di Gerlando Cardinale
agrigentonotizie.it, 16 dicembre 2020
Una caduta in bagno e la morte, a distanza di diversi giorni dall'infortunio nel quale aveva rimediato la frattura della mandibola e del setto nasale e un trauma cranico. Pietro Chiarenza, il 64enne di Grotte, reo confesso dell'omicidio del fratello Roberto, 56 anni, giudicato totalmente incapace di intendere e volere in seguito a una perizia e per questo detenuto in una comunità della provincia di Agrigento dopo un iniziale periodo di carcerazione, è morto.
Il terzo fratello, adesso, ha presentato una denuncia ai carabinieri dando incarico al suo legale Loretta Severino di sollecitare indagini che chiariscano se i soccorsi sono stati tempestivi e quali sono le tempistiche precise dell'episodio che, secondo la difesa dello sfortunato grottese, presenterebbero troppi aspetti da chiarire.
Il ricovero di Chiarenza era stato deciso dopo che lo psichiatra Leonardo Giordano, su incarico del gip Francesco Provenzano, nell'ambito dell'incidente probatorio, lo aveva visitato escludendo del tutto la sua capacità di intendere e volere, aggiungendo che si trattava di una persona socialmente pericolosa. La perizia era stata disposta su richiesta del pubblico ministero Cecilia Baravelli.
L'omicidio è avvenuto la mattina dell'8 aprile, giorno del mercoledì santo. Roberto Chiarenza, tabaccaio, sarebbe stato colpito con delle coltellate prima allo stomaco, poi al collo in tre distinte fasi: dopo due tentativi di fuga, durante i quali l'uomo è riuscito a difendersi infilando un dito nell'occhio del fratello, l'omicida sarebbe riuscito a chiudere una porta a chiave e a colpirlo numerose altre volte fino a quando non ebbe la certezza che il suo bersaglio fosse morto.
Le problematiche psichiatriche, come ha documentato da subito la difesa, erano piuttosto risalenti nel tempo. L'avvocato Severino aveva prodotto agli atti pure alcuni documenti che attestano la "psicosi ossessiva", di cui soffriva Pietro Chiarenza, fin dal 2009. L'uomo, quindi, era stato ricoverato in una struttura di Castrofilippo. Poi la caduta e il ricovero prima al Barone Lombardo di Canicattì, poi al San Giovanni di Dio.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 16 dicembre 2020
Se da subito era apparsa problematica la rilevanza penale delle false attestazioni nel modello di autodichiarazione, indispensabile (sia pure a fasi alterne) per gli spostamenti nell'era del lockdown, ora arriva la conferma. Perché il Gip del tribunale di Milano ha assolto, perché il fatto non sussiste, un camionista sorpreso dalle forze dell'ordine al volante alla fine del marzo scorso quando in tutta Italia gli spostamenti erano vietati se non per (poche) ragioni da cristallizzare nelle varie edizione del modello di autocertificazione.
L'uomo, richiesto di compilare il modello con le ragioni dell'allontanamento dalla propria abitazione, aveva fornito una versione che poi, alla prova delle successive verifiche, si era rivelata del tutto infondata, avendo sostenuto di volersi recare in una località incompatibile con la direzione del veicolo fermato.
Il pubblico ministero ne aveva allora chiesto la condanna, contestando la violazione dell'articolo 483 del Codice penale sul falso ideologico, norma che sanziona con la pena fino a 2 anni chi attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità.
Ora il Gip di Milano sottolinea, come è incontestabile in giurisprudenza, che sono estranei all'ambito di applicazione dell'articolo 483 "le dichiarazioni che non riguardino "fatti", di cui può essere attestata la verità hic et nunc, ma che si rivelino mere manifestazioni di volontà, intenzioni o propositi". In questo senso, mette in evidenza la sentenza del i6 novembre, depone lo stesso dato testuale, visto che la nozione di "fatto" non può che essere riferita a qualcosa che è già accaduto ed è per queste ragioni già suscettibile di un accertamento, a differenza dell'intenzione, la cui corrispondenza con la realtà si può verificare solo successivamente.
La norma ha poi l'obiettivo di incriminare la falsa dichiarazione a un pubblico ufficiale "in relazione alla sua attitudine probatoria, attitudine che evidentemente non può essere riferita a un evento non ancora accaduto". La stessa disciplina in materia di autocertificazioni dimostra che i fatti sono considerati come oggetto di possibile dichiarazione probante del privato, insieme ad altre caratteristiche del soggetto già presenti al momento della dichiarazione.
"Ne discende che, mentre l'affermazione del modulo di autocertificazione da parte del privato di una situazione passata (si pensi alla dichiarazione di essersi recato in ospedale ovvero al supermercato) potrà integrare gli estremi del delitto de qua, la semplice attestazione della propria intenzione di recarsi in un determinato luogo o di svolgere una certa attività non può essere ricompresa nell'ambito applicativo della norma incriminatrice, non rientrando nel novero "dei fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità". Irrilevante poi anche il fatto che la dichiarazione fosse stata incorporata in un verbale di polizia giudiziaria.
di Angela Stella
Il Riformista, 16 dicembre 2020
L'esposto alla Procura di Ancona che indaga sui fatti dell'8 marzo, quando in seguito alla rivolta contro la stretta Covid, persero la vita in 5: "La polizia ha manganellato e sparato ad altezza uomo". Che cosa è successo nel carcere di Modena l'8 marzo di quest'anno? Dei pestaggi su diversi detenuti da parte di poliziotti penitenziari, come raccontato in un recente esposto?
