di Leo Amato
Quotidiano del Sud, 17 marzo 2021
Il Tribunale di sorveglianza di Potenza censura la repressione delle rivolte di marzo 2020. Dimezzate le ore d'aria a tutti, anche se i responsabili sono stati trasferiti altrove. Dopo le rivolte degli inizi di marzo contro le restrizioni anti Covid 19, quella andata in scena nel carcere di massima sicurezza di Melfi è stata una repressione illegale, che si è tradotta nella detenzione "in condizioni inumane e degradanti" di persone che con quelle rivolte non c'entravano nulla. Anche perché i responsabili erano stati subito trasferiti altrove.
È quanto stabilito dal giudice Michele Tiziana Petrocelli, del Tribunale di Sorveglianza di Potenza, che nei giorni scorsi ha accolto il ricorso presentato da un detenuto calabrese, Rosario Calderazzo di Palmi, per il risarcimento del danno sofferto per violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Risarcimento riconosciuto nella riduzione della pena da scontare di "un giorno per ogni 10 durante il quale ha subito il pregiudizio". Per un totale di 18 giorni complessivi.
A portare la questione alla sua attenzione era stato il difensore di Calderazzo, l'avvocato Antonio Silvestro, evidenziando un aggravamento delle condizioni di vita all'interno dell'istituto da marzo dell'anno scorso in avanti. Dopo le rivolte esplose nelle carceri di mezza Italia per il divieto di ricevere le visite dei familiari. In particolare il dimezzamento da 8 a 4 delle ore in cui i detenuti, ogni giorno, possono restare all'esterno delle celle. Con la "socialità (...) è divenuta alternativa al passeggio con conseguente sua sostanziale elisione dovendo il detenuto rinunciare ad ore di passeggio per poterne fruire".
"Trattasi - scrive il giudice nella sua ordinanza - di una drastica riduzione (alla quale si aggiunge anche una riduzione dell'orario di fruizione delle docce rispetto a quanto previsto a partire dal settembre 2016) che, rapportata all'ampiezza della superficie netta fruibile nella cella, deve indurre a riconoscere il presupposto delle condizioni inumane e degradanti.
Tanto anche in considerazione di altro dato e cioè quello per il quale la possibilità di fare la doccia nei locali comuni è prevista in orario (dalle 08.30 alle 11.00 e dalle 13.00 alle 15.30 dal 27 marzo 2020 al 15 ottobre 2020) che si sovrappone quasi completamente a quello stabilito per le ore all'aperto con la conseguenza di porre il detenuto dinanzi alla non ragionevole scelta tra il fare la doccia o usufruire delle ore d'aria".
Il magistrato di Sorveglianza ha anche esaminato i provvedimenti della direzione del carcere di Melfi che avevano disposto la riduzione delle ore di permanenza all'aperto dei detenuti e dei giorni di fruizione delle docce. E il suo giudizio è stato se possibile ancora peggiore. "Quanto alla riduzione delle ore di permanenza all'esterno - scrive Petrocelli - si rileva che dal tenore del provvedimento è evincibile come la predetta riduzione sia motivata con riferimento alla necessità di "stabilire l'ordine e sicurezza di istituto".
Eppure: "non risultano specificamente esplicitate le ragioni che hanno indotto ad una riduzione della metà delle ore di permanenza all'esterno, stante la genericità della dizione sopra richiamata".
Inoltre, "quand'anche volesse correlarsi la riduzione medesima alla notoria rivolta occorsa nell'istituto il 09 marzo 2020, tuttavia non potrebbe perciò solo concludersi che una soppressione così significativa tale da portare ad un dimezzamento del numero complessivo delle ore di permanenza all'esterno non determini un trattamento detentivo suscettibile di essere sussunto nell'alveo dell'articolo 35 ter dell'ordinamento penitenziario (risarcimento per violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, ndr)".
Sono due, pertanto, le motivazioni individuate dal giudice di Sorveglianza per censurare l'operato della direzione carceraria. La prima fa riferimento al fatto che "i detenuti ristretti in Melfi i quali hanno partecipato attivamente alla rivolta sono stati colpiti da provvedimenti di trasferimento in altri Istituti adottati nella imminenza dei fatti e, quindi, in sostanza, la riduzione dell'orario viene ad operare indistintamente a danno dei ristretti rimasti che invece si sono dissociati dalla rivolta non prendendovi parte". Mentre la seconda evidenzia che non si è trattato "di una limitazione dell'orario la cui durata è stata circoscritta ad un breve periodo, a ridosso dei gravi fatti avvenuti il 09 marzo 2020, desumendosi dagli atti che la stessa sia ancora vigente alla data della relazione dell'Istituto (13 novembre 2020)".
di Michele Damiani
Italia Oggi, 17 marzo 2021
Avvocatura in protesta contro i disservizi della giustizia telematica. Dall'Unione camere penali, che ha indetto uno sciopero per la fine di marzo all'Associazione italiana giovani avvocati (Aiga) che ha presentato una serie di interrogazioni sull'argomento.
