di Maria Teresa Martinengo
La Stampa, 13 dicembre 2020
Esplode l'emergenza psichiatrica in preadolescenza e in adolescenza, con una crescita mai vista prima di tentativi di suicidio e di suicidi portati a termine. L'allarme, che testimonia l'aumento del disagio tra i giovanissimi, arriva dai neuropsichiatri infantili torinesi. Le linee Guida della Società di Neuropsichiatria infantile per emergenza-urgenza psichiatrica dicono che gli accessi in Pronto soccorso nei minori tra i 10 e i 17 anni sono aumentati del 30% negli ultimi anni, con un +8% di ricoveri ordinari (12-17 anni) e l'incremento medio delle degenze di 47 giorni.
Negli ultimi 10 anni la Neuropsichiatria infantile dell'ospedale Regina Margherita-Città della Salute, diretta dal professor Benedetto Vitiello, ha visto passare i ricoveri per tentativi di suicidio da 7 nel 2009 a 35 nel 2020 e 10 sono stati i suicidi registrati (solo) dall'Associazione che si occupa di suicidi in adolescenza negli ultimi due anni.
Sempre tra 2009 e 2020, nel Day hospital psichiatrico, l'"ideazione suicidaria" è passata dal 10% all'80% dei pazienti in carico. Per fronteggiare il fenomeno, nel 2014 è stata aperta all'interno del Day Hospital una sezione per il post ricovero: il 30-40% dei pazienti era stato ricoverato in Npi per un tentativo di suicidio. La tendenza in tragico aumento è confermata sul territorio dell'Asl Città di Torino dalla Neuropsichiatria infantile Sud, diretta dal dottor Orazio Pirro.
Tra il 2009 e il 2019 il ritiro sociale è aumentato di ben 28 volte, i disturbi depressivi di 26, i disturbi bipolari di 12, i disturbi della condotta alimentare di 9. Dati confermati nella letteratura internazionale e nazionale. Ed ora autorevoli studi sugli esiti dell'isolamento forzato e del distanziamento per la pandemia dicono che i bambini e gli adolescenti sono i più esposti a depressione e ansia. Senza contare l'aumento della violenza domestica ed un maggior rischio di suicidi/tentativi di suicidio. L'obiettivo è di offrire prevenzione e un intervento precoce.
E va in questa direzione il progetto "Un ponte tra ospedale e territorio" di cui i neuropsichiatri infantili Antonella Anichini (Regina Margherita) ed Orazio Pirro, faranno il bilancio stamane nel corso di un incontro tra esperti. Si tratta di un programma integrato di cura che punta alla ripresa evolutiva degli adolescenti con psicopatologia complessa, soprattutto attraverso l'espressione artistica e la socializzazione tra pari. Avviato nel 2009 e sostenuto dalla Compagnia di San Paolo, conta su una vasta rete di partner che include la Scuola in ospedale, CasaOz ed ora il Museo Nazionale del Cinema. "Il Ponte sostiene e valorizza le risorse degli adolescenti - spiegano Anichini e Pirro -. offre una casa-ambiente, CasaOz, che funziona da area intermedia durante o dopo un ricovero. Ad oggi ne hanno beneficiato oltre 200 ragazzi tra 14 e 20 anni". Il bilancio è positivo: il 90% grazie alle attività in rete è riuscito a diplomarsi, ha stretto legami con i coetanei, ha seguito le cure, con un netto rientro del rischio Neet.
"La condizione di partenza di questi ragazzi è di grave blocco, spesso hanno ansia e depressione - spiega la dottoressa Anichini - nel loro bagaglio genetico, con una disregolazione emotiva. Il "Ponte" punta a investire sulle parti sane della persona. Se li aiutiamo al momento giusto non solo se la cavano ma sono una risorsa di ritorno per l'umanità".
di Paolo Rausa
farecultura.net, 13 dicembre 2020
Uno sguardo duplice dentro le carceri italiane questo saggio, dal punto di vista del giornalista Edoardo Vigna, firma del "Corriere della Sera" e caporedattore del magazine "7", e del magistrato Marcello Bortolato in servizio dal 1990, da tre anni presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze. Non è usuale che ci si soffermi a indagare sulle condizioni di reclusione del nostro Paese, senza visioni precostituite, solo preoccupate del fatto che i circa 54 mila detenuti vivono condizioni di vita non rispettose delle norme in vigore.
La Corte di Giustizia europea ha condannato l'Italia per non aver ottemperato alle condizioni minime di salute in cui vivono esseri umani che, ricordiamolo, sono portatori di diritti, come tutti noi. Non solo vi è un problema di sovraffollamento nelle carceri italiane - ci sono 10.200 persone in più rispetto alla capienza massima prevista -, messe sotto accusa per la mancanza del minimo spazio vitale, ma anche il rischio di contrarre il contagio da coronavirus. Una condizione che è sfociata nel marzo scorso nelle rivolte che hanno causato 13 morti.
Il saggio prende in considerazione frasi comuni, di uso popolare, e cerca di confutarle, a partire dal fatto che non già il buon cuore ma la massima legge italiana, la Costituzione, all'art. 27 definisce la funzionalità della pena e del luogo dove essa si sconta: reinserire nella società chi ha sbagliato e ha commesso un reato. Non solo quindi per ragioni umanitarie, pure nobilissime, ma nell'interesse della società le prigioni, case circondariali e di reclusione, dovrebbero rispondere a criteri diversi nella loro gestione e finalità.