Ma facciamo un passo indietro: quello che è certo è che durante le rivolte della scorsa primavera hanno perso la vita tredici detenuti, cinque solo nel carcere di Modena, quattro subito dopo l'arrivo presso altri istituti, uno alla Dozza di Bologna e tre nell'istituto penitenziario di Terni, molto probabilmente vittime di abuso di sostanze stupefacenti trafugate durante la rivolta.
Sui fatti avvenuti sono in corso le attività di indagine di diverse procure e anche il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale si è costituito come parte offesa attraverso la nomina di un proprio difensore e di un consulente medico legale per le analisi degli esiti autoptici.
Ricordiamo che le rivolte erano esplose a seguito di una circolare dell'amministrazione penitenziaria che prevedeva il divieto di colloqui tra familiari e detenuti per contenere il rischio di contagio. Circa settanta furono le carceri tutto il territorio nazionale interessate dalle rivolte. A ciò si aggiungono, come reso noto dall'Agi, un presunto pestaggio di massa e soccorsi negati ad alcuni reclusi che stavano male per avere ingerito farmaci: lo raccontano in un esposto rivolto alla Procura di Ancona cinque detenuti che quel giorno erano presenti nell'istituto di pena modenese. I sottoscrittori dell'esposto hanno chiesto di essere sentiti dai magistrati per contribuire a "fare chiarezza" su quanto accadde quel maledetto giorno.
I detenuti raccontano "di aver assistito ai metodi coercitivi messi in atto da parte degli agenti della polizia penitenziaria di Modena e successivamente di Bologna e Reggio Emilia intervenuti come supporto. Ossia l'aver sparato ripetutamente con le armi in dotazione anche ad altezza uomo. L'aver caricato detenuti in palese stato di alterazione psicofisica dovuta ad un presumibile abuso di farmaci, a colpi di manganellate al volto e al corpo, morti successivamente a causa delle lesioni e dei traumi subiti, ma le cui morti sono state attribuite dai mezzi di informazione all'abuso di metadone".
Aggiungono che anche loro sarebbero stati "picchiati selvaggiamente e ripetutamente dopo esserci consegnati spontaneamente agli agenti, dopo essere stati ammanettati e privati delle scarpe, senza e sottolineiamo senza, aver posto resistenza alcuna. Siamo stati oggetto di minacce, sputi, insulti e manganellate, un vero pestaggio di massa".
Il problema è che i cinque a metà della settimana scorsa sono stati trasferiti nuovamente nel carcere di Modena, forse per un interrogatorio come persone informate sui fatti, e temerebbero per la loro incolumità, stando negli stessi luoghi dei loro presunti aguzzini. Tra loro c'è il trentaduenne B.F. assistito dall'avvocato Domenico Pennacchio che ci dice: "Tutta questa situazione poteva essere evitata. A gennaio 2019 il mio assistito era recluso a Parma.
Presentai una richiesta di trasferimento in un carcere campano perché non riceva assistenza dagli educatori. La domanda fu respinta dal Dap senza alcuna motivazione. Dopo venne mandato nel carcere di Modena: sia lui, sia il garante regionale, sia io presentammo nuove richieste di trasferimento in base a quanto previsto dall'ordinamento penitenziario che favorisce il rapporto con i familiari. Il mio assistito non è un mafioso, né rappresenta un pericolo per la sicurezza.
Voleva stare semplicemente più vicino alla famiglia, visto che i suoi parenti, vivendo in ristrettezze economiche, non potevano affrontare i viaggi fino a Modena. Il Dap, sempre senza motivare, ha respinto tutte le richieste e il mio assistito, pur se spettatore passivo delle rivolte, è stato pestato. I familiari ora sono preoccupati per questo trasferimento a Modena e chiedono che quanto prima si faccia luce su quanto accaduto. Non è possibile che il loro ragazzo, che era in custodia dello Stato, sia stato vittima di violenza da parte di alcuni agenti penitenziari".
bergamonews.it, 16 dicembre 2020
Una situazione che, per quanto si stia cercando di tamponare, si va a innestare su un quadro più ampio: quello del sovraffollamento. Nel luogo dove l'isolamento è imposto e il mondo esterno non entra se non per determinati momenti e determinate professioni, riesce però a insinuarsi il virus che sta annientando la realtà fuori dalle alte mura e dalle pesanti porte.
Il Covid-19 è entrato anche nel carcere di Bergamo. Se, infatti, durante il picco dell'emergenza sanitaria, la casa circondariale cittadina è riuscita a rimanere quasi immune dal contagio, nel corso della seconda ondata il virus si è insinuato anche nelle celle e nei lunghi corridoi detentivi. Da inizio dicembre sono risultati positivi alcuni detenuti della sezione "circondariale" dove si trovano i carcerati comuni in attesa di giudizio e nel reparto "femminile", tanto che dal primo dicembre gli ingressi alle due zone del carcere sono consentite solo a un numero ristretto di personale.
