di Michela Murgia
L'Espresso, 21 marzo 2021
Le inchieste sulle organizzazioni attaccate da Minniti. E la continuità sui migranti del governo Draghi. Indizi di nuova spietatezza politica. Tutte le valanghe cominciano con un fiocco di neve. Questo proverbio andrebbe tenuto bene a mente ogni volta che un fenomeno di grosse proporzioni, non necessariamente naturale, si manifesta improvviso in un modo che appare casuale. Ne è buon esempio la sequenza di procedimenti giudiziari - tre in un giorno solo la scorsa settimana - aperti contro le Ong che fanno soccorso in mare ai migranti. L'accusa delle procure di Ragusa, Catania e Trapani, rivolte a Medici senza frontiere e a Mediterranea, è la stessa per la quale tutti i precedenti tentativi di rinvio a giudizio delle Ong si sono sempre conclusi con un nulla di fatto: favoreggiamento dell'immigrazione illegale, con e senza scopo di lucro. La criminalizzazione del salvataggio umanitario si ripete da anni e non ha colore politico, perché quando si parla di migranti non esistono governi amici. Le norme esplicite contro le Ong sono iniziate infatti col Pd al governo sotto il ministero dell'Interno di Marco Minniti, che da un lato stringeva accordi con la Libia per i respingimenti dei migranti e dall'altro pretendeva dalle organizzazioni umanitarie un codice di comportamento che le trattava di fatto tutte come presunte trafficanti.
Nel 2017 l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha giudicato "disumano" l'accordo italo-libico per la gestione dei flussi migratori firmato da Minniti, ma per tutta risposta Minniti è stato premiato il mese scorso con la nomina alla presidenza della fondazione di Leonardo spa, ex Finmeccanica specializzata in - così recita il sito - "un nuovo umanesimo tecnologico", curioso modo per dire che ci si occupa di difesa, sicurezza e aerospazio.
La lotta al soccorso ha però vissuto il suo apice mediatico durante il primo governo Conte, con Matteo Salvini che aveva fatto dello slogan #portichiusi il suo principale mantra da comizio e spronato le forze dell'ordine a muoversi quotidianamente per rendere difficile la vita a chi salvava la vita. Col Conte bis i più ingenui si erano illusi che avremmo assistito a un cambio di passo, a partire dalla cessazione della criminalizzazione del soccorso e dalla stipula di accordi europei che portassero a un'azione congiunta di accoglienza, non di respingimento, di chi cerca una vita migliore. Sotto il ben più discreto ministero Lamorgese le decisioni sono però andate nella direzione opposta: gli accordi con la Libia sono stati rinnovati tali e quali a dispetto delle denunce di tutte le organizzazioni internazionali, le multe alle navi Ong sono state ridotte, ma non cancellate, e anche se diminuivano gli attacchi giudiziari all'attività di soccorso, aumentavano le pastoie burocratiche che tenevano mesi e mesi i mezzi umanitari in porto per i più vari "controlli".
Nell'era Draghi qualcosa è cambiato. Non il ministro (è sempre la muta Lamorgese) e nemmeno la linea: l'Italia del nuovo premier supporta totalmente l'agenzia europea Frontex, che quest'anno spenderà più di un miliardo di euro per pattugliare con droni, navi e uomini i confini europei whatever it takes. A essere cambiato sembra il clima politico, con un raggelamento della temperatura sociale sufficiente a far cadere quel famoso fiocco di neve da cui poi può partire il resto. Il segnale della valanga imminente non è però caduto in mare, ma a terra, e precisamente sulla testa di un uomo anziano di Trieste, Gian Andrea Franchi, e di sua moglie Lorena Fornasir. I due, 84 anni lui e 67 lei, sono noti da anni nel mondo del soccorso umanitario per essere i samaritani che prestano aiuto ai migranti che arrivano dal confine sloveno dopo essere sopravvissuti alla via gelida della rotta di terra. I due vecchi avrebbero la colpa di aver ospitato "a scopo di lucro" per una notte una famiglia iraniana con due bambini. Come è già accaduto ogni volta che la loro associazione negli anni si è vista rivolgere dalla procura la stessa accusa, è facile prevedere che anche stavolta non ci sarà niente da rimandare a giudizio, ma non è questo il punto. C'è una nuova spietatezza politica nell'aria e qualcuno spera forse che l'emergenza pandemica ci distragga dal vederla.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 21 marzo 2021
Migliaia di donne ieri in piazza contro l'uscita del governo di Ankara dal trattato di Istanbul. La ministra della famiglia: "La carta contro la violenza di genere non ci serve". Ma i numeri dicono altro
8 marzo di protesta per le donne turche di Istanbul.
