di Maurizio Martina
Corriere della Sera, 18 dicembre 2020
Le stime dicono che trentatré italiani su cento hanno visto ridursi il proprio reddito di almeno un quarto. Oltre due milioni di famiglie rischiano di vivere nella povertà assoluta in tutta la penisola, aumentando di circa il cinquanta per cento rispetto all'anno scorso quando già erano quasi cinque milioni i nuclei costretti a vivere sotto la soglia di povertà assoluta.
Caro direttore, "l'Italia attraversa la più grave crisi alimentare di sempre". Sono parole nette e inequivocabili quelle di ActionAid nel suo ultimo rapporto "La pandemia che affama l'Italia: Covid-19, povertà alimentare e diritto al cibo". A essere maggiormente colpiti sono in particolare donne, bambini e quanti già vivevano prima dell'emergenza in situazioni di estrema fragilità.
Le stime dicono che trentatré italiani su cento hanno visto ridursi il proprio reddito di almeno un quarto. Oltre due milioni di famiglie rischiano di vivere nella povertà assoluta in tutta la penisola, aumentando di circa il cinquanta per cento rispetto all'anno scorso quando già erano quasi cinque milioni i nuclei costretti a vivere sotto la soglia di povertà assoluta. E se allarghiamo lo sguardo all'Europa, sono cinquantanove milioni le persone che rischiano di soffrire di povertà alimentare secondo gli ultimi dati Fao. Nello stesso tempo i colossi del commercio online hanno visto moltiplicare i loro utili e il valore in Borsa delle loro azioni. Numeri impressionanti che rivelano come il virus abbia allargato in maniera netta le disuguaglianze.
Le misure varate in ambito nazionale in questi mesi di emergenza, in particolare attraverso i buoni spesa gestiti insieme ai Comuni, sono state una prima risposta ma il lavoro da fare è ancora grande. Troppo spesso purtroppo questi interventi sono farraginosi e insufficienti. Criteri di accesso come la residenza, ma anche il reddito, spesso escludono dai sostegni chi ne avrebbe bisogno. Accanto a ciò, per fortuna, possiamo contare anche su una rete della solidarietà alimentare che in questi mesi sconvolgenti ha molto spesso fatto la differenza nelle comunità locali, arrivando proprio dove lo Stato non ce l'ha fatta.
Ora le indicazioni di associazioni come ActionAid, Banco Alimentare e Caritas che si muovono tutti i giorni sul campo, vanno prese subito sul serio. Bisogna lavorare ancora molto sulle modalità più efficaci per tutelare le persone che hanno bisogno di aiuto, garantire acquisti capaci di combattere gli sprechi nelle filiere agroalimentari e favorire di più le donazioni private.
Come dicono queste realtà, serve garantire l'accesso universale a bambine e bambini alle mense scolastiche e occorre istituire un Fondo di solidarietà alimentare quale strumento finanziario permanente per supportare una strategia nazionale in grado di allargare il campo degli aiuti, a partire dai Comuni e anche lavorando a un equilibrio migliore nell'utilizzo di alcuni criteri come quello della popolazione e del reddito.
Occorre poi raccogliere la proposta per una legge quadro sul diritto al cibo per uniformare le differenti normative di settore e per individuare univocamente le priorità, le modalità e gli obiettivi delle politiche pubbliche. Io penso che questo lavoro sia necessario anche in Europa. La strategia Next Generation EU, infatti, non può dimenticare il diritto al cibo come priorità assoluta dell'unione dei popoli europei. E la lotta alla povertà alimentare non può rimanere un fronte marginale delle scelte nazionali e continentali. Perché mai come oggi l'accesso al cibo è una sfida di equità e di giustizia a ogni latitudine. Anche da noi.
di Alfredo Marsala
Il Manifesto, 18 dicembre 2020
Erano in ostaggio da più di tre mesi. Conte e Di Maio volano dal generale di Bengasi. C'è voluto un blitz del premier Conte e del ministro Di Maio a Bengasi, roccaforte del generale Haftar, per liberare dopo 108 giorni i 18 pescatori sequestrati e imprigionati in Libia, dal primo settembre. E se le famiglie dei marittimi esultano dopo tre mesi da incubo, la questione ora è tutta politica. La Lega ha già chiesto che il governo riferisca in Parlamento per capire quale sia a questo punto il ruolo dell'Italia nella crisi libica e dunque nello scacchiere internazionale. "Avevamo promesso di portarli a casa entro Natale e lo abbiamo fatto", ha detto Di Maio al termine del colloquio con l'uomo forte della Cirenaica, mentre Sergio Mattarella, informato da Conte, esprimeva la sua soddisfazione.
Appena tre giorni fa il governo aveva affrontato la questione col premier libico Fayez al-Sarraj (e grande nemico di Haftar), ufficialmente in visita "privata" a Roma. E, solo 24 ore dopo, l'argomento è stato al centro del vertice, a Palazzo Chigi, su Regeni, in una triangolazione che non può non guardare allo stretto rapporto tra l'Egitto di Al Sisi e Haftar. Posizionamenti o riposizionamenti? Il partito di Salvini alza il tito. "Terminata la sfilata in Libia in compagnia del ministro degli Esteri - attaccano i deputati della Lega Paolo Formentini ed Eugenio Zoffili - ora Conte chiarisca subito in Parlamento se sosteniamo il governo di al-Sarraj o le posizioni di Haftar, che esce rafforzato e rilegittimato dall'inusuale visita".