E' un'aspirazione umana consentire un percorso di redenzione, che ha trovato in buona parte d'Europa modalità di trattamento del detenuto che non è non sottoposto a trattamento feroce e disumano per fargli pagare il suo errore, ma sono attente nel perseguire il suo possibile e auspicabile reinserimento sociale. Egli però deve riconoscere il suo delitto in un processo di immedesimazione, favorito da una serie di provvedimenti: per es. dall'attività lavorativa dentro e fuori del carcere, dai permessi premio, dall'attività culturale e sociale, il teatro soprattutto, e dalle pene alternative, che vanno dagli arresti domiciliari alle attività lavorative e al semi affidamento per consentire il recupero dell'individuo.
Perciò le frasi comuni che vengono pronunciate, il cosiddetto populismo penale, devono essere ripensate e corrette. Quante volte abbiamo sentito espressioni del tipo: buttare le chiavi del carcere, lasciamoli marcire in prigione; in carcere si sta troppo bene, si mangia, si beve e si vede la televisione; devono soffrire, devono pagare per ciò che hanno fatto; alla fine non ci va nessuno in carcere; dentro si vive meglio di fuori; ma che vogliono i detenuti, anche il diritto di fare sesso?; ci vorrebbero i lavori forzati; le carceri sono sovraffollate? E allora che se ne costruiscano di nuove; condannato per omicidio gode di permessi premio, ecc. "Vendetta pubblica", scrivono gli autori, è naturalmente un titolo provocatorio perché oggi, a differenza di quanto accadeva nei secoli passati, il carcere dovrebbe essere altro.
Conducono così un viaggio all'interno della condizione carceraria italiana, dimostrando che in Italia si rimane in carcere di più e che le pene sono più de-socializzanti che altrove. "Cos'è che vuole allora il cittadino? Vuole che una persona quando esce dal carcere sia peggiore o migliore di come è entrata?" - si chiedono. Invece di dire "buttiamo la chiave" perché non si chiede come torna all'esterno il criminale quando ha scontato la pena?
La pena come vendetta non è compatibile con uno Stato democratico! Occuparci del carcere vuol dire occuparsi della salute della democrazia, ben sapendo che il detenuto è un cittadino privato della libertà che conserva gli altri diritti. Chi entra nel carcere non è più lo stesso dopo gli anni trascorsi in prigione e quindi non è neppure giustificabile l'ergastolo che è una pena senza fine o meglio a fine vita.
Certo non va sottaciuto il dolore per le vittime dei parenti che rivendicano quanto la durezza delle pene sia incomparabile con il diritto della vita che è stato infranto dal gesto dell'assassino che se la gode con i permessi premio. Come dicono gli studiosi della cosiddetta giustizia riparativa, il male è una catena. Il male del reato genera altro male, perciò non ha senso che lo Stato sia parte di questa catena, che deve spezzare come devono fare le singole persone.
Il principio del recupero corrisponde all'interesse della società di far sì che il maggior numero possibile di detenuti non torni a delinquere una volta pagato il proprio debito con la giustizia. "Può esserci un modello di giustizia alternativo alla giustizia penale - si chiedono gli autori - così come la intendiamo oggi?" Tralasciando i reati più gravi o gravissimi (mafia, omicidio, violenza su donne e bambini) a cui giustamente riservare l'idea di punizione, vendetta e sofferenza, per il resto dei detenuti il passaggio decisivo dovrebbe essere il modello di giustizia riparativa: la pena che serve a riparare l'offesa.
L'esempio più immediato è quello del Sudafrica post-apartheid con l'amnistia per ricominciare, un po'come successo nell'Italia post bellica rispetto ai crimini commessi nelle rappresaglie dai fascisti e anche nei loro confronti dalle vendette dei partigiani. La giustizia riparativa favorisce la responsabilizzazione del condannato che acquisisce consapevolezza del suo delitto e del danno arrecato, dichiarandosi pronto e adoperandosi a ripararlo. L'alternativa è il fallimento dello scopo della pena quando essa si pone esclusivamente come vendetta pubblica. Editori Laterza, Bari, settembre 2020, pagg. 151, € 14,00.
di Raffaella Calandra
Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2020
Pena & diritti. Tre volumi sollecitano a superare pregiudizi e luoghi comuni. Bisogna aver visto, per comprendere. Bisogna aver vissuto al di là del muro di cinta, per liberarsi da luoghi comuni e pregiudizi. Bisogna aver verificato i benefici di pene alternative, per riconoscere la natura antieconomica della detenzione, considerata invece la prima risposta al reato.
Bisogna aver ascoltato le storie dietro le statistiche, per descrivere un carcere che resta troppo spesso quel "cimitero di vivi" denunciato da Filippo Turati. Bisogna aver operato nelle prigioni d'Italia, per sapere però che si possono anche migliorare. Nell'interesse di tutti. Perché la "doverosa tutela della collettività, le esigenze di difesa sociale e l'equa punizione di chi ha leso diritti altrui - scrive l'avvocato Giuliano Pisapia - ben possono conciliarsi col senso di umanità".
A questa sostanziale conclusione giungono tre libri, maturati a partire da esperienze diverse, tra raggi e camminamenti. "Il Direttore" è l'autobiografia di Luigi Pagano, storica guida di San Vittore, a Milano, che ha attraversato gli ultimi quarant'anni di storia italiana con la prospettiva delle celle e lo sguardo di chi le affollava; poi due saggi: "Vendetta Pubblica", di Marcello Bortolato, magistrato di sorveglianza, ed Edoardo Vigna, giornalista de "Il Corriere della Sera", un viaggio nei penitenziari in direzione ostinata e contraria rispetto ai luoghi comuni; infine "Dei relitti e delle pene" di Stefano Natoli, già firma de "Il Sole 24 Ore", che, forte dell'analisi dei numeri e della testimonianza da volontario nei penitenziari, prova a liberare la questione carceraria da disinformazione e indifferenza.
