di Maria Nudi
La Nazione, 19 marzo 2021
Diligenti e appassionati, con il loro profitto alzano il morale dei docenti nel momento degli scrutini. Sono i detenuti-studenti della casa di reclusione di via Pellegrini a lodarli con tono commosso e con grande soddisfazione è stata la dirigente scolastica dell'istituto "Barsanti" Addolorata Langella.
Il progetto scuola-carcere ha fatto un altro passo avanti e grazie al Pon Fesr Smartclass promosso dal ministero della istruzione, nell'ambito del progetto Classe Connessa, cinquemila euro sono stati investiti per dotare la scuola carceraria di via Pellegrini di mezzi informatici all'avanguardia. Sono stati acquistati cinque computer portatili di nuova generazione, cinque proiettori Acer, un carrello stazione di ricarica per custodia ed una grande lavagna interattiva. L'informatica all'avanguardia ha fatto ingresso nella scuola carceraria e ancora una volta grazie alla attività di didattica che da sempre fa parte della tradizione dello istituto penitenziario le barriere della casa di reclusione sono state idealmente abbattute. La società civile, in questo caso, la scuola è entrata nella quotidianità dei detenuti, circa un centinaio, che frequentano la scuola.
"La scuola è il vostro futuro. Le competenze che acquisterete studiando vi permetteranno di tornare in pista quando uscirete da questa pausa dalla società civile. Lo studio vi permetterà di trovare un lavoro. E in questo periodo di pandemia voi avete la possibilità di studiare in presenza. L'abbandono scolastico è spesso causa di delinquenza", ha spiegato la direttrice Maria Cristina Bigi nell'incontro tra il personale didattico, le dirigenti Addolorata Langella, Mariarita Mattarolo del CPA Massa Carrara, il personale didattico e una rappresentanza di detenuti studenti. Un momento significativo per i detenuti studenti.
"Abbiamo acquistato con i fondi del ministero e grazie all'impegno del personale delle segreterie strumenti informatici all'avanguardia che vi permetteranno di studiare in modo migliore grazie alle caratteristiche dei programmi operativi", ha spiegato Addolorata Langella visibilmente emozionata che ha lodato gli studenti della casa di reclusione di via Pellegrini perché in occasione degli scrutini hanno buone valutazioni.
"L'acquisto di mezzi informatici all'avanguardia significa che l'apparato scuola, dal ministero della istruzione, ai dirigenti, ai docenti credono in voi. Ricordate sempre che noi tutti oltre ad essere chi siamo anche cosa sappiamo fare. La scuola, lo studio sono importanti: vi permetteranno quando riprenderete le vostre vite di farlo in modo migliore.
Lo studio produce un profondo cambiamento, sarete diversi in modo positivo rispetto a prima. Potrete avere delle occasioni migliori, studiare cambia la prospettiva di vita. Credete in voi", ha concluso Maria Cristina Bigi. Un momento di confronto e di dialogo terminato con il grazie dei detenuti studenti ai dirigenti e docenti e naturalmente alla loro direttrice che chiamano di nome: oltre le barriere anche del linguaggio.
di Luca Tancredi Barone
Il Manifesto, 19 marzo 2021
La Spagna è diventata il settimo paese al mondo (il quarto in Europa) a garantire il diritto all'eutanasia. Con la legge approvata in via definitiva dal Congresso dei deputati, l'ordinamento giuridico accoglie un nuovo diritto, quello alla morte degna. La sanità pubblica dovrà inserirla fra i servizi offerti su tutto il territorio nazionale. A favore di questa legge, proposta da socialisti e Unidas podemos, tutti i partiti, con l'eccezione di Vox e Partito popolare.
La società spagnola dibatte sul tema ormai da più di 20 anni. Nel 2004 il regista Alejandro Amenabar, in Mare dentro, raccontava la vicenda di Ramón Sampedro, un tetraplegico che riuscì finalmente a porre fine alla sua vita nel 1998 dopo anni di lotta per ottenere il diritto al suicidio assistito. Il caso ebbe un'enorme eco mediatica e Izquierda Unida fu il primo partito a presentare la prima proposta di legge in tal senso. Allora ottenne solo 25 voti: più di 20 anni dopo, i voti a favore nel Congresso sono diventati 202 (su 350).
Numerose in questi anni le drammatiche storie di persone che hanno lottato per questo diritto, tutte ricordate ieri durante l'ultimo dibattito: da Maria José Carrasco, la donna affetta da sclerosi multipla avanzata che aveva pregato il marito di aiutarla a morire (il marito è sotto processo per averle somministrato il farmaco letale), a Maribel Tellaetxe, che aveva chiesto a figli e marito di aiutarla a morire quando l'Alzheimer le avesse cancellato il loro nome dalla memoria, fino a Antoni Monguilod, malato di Parkinson che per anni aveva chiesto alla moglie di aiutarlo a morire, ma non voleva finisse nei guai come il marito di Carrasco. Secondo sondaggi come quello di Metroscopia, l'appoggio della società a questa norma è oggi intorno al 90% (era solo del 50% negli anni 90).
