di Paolo Itri
Il Riformista, 20 marzo 2021
Stando ai dati del 2016, una causa civile in Italia dura in media 1120 giorni, più del doppio della media Ocse dei Paesi sviluppati (583 giorni). Per una sentenza di bancarotta si arriva fino a dodici anni e, prima che un istituto di credito possa recuperare le garanzie reali in caso di fallimento, passano in media sette anni. L'Italia ha poi il penoso record del più alto numero di condanne comminate dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per violazione del diritto alla ragionevole durata del processo. Nel 2015 gli stati più virtuosi erano la Norvegia e la Danimarca, mentre all'ultimo posto c'era il Venezuela. L'Italia si è piazzata al trentesimo posto, dopo Paesi come Repubblica Ceca, Polonia, Uruguay, Costa Rica, Slovenia e Georgia. Suddividendo gli Stati in quattro gruppi basati sulla ricchezza, il nostro si posiziona al ventottesimo posto della classifica dei trentuno a più alto reddito pro capite.
Numerose e complesse sono le cause della perenne crisi in cui versa il sistema giudiziario italiano. In particolare, la questione riguardante la riforma della geografia giudiziaria è stata oggetto di attenzione da parte del legislatore che è intervenuto con il decreto legislativo 155 del 7 settembre 2012, attuativo della legge delega 148 del 14 settembre 2011. Tale provvedimento dispose la soppressione di 31 Tribunali e di altrettante procure della Repubblica, oltre a quella di 220 sezioni distaccate. Pur ritenuta da molti osservatori come una riforma timida (per esempio, per avere previsto il mantenimento di almeno tre Tribunali anche nei distretti di Corte di appello di piccole dimensioni e per aver soppresso in via definitiva "soltanto" 31 Tribunali), quella di cui al decreto legislativo 155 va segnalata quale svolta storica, sia per aver realizzato per la prima volta una modifica dell'assetto territoriale degli uffici giudiziari sia per avere istituito il Tribunale di Napoli Nord, composto dal territorio di alcune sezioni distaccate soppresse, già facenti parte del Tribunale di Napoli e del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere.
Eppure, la coperta resta sempre troppo corta e anche tale riforma non è servita a risolvere i problemi atavici della giustizia italiana, primo tra tutti quello della ragionevole durata del processo. D'altra parte, che la durata dei processi costituisca una preoccupazione mondiale e non solo italiana, lo ha ricordato già qualche anno fa uno studioso brasiliano (P. Hoffman, Razoável duração do processo, São Paulo, 2006) il quale, nello studiare l'esperienza italiana alla ricerca delle cause che ostacolano la piena realizzazione del principio della ragionevole durata del processo nel nostro Paese, non ha esitato a indicare nella carenza degli organici dei magistrati e degli ausiliari e nella mancanza di un appropriato apparato tecnologico i difetti che impediscono al processo civile italiano di decollare e di diventare veramente moderno. Mancanza di risorse e cattivo utilizzo di quelle esistenti. Questi i mali atavici della giustizia italiana. Ma non solo.
Nel corso della mia non breve esperienza di ispettore ministeriale, ho avuto modo di toccare con mano le disfunzioni della giustizia sia civile che penale. Disfunzioni che - al netto, ovviamente, delle responsabilità dei singoli magistrati e dei dirigenti degli uffici giudiziari - costituiscono il retaggio di un modello di distribuzione sul territorio della giurisdizione storicamente superato: è illusorio pensare di applicare la misura standard di un ufficio giudiziario (quindi né troppo piccolo né troppo grande) a un territorio, come quello della Repubblica, che presenta difformità notevolissime e che soprattutto esprime peculiarità diverse in ogni area del Paese (si pensi, per esempio, alla necessità di assicurare un presidio di legalità alle zone più infestate dalla criminalità organizzata).
Ma soprattutto, la giustizia arranca perché è vittima, come gli altri comparti della pubblica amministrazione, del solito vizietto italico: la burocrazia. L'Italia ha il record mondiale della produzione legislativa. La bulimia del Parlamento si traduce in migliaia e migliaia di leggi spesso inutili e contraddittorie. A volte leggere un testo di legge è un'opera faticosissima. Non vi è comma o articolo che non rinvii a un diverso comma di un altro articolo di una ulteriore legge e così via, fino a quando, a forza di rinvii su rinvii, non finisci per dimenticare da dove hai iniziato e che cosa diamine stessi cercando. Il risultato è che spesso il significato di una norma è talmente involuto e criptico da risultare incomprensibile anche agli addetti ai lavori. Bizantinismi e incertezze interpretative finiscono per alimentare la libidine di burocrati e azzeccagarbugli di ogni genere, alla faccia della certezza del diritto e della prevedibilità delle decisioni dei giudici. Il risultato sono le valanghe di cause che vanno a intasare i Tribunali e le Corti di appello, cause spesso interminabili e dall'esito incerto.
di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 20 marzo 2021
Lunedì scorso nella trasmissione "Presa Diretta", su Rai3, per oltre tre ore si è svolto un processo parallelo a quello che è appena iniziato a Catanzaro, nel quale sono imputate oltre 400 persone.