Negli ultimi giorni, il femminile è stato riaperto, mentre permangono ancora criticità alla sezione "comune" e alcuni carcerati positivi sono stati mandati al carcere di Bollate per l'isolamento. Non solo carcerati, però. Nella settimana dopo l'Immacolata sono risultati positivi anche circa venti agenti di sorveglianza in seguito a tampone, che sono stati quindi isolati. Una situazione che ha portato ad eseguire nuovi esami diagnostici al personale detenuto.
Una condizione che, per quanto si stia cercando di tamponare, si va a innestare su una situazione più ampia: quello del sovraffollamento delle carceri e il conseguente problema sanitario. È infatti di pochi giorni fa la richiesta da parte dell'associazione bergamasca Carcere e Territorio ai parlamentari bergamaschi di farsi parte diligente per l'adozione di misure contro il sovraffollamento nelle case circondariali nazionali che, in tempi di un'emergenza sanitaria, risulta ancora più drammatico.
Il Resto del Carlino, 16 dicembre 2020
Un unico caso di positività al Covid tra i detenuti, sei tra gli agenti di polizia penitenziaria. Questi gli effetti avuti dal Covid-19 in questi mesi all'interno del carcere della Rocca, stando all'associazione Antigone Emilia Romagna, che nei giorni scorsi ha visitato la struttura.
Tra le persone detenute, spiegano i rappresentanti dell'associazione, da anni impegnata a tutela dei diritti di chi è privato della libertà personale, "si è recentemente verificato un solo caso di positività al Covid, mentre tra il personale ne sono stati registrati 6. Per contrastare la diffusione del virus si è provveduto alla disposizione di 10 celle per l'isolamento dei nuovi arrivi, alla destinazione di celle di isolamento sanitario nelle singole sezioni e alla somministrazione mensile di due test sierologici e di un tampone sia al personale che alle persone detenute. Anche operatori e volontari che entrano regolarmente in carcere sono sottoposti a screening".
Il carcere cittadino "non rientra tra gli istituti italiani in cui a marzo ci sono state rivolte: in sede di colloquio con la direzione e il comando di polizia penitenziaria, questo dato è stato messo in relazione col fatto che l'amministrazione è riuscita ad anticipare alcune importanti necessità delle persone detenute all'inizio della pandemia: la diffusione tempestiva e dettagliata di informazioni riguardo al virus, avvenuta ad opera del personale sanitario, e la possibilità di comunicare frequentemente con i propri familiari. In tutte le sezioni, infatti, già a gennaio erano stati installati i dispositivi necessari per poter effettuare i colloqui a distanza".
Il regime "a celle aperte funziona regolarmente, nonostante la possibilità di movimento sia piuttosto limitata per la ristrettezza degli spazi a disposizione. Le attività scolastiche, quelle formative e quelle lavorative sono riprese, mentre restano sospesi quasi del tutto i progetti di carattere culturale, sportivo e ricreativo. In particolare, si segnala che è piuttosto limitata l'offerta di questo tipo di attività rivolta alle detenute".
Attualmente in carcere "sono detenute 155 persone, delle quali 78 stranieri e 101 definitivi, su una capienza regolamentare di 146 posti (e tollerabile di 180). L'istituto ha un reparto femminile in cui si trovano 18 donne, e ospita la sezione Oasi, dedicata esclusivamente ai sex offenders".
di Virginia Pedani
dire.it, 16 dicembre 2020
Una televisione accesa, una radio sincronizzata sulla giusta frequenza e tanta voglia di imparare, anche a distanza; stavolta anche di più dato che si sta dentro un carcere: è così che circa 150 studenti detenuti di Bologna iscritti ai percorsi scolastici del Cpia, il Centro per l'istruzione degli adulti, hanno 'salvato' il loro anno scolastico dall'urto del Covid. Se la scuola ha dovuto fermarsi, ripartire e ri-fermarsi di nuovo, in carcere si è vissuto "un lockdown dentro il lockdown", come lo ha definito Francesca Esposito, docente e referente Cpia alla Dozza. Quindi, per cercare di uscire da questo 'empasse' scolastico, sono arrivate in aiuto del Cpia due realtà: Lepida tv e Radio Città Fujiko.
"I detenuti hanno potuto imparare dalle loro camere detentive grazie alle nostre 'trasmissioni televisive educative'- racconta Esposito- semplicemente sintonizzandosi ogni mattina sul canale di Lepida o sulla frequenza di Radio Fujiko". Insomma, è stato sì tutto più difficile, ma si è riusciti a salvare l'anno. E per di più, come dice Emilio Porcaro, dirigente del Cpia di Bologna oggi alla presentazione degli esiti dell'attività di insegnamento in carcere, ci si è riusciti con "canali tecnologici considerati ormai 'superati', come una televisione o una radio, passate oggi del tutto in secondo piano a Internet". Infatti, oltre alla missione educativa, il Cpia è riuscito anche a riscoprire e trarre vantaggio dalle potenzialità della televisione, "perché- sostiene ancora Porcaro- è un mezzo comunicativo che hanno tutti, sia in casa che nelle stanze del carcere".