Avvocatura in protesta contro i disservizi della giustizia telematica. Dall'Unione camere penali, che ha indetto uno sciopero per la fine di marzo, all'Associazione italiana giovani avvocati (Aiga) che ha presentato una serie di interrogazioni sull'argomento, passando per l'Associazione nazionale forense e Movimento forense, sono molti gli organismi di rappresentanza dell'avvocatura che stanno protestando in merito ai continui ritardi e alle molte difficoltà che sta incontrando la categoria nel relazionarsi con la giustizia telematica e i suoi strumenti. Proteste, ma anche proposte, rivolte al neo-ministro della giustizia Marta Cartabia. Tutte con una parola d'ordine: agire in fretta.
Aiga. I giovani avvocati avevano già manifestato il loro disappunto alla fine di febbraio, inviando una lettera alla ministra Cartabia, oltre ad aver presentato una interrogazione parlamentare per denunciare le lunghe attese e le complicazioni incontrate dagli avvocati in questi mesi.
"Il problema non riguarda solo la piattaforma per il penale", spiega ad Italia Oggi il presidente Aiga Antonio De Angelis, "è tutta la giustizia telematica che non funziona, una problematica che va avanti da mesi. Nel Recovery plan sono previsti interventi per digitalizzare la giustizia. Bene, ma non possiamo aspettare i fondi europei. Questa è un'emergenza che va sanata subito.
Non è concepibile che gli avvocati debbano passare pomeriggi interi ad aspettare una Pec che attesti l'avvenuto perfezionamento del deposito. Spesso, peraltro, è capitato che questi disservizi abbiano provocato il rinvio delle udienze, a volte anche di mesi. È necessario quindi un intervento immediato, che vada a rafforzare la componente hardware della giustizia italiana in modo da rendere più rapido il portale, evitando che si blocchi ogni giorno. L'introduzione del processo penale telematico ha infatti rallentato e di molto la macchina, aumentando la mole di documenti e di atti da trattare. La situazione è veramente al limite.
Anf. Preoccupazione, ma anche certezza dell'importanza della giustizia telematica, arrivano invece dal segretario generale dell'Associazione nazionale forense Luigi Pansini: "Il processo telematico è una conquista e non si torna indietro", le parole ad Italia Oggi di Pansini.
"Oggi per il processo penale come ieri per il processo civile: all'inizio è fisiologico incontrare difficoltà anche se l'attuale contesto pandemico generale non aiuta. Ma occorre uno sforzo eccezionale: eliminare le criticità del funzionale del portale telematico penale e poi procedere con la telematizzazione degli uffici dei giudici di pace e della corte di cassazione, estendere l'obbligatorietà del telematico a tutti i provvedimenti dei magistrati, completare i processi di gestione e conservazione digitale degli atti processuali più complessi, riformare la digitalizzazione nella giustizia con modalità omogenee - anche attraverso un'unica piattaforma per i processi telematici - che possano favorire l'applicazione al mondo della giustizia dei più avanzati esiti della ricerca nel campo dell'apprendimento automatico e dell'intelligenza artificiale".
Movimento forense. La celerità negli interventi è uno dei punti sottolineati anche dal Movimento forense "riteniamo che la questione vada posta come irrinunciabile priorità degli investimenti nella digitalizzazione della giustizia, senza alcuna conflittualità e chiedendo a tutte le forze in campo di impegnarsi senza campanilismi. Il ministro saprà dare i giusti impulsi per garantire la migliore efficienza ed imparzialità nella gestione delle risorse. Crediamo che la logica dell'astensione non vada letta come strada preferita, anche per l'ovvio pregiudizio economico che ne deriva ai colleghi, bensì come ultima ratio di fronte alla disfunzione operativa del sistema telematico".
appiapolis.it, 17 marzo 2021
Il Presidente del Consiglio Regionale, Gennaro Oliviero, e la presidente della VI commissione permanente, Istruzione, Cultura, Ricerca scientifica e Politiche Sociali, Bruna Fiola, hanno in programma di indire un Consiglio regionale monotematico per affrontare il dilagante problema dei minori e giovani adulti a rischio.