Nella settimana nella quale il lungo processo all'Eni e in particolare a Scaroni e a De Scalzi, accusati della corruzione più scandalosa del secolo scorso, si conclude con l'assoluzione piena perché il fatto non sussiste, la Rai organizza una trasmissione in prima serata per anticipare il processo che è cominciato a Catanzaro da pochi giorni per oltre 400 imputati. Nella trasmissione televisiva tutti gli imputati sono stati dichiarati colpevoli a prescindere dalla conclusione del processo che avverrà fra molti mesi.
Le notevoli sentenze che si sono concluse e si concludono con l'assoluzione dell'imputato non sono in grado di turbare la stampa e la Rai, che calunniano ed espongono al pubblico ludibrio persone in attesa di provare la propria innocenza. Aggiungo che quando la sentenza statuisce che il fatto non esiste, significa che il processo era pretestuoso, non doveva essere fatto: è il caso dell'ultima sentenza dell'Eni, ente prestigioso nel mondo che è stato sottoposto per lunghi anni a denigrazioni di ogni tipo. Come è possibile che un Paese che ha solide tradizioni giuridiche come l'Italia sia caduto così in basso e con l'indifferenza dei più, si calpesti diritti fondamentali, ma anche principi elementari di educazione, di rispetto per le persone?! Proviamo a dare una risposta.
Assistiamo da anni allo scontro tra garantisti e giustizialisti con polemiche vivaci ma alla fine si scopre che ognuno è alternativamente garantista e giustizialista a seconda dei propri interessi personali. È la questione morale che viene invocata e al tempo stesso dimenticata.
Negli anni 70 è stata posta in maniera forte e drammatica la "questione morale" come problema sociale e istituzionale: lo fece per primo Enrico Berlinguer in presenza della crisi del comunismo sovietico per dare una linea politica al suo partito e per riscattarlo dai soprusi e dai finanziamenti sovietici. Invocò questa scelta giusta senza denunziare i "peccati" del Pci, solo per contestare il potere dei partiti della maggioranza che in quel periodo governavano.
E la "questione morale" divenne prontamente "questione penale" e la magistratura, con le modalità ormai note, si impegnò a processare il "sistema" più che a indagare sui singoli reati e sui diretti responsabili. Il giudice, nonostante le innumerevoli sentenze di assoluzione, che pur vi sono state, ha acquisito le caratteristiche del giudice etico che condanna il male per far vincere il bene! Siccome in Italia il giudice viene confuso con il pubblico ministero è quest'ultimo l'angelo vendicatore del malcostume: questo il messaggio che il servizio pubblico trasmette.
Il confondere la "morale" con il "penale" costituisce l'equivoco più deleterio per la comunità e per le istituzioni perché permette di "consentire" ma al tempo stesso di "criminalizzare" qualunque comportamento non trasparente o non opportuno!
La Rai trasgredisce la questione morale in tutti i suoi aspetti, riservatezza, obbligo di informazione corretta sostenuta da prove che valgono anche fuori dal processo. Nel vecchio processo penale italiano il pm istruiva il processo inquisitorio nel senso che raccoglieva le "prove" e portava il suo elaborato al giudice; nella concezione del "nuovo" (si fa per dire!) processo accusatorio il pm è dominus dell'accusa, ma gli indizi che raccoglie, debbono diventare "prove" nel contraddittorio, dinanzi al giudice. La dialettica processuale individua il pm come "parte" e dà rilevanza al giudice "terzo", al di sopra delle parti.
Nella pratica quotidiana avviene in maniera profondamente diversa da come il codice stabilisce. E la Rai servizio pubblico che dovrebbe rispondere alle leggi dello Stato e alla Costituzione, ma dovrebbe soprattutto rispondere alla legge morale che è il presupposto di qualunque ordinamento, tiene conto solo degli indizi ricercati dal pm e li fa diventare prove nella trasmissione.
Dunque lunedì scorso nella trasmissione Presa Diretta per oltre tre ore si è svolto un processo parallelo a quello che è appena iniziato a Catanzaro e credo si sia superato qualunque limite.
Il processo ha un suo valore sociale e questo dovrebbero saperlo paradossalmente più i pm che i giudici, perché il dibattito in tribunale deve essere finalizzato a far diventare prova gli indizi, i sospetti che hanno consentito l'indagine con i provvedimenti relativi.
È il cittadino singolo e la società nel suo insieme che sono interessati e rendere giustizia e la democrazia si invera in questo rapporto istituzionale. D'altra parte questo accanimento a colpevolizzare le persone prima di un giudizio terzo non si comprende se non con il dilagare di un populismo penale irrazionale e pericoloso e soprattutto rancoroso. Nessuna democrazia al mondo può supportare una ferita così grave come questa, di fronte alla quale non si può assistere inerti.
Il governo che negli anni scorsi ha voluto garantirsi una presenza consistente nella Rai, deve dare direttive per far applicare la Costituzione, e il Parlamento deve controllare che non ci sia una informazione distorta che allarmi il cittadino e renda un imputato colpevole prima del sacrosanto processo di cui ha diritto. Il signor Riccardo Iacona conduttore della trasmissione così come gli altri conduttori dovrebbero prendere atto di tutte le sentenze che scagionano i presunti colpevoli che in precedenza avevano abbandonatemene offeso.
Aggiungo per ultimo che in particolare nella trasmissione di lunedì si è intervenuto in una problematica delicatissima costituita dal rapporto tra l'avvocato e il suo cliente che è l'anima del processo perché il diritto di difesa è sacrosanto e costituzionalmente garantito, e dunque l'onorevole avvocato Giancarlo Pittelli è stato offeso e calunniato.