Tre libri, per certi versi complementari, che sono una finestra sul "mondo di dentro". Un mondo lontano dallo sguardo e dalle coscienze, salvo temporanei riflettori che poco spazio lasciano ad autentiche riflessioni, come durante le proteste all'inizio dell'epidemia. Che lo vogliamo o no, il girone dei reclusi resta lo specchio di quel che si agita fuori. E questo appare con chiarezza, srotolando quattro decenni da carceriere di Pagano.
Da Pianosa a Badu e Carros, dall'Asinara a San Vittore, quest'ex scugnizzo napoletano ha ascoltato i silenzi degli irriducibili degli anni di piombo e il clamore di Mani Pulite; ha sentito il ricatto della mafia stragista e conosciuto banditi preceduti dalla loro fama, prima di veder entrare in cella quasi esclusivamente gli ultimi della società. Così in pagine dense, in cui ricordi personali intersecano la storia criminale, ma anche politica, d'Italia, il direttore matura perplessità sul sistema penitenziario e sull'amministrazione, che ha scalato fino a livelli apicali.
E con lui, il lettore condivide il paradosso di aver provato per tutta la carriera a reintegrare, con l'isolamento del carcere, i detenuti, fuori dal carcere. È stata una continua ricerca di strade nuove, quella di Pagano, per portare la città al di là del muro di cinta.
Una sperimentazione, che ha cambiato il modo stesso di intendere oggi quello che in gergo è il "trattamento" dei detenuti. Il culmine è stato il "progetto Bollate", il penitenziario lombardo, divenuto simbolo degli scambi tra dentro e fuori, all'insegna del lavoro. Considerato un modello, in realtà è solo "l'invenzione del carcere normale", si rammarica l'autore. L'esempio di questo penitenziario - citato anche dai due saggi - permette di dimostrare come il tasso di recidiva si abbassi drasticamente quando la pena non è espiata solo "marcendo in cella".
Natoli, ad esempio, documenta con statistiche e conti, a cominciare dai 3 miliardi annui spesi per 190 penitenziari, come dovrebbe essere tra l'altro conveniente per lo Stato recuperare la funzione rieducativa indicata dai Padri costituenti, che avevano sperimentato il carcere: "Far sì che il maggior numero possibile di detenuti non torni a delinquere". Ma questo avviene solo se la pena non è una Vendetta pubblica, argomentano Bortolato-Vigna; se la detenzione è sostituita più spesso da misure alternative e pene pecuniarie; se si avvia una depenalizzazione e si crede nella giustizia riparativa.
I tre libri confermano il fatto che tutti coloro che conoscono il carcere in profondità ne sollecitano una riforma, ma il dibattito pubblico malvolentieri se ne occupa. Diventa così meritorio lo sforzo di chi, partendo dai luoghi comuni ("Dentro si vive meglio che fuori", "Alla fine, in carcere non va nessuno") prova con dati, esperienze e coni richiami alla Costituzione a svelare l'autentica condizione di penitenziari inadeguati e sovraffollati, dove il contagio criminale rischia di rendere peggiori persone che comunque, prima o poi, usciranno dalle celle, è il pragmatico assunto di Bortolato e Vigna.
Per questo, bisogna occuparsi del carcere, dove sempre di più sono stipati "gli ultimi e cittadini in attesa di giudizio", quindi presunti innocenti, avverte Pisapia, nella prefazione al saggio di Natoli. Un monito, per l'Italia degli slogan e dei pregiudizi, che comunque resta - come dimostrano questi tre libri - anche il Paese di Cesare Beccaria, di Filippo Turati odi Aldo Moro, che ricordava come "la pena non è il male per il male, ma la limitazione della personalità è finalizzata ad una ragione superiore, che è la cancellazione del male stesso".
"Il direttore", Luigi Pagano Zolfo, pagg. 299
"Vendetta pubblica", Marcello Bortolato, Edoardo Vigna, Laterza pagg. 151
"Dei relitti e delle pene", Stefano Natoli, Rubbettino, pagg. 205
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 13 dicembre 2020
Lo studente scrive alla famiglia: "Non sto bene". La sua prigionia rinnovata insieme a quella di centinaia di detenuti: in 12 ore discussi 750 casi, 62 imputati all'ora. Un nuovo rapporto svela: 1.058 morti in carcere dal 2013, anno del golpe di al-Sisi.
"Spero stiate tutti bene". Così Patrick Zaki ha iniziato l'ultima lettera alla sua famiglia, scritta con una penna blu su un foglio a righe. L'ha scritta dal carcere di Tora, quello in cui il regime detiene i prigionieri politici in condizioni difficili da immaginare. È datata 12 dicembre, ieri. La famiglia l'ha ricevuta (insieme a una precedente lettera del 22 novembre) durante una visita e l'ha resa pubblica tramite la pagina Facebook "Patrick Libero", che la accompagna a una nuova richiesta di rilascio.
"Le ultime decisioni sono deludenti e come al solito senza un motivo comprensibile. Ho ancora problemi alla schiena e ho bisogno di un forte antidolorifico e di erbe che mi aiutino a dormire meglio. Il mio stato mentale non è buono dall'ultima sessione. Continuo a pensare all'università e all'anno che ho perso".