"Il report del Garante dei detenuti sui minori a rischio è drammatico - dichiara il presidente Oliviero - la Campania risulta essere una delle regioni maggiormente interessata dal fenomeno della criminalità giovanile. Nel 2020 solo tra Napoli e provincia si contano 593.036 minori a rischio con una percentuale che si avvicina al 18%. I servizi sociali ne hanno presi in carico solo 498. Bisogna esaminare soprattutto i fattori a rischio. Il primo in assoluto è la dispersione scolastica. Infatti, il 40% dei minori abbandona la scuola troppo presto, creando una povertà culturale che li spinge verso la devianza. Altro fattore è il contesto camorristico dove i minori, sia per legame di sangue o amicizie dei quartieri dove il fenomeno è diffuso, sono fortemente a rischio. Da non sottovalutare le cosiddette baby gang, che praticano la violenza senza motivo e questo fenomeno spesso è praticato anche e soprattutto in età preadolescenziale. Dobbiamo individuare le strategie necessarie per il recupero di questi minori. La politica deve soffermarsi su cosa spinge i nostri giovani verso questo disadattamento e intervenire per correggerlo, perché non dobbiamo mai dimenticare che essi sono il nostro futuro e vanno tutelati".
"È fondamentale affrontare seriamente una discussione sui minori a rischio e sulla devianza minorile - ha dichiarato la Presidente della VI Commissione Bruna Fiola - Il report del Garante dei detenuti fotografa la situazione che per i minori resta allarmante.
Al 15 febbraio 2021 i minorenni in carico agli Uffici di Servizio Sociale per i minorenni sono in totale a Napoli 709, tra quelli presi in carico la prima volta (67) e quelli già precedentemente in carico (642). Nel 2020, si evince dal report, abbiamo avuto a Nisida 113 ingressi e ad Airola 40 per un totale di 153 ingressi in un anno. Dovremmo però agire su diversi livelli. Basti pensare al numero di assistenti sociali al Sud, dove quasi tutte le Regioni sono fortemente sotto organico e non raggiungono il rapporto di 1/6500, tantomeno quello di 1/5000.
In questo sarà decisivo il supporto del Governo nazionale, affinché si possa ridurre questo gap. Il risultato è difatti nefasto, perché così si allontana la possibilità di poter creare una rete assistenziale che possa sostenere i minori, che crescono in contesti dove il rischio di devianza è altissimo. Ed è soprattutto in questi contesti che il supporto va recepito come presa in carico della famiglia. Bisogna poter essere in grado di fornire percorsi di sicurezza e creare una rete tra gli assistenti sociali e le strutture territoriali.
Così come il fenomeno delle baby gang, che non a caso si prolifera in contesti familiari ed ambientali dove i ragazzi sono costretti a crescere senza sostegni affettivi adeguati e senza alcun orientamento socio-educativo. Una grande occasione dovrà essere il Recovery fund, dove sarà necessario investire fortemente sul Piano nazionale dell'infanzia. Investire in maniera decisiva in quartieri e in luoghi, dove i giovani sono abbandonati a loro stessi".
di Cristina D'Armi
laquilablog.it, 17 marzo 2021
Sono 152 i detenuti al 41bis nel Carcere dell'Aquila. L'emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, oltre ad aver limitato la circolazione dei liberi cittadini, ha inasprito le restrizioni di coloro che sono reclusi nelle case circondariali. In un primo momenti i colloqui tra detenuti e familiari sono stati resi possibili tramite l'installazione di vetri in plexiglass. Con l'aumento dei contagi poi, gli incontri sono stati sospesi sostituendoli con l'aumento di chiamate e videochiamate tramite skype. Le ha previsti l'articolo 4 del decreto-legge 10 maggio 2020, n. 29.