È quasi mezzogiorno quando gli smartphone, a Mazara del Vallo, cominciano a squillare ininterrottamente. Il tam tam si fa incessante. Conte e Di Maio sono in volo verso Bengasi. Che sia il giorno della liberazione? Il telefono della Farnesina è incandescente. Cautela, è il refrain nelle prime ore. Qualcosa sta succedendo, è evidente. "Aspettiamo la conferma ufficiale ma sembra proprio la giornata giusta", le prime parole di Marco Marrone. L'armatore è emozionato, la voce tremante. Al telefono singhiozza. "Ho parlato con il ministro Bonafede, mi ha detto che c'è qualcosa di buono nell'aria". A Mazara il sole si fa spazio tra le nubi bianche. Un segno, dopo il buio angosciante. Parenti e amici dei marittimi, sequestrati dal primo settembre, bussano al portone del municipio. Il sindaco, Salvatore Quinci, li accoglie subito: "Aspettiamo".
L'emozione è alle stelle. "Mi sento rinata dopo tre mesi di disperazione. Non vedo l'ora di riabbracciare mio figlio", piange Rosetta Incargiola, 74 anni, mamma di Pietro Marrone, comandante del motopesca Medinea. Viene avvertito monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara, sempre a fianco delle famiglie: "È il più bel regalo di Natale". Tutti si riuniscono nell'aula consiliare. Si aspetta l'ufficialità. Si abbracciano, piangono. Fuori dal palazzo la folla aumenta. "Abbiamo saputo che a Bengasi c'è un'attività frenetica nella zona del porto", avverte il sindaco. La tensione esplode poco dopo. Qualcuno urla: "Guardate la pagina Facebook di Di Maio".
"I Nostri pescatori sono liberi - scrive il ministro. Fra poche ore potranno riabbracciare le proprie famiglie e i propri cari. Il governo continua a sostenere con fermezza il processo di stabilizzazione della Libia. È ciò che io e il presidente Giuseppe Conte abbiamo ribadito ad Haftar, durante il nostro colloquio a Bengasi". L'aula si riempie di commozione. C'è chi urla di gioia. Chi piange. Madri, mogli, nonni, figli si attaccano ai telefonini. "Buon rientro a casa", scrive su twitter il premier Conte, pubblicando una foto dei pescatori liberati. Marika Macaddino, 27 anni, riesce a parlare al telefono col marito, Giacomo Giacalone, 32 anni. Piange di gioia. Piange anche Giacomo. Non si sentivano da 74 giorni. Mamma Rosetta sembra una ragazzina: "Ce l'abbiamo fatta, ce l'abbiamo fatta! Mio figlio e tutti gli altri pescatori stanno tornando. Ringrazio tutti: Conte, Di Maio, il sindaco, il vescovo, i giornalisti". La dedica è tutta per l'altro figlio, anche lui pescatore morto 23 anni fa in un naufragio: "Questa liberazione è per lui". "Ci siamo tolti un peso dal cuore", piange Ignazio Bonono, 28 anni, figlio di Giovanni, il timoniere dell'Antartide. "Finalmente potremo trascorrere un Natale di pace e di serenità con i nostri cari", si commuove Santina Licata, moglie del marittimo Vito Barraco.
Nell'aula consiliare arriva il vescovo. Tutti applaudono. "Sono stati 108 giorni lunghissimi. Se ragiono con la testa si tratta di un tempo ragionevole, perché ci sono state trattative lunghe e laboriose. Se ragiono con il cuore allora devo dire che sono stati tre mesi insopportabili - dice - Poteva succedere di tutto, potevano nascere proteste incontrollabili e invece i familiari dei pescatori hanno affrontato questa prova con grande dignità. Ora, in pochi attimi tutto è cambiato. Nei volti provati è ricomparso il sorriso".
Il Medinea e l'Antartide sono rimasti nel porto di Bengasi fino a tardi. Saliti a bordo dei due pescherecci, i marittimi hanno atteso per ore che le batterie dei motori si ricaricassero dopo 4 mesi di fermo. Arriveranno a Mazara del Vallo probabilmente domenica. "Faremo i giochi d'artificio", annuncia il sindaco. Sarà una festa. Poi per i pescatori e le proprie famiglie sarà finalmente Natale, anche in lockdown.
primaonline.it, 18 dicembre 2020
Il 2020 è stato un anno da dimenticare per la libertà di stampa, con un numero record di giornalisti incarcerati in tutto il mondo, di cui 34 per aver pubblicato "fake news". È l'evidenza che emerge dal tradizionale rapporto stilato ogni 12 mesi dal Committee to Protect Journalists (Cpj).
Stando al dettaglio dei numeri, al 1 dicembre erano 274 i giornalisti finiti in prigione a causa del loro lavoro, cifra che peraltro non include coloro che sono stati arrestati e rilasciati. Quasi tutti i giornalisti incarcerati in tutto il mondo sono residenti che si dedicano alla cronaca locale. Eccezione per sette reporter con nazionalità straniera o doppia, imprigionati in Cina, Eritrea, Giordania e Arabia Saudita. Trentasei giornalisti, ovvero il 13%, sono donne.