Ho ricordato tante volte una mia proposta di legge, mai approvata, volta a tenere segreto il nome del giudice e in particolare del pm, per tutelarli e metterli appunto al riparo da reazioni sconsiderate, ma anche da critiche ingiuste a cui a volte sono sottoposti. Se ci fosse questa legge il protagonismo dei pm, inevitabile per la umana debolezza, non alimenterebbe processi farlocchi in tv e il procuratore Gratteri, pm nel processo di Catanzaro, sarebbe maggiormente rispettato. Un appello al ministro della Giustizia che ha i poteri per evitare i processi in tv.
di Emilio Sirianni
Il Riformista, 20 marzo 2021
Emilio Sirianni è un giudice che da sempre vive e lavora in Calabria. Nei giorni scorsi, dopo la messa in onda di "Presa Diretta" (la trasmissione Tv della quale è stato protagonista il Procuratore Gratteri), ha scritto una lunga mail ai suoi colleghi. La mail è stata pubblicata ieri su "Questione Giustizia", la rivista di Magistratura Democratica. Ne pubblichiamo amplissimi stralci.
Ero indeciso se scrivere di nuovo sull'argomento. La sensazione di inutilità, di prendersela contro i mulini a vento è forte, come pure la voglia di dire "ma chi me lo fa fare". Però, in questo Sud io ci sono nato e ci vivo, l'oppressione e pervasività di "quel" potere le conosco bene e conosco bene la rassegnazione alla sconfitta. E relativi volti. Quelli di chi, letteralmente, ti rappresenta la fine della vita tua e di chi ti è vicino, pur non facendolo in modo esplicito, ma sempre con ragionamenti ellittici, dal suono amichevole persino e proprio per questo più terrorizzanti. Quelli di quanti stanno dietro o a fianco ai primi, ma mai nei luoghi della gente normale e che indossano toghe, siedono in c.d.a., presiedono enti, casse, partiti, fondazioni, frequentano le stanze di compensazione degli interessi che contano e decidono le sorti di queste terre da generazioni. Infine quelli dagli occhi bassi e i pugni stretti, che mordono le labbra e cedono e cedono e pare non debbano mai smettere di farlo. Ma io sono in grado di comprendere e svelare, per il mestiere che faccio e, proprio perché conosco quei volti, sento di dover continuare a parlare. (...)
Su Rai3, nella trasmissione Presa diretta, si è parlato del noto processo Rinascita-Scott, che proprio in questi giorni muove i primi passi nella nuovissima aula bunker costruita in tempo record a Lamezia Terme. (...) Sento il bisogno di dire quanto questa riflessione mi costa. Mi costa molto, per tante ragioni che prima ho solo accennato. Perché ho riconosciuto nei molti filmati dei ROS i volti di cui dicevo. Perché ho riconosciuto, nelle parole intercettate, parole che mi suonano in testa e mi pesano sul cuore da una vita. Di più, mi costa molto perché, da tecnico, ho ben percepito -come chiunque di voi abbia visto la trasmissione- il valore e l'importanza di quegli elementi di prova. Il loro peso dirompente laddove vanno a incidere l'empireo degli intoccabili, squarciando la pesante coltre dietro cui si nascondono. Mi costa moltissimo perché sento sulla mia pelle la rabbia e il dolore di quei genitori che hanno perso i figli per mano di un potere criminale, di tutte quelle donne e quegli uomini che manifestavano a sostegno dell'indagine sotto le finestre dei carabinieri all'indomani degli arresti, invocando finalmente giustizia. Ma al tempo stesso, proprio per questo, non posso tacere.
La stampa - lo sappiamo bene - fa il suo mestiere. Cerca notizie d'interesse pubblico e le diffonde e il valore di un giornalista si misura sulla sua capacità di trovare le notizie e sulla capacità di esporle. Il giornalista di cronaca le scova muovendosi fra segreti istruttori e fasi di discovery, fra prove nascoste e prove esibite, fra indiscrezioni carpite e indiscrezioni fatte filtrare. Del resto anche la polizia giudiziaria e gli organi inquirenti fanno il loro di mestiere. Cercando prove, custodendole gelosamente, coltivandole affinché, al momento giusto, germoglino e diano frutti. Ma anche in questo caso, in un gioco di specchi e di parti che è antico quanto il processo stesso, praticando sovente l'arte dell'indiscrezione veicolata e del consenso. Spesso utili anche per le sorti delle ipotesi d'accusa, ma altrettanto spesso per quelle delle carriere personali. In America ci hanno costruito, da sempre, un genere letterario e cinematografico che non conosce crisi. Nella trasmissione di ieri, però, abbiamo assistito ad una sorta di smascheramento. Tutto si è svolto alla luce del sole anzi sotto la luce delle telecamere. Negli studi televisivi ed in esterni, letteralmente sul luogo del reato. Niente segreti pazientemente carpiti o sapientemente filtrati nell'ombra del lavoro d'indagine giornalistica od investigativa, ma ufficiali dei carabinieri che illustrano il contenuto di intercettazioni telefoniche e video, indicano i luoghi in cui si sono appostati per eseguire le riprese, illustrano le storie criminali dei vari protagonisti e gli organigrammi delle rispettive cosche. E in alto su tutti, ovviamente, l'Inquirente.