Le donne turche e le associazioni femministe lo avevano già capito. Manifestano dall'anno scorso, nonostante la pandemia, perché l'uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul era nell'aria, portata dalle parole insistenti come martelli pneumatici di ministri, politici, dello stesso presidente Erdogan. Venerdì sera è successo: la Turchia, primo firmatario della Convezione del Consiglio d'Europa e paese ospitante il debutto della principale carta internazionale contro la violenza sulle donne, non aderisce più al trattato. La Convenzione, entrata in vigore nel maggio 2011, firmata da 45 paesi (e dalle istituzioni Ue) e ratificata da 35, è la prima a introdurre strumenti legalmente vincolanti per combattere la violenza sulle donne, prevenire gli abusi domestici e perseguire i responsabili.
All'articolo 3, definisce la violenza di genere come una forma di discriminazione e individua una serie di abusi come specifica violenza contro le donne: violenza psicologica e fisica, stupro, molestie, stalking, matrimonio forzato, mutilazione genitale femminile, aborto forzato e sterilizzazione forzata, delitti d'onore. Ankara dice di non averne bisogno e affida questa certezza a un tweet della ministra della famiglia, Zehra Zumrut: "A tutelare le donne ci sono già le leggi nazionali, a partire dalla nostra Costituzione. Il nostro sistema giudiziario è dinamico e abbastanza forte da implementare nuove leggi".
I numeri dicono il contrario: secondo l'Oms, il 38% delle turche ha subito violenza almeno una volta, mentre secondo un rapporto dello stesso governo turco risalente al 2014 quattro donne su 10 hanno subito abusi fisici o sessuali, tre su 10 si sposano ancora minorenni, al 33% delle ragazze non viene permesso di frequentare la scuola e all'11% delle donne di lavorare. E poi i femminicidi: 300 nel 2020 (più 170 casi "sospetti", che la polizia ha frettolosamente bollato come suicidi tra le proteste delle associazioni delle donne), 477 nel 2019, 440 nel 2018. Grosso modo il doppio dei dati del 2012.
Numeri che si accompagnano alla martellante campagna imbastita da numerosi esponenti di governo e personalità conservatrici che (a partire dallo stesso Erdogan) da anni dipingono un'immagine dei ruoli di genere che buona parte delle donne - e non solo - considera l'ennesimo esempio di patriarcato di Stato: prendersi cura della casa e dei figli, soprattutto farli i figli, almeno tre, per il bene della nazione, che rischia ogni giorno a causa dell'avanzata della propaganda Lgbtqi+, terroristi che puntano a distruggere la fabbrica sociale (lo ha ribadito ieri su Twitter il vice presidente Fuat Oktay). Questa la realtà agognata da una fetta importante di classe dirigente, se non altro quella al potere con la coalizione di governo Akp-Mhp. La Convenzione è divenuta il bersaglio migliore, con il suo richiamo all'uguaglianza che i conservatori ritengono il mezzo per promuovere i diritti Lgbtqi+.