Parole che tengono la famiglia ancorata a un'impotente angoscia: nelle ultime settimane le condizioni mentali e fisiche dello studente dell'Università di Bologna sono peggiorate, piegate dal martellante rinnovo della privazione della libertà senza che si vada mai a processo.
"Rivolgiamo un appello all'ambasciata (italiana) - ha detto ieri all'Adnkronos Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - perché sia inviata una equipe medica per verificare le sue condizioni psicofisiche". Interviene anche Virginio Merola, sindaco di Bologna, la città dove Patrick studia: "È importante che si recuperi la dignità da parte dello Stato italiano. Almeno ritirare l'ambasciatore in questa situazione credo sarebbe indispensabile"
A rendere nero il suo orizzonte è stata l'ultima udienza, quella del 7 dicembre in cui è stata rinnovata di altri 45 giorni la sua detenzione. Anticipata di un mese (avrebbe dovuto tenersi il prossimo gennaio), aveva generato speranze andate in frantumi quando ci si è resi conto che quella domenica una sola corte, quella del Terzo circuito anti-terrorismo del Cairo, avrebbe deciso rinnovi (o rilasci) per circa 750 prigionieri. 750 persone in dodici ore di sessione significano 62 all'ora, più di un prigioniero al minuto.
Numeri senza precedenti anche per l'oliata macchina giudiziaria egiziana e che rendono vana qualsiasi aspirazione a un processo giusto o alla tutela dei diritti della difesa. Lo sottolineano gli avvocati presenti all'agenzia indipendente egiziana Mada Masr: "Il giudice chi avrebbe dovuto ascoltare? Quali casi meritavano uno sguardo?". Zero possibilità di aprire bocca per i legali, costretti - in alcuni casi con i loro clienti - ad ammassarsi in tribunale in piena pandemia, la stessa usata dal regime per negare per mesi le udienze e le visite familiari.
Tutte le detenzioni sono state rinnovate, tra cui quella della nota avvocata Hoda Abdel Moneim e dell'ex candidato presidente Abdel Moneim Abouel Fotouh, trasportato in aula in ambulanza: "Tenere una sessione con un tale numero di imputati e rinnovare a tutti la prigione non la rende che un esercizio simbolico - spiega un legale - Che senso ha impostare una difesa se alla fine la corte rinnoverà detenzioni violando la legge?".
La legge c'è, ma negli anni post-golpe ha subito modifiche così sostanziali da essere stata adeguata alle necessità repressive del regime. In ogni caso, viene violata. Ad accendere un'altra luce sulle carceri è l'associazione Committee for Justice, basata a Ginevra: dal 2013, anno del colpo di Stato, in Egitto sono morte in detenzione 1.058 persone, di cui 100 tra gennaio e ottobre 2020.
Nel rapporto "I Giulio Regeni d'Egitto", il Cfj ha raccolto tutti i casi di decesso per età, struttura detentiva e motivi: torture (144), mancanza di cure (761), suicidio (67), cattive condizioni in cella (57) e altre ragioni (29). Il rapporto è uscito nel giorno in cui, in Italia, la Procura di Roma dava conto della chiusura delle indagini sulle torture e l'omicidio del giovane ricercatore italiano e dell'intenzione di chiedere il rinvio a giudizio per quattro agenti della National Security del Cairo.
Di uno di loro, si è saputo venerdì, ora è noto anche il volto: è lui che aiutò il sindacalista Mohammed Abdallah a spegnere la telecamera fornita dai servizi segreti dopo aver registrato il viso e le parole di Giulio Regeni il 7 gennaio 2016. In quell'occasione Abdallah parlò con Giulio dei fondi della Fondazione Antipode, 10mila sterline che secondo la Procura sono state il movente del sequestro e l'omicidio del ricercatore. In tale contesto arriva la notizia della condanna a tre anni comminata ieri a nove poliziotti accusati della tortura e l'omicidio del venditore di pesce 53enne Magdy Makeen, avvenuti nella stazione di polizia al-Amiriya al Cairo a fine 2016. Una rarità nell'Egitto di al-Sisi.
di Antonio Lamorte
Il Riformista, 13 dicembre 2020
Matteo Salvini torna a Catania per il secondo atto del processo Gregoretti. Il segretario della Lega è accusato di sequestro di persona. Il secondo atto è terminato intorno alle 13:20, nell'aula bunker del carcere Bicocca. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte sarà ascoltato il 28 gennaio come testimone nel procedimento a Palazzo Chigi.
Nessun passo indietro da parte del leader leghista che rivendica le responsabilità anche degli altri membri di quel governo Conte 1, e quindi del premier e dell'altro viceministro Luigi Di Maio, oggi agli Esteri, e dell'allora titolare ai Trasporti Danilo Toninelli, in particolare.
"Io rivendico con orgoglio quello che abbiamo fatto con i colleghi. Per me la coerenza e la dignità sono dei valori. Io mi assumo, insieme ai colleghi che lavoravano con me, il successo delle politiche di contrasto all'immigrazione clandestina", ha detto il leader della Lega in conferenza stampa, con il suo avvocato Giulia Bongiorno, dopo l'udienza preliminare. "Mai combatterò un avversario politico in un'aula di tribunale, si combattono con le idee. Mi spiace per la quantità di tempo e denaro che gli italiani stanno spendendo, perché qualcuno in Parlamento ha deciso di fare un processo politico".
Dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, "non mi aspetto complimenti, favori e bugie, mi aspetto la verità. Ha detto più di una volta che 'io facevo ricollocare, io facevo sbarcare'. Ci sono anche dei video che abbiamo portato in aula. Non dica 'non ricordo, non ricordo' come qualcuno oggi", ha continuato Salvini, aggiungendo che in aula "mi sono limitato a ricordare i numeri. Vado orgoglioso di quello che ho e che abbiamo fatto. I numeri: ridotti del 50% i dispersi nel Mediterraneo e sostanzialmente azzerato, da 83 a 4, i morti. I numeri ci danno ragione. Abbiamo salvato vite, abbiamo rispettato le norme sia italiane che internazionali". Stilettate e bordate lanciate al governo: sull'alleanza, sul Recovery Fund, sulla gestione dei soldi. "Ritengo improbabile andare a votare a marzo in piena campagna vaccinale".
Non tutto da buttare in quel governo Giallo-Verde: Salvini riconosce la correttezza dell'allora titolare dell'Economia Giovanni Tria. "Ho ringraziato il ministro Tria, che non c'entra nulla con la Lega e con cui ha avuto anche da ridire quando eravamo al Governo, che quest'estate ha detto che 'la responsabilità sulle politiche di immigrazione era collegiale e tirarsene fuori dopo non è elegante. Nessuno si è mai espresso in disaccordo'".
Tutt'altro discorso per Danilo Toninelli. "Tantissimo imbarazzo per Toninelli. Tutto mi sarei aspettato, ma non dire 'no, non partecipavo, non mi ricordo'. Io ero in quel governo e ricordo benissimo quello che accadeva. Prendevano tutte le decisioni insieme. C'erano Toninelli, Moavero, il presidente Conte, Salvini e Di Maio. Io che non facevo parte di quelle riunioni, ma ricordo lucidamente che scrivevo a mio figlio che avrei fatto notte, perché nella stanza accanto stavano decidendo chi fare sbarcare e chi no", ha detto la senatrice della Lega e difensore di Matteo Salvini, Giulia Bongiorno. "Salvini ha sempre detto che rivendica la linea del Conte 1 e che è una linea condivisa da tutti i ministri competenti".
L'ex ministro grillino aveva infatti dichiarato: "Stanno circolando versioni gravemente alterate e false della mia deposizione sul caso Gregoretti. Non esiste alcuna mia dichiarazione su una fantomatica firma del decreto relativo alla nave Gregoretti a me attribuibile in quanto, ed è un dato oggettivo, nessun provvedimento di divieto di sbarco è stato mai assunto con riferimento a tale imbarcazione. Ed è ovvio perché si tratta di nave militare dello Stato italiano.
Di conseguenza, non esiste alcun mio 'non ricordo di aver firmato il decreto per il semplice fatto che non vi è mai stato un decreto per tale vicenda. Il mio 'non ricordo' si riferiva ai decreti di divieto di sbarco per la nave dell'ong Open Arms. Fatti, questi, intorno ai quali ho deposto in termini di verità e trasparenza. Diffido, pertanto, le testate giornalistiche dal continuare la diffusione di una notizia falsa, riservandomi il diritto di querela". ha detto l'ex ministro, oggi senatore Danilo Toninelli.
di Nicoletta Pisanu
Il Giorno, 13 dicembre 2020
Il caso di Andy Rocchelli. La famiglia dopo l'assoluzione del miliziano ucraino: non molliamo.
"Abbiamo appreso dai media dell'iniziativa giudiziaria russa e ne seguiremo certamente l'evoluzione". La famiglia del fotografo pavese Andrea Rocchelli ha accolto così l'incriminazione per omicidio mossa dal tribunale russo Basmanny di Mosca nei confronti del sergente della Guardia nazionale ucraina Vitaliy Markiv, già condannato in Italia in primo grado a ventiquattro anni di reclusione e poi assolto in Appello per l'omicidio del reporter. Markiv in Italia era accusato di essere stato coinvolto nell'attacco in cui Rocchelli aveva perso la vita insieme al giornalista russo Andrej Mironov il 24 maggio 2014, mentre si trovava in Ucraina nelle vicinanze della città di Sloviansk per testimoniare le condizioni dei civili nel corso della guerra tra nazionalisti e indipendentisti filo-russi.
Nello stesso evento era stato ferito il reporter francese William Roguelon, chiamato poi a testimoniare durante il processo di primo grado a Pavia. Secondo il servizio stampa del tribunale moscovita, riportato dall'agenzia di stampa statale Tass, la corte avrebbe accolto "la mozione per l'arresto in contumacia di Markiv ai sensi dell'articolo 105 del codice penale russo - omicidio di due o più persone".
Secondo i media russi, qualora quindi Markiv dovesse essere fermato o estradato dovrebbe scontare una custodia cautelare di due mesi. Intanto in Italia si attendono le motivazioni della decisione dei giudici di secondo grado, che hanno assolto il militare italo-ucraino: "La sentenza ha ritenuto non sufficientemente provate le responsabilità di un sergente della Guardia Nazionale, ma ciò non significa che il caso sia stato risolto, né che la dinamica dei fatti accertata, a nostro avviso, con grande rigore dalle autorità inquirenti, sia stata smentita - spiegano in una nota Rino Rocchelli, il padre del reporter, Lucia la sorella ed Elisa Signori, la madre.
La nostra determinazione nel richiedere giustizia per l'attacco efferato contro Andrea Rocchelli, Andrej Mironov e William Roguelon è pertanto inalterata". Per questo motivo dunque, "d'intesa con la nostra avvocata Alessandra Ballerini non mancheremo di percorrere ogni possibile via per raggiungere questo obiettivo", concludono i familiari del fotografo pavese.
