di Elena Livieri e Simonetta Zanetti
Il Mattino di Padova, 18 dicembre 2020
Donato Bilancia, il serial killer condannato a 13 ergastoli per diciassette omicidi e 16 anni per un tentato omicidio, è morto per Covid nel carcere Due Palazzi di Padova dove scontava la pena. I delitti attribuiti a Bilancia sono avvenuti tra il 1997 e il 1998, tra Liguria e Piemonte, le vittime venivano scelte con apparente casualità.
Dopo aver scontato i primi anni di prigionia al Marassi a Genova, Bilancia è stato trasferito a Padova. Il "mostro dei treni" o "killer delle prostitute" come veniva definito, fu arrestato nel 1998: a tradirlo l'auto usata per gli spostamenti. Era nato a Potenza nel 1951. Era positivo da un paio di settimane e chi lo conosce sostiene che abbia scelto di lasciarsi andare.
In carcere a Padova - Giusto un anno fa Bilancia aveva avuto un momento di notorietà, quando prese parte al concerto di Natale in carcere. Dopo mezzo secolo, come raccontò lui stesso, aveva ripreso in mano la chitarra. Dopo aver suonato diversi brani con altri componenti della band del Due Palazzi, eseguì in assolo Imagine di John Lennon.
In quell'occasione Bilancia aveva potuto raccontare qualcosa della sua esperienza in carcere: "Il primo periodo" ricordava, "è stato il più duro: dodici anni in isolamento. Non potevo uscire, non potevo vedere nessuno, ero solo in una stanza vuota tutto il giorno. Per passare il tempo facevo un po' di ginnastica".
Poi l'isolamento è terminato, e per Donato Bilancia è iniziato un nuovo percorso. Frequentava tutte le attività, che giudicava molto utili: "Possiamo incontrarci, parlare e fraternizzare tra noi" raccontava, "si instaurano delle relazioni. E questo anche con i volontari che vengono qui. Quando ho ricominciato a studiare la professoressa che mi seguiva ha preteso che durante la nostra lezione la porta della mia cella rimanesse aperta. Ci sono voluti tre anni, ma alla fine è stata lei a volerla chiudere. Queste attività ci aiutano a non morire dentro".
Bilancia in carcere si è anche diplomato in ragioneria e ha ottenuto la laurea in Progettazione e gestione del turismo culturale. Oltre a suonare la chitarra, frequentava anche il corso di teatro, come ricorda Ornella Favero, direttrice della rivista Ristretti Orizzonti, che di Bilancia dice: "Sembrava una persona disperata".
Il ricordo di don Pozza - "È proverbiale che l'erba cattiva non muoia mai. "Vècio, stai tranquillo e sereno: l'erba cattiva non muore mai. Ci rivedremo qui presto!" Invece, stavolta, è morta: ammesso che sia nata cattiva. Restano queste le mie ultime parole dette a Donato Bilancia, l'uomo che negli anni Novanta ha reso la cronaca nera italiana colore pece da quanto nera l'ha fatta diventare": inizia così l'intenso ricordo che ieri pomeriggio don Marco Pozza, sacerdote del carcere Due Palazzi, ha dedicato a Bilancia.
"L'ho conosciuto dieci anni fa, sepolto dentro una cella d'isolamento" ricorda don Pozza, "restio, inselvatichito, feroce nello sguardo. Le prime volte, in cella, mi impauriva, mi allontanava, mi respingeva. S'arrabbiava e urlava senza un apparente motivo. Un giorno, poi, mi chiese il perché della mia strana scelta di dargli del lei, di chiamarlo signor Donato, di non rivangargli quel passato omicida così ingombrante. "Tu mi vuoi far crepare, belìn" mi disse alla genovese". Lo stesso prete ricorda quando, da piccolo, si guardava le spalle in stazione e in treno, impaurito dalle cronache dei Tg che parlavano del "mostro dei treni"
"Non potevo immaginare che, un giorno, l'avrei (ri)trovato nel freddo della nostra galera di Padova. Da uomo conoscevo la bestia, da prete ho avuto la grazia di toccare l'angelo che si stava lentamente risvegliando. A colpi d'amore, di rimorsi, di vergogna. Di intercessioni".