Immediata la reazione delle opposizioni del Chp e dell'Hdp, ma soprattutto quella delle associazioni delle donne e femministe che hanno chiamato subito alla piazza, mai lasciata in questi mesi: "Chiamiamo alla lotta totale contro chi ha rimosso la Convenzione di Istanbul", il messaggio affidato ai social dalla piattaforma turca We Will Stop Femicide, annunciando proteste in tutto il paese, nel pomeriggio di ieri, da Hakkari a Erzurum, da Duzce a Kırsehir. Il quartiere di Kadikoy a Istanbul si è colorata di viola e riempita del grido di migliaia di donne: "Kararı geri çek, sözlesmeyi uygula" (ritira la decisione, rispetta la Convenzione). Con loro membri del Chp, le socialiste femministe dell'Ehp, il Partito comunista e tanti altri, che hanno preso la parola insieme ai gruppi femministi. Lo slogan comune "Non stiamo zitte, non obbediamo". La polizia le ha caricate.
E mentre i social network venivano inondati di messaggi di dissenso (l'hashtag: #istanbulsozlesmesiyasatir) venivano inondati di messaggi di dissenso, a reagire è anche il Consiglio d'Europa per bocca della sua segretaria generale Marija Pejcinovic Buric: "Questa mossa è un grave passo indietro e tra i più deplorevoli perché compromette la protezione delle donne in Turchia".
di Ezio Menzione
Il Dubbio, 21 marzo 2021
Stracciata la Convenzione anti femminicidio pur di blandire gli ultraconservatori. Con un decreto presidenziale, il "sultano" ritira l'adesione della Turchia alla Convenzione di Istanbul, la più importante Carta europea contro la violenza di genere. Non è solo un attacco al movimento Lgbt+ ma anche una lisciata agli integralisti del partito Mhp, decisivo per la maggioranza del governo di Ankara.
Con un decreto presidenziale pubblicato stamani sulla Gazzetta Ufficiale turca, Erdogan ha ritirato l'adesione del proprio paese alla Convenzione di Istanbul del 2011, sottoscritta dal Parlamento turco all'unanimità nel 2012. La Turchia era stata il primo firmatario della Convenzione, seguita da 31 paesi su 37 del Consiglio d'Europa.
La Convenzione e i suoi 81 articoli è unanimemente considerata la migliore tutela che le donne abbiano raggiunto in questi anni per difenderle dagli atti di violenza di genere e di discriminazione: un caposaldo legislativo che rende un po' meno deboli le donne di tutta Europa. Essa individua nuovi (allora) reati come lo stalking, la violenza psicologica, il matrimonio, l'aborto e la sterilizzazione forzati e altri ancora, e costringe gli Stati firmatari ad approntare rimedi contro la violenza di genere.
Violenza che proprio in Turchia raggiunge vette e numeri di fronte ai quali impallidiscono quelli degli altri paesi: un recente studio ha dimostrato che una donna su tre ha subito una vera e propria violenza sessuale in vita sua. Basti dire i numeri dei femminicidi: negli ultimi anni sono su una media stabile di più di 300 l'anno (324 nel 2019, 284 nel 2020, 33 nel solo febbraio 2021, ultimo dato pervenuto), con punte di più di 400. Se c'è un paese che ha bisogno più di ogni altro della Convenzione di Istanbul, questo è la Turchia.
Il ministro della Famiglia e il portavoce di Erdogan, nell'intervenire sul decreto presidenziale, hanno affermato che la Turchia non ha bisogno di una norma internazionale, che la famiglia e la cultura della famiglia bastano a tutelare le donne, soprattutto "bastano i valori tradizionali che fanno della famiglia un asse portante della società turca". Questo richiamo ai "valori tradizionali" è la chiave per comprendere la mossa di Erdogan: l'attacco è sì principalmente contro le donne, ma tiene d'occhio anche (se non soprattutto) il movimento Lgbt+, molto forte nelle grandi città e che vede in primissima fila lesbiche e trans, su posizioni di chiara opposizione al governo.
Facile prevedere come prossima mossa una messa fuori legge di tale movimento, che trovava proprio nell'articolo 4 della Convenzione una difesa dagli atti discriminatori delle persone sulla base degli orientamenti sessuali.
