di Carlo Lania
Il Manifesto, 15 dicembre 2020
Un dossier di Sos Mediterranée. Le storie dei bambini tratti in salvo nel Mediterraneo dalla ong europea. Alcuni di loro partono che sono ancora dei bambini e arrivano che sono quasi uomini. Alle spalle un viaggio che può durare anche anni, ma soprattutto si lasciano dietro miseria, guerre, persecuzioni o violenze, familiari e sessuali. E in comune, oltre al destino, hanno anche un'altra cosa: sono tutti minori, spesso non accompagnati da un adulto che si prenda cura di loro. I più vulnerabili tra i vulnerabili: "I loro nomi sono James, Esther, Selim, Souleyman, Yasmine, Magdi, Youssouf, Abdo, Hamid e Yussif. Prima di "migranti sono soprattutto adolescenti con storie particolari, spesso molto difficili", scrive la ong Sos Mediterranée che ha raccolto le storie di alcuni di loro in un dossier intitolato "Giovani naufraghi. Percorsi di minori salvati dalla Aquarius e dalla Ocean Viking", le due navi della ong europea che, in periodi diversi, hanno operato nel Mediterraneo centrale.
In quattro anni, dal 2016 al 2019, Sos Mediterranée ha strappato al mare 30.734 persone, quasi un quarto delle quali, 6.836, erano minori. Ragazzi e ragazze costretti alla fuga dalle ragioni più diverse. Come James, nigeriano. Aveva 17 anni quando lasciò il suo Paese per la morte dei genitori, 22 quando venne salvato. "Ero da solo, dovevo guadagnarmi da vivere. Ma non c'era alcuna possibilità di trovare lavoro nella mia regione", ha raccontato ai volontari di SosMed.
Non è detto che chi una famiglia ce l'ha, sia più fortunato. Esther, anche lei 17 enne, è fuggita dal Ghana perché volevano farle sposare il figlio dello zio paterno. Così dice la tradizione del suo Paese, ma lei avrebbe voluto studiare. "Non è facile per una donna vivere in Ghana", ha raccontato. "Se non accetti le regole la famiglia ti rigetta. Mia madre non voleva che fossi buttata per strada, ma mio padre mi diceva che se non avessi sposato l'uomo che aveva scelto per me mi avrebbe uccisa".
Ufficialmente le politiche europee mirano a contrastare i trafficanti di uomini, in realtà rendono sempre più pericoloso il viaggio di chi vuole raggiungere l'Europa ad ogni costo: "Molti di questi minorenni - testimonia ad esempio Lea Main-Klingst, volontaria e cofondatrice di Sos Mediterranée in Germania dopo il salvataggio di un'imbarcazione con molti migranti eritrei - arrivano a bordo con solo i vestiti sulla schiena. Molti non avevano scarpe... Ovviamente nessuno di loro aveva calzature adatte ad attraversare il deserto o la Libia".
Non basteranno mai i racconti degli orrori vissuti dai migranti sull'altra sponda del Mediterraneo, dove la cosiddetta Guardia costiera libica riporta i disperati che vengono intercettati in mare: torture, furti, stupri, riduzione in schiavitù, uccisioni sono all'ordine del giorno e se hai la sfortuna di volere una vita migliore vieni trattato come un nemico. "Prima le donne e i bambini è una frase che viene fuori quando si evocano scene di guerra", scrive il presidente di SosMed, Alessandro Porro. "Ma che dire di quei bambini che viaggiano da soli e che attraversano il Mediterraneo su gommoni sovraccarichi?".
di Gianpaolo Contestabile, Simone Scaffidi
Il Manifesto, 15 dicembre 2020
A cinque mesi dalla morte del cooperante Onu, ancora nessuna verità. Sono passati più di 150 giorni dalla morte di Mario Paciolla, cooperante Onu in servizio nella Missione di Verificazione delle Nazioni unite in Colombia. Il caso giudiziario è diventato anche un caso diplomatico. Dalle informazioni che sono trapelate dalle indagini in corso in Colombia e in Italia emergono ipotesi contrastanti, incompatibili: si è trattato di suicidio secondo le autorità colombiane mentre è stato aperto un fascicolo per omicidio da parte della Procura di Roma.