Tante le persone, sottolinea don Pozza, che hanno "scommesso" su quell'uomo, per recuperare un frammento di umanità. Sforzo ripagato. "Il suo male fatto lo conoscono tutti, il suo bene fatto" rileva il prete, "resterà nel cuore di chi l'ha accompagnato. E rimarrà sepolto, come voleva che restasse, com'è rimasto lui nel cuore dell'Italia (quasi) intera". La memoria delle vittime, di una in particolare, ha tenuto in ostaggio ben più del ferro e del cemento Donato Bilancia in questi anni: "Andrò all'inferno" diceva a don Pozza, "ma prego Dio che mi dia un istante di tempo per passare da loro a chiedere scusa".
Sulla sua strada - L'immagine che restituisce chi lo ha incontrato in carcere è profondamente dissonante rispetto all'efferato serial killer che ha seminato morte e disperazione: "Da tre anni si era unito al laboratorio teatro carcere" racconta Maria Cinzia Zanellato "Donato era un paradosso vivente. All'inizio era stato molto difficile entrare in contatto con lui, un uomo freddo sul piano emozionale. Gli avevo spiegato che il teatro per noi non è esibizione ma consapevolezza.
Con il tempo aveva cominciato a relazionarsi con gli altri e nel gruppo aveva trovato un'altra parte di sé, aveva trovato il modo di esprimere la sua umanità. Oggi era un anziano con una portata di vita dal peso enorme che cercava di affrancarsi dai delitti terribili che aveva commesso, teneva una corrispondenza con un monaco, alla ricerca di pace. Avevamo fatto un percorso con il Festival Biblico, ma non riusciva a sostenere il peso del suo vissuto e quando sul palco cantava "la vie en rose", crollava, letteralmente sopraffatto".
Nel mondo del volontariato del Due Palazzi, ieri si rincorrevano i messaggi: "Un anno fa aveva chiesto di poter uscire poche ore per andare a trovare un ragazzo disabile che sosteneva economicamente" ricorda Nicola Boscoletto della Cooperativa Giotto "ma gli era stato negato.
Credo che da allora avesse mollato la presa. So che la sua era una figura ingombrante, e credo che si siano preoccupati di cosa avrebbe detto la gente di fronte a un permesso, ma voleva fare finalmente del bene. Ci striamo organizzando per accompagnarlo, se non ha nessuno che provvederà a lui vorremmo farci carico noi delle sue esequie".
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 18 dicembre 2020
Presidio simbolico davanti alla casa circondariale di Poggioreale. Sabato prossimo, 19 dicembre 2020, ci sarà un presidio a partire dalle ore 11:00 davanti al carcere di Poggioreale. La Pastorale carceraria della Diocesi di Napoli, Don Franco Esposito cappellano del carcere di Poggioreale e il Garante campano Samuele Ciambriello, hanno promosso un appello per una giornata di mobilitazione dal titolo "Fame di Giustizia e Sete di verità".
"Un giorno di digiuno per la dignità dei detenuti perché nessuno sia dimenticato, perché chi ha sbagliato possa pagare il suo debito non a prezzo della vita, perché chi è detenuto ha diritto alla tutela della sua vita e che il carcere non sia un luogo separato dalla società. Ogni vita deve essere salvata da un virus che non conosce limiti e barriera." Così si legge nell'appello che è stato firmato da centinaia di persone, da associazioni, operatori del volontariato laico e cattolico.
Il Garante campano Samuele Ciambriello lancia un appello ai politici, ai consiglieri regionali, ai deputati, ai senatori ed europarlamentari uomini e donne di governo. "Venite al ascoltare le nostre ragioni", Sabato prossimo, venite a comprendere il disagio del mondo penitenziario. Il mio invito è a venire e ad entrare anche nel carcere.
L'obiettivo dell'appello è che non si perda altro tempo per adottare tutti quei provvedimenti che riducano la presenza nelle carceri sovraffollate e consentano a quante più persone possibile di scontare con misure alternative al carcere la propria pena. Si può fare senza alcun pericolo sociale, senza allarmismi e falsi giustizialismi, nel rispetto della costituzione e anche di tutte le vittime perché la pena non deve essere vendetta e non può essere contraria al senso di umanità e giustizia".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 dicembre 2020
Al detenuto era stata diagnosticata una fistola perianale, con la conseguente necessità di procedere con un'operazione. Presentato un esposto. Proviamo ad immaginare di sentire un dolore fastidioso che non ci permette di vivere con serenità. Si va dal medico e si scopre che il fastidio può essere risolto solo con un intervento chirurgico.