Il progetto 'Non è Mai Troppo Tardi 2020' realizzato in collaborazione con Lepida tv "ha dato i suoi frutti, ma non nascondiamo le grosse difficoltà che abbiamo avuto nell'approcciarci a questi nuovi modi di fare lezione- racconta Esposito-, in particolare, i detenuti hanno imparato molto dalle cinque 'lezioni televisive' settimanali di studi sociali, italiano, inglese e scienze, mentre noi insegnanti ci siamo arrangiati con mezzi casalinghi, primo fra tutti le presentazioni con PowerPoint per poter realizzare un prodotto educativo dalla durata di mezz'ora. Lezione che poi, appunto, veniva ospitata sul canale tv regionale dal lunedì al venerdì per cinque settimane". Ma qual è stato l'aspetto più problematico di 'Non è Mai Troppo Tardi 2020'?
"Ci siamo ritrovati letteralmente catapultati in un'assenza di relazione educativa- dice Esposito- e non nascondo che abbiamo avuto grossissima difficoltà a insegnare utilizzando mezzi alternativi come la radio o appunto la tv. Ma al primo posto delle criticità, mettiamo sicuramente l'unidirezionalità dei progetti, ovvero il non poter avere nessun tipo di riscontro o feedback dai destinatari del nostro lavoro". E così, conclude: "La tv è stata utilissima, ma se vorremo utilizzarla anche nel post-pandemia, dovremo per forza tenere di conto di quest'aspetto".
Fa pensare il fatto che, in tempi dove la Dad sembra essere diventata la via maestra all'istruzione e dove un down di Google può creare grossissimi problemi per l'insegnamento da remoto, la scuola per il carcere sembra assumere tutt'altra dimensione: non più il futuro come mezzo per apprendere, ma l'utilizzo del passato. Un vecchio schermo o un'antenna di una piccola radio portatile che tornano vivi e diventano preziosi a fini didattici.
nfatti, come sottolineato dalle insegnanti del Cpia, anche la radio ha saputo giocare la sua partita per l'istruzione dei detenuti bolognesi. Radio Città Fujiko ha infatti realizzato dallo scorso 13 aprile 'Liberi Dentro - Eduradio', un programma ad hoc per l'educazione in carcere attraverso la diffusione di pillole di didattica, micro-lezioni di diversi insegnamenti della durata di 10 minuti ciascuno. "Non potendo predisporre di piattaforme Internet per la didattica a distanza- sottolinea ancora Porcaro- abbiamo pensato di dotare i detenuti di piccole radio, perché è un altro canale di comunicazione immediato e alla portata di tutti. Non è mai troppo tardi per imparare".
di Giovanni Mastria
loschermo.it, 16 dicembre 2020
Il carcere è un luogo che viene tradizionalmente guardato dalla popolazione con una certa diffidenza, e anche nella nostra città questa tendenza non è smentita. L'istituto di pena rappresenta infatti un luogo di temporanea esclusione dalla società, ma secondo la nostra Costituzione dovrebbe servire alla rieducazione e al reinserimento sociale del condannato. È davvero così? A Lucca ci sono le condizioni perché ciò avvenga? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Maionchi - avvocato e responsabile dell'Osservatorio Carcere della Camera penale lucchese - che ci ha condotto idealmente all'interno dell'antico carcere di San Giorgio e ci ha illustrato la realtà carceraria della nostra città.
Lei è, per la Camera Penale di Lucca, componente dell'Osservatorio Carcere: ci può spiegare che cos'è esattamente tale organismo e quali sono le sue funzioni?
L'Osservatorio carcere è una struttura istituita a livello nazionale in seno alle Camere penali Italiane, che si compone e si avvale di strutture decentrate rappresentate dai referenti locali delle Camere Penali. Al momento io e la collega Francesca Trasatti siamo, appunto, i referenti per la Camera penale di Lucca. La funzione dell'Osservatorio - seguendo le linee guida tracciate a livello nazionale - è quella di studiare i problemi normativi e pratici dell'ordinamento penitenziario e della realtà carceraria alla luce della produzione legislativa in materia penitenziaria. Una delle attività principali è quella di monitoraggio della situazione carceraria attraverso le visite dei singoli istituti penitenziari, e tra gli obiettivi dell'Osservatorio c'è quello di avvicinare e sensibilizzare l'opinione pubblica alle problematiche relative alla detenzione.
Anche sulla base della sua esperienza professionale, secondo lei qual è il rapporto dei lucchesi con la casa circondariale San Giorgio?
Venendo alla nostra realtà cittadina, penso di poter affermare - peraltro con un certo rammarico - che il carcere di San Giorgio rimane abbastanza indifferente ai lucchesi. Dalla Via San Giorgio non si ha neppure l'impressione di avere davanti un carcere, la struttura si mimetizza abbastanza con gli edifici adiacenti. Diversa, invece, è la visuale dalle mura: muri di cinta, guardia armata di ronda sul camminamento estero e inferriate delle celle. Personalmente sono dispiaciuto che la società civile non abbia interesse ad avvicinarsi e a comprendere il carcere. Sembra quasi che ci si voglia fermare ad osservare il "contenitore", senza andare oltre e cercare di comprendere il "contenuto". Sono convinto che un progetto di "apertura delle porte del carcere" farebbe comprendere al cittadino cosa si intende effettivamente per "detenzione" e, al contempo, porterebbe giovamento e opportunità anche alla struttura stessa, magari attraverso progetti esterni.