Secondo Vittorio Fineschi, il medico legale che ha coordinato l'esame autoptico eseguito sul corpo di Mario Paciolla, i risultati delle analisi mostrano una risposta chiara ma il verdetto non può ancora essere reso pubblico su richiesta della Procura che ha già ricevuto le 300 pagine del referto. La procuratrice Lotti che guida il pool di magistrati dedicato al caso ha commentato: "Su questo caso stiamo lavorando pressoché quotidianamente, non è semplice perché il materiale non si trova tutto in Italia, dobbiamo lavorare con diversi contesti e interlocutori ma le attività vanno avanti e abbiamo già acquisito molto materiale che si trova ora al vaglio". Nel frattempo all'appello mancano informazioni riguardanti la terza indagine che sarebbe in corso internamente alle Nazioni Unite.
Intanto la memoria di Mario Paciolla continua a essere mantenuta viva da familiari, amici, colleghi e associazioni da entrambi i lati dell'oceano. Lo scorso novembre, il comune di Frattamaggiore ha esposto lo striscione per chiedere verità e giustizia seguendo l'esempio del municipio di Napoli. Proprio di Napoli Mario scriveva anche quando era lontano dalla sua terra. Durante un festival dedicato al giornalismo civile internazionale dal nome "Imbavagliati", è stato ricordato il lavoro di Paciolla insieme a quello di Giancarlo Siani, Ilaria Alpi e Giulio Regeni. Il presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana Giuseppe Giulietti ha dichiarato anche a proposito del caso Paciolla: "Saremo scorta mediatica per avere verità e giustizia".
Anche in Colombia il cooperante italiano ha lasciato il segno nella memoria dei suoi abitanti. Durante il Festival "Remare per la Pace", il volto di Mario Paciolla è stato dipinto sulla facciata di una roccia sul fiume Pato, dove l'uomo aveva contribuito a costruire il festival per favorire il reintegro degli ex combattenti nella società civile attraverso lo sport.
Sempre dalla località del Pato, nel comune di San Vicente del Caguàn, viene il ricordo di Norberto, vicepresidente di Amcop, la riserva agricola locale, secondo il quale la morte di Mario "è stato un evento imprevedibile, ha lasciato una grande sensazione di amarezza, un silenzio strano".
Edilma invece, anche lei attivista di San Vicente del Caguàn, intervistata dal ricercatore Simone Ferrari, ha lanciato un messaggio alla famiglia di Mario ricordandolo come "una persona molto importante per questo municipio, soprattutto per i nostri leader sociali, era una persona che si preoccupava sempre della vita sociale di questa comunità".
Dalla valle del Caguán vengono anche le parole, riportate da Agensir, di Padre Giacinto Franzoi, missionario che racconta il fallimento degli Accordi di Pace i cui sforzi "sembrano scritti sulla sabbia" e commenta la morte di Mario Paciolla denunciando: "Lo hanno ucciso per bloccare la pace". A fare eco a queste parole ci sono le riflessioni di Ascanio Celestini che, dalla sua pagina personale, invoca un'analisi più approfondita del caso, un lavoro di decostruzione e inchiesta per non limitarsi ad accettare le versioni rassicuranti diffuse dalle autorità, per non ripetere l'errore dei casi Giuseppe Pinelli, Stefano Cucchi e Davide Bifolco.
In questi giorni dove i limiti della diplomazia italiana rendono ancora più insopportabile la violenza che ha ucciso Giulio Regeni e che tiene prigioniero Patrick Zaki, diventa urgente rompere anche il silenzio istituzionale che attornia il caso di Mario Paciolla.