Non farlo vuol dire convivere perennemente con il dolore imbottendosi di antinfiammatori, oltre a subire l'inevitabile infezione cronica. Nel mondo libero abbiamo la possibilità di curarci, così come anche una persona reclusa in carcere visto che ne ha il diritto. Eppure c'è un uomo, attualmente recluso al carcere di Secondigliano, che dal 2018 è in attesa di una operazione chirurgica. Avrebbe subito una vera e propria violazione del diritto alla salute, per questo il suo legale Daniel Monni ha da poco depositato un atto di denuncia e querela presso la procura di Napoli.
Dalla lettura del diario clinico di Antonino Cupri, così si chiama il detenuto, si evince, di fatto, una gravissima circostanza: nonostante il 3 ottobre del 2018 gli fosse stata diagnosticata una fistola perianale e la conseguente necessità di procedere a un intervento chirurgico, "il decorso di oltre due anni dall'accertamento - si legge nella denuncia depositata in procura - non ha, ad oggi, consentito di giungere all'auspicato, sollecitato e quanto mai necessario intervento".
Tant'è vero, il medico legale ha da poco rilevato ed accertato che "in assenza di trattamento chirurgico le complicanze verso cui è destinata ad evolvere la patologia - potenzialmente gravissime - sono rappresentate da sovrainfezioni e/ o evoluzioni necrotiche tissutali distrettuali [e che, pertanto] tale consapevolezza impone quindi nel caso di specie di ritenere non più differibile il trattamento chirurgico già rimandato da diversi anni".
In effetti già da quando Antonino Cupri era recluso al carcere di Reggio Calabria i medici sollecitavano l'intervento per evitare complicanze. Man mano sempre più dolori, tanto che quando è stato trasferito nel carcere di Secondigliano, Cupri ha cominciato ad attuare lo sciopero della fame per reclamare il proprio diritto alla salute. A ciò si è aggiunta l'insorgenza anche di ragadi anali, le quali creano un ulteriore dolore, spesso spropositato. Basterebbe leggere il diario clinico del 24 ottobre 2019: "Si richiede ricovero presso le seguenti strutture: Ospedale del Mare, Ospedale San Paolo, Ospedale Cardarelli per intervento chirurgico per fistola sacrococcigea. Si richiede la massima precedenza per complicazioni sopraggiunte". Siamo oramai a fine anno del 2020 e tuttora non ha subito alcun intervento chirurgico.
Nella denuncia si osserva che "la deliberata e protratta indifferenza serbata nei confronti delle necessità psico- fisiche del querelante, dunque ed in sintesi, palesa l'integrazione del delitto p. e p. dall'art. 572 c. p.: in ogni istituto penitenziario, infatti ed a mente dell'art. 17 d. p. r. 230/ 2000, deve essere garantita l'assistenza sanitaria e devono essere svolte con continuità attività di medicina preventiva che rilevino ed intervengano in merito alle situazioni che possano favorire lo sviluppo di forme patologiche".
Così la moglie di Cupri commenta tutta questa sofferenza: "A prescindere dal reato, la colpevolezza o meno, la dignità e il diritto alla salute non dovrebbero venire meno. Attenzione - ci tiene a sottolineare - non solo per mio marito, ma per tutti quelli come lui che a livello di salute hanno anche patologie peggiori". A Il Dubbio commenta amaramente anche l'avvocato Daniel Monni: "La vicenda di Antonino Crupi evoca in me l'immagine della macchina dell'esecuzione di Kafka. Molti non guardavano, tutti sapevano: si stava facendo giustizia. Nel silenzio si udiva solo, smorzato dal feltro, il gemito del condannato".
La vicenda di Cupri è rappresentativa di un problema enorme che coinvolge altrettanti detenuti. Come ha voluto sottolineare la moglie, si tratta di una questione sanitaria che riguarda anche persone con patologie gravissime.