Per il secondo anno consecutivo la bandiera nera spetta alla Cina, con 47 membri dei media dietro le sbarre, seguita dalla Turchia con 37. In Egitto invece i giornalisti incarcerati sono 27, e 24 in Arabia Saudita. Quindici sono in prigione in Iran, dove il 12 dicembre è stato giustiziato Ruhollah Zam dopo aver affrontato 17 capi di imputazione tra cui spionaggio e diffusione di notizie false all'estero.
Nell'elenco dei paesi in cui il numero è cresciuto figurano Bielorussia, dove nel corso dell'anno ci sono state proteste per i presunti brogli elettorali, e l'Etiopia.
Il report ha messo in risalto anche i continui attacchi mossi negli Usa ai media dal presidente Trump, citando alcuni numeri che riguardano il paese, teatro - oltre che di elezioni presidenziali infuocate, anche di diverse proteste sociali. Al momento del conteggio, sottolinea Cpj, nessun giornalista risultava in carcere, ma nel corso dell'anno 110 reporter sono stati arrestati o accusati e circa 300 aggrediti, nella maggior parte dei casi dalle forze dell'ordine. Da qui anche un appello al presidente eletto Joe Biden per il ripristino della leadership negli Stati Uniti per la libertà di stampa a livello globale.
A far crescere i numeri anche il Covid. Nel dossier si afferma infatti che l'incarcerazione dei membri dei media è aumentata quest'anno "quando i governi hanno represso la copertura del Coronavirus o hanno cercato di sopprimere le notizie sui disordini politici". Quasi nel 20% dei casi nessuna vera accusa è stata comunicata, più della metà di quei 53 giornalisti sono in Eritrea o in Arabia Saudita. Due terzi dei giornalisti invece sono stati accusati di crimini anti-statali come il terrorismo o l'appartenenza a gruppi vietati.
Il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres, si è definito "sgomento" per i risultati del rapporto. In una nota, il leader del Palazzo di Vetro "ha invitato nuovamente i governi a rilasciare immediatamente i giornalisti detenuti solo per aver esercitato la loro professione", ribadendo "le sue precedenti richieste di sforzi concertati per contrastare la diffusa impunità per tali crimini". "Nella nostra vita quotidiana - ha aggiunto - i giornalisti e gli operatori dei media sono fondamentali nell'aiutarci a prendere decisioni informate. Mentre il mondo combatte la pandemia di Covid-19 quelle decisioni sono ancora più cruciali e possono fare la differenza tra la vita e la morte".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 18 dicembre 2020
Rissa sfiorata al Senato. Il governo mette la fiducia sul provvedimento, oggi il voto. I leghisti l'avevano promesso: "Faremo l'inverosimile pur di impedire l'approvazione del decreto Immigrazione". E così è stato. L'aula del Senato ieri si è trasformata per ore in una specie di Far west con tanto di assalto alla diligenza, dove la diligenza sono i stati i banchi del governo invasi e occupati dai senatori del Carroccio, tutti ammassati e non tutti con la mascherina.
A farne le spese sono stati il ministro dei rapporti con il parlamento Federico D'Incà, in aula per annunciare l'intenzione del governo di porre la questine di fiducia sul provvedimento che archivia i decreti sicurezza di Matteo Salvini e che si è visto strappare il microfono di mano, e la senatrice di LeU Loredana De Petris, finita schiacciata contro una balaustra nel parapiglia generale. Il tutto sotto gli occhi del presidente di turno Ignazio La Russa, accusato dal Pd di non essere intervenuto per riportare la calma. "Un vero atto di squadrismo parlamentare - ha commentato il presidente della commissione Affari costituzionali, il dem Dario Parrini - tollerato (chissà perché trattandosi di squadrismo, ma a ben pensarci si può anche immaginare il perché) dal presidente di turno Ignazio La Russa, Sdegno generale. Una cosa gravissima".
Ci sono volute tre riunioni dei capigruppo prima di riuscire finalmente a sboccare la situazione e riprendere i lavori dell'aula con la discussione sulla fiducia. Salvo sorprese il voto finale è previsto per le 14 di oggi. L'iter del decreto al Senato era cominciato fin da subito in salita, con la decisione della presidente Casellati di assegnare in contemporanea il testo alle commissione Affari costituzionali e Giustizia. Un iter rallentato anche dall'ostruzionismo del centrodestra ma che sembrava essersi sbloccato ieri pomeriggio quando, in una riunione congiunta delle sue commissioni, la Lega propone di ritirare i quasi 13 mila emendamenti presentati in cambio della possibilità per l'opposizione di nominare due relatori di minoranza.
Proposta accettata e si va in aula, ma quando i tre relatori (uno di maggioranza e i due di minoranza) finiscono di parlare, scatta la protesta leghista motivata dal fatto che il governo avrebbe impedito la discussione in aula prima di porre la fiducia. Accusa accompagnata da grida di "Buffone, pagliaccio" rivolte dai leghisti a D'Incà. "Credo che abbiamo posto la fiducia in maniera corretta", replica il ministro. "Tra l'altro anche seguendo un esempio che già era successo nello scorso governo Conte nel quale sulla "spazza-corrotti" sempre qui al Senato avvenne un procedimento simile".