Tralasciamo gli aspetti personali che ognuno è libero di valutare come meglio crede. Penso ai reiterati riferimenti a concetti quali "codardia/vigliaccheria" o ai dialoghi interiori con compagna morte (intervista alla Gazzetta del Sud del 16 marzo). Quel che mi allarma, e che dovrebbe allarmare tutti, è che, proprio alla vigilia di un delicatissimo processo, si ritenga normale che il pubblico ministero partecipi, in veste di protagonista assoluto (pur se affiancato, come detto, da spalle di prim'ordine), al processo mediatico-televisivo che precede e affianca quello che s'avvia nell'aula bunker. Un processo nel quale tre giovanissime colleghe, che assieme non arrivano a sommare 10 anni di anzianità, dovranno affrontare, oltre all'ordinaria pressione che accompagna un processo di queste dimensioni e complessità anche la pressione mediatica, enorme, che una delle parti processuali oggettivamente contribuisce a determinare. So che sapranno farlo, che resistere a simili pressioni è la parte di bagaglio professionale che alle nostre latitudini si acquisisce più celermente, ma è giusto ed accettabile che ciò accada?
Infine, noi, che siamo cresciuti alle lezioni di garantismo di Luigi Ferrajoli e di tanti altri maestri, abbiamo fermo in mente il loro insegnamento che ci ricorda come il soggetto da tutelare nel processo penale sia sempre l'imputato, a difesa dei cui fondamentali diritti sono predisposte tutte le regole e garanzie che ne scandiscono l'incedere. La prima delle quali è quella che stabilisce che la prova si forma nel processo. Non nelle indagini ed ancor meno nella rappresentazione mediatica delle stesse. Una regola, questa, che esprime anche un fondamentale principio epistemologico del processo penale accusatorio, che individua nel contraddittorio e nella dialettica paritaria tra le parti del processo il miglior criterio per giungere all'accertamento della verità. Ed a me, a noi tutti che in queste terre disgraziate ci troviamo o abbiamo scelto di vivere, quello che interessa, prima d'ogni altra cosa, è la verità. Per questo, principalmente, vorrei invitare chiunque indaghi sulla criminalità mafiosa, con toga sulle spalle o stellette sul petto, a non arruolarsi in quella guerra che il Procuratore Gratteri ha evocato in TV, continuando, molto più banalmente, a fare ciascuno la cosa più difficile: il proprio mestiere.
di Gian Domenico Caiazza
Il Domani, 20 marzo 2021
Con le sue linee programmatiche sulla giustizia, la ministra Cartabia ha dato una evidente
inversione di rotta rispetto al precedente governo, in particolare riportando al centro i principi di presunzione di non colpevolezza e la finalità rieducativa della pena. Le "linee programmatiche sulla giustizia" che la ministra Marta Cartabia ha esposto alla commissione Giustizia della Camera dei deputati rappresentano, con particolare riguardo a quelle relative alla giustizia penale, una evidente inversione di rotta, una cesura netta ed inequivocabile rispetto al precedente governo.
di Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 20 marzo 2021
La legge funziona, ma le risorse messe a disposizione delle Regioni rimangono troppo spesso inutilizzate. Gentile professore Mario Draghi, presidente del Consiglio, prima che lei assumesse l'attuale incarico, più volte - trattando di mafia - mi sono "appoggiato" a una sua riflessione, che per me equivale a un assioma: "Più legalità=meno mafie; meno mafie=più sviluppo". Una prospettiva che vale per ogni politica di buon governo. Quella giusta per fronteggiare la perversa continua espansione dell'economia mafiosa.
Lei sa meglio di me che le mafie sono la negazione assoluta (oltre che di un'economia "pulita") dei valori costituzionali di libertà e uguaglianza. Sono, per la qualità della nostra democrazia, un nemico esiziale, da contrastare senza soluzione di continuità, difendendo i risultati importanti della magistratura e delle forze dell'ordine.
Proprio di questa "difesa" c'è assoluto bisogno in un settore nevralgico dell'antimafia, quello dei beni confiscati ai mafiosi. Non possiamo permetterci che qualcuno approfitti delle disfunzioni per sminuire la fiducia nello Stato, bestemmiando che "la mafia dà lavoro" o che "andava meglio prima". Anzi, dei beni confiscati dobbiamo fare un volano per lo sviluppo.
La legge 109/96 nei suoi 25 anni di vita ha funzionato bene. Una quantità imponente di beni confiscati, in ogni regione italiana, sono stati destinati ad attività socialmente o istituzionalmente utili: dalle scuole ai centri per disabili. Così da avviare - parafrasando il prefetto Dalla Chiesa - la trasformazione dei sudditi della mafia in alleati dello Stato. Ma insieme alle luci ci sono anche molte ombre. Per esempio, importanti risorse finanziarie europee e nazionali, messe a disposizione delle Regioni dalle politiche di coesione per la valorizzazione dei beni confiscati, rimangono troppo spesso inutilizzate. E solo alcune Regioni si sono date, a tutt'oggi, gli strumenti che consentirebbero di accelerare le procedure di impiego delle risorse, attraverso intese con i Comuni, le altre amministrazioni e gli uffici giudiziari. I fondi inutilizzati potrebbero essere impiegati anche per azioni di "tutoraggio" a favore di cooperative di giovani disponibili a svolgere nuove attività imprenditoriali su terreni confiscati. Sono obiettivi - questi - che potrebbero rientrare nelle competenze dei ministri Gelmini e Orlando.
