entrata in guerra dell'Italia contro la Libia) per assicurare la protezione delle popolazioni della regione".
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 16 marzo 2021
Per il tribunale permanente dei popoli si tratta di "genocidio politico". Un bagno di sangue che non è cessato in questi primi mesi del 2021, durante i quali i dirigenti sociali uccisi risultano già 29 e i massacri 16. Prosegue ininterrottamente il genocidio politico in Colombia, a cui non a caso è dedicata la 48.ma sessione del Tribunale permanente dei popoli che avrà luogo tra il 25 e il 27 marzo.
Assassinii selettivi e massacri si succedono a un ritmo quasi quotidiano dinanzi allo sguardo imperturbabile del governo Duque, incapace di applicare l'Accordo di pace firmato nel 2016 dallo Stato e dalle Farc, di esercitare un controllo reale su tutto il territorio e di combattere in maniera efficace i gruppi armati illegali.
Con il risultato che, secondo Indepaz (Instituto de Estudios para el Desarrollo y la Paz), nel 2020 si sono registrati 91 massacri, per un totale di 381 vittime, e sono stati assassinati 310 leader sociali e 64 ex combattenti. Un bagno di sangue che non è cessato in questi primi mesi del 2021, durante i quali i dirigenti sociali uccisi risultano già 29 e i massacri 16, l'ultimo dei quali commesso il 6 marzo nel dipartimento del Norte de Santander, con un bilancio di almeno cinque morti e sei feriti. Ma alla lista va aggiunta anche la strage operata il 2 marzo, nelle foreste del dipartimento di Guaviare, dallo stesso esercito colombiano, attraverso un potente bombardamento contro un accampamento guerrigliero a causa del quale sono morte 15 persone, tra cui almeno dieci minorenni che erano impegnati in lavori agricoli.
Una brutale operazione realizzata dalla task force congiunta Omega, una delle espressioni più violente, come denuncia il leader comunitario Nepomuceno Marín, di quel modello di contro-insurrezione introdotto dal Comando Sur degli Stati uniti "per proteggere gli interessi delle multinazionali petrolifere, minerarie e dell'agribusiness in Colombia". Con l'aggravante che i vertici dell'esercito, per loro stessa ammissione, sapevano della possibilità che vi fossero minorenni nell'accampamento. "Se i morti avessero avuto un'aviazione per rispondere all'attacco o missili anti-aerei per difendersi, capiremmo il giubilo del governo, ma così non ha senso", ha dichiarato Iván Márquez, l'ex numero due delle Farc tornato alla lotta armata, sottolineando la necessità di "frenare l'uso sproporzionato della forza da parti di alcuni generali impazziti spronati da un presidente assetato di sangue".
Ma era ciò che ci si poteva attendere da un esercito che, nel corso del conflitto armato interno - e in particolare dal 2002 al 2008, sotto l'amministrazione di Álvaro Uribe - assassinava persone innocenti facendole passare per guerriglieri delle Farc, in maniera da ottenere riconoscimenti dai superiori e ricompense dal governo. È il fenomeno dei falsos positivos, di cui il rapporto della Giurisdizione Speciale per la Pace del 18 febbraio scorso sulle "morti presentate illegalmente come vittime in combattimento" ha mostrato tutta la sua tragica portata: 6.402 i civili uccisi, uno ogni due giorni per 6 anni di governo Uribe, e sotto quattro ministri della Difesa, tra cui l'ex presidente, nonché Nobel per la Pace, Juan Manuel Santos.
"È giunto il momento di riconoscere le vittime dei crimini di Stato. Il minimo che dovrebbe fare è chiedere scusa", ha scritto al presidente Duque il senatore Iván Cepeda. Ma a lanciare l'allarme sulla situazione del paese è anche un gruppo di organizzazioni sociali statunitensi, tra cui il Center for Justice and International Law e il Colombia Human Rights Committee, le quali hanno chiesto a Biden non solo di intervenire presso il governo colombiano per una rapida ed efficace applicazione dell'Accordo di pace del 2016 ma anche di muovere un preciso passo in tal senso: "Escludere le Farc smobilitate - l'attuale Partido Comunes - dalla lista di organizzazioni terroriste sarebbe un segnale importante e lungamente atteso di sostegno alla pace".
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 16 marzo 2021
Nella domenica di sangue almeno 40 vittime. Appello del segretario di Stato Pietro Parolin: "Processo di pace". Mentre anche oggi il Myanmar è segnato da una protesta diffusa, il bilancio dell'ennesima domenica di sangue con almeno una quarantina di vittime (40 a Yangon e 20 nel Paese secondo fonti raccolte da Il Manifesto) hanno fatto balzare il bilancio delle vittime a oltre 180.