Lo stesso trattamento non è stato adottato per i detenuti al 41 bis che, come emergo nella relazione fornita alle Camere il 28 gennaio 2021 dal Ministro della Giustizia Bonafede, sono 759 in tutta Italia. Di questi, 152 sono ristretti a L'Aquila. Per i detenuti a rigido regime sono previste delle restrizioni specifiche per ridurre la possibilità di comunicare con il "mondo esterno" in modo da evitare che essi possano continuare a gestire affari delittuosi. Pen consentire il colloquio mensile con i familiari, quindi, sono state cocesse ai detenuti al 41 bis due telefonate ravvicinate da effettuarsi presso la caserma dei carabinieri o presso il carcere di residenza del familiare. Ad oggi, i figli minori di 12 anni si sono visti negare qualsiasi possibilità di contatto con il proprio genitore. Per i giudici tale prospettiva è in contrasto con una serie di norme della Costituzione perché il mantenimento dei rapporti familiari e soprattutto genitoriali è fondamentale per il recupero sociale del reo. La decisione starà alla Consulta.
di Federica Gattillo
ilpolopositivo.com, 17 marzo 2021
Teatro vuol dire arte, passione, convivialità. Ma, come ci spiega Carlo Imparato, Vicepresidente dell'Associazione Culturale Teatro Necessario Onlus, può voler dire anche rieducazione. "Ci chiamiamo Teatro Necessario perché riteniamo che il teatro sia necessario a tutti e forse un po' di più per chi vive in una condizione di difficoltà come i detenuti" - dice Carlo, che da anni ormai lavora nella Casa Circondariale maschile di Genova Marassi e si prefigge, con la sua associazione, di promuovere la riabilitazione dei detenuti attraverso lo strumento creativo e terapeutico del teatro.
"Nasciamo 15 anni fa per puro caso, da un'idea mia e di mia moglie Mirella. Abbiamo chiesto ad alcuni amici professionisti nel mondo dello spettacolo di aiutarci a organizzare un laboratorio teatrale che coinvolgesse i detenuti. E così è andato in scena per la prima volta lo spettacolo 'Scatenati', da cui viene anche il nome della nostra compagnia". Subito dopo cominciano i lavori al secondo spettacolo, ispirato alla vera storia di un detenuto. "Da quel momento non ci siamo più fermati e abbiamo iniziato a portare i nostri spettacoli per i teatri di Genova. Nel 2012, ci è venuta un'idea totalmente folle: costruire un teatro all'interno del carcere, ma che fosse aperto alla città". Nasce così, da un'area in disuso della Casa Circondariale Marassi, il teatro dell'Arca, primo teatro in Europa edificato all'interno di un carcere in gran parte dai detenuti stessi.
"Ci siamo inventati un progetto economico educativo diretto ai detenuti, con dei corsi professionalizzanti alla mattina e dei laboratori teatrali nelle ore pomeridiane. Ogni aspetto degli spettacoli è curato dai detenuti, che non si limitano a recitare, ma si occupano anche delle luci, della scenografia, delle musiche", continua Carlo. Per alcuni il teatro si è trasformato addirittura in un mestiere. È il caso di Luca che, dopo venti anni di pena, ha girato l'Italia in qualità di responsabile luci per i Negramaro.
"Nel corso di questi anni siamo cresciuti moltissimo, tanto da approdare anche sul palco di Italia's got Talent. Abbiamo girato i teatri italiani, esibendoci di fronte a migliaia di persone e portando sempre in scena una carica di umanità e passione incredibile: distinguere i detenuti dagli attori professionisti che recitano con loro è quasi impossibile".
Teatro Necessario, promuovendo e intensificando iniziative volte all'integrazione e alla riabilitazione dei detenuti, non solo fornisce loro gli strumenti per reinserirsi in società, ma è anche in grado di produrre manifestazioni di alto valore sociale e di indiscussa qualità artistica. Alla base di tutto, secondo Carlo, ci sarebbe la 'magia del teatro'. "I primi mesi di laboratorio sono durissimi, perché buona parte dei detenuti non è realmente interessata al teatro. Dopodiché succede un fatto che io definisco magico, perché inspiegabilmente i detenuti iniziano ad appassionarsi, studiano il copione, seguono le indicazioni del regista e fanno loro stessi delle proposte. È la forza del teatro". E la forza del teatro non si ferma neanche in pandemia: la compagnia sta preparando un nuovo spettacolo che andrà in onda - o sul palco, dpcm permettendo - dal 27 marzo, non perdetevelo.
ottopagine.it, 17 marzo 2021
Si è concluso oggi il progetto "Oltre le mura", nato dalla collaborazione tra l'Ufficio campano del Garante delle persone private della libertà e la Cooperativa sociale di comunità iCare e dedicato ai detenuti Sex Offender, della sezione femminile e maschile, ristretti nel reparto protetto della Casa Circondariale "Capodimonte" di Benevento. Nonostante le difficoltà che si sono presentate con la situazione epidemiologica Covid-19 l'amministrazione penitenziaria si è adoperata nel continuare le attività e donare questi momenti importanti ai detenuti.