Abbattiamo i muri tipici del luogo di reclusione e cerchiamo, adesso, di fare entrare i lucchesi all'interno del carcere: com'è divisa la struttura e in che condizioni si trova attualmente?
La Struttura era un antico convento di monache di clausura che fu adibito a luogo di detenzione a far data dal 1806. Per la sua conformazione strutturale, non essendo stata progettata per ospitare un luogo di reclusione, sono state apportate negli anni diverse modifiche e migliorie al fine di cercare di adattare al meglio i locali esistenti alle esigenze proprie di un istituto di pena. Sebbene la conformazione e la vetustà degli edifici determinino difficoltà nella gestione degli spazi si è potuto constatare una positiva attitudine dell'amministrazione nel recupero di locali, anche adibiti ad aree comuni per i detenuti che, nello specifico, sono individuati nella palestra, nella biblioteca e nel teatro. Vi sono due ulteriori spazi comuni per "l'aria", composti da due zone adibite a passeggio e campo da calcetto. Peraltro vorrei evidenziare anche che recentemente è stata ammodernata la sala colloqui familiari ed istituita una stanza adibita all'accoglienza dei minori in visita ai parenti. Inoltre, è presente anche una sezione per i detenuti semiliberi che mette a disposizione celle singole e doppie.
Qual è la capienza del carcere e quanti detenuti sono attualmente presenti all'interno della struttura? In poche parole...c'è sovrannumero di detenuti? Secondo lei per quale motivo?
Attualmente i detenuti sono 108, al limite della capienza. L'emergenza epidemiologica in atto rende difficili i trasferimenti in altri istituti. Noi siamo comunque una realtà relativamente felice, se è consentito usare tale aggettivo per un carcere. Vi sono strutture in Toscana, ma più in generale in Italia, dove, purtroppo, il sovraffollamento tocca picchi molto preoccupanti. Molte volte si è parlato di una vera riforma dell'edilizia penitenziaria, ma troppo spesso non se ne è mai fatto di nulla.
Quanti detenuti stanno scontando una pena definitiva e quanti, invece, sono sottoposti a misura cautelare senza essere stati condannati? Prevalentemente di quali reati si tratta?
I condannati con sentenza definitiva sono circa il 50%. In particolare si segnalano, per lo più, detenuti ristretti per reati inerenti droga, furti e rapine.
Qual è la percentuale di stranieri presenti all'interno del carcere? Da quali paesi provengono?
La popolazione carceraria di Lucca è composta per il 55% da stranieri di tutti i Paesi, con una marcata presenza di soggetti nord africani (Marocco, Tunisia, Algeria).
Il carcere di Lucca ha sezioni femminili? Le ha mai avute?
La sezione femminile è stata chiusa nel 2003 e, pertanto, oggi è un Istituto esclusivamente maschile. La ex sezione femminile adesso è in parte adibita ad ospitare i soggetti semiliberi.
In che condizioni vivono i detenuti? Ad esempio, nelle celle ci sono almeno 3 mq calpestabili per ogni detenuto? C'è l'acqua calda, il riscaldamento e la doccia in ogni cella?
La zona delle celle, evidentemente condizionata della vetustà della struttura, è sufficientemente pulita, provvista di tutte le dotazioni di sicurezza come cartelli di evacuazione ed estintori. Nelle camere di detenzione vi sono i tre metri calpestabili e ogni cella ha il riscaldamento. In ordine alle docce delle sezioni, peraltro di recente ammodernamento, si sta provvedendo alla sistemazione delle medesime e dei locali sottostanti, per problemi sopravvenuti.
È offerto un supporto medico e psicologico all'interno della struttura? Quanti sono gli agenti di polizia penitenziaria presenti all'interno? Secondo lei sono sufficienti?
In Istituto è attiva un'area Sanitaria che dipende direttamente dalla ASL e ci sono tre psicologi, uno della ASL e uno convenzionato dall'amministrazione penitenziaria. Quanto all'organico della polizia penitenziaria, a fronte di recenti pensionamenti sono giunti nuovi agenti. Però non conosco il numero esatto degli agenti in servizio e, quindi, non posso dirle se il numero sia sufficiente o meno. Andrebbe confrontato il dato con le proporzioni previste dalla legge in materia di vigilanza degli istituti.
Com'è il rapporto tra detenuti, agenti di polizia penitenziaria, avvocati e assistenti sociali?
Posso parlare unicamente degli ultimi dieci anni e devo dire che le relazioni tra avvocatura e "mondo penitenziario lucchese" sono sempre stati molto buoni, volti ad una collaborazione fattiva e caratterizzati da un confronto leale e costruttivo. Quando parlo di "mondo penitenziario" mi riferisco, in particolare, all'amministrazione penitenziaria (composta da area dirigenziale, polizia penitenziaria, area educativa e Udepe), al servizio sanitario che opera all'interno dell'istituto, nonché ai volontari. Per ciò che concerne il rapporto tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria, per quanto ne sappia, tranne episodi che inevitabilmente si verificano, il clima è relativamente tranquillo.