La nuova norma, che allinea la Spagna a paesi come Belgio, Lussemburgo, Olanda, Canada e Colombia, prevede che i residenti in Spagna da almeno un anno, maggiorenni che soffrano di "una malattia grave e incurabile" o di "una patologia cronica, grave e impossibilitante", che provochi "una sofferenza fisica e psichica intollerabile", capaci di intendere e volere, in "maniera autonoma, cosciente e informata" possano avvalersi di questo nuovo diritto. Ne dovranno fare richiesta scritta (a meno di esserne impossibilitati), dopo essere stati informati correttamente e per iscritto sul loro stato di salute e sulle alternative di cure palliative disponibili. La decisione potrà essere inserita nel testamento biologico o documento equivalente e potrà essere revocata o ritardata in qualsiasi momento.
La richiesta dovrà essere ripetuta dopo 15 giorni: a quel punto verrà consultato un secondo medico, che dovrà stilare un rapporto. Poi interviene una commissione di garanzia multidisciplinare regionale, che in due giorni deve nominare un medico e un giurista. In una settimana dovranno stabilire se vengono rispettati tutti i requisiti. Contro una eventuale decisione negativa il paziente potrà fare ricorso. Tutto il processo dura circa un mese.
La modalità potrà essere quella dell'eutanasia attiva (con l'intervento dei medici), o quella del suicidio assistito (il paziente si potrà somministrare un farmaco), e potrà avvenire in ospedale, clinica o nel proprio domicilio. I medici potranno fare obiezione di coscienza. L'approvazione della legge è stata salutata da un lungo applauso dei parlamentari presenti in aula (gli altri partecipavano telematicamente), mentre i deputati di Vox esibivano cartelli minacciando di fare ricorso al Tribunale costituzionale (ne hanno facoltà, avendo più di 50 deputati).
La legge entrerà in vigore dopo tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta, ma già dal giorno dopo le comunità autonome potranno iniziare il procedimento per nominare le commissioni: è stato l'unico emendamento approvato al Senato, assieme alla possibilità che nelle commissioni entrino anche infermieri. Dovranno esserci almeno sette persone, ma i criteri sono lasciati ai governi locali.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 marzo 2021
Il saggio del giudice Antoine Garapon e del filosofo Jean Lassèguek. Aule chiuse, monitor accesi. Così, durante la pandemia, ha preso forma il processo penale telematico, un grande contenitore, tenuto nel cassetto per anni, in cui coesistono sia necessarie e importanti innovazioni nel segno della semplificazione, sia novità preoccupanti in termini di garanzie. In effetti, se da un lato è stato finalmente implementato, con non poche difficoltà e inefficienze, l'accesso al fascicolo digitale, dall'altro si è imposta l'udienza da remoto, modalità difficilmente compatibile con i principi cardine del processo penale.
Proprio del travolgente impatto del digitale sull'essenza stessa del rito e, più in generale, del difficile rapporto tra innovazione tecnologica e giustizia, si sono occupati Antoine Garapon e Jean Lassègue ne "La giustizia digitale. Determinismo tecnologico e libertà", edito in Italia da Il Mulino. In questo saggio gli autori riflettono su rischi, pericoli e opportunità della digitalizzazione della giustizia, tenendosi distanti tanto da un approccio di tipo negazionista - di negazione cioè dell'esistenza del digitale e dei suoi possibili usi applicati alla giustizia -, quanto da un ingenuo entusiasmo tecnofilo, figlio, al contrario, di una cieca e acritica fiducia nei confronti della tecnica, fondata sull'errata convinzione che quest'ultima possa dare vita a entità infallibili e dalle proprietà divinatorie.
"Ogni società non consacra forse le proprie risorse a ciò che ha valore ai suoi occhi?", si chiedono il giudice e il filosofo francesi. Domanda che, meno elegantemente, si potrebbe riformulare in questo modo: "è giusto sacrificare diritti e garanzie processuali sull'altare dell'efficientismo?".
Infatti, se è vero che il processo da remoto comporta meno costi per l'amministrazione rispetto a quello celebrato in tribunale, è altrettanto vero che "le interazioni sullo schermo sono ridotte a uno scambio di informazioni a metà strada fra lo scambio fisico e la comunicazione via mail". Questo perché "il video priva la relazione giudiziaria del linguaggio del corpo e di tutto quello che suscita la compresenza". In un processo, invece, bisognerebbe poter "accompagnare la propria parola a una postura fisica e a una concentrazione adeguate. La parola acquisisce forza di persuasione grazie a una particolare gestualità". Il rito senza questi elementi si smaterializza, dà vita ad una "aleaturgia digitale" nel segno della discontinuità: fra rituale e procedura, tra comunicazione e informazione, fra gesto e parola. L'impressione è quella di assistere ad una simulazione malriuscita dell'udienza in presenza: "ritroviamo in questo la stessa differenza che corre tra leggere un testo religioso sul proprio e- reader sulla metro o salmodiarlo in una sinagoga. L'effetto prodotto non è lo stesso poiché il formalismo del linguaggio informatico non gode della stessa capacità trasformativa del formalismo rituale".
