di Ezio Menzione*
Il Dubbio, 23 marzo 2021
Il presidente Erdogan prima abbandona la Convenzione di Istanbul poi avvia la procedura per rendere illegale il partito filocurdo HDP. La notizia ha fatto in un attimo il giro del mondo, Erdogan con un decreto presidenziale ha ritirato l'adesione del proprio paese alla Convenzione di Istanbul del 2011, sottoscritta dal parlamento turco all'unanimità nel 2012. La Turchia era stata il primo firmatario della convenzione, seguita da 33 paesi su 37 del Consiglio d'Europa.
La Convenzione e i suoi 81 articoli è unanimemente considerata la migliore tutela che le donne abbiano raggiunto in questi anni per difenderle dagli atti di violenza di genere e di discriminazione: nuovi reati come lo stalking, la violenza psicologica, il matrimonio, l'aborto e la sterilizzazione forzati e altri ancora e costringe gli stati firmatari ad approntare rimedi contro la violenza di genere.
Violenza che proprio in Turchia raggiunge vette e numeri di fronte ai quali impallidiscono quelli degli altri paesi: un recente studio ha dimostrato che una donna su tre ha subito una vera e propria violenza sessuale in vita sua. Basti poi dire i numeri dei femminicidi: negli ultimi anni sono su una media attorno ai 300 l'anno (324 nel 2019, 284 nel 2020, 33 nel solo febbraio 2021, ultimo dato pervenuto), con punte di più di 400. Se c'è un paese che ha bisogno più di ogni altro della Convenzione di Istanbul, questo è la Turchia. Del resto, questo decreto era stato anticipato dalla decisione dell'anno scorso quando, per alleggerire un po' le carceri per far fronte al Covid, si fecero uscire tutti gli assassini di donne, mentre son rimasti in galera, per dire, tutti gli oppositori politici.
Il Ministro della Famiglia ed il portavoce di Erdogan, nell'intervenire sul decreto presidenziale, hanno affermato che la Turchia non ha bisogno di una norma internazionale, che la famiglia e la cultura della famiglia bastano a tutelare le donne, soprattutto "bastano i valori tradizionali che fanno della famiglia un asse portante della società turca". Questo richiamo ai "valori tradizionali" è la chiave per comprendere la mossa di Erdogan: l'attacco è sì principalmente contro le donne, ma tiene d'occhio anche (se non soprattutto) il movimento LGBT+, molto forte nelle grandi città e che vede in primissima fila lesbiche e trans, su posizioni di chiara opposizione al governo. Facile prevedere come prossima mossa una messa fuori legge di tale movimento, che trovava proprio nell'articolo 4 della Convenzione una difesa dagli atti discriminatori delle persone sulla base degli orientamenti sessuali.
Ma quale è l'obiettivo politico di una mossa simile? Ci sta dentro, naturalmente, l'insofferenza tipica del sultano ad ogni norma e legame pattizio e proveniente da qualche altra fonte, pur se recepita dall'ordinamento interno. Ma ci sta pure la sudditanza ai voleri del partito MHP, alleato fondamentale della coalizione di governo (da solo lo AKP, il partito di Erdogan, non avrebbe avuto il 50% dei voti alle ultime politiche e al referendum costituzionale). Lo MHP è un partito islamista integralista, che mira alla reintroduzione della sharia (la legge islamica) per governare le questioni familiari: era stata bandita da Ataturk nel 1923 al momento della costituzione della repubblica. È su questo che si gioca la partita in Turchia. La rimoscheizzazione di Santa Sofia e di Chora a Istanbul, non erano che l'assaggio.
La disdetta dell'adesione della Turchia alla Convenzione di Istanbul ha suscitato sdegno in tutta Europa (eccetto di Di Maio). Ma ha sollevato proteste soprattutto in patria sia per le modalità con cui è avvenuta: un decreto presidenziale che abroga una legge approvata unanimemente dall'intero parlamento; sia perché il movimento delle donne considera la convenzione una conquista necessaria. Difatti in tutto il paese si sono convocate in piazza e, c'è da giurarci, la questione non finirà qui.