Proprio un mese fa è stata condannata una dottoressa che operava al carcere di Opera. Non per aver contribuito, secondo l'accusa con le sue cure negligenti e superficiali, a provocare la morte di un ergastolano. Ma per lesioni colpose, essendosi limitata a prescrivere tachipirina a chi per almeno due mesi, nella tarda estate di sei anni fa, stava soffrendo le pene dell'inferno per un cancro che non lasciava speranze.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 18 dicembre 2020
Il dramma del papà di Omar che in carcere non riesce nemmeno a respirare: "Le condizioni di Omar sono incompatibili con il regime carcerario". In un fascicolo lungo centinaia di pagine si susseguono i certificati dei numerosi medici che hanno visitato Omar, 47 anni, detenuto nel carcere di Avellino da due mesi: nero su bianco c'è scritto che Omar non può stare in carcere perché lì rischia di morire.
Suo padre è disperato e chiede a gran voce alle autorità che suo figlio possa andare agli arresti domiciliari, che venga fatta luce sulla situazione per "punire i responsabili del trattamento inumano che sta subendo Omar, onde evitare che succeda quella che appare una tragedia annunciata". Ancora una volta, in tempi di pandemia, in cui il sovraffollamento delle carceri è un pericolo enorme per la salute di tutta la popolazione carceraria, si tende a trattenere una persona fragile sebbene la sua sia una misura cautelare. Il suo papà non chiede che siano fatti sconti di legge a suo figlio, solo che non debba morire in carcere di carcere.
Omar ha 47 anni, è un grande obeso, ha un'insufficienza respiratoria cronica, è iperteso, cardiopatico e diabetico e di notte soffre di apnee a causa delle quali spesso perde i sensi. La situazione è aggravata da una pesante depressione ansiosa e dalla sua dipendenza da alcol e sostanze stupefacenti. Omar potrebbe morire nel sonno nell'indifferenza di tutti senza il respiratore di cui ha bisogno per vivere. Un respiratore che chiede da tempo ma che non gli è mai stato dato dal carcere e che comunque non potrebbe salvargli la vita nelle condizioni in cui si trova attualmente, nemmeno se glielo portassero i familiari, come richiesto dal magistrato.
Il motivo lo ha spiegato il papà di Omar: "Anche la presenza di una macchina Cpap non sarebbe garanzia dell'assistenza medica di cui il 47enne ha bisogno. Si tratta infatti di macchinari complessi, che richiedono manutenzione e ambienti sterili, senza dimenticare i punti interrogativi legati all'istallazione della strumentazione, l'alimentazione e le cura dei filtri".
Ma il giudice di rimandare a casa Omar agli arresti domiciliari non ne vuole sapere. Il ragazzo era incensurato, è finito in carcere perché sorpreso a spacciare in casa. Rimandarlo tra le sue quattro mura potrebbe, secondo i giudici, portare alla reiterazione del reato. Ma in carcere Omar rischia la vita. Il Gip ha rigettato il ricorso dell'avvocato Danilo Iacobacci per ottenere i domiciliari.
Intanto le condizioni di Omar si aggravano di giorno in giorno: se ne sta immobile nella sua umida cella, nell'impossibilità di muoversi è ingrassato notevolmente e sono comparse le piaghe sul corpo. Ha anche la bronchite. "Per le sue patologia ha bisogno di un ambiente salubre e di continua assistenza - dice il papà - È invalido civile quasi totale, deve fare continui esami clinici e visite mediche quotidiane". A casa potrebbe avere tutto questo pur continuando a scontare la sua pena.
Tutto questo accade in un momento storico in cui il Governo ha incentivato misure alternative al carcere per i detenuti più fragili o vicini al fine pena. C'è scritto nel decreto Ristori. Ma Omar deve rimanere a soffrire in carcere.
"Non riesco a trovare una spiegazione delle ragioni che tengono in carcere il mio assistito - ha commentato Danilo Iacobacci - posso solo dirle che le perizie redatte dal medico del carcere e dal perito del Gip di Avellino lasciano pochi spazi al dubbio, nel senso che manifestano una situazione di salute largamente e diffusamente compromessa, e quindi non mi spiego, soprattutto dal punto di vista umano prima che giuridico la presa di posizione del Gip".