La forma, d'altronde, è sostanza, come dimostra una recentissima ricerca condotta dalla University of Surrey da cui emerge un dato preoccupante: nei procedimenti da remoto, oltre al numero delle sentenze di condanna, aumenta anche la severità delle pene concretamente irrogate.
Al di là del processo telematico, gli autori affrontano, tra i tanti aspetti, anche quello della giustizia predittiva. La rarefazione dei giudizi, l'atrofizzazione delle conoscenze giuridiche rispetto a quelle informatiche e la proliferazione del conformismo giudiziario sono solo alcuni dei possibili effetti della predictive justice.
Essa, infatti, sarebbe in grado, secondo Garapon e Lassègue, non tanto di far scomparire il campo giuridico, quanto di annetterlo, degradando la "conoscenza del diritto ad una qualità quasi secondaria per il giurista". In definitiva, "La giustizia digitale" si presenta non solo come un'utile bussola per affrontare il tema del difficile equilibrio tra innovazione e garanzie individuali, ma anche come una lettura indispensabile per decifrare l'enigma dell'informatica applicata al diritto.
di Alessandra rizzo
La Stampa, 19 marzo 2021
Il piano della ministra Patel per allontanarli dal territorio nazionale. "I richiedenti asilo saranno trasferiti a Gibilterra o sull'Isola di Man". Dopo un anno record per numero di migranti che hanno attraversato il Canale della Manica, il Regno Unito di Boris Johnson si prepara a dare una stretta, e lo fa con una proposta che scatena polemiche prima ancora di essere annunciata: potrebbe deportare i migranti che facciano richiesta di asilo politico all'estero così da allontanarli dal territorio nazionale.
Le associazioni umanitarie insorgono, gli esperti di diritto prevedono una battaglia giudiziaria e le opposizioni parlano di idea "inumana". La ministra dell'Interno Priti Patel, falco del Partito Conservatore che ha da sempre una linea dura sull'immigrazione sebbene sia lei stessa figlia di immigrati, presenterà la settimana prossima un pacchetto di misure per una riforma del sistema post-Brexit. Tra le proposte ci sarebbe quella di creare all'estero dei centri in cui far alloggiare i migranti mentre le loro richieste di asilo politico vengono esaminate.
Secondo il Times, che insieme ad altri quotidiani inglesi ha dato la notizia, tra le possibili destinazioni ci sono Gibilterra, territorio britannico, e l'isola di Man, al largo delle coste britanniche, una dipendenza del Regno Unito. Peccato che entrambi i governi abbiamo immediatamente protestato. Il Primo Ministro di Gibilterra, Fabian Picardo, ha fatto sapere di non avere avuto nessun colloquio con Londra, ma ha detto di nutrire "serie preoccupazioni" di fronte a un'ipotesi "completamente impraticabile".
Dall'isola di Man, il primo Ministro Howard Quayle paragona l'ipotesi ad un pesce d'aprile. La Turchia sarebbe un'altra opzione. L'idea, una politica già adottata dall'Australia, non è del tutto nuova nemmeno per il Regno Unito. Nei mesi scorsi si era paventata la possibilità di mandare i richiedenti asilo politico in territori d'oltremare nell'Oceano Atlantico, o a bordo di navi da crociera per creare centri di smistamento galleggianti.
Ipotesi poi giudicate irrealistiche dal governo. Ma gli ultimi dati sul numero di sbarchi avranno rinforzato la determinazione di Patel. Nel 2020, circa 8.500 migranti sono arrivati sulle coste del Kent a bordo di gommoni o altre imbarcazioni di fortuna. Dall'inizio di quest'anno, secondo alcune stime di associazioni umanitarie, il numero sarebbe già di 800.
A destare preoccupazione sono anche le squallide condizioni di alcuni dei centri in cui sono attualmente detenuti gli immigrati: in un'ex caserma dell'esercito in cui centinaia di rifugiati hanno contratto il Covid si sono verificate nelle settimane scorse proteste violente, e un incendio che la polizia sospetta sia stato doloso. Downing Street non ha confermato, ma nemmeno smentito la notizia. "Stiamo cercando di capire cosa possano fare gli altri Paesi", ha detto un portavoce. "Dobbiamo aggiustare un sistema che è rotto, per renderlo severo ma giusto".
Patel ritiene che la misura non solo possa ridurre sensibilmente il numero di sbarchi, ma incontri anche il sostegno dell'opinione pubblica. Altre misure incluse nel pacchetto prevedono l'ergastolo per i trafficanti di esseri umani e controlli più severi sull'età dei richiedenti asilo, dopo casi in cui persone adulte si sono spacciate per minori. Il governo spera di presentare un disegno di legge entro la fine dell'anno.