Il giorno prima, la Procura Generale presso la Cassazione ad Ankara ha iniziato la procedura per mettere fuorilegge il secondo partito di opposizione: lo HDP. Questo partito, che ha sempre superato la soglia del 10% necessaria per entrare in Parlamento, ha sempre fatto una seria opposizione al governo dell'AKP di Erdogan. Nacque come partito radicato nei territori del kurdistan turco, vincendo sempre a man bassa le amministrative in quella parte del paese. Esso però man mano è riuscito a raccogliere vasti consensi anche fra la popolazione turca, grazie ad un programma che potremmo definire socialdemocratico e molto attento ai diritti delle donne, oltreché, naturalmente, ai diritti e all'autonomia del popolo curdo. Alle politiche del 2016 la sua affermazione fece sì che Erdogan non avesse la maggioranza assoluta che gli era necessaria per la riforma costituzionale in senso presidenziale e autoritario. Tant'è che, a pochi mesi di distanza, Erdogan fece ripetere le elezioni, lo HDP riuscì ugualmente, sia pure di stretta misura, a superare di nuovo la soglia del 10%; e poi Erdogan riuscì, grazie all'alleanza con il partito di ultradestra MHP a far passare la riforma costituzionale.
Sia la Germania che gli Stati Uniti sono usciti con dichiarazioni che stigmatizzano la richiesta di messa fuorilegge dello HDP come un gravissimo colpo alla democrazia. Tanto più che vi è anche la volontà di inibire l'attività politica a 687 membri del partito, fra cui il segretario Demirtas (in carcere da molti mesi, nonostante che la CEDU abbia riscontrato la illegittimità della sua detenzione) nonché i parlamentari e decide e decine di amministratori locali. Del resto, il 42% dei sindaci del HDP eletti alle ultime amministrative nella Turchia del Sud Est sono già stati rimossi dal loro incarico e sostituiti con governatori designati dal governo centrale.
La richiesta di messa fuorilegge era stata preceduta dalla decadenza dal ruolo di parlamentare di Omer Gergerlioglu, uno dei più agguerriti rappresentanti dello HDP in seno al Parlamento: la ragione? un tweet considerato eversivo. Non una maggiore consistenza sta alla base della richiesta formulata contro lo HDP: esso favorirebbe il terrorismo. Concetto del tutto evanescente in Turchia. La sostanza, come ha detto Human Rights Watch Turkey è il fatto che milioni di elettori si troverebbero senza più alcuna rappresentanza. Ora decidere spetta alla Corte Costituzionale, che ha 15 giorni dal ricevimento della domanda da parte della Procura Generale per stabilire se vi siano elementi sufficienti per procedere oppur no. In caso affermativo, si instaura un vero e proprio giudizio dominato, nei tempi e nei modi, dalla Corte stessa.
Non si creda che la Corte non possa accogliere una simile domanda, anche se palesemente infondata. Nella storia della Turchia, da quando c'è la Corte, ben 20 partiti sono stati messi fuorilegge, mentre la richiesta è stata rigettata nei confronti di altri 17. Fra quelli chiusi ci fu anche il partito dell'attuale presidente Erdogan, che fu veloce nel riciclarsi sotto altre bandiere. Durante i vari colpi di stato militari degli anni 80, furono chiusi addirittura tutti i partiti. Altri tempi, potrebbe dire qualcuno: ma no, siamo allo stesso punto.
*Osservatore Internazionale Ucpi
di Francesca De Benedetti
Il Domani, 23 marzo 2021
In Polonia i diritti civili sono sotto pressione e una sentenza della Corte costituzionale ha ristretto ancora di più il diritto all'aborto. Mentre l'opinione pubblica europea si indigna per la scelta della Turchia di Erdogan di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, un pezzo d'Europa non solo progetta di fare altrettanto, ma già lavora a un progetto alternativo: una convenzione ultraconservatrice a difesa della famiglia tradizionale. In Polonia, un'azione sinergica tra la destra ultracattolica e l'organizzazione pro-life Ordo Iuris è riuscita a far sbarcare in questi giorni alla Camera dei deputati il progetto. Prevede di uscire dalla Convenzione di Istanbul e lanciare un nuovo piano; l'ala più estremista del governo lavora già da tempo per trascinare nella "convenzione alternativa" altri paesi, a cominciare da quelli dell'est Europa. Da mesi sono in corso contatti con Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Croazia. "La Polonia è l'unica del gruppo di Visegrád ad aver ratificato la controversa Convenzione di Istanbul", recita un documento dell'organizzazione pro-life che spinge per smantellarla. La tesi è che la Convenzione sia incostituzionale perché rinnega i principi della famiglia tradizionale: si basa "sull'idea che all'origine della violenza sulle donne ci sia un problema di disuguaglianze". La proposta alternativa, la "Convenzione sui diritti della famiglia", è un inno oltranzista alla "famiglia tradizionale", con le conseguenze del caso: vietati aborto e unioni omosessuali. A fine mese, il piano arriverà a una svolta decisiva.