Ma le ombre si fanno decisamente più cupe se dal settore delle risorse inutilizzate si passa a quello in cui le risorse mancano. Fissiamo tre punti:
1) I beni, immobili e aziende, presi in carico dall'Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati - non ancora destinati ai Comuni - sono tantissimi; inevitabilmente l'Agenzia, pur profondendo ogni impegno in condizioni a volte proibitive, fatica a gestire una tale massa di beni; ciò per mancanza di risorse adeguate e di esperienze specifiche.
2) Molti Comuni non ne vogliono sapere di prendere in carico un immobile confiscato, nonostante il loro territorio possa trarne vantaggi: per indifferenza verso il significato dell'antimafia sociale o dei diritti, ma anche per insufficienza di risorse.
3) I tre gradi di giudizio necessari per la confisca definitiva vanno sommati alla durata delle successive procedure per l'assegnazione: ne risultano tempi terribilmente lunghi. E quanto acquisito spesso resta abbandonato e va in malora, con la necessità di risorse finanziarie ingenti per farlo ripartire, se non si vuole che la credibilità dello Stato sia umiliata. Dopo Gelmini e Orlando, a essere interessati - questa volta - potrebbero essere i ministri Franco, Cartabia (per lo snellimento delle procedure) e Lamorgese.
Comunque sia, il problema è sempre il medesimo: risorse mancanti o insufficienti. Non possiamo arrenderci! Non possiamo perdere un'importante opportunità di sviluppo. Qualcosa del recovery plan dovrà pure essere destinato, nel Pnrr, alla migliore operatività di questo settore della legislazione anti-mafia. Ma oltre all'ammontare, conta che allo stanziamento si accompagni un progetto, basato su idee chiare e priorità precise. Sarebbe un gran bel segnale. Un modo efficace e concreto per comunicare che i problemi di mafia sono ben presenti nell'agenda del suo governo. E che si cerca di risolverli anche nell'ottica di un rilancio dell'economia.
Tanto più che il problema dei beni confiscati alla mafia sta rimontando nell'opinione pubblica, come testimonia - tra l'altro - un recente convegno del Cnel e della Fondazione Polis, dove si è sottolineata (Borgomeo) la necessità di un cambio di passo e di una organizzazione degli interventi più attenta e specifica. Nessuna pretesa - come usa dire - di insegnare ai gatti ad arrampicarsi, ma è evidente che sotto la sua direzione i ministri interessati dovranno coordinarsi e integrarsi per massimizzare i risultati. Senza aspettare esperti stranieri che magari di mafia non sanno nulla.
di Frank Cimini
Il Riformista, 20 marzo 2021
Ha fatto nove mesi di galera gratis tra Spagna e Italia, Francesca Cerrone, anarchica accusata di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. Lunedì sera la corte di assise di Roma l'ha scarcerata dopo che la Cassazione, ribaltando le decisioni del gip e del Riesame, aveva spiegato che non c'era motivo di far scattare le manette perché non c'erano gravi indizi e perché l'imputazione faceva acqua da tutte le parti. La Cassazione rimandava indietro le carte al Riesame per una nuova udienza. Cerrone restava in cella per un cosiddetto reato fine, il furto di tre sacchi di cemento, valore complessivo trenta euro.
A quel punto l'avvocato difensore Ettore Grenci si rivolgeva alla corte di assise ottenendo la liberazione senza nessun obbligo cautelare. Ma non è questa l'unica decisione che ridimensiona l'operazione Bystrock sfociata negli arresti del giugno dell'anno scorso. La Suprema Corte infatti ha rimandato al Riesame annullando con rinvio le ordinanze di custodia cautelare in carcere per altri quattro militanti che restano detenuti in attesa del giudizio bis. "L'atteggiamento antagonista e di esacerbata contrapposizione all'autorità costituita non è anche idoneo a concretare la finalità di terrorismo" scrivono i giudici citando la giurisprudenza della Corte Costituzionale secondo cui non basta l'astratta adesione a una ideologia per supportare l'accusa relativa all'articolo 270 bis.
Del resto la Cassazione già in altre occasioni aveva messo dei paletti ben precisi per la contestazione dell'associazione sovversiva.
Al punto da azzerare in pratica l'indagine del pm bolognese Stefano Dambruoso dando ragione al Riesame che aveva liberato tutti gli arrestati. Va ricordato che sia l'operazione romana sia quella bolognese sono state citate come "successi investigativi" dalla recente relazione annuale dei servizi di sicurezza nonostante i flop di cui però i giornaloni hanno scritto poco e niente. Le notizie sul caso Cerrone si fermano per esempio all'arresto e all'estradizione dalla Spagna evidentemente un altro "successo" degli inquirenti. La Cassazione rileva che gli indagati si sono resi protagonisti di episodi di assembramenti non autorizzati, porto di oggetti atti a offendere, travisamenti, imbrattamenti di muri con scritte che incitano alla violenza, incendi, danneggiamenti, diffusione di volantini. Insomma il terrorismo è altra cosa.