Ma quale è l'obiettivo politico di una mossa simile? Ci sta dentro, naturalmente, l'insofferenza tipica del sultano ad ogni norma e legame pattizio e proveniente da qualche altra fonte, pur se recepita dall'ordinamento interno. Ma ci sta pure la sudditanza ai voleri del partito Mhp, alleato fondamentale della coalizione di governo (da solo lo Akp, il partito di Erdogan, non avrebbe avuto il 50% dei voti alle ultime politiche e al referendum costituzionale).
Lo Mhp è partito ultraconservatore, islamista integralista, che mira alla reintroduzione della sharia (la legge islamica) per governare le questioni familiari: era stata bandita da Ataturk nel 1923 al momento della costituzione della repubblica. È su questo che si gioca la partita in Turchia. La rimoscheizzazione di Santa Sofia e di Chora a Istanbul, non erano state che l'assaggio.
Naturalmente, la disdetta dell'adesione della Turchia alla Convenzione di Istanbul ha suscitato sdegno in tutta Europa (eccetto che da parte di Di Maio). Ma ha sollevato proteste soprattutto in patria sia per le modalità con cui è avvenuta - un decreto presidenziale che abroga una legge approvata unanimemente dall'intero Parlamento - sia perché il forte movimento delle donne considera la Convenzione una conquista e uno scudo necessario. Difatti in tutto il paese le donne si sono convocate in piazza per stasera e, c'è da giurarci, la questione non finisce qui.
*Osservatore Internazionale Ucpi
di Gigi Riva
L'Espresso, 21 marzo 2021
Arrestato. Torturato. Liberato grazie alle amicizie del padre. Verso una vita di sensi di colpa. E di testimonianze per far condannare gli aguzzini. Dopo averne seminato corposi brandelli nei suoi film, giunto all'età di 65 anni il regista Marco Bechis si è deciso a raccontare per intero in un libro la sua vita da desaparecido-sopravvissuto. Dove l'accento cade piuttosto sul secondo vocabolo, quello che lo ha accompagnato nei 44 anni successivi al sequestro per arrivare ai giorni nostri, alla scrittura come catarsi, persino come espiazione per un destino evitato che gli ha lasciato, sempre, la sensazione di un debito verso chi non c'è più. Una sindrome sull'onda di quanto già sappiamo da Primo Levi sui sommersi e i salvati, aggiornato a un genocidio più recente, quello della dittatura argentina a cavallo tra gli anni 70 e 80.
Nei suoi taccuini, nella sua testa, Bechis ha accumulato, e soprattutto custodito come in uno scrigno, una mole impressionante di dati perché gli servissero, in un giorno indefinito, ad avere giustizia. La necessità della memoria buona. E accanto ha analizzato, come un entomologo, tutti i suoi pensieri, le reazioni, anche i sogni, analista di se stesso e della condizione particolare, perché assai minoritaria, del reduce da un campo di sterminio. Dunque obbligato ad essere perennemente un testimone. Il libro ha per titolo "La solitudine del sovversivo" (Guanda) e muove dalla data fatale, 19 aprile 1977. Il protagonista aveva 21 anni e, come succedeva all'epoca, aveva già accumulato esperienze, nell'urgenza che si avvertiva di bruciare le tappe, superare di slancio l'adolescenza, entrare velocemente nell'età adulta e autonoma. Lo aveva aiutato una famiglia particolare, nomade e dell'alta borghesia.
Nato in Cile perché lì lavorava il padre Riccardo, manager di alto profilo, che in quel Paese alla fine del mondo si era sposato con Huguette, hostess di terra di origini svizzere. La tappa successiva, San Paolo del Brasile, era stata funestata dalla morte del fratello minore, Robertino, caduto per un incidente nella tromba dell'ascensore. Una perdita che si sarebbe riverberata successivamente in quelle dei compagni di avventura politica. Pur nelle differenze, sollecitava la stessa domanda: perché lui sì, loro sì, e io no? Naturalmente non c'è risposta capace di placare l'ansia per un senso di colpa che è poi il senso di colpa della vittima.