Il dossier sul caso è stato avviato anche in Russia in quanto Mironov, giornalista, attivista per i diritti umani e interprete di Rocchelli sul campo, era cittadino russo. Lo stato dell'Ucraina nel corso del processo italiano si è schierato dalla parte di Markiv, il ministro dell'Interno Arsen Avakov aveva anche presenziato in udienza, così come i Radicali italiani. Vitaliy Markiv era stato arrestato in Italia dal Ros dei carabinieri nel 2017. Rinviato a giudizio l'anno seguente, era stato poi condannato nel luglio 2019: è stato scarcerato il mese scorso in seguito alla sentenza di assoluzione della Corte d'Assise d'Appello di Milano.
di Alessandra Briganti
Il Manifesto, 13 dicembre 2020
Dopo le dimissioni del ministero degli Interni, la piazza chiede a gran voce quelle del capo della Polizia di Stato Ardi Veliu, richiesta respinta seccamente dal primo ministro albanese Edi Rama.
Resta teso il clima in Albania dopo la terza notte di proteste che attraversano il Paese da giorni. I cittadini sono nuovamente scesi in piazza per chiedere giustizia per Klodian Rasha, un giovane di 25 anni ucciso da un agente di polizia, Nevaldo Hajdaraj, martedì scorso per aver violato il coprifuoco.
Mentre il poliziotto invoca la legittima difesa, per i manifestanti quell'omicidio è figlio della cultura di violenze che permea le forze dell'ordine. Così venerdì notte e nella giornata di ieri i cittadini hanno continuato a protestare per le vie di Tirana, Durazzo, Scutari, Alessio. Dopo le dimissioni del ministero degli Interni, la piazza chiede a gran voce quelle del capo della Polizia di Stato Ardi Veliu, richiesta respinta seccamente dal primo ministro albanese Edi Rama.
Si sono registrati momenti di forte tensione, atti di vandalismo e scontri con la polizia. Ieri a Scutari centinaia di manifestanti, tra cui alcuni membri dell'opposizione, hanno marciato per le vie della città. Alcuni giovani, tra cui diversi minorenni, invece hanno fatto irruzione nella sede del partito socialista dando alle fiamme computer, sedie ed altri oggetti che si trovavano all'interno dello stabile. La sindaca Voltana Ademi, esponente del partito democratico, ha fatto poi sapere di aver denunciato la polizia per non essere intervenuta per fermare le violenze nonostante ne avesse fatto richiesta.
Dura la reazione di Rama che in un tweet ha denunciato la strumentalizzazione dei minori da parte dell'opposizione che secondo il primo ministro, sarebbe dietro all'organizzazione delle proteste di questi giorni che peraltro hanno luogo nonostante il coprifuoco in vigore per contenere la pandemia.
Accuse respinte al mittente dal leader del partito democratico, Lulzim Basha che ha condannato "l'incitamento all'odio del premier e la brutalità e la violenza della polizia contro minori e giornalisti" e chiesto nuovamente che si faccia luce su quanto accaduto in modo da assicurare alla giustizia i responsabili dell'omicidio.
Intanto un rapporto del difensore civico albanese rivela che nelle sole giornate di mercoledì e giovedì la polizia ha fermato 124 persone, di cui 57 minori, alcuni di loro sotto i 14 anni. Al momento dell'ispezione effettuata dall'Ombudsman risultavano ancora 52 persone in stato d'arresto di cui due minori, uno di 16, l'altro di 17 anni.
"Tutti coloro che sono stati arrestati, si legge nel rapporto, sono stati interrogati per il comportamento tenuto durante le proteste. Alcuni di loro hanno affermato di aver preso parte alle manifestazioni, ma che non hanno commesso atti violenti. Altri ancora hanno dichiarato di essersi trovati lì di passaggio e di non aver preso parte alle proteste. I due minorenni, alla domanda se durante l'interrogatorio fosse presente un avvocato o uno psicologo, hanno risposto che erano stati interrogati soltanto dall'ufficiale di polizia" aggiungendo che quest'ultimo "aveva fatto loro pressioni perché ammettessero di aver commesso atti vandalici. (I due minori) hanno poi riferito che l'avvocato è arrivato in un secondo momento e ha firmato il rapporto della polizia"
Nel rapporto si riferisce inoltre che durante i primi due giorni di proteste sono rimasti feriti 19 agenti di polizia e quattro manifestanti. "Gli agenti di polizia, prosegue il rapporto, hanno riportato per lo più ferite causate dal lancio di pietre e altri oggetti. Uno di loro, che aveva subito lesioni agli occhi, presentava una condizione più grave. Dalla verifica delle cartelle cliniche è risultato che tutte le persone di cui sopra hanno ricevuto le cure necessarie e hanno lasciato l'ospedale, ad eccezione di un poliziotto che aveva riportato lesioni alle gambe".
di Farian Sabahi
Il Manifesto, 13 dicembre 2020
Condannato a morte dopo l'ultima sentenza della Corte suprema, il fondatore del sito di informazione Amad News era stato catturato un anno fa in Iraq dai pasdaran. Già arrestato durante il movimento verde contro Ahmadinejad, pubblicava notizie sulle proteste nel paese e sulla sua dirigenza.
Di questi tempi, i pasdaran si muovono utilizzando le tecniche del Mossad: attirano la preda in un luogo, tendono la trappola e la catturano. Nel caso degli iraniani, decisiva è la complicità di altri paesi.