Ma secondo alcuni esperti, l'idea di deportare chi arriva sul territorio britannico in attesa di una decisione sull'asilo politico rappresenterebbe una violazione della convenzione delle Nazioni Unite per i diritti dei rifugiati, esponendo il governo a potenziali azioni legali di fronte alle corti per i diritti umani. "Questa misura non fa nulla per affrontare il motivo che spinge le persone ad intraprendere un viaggio tanto pericoloso", ha detto la Croce Rossa Britannica. Per i laburisti si tratta di un'idea "assurda", che dimostra come il governo "abbia perso il controllo e la compassione", mentre per il liberal democratici è una proposta "impraticabile e inumana".
di Marco Palombi
La Repubblica, 19 marzo 2021
Da più di 55 anni è nelle aree più povere del pianeta, tra guerre e calamità. A fianco di chi è colpito più duramente, con l'ambizione di rompere il ciclo delle povertà l'Ong è presente in 31 paesi di Africa, Medio Oriente, America Latina e Caraibi, con 225 progetti umanitari
Rompere il ciclo delle povertà. È questa la missione e l'ambizione che ispira da oltre 55 anni l'Ong Coopi, oggi presente in 31 paesi di Africa, Medio Oriente, America Latina e Caraibi, con 225 progetti umanitari che raggiungono 5.233.639 persone. Dal 1965 ad oggi ha aiutato più di 100 milioni di persone, con 2.300 progetti in 71 Paesi, impiegando 4.700 operatori espatriati e 60.000 operatori locali. L'obiettivo, peraltro comune a tutte le Ong italiane, è quello di contribuire a costruire un mondo senza povertà e realizzare nei fatti gli ideali di eguaglianza e giustizia, di sviluppo sostenibile e coesione sociale, nell'incontro fra i popoli.
La storia dell'Ong e la conversione laica. Tutto cominciò il 15 aprile 1965, quando padre Vincenzo Barbieri fondò Coopi. Prese così il via un lungo cammino durante il quale la Cooperazione Internazionale italiana, con tutte le sue molteplici voci, cresceranno e si trasformeranno assieme. Ma tutta la storia cominciò prima del 1965, già nel 1961, quando il giovane gesuita Vincenzo Barbieri venne inviato dai superiori a studiare a Lione alla Facoltà di Teologia, in vista di una futura partenza per il Ciad come missionario. In Francia incontra un ambiente culturale molto più vivace ed aperto rispetto a quello che permeava la provincia italiana negli anni precedenti al Concilio Vaticano Secondo ed entra in contatto con movimenti laici internazionali impegnati da anni nel volontariato nei Paesi in via di sviluppo. Nel 1962 Barbieri rinuncia a partire come missionario e rientra a Milano, con l'intenzione di formare volontari pronti a partire per il Sud del mondo. È a lui, forse, che deve essere attribuito il merito di aver introdotto la componente laica nelle missioni.
"Ho solo seguito il vento". È probabilmente nelle pagine del libro con questo titolo (Editrice Missionaria Italiana, pp. 240, euro 14,00, prefazione di Andrea Riccardi) che per la prima volta viene ricostruita la storia di Coopi e del suo fondatore, dotato di straordinario carisma. Scritto da due dei protagonisti e amici di padre Barbieri, Luciano Scalettari, per anni inviato in Africa, e il medico Claudio Ceravolo, oggi presidente della Ong. Il volume prende spunto da una delle frasi più celebri di padre Barbieri: "Ho incontrato questa realtà di laici che partivano, e anch'io sono andato dove soffiava il vento".
di Daniele Manca e Gianmario Verona
Corriere della Sera, 19 marzo 2021
L'infodemia opera come una qualsiasi malattia nel corpo umano: insinua il virus, il contagio virale ed esponenziale di una informazione bacata che infetta il sistema. "Covid non è la storia di un'epidemia, ma di due". David J. Rothkopf nel 2003 sul Washington Post, attaccava così il suo articolo. Al posto di Covid c'era un'altra parola: "Sars". Quel pezzo fece storia. Era intitolato "When the Buzz Bites Back", traducibile più o meno con: "Quando le dicerie (le voci, i pettegolezzi) ti si rivoltano contro". In quell'inchiesta il politologo e giornalista coniava un termine che oggi usiamo correntemente: infodemia. La contrazione tra informazione ed epidemia.
La spinta a scrivere l'articolo in questione veniva dal fatto che le informazioni sulla Sars si erano diffuse molto più velocemente dell'epidemia stessa. Informazioni basate su false voci e notizie non affidabili che avevano portato a sopravvalutare gli effetti della sindrome acuta respiratoria grave. Quanto oggi il Covid sia invece pericoloso ce lo ricordano drammaticamente le centinaia di morti che nel nostro Paese siamo costretti a registrare quotidianamente.
E che ieri nella giornata a loro dedicata abbiamo celebrato solennemente nella città martire di Bergamo alla presenza del premier, Mario Draghi. Ma Rothkopf riconoscerebbe nella vicenda europea sulla sospensione del vaccino AstraZeneca quanto accadde negli anni della Sars. Solo che questa volta ci sono di mezzo i governi, i decisori. Nemmeno loro esenti dall'infodemia che, diffusa prima tra i cittadini, è arrivata a spingere buona parte dei leader europei a sospendere per alcuni giorni l'immunizzazione della popolazione attraverso il preparato della società anglo-svedese. Ieri l'agenzia europea sui farmaci, l'Ema, ci ha detto che il vaccino è "sicuro ed efficace". E oggi in Italia si riparte.