Secondo Myanmar Now, uno dei tanti giornali birmani che continua a dare notizie, nell'ex capitale i morti di domenica sarebbero stati addirittura 59. Un bilancio pesantissimo - cui oggi si sarebbero aggiunte un'altra quindicina di vittime - mentre la giunta ha deciso la legge marziale su due township di Yangon (Hlaing Thayar e Shwepyithar) cui ieri ne sono state aggiunte altre 4 sempre nell'ex capitale (North Dagon, North Okkalapa, South Dagon e Dagon Seikkan) e altre 5 a Mandalay (Aung Myay Tharzan, Chan Aye Tharzan, Chan Mya Thazi, Mahar Aung Myay e Pyi Gyi Takhoon).
"Cosa si significhi non si capisce - dice al telefono la fonte che le enumera - poiché non sono state annunciate misure particolari e già i militari fanno quel che vogliono... Forse farà differenza per arresti e processi". Si tratta magari anche di un modo per rispondere agli atti violenti - incendi e vandalismi - che hanno colpito fabbriche tessili e proprietà cinesi a Yangon, cosa che ha fatto reagire rabbiosamente Pechino che ha chiesto alla giunta di proteggere i suoi beni. Ma la vicenda, a sua volta, ha rimesso la Rpc nel mirino del Movimento di disobbedienza che le rimprovera di pensare alle fabbriche anziché ai morti. Uno dei grovigli che si attorcigliano attorno alle speranze diplomatiche: su tutte quella che l'Asean, l'associazione del Sudest asiatico, potrebbe mettere in campo cercando una mediazione che "salvi la faccia" ai generali. Soluzione che viene indicata con forza anche dal Vaticano, con un messaggio del segretario di Stato Pietro Parolin affidato al capo della Conferenza episcopale birmana e asiatica cardinal Bo: "Questa crisi non sarà risolta dal sangue - scrivono i presuli - Smettete di uccidere. Abbandonate il sentiero delle atrocità... che tutti gli innocenti siano rilasciati".
Ma l'invito di Parolin sembra andar oltre perché, scriveva ieri l'agenzia Fides, "il messaggio giunto dalla Santa Sede incoraggia la Chiesa a impegnarsi nel processo di pace, dicono i Vescovi birmani". Se una vera mediazione vaticana appare improbabile è vero però che i cattolici sono schierati: così tanto che la Banca centrale birmana ha aperto un'inchiesta sui flussi di denaro della Cartitas. Non è sola: sotto tiro i conti di Oxfam, Ifes e, soprattutto, di Open Society per cui sarebbero stati spiccati anche mandati di cattura.
Il paradosso del golpe birmano ritorna dunque al tentativo di fare le cose "secondo la legge", come se un governo che si regge sulle cannonate potesse avere una base legale. Così non è chiaro se sia vero che i giudici che indagano su Aung San Suu Kyi abbiamo rinviato l'udienza in agenda ieri per via dei blackout della Rete, come hanno detto, o perché ogni volta che la Lady riappare il Movimento prende nuova linfa.
Una linfa che scorre anche nelle periferie dove i gruppi armati Kachin, Karen, Shan non intendono cedere al governo del generalissimo Min Aung Hlaing. Se già la giunta non riesce a creare amministrazioni fantoccio nelle aree sotto il suo controllo, nelle zone dove ci sono eserciti "ostili" la cosa è ancora più difficile. Un fronte aperto su quel lato (già ci sono stati scontri armati con vittime tra eserciti regionali e Tatmadaw) brucia.
Ci sono intanto anche novità sul fronte delle cartucce italiane ritrovate in due località birmane e prodotte dalle Cheddite di Livorno che ha smentito di averle mai vendute al Myanmar. Un gruppo che riunisce Rete Disarmo, Amnesty Italia e l'associazione Italia-Birmania sta collaborando per scambiarsi informazioni per far luce sul caso mentre sulla vicenda un'interrogazione di Erasmo Palazzotto (Leu) chiede al ministro degli Esteri - considerato che "la pur importante legge 185/90 non è bastata a regolamentare e limitare la diffusione incontrollata delle armi o quella ancor più incontrollabile delle munizioni" - se "non intenda avviare una verifica completa e approfondita al fine di chiarire la base normativa e le procedure con le quali siano stati autorizzati all'esportazione i lotti relativi alle cartucce ritrovate in Myanmar" e che "iniziative intenda assumere affinché tutte le esportazioni di armi e munizioni siano sottoposte alle procedure previste dalla legge senza distinzioni tra armi comuni e militari". Un'iniziativa che trova probabilmente d'accordo i 5stelle, che per primi avevano sollevato il problema in Senato. Le cartucce insanguinate del Myanmar (se armate a pallettoni potrebbero anche essere le responsabili degli omicidi mirati che spaccano la testa ai dimostranti) avrebbero almeno il merito di far ripensare la legge sul traffico d'armi - anche in sede Ue - tra le cui maglie si può infilare senza difficoltà il pesciolino delle cartucce da caccia.
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