"La rabbiosa conflittualità ambiguamente evocata nel documento "Dire e se dire" sembra essersi materializzata in comportamenti che pur illeciti hanno mantenuto una connotazione essenzialmente dimostrativa e solidaristica" aggiunge la motivazione che rispedisce al Riesame le carte ridicolizzando il passaggio in cui i giudici territoriali si aggrappavano persino alla "potenzialità sovversiva" della musica Hip-Hop. Le manifestazioni inquisite erano tutte incentrate sulla solidarietà con i reclusi alle prese con l'emergenza Covid. In occasione del sit in di Bologna i dimostranti avevano le mascherine e rispettavano la distanza di un metro. "Terroristi".
redattoresociale.it, 20 marzo 2021
Umberto Cignoni, è il direttore sanitario del carcere di Porto Azzurro. Dall'aprile 2018 è il responsabile della salute di 290 detenuti sull'Isola d'Elba più altri 11 che si trovano a Pianosa. Un ruolo delicato in tempo di pandemia da Covid 19. Perché se il virus entra in un istituto di pena le conseguenze possono essere serie. Gestire un focolaio che si dovesse sviluppare fra celle, mense e spazi comuni sarebbe un'operazione difficile e impegnativa.
Quindi meglio prevenire che curare. Così quando finalmente nei giorni scorsi i medici e gli infermieri distaccati presso il carcere elbano hanno portato a termine la vaccinazione di 260 detenuti e 61 poliziotti penitenziari, il dottor Cignoni ha sentito la necessità di ringraziare uno per uno chi ha fattivamente contribuito a raggiungere questo obiettivo: i medici Ambra Giusti, Lorenzo Conticelli Serena, Michele Tararà e gli infermieri Lillia Malano, Loredana De Biasi, Lorella Anselmi, Paolo Roma, Lorenzo Frediani e Niccolò Balatti, con un ringraziamento particolare alla direzione e a tutta la Polizia penitenziaria, in particolare modo agli assistenti capo Marcello Olla e Mario Trovato.
"Oggi tutti e 11 i detenuti che si trovano a Pianosa sono vaccinati - spiega Cignoni- e si potrebbe dire che l'isola è diventata Covid free. Mentre a Porto Azzurro ne abbiamo vaccinati 260 su 290, partendo dai più fragili. Alcuni hanno espresso la volontà di non fare il vaccino, ma possiamo dire che adesso al carcere di Porto Azzurro si sia quasi raggiunto l'effetto gregge, che sarà ulteriormente rafforzato dalla vaccinazione di tutto il personale impegnato in compiti di sorveglianza o amministrativi".
"Da quando è scoppiata la pandemia abbiamo avuto due casi di Covid tra i detenuti curati qui - aggiunge il direttore sanitario - esiste un protocollo da seguire e lo abbiamo fatto. Chi doveva isolarsi perché positivo è stato messo in una cella a parte. Lo stesso abbiamo fatto con i contatti del positivo, che hanno passato la quarantena in un reparto separato dagli altri detenuti. Tutto è andato bene e il contagio non ha preso piede. Merito anche delle altre misure che sono state prese: le visite sono state sospese, i detenuti sono controllati periodicamente ogni mese e chi rientra in carcere da permessi o licenze deve fare la quarantena".
Quello di Porto Azzurro è uno delle carceri più importanti della Toscana e ha la particolarità di avere a Pianosa una sezione distaccata: qui i detenuti non vivono in cella, ma contribuiscono fattivamente alla valorizzazione dell'isola grazie ad un progetto sperimentale che li vede impegnati nella manutenzione delle strutture murarie, nell'agricoltura e nei servizi ai turisti, come il ristorante.
di Viola Giannoli
La Repubblica, 20 marzo 2021
Abrogato l'articolo della legge 26 marzo del 1962. Il reato era punito anche con l'arresto. Ora scatterà una multa fino a 3mila euro. Locali sporchi che non rispettano le norme igieniche e vendono cibi avariati, scaduti, insudiciati o pieni di parassiti, alimenti alterati o in cattivo stato di conservazione, farciti di additivi chimici non autorizzati o residui di pesticidi tossici per l'uomo. Tutto questo fino a oggi era punito con la denuncia, l'arresto, una ammenda fino a 60 mila. la chiusura dello stabilimento per frodi tossiche, la revoca della licenza. Dal 26 marzo la legge del 1962 che tutelava gli alimenti e dunque clienti e consumatori cadrà. E così anche il divieto di importare alimenti non conformi alle attuali disposizioni. Niente più denuncia penale, ma solo una multa da massimo 3 mila euro.
Un duro colpo alla sicurezza alimentare causato dall'entrata in vigore di un decreto legislativo, il numero 27 del 2 febbraio 2021, pubblicato in Gazzetta ufficiale l'11 marzo. Decreto che adegua la normativa nazionale a un regolamento dell'Unione europea che si occupano solo di disciplinare i controlli ufficiali lungo la filiera agroalimentare ma, nella sua formulazione originaria, non prevedeva l'abrogazione dell'articolo 5, quello contestato.