Il progetto, iniziato il giorno 22 settembre 2020, ha visto coinvolte sei professioniste con competenze diverse, quali psicologhe, criminologhe, educatrici, giuriste e mediatrici. Insieme ai detenuti, l'equipe ha facilitato l'attivazione di un percorso introspettivo dei ristretti, lavorando sul tempo, passato, presente e futuro attraverso attività di gruppo e colloqui individuali. Un viaggio importante all'interno del proprio Sé e dei propri vissuti, un intenso lavoro sulle emozioni, sulle credenze e sulle aspettative, al fine di favorire una rivisitazione critica delle azioni delittuose, nonché spunti di riflessione sull'utilizzo del tempo in carcere, per arrivare progressivamente agli obiettivi futuri.
Ci si è addentrati, senza giudizio, nei racconti personali, nelle vicende umane e processuali, offrendo punti di vista alternativi, riflettendo su se stessi, sul contesto e sul gruppo stesso. In carcere le giornate sono interminabili e tutte uguali, i giorni sembrano anni e si ha tanto tempo per riflettere sulla propria persona, ma spesso le riflessioni si riducono ad un soliloquio nella propria cella, senza poter beneficiare della condivisione dei pensieri in un gruppo e con dei professionisti che possa metterne in luce le criticità, i limiti, ma anche le potenzialità e i punti di forza. Alcuni incontri, infine, sono stati dedicati ad introdurre i concetti di riparazione, di attenzione alla vittima e alle conseguenze del reato.
Durante tutto il percorso si è ascoltato il dolore, l'impotenza e la sofferenza della condizione di privazione della libertà, ma si è anche volto lo sguardo all'esterno, ai legami recisi a causa del reato e soprattutto alla volontà di riscattarsi e avere una vita diversa all'uscita dal carcere.
"Siamo davvero entusiasti della collaborazione che abbiamo attivato con il Garante dei Detenuti Samuele Ciambriello - dichiara il Presidente della cooperativa Icare Don Giuseppe Campagnuolo - e di tutto l'Ufficio coordinato da quest'ultimo e lo ringraziamo per averci offerto questa grande occasione. Lavorare con i detenuti significa contribuire ad abbattere ogni giorno di più, il muro del pregiudizio e degli stereotipi. Progettazioni come queste meritano di essere attivate più spesso ed è fondamentale che il periodo di detenzione diventi un vero percorso rieducativo e di reinserimento sociale, affinchè nessuno venga mai lasciato indietro".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 marzo 2021
Una vicenda raccontata nel XVII Rapporto di Antigone dal quale risulta una media del 27,6% dei detenuti in terapia psichiatrica. Avrebbe tentato il suicidio in carcere a Torino, per questo sarebbe stato trasferito in una cella liscia, denudato, senza materasso né coperta e con l'acqua chiusa. Per quest'ultimo motivo, si sarebbe trovato nelle condizioni di bere dallo scarico del wc.
La sua situazione peggiora, si agita, e la prassi sarebbe stata quella di frequenti iniezioni intramuscolari per cercare di sedarlo. Parliamo di M., un detenuto in espiazione presso un reparto di osservazione psichiatrica "Il Sestante" della Casa Circondariale di Torino. La vicenda viene narrata da un familiare che si rivolge al Difensore Civico di Antigone preoccupato della situazione particolarmente critica in cui versa il ragazzo che ha tentato il suicidio in carcere.
Sottoposto a vari Tso senza test clinici adeguati - Una vicenda, terribile, ben raccontata nel XVII Rapporto di Antigone sulle condizioni detentive. M. subisce vari trattamenti sanitari obbligatori che da quanto raccontato ad Antigone non rispondono a nessuna perizia psichiatrica. Viene denunciata infatti l'assenza di test clinici adeguati che possano configurare una corrispondente terapia. M. trascorre nove mesi continuativi nella sezione dedicata a soggetti in acuzie del reparto di osservazione psichiatrica, in cui la permanenza massima prevista dalla legge è invece di trenta giorni. Quella di M. è solo una delle tante storie che arrivano all'ufficio dell'associazione Antigone e che danno l'idea di quanta strada ancora c'è da fare per garantire diritti e protezione a chi vive all'interno delle carceri italiane e per ridurre il numero dei suicidi in carcere.