"Sono attento osservatore delle decisioni della magistratura, anche quando non le condivido ed anche quando appaiono inspiegabili - conclude l'avvocato Iacobacci - e confido nel fatto che la stessa magistratura ponga rimedio agli errori dei giudici. Ad esempio posso dire che il Tribunale del riesame di Napoli si sta interessando della cosa, ha nominato dei medici per valutare il caso ma purtroppo l'udienza è il 23 dicembre, e spero che il mio assistito sopravviva fino a tale data. Posso anche dire che il Garante dei detenuti ci ha espresso la sua solidarietà e spero che venga superata questa situazione che, come le dicevo, non mi spiego". Intanto il tempo passa e non fa sconti a nessuno.
di Simonetta Zanetti
Il Mattino di Padova, 18 dicembre 2020
Il virus non riconosce le barriere e dopo essere entrato al Due Palazzi, continua il suo percorso di crescita e contagio, cavalcando la seconda ondata. Secondo i dati del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, il focolaio della casa di reclusione il 14 dicembre aveva infettato 29 detenuti, tutti asintomatici; dodici invece gli agenti di polizia penitenziaria risultati positivi, di cui due sintomatici.
Ma nel frattempo sembra che i numeri abbiamo continuato a salire arrivando a un totale di 46 contagiati, di cui 31 detenuti. E, da ieri, anche un morto, il serial killer Donato Bilancia. Con un domino di ricadute sugli isolamenti dei detenuti - qui si trovano i condannati in via definitiva con una pena superiore ai 5 anni - e degli agenti, in quest'ultimo caso in quarantena nelle loro abitazioni. Quello del Due Palazzi è un microcosmo basato su equilibri difficili, già messi a dura prova durante la prima ondata con una rivolta sedata. Il peggio sembrava alle spalle fino a quando ai primi di novembre l'incubo del virus è tornato a fare capolino: di fronte al timore che il contagio potesse allargarsi a macchia d'olio, rendendo la situazione impossibile da governare, erano stati tamponati tutti i 580 detenuti e le circa 400 guardie.
"Da circa un mese c'è un cluster al Due Palazzi" conferma l'Usl 6 Euganea "in cui risultano contagiati sia i detenuti sia la polizia penitenziaria. Tutti sono stati sottoposti ai test. Da allora il direttore Claudio Mazzeo ha partecipato costantemente a incontri con l'Usl con cui ha lavorato per applicare tutte le misure necessarie a circoscrivere i casi".
Tuttavia sebbene i detenuti positivi fossero inizialmente stati isolati nell'area destinata all'emergenza, i casi hanno comunque continuato ad aumentare. Proprio la recrudescenza del virus sta mettendo a rischio le attività lavorative: da 2 settimane circa sono state bloccate le attività collaterali, mentre quelle svolte dalle cooperative, tra detenuti contagiati e in isolamento, sono messe a rischio. Il nervosismo serpeggia tra le sezioni, come è successo durante la prima ondata, quando gli agenti furono costretti a sedare una rivolta. Del resto il senso di impotenza così comune di fronte al virus è percepito in maniera ancora più soffocante in una casa di reclusione.
udinetoday.it, 18 dicembre 2020
Gli allievi del corso Tecniche di Legatoria organizzato dall'Enaip nel carcere di Gorizia impegnati nel progetto benefico "Il giocattolo sospeso". È terminato da poco il corso di Tecniche di legatoria nella Casa Circondariale dei Gorizia finanziato dal Fondo sociale europeo e organizzato dalla sede Enaip del capoluogo isontino. Per tutte le lezioni, Enaip si è avvalso di docenti Adriano Macchitella e Virginia di Lazzaro che collaborano con la cooperativa di Udine Arte e libro, di cui è responsabile Bruna Gover.
I biglietti d'auguri per il "giocattolo sospeso" - Nelle ultime giornate, grazie alla collaborazione con Margherita Venturoli, funzionario giuridico-pedagogico del carcere di Gorizia, gli allievi hanno realizzato i biglietti augurali da applicare ai doni del progetto "Il giocattolo sospeso". Si tratta di un'iniziativa benefica che si occupa di acquistare un dono natalizio nei negozi goriziani aderenti per i bambini che, altrimenti, non potrebbero riceverli perché in condizioni economiche molto difficili. L'iniziativa, partita dall'associazione "Volendo continuare", ha trovato l'appoggio di Comune e Confcommercio Gorizia e il contributo delle associazioni Fidas Isontina Gorizia, Spiraglio Gorizia e Monfalcone e Club per l'Unesco di Gorizia.