Un piano ultraconservatore - La Convenzione di Istanbul è "una minaccia alla famiglia tradizionale" secondo Ordo Iuris. Questa influente organizzazione pro-life fa parte del network del Congresso mondiale delle famiglie (lo stesso che tre anni fa si riunì a Verona, scatenando le proteste). La rete è presidiata e finanziata anche da oligarchi vicini a Putin, e Ordo Iuris si nutre di queste connessioni. L'influenza di questa pro-life sul governo polacco si può ritrovare in molte iniziative degli ultimi anni. Jarosław Kaczyński, il leader ultracattolico del Pis, ha ammesso che è stata proprio questa organizzazione a ispirarlo, quando nel 2016 il partito ha provato a inasprire il divieto di aborto; gli effetti di queste spinte si vedono tuttora. Formalmente Ordo Iuris si definisce "istituto indipendente per la cultura giuridica".
Certo è che tra le sue file ci sono avvocati e giuristi, i quali, per loro stesso dire, "partecipano attivamente nel processo di elaborazione delle leggi". Nel 2018 Ordo Iuris si batteva per "la protezione della famiglia" minacciata dalla "ideologia del gender" e elaborava la Convenzione alternativa a quella di Istanbul. Trova un formidabile alleato nel politico di destra Marek Jurek, che all'epoca era europarlamentare, e che predicava "il ritorno alla civiltà cattolica", in netta opposizione con aborto e unioni gay. Il contributo di Jurek era la spinta politica, quello di Ordo Iuris le competenze giuridiche. È nato così un progetto di convenzione "per la famiglia tradizionale". A breve presero il via gli incontri con gli esponenti del governo.
"Un progetto internazionale che dà forza ai valori conservatori è buono", cominciavano a dire gli esponenti del Pis. Il piano per sostituire la Convenzione di Istanbul con un documento di stampo ultraconservatore è diventato così una iniziativa di legge popolare, che ha ottenuto le 150mila firme necessarie e il sostegno esplicito dell'ala più estremista del governo. Il ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro, il "polarizzatore" della destra polacca, ha annunciato lo scorso luglio l'intenzione di far uscire la Polonia da Istanbul e ha chiesto al resto del governo di avviare l'iter, suscitando le proteste della società civile e del giurista Adam Bodnar, difensore civico.
In aula ora - Ziobro non si è fermato: ha presentato il progetto di convenzione alternativa agli altri paesi dell'Europa orientale. Nella lettera rivolta a loro, scrive che bisogna difendere la famiglia come unione eterosessuale; il matrimonio "è solo tra un uomo e una donna", è da escludersi quello omosessuale. La Convenzione di Istanbul va contestata e con essa "l'idea che la violenza sulle donne derivi da uno squilibrio di potere e da una dominazione maschile".
Ecco perché Varsavia propone un progetto alternativo che difende la famiglia tradizionale, con tanto di previsione di "crimini contro la famiglia". Il premier Mateusz Morawiecki, di fronte a queste spinte, da una parte ha criticato a sua volta Istanbul, dall'altra ha congelato la questione, rinviandola alla Corte costituzionale. Questa stessa Corte di recente ha portato a termine il progetto di irrigidire il divieto di aborto, riuscendo laddove il Pis nel 2016 per vie politiche non aveva avuto successo. Nel frattempo, al parlamento polacco a febbraio è sbarcato il progetto di Ordo Iuris con le sue 150mila firme e un titolo, "Sì alla famiglia, no al gender".
Il 17 marzo è cominciato il dibattito, che prosegue il 30; quel giorno ci sarà anche un voto, che determinerà il futuro del progetto, ovvero se verrà rinviato o meno a ulteriori lavori in commissione. Mercoledì scorso femministe e attivisti hanno fatto sentire la loro opposizione manifestando davanti alla Camera, che stava analizzando la bozza di Ordo Iuris. Uscire dalla Convenzione di Istanbul, "costruita sulla gender ideology", è solo l'inizio, poi è prevista la creazione di una commissione che entro tre anni dia vita a una nuova convenzione.