Ci sono stati, recentemente, casi di autolesionismo e di violenze all'interno del carcere?
A volte si verificano: la detenzione è dura, prima di tutto da un punto di vista psicologico. Sono atti dimostrativi frutto di disperazione che personalmente comprendo, ma che allo stesso tempo ho sempre rimproverato ai detenuti che assisto, poiché non portano a niente se non ad inasprire e tendere i rapporti con l'amministrazione penitenziaria, con tutto quanto di negativo ne discende.
In altri istituti ci sono stati veri e propri focolai di Covid-19. Nel carcere di Lucca com'è stata gestita la pandemia?
La pandemia è stata gestita fin dall'inizio attraverso protocolli stipulati tra la Direzione e il Dirigente sanitario del locale presidio: sono state adottate tutte le misure previste dai protocolli nazionali e regionali e dalle disposizioni dei superiori uffici. Non vi sono stati focolai, però c'è stato qualche caso di Covid-19 che è stato gestito attraverso la rigida osservanza delle misure predisposte. Comunque, al momento, non vi sono casi. Cosa è stato fatto? innanzitutto all'ingresso dell'istituto è stato predisposto un triage, una postazione permanente dotata di termo scanner, mascherine, gel disinfettante e guanti. Tutti gli ambienti sono stati trattati con macchinari di sanificazione e ogni postazione operativa prevede un dispenser di gel disinfettante. Tutti gli appartenenti all'amministrazione penitenziaria sono dotati di mascherine e guanti e tutti i detenuti sono stati dotati di mascherine - bene attualmente preziosissimo - fornite dal Comune di Lucca, dall'area sanitaria dell'istituto e dalla Direzione. Peraltro vorrei segnalare che un imprenditore lucchese ha donato una fornitura di mascherine, anche se purtroppo è rimasto un caso isolato. Inoltre, di concerto con il dirigente sanitario, sono state istituite sezioni stagne all'interno delle quali i detenuti non cambiano mai, in maniera tale che se dovesse manifestarsi un contagio questo rimarrà confinato ad un numero ristretto di soggetti ben identificabili. Nei locali a fianco dell'infermeria, poi, è stata istituita anche un'area sanitaria di isolamento: in pratica tutti i nuovi giunti, tutti i detenuti movimentati e tutti i detenuti che hanno contatto con l'esterno devono trascorrere la quarantena in quest'area di isolamento prima di tornare in sezione. Vi è un presidio sanitario fisso, oltre che un presidio di polizia penitenziaria, che garantisce l'accesso alle persone isolate.
Vuole aggiungere altro?
Si, colgo quest'occasione per fare un appello: chi volesse contribuire alla causa del carcere di Lucca non esiti a contattare l'Osservatorio Carcere o il sottoscritto.
aostanews24.it, 16 dicembre 2020
Il Garante dei detenuti, Enrico Formento Dojot, ha incontrato oggi Emilia Rossi, componente del Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, in visita alla Casa circondariale di Brissogne.
"Ho accolto con molto piacere Emilia Rossi, in rappresentanza del Collegio del Garante nazionale - riferisce Dojot - alla quale ho illustrato le difficoltà che, ormai da anni, affliggono l'Istituto di Brissogne e che notoriamente consistono nell'assenza del Direttore e del Comandante titolari, nell'incidenza del numero di detenuti stranieri in percentuale doppia rispetto alla media nazionale e nel frequente turn over dei ristretti.
In sintesi, il carcere valdostano da tempo ha perso una sua identità, diventando il polmone rispetto ai problemi di sovraffollamento di Istituti vicini. Tali criticità si ripercuotono pesantemente sulla vita detentiva, in termini di progettazione lavorativa, formativa, culturale e ricreativa".
E conclude "Ad esempio, per rimanere nell'attualità, il progetto "So-Stare fuori" di housing sociale destinato a reperire alloggi per l'ottenimento della detenzione domiciliare sta procedendo a rilento, anche per le disfunzioni interne alla Casa circondariale, nonostante l'impegno dei singoli operatori. La componente del Collegio del Garante nazionale ha preso atto e mi ha ringraziato per il supporto fornito".
Gazzetta di Parma, 16 dicembre 2020
I sindacati della Polizia penitenziaria hanno inviato una nota comune dopo essere "venute a conoscenza, tramite dichiarazioni stampa dei garanti Nazionale e Comunale dei detenuti, di una possibile apertura dei restanti due reparti detentivi del nuovo padiglione detentivo degli Istituti Penitenziari di Parma, apertura che dovrebbe interessare esclusivamente detenuti positivi al coronavirus, provenienti dagli altri Istituti penitenziari del Distretto".
"Pur comprendendo lo stato di emergenza sanitaria che sta caratterizzando il territorio nazionale e quello degli istituti penitenziari emiliani romagnoli - scrivono - riteniamo inammissibile l'unilaterale scelta da parte dell'Amministrazione Penitenziaria, di far diventare gli Istituti penitenziari di Parma il lazzaretto detentivo regionale".