A sollevare il caso sono stati alcuni magistrati come il procuratore aggiunto del pool per la tutela del consumatore Vincenzo Pacileo che da Torino ha spiegato: "Per sessant'anni quella legge ha fatto il suo onesto servizio. Svolgeva una funzione importante di tutela preventiva. Ora, invece, con una soluzione inopinata e sorprendente, viene cancellato. E non si vede come colmare questo vuoto, visto che non si tratta di una depenalizzazione e non è prevista una trasformazione della norma in illecito amministrativo".
La norma era applicata, per esempio, nei casi in cui le ispezioni nei negozi o nei ristoranti portavano alla luce prodotti con parassiti o in pessimo stato di conservazione. Solo a Torino il 70% dei procedimenti in materia di sicurezza alimentare si riferiva all'articolo 5 della legge del '62. L'intensificazione dei controlli da parte di Asl e forze dell'ordine aveva portato a un aumento dei fascicoli stimato del 30-40% all'anno.
Come si sia arrivati a questa abrogazione, non è chiaro. Perché non era contenuta nella bozza di decreto trasmessa dal governo Conte al Parlamento per il parere prima dell'approvazione definitiva. Né era immaginabile dal discorso del neo ministro per le Politiche agricole, alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, il quale, due giorni prima della pubblicazione del decreto, il 9 marzo, illustrando alla Commissione Agricoltura del Senato, le linee programmatiche del governo Draghi, si impegnava a rivedere "il quadro di regole sulle sanzioni in modo da renderle più efficaci, maggiormente proporzionate agli illeciti nonché più organiche a livello settoriale", riformando "il quadro penale dei reati agroalimentari, oggi fermo alle norme del codice del 1930 e alla legge sull'igiene degli alimenti del 1962". Non però a un colpo di spugna sulle tutele di quella legge. "Appare indispensabile rimediare prima che il paese ne paghi le conseguenze - ha scritto anche l'ex procuratore di Civitavecchia, Gianfranco Amendola - Lo si può fare con un decreto legge correttivo; da emanare, però, subito, prima che il nuovo provvedimento diverrà operativo".
di Simona Musco
Il Dubbio, 20 marzo 2021
Una denuncia per diffamazione prescritta dopo essere rimasta ferma per cinque anni e mezzo. Per i giudici di Strasburgo si tratterebbe di una "condotta negligente" del pm.
Indagini preliminari troppo lunghe? C'è violazione del diritto ad un processo equo. A stabilirlo è la Corte europea dei diritti dell'uomo, che nella causa Petrella contro Italia ha riconosciuto anche l'assenza di un ricorso finalizzato a denunciare la violazione di tale diritto.
Il caso è quello di Vincenzo Petrella, avvocato ed ex patron della Casertana calcio, che nel 2001 aveva presentato una querela al Tribunale di Salerno contro il Corriere di Caserta, reo, a suo dire, di diffamazione aggravata. Tra il 22 e il 25 luglio 2001, infatti, il quotidiano aveva gettato ombre sulla sua attività, accusandolo di frode grave e corruzione. Petrella ha quindi presentato una denuncia il 28 luglio 2001, sottolineando che tali articoli avevano messo in dubbio il suo onore e la sua reputazione. Nella sua querela, l'avvocato Petrella ha chiarito la sua intenzione a partecipare al procedimento come parte civile e chiedere un risarcimento di dieci miliardi di lire italiane (circa cinque milioni di euro). Il 10 settembre 2001 il caso è arrivato alla Procura della Repubblica del Tribunale di Salerno, dove è rimasto fermo fino al 9 novembre 2006, quando il pubblico ministero ha infine deciso di ritirare le accuse in quanto prescritte. Il cerchio si è chiuso il 17 gennaio 2007, quando il giudice per le indagini preliminari di Salerno ha interrotto il procedimento. E ciò impedendogli, dunque, anche la possibilità di agire civilmente, in quanto ai sensi dell'articolo 79 del codice di procedura penale, "la costituzione di parte civile può avvenire per l'udienza preliminare", fase del procedimento in cui il giudice è chiamato a decidere se rinviare a giudizio l'imputato. Insomma, per la Cedu i suoi diritti sono stati violati, anche perché l'uomo non aveva a disposizione nessun ricorso per far velocizzare la procedura.
La prescrizione, dunque, è maturata proprio nel corso delle indagini preliminari, pur trattandosi di un caso semplicissimo, che non richiedeva sforzi eccessivi per arrivare alla chiusura delle stesse. Ma nonostante ciò sono durate comunque circa cinque anni e mezzo. Una durata eccessiva, secondo la Corte, che ha comportato la violazione del requisito della ragionevole durata. E solo a causa di questo ritardo da parte della procura Petrella non è stato in grado di presentare una richiesta di risarcimento. La vicenda, dunque, sembra dare ragione ai penalisti italiani, che poco prima della norma Bonafede, che di fatto cancella la prescrizione, hanno tentato di sfatare la leggenda secondo cui l'estinzione dei reati sarebbe da addebitare alle tecniche dilatorie degli avvocati. Una posizione - sostenuta ad esempio anche da Piercamillo Davigo - che l'Unione delle Camere penali ha fortemente contestato: "Secondo i dati di fonte ministeriale - si legge in una nota - la stragrande maggioranza dei casi di prescrizione matura nel corso delle indagini preliminari, laddove chi "manovra" è solo il pm, il che dimostra che la prescrizione viene utilizzata in maniera patologica di fronte ad un uso altrettanto patologico del principio di obbligatorietà dell'azione penale, e che comunque la difesa non c'entra nulla".