98 istituti visitati dall'Osservatorio da Antigone nel 2019 - Infatti, come emerso dal rapporto annuale "Oltre il virus", in 98 istituti visitati dall'Osservatorio da Antigone nel 2019, una media del 27,6% dei detenuti risulta in terapia psichiatrica e il 41 % delle patologie sono disturbi psichici. Secondo i dati del ministero della Giustizia, nel 2019 si sono verificati in totale 53 suicidi, con 8,7 suicidi ogni 10.000 detenuti mediamente presenti, 8,376 atti autolesionistici e 939 tentativi di suicidio.
Il dossier di "Ristretti Orizzonti": 61 suicidi fino nel 2020 - Secondo i dati raccolti dal Dossier "morire di carcere" di Ristretti Orizzonti, nel 2020 si sono verificati 61 episodi di suicidio in carcere, numero destinato ad aumentare anche come conseguenza del crescente isolamento rispetto al mondo esterno dei soggetti ristretti a seguito della pandemia. Per Antigone questi dati sono particolarmente preoccupanti soprattutto se paragonati alle stime riportate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui nel 2016 in Italia nella popolazione libera si è registrato un tasso di suicidi pari allo 0,82 ogni 10.000 abitanti. "Ancora una volta - si legge nel rapporto - il carcere è il luogo in cui si registra una maggiore incidenza del fenomeno suicidario. In tal senso, il momento dell'ingresso all'interno del sistema carcerario rappresenta un evento traumatico".
Dall'ingresso alla scarcerazione: tutti i momenti traumatici - Ma il momento dell'ingresso non l'unico momento di criticità che fa insorgere patologie psichiche. Insorgono anche durante tutta la fase detentiva e nella fase prossima alla scarcerazione. Altri disturbi psichici particolarmente frequenti tra la popolazione detenuta - si legge nel rapporto di Antigone - "sono il disturbo dell'adattamento, i disturbi legati all'uso di sostanze stupefacenti, il disturbo del controllo degli impulsi e i disturbi della personalità". Ultimo momento definito critico per il soggetto è rappresentato dalla fase prossima alla scarcerazione, durante il quale insorgono una serie di preoccupazioni e ansie legate al reinserimento all'interno della società libera, che per molti può rappresentare un momento di forte difficoltà. "Il tema legato alla tutela della salute mentale in carcere sicuramente rappresenta uno dei nodi più difficili da sciogliere, per la necessità da una parte di garantire cure adeguate che rendano il contesto detentivo quanto meno possibile peggiorativo del disagio psichico, dall'altra per la necessità di assicurare la sicurezza della società libera e all'interno degli istituti stessi", osserva Antigone.
catanzaroinforma.it, 17 marzo 2021
A seguito delle richieste del Garante dei detenuti della Regione Calabria. Le richieste del Garante dei detenuti della Regione Calabria relative alla vaccinazione della popolazione carceraria e per l'attivazione della Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza di Girifalco, sono state portate all'attenzione del Governo dal deputato di Fratelli d'Italia Wanda Ferro, che ha rivolto una interrogazione al ministro della Giustizia Cartabia e al ministro della Salute Speranza.
Wanda Ferro ha chiesto ai rappresentanti del governo "quali iniziative di competenza intendano assumere per includere la popolazione carceraria tra le categorie da vaccinare prioritariamente, anche al fine di garantire l'efficienza e la sicurezza della macchina penitenziaria".
Già in una interrogazione dello scorso 14 gennaio Wanda Ferro aveva evidenziato che "se si ritiene vera la circostanza che nell'ambiente penitenziario sussista un maggiore pericolo di contagio, alimentato da un sovraffollamento cronico che ostacola qualsiasi forma di distanziamento e conclamato dai numeri, e una effettiva difficoltà di gestire l'emergenza sanitaria, logica vorrebbe che venissero vaccinati subito tutti i detenuti e gli operatori penitenziari che operano all'interno delle carceri, scongiurando così la temuta esplosione incontrollata dell'epidemia, che sinora si è dichiarato di voler prevenire favorendo il ricorso alle detenzioni domiciliari".