Un modo per fare breccia nel muro di omertà che ostacola le indagini è anche quello di riportare le parole scritte da Mario Paciolla, in questo caso i versi condivisi dagli amici che gestiscono la pagina che chiede verità e giustizia per il cooperante, giornalista e poeta: "Non ritrarrò né l'alba né il tramonto di un Placido paesaggio campestre, ma ne coglierò l'essenza. Non conoscerò il nome delle stelle, ma riuscirò a raccoglierlo quando inciamperanno nel buio. Non avrò le Ali di un gabbiano, forse, ma volerò lo stesso". In questa direzione va anche l'appello di Anna Motta, la madre di Mario Paciolla, che ci ricorda: "Mario merita e pretende verità e giustizia, per questo mi rivolgo alle tante persone che lo hanno conosciuto e che sanno la verità sulla sua morte, di abbandonare le reticenze e l'omertà, di dare voce alle proprie coscienze e di collaborare, chi non lo farà si renderà complice di questo delitto".
di Emma Bonino
La Repubblica, 15 dicembre 2020
Dopo la restituzione del riconoscimento da parte di Corrado Augias, anche la senatrice, che lo aveva ricevuto nel 2009, attacca il capo di Stato francese che ha attribuito l'onorificenza al presidente egiziano: "Sconcerto e indignazione". Ecco il testo della lettera dell'ex ministra agli Affari esteri.
"Caro presidente, l'attribuzione della Legion d'onore al Presidente della Repubblica egiziana Al Sisi ha destato in me e in tutto il mio paese un grande sconcerto e profonda indignazione. Lei conosce perfettamente l'intera vicenda che ha coinvolto il nostro concittadino Giulio Regeni, arrestato il 26 gennaio 2016 e brutalmente torturato per nove giorni fino al suo assassinio, come è stato provato da una inchiesta giudiziaria condotta dalla Procura di Roma. Lei d'altra parte non può ignorare la situazione egiziana nella quale lo stesso destino è stato riservato a oltre mille Regeni, che hanno subito la stessa sorte del giovane italiano, spariti nelle carceri del regime, molti di essi senza accusa e senza processo.
Non conosco le motivazioni dell'attribuzione di questa onorificenza. Ma quali che esse siano, di fronte a questa situazione e alle responsabilità del Presidente egiziano e del suo governo, esse sono inaccettabili. So perfettamente che la Francia, come l'Italia e altri paesi europei ed extraeuropei, ha nei rapporti con l'Egitto importanti interessi economici, commerciali e di equilibrio geostrategico da salvaguardare ma deve pure esistere un limite alle considerazioni della realpolitik. E da parte di un Paese come la Francia che sul finire del '700 ha consegnato al mondo la prima dichiarazione dei diritti dell'uomo, il rispetto dei diritti umani e la loro universalità, dovrebbe essere tenuta almeno nello stesso conto in cui vengono tenuti gli interessi economici e geopolitici.
Non sono fra coloro che auspicano rotture diplomatiche o altre tensioni. Ho a cuore i rapporti con la Francia e ritengo preferibile la via del dialogo. Avrei preferito che di questo si fossero fatti interpreti le istituzioni dello Stato italiano. In attesa di un loro intervento, mi rivolgo a Lei nella mia qualità di Senatore della Repubblica italiana e, se mi consente, di cittadina europea.
So perfettamente che l'Egitto non è l'unico paese a macchiarsi di questi delitti contro i diritti fondamentali dell'Uomo. Molti altri paesi lo fanno e, anche in Europa, sappiamo quanto sia difficile far rispettare i principi dello Stato di diritto, messi in discussione attualmente da almeno due partner dell'Unione Europea. E proprio per questo ritengo che in ogni circostanza non ci si debba astenere dal richiedere ai governi di questi paesi il rispetto dei diritti umani e dal condannare la loro violazione, soprattutto quando si traduce nell'assassinio di un innocente e in ogni caso di una persona che avrebbe avuto diritto a un arresto pubblico e a un processo giusto. A maggior ragione ci si dovrebbe astenere dall'onorarne e premiarne con alte onorificenze i Capi di Stato.