Il pomeriggio se ne va con una serie di stop and go, con l'aula che viene sgomberata per essere sanificata e subito dopo occupata nuovamente dai leghisti. Servono tre conferenze dei capigruppo alla presidente Casellati per riuscire a trovare un accordo sul calendario. Ma gli scontri lasciano il segno. "Hanno provocato il caos perché vogliamo finalmente superare i vergognosi decreti Salvini sulla sicurezza. Questo è il clima che la Lega vuole imporre nelle aule", attacca il dem Andrea Marcucci. Oggi si chiude, con una coda di suspense finale legata al nervosismo di alcuni parlamentari grillini per la proroga del superbonus. Un nervosismo che però difficilmente potrebbe ricadere sulle sorti del decreto.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 18 dicembre 2020
Amnesty International Italia ha presentato oggi un proprio rapporto, intitolato "Abbandonati", sulle violazioni dei diritti nelle strutture di residenza sociosanitarie e sociosanitarie durante la pandemia da Covid-19 in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Sono migliaia gli ospiti anziani di tali strutture che hanno perso la vita dall'inizio della pandemia da Covid-19. Il rapporto mette in luce le lacune delle istituzioni italiane a livello nazionale, regionale e locale nell'adottare misure tempestive per proteggere la loro vita e la loro dignità.
Il ritardo nell'emanazione di provvedimenti adeguati, o la loro totale mancanza, si sono spesso tradotti in violazioni del diritto alla vita, alla salute e alla non discriminazione degli ospiti anziani delle strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali italiane e degli operatori che vi lavorano.
L'intempestiva chiusura alle visite esterne delle strutture, il mancato o tardivo sostegno delle istituzioni nella fornitura di dispositivi di protezione individuale (Dpi) alle stesse, il ritardo nell'esecuzione di tamponi sui pazienti e sul personale sanitario, sono alcuni degli elementi che hanno contribuito al tragico esito e che dimostrano la de-prioritizzazione di questa tipologia di presidi rispetto a quelli ospedalieri, nonostante la popolazione anziana fosse stata dichiarata dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) tra le più vulnerabili al virus fin dall'inizio della pandemia.
A oggi ancora non esistono indicazioni che impongano, a livello uniforme sul territorio nazionale, una cadenza regolare e frequente per l'effettuazione di tamponi nell'ambito di uno screening continuativo all'interno delle strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali.
I trasferimenti di pazienti dimessi dagli ospedali verso le strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali, sia con Covid-19, sia con possibili sintomi riconducibili alla malattia, in assenza dell'applicazione dei requisiti operativi, fisici e relativi al personale sanitario che potessero garantire una concreta limitazione del contagio al loro interno e di approfondite attività ispettive per verificarne la sussistenza, hanno a loro volta contribuito alla diffusione del Covid-19 in questi ambienti.
Numerose testimonianze rilasciate ad Amnesty International Italia dagli operatori sanitari hanno segnalato la mancata attuazione dei protocolli per l'isolamento degli ospiti e per la separazione degli spazi. Il rapporto di Amnesty International Italia contiene anche numerose testimonianze di operatori sanitari e di familiari dei pazienti anziani delle strutture che hanno riferito dell'impossibilità o dei gravi ostacoli incontrati nel tentativo di far ospedalizzare gli ospiti con Covid-19 o con sintomi simil-influenzali.
In particolare, in Lombardia gli ospiti over 75 in tali condizioni di salute sono stati oggetto di una delibera regionale che stabiliva come opportuno continuare a prestare cure e assistenza presso le strutture sociosanitarie e socioassistenziali dove risiedevano, limitandone di fatto le possibilità di accesso ai presidi ospedalieri. In assenza di valutazioni cliniche individuali volte a individuare la migliore soluzione per ogni paziente, questo ha comportato la mancata tutela del diritto alla vita, alla salute e alla non discriminazione.
L'emergenza sanitaria ha, inoltre, acuito problemi sistemici che affliggono le strutture oggetto della ricerca. Tra queste, la carenza di personale - aggravata dall'alto numero di operatori sanitari in malattia e dai reclutamenti straordinari dei presidi ospedalieri - ha comportato un grave abbassamento del livello di qualità dell'assistenza e della cura degli ospiti e ha fatto sì che si realizzassero condizioni di lavoro terribili per gli operatori stessi, sottoposti a un grave stress fisico e psicologico e che fossero sovraesposti al rischio di contagio.
I pochi Dpi a disposizione, le indicazioni scorrette circa il loro uso - o addirittura istruzioni relative al riutilizzo di dispositivi monouso - l'inadeguata formazione, l'esecuzione dei tamponi con frequenza irregolare e solo a partire da una fase avanzata dall'emergenza, quando il picco dei decessi della prima ondata era stato superato, la mancata attuazione di protocolli appropriati a contenere la circolazione del virus nelle strutture, hanno accresciuto le possibilità che gli operatori contraessero il Covid-19.
In un clima già difficile, sono aumentate le controversie tra lavoratori e strutture, come quella che ha visto protagonisti cinque operatori di una residenza sanitaria assistenziale (Rsa) milanese, licenziati dopo aver presentato un esposto contro la struttura per avere tenuto nascosti moltissimi casi di lavoratori contagiati da Covid-19 e aver impedito l'uso delle mascherine per non spaventare l'utenza.