"Forti sono le preoccupazioni che tale scelta ingenera nel personale di Polizia Penitenziaria - continuano - in considerazione delle innumerevoli problematiche che questo istituto, già di per sé, presenta, dovute anche all'assenza di chiare e precise indicazioni, sia da parete della Direzione che dei superiori uffici, circa le modalità operative da osservare da parte del personale impiegato presso le sezioni detentive ove sono presenti detenuti positivi o presunti tali.
Tante sono anche le domande che ci poniamo in merito alle modalità con cui si dovrebbe prestare servizio nei citati reparti detentivi; da come verranno effettuati i monitoraggi dei detenuti positivi, laddove nei due reparti, non sono presenti ambulatori per le visite mediche, all'assenza di apposite stanze asettiche, dove il personale possa cambiarsi per indossare i necessari dispositivi sanitari di protezione".
"Il personale consumerà il pasto insieme a tutti gli altri agenti, prevedendo o meno, speciali percorsi di distanziamento dal resto dei lavoratori e se la loro salute verrà monitorata con frequenza settimanale, tramite tamponi molecolari. Non abbiamo neppure contezza in merito all'eventuale aggiornamento del Dvr da parte della Direzione, stante la completa assenza di informazioni da parte della stessa circa l'implementazione del suddetto testo con il rischio biologico da Covid-19, per non parlare della totale, gravissima e colpevole assenza di una qualsivoglia attività formativa rivolta al personale in servizio presso le sezioni detentive, in merito alla gestione del rischio pandemico, circostanza che, in molteplici istituti regionali, si sta riflettendo sulla salute dei lavoratori, sempre più esposti al contagio. Inoltre, l'assenza di ogni confronto sindacale con la parte pubblica, che continua ad avere un'inaccettabile propensione ad assumere scelte unilaterali, pone le scriventi in una situazione di marginalità che si riflette di conseguenza sul personale in servizio, mortificandolo ulteriormente; personale che, quotidianamente, continua a mostrare un'eccezionale abnegazione al servizio ed una eccelsa professionalità che fino ad oggi l'ha contraddistinto e ha permesso, malgrado le lacunose disposizioni in materia, di limitare al massimo il numero dei detenuti positivi al coronavirus".
"Chi, però, ha pagato lo scotto di una discreta gestione del fenomeno presso il penitenziario ducale - concludono - è stato, come sempre, il personale di Polizia Penitenziaria, con oltre 60 unità contagiate, come dimostrato dai test sierologici effettuati successivamente alla prima fase emergenziale, durante la quale la maggioranza dei colleghi non è stata sottoposta ad alcun test ed ha, quindi, saputo di essere entrata a contatto col virus solo recentemente.
Come, se fosse adottata la scelta di cui si discute, non verrebbe preso in considerazione neppure il contenzioso legale avviato dai sindacati., per condotta antisindacale ex art 28, con udienza prevista per il 21 gennaio 2021, per la medesima motivazione, cioè la scelta, unilaterale, da parte dell'Amministrazione penitenziaria, dell'apertura di un nuovo reparto detentivo, senza il previsto ed obbligatorio confronto sindacale. Pertanto, alla luce delle considerazioni di cui sopra, si richiede la sospensione di ogni eventuale scelta unilaterale, senza il previsto confronto tra le parti".
di Andrea Galli
Corriere della Sera, 16 dicembre 2020
I senzatetto: dormitori ancora da sanificare. "Fate qualcosa o qui finisce molto male". La strada è sempre onesta, basta stare ad ascoltarla. Ascoltiamo Lucio, 52 anni, e Stefano, 45 anni. Comincia quest'ultimo: "Se sono qui sotto un portico è perché ho fatto un po' di bordelli. Ma grossi bordelli, oltre a marcire in galera per un pezzo".
"Per bordelli intendi che hai accoppato qualcuno?" domanda Lucio che arriva subito al dunque. "Fatti i cavoli tuoi". In realtà, puntualizza Stefano, emigrato dalla Sardegna a inizio degli anni Novanta, loro due si vogliono un gran bene. O quantomeno, si sopportano serenamente, alleati come sono per sopravvivere.
Alle 21.21, in via Hoepli, sul marciapiede opposto rispetto all'omonima libreria, di fronte alle vetrine di Intesa Sanpaolo, Lucio e Stefano stanno per andare a dormire. Lucio ha steso dei cartoni. Tre strati. Con la punta delle scarpe bianche da tennis provvede affinché i cartoni siano ben allineati e il più possibile piani; tra poco ci si stenderà sopra, dentro il sacco a pelo. "Un unico centimetro di esposizione fuori dai cartoni, a contatto col pavimento, ti frega. Si gela prima un pezzo del corpo e nemmeno lo senti. Poi il freddo si prende le ossa. Una frase fatta ma provalo dal vivo e inizierai a piangere di brutto".