Nel 2009 sono stata insignita della Legion d'Onore. Ne sono stata onorata quanto oggi sono imbarazzata di trovarmi in simile compagnia. Altri amici e colleghi italiani la stanno restituendo in questi giorni come importante gesto simbolico non per malanimo verso i cittadini francesi ma per sottolineare un errore che riteniamo lei abbia commesso e che le chiediamo di riparare nelle modalità che riterra opportune, a partire da una più profonda collaborazione nell'accertare queste violazioni ovunque siano commesse, anche nei nostri paesi.
Sono profondamente convinta che l'impunità promuove efferatezze e proprio per questo. Italia e Francia sono state insieme nella creazione della corte penale internazionale e del tribunale per i crimini contro l'umanità commessi nella ex Jugoslavia e per la convenzione contro la tortura che anche l'Egitto ha condiviso. Dobbiamo andare avanti, Signor Presidente, su questo cammino difficile e non tornare indietro "onorando" coloro che si rendono responsabili della violazione del diritto internazionale".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 15 dicembre 2020
La storia di Abdallah Said, morto il 14 settembre all'ospedale di Catania. Intanto 150 organizzazioni italiane e internazionali denunciano: il sistema è inefficiente da tutti i punti di vista, il governo lo cancelli. C'è un secondo minore morto in ospedale dopo il trasferimento d'urgenza da una "nave quarantena".
O meglio, quello di Abdallah Said è il primo caso in assoluto. Il diciassettenne somalo è deceduto all'ospedale Cannizzaro di Catania il 14 settembre scorso, ventidue giorni prima di Abou Diakite, quindicenne ivoriano che ha perso la vita all'ospedale Ingrassia di Palermo il 5 ottobre.
"Da sotto il lenzuolo del letto di ospedale sporgevano le ossa del bacino. Era pelle e ossa. Una scena agghiacciante e disumana. Volevo vederlo, stingergli la mano per non farlo sentire solo. Ma era già incosciente. Due giorni dopo è morto", la drammatica testimonianza è dell'avvocata Antonia Borrello. La legale ha ricevuto la nomina a tutrice di Said venerdì 11 settembre ed è andata subito a cercarlo al pronto soccorso di Augusta, dove era stato sbarcato dalla nave quarantena Azzurra, in rada nel porto siciliano dal 29 agosto.
Said era in quarantena ma non aveva il Covid-19. Era affetto da tubercolosi, probabilmente contratta nei due anni di prigionia in Libia. Di quella malattia portava addosso le piaghe. I risultati dell'autopsia arriveranno il giorno di Natale, al momento si presume sia morto di encefalite, un'infezione del cervello. Se i medici della nave Azzurra hanno commesso omissioni o negligenze è oggetto delle indagini della procura di Siracusa, partite dall'esposto presentato da Borrello e dall'intervento del tribunale per i minorenni di Catania. Said ha nome e cognome solo perché uno dei suoi fratelli, residente in Germania, è andato a cercarlo in Sicilia. Sapeva della sua partenza dalla Libia e si preoccupava per la mancanza di notizie. Senza di lui lo avrebbero seppellito in forma anonima e la sua storia sarebbe stata inghiottita in un buco nero, insieme a quella di tanti altri migranti.
La morte di Said non aveva avuto finora eco mediatica e non ha spinto le autorità a ripensare la quarantena sulle navi, che per i minori significa anche ritardi nella nomina del tutore (secondo la legge Zampa dovrebbe avvenire entro tre giorni dall'arrivo).
L'episodio getta un'ombra in più sul successivo decesso di Diakite, avvenuto in circostanze simili dopo il trasferimento dalla nave Allegra. Si sarebbe potuto evitare? Dopo la morte del quindicenne ivoriano molte associazioni siciliane e il Garante infanzia di Palermo hanno chiesto di non far salire più i minori sulle navi. Anche la Cri era contraria all'imbarco dei ragazzi e ha fatto pressioni. Il Viminale ha dato indicazione di far trascorrere ai minori non accompagnati l'isolamento a terra verso la fine di ottobre.