Il Fatto Quotidiano, 18 dicembre 2020
Il progetto "Gorgona, isola dei diritti umani e animali" è rinato nel 2020, con la firma di un protocollo di intesa tra Lav (Lega anti vivisezione), il Comune di Livorno e la casa circondariale. Ora il progetto realizzato diventa un calendario, in edizione limitata, con il patrocinio del ministero della Giustizia.
È l'ultima isola-carcere italiana, per venti anni teatro di un'esperienza unica, in cui il percorso rieducativo dei detenuti si è intrecciato alla sorte degli animali sfuggiti alla macellazione. Si tratta dell'isola di Gorgona, nell'arcipelago toscano. Interrotto tra il 2015 e il 2019, quando le attività di riproduzione e di macellazione degli animali sono riprese, il progetto "Gorgona, isola dei diritti umani e animali" è rinato nel 2020, con la firma di un protocollo di intesa tra Lav (Lega anti vivisezione), il Comune di Livorno e la casa circondariale. Ora il progetto realizzato diventa un calendario, in edizione limitata, con il patrocinio del ministero della Giustizia.
"Il progetto ha intrapreso nuovamente la giusta rotta, è un sogno che si sta avverando", ha dichiarato Gianluca Felicetti, presidente Lav. "Il rapporto con gli altri animali può cambiarci in meglio e fare del bene a tutta la società. Basta scorrere le bellissime immagini di questo calendario per rendersene conto", ha detto Felicetti. Il progetto di Gorgona ha l'obiettivo di restituire un senso 'etico' alla pena". In quest'ottica si è sviluppato il rapporto con Lav - spiega Carlo Mazzerbo, direttore del carcere dell'isola - Ha portato alla chiusura del macello presente sull'isola e ad affrontare una riflessione sul rapporto uomo-animale. In più, l'azione violenta viene sostituita con la cultura dell'accoglienza e del rispetto dei diritti". Il tutto in ottica di valorizzare e recuperare le potenzialità di ogni essere umano, che resta la finalità principale della pena.
di Maria Teresa Martinengo
La Stampa, 18 dicembre 2020
L'arcivescovo di Torino: "Dalla ripresa della propria fede è possibile trarre motivi di speranza e di pace interiore". Ogni anno l'arcivescovo di Torino è entrato in carcere per celebrare con i detenuti la Messa di Natale. Non potendo mantenere la tradizione a causa delle restrizioni dovute alla pandemia, monsignor Cesare Nosiglia ha scelto di essere vicino ai reclusi del Lorusso e Cutugno e dell'Istituto minorile Ferrante Aporti con una lettera.
"Vi esprimo l'affetto che, come Vescovo, nutro per voi, che siete cari al mio cuore, perché vivete in situazioni di grave sofferenza e siete bisognosi del perdono e della misericordia del Signore, ma anche di una parola di fiducia e di speranza, che nasce dalla fede in Cristo", scrive Nosiglia. Ai "cari fratelli, sorelle e amici", l'arcivescovo propone una riflessione: "Lo so bene che in carcere le condizioni di vita sono difficili e rischiano di spersonalizzare la persona e scoraggiarne la volontà di riscatto e di ripresa morale.
Ci si lascia andare, e vivere senza prendere in mano, con forza e coraggio, la propria esistenza. Davanti a Dio però noi restiamo sempre suoi figli e figlie, amati e prediletti, e possiamo riscattarci dalle nostre colpe, aprendo il cuore alla fiducia in Lui e nel suo perdono. Da queste considerazioni nasce un chiaro invito, che voglio rivolgere a ciascuno di voi: chi si trova in carcere, pensa con rimpianto o con rimorso ai giorni in cui era libero e subisce con pesantezza il tempo presente, che non sembra passare mai. In questa situazione difficile può recare aiuto una forte esperienza di fraternità. E una ripresa della propria fede da cui è possibile trarre motivi di speranza e di pace interiore". Poi, ricordando le famiglie dei detenuti: "Il Natale sia fonte di serenità per tutti e confermi la certezza di sapersi comunque amati e cercati dal Signore, sempre, anche quando ci sentiamo soli ed indifesi".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 18 dicembre 2020
Non smette di essere genitore chi deve scontare una pena e anche da detenuto ha il diritto, riconosciuto da norme del nostro ordinamento penitenziario, di esercitare il proprio ruolo paterno o materno. Numerose sono le esperienze a tutela della genitorialità in carcere realizzate negli istituti di pena anche in attuazione di protocolli d'intesa tra realtà dell'associazionismo e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.