A fine gennaio a mettersi nei guai era stato il rapper underground iraniano Amir Tataloo. Particolarmente critico e offensivo nei confronti della dirigenza di Teheran, il trentunenne era finito in manette mentre si trovava in Turchia. Se non era stato deportato nella Repubblica islamica, è stato grazie all'intervento della comunità internazionale che ha fin da subito acceso i riflettori sul suo caso. In ogni caso, dalla cella era uscito malconcio. Ora, la vittima dei pasdaran è il giornalista dissidente Ruhollah Zam.
Attirato con l'inganno in Iraq dove avrebbe voluto incontrare il grande Ayatollah al-Sistani, Zam è stato catturato in un'operazione dei corpi speciali al-Qods delle Guardie rivoluzionarie, ovvero di quelle unità incaricate delle operazioni all'estero di cui il generale Soleimani, assassinato a gennaio da un drone americano, era il comandante in capo. I pasdaran l'hanno preso e portato in Iran.
Un processo sommario, la confessione estorta con la tortura e mandata in onda dalla tv di Stato della Repubblica islamica. Dopodiché, la condanna a morte. Ruhollah Zam è finito sulla forca sabato mattina. Impiccato, dopo che la condanna è stata confermata dalla Corte suprema per la "gravità dei crimini" commessi contro la Repubblica islamica dell'Iran.
Ruhollah Zam gestiva il sito di informazione d'opposizione Amad News. Amad è l'acronimo persiano di conoscenza, lotta e democrazia. Anche noto con il nome di Seday-e Mardom (la voce della gente), il sito ha oltre un milione di followers su Telegram, dove diffonde video delle proteste e informazioni riservate sulla dirigenza iraniana. Il giornalista è stato accusato di spionaggio a beneficio dei servizi di intelligence di "Stati uniti, Francia, Israele e di un paese della regione" per far cadere la Repubblica islamica. È stato condannato "per aver agito in modo da minare la sicurezza dell'Iran all'interno del paese e all'estero, disseminando menzogne e danneggiando il sistema economico del paese". Così ha riferito la tv di Stato.
Nato a Teheran nel 1978, Ruhollah Zam era figlio del religioso riformista Muhammad Ali Zam. I legami con il clero sciita non sono però stati sufficienti a salvargli la pelle. Nel corso degli anni aveva partecipato a manifestazioni contro la Repubblica islamica dell'Iran. Nel 2009 era stato arrestato per aver militato nel movimento verde di protesta durante le contestate elezioni presidenziali in cui l'ultraconservatore Ahmadinejad aveva vinto grazie ai brogli. Zam era stato poi accolto come rifugiato in Francia.
Era spesso ospite dell'emittente radiofonica Voice of America. Tra il dicembre 2017 e il 2018 era stato attivo su Telegram durante le proteste in Iran scatenate dall'aumento del prezzo del carburante. Il 14 ottobre 2019 era stato in visita in Iraq e, lì, le forze speciali dei pasdaran lo hanno fatto prigioniero e deportato in Iran. Prendendo anche possesso del suo canale Telegram.
ilgerme.it, 13 dicembre 2020
La procedura aggiornata è contenuta nell'ordinanza 107 che è stata emanata ieri dal presidente della Regione Marco Marsilio, ma nei fatti non chiarisce meglio, anzi, quale dovrà essere il percorso per i detenuti malati di Covid in caso di ricovero in ospedale. A differenza della precedente, che indicava comunque l'ospedale dell'Aquila come riferimento per le strutture detentive della provincia, questa infatti delega alle singole Asl il compito di stabilire quale debba essere l'ospedale dedicato ai ricoveri da dietro le sbarre.
Il detenuto, però, si chiarisce, dovrà in caso di necessità di controllo essere portato nel presidio ospedaliero del territorio e da qui, accertate le sue condizioni, sarà trasferito nell'ospedale scelto dalla Asl, in caso di ricovero, o rimandato nella struttura penitenziaria che dovrà individuare idonei spazi per eseguire l'isolamento sanitario. Il controllo e la gestione dei pazienti-detenuti è affidata comunque alla direzione sanitaria penitenziaria che potrà essere potenziata con personale sanitario fornito dalla Asl. La rete regionale di coordinamento è affidata al dirigente sanitario del carcere di Lanciano-Vasto-Chieti Francesco Paolo Saraceni. Si dice "parzialmente soddisfatto dell'azione intrapresa" il rappresentante della Uil penitenziaria Mauro Nardella "poiché - spiega - ritenuta tardiva e privata di una non indifferente questione quale è quella legata alla formazione ed informazione sui rischi per i poliziotti penitenziari anch'essa da ritenersi finora assolutamente insufficiente". La situazione nel carcere di Sulmona, d'altronde, resta molto delicata: ieri si è registrato un nuovo caso che fa salire a 85 i detenuti positivi, 9 quelli ricoverati, sparsi tra Sulmona, L'Aquila e Pescara.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 13 dicembre 2020
A Taiz e Hodeidah, principale porto dello Yemen, ogni giorno 4 persone inermi vengono ferite o uccise. È il drammatico bilancio a due anni dagli accordi di pace di Stoccolma, firmati il 13 dicembre 2018, che avrebbero dovuto alleviare le sofferenze di un Paese duramente colpito dalla guerra. L'allarme diffuso da Oxfam rivolge un appello urgente alla comunità internazionale per un immediato cessate il fuoco che consenta alle organizzazioni umanitarie di soccorrere la popolazione stremata da carestia, colera e ora pandemia da coronavirus, del tutto fuori controllo con la metà delle strutture sanitarie distrutte da quasi 6 anni di conflitto.