Ordo Iuris ha già progettato anche quella. "La famiglia è alla base dell'ordine sociale, è basata sul matrimonio - si legge - quest'ultimo è fra uomo e donna, la differenza fra sessi è biologica, il bambino va tutelato anche prima della nascita, la sua educazione può essere di stampo confessionale". La lettera di Ziobro agli altri paesi conteneva proprio frammenti di questo testo, che è un tentativo di fissare i principi del Congresso delle famiglie in una vera e propria Convenzione internazionale.
di Davide Lemmi e Marco Simoncelli
La Repubblica, 23 marzo 2021
La rabbia è esplosa dopo l'arresto del principale leader d'opposizione. Ma le ragioni della protesta sono più profonde: disoccupazione e una crisi economica accentuata dal coronavirus. E riparte la voglia di scappare dal Paese sfidando l'Oceano. In un incrocio del quartiere Medina, a poca distanza dal Palazzo di Giustizia di Dakar, decine di elmetti neri delle forze antisommossa si stringono per impedire il passaggio a una folla di giovani manifestanti che freme a pochi centimetri dai loro scudi. Un cartello emerge dal fragore. "Vi abbiamo chiesto democrazia e sviluppo! Avete preferito la ricchezza e i vostri interessi. Siete la vergogna!". Una voce strozzata nell'aria rovente urla: "Vogliamo poter decidere! Non ci fermerete!". A una settimana da quegli eventi, i segni della rabbia delle proteste rimangono impressi sul cemento della capitale senegalese. Nell'atmosfera di calma apparente detriti, cumuli di cenere, vetri rotti e relitti d'auto sono ancora accatastati ai lati delle strade.
La scintilla che ha fatto scoppiare le manifestazioni nei principali centri abitati del Senegal è l'arresto di Ousmane Sonko, avvenuto il 3 marzo. Il giovane leader del partito di opposizione Pastef-Les Patriotes, arrivato terzo alle ultime elezioni del 2019, doveva infatti presentarsi in udienza al palazzo di giustizia per rispondere alla gravissima accusa di violenza sessuale ai danni di una giovane ragazza di un centro massaggi, ma la scelta di cambiare tragitto rispetto a quello prestabilito dalle autorità, generando così una manifestazione spontanea, è stata giudicata un intralcio all'ordine pubblico e tentata insurrezione. Accusa che è valsa la custodia cautelare per il politico a cui il 26 febbraio era stata inoltre tolta l'immunità parlamentare.
In questo senso Ousmane Sonko ha sempre rigettato le imputazioni, definendole un "complotto" teso ad eliminarlo dalla scena politica. Il giovane parlamentare anti-sistema è considerato infatti il principale antagonista del presidente Macky Sall. Un outsider della politica amato dalle giovani generazioni e, dunque, uno dei principali concorrenti in vista del voto del 2024 al quale Sall, in carica da nove anni, non potrà ricandidarsi a causa del limite di due mandati.
Per quattro giorni gli scontri tra manifestanti e la polizia hanno interessato Dakar e altre località del Paese tra cui, in particolare, la regione della Casamance, provocando almeno 10 morti e 590 feriti. Tra il 4 e l'8 marzo, periodo di maggiore intensità delle proteste, sono stati inoltre incendiati e saccheggiati decine di centri commerciali Auchan e stazioni Total principalmente perché legate alla Francia, con cui Sall ha ottimi rapporti e la cui presenza è ritenuta "scomoda" e "opprimente" da molti senegalesi.
La svolta nell'impasse avviene l'8 marzo. La mattina i giudici, dopo la prima udienza di Sonko, decidono per la liberazione dalla custodia cautelare del politico, mentre la sera il presidente Sall si rivolge per la prima volta alla popolazione dichiarando di aver compreso le inquietudine e le preoccupazioni dei giovani. Intervengono inoltre, con un messaggio distensivo, i leader religiosi delle potenti confraternite Sufi. Il caso giuridico però resta ancora aperto e il politico, ufficialmente libero ma sotto controllo giudiziario, continua ad accusare Sall di aver "tradito la nazione" e ad esortare la mobilitazione dei sostenitori.
In questo contesto di alta tensione, che in Senegal non si vedeva da quasi dieci anni, nasce il Movimento di difesa della democrazia (M2D), formato da parlamentari dell'opposizione e organizzazioni della società civile con l'obiettivo di resistere alle "pratiche dispotiche del governo". Proprio il M2D, sotto l'hashatag #FreeSenegal che è dilagato sui social, ha organizzato grandi mobilitazioni pacifiche per sabato, poi rinviate a data da destinarsi, dopo un ulteriore intervento di pacificazione di una delegazione della confraternita islamica Mouridyya, la più importante del Paese.