"Questa informazione circola, ma non ci sono atti ufficiali. Tutto ciò che ruota intorno alle navi quarantena è connotato da una grave mancanza di trasparenza", ha denunciato Sergio Cipolla, presidente della Ong Cooperazione Internazionale Sud Sud. Cipolla è intervenuto in una conferenza stampa organizzata ieri da una coalizione di 150 organizzazioni italiane e internazionali che ha presentato un rapporto sul "sistema navi-quarantena". Le 14 pagine sono un atto d'accusa duro e circostanziato nei confronti della prassi introdotta dal decreto della protezione civile del 12 aprile in seguito al decreto interministeriale "porti chiusi" di cinque giorni prima. Circa 13mila persone sono transitate sulle imbarcazioni affittate dallo Stato e gestite dalla Cri, mentre al momento solo poche decine sono a bordo (fonte: Cri).
Le "criticità" individuate dalle associazioni riguardano tre piani. Sanitario: oltre alle preoccupazioni che l'ambiente delle navi faccia crescere i rischi di contagio invece di ridurli, ci sono quelle per l'acuirsi di pregressi problemi di salute e disagio psicologico. "Il caso più drammatico è di un 22enne tunisino in quarantena sul traghetto Moby Zazà che nella notte del 20 maggio si è gettato in mare e ha perso la vita", si legge nel rapporto. A livello giuridico sono stati riscontrati profili discriminatori, visto che questa prassi riguarda solo gli stranieri, e di violazione delle procedure d'asilo, in casi documentati da Asgi e Msf. "Il decreto che ha chiuso i porti è stato emanato sulla base di un presupposto che non si è verificato: che i migranti sbarcati avrebbero intasato il sistema sanitario nazionale", ha sottolineato Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato esperto di diritto dell'immigrazione. Infine, dal punto di vista economico è stato calcolato che ogni migrante a bordo delle navi costa allo Stato 150-200 euro al giorno. "Quattro-cinque volte quanto l'accoglienza a terra. E le stime sono per difetto perché molti atti non si possono consultare", afferma Fausto Melluso, responsabile migrazioni di Arci Sicilia. La richiesta al governo è di mettere fine a questo sistema.
di Francesca Berardi
Il Domani, 15 dicembre 2020
Alla fine del febbraio 2017, appena un mese dopo l'inaugurazione della presidenza di Donald Trump, l'allora procuratore generale Jeff Sessions dava ufficialmente il via alla luna di miele tra la nuova amministrazione e il settore delle prigioni private.
Con una nota lunga appena un paragrafo cancellava la raccomandazione data dalla precedente amministrazione Obama al Bureau of Prisons, l'agenzia responsabile per le carceri federali, di ridurre o non rinnovare i contratti con società private. Il memorandum di Obama, secondo Sessions, aveva messo "il Bureau in condizioni di non poter affrontare le future necessità del sistema penitenziario federale".
Per questo, ordinava all'agenzia di "tornare all'approccio di prima", dando così anche a intendere che tra le sue priorità non c'era certo quella di ridurre il numero di carcerati. Nell'arco di poche ore le azioni delle due principali imprese americane del settore, Geo Group e Core Civic, che avevano ripreso quota già dall'annuncio della vittoria di Trump, segnarono numeri da record, rassicurando gli investitori per i quattro anni a venire.
Esattamente l'opposto di quanto accaduto un mese fa, quando la vittoria del democratico Joe Biden ha iniziato a essere palese per tutti, o quasi. Nella prima settimana dopo l'election day, entrambe le società hanno perso alla borsa di New York tra i115 e il 20 per cento. Tra gli impegni che Biden ha voluto ereditare dall'ala più a sinistra del suo partito, c'è infatti quello di tornare sulle orme di Obama nell'opporsi alla privatizzazione delle carceri. Il business dell'incarcerazione Nel corso della sua campagna ha promesso di mettere fine al business dell'incarcerazione, quantomeno a livello federale.