Alcune di queste iniziative sono continuate tramite l'uso delle piattaforme video offerte dal web durante la sospensione delle attività in presenza e sono ancora attive, in questa modalità, in molte carceri. Accade anche nella casa circondariale di Catanzaro dove, in versione virtuale, continua il progetto di educazione alla genitorialità tenuto dalla psicologa Maria Teresa Villì e organizzato in collaborazione con l'associazione Universo Minori.
"Prima dell'emergenza Covid - spiega la direttrice Angela Paravati - gli incontri avvenivano in locali appositamente attrezzati ed erano riservati solo ai papà e ai loro bambini, senza la presenza delle madri che accompagnavano i piccoli, in modo da creare quei momenti di confidenza così importanti nel rapporto genitore-figlio". Poi, a marzo, incontri e attività in presenza sono stati sospesi. "I limiti agli spostamenti previsti da questa seconda fase - aggiunge la dirigente - hanno di nuovo impedito buona parte dei colloqui. I bambini che possono recarsi in carcere perché vivono nello stesso territorio devono comunque incontrare i papà separati da schermi e utilizzare altri dispositivi che non aiutano comunque la spontaneità dell'incontro".
Una situazione che accresce nei padri il timore di non riuscire a mantenere le relazioni con i figli più piccoli, in un periodo già gravato per tutti da incertezza sulla durata dell'emergenza.
"Per consentire ai detenuti di continuare a essere presenti come padri anche in questo momento - continua Paravati - abbiamo attrezzato delle aule con postazioni web tramite le quali è possibile continuare il percorso di educazione alla genitorialità. Negli incontri virtuali si riscrivono momenti dell'infanzia, tramite la condivisione di ricordi in modo da rievocare situazioni felici e dare continuità alla presenza del papà. Riuscire a essere un buon genitore è una motivazione importante per aderire alle altre opportunità presenti nella Casa Circondariale, come corsi di studio, formazione professionale, lavoro".
Laboratori creativi, durante i quali padri e figli hanno contribuito ad allestire i locali dei colloqui e giornate di condivisione di momenti ricreativi con le famiglie sono alcuni degli interventi attuati dalla direzione dell'istituto di Catanzaro in collaborazione con Universo Minori, associazione nata 2009 per volontà di Orazio Ciampa, che all'epoca era il Procuratore Capo del Tribunale per i Minorenni. "L'attività dell'associazione - spiega la presidente Rita Tulelli - è volta a dare sostegno ai bambini figli di genitori detenuti, che si trovano a sopportare varie limitazioni nei rapporti familiari senza aver commesso alcun reato".
di Edoardo Pittalis
Il Gazzettino, 18 dicembre 2020
È morto a causa del Covid a Padova il serial killer Donato Bilancia, 69 anni, condannato a 13 ergastoli per aver commesso una serie di 17 omicidi fra il 1997 e il 1998 in Liguria e nel basso Piemonte, in un arco di tempo di 6 mesi. Oltre agli ergastoli Bilancia doveva anche scontare 16 anni di reclusione per il tentato omicidio di Lorena Castro.
Uno dei serial killer più spietati nella storia criminale italiana sparisce nella notte della pandemia. Ha ucciso 17 volte in sei mesi, tra l'autunno del 1997 e la primavera del 1998, tra la Liguria e il Piemonte. Ha lasciato una scia di orrore, seguendo i fantasmi malati di una vita aggrappata al denaro e al sangue. Per molti anni Donato Bilancia era stato un ladro di quelli che non tradiscono, un giocatore d'azzardo che aveva sempre pagato i debiti. Una giovinezza tra arresti e evasioni, bische clandestine e cattive compagnie. Poi di colpo a quasi cinquant'anni si trasforma in un mostro imprendibile che uccide a ripetizione e sfida le forze dell'ordine. Quando lo arrestano, davanti all'ospedale di Genova, non reagisce, allunga le braccia per le manette e una volta davanti al giudice incomincia a parlare, racconta tutto, anche quello che gli inquirenti non sanno, si incolpa di un delitto che era già stato archiviato come suicidio.