La chiusura delle visite ha generato diverse difficoltà tra i familiari nel reperire informazioni circa lo stato di salute dei pazienti. Molte famiglie hanno lamentato l'assenza di trasparenza da parte delle strutture sull'andamento epidemiologico all'interno delle strutture e sulle misure prese per proteggere i propri familiari. L'isolamento domiciliare di molti medici ha reso in molti casi impossibile il confronto diretto tra i familiari e il medico della struttura per ottenere informazioni più approfondite.
Infine, a partire dall'inizio dell'emergenza sanitaria, governo e autorità regionali e locali non hanno mai reso pubblici dati e informazioni omogenei e completi relativi alla diffusione del contagio nelle strutture residenziali sociosanitarie e socioassistenziali, essenziali per una lettura puntuale del fenomeno e tale da consentire, tra le altre cose, di rispondere alle esigenze del settore evitando il ripetersi delle violazioni e della mancata tutela dei diritti alla vita, alla salute e alla non discriminazione dei pazienti anziani.
Alla luce delle conclusioni della sua ricerca, Amnesty International Italia chiede alle autorità competenti di garantire agli ospiti delle case di riposo il diritto al più alto standard di assistenza ottenibile e l'accesso non discriminatorio alle cure, oltre ad attuare politiche di visita che permettano un contatto regolare con le famiglie. In aggiunta a un'inchiesta pubblica e indipendente che chiarisca le responsabilità e suggerisca misure concrete per affrontare le criticità riscontrate, tra cui il miglioramento dei meccanismi di sorveglianza delle strutture, è inoltre indispensabile che le autorità assicurino la massima trasparenza sui dati relativi alla gestione della pandemia da Covid-19.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 18 dicembre 2020
Il verdetto contro l'attivista dei diritti delle donne in carcere dal 2018 sarà pronunciato lunedì e il procuratore chiederà una pena molto severa. Al Hathloul è accusata di aver agito contro re Salman e la sicurezza del regno ma contro di lei ci sono solo dei tweet.
L'allarme è scattato ieri quando il giudice della corte speciale antiterrorismo ha comunicato che il verdetto per Loujain al Hathloul, la più nota delle attiviste saudite dei diritti delle donne, potrebbe essere pronunciato lunedì prossimo. E per lei, ha avvertito la sorella Lina, il procuratore potrebbe chiedere una pena fino a 20 anni di carcere. Loujain è accusata di aver comunicato con persone "ostili" a re Salman, di aver collaborato con giornalisti schierati contro l'Arabia saudita e di aver diffuso informazioni dannose per la sicurezza del regno. Accuse che nel regno dei Saud sono considerate veri e propri atti di terrorismo. "Mia sorella non è una terrorista, non ha commesso reati contro la sicurezza. Ha soltanto chiesto un paese più giusto dove le donne saudite siano trattate con dignità e possano godere di libertà", ripete sui social Lina al Hathloul.
A metà del 2018 Loujain Al Hathloul fu arrestata con una dozzina di altre attiviste, poche settimane prima che venisse revocato il divieto per le donne di guidare da parte del potente erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, nel quadro del suo piano di "modernizzazione" del regno. Un diritto conquistato grazie a una lunga battaglia di cui Loujain era stata protagonista. L'ordine di arresto sarebbe giunto proprio dal principe ereditario che in questi anni si è rivelato non un rinnovatore ma un brutale repressore di oppositori politici e dei rivali all'interno della sua famiglia.
Perché il caso di Loujain al Hathloul da una corte ordinaria all'improvviso, qualche settimana fa, sia stato trasferito a quella speciale per l'antiterrorismo resta un mistero. A nulla sono servite le proteste e appelli alla sua liberazione di personalità internazionali ed ong per la tutela dei diritti umani. Così come lo sciopero della fame avviato dall'attivista in prigione. La famiglia Al Hathloul convocata ieri mattina in tribunale ha denunciato gli abusi sessuali e le torture che Loujain ha riferito di aver subito dai suoi carcerieri. Il procuratore ha risposto di non essere in grado di verificarlo perché nella prigione i filmati delle telecamere di sorveglianza vengono eliminati dopo 40 giorni. Quindi ha descritto come prove di colpevolezza i tweet di Loujain durante le campagne per il diritto alla guida per le donne e per i diritti dei detenuti. "Hanno solo un mucchio di tweet che non gli piacciono, niente di più", ha commentato Walid al Hathloul, fratello dell'attivista, esortando la comunità internazionale ad intervenire prima del verdetto di lunedì.
Negli ultimi anni la strategia delle autorità saudite è stata quella di demolire la reputazione degli attivisti per i diritti umani e di puntare il dito contro l'Iran per distogliere l'attenzione dagli abusi che avvengono nel cuore di Riyadh. Ha destato sdegno internazionale l'assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, avvenuto il 2 ottobre 2018 nel consolato saudita a Istanbul. Un crimine di cui, sospettano molti, sarebbe stato il mandante proprio il principe Mohammed bin Salman.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 18 dicembre 2020
Oggi alle 13 il voto sulla risoluzione più coraggiosa che chiede sanzioni e stop alla vendita di armi al regime. Rapporto di Human Rights Watch: nella sezione Scorpion del carcere per detenuti politici tolti anche i sistemi d'aerazione e l'elettricità. È previsto per oggi alle 13 il voto dell'Europarlamento sulla risoluzione sul deterioramento della situazione dei diritti umani in Egitto, sostenuta da S&D, Renew, Verdi e GUE. In mattinata si voteranno singoli paragrafi come richiesto dai popolari e dalla destra (che ieri in aula citava la presunta protezione dei cristiani copti come punto a favore del presidente al-Sisi).