La misura, come anticipato da un portavoce del presidente eletto, dovrebbe coinvolgere sia il Bureau of Prisons che un'altra agenzia federale, la Us Immigration and Customs Enforcement (Ice), preposta al controllo dell'immigrazione e delle frontiere. Quasi l'80 per cento degli immigrati detenuti negli Stati Uniti si trova infatti in Centri di detenzione privati, inclusi quelli rivolti a intere famiglie e aperti proprio durante l'amministrazione Obama, con una scelta che fu duramente criticata. Il dibattito politico sulla privatizzazione delle prigioni va avanti da decenni negli Stati Uniti, quantomeno da quando, nel 1997, il governo federale ha cominciato ad appaltare la gestione e costruzione di alcune delle sue prigioni a società private, cosa che diversi stati già facevano dagli anni ottanta.
Tuttavia il discorso è molto più antico e affonda le sue radici nelle pratiche emerse soprattutto negli stati del sud dopo la guerra civile, in seguito all'abolizione della schiavitù: in mancanza di schiavi, i proprietari delle piantagioni stringevano accordi con le autorità locali per sfruttare i detenuti, che in ogni caso restavano per la maggioranza neri. Senza entrare in digressioni storiche, basti pensare che il carcere di massima sicurezza della Louisiana è conosciuto come "Angola" dal nome della piantagione che ha rimpiazzato. L'importante è il profitto Sebbene il tema dello sfruttamento del lavoro dei carcerati rimanga valido ancora oggi, con alcuni stati come l'Arkansas che non impongono alcun tipo di remunerazione, ciò che viene criticato alle carceri private è appunto un approccio che, per loro stessa natura, predilige il profitto sulla riabilitazione.
Diverse testate americane se ne sono occupate in modo approfondito. Nel 2014, un giornalista di Mother Jones, Shane Bauer, si è fatto assumere come guardia carceraria in una prigione statale gestita da Core Civic. Dalla sua indagine ed esperienza da insider, durata quattro mesi, è emerso un mondo in cui i detenuti sono ancora più esposti a violenza e abusi, mentre il personale viene preparato e remunerato al minimo, e i programmi per la riabilitazione ridotti all'osso.
"Una delle ragioni per cui i peggiori abusi nelle carceri americane avvengono dentro strutture private è che queste non sono sottoposte allo stesso tipo di monitoraggio di quelle pubbliche", spiega David Fathi, direttore del National Prison Project dell'American Civil Liberty Union (Aclu), una secolare organizzazione che si occupa di difendere i diritti garantiti dalla costituzione e le libertà civili degli americani. "Per esempio la legge che garantisce accesso ai documenti governativi, la Freedom of Information Act, non si applica a queste compagnie private".
Lo stesso, spiega Fathi, vale per un'altra legge, la Open Meeting Law, riguardante la trasparenza delle riunioni tra rappresentanti di enti pubblici. Coloro che invece difendono la privatizzazione delle carceri, come Sessions nella sua breve nota, sostengono che risponda in modo cosa effective, ovvero economicamente conveniente, al bisogno di posti letto nelle prigioni, in altre parole che aiuti a ridurre i costi dell'incarcerazione di massa diventandone di fatto il principale business parassita.
Con oltre due milioni di persone recluse, gli Stati Uniti continuano infatti a registrare il più alto tasso di incarcerazione al mondo. Anche se nelle carceri private è rinchiuso meno del 10 per cento della popolazione carceraria americana, si parla di centinaia di migliaia di persone. Per un business con un valore complessivo di miliardi di dollari.
Nel corso dell'ultimo anno fiscale, più della metà dei ricavi di Geo Group e Core Civic provenivano dal governo federale. Geo Group, in assoluto la società più grande nel settore, ha firmato con Washington contratti per 900 milioni di dollari, quasi il doppio rispetto all'ultimo anno della presidenza Obama. La felice relazione tra le compagnie che gestiscono strutture di detenzione private e l'amministrazione uscente, negli ultimi quattro anni si è consolidata in diversi momenti, anche non sospetti.