L'accaduto ci dà la misura di quanto sia insufficiente la consapevolezza, a qualsiasi livello, della profonda trasformazione operata da quel protocollo di comunicazione che chiamiamo Internet. L'infodemia opera come una qualsiasi malattia nel corpo umano: insinua il virus, il contagio virale ed esponenziale di una informazione bacata che infetta il sistema e lo rende succube di una notizia imperfetta, che il telefono senza fili del web trasforma in poco tempo in verità assoluta. Perché, a differenza del telefono normale, che nella vita analogica ha almeno sei gradi di separazione con relativi ritardi, quello senza fili della Rete è immediato e senza soluzione di continuità.
L'infodemia è figlia di Internet, la tecnologia che con tutti i suoi pregi e difetti ci lega ogni giorno per ore al cellulare sui meme che ci fanno ridere, sui commenti degli hater che ci fanno disperare, e che non è ancora riuscita a trovare un antidoto ai problemi endemici che la caratterizzano. Si può palesare soprattutto quando succede qualcosa di importante a livello globale. La abbiamo vista alla prova durante Brexit e le elezioni americane del 2016. La forza di cui si nutre è il creare inutili contrapposizioni, per poi arrivare a sentenze assolutistiche.
C'è il Covid, è giusto stare chiusi o rimanere aperti? L'infodemia dà una risposta precisa a una sollecitazione che di risposte non ne ha, se non a livello ideologico. "È inutile chiudere, anche se le terapie intensive stanno tracimando e i dati sul contagio dimostrano che siamo vicini al collasso?". O viceversa: "Chiudersi tutti in casa evitando qualsiasi contatto?". L'infodemia favorisce l'approccio al mondo fatto di bianchi e neri, senza grigi, ha sempre una risposta semplice a qualsiasi problema complesso. Peccato che quella risposta sia sbagliata direbbe George Bernard Shaw.
Vax o No vax? Vaccino sì, vaccino no, canterebbe Elio reinterpretando "La Terra dei Cachi" di questi tempi sanremesi 25 anni dopo. Fino ad arrivare a conclusioni catastrofiche come: lo sai che se ti vaccini alimenti solo il fatturato delle multinazionali farmaceutiche e ti inietti qualcosa che rende il tuo organismo nel tempo soggetto a patologie croniche?
E quando si parte con la vaccinazione ecco arrivare alle domande che di scientifico non hanno niente ma alimentano il dubbio che ha insita la (semplice) risposta: vaccino di serie A o vaccino di serie B? Alcuni vaccini sono meglio di altri? Scientificamente impossibile stabilirlo a pochi mesi dal lancio sul mercato. E, come in questo caso, certamente sono diversi i meccanismi di funzionamento (alcuni impiegano la tecnica innovativa dell'mRNA, altri si basano sulla metodologia più tradizionale dell'inoculazione della molecola non infetta per creare anticorpi) e possono essere diversi gli effetti collaterali a breve (alcuni producono febbre, altri no).
Ma, diceva ancora Rothkopf, se la malattia è l'infodemia, la conoscenza è la cura. Capire come si diffonde, quali ne sono i meccanismi profondi. Non sappiamo se si riuscirà a neutralizzarla. Di sicuro è una partita che non possiamo non giocare. Tutti noi, cittadini semplici, politici e governanti, abbiamo difficoltà a distinguere tra percezione e realtà.
Ma, come ci ha raccontato il medico Hans Rosling nel suo Factfullness, peccato che la percezione con la realtà abbia poco a che fare. Abbiamo bisogno di vaccinarci con dosi di razionalità informativa. Nutrendoci di scienza che parla di fatti e che illustra i dati a fronte delle opinioni. E quando si basa sulle sole opinioni che queste siano basate sulla logica e non solo sul buon senso o peggio sulla superstizione. Non sarà facile. Perché tra le vittime dell'infodemia c'è la sua principale nemica, e nostra alleata, la scuola.
di Barbara Cottavoz
La Stampa, 19 marzo 2021
l'appello degli esperti dell'Onu all'Iran per liberare il ricercatore. Il medico con un passato all'Università di Novara è in carcere dal 2016 con l'accusa di spionaggio. Appello di otto esperti dell'Onu sui diritti umani lanciato all'Iran per liberare "al più presto" Ahmad Reza Djalali, il medico irano-svedese con un passato da ricercatore per tre anni al Crimedim (Medicina dei disastri) dell'Università del Piemonte orientale a Novara, che è detenuto dopo una condanna a morte per presunto spionaggio a favore di Israele. Secondo gli esperti dei diritti umani il ricercatore è "in condizioni critiche" e potrebbe "presto morire in prigione", dopo mesi di "isolamento" in cella con "il rischio costante di un'imminente esecuzione", dopo il rinvio dello scorso dicembre.
Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, il medico sarebbe costretto a subire privazioni del sonno e avrebbe avuto una "tremenda perdita di peso" per la mancanza di un'alimentazione adeguata. "C'è una sola parola per descrivere il grave maltrattamento fisico e psicologico di Djalali, ed è tortura", dichiarano gli esperti, tra cui la relatrice speciale sulle esecuzioni extragiudiziali, Agnes Callamard, e il relatore speciale sulle torture, Niels Melzer. Il ricercatore era stato arrestato nell'aprile 2016 durante una visita nel Paese d'origine. Amnesty International ha definito il processo a suo carico "clamorosamente iniquo".