Abbandonata la casa maledetta di San Paolo, il successivo destino era stato Buenos Aires, finalmente la patria più riconosciuta per un'identità che si era fatta naturalmente plurale. Gli amici, la scoperta del sesso, anche la politica, prima di un trasloco mal digerito in Italia e causa di uno scontro con i genitori per il suo desiderio di tornare laggiù dove era maturato il bocciolo del suo essere uomo. Allora, negli Anni Settanta, era anche possibile che un minorenne strappasse alfine il consenso per rivalicare, da solo, l'Atlantico, per ultimare il liceo. Marco Bechis aveva già sommato tanti voli da fargli dire, in seguito, che gli aeroporti sono il posto dove si sente più a suo agio. Altro che non-luoghi.
L'aria del tempo favoriva l'impegno politico, ancor più nel Sudamerica dei colpi di Stato e dell'oppressione. E il fanciullo di buona famiglia, cresciuto con le collaboratrici domestiche, si era schierato senz'altro a sinistra. Anche se, pur nel clima dell'urgenza e delle scelte nette, non aveva mai compiutamente aderito, con la sua anima tormentata, alla lotta armata dei Montoneros che riteneva perdente visto lo squilibrio nel rapporto di forza con il regime militare. E si era ritagliato per sé un futuro da maestro elementare dei bambini indigeni delle comunità del Nord.
Così si era iscritto a una scuola serale per prendere il diploma. Ma negli anni del terrore argentino gli squadroni della morte e i loro mandanti non erano interessati ai distinguo sempiternamente cari alla sinistra, se stavano perpetrando un genocidio generazionale. Il loro scopo era estirpare alla radice un'ideologia di sinistra e dunque massacrare chiunque anche solo parzialmente ne fosse stato contaminato.
La sera del 19 aprile 1977 Marco Bechis era uscito dalla scuola abbracciato con la fidanzata Dayin. Ad aspettarlo, i sequestratori, soprattutto il "Turco" Juliàn dai folti baffi e dal gran naso, l'unico che vedrà in faccia e sarà in grado di riconoscere prima di sprofondare nel buio perenne a cui è costretto da una spessa benda. Gli mettono una 38 tra le costole, lo infilano in un Ford Falcon beige, l'auto più usata per le operazioni sporche. Dayin non l'hanno presa, è l'esile filo che lo lega ai vivi perché lo stanno portando, gli è evidente, nelle catacombe anticamera della morte.
Nel sotterraneo definito "Club Atlético" diventa il detenuto A01, numero dei lucchetti alle caviglie 190 e 191, cella singola 16. Un cieco capace di schedare solo voci, suoni, rumori. Le catene e il passo strascicato degli altri prigionieri, le urla dei torturati, la pallina da ping-pong che rimbalza sul tavolo dove si rilassano i carcerieri, il transistor acceso per gli incontri di calcio e i "goool" urlati dai radiocronisti, la voce dell'interrogatore "buono" e di quello "cattivo". Conosce una sessione di "picana", il pungolo elettrico usato sui corpi per indurre a parlare. Nelle lunghissime ore del sequestrato in attesa di sentenza, riflette su cosa può dire, cioè quanto per deduzioni logiche gli aguzzini già sanno, e cosa deve tacere per non compromettere compagni ancora liberi.
Risponde ai questionari imbecilli che gli sottopongono cercando di non cadere anche solo in una contraddizione che sarebbe esiziale. Riesce a staccare "un pezzetto di cemento duro lungo mezzo dito, da uno dei lati molto tagliente, la sua forma è simile alla punta di una lancia preistorica" che diventa la via di fuga nel caso non dovesse farcela a resistere, un taglio alle vene e niente più Marco Bechis. Si convince, e subito la assolve, che a fare il suo nome sia stata la bellissima compagna Muñeca e ne ha la riprova quando la ritrova in quel lager. Una volta sola ha il coraggio di scostare la benda spessa per guardare dove si trova, ne ricaverà un disegno che sarà la base per la costruzione del set del suo fortunato film "Garage Olimpo".
Non sa quanto tempo, mesi, anni, dovrà restare recluso, ammesso che campi. Ma ecco, dopo una manciata di giorni, la svolta. "Se ne va dal papà", dice con sarcasmo un secondino.