Ad esempio quando Trump ha deciso di firmare prima di quanto stabilito la sua controversa riforma fiscale, alle porte del Natale 2017. Per le grandi compagnie nel campo delle prigioni private, e per i loro azionari, è stata una manna dal cielo: "l'affitto" delle celle al governo era stato, già da tempo, riconosciuto come equiparabile a un'operazione immobiliare e dunque avrebbe goduto di significativi sgravi sulle tasse. D'altronde le società coinvolte non hanno risparmiato per sostenere l'ascesa politica di Trump, né nel 2016, né quest'anno. Nel corso delle scorse elezioni, oltre ad aver contribuito generosamente alla sua campagna elettorale attraverso un super Pac repubblicano, Geo Group aveva donato 250mila dollari per l'inaugurazione.
A curare gli interessi della società a Washington, negli ultimi anni, è stato Brian Ballard, considerato il più potente lobbista nella cerchia di Trump. Inoltre il fondatore e amministratore delegato di Geo Group, George Zoley, frequentava regolarmente i resort del presidente e aveva spostato la conferenza annuale della sua azienda nel suo golf club di Dorai, alle porte di Miami. Insomma tutto era stato predisposto affinché gli affari andassero bene e così è stato. Fino a ora. "L'elezione di Biden è un colpo duro per il settore delle prigioni private - conferma Fathi. Il governo federale è il loro cliente maggiore, quindi perderlo potrebbe stenderle al tappeto".
Tuttavia, spiega il direttore del National Prison Project, è importante che Biden estenda l'intenzione di chiudere i contratti anche per quanto riguarda la detenzione degli immigrati, o meglio ancora che riduca questo tipo di incarcerazione fino a porne fine.
Durante l'amministrazione Trump sia Geo Group che Core Civic hanno infatti stretto nuovi contratti a lungo termine con l'Ice e rescinderli non sarà così semplice. È anche puntando sulla detenzione degli immigrati senza documenti che il settore -punta di sopravvivere all'era Biden, oltre ad aver già pianificato una diversificazione dei servizi, come l'espansione dei programmi di riabilitazione post carcere. "il numero di persone rinchiuse nelle carceri federali è già in diminuzione dal 2011 e Biden dovrebbe puntare a diminuirla ulteriormente", spiega Fathi.
Biden, che è stato criticato per aver in passato sostenuto leggi dure in materia di lotta al crimine e alla droga, in vista di queste elezioni si è detto deciso a decriminalizzare reati minori, come l'uso e possesso di marijuana.
"È assolutamente possibile che riesca a rispettare la sua promessa e a mettere fine alla privatizzazione delle carceri - dice Fathi - Negare alle persone la propria libertà, chiuderle in una gabbia, può essere fatto solo da un governo democratico e responsabile delle proprie azioni, non da una società privata il cui obiettivo è massimizzare i profitti".
di Franco Corleone
L'Espresso, 14 dicembre 2020
Pare che a gennaio inizierà la campagna di vaccinazione contro il virus che ha provocato una pandemia terribile e che in Italia ha provocato tanti morti, troppi e ha messo in luce la debolezza del sistema sanitario. La scelta di trasformare le unità socio-sanitarie in aziende e la affermazione della centralità dell'ospedale con il contestuale indebolimento della medicina territoriale si è dimostrata un fallimento culturale e gestionale.
di Giada Ferraglioni
open.online, 14 dicembre 2020
Nonostante le accortezze e i mesi di assestamento, nelle carceri italiane i casi sono aumentati. Alessio Scandurra dell'Associazione Antigone ha spiegato a Open il perché. Nell'occhio del ciclone della pandemia le Rsa ma anche le carceri. Sono questi i luoghi dove residenti e detenuti hanno subito più di tutti le conseguenze dell'isolamento imposto dal Coronavirus.