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 19 marzo 2021
Ecco come si sta ridisegnando la mappa delle alleanze e il ruolo degli interessi cinesi. I miliziani delle minoranze attaccano le guarnigioni e sollevano le tre dita della mano a sostegno dei giovani disobbedienti anti-esercito. I Karen accolgono soldati e poliziotti che fanno defezione. La speranza di una Costituzione federale.
Con l'attenzione rivolta ai 200 morti e alle quotidiane sfide al regime militare nelle strade di tante città del Myanmar, poche informazioni soprattutto dai siti locali emergono su ciò che sta avvenendo nelle regioni a maggioranza etnica. Le cronache locali dei giorni scorsi dallo Stato Kachin, in guerra decennale per l'indipendenza, registrano il primo atto di guerra esplicitamente compiuto a favore del movimento per la disobbedienza civile iniziato dai giovani birmani dopo il golpe del primo febbraio. Lo ha compiuto l'esercito indipendentista di questa etnia a maggioranza cristiana e cattolica, in sigla Kia. È un gruppo ben armato e addestrato da decenni di guerriglia a combattere i tadmadaw, i soldati di quasi esclusiva etnia birmana-bamar che stazionano in molte aree dello Stato per controllare e sfruttare le ricche risorse dei Kachin.
L'11 di marzo, poche ore dopo che l'esercito aveva sparato contro i manifestanti del movimento di disobbedienza civile nella capitale Myitkyina, una formazione di militanti del Kia ha assaltato il quartier generale di una delle brigate dell'esercito birmano più addestrate contro ogni sommossa, la numero 333 (le altre si chiamano scaramanticamente 777 e 999). È la stessa che commise le stragi contro i Rohingya del 2017 e che nei giorni scorsi è stata impiegata a Yangon nelle aree dove si è verificato il maggior numero di vittime.
Il gesto non è passato inosservato tra i giovani e attivisti che stanno rischiando ogni giorno le loro vite senza poter contare su troppe alleanze, e nemmeno sul celebre R2P, il programma di intervento delle Nazioni Unite in caso di violazioni gravi dei diritti umani. Testimoni rivelano che dopo aver completamente distrutto l'avamposto birmano, i guerriglieri hanno alzato le tre dita in segno di solidarietà con i giovani delle piazze birmane. Nel raid avrebbero anche ucciso alcuni soldati della "333" dislocati vicino ai villaggi di Gawshi e Nant Haing non distanti da Hpakant, dove la popolazione è scappata nelle boscaglie per sfuggire al fuoco incrociato. A rivendicare la distruzione della caserma è stata una speciale brigata Kachin col numero 444, altra concessione alla cabala.
Questo evento segna il legame diretto, finora solo a parole e intendimenti, tra il pacifista CDM (della disobbedienza civile) e uno dei principali membri delle "Organizzazioni armate etniche" come il KIA, oltre che con la sua alla politica KIO. Ma il giorno dopo i guerriglieri sono andati oltre, e in uno degli attacchi armati che continuano tuttora in diverse aree dello Stato, hanno neutralizzato un'altra postazione militare a Gwi Htaw, poche miglia a nord del più controversa opera pubblica cinese, la diga di Myitsone.
Pechino s'infuriò quando il generale-presidente Thein Sein, che fondò il sodalizio Esercito-Aung San Suu Kyi nel 2011, come segno di buoni propositi annullò il progetto della grande diga osteggiato dall'intera popolazione. Quando la Lady si recò a consigliarli di "seguire la via dello sviluppo" fu investita da un lancio di pomodori, un episodio unico nella sua carriera di eroina dei diritti umani e ex leader del governo civile.
La diga è ancora ferma ma circondata da filo spinato e truppe militari. Una situazione che ricorda l'ultimo grave incidente che ha coinvolto gli interessi cinesi nella ex capitale dl Myanmar Yangon, gli incendi appiccati domenica alle super-controllate fabbriche della Repubblica popolare nel sobborgo di Hlaing Tharyar (fu colpito anche lo stabilimento di una compagnia di Taiwan probabilmente per ignoranza delle differenze). Comincia a sorgere più di un dubbio sulla versione ufficiale dei militari che accusano i giovani del movimento ribelle di esserne responsabili e di aver usato anche violenza contro gli impiegati cinesi. Un episodio in particolare mostra però quantomeno la resistenza dei militari a salvare le strutture attaccate. Diversi camion di pompieri pronti a estinguere le fiamme sono stati infatti bloccati e rimandati indietro. Se l'origine del tumulto è ancora incerta, secondo il network informativo alternativo a iniziare il raid sono stati militari in abiti civili per ottenere a seguito dell'episodio il via libera cinese per misure ancora più repressive. Ma altri attribuiscono la protesta alla spontanea decisione degli abitanti di manifestare la propria rabbia contro il sostegno di Pechino ai generali. Subito dopo i primi incidenti di domenica la giunta militare ha colto l'occasione per applicare la legge marziale in numerose "township" o borghi di Yangon. Molti abitanti dello slum vicino alle fabbriche incendiate lavoravano in vari stabilimenti dell'area gestiti da cinesi in condizioni malsane e con salari miseri. Stamane un gruppo di loro si era recato a chiedere la propria paga al titolare della fabbrica cinese di scarpe Xing Jia e per tutta risposta l'uomo ha chiamato la polizia. Nella stessa area dove domenica scorsa erano morte più di 20 persone perlopiù uccise dai militari, stamattina c'è stato un altro massacro. La prima a morire è stata un'operaia che si rifiutava di interrompere la sua protesta per la mancata paga, poi gli agenti hanno sparato contro la folla che fuggiva uccidendo altre cinque persone.