Wanda Ferro ha chiesto quindi al governo di dare seguito all'avvio dell'attività funzionale della Rems di Girifalco, della quale già a fine 2020 sono stati ultimati i lavori di ristrutturazione, grazie all'impegno dell'Asp e dell'Amministrazione comunale, e per la quale è necessario perfezionare celermente i successivi necessari adempimenti, dalla procedura ad evidenza pubblica per l'acquisto degli arredi e delle attrezzature, al procedimento di autorizzazione e accreditamento, alla definizione della forma di gestione (pubblica o privata) della struttura stessa. Secondo il Garante, infatti, sono più di 50 le persone in lista di attesa per l'ingresso in Rems, in quanto dichiarate giudizialmente incapaci di intendere e di volere, a cui si aggiungerebbero i soggetti raggiunti da una misura di sicurezza temporanea, come previsto per legge.
di Carla Ferrante
Libero, 17 marzo 2021
Si chiama Jack, è un meticcio e da circa un anno vive in uno delle carceri più sicure d'Italia, nella Casa circondariale e di reclusione di Campobasso, in Molise. Jack è stato adottato come ultima volontà di un detenuto, malato terminale. L'uomo, collaboratore di giustizia, in attesa di valutazione da parte del magistrato competente, aveva espresso il desiderio di poter avere, nella sua cella, un amico fidato con cui condividere le giornate.
La direttrice, Rosa la Ginestra, concede l'autorizzazione e Jack fa il suo ingresso in Via Cavour con tanto di microchip e libretto sanitario, e diventa presto il protagonista del carcere molisano, dove hanno "soggiornato" i più pericolosi boss della criminalità organizzata - da Cutolo a Schiavone e qualcuno dice anche Toto Riina. Il meticcio di taglia media non ha faticato molto ad ambientarsi. Da un box ristretto, umido e condiviso con altri cani, in questa nuova vita ha una cuccia calda e non deve neppure ringhiare per farsi rispettare.
Ad ogni minimo segno di insofferenza detenuti e personale gli assicurano coccole, cibo, acqua fresca e l'aria aperta. Chissà cosa avrà pensato Jack in quel breve tragitto tra il canile e il carcere? Immaginava forse un prato verde, i bambini con la palla, un guinzaglio per le lunghe passeggiate, ma soprattutto provava ad annusare dai finestrini l'odore di libertà, che il suo nuovo proprietario voleva regalargli. Le giornate nella casa circondariale di Campobasso sono sì tutte uguali, ma per Jack sono lontane da quel canile e questo gli basta.
Nonostante il luogo fosse angusto, lui si diverte a giocare con le pezze, con le ciabatte. Con il suo compagno era felice e ricevere carezze rassicuranti senza dover fare la guardia o riportare la pallina erano per lui il massimo. La sua coda scodinzolava e i suoi occhi sorridevano. Jack amava ascoltare, accucciato ai piedi del suo amico, i racconti di come sarebbe stata per entrambi, la vita una volta fuori dal carcere. Il suo abbaio di felicità si sentiva lontano, nell'ala più lontana del braccio. Le giornate scandite da regole ferree per Jack erano diventate un gioco.
Era una vita normale per un piccolo pelosetto abituato al nulla. Lì, nel carcere, non doveva più aspettare che qualcuno gli aprisse la gabbia per farlo correre felice. Potrebbe sembrare strano, ma nel penitenziario, a Campobasso, "Jack è davvero felice, sembra abbia trovato la sua dimensione. Semmai non dovesse più trovarsi bene, gli troveremo di sicuro una sistemazione migliore.
Mai più si apriranno per lui le porte di un canile". A raccontarlo è il segretario del Spp, il sindacato di polizia penitenziaria, Aldo di Giacomo. La malattia del detenuto, però, progredisce in fretta e così viene trasferito. Ora è recluso nel carcere di Belluno. Qui non può però portare con sé Jack, che resta a Campobasso. La separazione tra i due è un fiume di commozione, si erano abituati l'uno all'altro, si fidavano, non c'erano segreti tra loro.
Da circa un mese Jack condivide quindi la cella con altri detenuti, che si sono subito affezionati a lui. La direttrice ha provato a chiedere alla famiglia del proprietario di adottarlo, ma non vogliono. Jack non sembra scomporsi di fronte al rifiuto. La sua nuova vita continua in Via Cavour, tra quelle mura che ormai sono diventate la sua casa.
Al canile, Jack preferisce, non c'è dubbio, i ritmi scanditi dal carcere e nessuno vuole più separarsene. Di notte continua ad abbaiare se sente rumori sospetti e di giorno gironzola indisturbato tra i corridoi e i cortili dell'istituto. Per molto tempo il carcere è stato off-limits agli animali e anche oggi non sempre è possibile accogliere le richieste dei detenuti.