"Dalla firma degli accordi di Stoccolma, sono stati colpiti oltre 2.600 civili nei due governatorati. - spiega Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia - Nonostante qualche timido progresso nel dialogo tra le parti in conflitto, ossia gli Huthi e il governo internazionalmente riconosciuto sostenuto dalla coalizione a guida saudita, siamo ancora molto lontani da una soluzione che porti alla pace. Una situazione drammatica di cui fa le spese per prima una popolazione stremata da un conflitto che ha già causato oltre 100 mila vittime di cui 12 mila civili, con le organizzazioni umanitarie che devono affrontare enormi difficoltà per portare aiuti". L'escalation degli scontri da ottobre a Hodeidah minaccia la sopravvivenza di oltre 24 milioni di persone che dipendono dagli aiuti umanitari in tutto lo Yemen, visto che da qui transitano l'80% del cibo, delle medicine e del carburante che entrano nel paese.
A causa degli scontri centinaia di famiglie sono state costrette ad abbandonare le loro case nelle ultime settimane, mentre in città le forniture d'acqua sono state tagliate per far spazio alle trincee. La popolazione sta letteralmente restando senza acqua e cibo e le organizzazioni umanitarie non possono soccorrerle a causa dei blocchi alla circolazione imposti dalle parti in conflitto. Una situazione che potrebbe significare carestia per altri milioni di persone, in un paese in cui già in 7 milioni e mezzo, tra cui 1,2 milioni di bambini, soffrono la fame.
Voci dall'inferno di Taiz - Ci sono pochi altri luoghi in Yemen in cui il conflitto ha distrutto così tante vite come a Taiz, dove si sono raggiunti livelli di violenza mai visti prima. Una città sotto assedio, dove la guerra continua a costringere alla fuga dalla morte, che può arrivare dal cielo o via terra. Basti pensare che dall'inizio del conflitto oltre il 30% dei circa 22 mila raid aerei della coalizione saudita hanno colpito obiettivi civili in tutto il Paese, mentre solo Taiz è stata colpita da oltre 2.600 bombardamenti di cui più della metà diretti ad obiettivi non militari.
Mohammed (nome di fantasia) vedovo, a 50 anni ed è scappato ad inizio novembre da Taiz. Sua figlia ha visto morire suo marito sotto le bombe. Così quando gli scontri si sono intensificati di nuovo ha deciso di fuggire assieme ai suoi 4 figli e ai nipoti, tra cui il più piccolo di appena 6 mesi, in un campo profughi temporaneo allestito in una scuola nel distretto di Ash Shamayteen.
"Abbiamo trovato rifugio nella tenda di un'altra famiglia, ma adesso siamo in 10, costretti a sopravvivere senza cibo, acqua, servizi igienici. - racconta - Presto dovremo andarcene di nuovo, anche se non sappiamo dove. Avevo un lavoro a Taiz che ho perso e se adesso, come dicono, sposteranno il campo lontano dal mercato, non avremo più nemmeno la possibilità di elemosinare qualche avanzo di cibo". "Spesso io e mio marito andiamo avanti per giorni e giorni solo con po' di pane e acqua per provare a comprare le medicine di cui ho bisogno, che il più delle volte non si trovano", aggiunge Jamila (nome di fantasia), a cui è stato diagnosticato un cancro al seno prima dello scoppio della guerra nel 2015. Lei come milioni di suoi connazionali deve fare i conti con un sistema sanitario al collasso, che adesso è anche alle prese con la pandemia da Covid, senza nessuno strumento per affrontarla.
"In tutto lo Yemen ci sono già oltre 4 milioni di sfollati e più di 20 milioni di persone non hanno accesso a cure di base, mentre le grandi potenze mondiali continuano a trarre profitto dalla vendita di armi alle parti in conflitto - conclude Pezzati. Nemmeno l'appello per un cessate il fuoco globale lanciato dalle Nazioni Unite ha sortito effetto in Yemen. Rilanciamo perciò un appello urgente, perché tutto questo finisca al più presto e si arrivi ad un immediato cessate il fuoco tra le parti, prima che il paese piombi in una catastrofe umanitaria da cui non potrà rialzarsi".
L'Italia faccia la sua parte - "Anche l'Italia può fare di più - conclude Pezzati - Innanzi tutto aumentando gli sforzi diplomatici per arrivare ad una soluzione politica della crisi e aumentando i fondi per la risposta umanitaria fermi a poco più di 5 milioni l'anno. E' inoltre fondamentale - visto che la sospensione all'export votata nel giugno 2019 scadrà a gennaio 2021- che il Parlamento rinnovi lo stop alla vendita di armamenti questa volta però verso tutti i paesi della coalizione saudita, senza fermarsi solamente a bombe e missili".
La risposta di Oxfam in Yemen - Dal luglio 2015 Oxfam ha soccorso oltre 3 milioni di yemeniti in nove governatorati. Dalla conferma dei primi casi di coronavirus ha rafforzato inoltre il proprio intervento per rispondere alla pandemia, distribuendo kit igienico-sanitari alle famiglie più vulnerabili e portando acqua pulita nei campi profughi, realizzando inoltre campagne di sensibilizzazione sulle norme di prevenzione del contagio tra la popolazione. Per rispondere all'emergenza alimentare in corso, sta soccorrendo circa 280 mila persone fornendo aiuti per l'acquisto di cibo, e offrendo lavoro per la riabilitazione di infrastrutture idriche e stradali, rimaste distrutte nel conflitto.
- Caro Mattarella, ti racconto le carceri dove muore il diritto
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