Donato Bilancia nasce a Potenza nel 1951, figlio di un impiegato che trasferisce la famiglia prima ad Asti, poi a Genova. Un padre duro che espone sul balcone il materasso del figlio che fa pipì a letto: "Ricordo che morivo di vergogna", scriverà dal carcere in una serie di lettere allo psichiatra veronese Vittorino Andreoli. Un rapporto difficile che Donato rompe presto, lascia gli studi, fa il barista e il meccanico, ma soprattutto fa il ladro e si fa chiamare Walter per rifiutare anche il nome di famiglia. Lo arrestano un paio di volte, fugge, ci ricasca. Esce indenne da un brutto incidente stradale, dopo giorni di coma. Qualcosa si è rotto, ma per la polizia è ancora un ladro di quelli con un loro codice. Però si rompe un altro pezzo della sua vita, il fratello Michele in un giorno del 1987 si toglie la vita e lo fa in un modo terribile: stringe tra le braccia il figlioletto di quattro anni e si getta sotto il treno che arriva in stazione a Genova.
Poi nell'ottobre del 1998 Bilancia incomincia il suo cammino di serial killer, uccide il biscazziere Giorgio Centenaro che lo avrebbe imbrogliato al tavolo da gioco. Bilancia lo soffoca a mani nude, gli copre la bocca con un nastro adesivo e si allontana. Gli inquirenti archiviano frettolosamente come suicidio. Pochi giorni dopo uccide una coppia di biscazzieri, marito e moglie; questa volta usa la pistola, una calibro 38, e porta via 13 milioni e mezzo di lire, la sua posta. Ormai è incontrollabile nella furia omicida, gli basta vedere una divisa per sparare e ammazzare: Giangiorgio Canu viene ucciso solo perché è vestito da metronotte.
Ma nessuno ancora ha capito che quei delitti sono collegati, si pensa a bande che vogliono il controllo del racket. Il 27 ottobre la calibro 38 spara di nuovo: due orefici, marito e moglie, sono rapinati e ammazzati nella loro casa; il cambiavalute Luciano Marra è ucciso e derubato di 45 milioni di lire. Uccide un altro cambiavalute a Ventimiglia e per la prima volta un testimone parla di una Mercedes nera.
Ma ancora le indagini non collegano queste morti e Bilancia è abile a cambiare obiettivi. A marzo si trasforma nel killer delle prostitute: prima spara a un'albanese, pochi giorni dopo a un'ucraina. Si apparta con un transessuale, Lorena Castro, che riesce a fuggire dalla macchina proprio mentre sopraggiungono due metronotte. Bilancia spara e li ammazza, insegue Lorena e le spara. La crede morta e passa a dare il colpo di grazia ai due vigili notturni. È il suo primo errore: Lorena sopravvive, lo descrive, indica con precisione il modello dell'auto, una Mercedes 190 di colore nero. Quando spara a una prostituta nigeriana, il RIS di Parma accerta che a uccidere è sempre stata la stessa pistola.
C'è qualcosa che non funziona nelle indagini, la rete è troppo larga, Bilancia ha spazi per muoversi e si trasforma un'altra volta: ora sale sui treni nelle tratte ligure a caccia di prostitute. Il mese di aprile spara e uccide tre volte, nei bagni del vagone, sfonda la porta, violenta, ammazza, scappa. Per completare uccide anche un benzinaio che voleva fargli pagare il pieno. Si è anche disfatto della Mercedes, l'ha venduta a un amico che si ribella alle troppe multe che gli tocca pagare. Bilancia aveva un'abitudine, in autostrada si accodava all'auto che passava al casello e transitava senza pagare. Dalle foto della targa è facile risalire all'auto segnalata in tante scene del crimine. Manca il dna dell'assassino, ci pensano due carabinieri in borghese che seguono Bilancia in un bar, aspettano che beva il caffè e sequestrano la tazzina. Lo processano per 17 omicidi e un tentato omicidio, lo condannano a 13 ergastoli e a 16 anni per il tentato omicidio. Il suo avvocato Barbara Cotrufo fa capire che forse l'ergastolano aveva visto nella malattia il solo modo per uscire da una vita sbagliata.
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