Già, papà. Dayin ha avvertito gli amici della scomparsa di Marco e questi i genitori. Riccardo, nel frattempo diventato alto manager Fiat, e Huguette si precipitano a Buenos Aires, muovono amicizie influenti tra gli imprenditori che arrivano a perorare la sua causa presso il generale Suàrez Mason, l'uomo che controlla ogni sotterraneo nella capitale. Il quale, come un imperatore romano al Colosseo, gira il pollice verso l'alto. Non sono emerse particolari colpe e vuole evitare un incidente economico-diplomatico a un anno di distanza dai Mondiali di calcio in Argentina. È il privilegio che tormenterà Bechis per tutta la vita, quello che alimenta la domanda ossessiva: perché io sono sopravvissuto?
Non è finita. Dal carcere illegale passa al carcere legale, dove ricompare nell'anagrafe dei vivi. Dividerà una cella con il pacifista e futuro premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel. Alcuni mesi di detenzione ordinaria ed eccolo scortato fin sotto la carlinga di un aereo Alitalia, gli viene restituito il passaporto che gli presero il 19 aprile, prova evidente della connessione tra il circuito sotterraneo e quello sopra il suolo, sempre negata dalla junta. Gli uomini di scorta avvertono il pilota, "attenzione avete a bordo un terrorista".
L'Italia è l'altra patria. Dove spendere ogni spicciolo di energia per denunciare i crimini della dittatura, dedicare a quei fatti il suo talento di regista, senza però mai vincere l'inquietudine profonda che lo interroga giorno e notte. Vivere, amare, lavorare sempre con la stessa sensazione di essere inadeguato su questa terra.
Essere ritenuto un eroe per i pochi giorni da sequestrato e considerarsi talvolta un traditore per non aver fatto la stessa fine degli altri. In un dualismo assurdo se applicato al clima della costrizione. Talvolta riaffiora l'istinto al suicidio come quando dal portellone aperto di un aereo in volo sta girando una scena di "Garage Olimpo", salvo ritrarsi impaurito quando è sull'orlo dell'abisso.
Prosegue la sua spola sull'asse Italia-Argentina e a Buenos Aires casualmente incrocia in un bar lo sguardo beffardo del "Turco" Juliàn fiero della sua impunità nell'epoca in cui due leggi (poi cassate) avevano di fatto sancito una moratoria per i delitti anche più efferati. Si pentirà di non avergli dato almeno un pugno sul muso.
Lo rivedrà in tribunale, "Turco," nel 2010 assieme ad altri 15 imputati per le nefandezze perpetrate nel Club Atlético, nel Banco e nell'Olimpo, e con un colpo di teatro chiede alla Corte che i suoi aguzzini gli siano indicati a uno a uno per nome, per stabilire una sorta di parità, dato che lui fu sempre bendato al loro cospetto.
Ammette, Bechis, che nemmeno il processo e le condanne, dunque la chiusura circolare di una vicenda iniziata oltre tre decenni prima, sono serviti a riconciliarsi con se stesso. Ci voleva questo libro, confida. Sono suo buon amico da tanto tempo. Eppure non conoscevo una miriade di dettagli, i più intimi. Nel volume c'è una frase emblematica pronunciata da una sopravvissuta: "Di certe cose parlo soltanto con le mie piante". Ecco spiegato il titolo. È quella la solitudine del sovversivo.
di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 21 marzo 2021
Ultimo appello del governo di Addis Abeba ai leader politici e militari del Tplf: "Salvacondotto per chi si arrende". Il governo etiope cerca di chiudere la situazione militare del Tigray con un'amnistia. In un documento il primo ministro Abiy Ahmed ha rivendicato la necessità della reazione militare all'attacco del Tigray Peoplès Liberation Front (Tplf) contro l'esercito federale: "Un atto di tradimento". Il Tplf, prosegue, "ha considerato la pazienza del governo federale e il tentativo di risolvere pacificamente le questioni come debolezza".