Perché l'unanimità sulla risoluzione più avanzata mai votata dai parlamentari europei sull'Egitto non c'è. Stavolta non si tratta di semplice condanna degli abusi né solo di richiesta di giustizia per Giulio Regeni. Stavolta, accanto ai due casi, quello del ricercatore italiano e quello di Patrick Zaki, studente egiziano detenuto senza processo dal 7 febbraio scorso, c'è molto di più: la richiesta alle istituzioni europee di introdurre sanzioni mirate verso i responsabili di abusi e di sospendere la vendita di armi all'Egitto. La richiesta dei popolari di votare per paragrafi, ci spiegano da S&D, serve a separare "gli elementi meno conflittuali, come la liberazione di Zaki e il caso Regeni, dalla vendita di armi e le sanzioni". Ma c'è ottimismo: la risoluzione sarà sostenuta dal voto di Renew (nonostante la presenza di macroniani), socialisti, verdi, Gue, 5stelle e alcuni popolari.
"Si ribadisce una posizione che l'Europarlamento ha già appreso a settembre nel rapporto sull'esportazione di armi. E va ricordato che già nel 2013 i ministri degli esteri avevano deciso di non vendere più armi all'Egitto, una decisione disattesa da tutti, comprese Italia e Francia". Oltre alle armi, prerogativa della Commissione che è ora chiamata a rinegoziare l'accordo di partenariato con Il Cairo, in scadenza questo mese, ci sono le sanzioni: spetta al Consiglio decidere di applicare il neonato strumento europeo, il Global Human Rights sanction regime.
La risoluzione parte da un fatto noto in tutta Europa, l'arresto a metà novembre di tre membri dell'ong egiziana Eipr, rilasciati (sebbene siano ancora indagati e i loro conti congelati) poco prima del viaggio di al-Sisi a Parigi, un atto distensivo che non cambia affatto la natura del regime. Ieri a ricordarlo è stato un rapporto di Human Rights Watch sul carcere di Tora (dov'è detenuto Patrick Zaki) e il suo complesso di massima sicurezza Scorpion, il più temibile dell'intero paese, destinato ai prigionieri politici: a metà novembre, ha rivelato una fonte portando in dote anche foto e video, i servizi segreti egiziani hanno introdotto nuove misure che peggiorano ulteriormente la prigionia già insopportabile di 700-800 detenuti.
Dalle celle sono stati rimossi i sistemi di aerazione e l'elettricità. Per impedire le comunicazioni tra detenuti è stata chiusa anche la minuscola fessura che si trova sulle porte di metallo. La zanzariera posta sulla sola finestra delle celle, che dà su un corridoio interno, è stata sostituita con sbarre di metallo. Per il resto, è tutto come prima: tre-quattro detenuti in una cella di pochi metri quadrati compreso il bagno, una sola coperta, una saponetta ogni cinque mesi, muri ammuffiti dall'umidità, acqua che gocciola dal soffitto, freddo, torture e isolamento lungo mesi, a volte anni.
Dal 2015, secondo Hrw, dentro Scorpion sono morti almeno 14 prigionieri, di cui cinque di mancate cure. Amnesty ha documentato una morte per torture nel 2019. E l'Eipr nel mirino del regime egiziano documenta da anni l'impossibilità per i detenuti di ricevere vestiti e coperte dalle famiglie.
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 18 dicembre 2020
Per la liberazione dei pescatori italiani, Roma costretta all'ennesima piroetta in terra libica, a scapito dell'alleato di Tripoli. Ankara, per ottenere il rilascio di una sua nave, ha impiegato pochi giorni a dimostrazione del diverso peso nell'area. È un comunicato breve quello che il comandante dell'autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl), Khalifa Haftar, ha rilasciato ieri alla stampa in seguito all'incontro della mattina nel suo quartier generale di Rajma (Bengasi, nell'est della Libia) con il primo ministro italiano Conte e il ministro degli Esteri Di Maio.
Un semplice "elogio" per il ruolo di Roma "per risolvere la crisi libica". Nessuna menzione dei 18 marittimi di Mazara del Vallo rilasciati ieri dopo 108 giorni di detenzione da parte dei suoi uomini. Il generale è stato ieri il gran vincitore: dato da mesi per finito dopo la sua fallimentare campagna militare contro Tripoli (vinta dal premier al-Sarraj grazie al sostegno della Turchia), isolato perfino dai suoi partner stranieri, ieri il capo dell'Enl ha mandato un messaggio inequivocabile: nella partita libica, bisogna fare ancora i conti con lui.
Del resto la Libia è un Paese in guerra - altro che "porto sicuro" come sostengono in Italia - e la forza si misura in uomini e armi e Haftar può ancora contare su entrambi. Il fatto che si siano dovuti precipitare da lui Conte e Di Maio per risolvere una crisi che stava diventando sempre più una patata bollente per Palazzo Chigi è stato un suo grosso successo mediatico.