Eppure nonostante un ritorno alla calma, le ragioni della rabbia rimangono sul campo. Nelle voci dei manifestanti emerge un senso di regressione del pluralismo democratico. Durante il mandato di Sall, oltre a Sonko, ci sono stati altri due importanti episodi di oppositori estromessi dalla politica per casi giudiziari: nel marzo 2013, Karim Wade, ex ministro e figlio dell'ex-presidente Abdoulaye Wade, e nel marzo 2017, Khalifa Sall, ex-sindaco di Dakar, condannati entrambi per appropriazione indebita e corruzione. "Devono smetterla di incarcerare e imbavagliare oppositori e chiunque la pensi diversamente. È uno schema che usano sempre ormai", sostiene ancora insoddisfatto il giovane Cherif, mentre si allontana dal Palazzo di Giustizia.
Ma se il caso Sonko è stato il motore politico iniziale, le vere cause della collera sono più profonde. Si radicano nell'esasperazione e nel senso di abbandono che esiste da tempo tra i giovani. Incertezza, mancanza di opportunità, difficili condizioni di vita sono il cocktail di un contesto economico già critico che si è poi aggravato per via del fattore Covid. La pandemia e le sue conseguenze hanno intaccato settori economici importanti per il Paese. Tra cui la pesca artigianale, l'allevamento, il commercio informale e il turismo, col suo indotto praticamente azzerato. Il quadro generale in Senegal racconta oggi di un calo del 16% nelle esportazioni e una contrazione del 30% nelle importanti rimesse della diaspora all'estero, che nel 2019 valevano il 10% del Pil.
"Non abbiamo lavoro. Non c'è impiego, al massimo sono occupazioni occasionali. Noi giovani siamo senza fare niente e lo Stato non fa nulla", sostiene Diouf, un altro ragazzo incontrato in una delle notti di collera a Ngor. Non esistono dati aggiornati sul tasso di disoccupazione nel Paese. Il più recente è del 2019 in cui la percentuale era pari al 19%, ma già in aumento da due anni consecutivi. "Quindi le soluzioni sono due: o scappare all'estero o provare a riprendersi il Paese", conclude il giovane.
Il tema immigrazione torna quindi al centro del dibattito. Se negli ultimi anni era stato registrato un assestamento delle partenze, nel 2020 i numeri sono tornati a crescere. In particolare sono esemplificativi i dati sugli arrivi di migranti sulle coste spagnole delle Isole Canarie. Nel 2020 una sequela di naufragi ha provocato più di 1.800 morti e riacceso l'attenzione sulla poco conosciuta "ruta canaria". L'anno scorso sulle isole sono sbarcate quasi 20mila persone arrivate con imbarcazioni di fortuna, spesso piroghe provenienti dal nord del Senegal attorno a Saint Louis o da M'bour, città costiera a sud di Dakar. Un dato enorme se comparato ai 2.700 arrivi del 2019 e sintomo di una crisi sociale imperante.
A Thiaroye sur mer, cittadina di pescatori della cintura di Dakar, tutti conoscono almeno una persona che ha tentato di migrare in Europa. Qui la ruta canaria è stata battezzata col motto "Barça ou Barsakh", "Barcellona o morte". "La prima volta mi hanno fermato in Libia, la seconda, la barca è affondata non lontano dalle isole. Ho rischiato di morire e ho rinunciato per ora", il racconto di Cheikh che ha vissuto sulla sua pelle l'esperienza del viaggio, concludendo "in quel percorso lungo 1.500km tra Senegal e Spagna ci sono gran parte delle ragioni delle proteste".
Se quindi oggi le manifestazioni si sono sgonfiate per l'intervento di attori politici e religiosi influenti, in Senegal la tensione resta alta. L'attesa è per gli investimenti post Covid e il modo in cui il governo agirà in vista delle elezioni del 2024.
di Emilio Robotti
psychiatryonline.it, 22 marzo 2021
I provvedimenti ad interim della Corte Europea dei Diritti Umani sono misure cautelari che possono essere destinati ad uno Stato membro del Consiglio di Europa per impedire la violazione di un diritto fondamentale durante il tempo occorrente alla Corte per valutare un ricorso o anche per consentire all'interessato di proporre il ricorso.