Il governo quindi crede fermamente nella necessità di trattare con pazienza e con particolare attenzione verso i cittadini tigrini, che sono invitati "a tornare nei loro villaggi e nelle loro case entro una settimana e unirsi alla comunità". Di conseguenza, "con l'eccezione di alti dirigenti militari e politici del Tplf che sono sospettati di essere coinvolti in attacchi illegali e crimini correlati e contro i quali sono stati emessi mandati di arresto, i cittadini che decidono di staccarsi dal gruppo distruttivo e di astenersi dall'intraprendere attività distruttive possono riprendere la loro vita e vivere in pace senza alcuna responsabilità legale". Viene chiesto ai leader politici e militari di alto livello del Tplf di arrendersi pacificamente. Chi accetta - fanno capire da Addis Abeba - avrà un salvacondotto (non ben specificato). Ma "i leader e dirigenti del Tplf che non rispondono a quest'ultimo appello andranno incontro alle azioni previste dalla legge".
di Luca Geronico
Avvenire, 21 marzo 2021
Sempre meno lavoratori a giornata sul ponte dell'Howrah. L'allarme Caritas: dopo il lockdown è crollata l'economia informale. Sono 140 milioni gli sfollati di ritorno nei villaggi.
Si chiamano Ajar, Hari, Chandra e Naresh. Ma il nome, purtroppo, rischia di scomparire in fredde statistiche. Come le loro esistenze. Le enormi baraccopoli di Calcutta da alcuni mesi sembrano più vuote e il ponte sul fiume Howrah, alla mattina, è meno affollato di operai a giornata.
Se si vuole capire quanto il Covid abbia "picchiato duro" nel subcontinente indiano, più che alle statistiche sanitarie bisogna guardare le sponde semideserte dell'Howrah. Infatti i quasi 11 milioni di contagiati e gli oltre 154mila morti fanno dell'India il secondo stato più colpito al mondo, ma con percentuali che si stemperano nel totale di un miliardo e 300 milioni di abitanti. Cifre ritenute abbastanza attendibili, anche se le capacità diagnostiche, specialmente fuori dalle metropoli, sono assolutamente limitate data la mancanza di una sanità pubblica.
A colpire duro, più dell'assenza di terapie intensive, e in attesa che la campagna vaccinale iniziata a gennaio riesca con sforzo titanico a raggiungere i più remoti villaggi, è quel senso di vuoto che si respira dove, fino a pochi mesi fa, era un pullulare di "braccianti di giornata" assoldati da ambigui mediatori. È la parabola che porta dall'indigenza al baratro e che corre lungo la strada che porta da Calcutta ai villaggi dell'India settentrionale nel vicino Stato del Bihar.
Quando, il 23 marzo, il premier Narendra Modi decretò un lockdown totale - peraltro impossibile da rispettare nella società indiana - in poche settimane milioni di "braccianti metropolitani" si trovarono senza quelle 200 rupie (circa 2 euro) indispensabili per sopravvivere nella grande Calcutta. E spedire a casa tutto il resto: "Si sono trasformati, in pochi giorni, da "bread winner" ad affamati", spiega Beppe Pedron, responsabile di Caritas Italiana per l'Asia meridionale.
Cinquecento chilometri e più, dal Bengala occidentale al Bihar, percorsi la scorsa primavera da giovani uomini stipati su bus sgangherati presi d'assalto, su vagoni di treni strabordanti, in bicicletta o semplicemente a piedi per lasciare una baraccopoli divenuta, nel giro di poche settimane, terra ostile. Da marzo in poi migliaia e migliaia di lavoratori, legati in gran parte all'industria tecnologica o delle comunicazioni, sono tornati a fare i pastori di pecore o i contadini. Difficile avere cifre esatte della migrazione interna alla penisola indiana.
Un "viaggio di ritorno" che ha diffuso il contagio e ha riportato altre bocche da sfamare nei villaggi d'origine.