Un concetto ribadito anche a fine 2019, poco prima dell'approvazione della norma sulla prescrizione: "I processi che si concludono per prescrizione sono il 10% del totale - contestava Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Ucpi -. In questo 10%, quelli in cui la prescrizione matura prima della sentenza di primo grado sono il 70%".
Ma c'è un altro fatto evidenziato dalla Cedu: Petrella non ha potuto nemmeno fare ricorso alla "Legge Pinto", che disciplina il diritto di richiedere un'equa riparazione per l'irragionevole durata di un processo, in quanto la stessa non si applica fuori dallo stesso, sottolineando come nel diritto interno non vi sia alcuno strumento che avrebbe consentito a Petrella di lamentarsi della durata del procedimento. Una condotta "negligente da parte delle autorità" che ha privato il ricorrente della possibilità di rivendicare i propri diritti. E ciò anche perché "a un attore non può essere richiesto di intentare una nuova azione in un tribunale civile, per gli stessi scopi della responsabilità civile, laddove il procedimento penale idoneo ad affrontare la domanda fosse scaduto per colpa delle autorità penali". Ciò comporterebbe, probabilmente, la necessità di raccogliere nuovamente le prove, "e stabilire un'eventuale responsabilità potrebbe rivelarsi estremamente difficile a lunga distanza dall'evento". Nel caso Petrella, dunque, sono stati violati l'articolo 6 (diritto ad un processo equo e all'accesso a un tribunale) e l'articolo 13 (diritto ad un ricorso effettivo). Per tale motivo, la Cedu ha condannato l'Italia a risarcire i danni morali, con una somma pari a 5.200 euro, ai quali si sommano 2mila euro di spese legali.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 marzo 2021
Ai tempi della pandemia, quando l'urgenza di snellire la popolazione carceraria si fa ancor più preminente, c'è un migrante che si trova in carcere per scontare una pena di soli cinque mesi. Eppure, oltre che ha un suo diritto previsto dalla legge, ha tutti i requisiti per avere la detenzione domiciliare. Non solo. È recluso nel carcere di Siano, a Catanzaro, dove da pochi giorni sono risultati positivi al Covid 19 numerosi detenuti e agenti penitenziari. Lui è proprio in quel reparto ed è stato messo in isolamento precauzionale.
Tutto qui? Oltre al danno, la beffa. Come se non bastasse, essendo recluso, la questura ha avviato nei suoi confronti l'iter per revocare il permesso di soggiorno. Parliamo di Seye Bathie, un senegalese che ha commesso un piccolissimo reato, tanto da essere stato condannato definitivamente a cinque mesi di reclusione, oltre la pena pecuniaria di soli 150 euro. Ad assisterlo è l'avvocata Chiara Penna del foro di Cosenza.
Quando è arrivato l'ordine di esecuzione, è scaduto il termine per richiedere la misura alternativa a causa del ritardo del senegalese nel dare una procura speciale al difensore di fiducia. Il 17 gennaio, il giorno dopo l'ordine di esecuzione, ha varcato le soglie del carcere di Catanzaro. Fortunatamente è consentito richiedere una seconda sospensione dell'ordine di esecuzione della pena detentiva, qualora la pena medesima non sia superiore ai 18 mesi, anche nei confronti di quei soggetti per i quali sia già spirato infruttuosamente il termine di 30 giorni per proporre istanza per la concessione delle misure alternative alla detenzione.
Ma iniziano i primi problemi. Alla prima istanza per chiedere la detenzione domiciliare, la magistratura di sorveglianza ha risposto che secondo le informazioni pervenute dalla polizia di Catanzaro non era idoneo il domicilio. E questo nonostante sia stato allegato il contratto di affitto. A quel punto, l'avvocata Penna si è messa in moto con il presidente dell'associazione senegalesi italiani di Bergamo e sono riusciti a trovare una sua parente che risiede a Napoli, la quale si è resa disponibile ad ospitare Seye. Tutto risolto quindi? No, perché nonostante l'istanza dove si è fatto presente di aver trovato un domicilio idoneo, non c'è stato alcun riscontro. Dopo l'ulteriore sollecito, visto che la risposta ha tardato ad arrivare, l'ufficio di sorveglianza ha comunicato che il fascicolo risulta essere tuttora in istruttoria in quanto la Questura di Catanzaro non ha trasmesso ancora alcuna informazione in merito alla pericolosità sociale di Seye.
Ebbene, ribadiamo, parliamo di un uomo condannato per contraffazione, cinque mesi di pena e 150 euro di sanzione. Quanto tempo ci vuole per un uomo che ha il diritto a espiare la pena presso il domicilio documentato agli atti? Ancora oggi, dopo due mesi che è ancora in carcere, la risposta della magistratura di sorveglianza tarda ad arrivare. "È inconcepibile - spiega a Il Dubbio l'avvocata Chiara Penna che un essere umano che deve giustamente scontare una pena detentiva di soli cinque mesi, debba attendere altrettanti mesi in carcere per una decisione da parte dell'organo deputato ad applicare la legge". E aggiunge: "Tra l'altro in un momento in cui vi è la forte esigenza di evitare il sovraffollamento carcerario ed in una ipotesi in cui al soggetto interessato possono essere applicate misure alternative alla detenzione medesima".
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