di Stefano Vecchio*
dirittiglobali.it, 22 marzo 2021
A leggere le notizie riportate da alcuni giornali e media locali e nazionali e in particolare scorrendo il testo della "Richiesta di archiviazione per reato commesso da persone ignote", della Procura di Modena, sembrerebbe che "la natura" delle proteste nelle carceri avvenute nel primo lockdown, nel corso delle quali sono morte ben 13 persone, sarebbe attribuibile alla ricerca sfrenata e senza limiti di droghe da consumare. Nelle autopsie dei corpi delle persone detenute trovate morte sono state rilevate tracce di metadone e altri psicofarmaci, per lo più sedativi come le benzodiazepine, associate a segni di depressione respiratoria e altri legati a una possibile overdose. Osservo che quando si inserisce in una inchiesta giornalistica o giudiziaria la droga questa semplice presenza sposta lo scenario di riferimento e diventa immediatamente la causa del male sia per chi indaga che per chi costruisce le notizie sui media. Se poi si aggiunge che gli interessati sono migranti e detenuti non c'è via di scampo. Nel corso della pandemia, tra l'altro, gli stigmi si sono amplificati e diffusi in modo notevole.
di Franco Corleone*
dirittiglobali.it, 22 marzo 2021
Può sembrare poca cosa, ma avere dato un nome ai tredici detenuti morti dopo le rivolte, di cui ben nove del carcere di Modena, rappresenta un risultato significativo, come risposta alla coltre di silenzio che voleva coprire e dimenticare. La strategia dell'archiviazione della strage, perché di questo si è trattato, è fallita grazie alla tenacia del Comitato nazionale per la verità e giustizia e alle parole di Enrico Deaglio e all'inchiesta di Carlo Bonini.
di Carmelina Maurizio
tecnicadellascuola.it, 22 marzo 2021
Sono buone notizie quelle che vengono in questi giorni da un settore speciale del mondo della scuola, ovvero le scuole carcerarie, che come vedremo, in Italia, spesso rappresentano dei luoghi di buone pratiche. Sono infatti due i progetti che, grazie all'impegno di docenti e studenti, ma anche di dirigenti innovativi fanno riflettere su come lo studio e la scuola siano un passaporto quanto mai importante nella vita, per chi segue percorsi formativi all'interno degli istituti di pena. In Italia ci sono cento Centri provinciali per l'Istruzione degli Adulti che hanno sezioni di scuola attive negli istituti penitenziari, di cui diciassette anche minorili, definiti IPM (Istituti di Pena Minorili). Questi ultimi hanno una popolazione studentesca di circa 200 alunni, a cui si sommano coloro tra i 18 e i 25 anni, che sono (anno scolastico 2019/20) circa 300.
di Liana Milella
La Repubblica, 22 marzo 2021
Scontro in vista mercoledì in aula. I Cinque Stelle tentano di bloccare gli emendamenti garantisti di Azione e Forza Italia. Favorevoli anche Italia Viva e Lega. Il Pd vuole evitare lo scontro adesso. Il principio europeo di massima tutela per l'imputato è condiviso però dalla ministra Cartabia.
di Nando Dalla Chiesa
Il Fatto Quotidiano, 22 marzo 2021
I nomi risuonano uno in fila all'altro davanti a Palazzo Marino, dirimpetto alla Scala. Bandiera tricolore, bandiera europea e bandiera biancorossa sul balcone del Comune, sopra lo striscione che chiede "Verità per Giulio Regeni".
Bandiere simmetriche sulla facciata del grande teatro lirico. Sul mio lato destro gli stendardi della mostra del Tiepolo. I nomi si inseguono. Sono quelli delle vittime innocenti di mafia, che vengono pubblicamente recitati da ventisei anni il primo giorno di primavera. Stavolta si recitano il 20, essendo il 21 di domenica. E c'è il lockdown, divieto di marce, di "fiumi di giovani", di piazze gremite. Nessuna manifestazione nazionale.
Testimonianze simboliche nelle piazze di tutte le città. Anche a Milano, che ha le sue vittime di mafia benché si creda spesso l'opposto. Nessuno legge i nomi da un podio. E l'altoparlante che rimanda voci registrate: alcune ben scandite, altre sussurrate, qualcuna addirittura biascicata. Una trentina di familiari distribuiti nella piazza, una dozzina di telecamere che aumentano via via che si attende l'arrivo del sindaco. Una ventina di curiosi che non capiscono ma forse afferrano, fermando il passeggio o le bici. È un clima strano, rarefatto.