Il lockdown ha causato la più grande migrazione interna che l'India ricordi in tempi recenti: secondo uno studio dell'Indian Journal of Labour Economics, "nel 2020 in base al reddito, sono stati 600 milioni i migranti interni dell'India, di cui 200 milioni tra stato e stato e, si stima, 140 milioni legati a necessità lavorative", spiega sempre Pedron. Una lotta per il pane quotidiano che già - prima della pandemia - esponeva questo popolo di "bread winner" allo sfruttamento sessuale se non addirittura al traffico di organi.
Quale sia il costo sociale di questa "inversione a U" nella povertà lo testimonia il tasso di suicidi, in forte aumento, come l'aumento delle ma-lattie psichiatriche. Un frutto amaro del crollo di ogni possibilità di crescita economica, mentre a causa del lockdown grandi quantità di raccolti agricoli e di cibo semi-lavorato sono andati perduti: una tragedia per un Paese già agli ultimi posti (102esimo su 117) nell'Indice globale della fame.
Così il "Mahatma Gandhi national rural employment" che doveva essere un piano governativo in no per assicurare 100 giorni di lavoro garantito ai disoccupati agricoli, "nell'emergenza si è trasformata in un piano assistenziale allo stato puro", aggiunge sempre Pedron di Caritas Italiana. Un calcio alle politiche di sviluppo programmate, ma almeno un aiuto concreto per sopravvivere.
Anche perché l'esodo di massa, gli assembramenti, la chiusura temporanea delle frontiere interne agli stati, la quarantena di due settimane imposta a chi rientrava nella terra d'origine ha costretto il governo tra primavera ed estate ad allestire 38mila campi profughi: scuole, caserme, strutture pubbliche che hanno dato riparo a chi compiva l'esodo garantendo a circa 16 milioni di persone due pasti al giorno. Per tornare a casa e sprofondare nella fame.
di Francesco Maisto*
dirittiglobali.it, 20 marzo 2021
Ricordo bene quello che ho visto nelle carceri milanesi tra l'8 ed il 9 marzo dell'anno scorso e
quello che ho potuto sapere dall'interno di altre carceri dislocate sul territorio nazionale.
Spero che di tutto si tenga vivo il ricordo, ed in particolare di quella "strage", avvenuta a Modena in un contesto nazionale estremamente critico. Una strage senza precedenti nella storia carceraria.
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 marzo 2021
Intervista all'ex presidente della Corte costituzionale sulla sentenza, attesa per mercoledì prossimo dalla Consulta, che potrebbe concedere il diritto alla liberazione condizionale anche ai mafiosi condannati al "fine pena mai" che non collaborano con la giustizia. "Il diritto al silenzio è connesso al diritto di difesa, dunque è incomprimibile. Vale per tutti. Anche per il peggiore dei delinquenti"
di Michele Passione*
Il Dubbio, 20 marzo 2021
Martedì la corte si esprimerà sulla liberazione condizionale. Il 23 ottobre 2019 la Corte costituzionale (sent. 253) libera gli ergastolani ostativi (e tutti i condannati per i delitti di prima fascia) dalla preclusione che impediva la concessione del permesso premio ai non collaboranti, trasformando (nel solco di una risalente e consolidata giurisprudenza) la presunzione assoluta di pericolosità in relativa, anche perché "l'inammissibilità in limine della richiesta di permesso premio può arrestare sul nascere il percorso risocializzante, frustrando la stessa volontà del detenuto di progredire su quella strada ciò non è consentito dall'art. 27/ 3 Cost.".
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 20 marzo 2021
La Consulta deciderà sul divieto di accedere alla libertà condizionale per gli ergastolani ostativi, cioè per chi non si pente. Se lo giudicherà incostituzionale, cancellerà la pena fino alla morte. In sua difesa si è costituito il governo ma era il Conte 2, Cartabia non l'avrebbe fatto.
- Facciamo ripartire la giustizia con un "piano regolatore"
- La giustizia che confonde la questione morale con la questione penale
- Colleghi magistrati, i processi non fateli in TV come Gratteri
- I penalisti vigilano sulla riforma della prescrizione e sull'accesso all'appello
- Beni confiscati alle mafie, la svolta in tre punti