Lucio ha una giacca a vento sotto un giaccone. "Io ti chiederei anche altri vestiti, ma qui il problema è dove poi li metto. Mica posso lasciarli nell'armadio". Lui s'accompagna con due borsoni di colore nero, di quelli da palestra. Dice Stefano: "Ognuno ha la sua postazione e di norma non arriva uno alle tre di notte e ti sbatte via a calci in faccia sostenendo che lo spazio è suo. Guardati attorno, da qui al Duomo possiamo starci in diecimila. Una volta magari potevi anche abbandonare la roba e non la toccavano... Ma siamo così tanti, anzi siamo troppi, troppi davvero, che ci facciamo la guerra tra di noi e se non ci si inventa qualcosa, 'sto inverno finisce in strage, crepiamo tutti ibernati". Lucio lo interrompe per sintetizzare: "Una guerra tra poveri".
Ha già visto l'una e gli altri.
Viene dall'Albania, erano gli anni Novanta anche per lui, quando lasciò casa, che stava nei paesini isolati e poveri sulle montagne, e scappò sul gommone dalla guerra civile. Ma stava parlando Lucio: "Voi italiani mi domandate perché non torno là. E a fare?". Magari a cercare lavoro, gli consiglia Stefano, "calcolando che in Albania la vita costa dieci volte di meno. Te lo dico io, il motivo per cui resti. A Milano, la giornata la porti a casa, un lavoro, anche da schiavo, lo trovi". Pacatamente, Lucio lo contesta: "Un anno fa sì, ti posso anche dare ragione. Ma oggi?".
Ecco, oggi. Stefano chiede l'ora; "quasi quasi" annuncia, "salgo sulla 90-91 e mi sparo una notte intera". Un filo preoccupato, Lucio domanda: "Sicuro?".
L'interrogativo genera una lunga pausa di sospensione. "Hai ragione. Siamo una tale marea, peraltro tutti con la stessa idea, quella di infilarci a una cert'ora sul bus e dormirci, che sta succedendo 'sta cosa. Spengono il riscaldamento. Qualche autista incattivito col mondo, quando vede che siamo gli unici passeggeri ci lascia al freddo apposta. Magari così la capiamo che dobbiamo scendere".
E scendete? "Col c..., meglio quella grossa scatola congelata del marciapiede" dice Stefano. Che ha ancora parecchio da raccontare, mentre Lucio torna a occuparsi dell'allineamento dei suoi cartoni. "Sono stato a parlare con gli assistenti sociali. Stanno già nel caos di loro, con la pandemia chi già non ci stava con la testa è esploso, se prima vedeva i fantasmi adesso c'ha i mostri nella testa. Comunque, ho supplicato di farmi avere un letto.
Hanno spiegato che sono in ritardo con le sanificazioni dei dormitori. Che genialità, magari potevano portarsi avanti, il piano freddo scattava a novembre... Noi siamo l'ultimo pensiero. I barboni, che s'impicchino!". Parla guardando Lucio, che ha avuto in dono un piatto di pasta al ragù da un altro senzatetto. La scena introduce una digressione di Stefano: "Avevo un fornelletto da campeggio. Ci facevo il caffè. I vigili l'hanno sequestrato, sostenendo che era un'arma. Un'arma?".
A sua volta, la rievocazione genera una digressione anche da parte di Lucio. "In Italia ho fatto qualsiasi mestiere. Imbianchino, facchino, muratore, lavapiatti eccetera eccetera". Sorride ma chinando il capo, forse per nascondere la bocca sdentata. "Dopodiché, mi ero messo a fare ritratti ai turisti in piazza del Duomo. Non sono Michelangelo, però ci campavo. Quando hanno chiuso tutti in casa per il Covid, ho smesso coi ritratti... Intanto mi avevano dato un sacco di multe, non ho mai capito il motivo, forse non potevo fare l'artista di strada. Morale della favola, ho terminato i soldi".
Ma chissenefrega della grana, dice Stefano. "Finché tiro su il giusto per una birra, mi accontento. Il cibo? Sto anche due giorni senza. La cosa che ti devasta davvero è l'impossibilità di badare all'igiene personale. Finché i bar erano aperti regolari e potevi andare nei cessi, allora entravi, facevi l'occhiolino al cameriere, e ti pulivi. Il tacito patto era: bon, non bucarti, non sporcare, non spaccare, non chiuderti dentro un quarto d'ora a fare le tue cose.
Adesso, se mi capita un'urgenza, la maggior parte non ci fa entrare, e non per quei rischi là, non bucarti, non sporcare e via elencando, ma per colpa da una parte dei divieti, del fatto che fino all'altro ieri era consentito solo l'asporto, non potevi sostare nel bar e usare il cesso, e dall'altra parte per la paura che boh, siamo appestati e lasciamo impronte attaccando il virus.
Senti, al di là di tutte le putt... che si dicono, vivere per strada non è una scelta. La strada è bastarda. Una cosa che capita sono i furti tra di noi. Un sacco. Ti rubano stringhe, guanti, mutande, bottoni, calze imbottite pure spaiate, monetine da 5 centesimi... Poi i documenti. A noi italiani li fregano gli stranieri, i marocchini. Li buttano nel tombino, tanto non gli servono".
E allora perché? "Dispetto. Uno m'ha detto: "Con tutti gli uffici chiusi e l'obbligo di prenotare l'appuntamento, capisci cosa vuol dire essere un negro e perdersi nella burocrazia, vedendo che dall'altra parte, con tutti i problemi di questo periodo, dei tuoi casini di immigrato non interessa nulla a nessuno".
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