Ma l'episodio più sconcertante di ieri è avvenuto in un ospedale privato di Yangon, il Grand Hantha, dove truppe della giunta hanno sparato danneggiando l'Unità di terapia intensiva accusando i dirigenti di aver curato i manifestanti feriti. Un gesto in piena violazione di ogni norma umanitaria internazionale. In questo clima che somiglia sempre più a una guerra civile, l'ingresso in campo con le armi degli etnici Kachin è particolarmente dirompente perché per lungo tempo i guerriglieri avevano accettato il cessate il fuoco proposto dal precedente governo. Ma l'effetto del golpe sulle relazioni tra questa grossa minoranza e lo Stato dei birmani è stato devastante.
La stessa capitale è scesa quasi ogni giorno in strada per dare il suo sostegno al movimento nazionale, superando incomprensioni e perfino razzismi del passato tra le varie etnie. L'organizzazione armata e quella politica sostengono che, per loro, si tratta solo di continuare una guerra che risale al lontano 1961 per la separazione di Kachinland dall'Unione del Myanmar. A rendere più complesso di quello che sembri il ruolo dei gruppi etnici, la Cina ha spesso finanziato e armato vari gruppi separatisti, soprattutto quelli di lingua cinese come gli stessi Kachin. Voleva avere alleati territoriali ovunque anche se parallelamente Pechino manteneva strette relazioni con la giunta e l'ex governo civile. Ma la svolta è ora evidente, e un dirigente del Partito Kachin è giunto a invitare i giovani disobbedienti di tutto il paese di "non aver paura dei soldati".
Oltre ai Kachin, già divenuti sostenitori "operativi" del movimento nazionale, sarebbero già pronti alla reazione armata anche i Karen del "National Liberation Army (KNLA). Nella loro "Area liberata" hanno ospitato già una decina di poliziotti disertori oggi uniti al movimento della disobbedienza, ed erano comunque determinati già prima del golpe a reagire contro i continui bombardamenti di interi villaggi Karen con vittime, distruzioni e sfollati. L'interesse dei militari nello Stato è legato - non è nemmeno questo un caso - alla rete di difesa dell'area che sta per ospitare una città ancora in costruzione gestita da compagnie cinesi sospettate di rapporti con la mafia delle Triadi. Si chiama Shwe Kokko city, e ruota attorno a un casinò per finanziare l'impresa.
Ad osservare attentamente cosa avviene nella costellazione delle minoranze e le loro reazioni al golpe c'è un altro protagonista importante di questa fase caotica e disperata, un Comitato che opera virtualmente dagli Stati Uniti col nome di CRPH (dal nome del dissolto parlamento del Myanmar). È la vera guida politica del movimento di disobbedienza e il suo inviato speciale alle Nazioni Unite, il dottor Sasa o Salai Maung Taing, si è mostrato molto interessato a dialogare con i partiti politici etnici, comprese le loro organizzazioni armate per formare insieme un Governo di Unità nazionale dopo la sconfitta - per ora utopica - delle forze militari di Min Aung Hlaing.
Il dottor Sasa, che era un medico cristiano dello Stato Chin prima di entrare in politica e diventare deputato dell'LND, è sfuggito - fingendosi un tassista - allo stesso raid notturno dei golpisti che il primo febbraio portò in carcere Suu Kyi, il presidente e molti altri. Raggiunta l'India e da qui l'America, Sasa è stato eletto all'Onu come rappresentante del Comitato birmano della resistenza. All'inizio di marzo ha presentato una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite chiedendogli di "onorare i propri impegni nell'attuare la norma di Responsibility to Protect", la Responsabilità di offrire protezione, in sigla R2P. Si tratta di un vero e proprio piano di intervento esterno in caso di "minaccia o atti di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l'umanità e pulizia etnica".
Vista la situazione del Myanmar la richiesta dovrà inevitabilmente essere presa in considerazione anche se la Cina e la Russia porranno come immaginabile il loro veto ad ogni "interferenza" con gli affari interni di un paese membro. La stessa India sembra riluttante a schierarsi apertamente visti i grandi interessi di scambi e la necessità di contrastare Pechino con le sue mire sull'oceano indiano.
Nel frattempo il dottor Sasa è stato accusato di "alto tradimento" da un tribunale militare, ma continua la sua ricerca di alleanze dentro all'Unione. Tra gli altri gruppi armati simpatizzanti del CDM il suo incontro online ha avuto luogo con l'ala politica di un'efficiente organizzazione del popolo Shan chiamata RCSS, Consiglio per il restauro dello stato (autonomo). Non è un caso se subito dopo il webcast via Zoom una postazione della sua ala armata, lo Shan Army, è stata attaccata dall'artiglieria nel sud dello Stato.