Ripassa davanti agli occhi, grazie ai nomi, un pezzo della storia d'Italia. E per la prima volta cerco di dare un tempo preciso a quelli che sento, di riordinare almeno quelli che conosco. Realizzo così, è una folgorazione, la stupefacente concentrazione di nomi di vittime negli anni ottanta e nei primi anni novanta. Osservo inquieto i simboli di Milano. E penso che in quegli anni di mattanza questa era diventata la Milano da bere, la città felice che correva incontro al futuro, mentre i delitti e la violenza si scatenavano in Campania, in Calabria, in Sicilia, luoghi lontani che nessuno riteneva avessero a che fare con il destino della città.
E da cui invece era già partita da tempo la conquista progressiva di territori e di hinterland, o la fila dei malloppi della finanza sporca. Che amarezza esala da quei nomi che si condensano nella piazza semivuota, la fila di taxi alla mia destra che non si muove. Alla mia sinistra due bimbetti tengono sui due lati una piccola bandiera lilla di Libera. Dietro la mascherina della loro mamma riconosco Ilaria, la ragazza che quasi dieci anni fa - è un'immagine di repertorio - spuntò per prima in piazza Beccaria portando sulle spalle ricciolute la bara con i poveri resti di Lea Garofalo ai funerali pubblici della giovane madre calabrese ribelle. Storie che si sovrappongono, più che incastonarsi.
Come quelle in arrivo dalla Sicilia e dalla Puglia, dalla Calabria e dalla Lombardia: Antonio Fava, Marisa Fiorani, Francesca Bommarito, Francesca Ambrosoli, Maria Luisa Rovetta, Maria Concetta Riggio, Arianna Mazzotti, Paolo Setti Carraro, Marino Cannata, Rosy Tallarita, Lorenzo Sanua, Jamila Chabki, i nomi dei parenti che si allineano alla distanza prescritta. Fisso la facciata della Scala. Ripenso alla mia infanzia.
A quando mio padre e mia madre andavano alla prima del 7 dicembre, i loro nomi sulla cronaca della Notte quotidiano della sera ("il maggiore Carlo Alberto dalla Chiesa e la signora Dora"), il biglietto omaggio e la citazione a compensare col prestigio le fatiche di una coppia sempre in lotta con la fine del mese. Mai avrei mai immaginato di commemorare davanti a quel luogo di festa e di successi né mio padre né altri uccisi dalla mafia con i loro parenti al mio fianco.
Lucilla che porta in mano le sue poetiche stelle di carta, Caterina allieva di università che giunge nel mezzo della cerimonia con i suoi ragazzi della giustizia riparativi, sono un altro mondo che entra con delicatezza nel mio. Ce la faremo, dice il sindaco Sala. E lo penso anch'io. Intanto però quanto vantaggio gli abbiamo dato, santo cielo. Per non curarci del sud, e nemmeno del nord.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 22 marzo 2021
L'idea di una riforma che prevedesse anche le "pagelle" per i magistrati, Giovanni Maria Flick, ex presidente della Corte costituzionale, l'aveva avuta 25 anni fa, da ministro della Giustizia del primo governo Prodi, e aveva scelto come direttori generali di via Arenula alcuni dei magistrati più esperti ai quali adesso si è rivolta anche la Guardasigilli Marta Cartabia. Oggi non ha cambiato idea, ma ritiene che un intervento di questo tipo debba fare parte di una ristrutturazione sostanziale del sistema giudiziario. Ovviamente partendo dai tempi dei processi.
Il vicepresidente del Csm, David Ermini, ipotizzava che nella valutazione di un pm possa pesare anche l'esito dei processi che istruisce. Che ne pensa?
"Penso che un sistema che valuti le competenze di un magistrato sia indispensabile. Penso addirittura siano necessarie verifiche periodiche sulla preparazione e che debba essere valutata work in progress. Le pagelle non possono, ovviamente, diventare uno strumento di controllo; invece bisogna evitare che, dopo l'ingresso in magistratura, si entri in un sistema di autoreferenzialità. Le cose cambiano e anche i magistrati devono essere all'altezza dei loro ruoli. Credo che i criteri di valutazione oggi siano insufficienti. Raramente all'interno di un ufficio si leggono relazioni che mettano in luce lacune o impreparazione dei magistrati. Bisogna trovare un'unità di misura sulle conoscenze che si manifestano anche attraverso il modo di decidere dei magistrati, senza, però, intaccarne l'indipendenza".