Meno per l'Italia: per la liberazione dei suoi pescatori, il governo è stato costretto a fare la sua ennesima piroetta in terra libica: riavvicinarsi all'ex "nemico" (Roma è con al-Sarraj) divenuto meno ostile - se non proprio "amico" - quando sembrava poter vincere la sua guerra (dicembre 2019).
Un'inversione che in Tripolitania è stata letta da molti come un "tradimento" al punto da spingere il Governo di Accordo nazionale (Gna) di al-Sarraj a cercare qualche altro partner, qualcuno di fidato che la guerra contro il "terrorista" Haftar voleva farla non solo a chiacchiere, ma con i fatti. Un ruolo che il turco Erdogan ha saputo interpretare alla perfezione e che gli permette ora di farla da padrone in Libia. Un dato su tutti: se l'Italia ha impiegato 108 giorni per liberare i suoi marittimi, la Turchia ne ha impiegati solo alcuni la scorsa settimana per il rilascio di una sua nave da cargo sequestrata dalle stesse autorità libiche dell'est. Il gap abissale di tempo nel risolvere i due sequestri traduce plasticamente il differente peso politico tra Roma e Ankara nel dossier libico, sbugiardando il presunto protagonismo italiano decantato da Di Maio.
L'Italia va da Haftar quando, solo a inizio mese, aveva firmato a Roma un accordo congiunto di cooperazione tecnico-militare con il ministro della difesa del Gna an-Namrush. Roma continua a fare il doppio gioco: amica dei cirenaici, ma anche e soprattutto di Tripoli che, tradotto nella Libia orientale, vuol dire stare con i "crociati ottomani" (i turchi). Una posizione ambigua in un conflitto intra-libico niente affatto finito. I tanti incontri tra le parti tra Tangeri e Tunisi non hanno portato ancora i frutti sperati: l'altro giorno il Foro del Dialogo politico sponsorizzato dall'Onu non è riuscito a raggiungere un consenso sul meccanismo per selezionare la prossima leadership politica che gestirà la fase di transizione in vista delle elezioni previste per il 24 dicembre del 2021. C'è poi la questione delle armi che continuano a fluire nel Paese facendosi beffa dei divieti dell'Onu ed europei. Senza poi dimenticare la tensione interna in Cirenaica, ma soprattutto in Tripolitania dove imperversano milizie armate difficilmente contenute da un potere centrale debole che proprio a esse aveva fatto ampio ricorso nella guerra fratricida tra ovest ed est.
Certo, i passi positivi ci sono: qualche giorno fa per la prima volta dopo anni la Banca centrale libica ha trovato un cambio unificato per il dinaro libico (4,48 al dollaro). Così come è aumentata la produzione di petrolio a 1,28 milioni di barili al giorno, un valore insperato fino ad alcune settimane fa quando i terminal petroliferi restavano chiusi per ordine di Haftar. Ma l'escalation è sempre possibile. "Qualsiasi accordo che non si basi sulla rinuncia alla violenza resta fragile e non resisterà", ha detto due giorni fa an-Namrush. Haftar lo sa bene mentre si gode la sua vittoria.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 18 dicembre 2020
Il verdetto contro l'attivista dei diritti delle donne in carcere dal 2018 sarà pronunciato lunedì e il procuratore chiederà una pena molto severa. Al Hathloul è accusata di aver agito contro re Salman e la sicurezza del regno ma contro di lei ci sono solo dei tweet.
L'allarme è scattato ieri quando il giudice della corte speciale antiterrorismo ha comunicato che il verdetto per Loujain al Hathloul, la più nota delle attiviste saudite dei diritti delle donne, potrebbe essere pronunciato lunedì prossimo. E per lei, ha avvertito la sorella Lina, il procuratore potrebbe chiedere una pena fino a 20 anni di carcere. Loujain è accusata di aver comunicato con persone "ostili" a re Salman, di aver collaborato con giornalisti schierati contro l'Arabia saudita e di aver diffuso informazioni dannose per la sicurezza del regno. Accuse che nel regno dei Saud sono considerate veri e propri atti di terrorismo. "Mia sorella non è una terrorista, non ha commesso reati contro la sicurezza. Ha soltanto chiesto un paese più giusto dove le donne saudite siano trattate con dignità e possano godere di libertà", ripete sui social Lina al Hathloul.
A metà del 2018 Loujain Al Hathloul fu arrestata con una dozzina di altre attiviste, poche settimane prima che venisse revocato il divieto per le donne di guidare da parte del potente erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, nel quadro del suo piano di "modernizzazione" del regno. Un diritto conquistato grazie a una lunga battaglia di cui Loujain era stata protagonista. L'ordine di arresto sarebbe giunto proprio dal principe ereditario che in questi anni si è rivelato non un rinnovatore ma un brutale repressore di oppositori politici e dei rivali all'interno della sua famiglia.