Ma a contrastare l'asse dei gruppi etnici che sostengono i ribelli birmani c'è un altro insieme di formazioni etniche come la potente Northern Alliance che sembra schierata apertamente con la giunta militare. L'alleanza include anche l'Arakan army, fino a pochi mesi fa in aperta guerra coi tadmadaw. Ne fanno parte anche altri gruppi separatisti Shan come i Ta'ang e i Kokang, tenendo presente che diverse di queste formazioni - compreso il potentissimo esercito dei signori della droga Wa - sono state sospettate in passato di aver ricevuto cospicui aiuti dalla Cina per non intralciare i loro progetti "di cooperazione", come miniere, giacimenti di gas e dighe.
La sorte delle perlustrazioni politiche via Internet condotte dal dottor Sasa con gli altri gruppi politici e armati non allineati con la giunta è vista comunque con ottimismo, dopo che anche i leader del Chin National Front (Cnf) hanno confermato a Sasa il proprio interesse al progetto di una battaglia comune. La richiesta dei gruppi etnici nell'eventualità di giungere a un governo di unità nazionale è quella di evitare un nuovo patto che faccia solo gli interessi della maggioranza birmana-bamar.
Per questo sono particolarmente significative le conversazioni tra Sasa e le controparti delle minoranze, con un grosso ostacolo da superare a proposito della vecchia costituzione militare del 2008. L'Associazione dei partiti etnici ha detto di accogliere con favore le aperture della Lega, perché segue la reciproca visione politica di superamento del regime militare. Ma chiede che il Parlamento in esilio del Crph respinga la costituzione militare tout court, e dica come intende crearne una nuova. Per loro è d'obbligo che sia basata sul reale federalismo.
"Prima delle elezioni - spiega una esperta di diritti umani che preferisce l'anonimato - non era chiaro se i leader dell'Lnd volessero abolire tutta la Costituzione o solo i passaggi che interessavano la presidenza di Aung San Suu Kyi. Per 5 anni, tranne in campagna elettorale finale, la Lega non ha mai sfidato apertamente la Costituzione e nemmeno spinto al decentramento, nominando spesso capi ministri locali del partito, anche negli stati dove la maggioranza ha votato per gli etnici".
Il risultato è che le trattative del governo ombra Lnd devono superare le vecchie diffidenze. E, forse più importante, decidere se accettare la guerriglia armata all'interno di un movimento come il Cdm che ha tentato di rimanere pacifico sotto i colpi letali dei soldati. Nel frattempo i Kachin del Kia continuano ad attaccare sempre nuove postazioni militari del comune nemico. L'ultima è stata fatta saltare in aria ieri mattina nel distretto di Tanai, con almeno otto persone locali ferite locali. Sono gesti che avranno ripercussioni inevitabili nel prossimo futuro e decine di villaggi sono già stati evacuati. Nell'intero Stato le proteste continuano con flash mob e scontri con polizia e esercito.
di Valter Vecellio
lindro.it, 18 marzo 2021
Marta Cartabia presenta le linee programmatiche sulla Giustizia in commissione alla Camera. Una vera e propria lectio magistralis su diritto, legge, legalità. Di fatto le linee guida per una giustizia giusta: dal "superamento del carcere come unica risposta al reato" alla censura del "processo mediatico". In una parola: l'orgoglioso rivendicare del primato della Costituzione: "L'idea di efficienza non rappresenta soltanto un obiettivo pragmatico, riflesso della stretta compenetrazione tra giustizia ed economia, ma si coniuga altresì con la componente valoriale del processo, con gli ideali tesi alla realizzazione di una tutela giurisdizionale effettiva per tutti". E ancora: un lungo passaggio dedicato alla "centralità del Parlamento", luogo di "confronto autentico schietto e tempestivo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 marzo 2021
Alcuni direttori delle carceri ne dirigono 3. Dopo 20 anni sono stati banditi 45 nuovi posti, la data per la prima prova scritta ha subito già cinque rinvii. Sono passati più di 20 anni dall'ultimo concorso pubblico per direttori delle carceri. Ad oggi, su 190 Istituti penitenziari per adulti, solo 147 hanno un direttore titolare. A maggio del 2020 il ministero della Giustizia ha finalmente bandito 45 nuovi posti per dirigenti penitenziari. Ma ad oggi, di rinvio in rinvio, ancora non è stata stabilita la data per la prima prova scritta. Il risultato è che abbiamo numerosi casi in cui un unico dirigente è a capo di più di un istituto.
- "La giustizia non sia più strumentalizzata. È arrivato il momento di renderla più garantista"
- "Quello di Presa diretta non è vero giornalismo"
- Il Csm smonta la riforma del Csm
- Giustizia, la Consulta: gli "ausiliari" incompatibili con la Costituzione
- Campania. Dramma carceri, 2mila detenuti in attesa di sentenza