Però tante inchieste si concludono con assoluzioni...
"L'articolo 25 della Costituzione stabilisce che nessuno possa essere punito se non in forza di una legge entrata in vigore prima del fatto commesso. La legge chiede al magistrato di accertare quel fatto e la responsabilità della persona, quando al fatto si sostituisce il fenomeno la situazione diventa problematica. Insisto, e non da ora, ci sono tre sfere concentriche di responsabilità per un magistrato: quella penale, come tutti i cittadini, quello disciplinare e quella deontologica. Quest'ultima, fondamentale per magistrati, è affidata alla reputazione e agli organi associativi. Ed è la premessa per la responsabilità disciplinare. Certi comportamenti, etichettati come espressione di libertà, andrebbero riconsiderati, nell'ottica di un possibile attrito con la deontologia. Al magistrato si riconoscevano un ruolo e una credibilità che adesso stentano a essere riconosciuti".
Quando è iniziato tutto questo?
"L'ho detto più volte, penso che questa tendenza sia iniziata con Tangentopoli. La magistratura ha ritenuto di dovere perseguire anche i costumi. Dopo Tangentopoli, abbiamo abbandonato il metodo di giudicare il fatto per guardare successivamente all'uomo. Oggi si giudica l'uomo, il corruttore, l'associato a delinquere, ossia il tipo di persona che è espressa da quel fatto; quest'ultimo è oggetto del trattamento penitenziario".
La giustizia è in crisi?
La crisi del processo è legata a due questioni: in primo luogo si è allargato a dismisura l'impiego della tecnologia come strumento di indagine. La violazione dell'articolo 15 della Costituzione deve avere un carattere di eccezionalità. Strumenti come l'intercettazione, e tanto più il trojan, dovrebbero essere utilizzati solo in casi indispensabili, per proseguire indagini già aperte. Invece si fa pesca a strascico, violando così anche il principio costituzionale della libertà di espressione".
Però c'è l'obbligatorietà dell'azione penale...
"L'obbligatorietà dell'azione penale è fondamento di eguaglianza ma rischia di diventare un'utopia, quindi deve esserci una legge che la regoli. Non può essere affidata alle circolari del Csm o dei capi degli uffici o alla discrezionalità dei singoli procuratori".
Il secondo dei motivi della crisi del processo?
"La durata dei processi viene scaricata sulla posizione di uno dei protagonisti, ossia solo sull'imputato. La ragionevole durata del processo è, invece, in carico allo Stato, che deve disporre degli strumenti per dare una risposta in tempi rapidi. Ma c'è anche una terza questione: la crisi del principio di legalità, legata alle troppe fonti normative. Alle nostre leggi, si aggiungono le decisioni della Corte dei diritti dell'Uomo, della Corte di giustizia europea e della Consulta. Oltre che l'interpretazione dei singoli giudici. Una confusione nella quale, da ultimo, abbiamo scoperto i Dpcm, che sono ordini amministrativi. Più le leggi sono numerose più c'è la possibilità di interpretarle; se poi chi deve interpretare la legge, rispetto a un fatto specifico, non ha adeguata cultura e preparazione, sorgono altri problemi. Al giudice è dato un potere molto ampio al livello di interpretazione. Ma la decisione non può essere una creazione. Il superamento della nomofiliachia (il rispetto delle precedenti decisioni), in assoluto, è un errore".
L'immagine della magistratura ha subito un duro colpo, pensa che una riforma del Csm sia indispensabile?
"Indispensabile, ma non dimezzando i tempi per cambiare metà del Consiglio, come sostiene Ermini. Bisognerebbe limitare il correntismo e invece, così, ci sarebbero doppie elezioni".
Nel pianeta Giustizia c'è anche la questione carceri...
"La pandemia ha fatto esplodere in maniera evidente una questione già aperta. In questo momento si vietano i contatti, i rapporti tra le persone avvengono da remoto, invece i detenuti hanno un obbligo di convivenza coattiva che favorisce i contagi; ma, il problema si poneva anche prima. Inoltre la sicurezza collettiva rischia di prevalere sulla funzione rieducativa e sul rispetto dei cosiddetti residui di libertà compatibili con la reclusione, attraverso l'ostacolo a concedere misure alternative ai condannati per reati gravi, come mafia e terrorismo, che non collaborino con la giustizia. Di questo si occuperà la Consulta questa settimana".
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