Diversi sono stati gli episodi di abuso e questo ha bloccato le iniziative e vari progetti. Ora però sembra stia diventando una realtà consolidata la possibilità di far incontrare alle persone recluse i propri quattro-zampe. Sono sempre più gli istituti di pena che consentono di concedere appositi permessi ai carcerati e quella di Jack ne è una testimonianza.
di Carla Ferrante
Libero, 17 marzo 2021
Si chiama Jack, è un meticcio e da circa un anno vive in uno delle carceri più sicure d'Italia, nella Casa circondariale e di reclusione di Campobasso, in Molise. Jack è stato adottato come ultima volontà di un detenuto, malato terminale. L'uomo, collaboratore di giustizia, in attesa di valutazione da parte del magistrato competente, aveva espresso il desiderio di poter avere, nella sua cella, un amico fidato con cui condividere le giornate.
La direttrice, Rosa la Ginestra, concede l'autorizzazione e Jack fa il suo ingresso in Via Cavour con tanto di microchip e libretto sanitario, e diventa presto il protagonista del carcere molisano, dove hanno "soggiornato" i più pericolosi boss della criminalità organizzata - da Cutolo a Schiavone e qualcuno dice anche Toto Riina. Il meticcio di taglia media non ha faticato molto ad ambientarsi. Da un box ristretto, umido e condiviso con altri cani, in questa nuova vita ha una cuccia calda e non deve neppure ringhiare per farsi rispettare.
Ad ogni minimo segno di insofferenza detenuti e personale gli assicurano coccole, cibo, acqua fresca e l'aria aperta. Chissà cosa avrà pensato Jack in quel breve tragitto tra il canile e il carcere? Immaginava forse un prato verde, i bambini con la palla, un guinzaglio per le lunghe passeggiate, ma soprattutto provava ad annusare dai finestrini l'odore di libertà, che il suo nuovo proprietario voleva regalargli. Le giornate nella casa circondariale di Campobasso sono sì tutte uguali, ma per Jack sono lontane da quel canile e questo gli basta.
Nonostante il luogo fosse angusto, lui si diverte a giocare con le pezze, con le ciabatte. Con il suo compagno era felice e ricevere carezze rassicuranti senza dover fare la guardia o riportare la pallina erano per lui il massimo. La sua coda scodinzolava e i suoi occhi sorridevano. Jack amava ascoltare, accucciato ai piedi del suo amico, i racconti di come sarebbe stata per entrambi, la vita una volta fuori dal carcere. Il suo abbaio di felicità si sentiva lontano, nell'ala più lontana del braccio. Le giornate scandite da regole ferree per Jack erano diventate un gioco.
Era una vita normale per un piccolo pelosetto abituato al nulla. Lì, nel carcere, non doveva più aspettare che qualcuno gli aprisse la gabbia per farlo correre felice. Potrebbe sembrare strano, ma nel penitenziario, a Campobasso, "Jack è davvero felice, sembra abbia trovato la sua dimensione. Semmai non dovesse più trovarsi bene, gli troveremo di sicuro una sistemazione migliore.
Mai più si apriranno per lui le porte di un canile". A raccontarlo è il segretario del Spp, il sindacato di polizia penitenziaria, Aldo di Giacomo. La malattia del detenuto, però, progredisce in fretta e così viene trasferito. Ora è recluso nel carcere di Belluno. Qui non può però portare con sé Jack, che resta a Campobasso. La separazione tra i due è un fiume di commozione, si erano abituati l'uno all'altro, si fidavano, non c'erano segreti tra loro.
Da circa un mese Jack condivide quindi la cella con altri detenuti, che si sono subito affezionati a lui. La direttrice ha provato a chiedere alla famiglia del proprietario di adottarlo, ma non vogliono. Jack non sembra scomporsi di fronte al rifiuto. La sua nuova vita continua in Via Cavour, tra quelle mura che ormai sono diventate la sua casa.
Al canile, Jack preferisce, non c'è dubbio, i ritmi scanditi dal carcere e nessuno vuole più separarsene. Di notte continua ad abbaiare se sente rumori sospetti e di giorno gironzola indisturbato tra i corridoi e i cortili dell'istituto. Per molto tempo il carcere è stato off-limits agli animali e anche oggi non sempre è possibile accogliere le richieste dei detenuti.
Diversi sono stati gli episodi di abuso e questo ha bloccato le iniziative e vari progetti. Ora però sembra stia diventando una realtà consolidata la possibilità di far incontrare alle persone recluse i propri quattro-zampe. Sono sempre più gli istituti di pena che consentono di concedere appositi permessi ai carcerati e quella di Jack ne è una testimonianza.
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