Perché il caso di Loujain al Hathloul da una corte ordinaria all'improvviso, qualche settimana fa, sia stato trasferito a quella speciale per l'antiterrorismo resta un mistero. A nulla sono servite le proteste e appelli alla sua liberazione di personalità internazionali ed ong per la tutela dei diritti umani. Così come lo sciopero della fame avviato dall'attivista in prigione. La famiglia Al Hathloul convocata ieri mattina in tribunale ha denunciato gli abusi sessuali e le torture che Loujain ha riferito di aver subito dai suoi carcerieri. Il procuratore ha risposto di non essere in grado di verificarlo perché nella prigione i filmati delle telecamere di sorveglianza vengono eliminati dopo 40 giorni. Quindi ha descritto come prove di colpevolezza i tweet di Loujain durante le campagne per il diritto alla guida per le donne e per i diritti dei detenuti. "Hanno solo un mucchio di tweet che non gli piacciono, niente di più", ha commentato Walid al Hathloul, fratello dell'attivista, esortando la comunità internazionale ad intervenire prima del verdetto di lunedì.
Negli ultimi anni la strategia delle autorità saudite è stata quella di demolire la reputazione degli attivisti per i diritti umani e di puntare il dito contro l'Iran per distogliere l'attenzione dagli abusi che avvengono nel cuore di Riyadh. Ha destato sdegno internazionale l'assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, avvenuto il 2 ottobre 2018 nel consolato saudita a Istanbul. Un crimine di cui, sospettano molti, sarebbe stato il mandante proprio il principe Mohammed bin Salman.
di Claudia Fusani
Il Riformista, 18 dicembre 2020
Prigionieri per 107 giorni, sono stati liberati dopo un colloquio top secret con il generale rivale di Al Serraj. Che ha strappato a Conte e Di Maio la promessa di un "gesto politico esplicito" di riconoscimento. "Antartide" e "Medinea" hanno acceso i motori intorno alle 15 ora italiana destinazione Mazara del Vallo. A bordo dei due pescherecci i 18 pescatori prigionieri dal primo settembre nelle carceri di Bengasi del generale Haftar.
Tre ore prima Giuseppe Conte e Luigi di Maio erano a colloquio con il Generale che non è l'interlocutore istituzionale dell'Italia che ha invece rapporti diplomatici con il Governo nazionale di Tripoli (Gna) girato da Al Serraj. Un colloquio dai contenuti ancora top secret ma che è stata la svolta di questa brutta faccenda durata ben 107 giorni.
Decisamente troppi. Altre volte era capitato che i nostri pescherecci si trovassero nei guai per aver superato i confini della pesca. Sequestri o arresti risolti ogni volta in breve e con qualche aiuto economico. Questa volta la vicenda si era messa subito male: lunghe giornate senza info dei nostri; notizie false filtrate ad arte per drammatizzare la situazione ("sono spacciatori"); richieste irricevibili (la liberazione di quattro trafficanti libici detenuti in Italia) a cui seguivano settimane di silenzi. Ora questa storia finisce bene.
E ne comincia un'altra: quale è stata la moneta di scambio della liberazione. Prima di tutto va detto che è "stato un sequestro diverso dagli altri, se non si parte da qui - spiega la nostra fonte tecnica - non si capisce neppure perché il presidente Conte oggi è andato di persona a Bengasi col ministro Di Maio e abbia incontrato Haftar".
I sequestri in Libia - ne abbiano avuti tanti negli anni - sono stati in genere il canale di finanziamento delle varie bande/ tribù militari che impediscono alla Libia di essere il paese che potrebbe essere. Dunque soldi, visibilità e riconoscimenti all'autorità di turno sono stati la moneta del riscatto. Questa volta è stato "un sequestro politico". Da subito i 18 pescatori sono stati una pedina nelle mani del generale Haftar che da anni conduce la battaglia per il controllo non solo di tutta la Libia ma anche di pezzi interi del nord Africa.
Il tutto grazie all'appoggio di Russia (Putin sta inviando reparti speciali in Libia), Emirati, Francia, Arabia Saudita ed Egitto, "il più interessato". L'Italia ha invece tradizionalmente rapporti esclusivi con Tripoli e la Gna, il governo nazionale libico riconosciuto dalle Nazioni Unite e guidato da Al Serraj. È con lui che stringiamo da anni accordi, con fortune alterne, per cercare di fermare il traffico di essere umani dalla Libia. È certo che Haftar abbia preteso, per la liberazione, "un gesto politico esplicito" del governo italiano come ad esempio la presenza di Conte e Di Maio a Bengasi.
Dunque le polemiche sulle "passerelle" e gli spot sono per una volta fuori luogo. Così come è certo che il 6 dicembre, Al-Namroush, ministro della Difesa del governo di Serraj, era a Roma per rinnovare un accordo politico-militare con il ministro della Difesa Lorenzo Guerini. In quella occasione il libico avrebbe suggerito ai nostri di cercare la mediazione francese per risolvere lo stallo sui pescatori.
E il favore del Cairo che cerca così di abbassare la pressione per il caso Regeni. Ieri Bengasi ha fatto uscire una nota per "elogiare il ruolo che il governo italiano gioca nel sostegno ad una crisi libica". Il ministro Guerini ha voluto elogiare "chi ha saputo lavorare in silenzio". I 18 pescatori sono liberi grazie ad un incrocio di favori diplomatici. Il cui punto di caduta è presto per dire.
C'era anche Rocco Casalino ieri a Bengasi. In una delle chat di lavoro gli è partita l'immagine della sua geolocalizzazione. Un puntino rosso tra gli hangar dell'aeroporto di Bengasi. Vero o falso che sia per molto meno poteva saltare tutta la trattativa.
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