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 14 dicembre 2020
Un piano operativo per la vaccinazione anti-Covid dei detenuti, della polizia penitenziaria e del personale amministrativo e socio-sanitario in servizio nelle circa 200 carceri italiane. A invocarlo è l'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Italiane (Ucpi) che, in un documento ufficiale, stigmatizza l'inerzia delle istituzioni sul fronte della tutela sanitaria di chi vive e lavora in prigione. Una denuncia condivisa da Stefano Anastasia, garante dei detenuti della Regione Lazio, che si chiede: "Come mai i detenuti e le detenute non sono elencati tra le categorie alle quali l'antidoto al Covid-19 sarà somministrato con priorità?".
di Mario Consani
Il Giorno, 14 dicembre 2020
Quarant'anni in prima linea: dall'incontro con Cavallero, all'omicidio di Turatello, al suicidio di Cagliari. Ha creato il modello "Bollate". È partito giovanissimo dal carcere di Pianosa ed è arrivato fino al Ministero, numero 2 del dipartimento che sovrintende all'intero sistema penitenziario. Un vero e proprio giro d'Italia a tappe lungo 40 anni tra i reclusi di Nuoro, Asinara, Taranto, Brescia, Piacenza, Milano San Vittore.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 14 dicembre 2020
Continua ad allungarsi l'elenco dei rappresentanti della politica colpiti da provvedimenti giudiziari, stritolati nel tribunale mediatico e poi risultati innocenti. Bisogna aggiornare a cadenza settimanale l'interminabile elenco dei rappresentanti della politica colpiti da provvedimenti giudiziari, stritolati nel tribunale mediatico e poi risultati innocenti.
Prima di tutti Calogero Mannino, assolto definitivamente in Cassazione dopo 29 (ventinove!) anni di calvario (anche in carcere e agli arresti domiciliari) per accuse inverosimili, ma prese per buone da magistrati che godono di un prestigio immeritato, ora risultate del tutto infondate. Poi Nunzia Di Girolamo, di Forza Italia, assolta dopo sette anni di indagini per non aver commesso alcun fatto.
Giusto per la cronaca, assolto in settimana anche Fabio Riva dell'ex Ilva, in una vicenda che ha comunque cambiato il panorama industriale italiano, con il sacrificio di un innocente. I nuovi arrivati si aggiungono così al caso più recente di Antonio Bassolino, assolto per la diciannovesima volta perché "il fatto non sussiste", agli assolti Filippo Penati, figura di rilievo del Pd, Cota, ex governatore del Piemonte, Francesco Storace ex governatore del Lazio (centrodestra), Leopoldo Di Girolamo ex sindaco Pd di Terni, l'ex sindaco di Parma Pietro Vignali (Forza Italia), Clemente Mastella e la moglie Sandra Lonardo, sottoposta a forti misure restrittive.
E poi, per non dimenticare: assolto Nicola Cosentino, ex re campano di Forza Italia, nemmeno indagato l'ex ministro Maurizio Lupi, costretto a dimettersi perché "coinvolto" in un'inchiesta, idem per l'ex ministra Federica Guidi, data in pasto all'opinione pubblica, assolto l'ex presidente dell'Emilia Romagna Vasco Errani, la ligure Raffaella Paita (Pd), l'ex assessore fiorentino del Pd Graziano Cioni, Roberto Maroni, ex leader della Lega ed ex governatore della Lombardia, l'ex senatore Pd della Basilicata Salvatore Margiotta, l'ex sindaco di centrosinistra di Roma Ignazio Marino. Assolti Raffaele Fitto, ex presidente di centrodestra della Regione Puglia, Beppe Sala, attuale sindaco di Milano, Renato Schifani, ex presidente del Senato di Forza Italia.
Ovviamente bisognerà aggiungere nomi meno noti di politici assolti, nonché i nomi la cui assoluzione non è definitiva e dunque ancora controversa, per non dare appigli ai giornalisti manettari che vedono le assoluzioni, simbolo di una stagione politico-giudiziaria fallimentare, come il fumo negli occhi.
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