di Claudio Lattanzio
Il Centro, 19 dicembre 2020
Tornano in cella i detenuti ricoverati nei giorni scorsi, intanto è stato annunciato l'arrivo di altri 27 agenti. Trovati 4 positivi tra chi è rientrato in città per le feste. Dopo giorni di preoccupazione arrivano buone notizie dal carcere di Sulmona, dove scende il numero dei contagi e sale quello dei guariti nella giornata che fa registrare 23 nuovi contagi nel Centro Abruzzo e altre classi in quarantena. Nel carcere restano 67 i detenuti positivi a fronte dei 93 contagi accertati all'interno della struttura penitenziaria più grande d'Abruzzo.
I tamponi di verifica hanno liberato dal virus una ventina di reclusi mentre tornano in cella anche i detenuti che nei giorni scorsi erano stati ricoverati negli ospedali Covid abruzzesi perché affetti da patologie più gravi. Ieri un altro detenuto ha fatto rientro nel carcere di via Lamaccio mentre in cinque restano ricoverati in corsia. Le loro condizioni non sembrano destare preoccupazione e nei prossimi giorni anche per loro dovrebbe scattare il rientro in cella per avvenuta guarigione.
Insomma, il preoccupante focolaio che si era acceso in carcere pian piano sta affievolendo il suo vigore anche se i vertici dell'amministrazione penitenziaria invitano alla calma perché ritengono che sia ancora troppo presto per parlare di allarme rientrato.
Di certo la situazione è sicuramente meno pesante rispetto alle scorse settimane quando si temeva una vera e propria epidemia all'interno del carcere che invece è stata limitata grazie all'intervento tempestivo sia dei medici del carcere che del direttore Sergio Romice che ha saputo tenere sotto controllo una situazione a dir poco esplosiva. Nel frattempo il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, dopo la sollecitazione arrivata dalla senatrice Gabriella Di Girolamo, ha fatto sapere di aver disposto l'assegnazione al carcere di Sulmona di altri 27 poliziotti penitenziari che vanno a coprire le carenze e le falle che si sono aperte nell'organico dopo l'improvvisa ondata di contagi.
Dei 23 casi accertati ieri nel Centro Abruzzo 13 sono residenti a Sulmona, quattro a Villetta Barrea, tre a Pescocostanzo, uno a Barrea, uno a Opi e uno a Vittorito. Tra i contagiati di Sulmona ciò sono anche quattro alunni per cui la Asl ha la sorveglianza attiva per la classi di riferimento. Nel frattempo va avanti lo screening riservato prevalentemente alle persone che fanno rientro in città per le festività natalizie. Su 112 test effettuati in quattro sono risultati positivi al tampone. Un numero alto, che conferma la validità dell'iniziativa per cercare di individuare le persone asintomatiche possibili fonti di contagio. Dal Comune fanno sapere che è ancora possibile prenotarsi per sottoporsi allo screening fino a domenica nella postazione dell'ex caserma Cesare Battisti.
di Alessia de Antoniis
globalist.it, 19 dicembre 2020
I detenuti il 18 dicembre, hanno messo in scena, guidati da Fabio Cavalli, l'inferno Dantesco. Un confronto fra peccati e reati, gironi infernali e bracci penitenziari, nell'infinito sforzo di riuscire "a riveder le stelle". Il 16 e il 18 dicembre, gli attori-detenuti del carcere di Rebibbia hanno messo le ali come Icaro per uscire a riveder le stelle. Nonostante il Covid e le carceri sovraffollate, grazie alla fibra ottica, il teatro libero di Rebibbia ha raccontato, ancora una volta, storie di uomini che hanno provato a volare, con ali troppo fragili, dentro la tempesta di vite al limite.
Il 16 dicembre "Icaro e altre Meraviglie", è stato presentato da Laura Andreini Salerno come prova aperta - una sorta di lezione di volo - del nuovo spettacolo che ha coinvolto i reclusi del Reparto G8.
Il 18 è stata la volta dei detenuti-attori dell'Alta Sicurezza che si sono avventurati, guidati da Fabio Cavalli, nel Progetto su Dante, con un confronto ardito fra peccati e reati, gironi infernali e bracci penitenziari, nell'infinito sforzo che accomuna tutti, liberi e reclusi, di riuscire alla fine di questo drammatico momento dell'umanità, "a riveder le stelle".
Parliamo di teatro in carcere con Fabio Cavalli, produttore teatrale e cinematografico, regista, autore, sceneggiatore, docente all'Università Roma3, membro della Giuria dei David di Donatello e della European Film Academy. Con il film Cesare deve morire, di Paolo e Vittorio Taviani, ha vinto la 62° Edizione del Festival del cinema di Berlino e cinque David di Donatello.
Torna in scena nel teatro del carcere di Rebibbia. Prima Shakespeare, con Amleto e Cesare, ora Dante con l'Inferno. Due pilastri della cultura europea riletti da chi è in regime di detenzione. Perché Dante?
Nel 2021 ricorrono i settecento anni dalla morte di Dante e mi sembrava interessante ricordarlo. Il teatro che facciamo ha uno stretto contatto con la realtà dei detenuti. Sonata a Kreutzer di Toslstoj, ad esempio, è la storia di un femminicidio. Amleto, La Tempesta e Giulio Cesare, di Shakespeare, parlano di vendetta, del perdono, della libertà. In Dante c'è il tema formidabile del rapporto tra peccato e reato e tra inferno, purgatorio e carcere. La domanda è: il carcere è un inferno o un purgatorio? Le anime che sono là dentro, sono come quelle dantesche che non hanno la speranza di riveder le stelle? Forse, in chiave contemporanea, rivedere le stelle è insito nell'art. 27 della nostra Costituzione, che non prevede la punizione ma la rieducazione.
Per gli attori è più facile immedesimarsi in alcuni personaggi. Il dramma di Paolo e Francesca rappresenta la situazione di un marito detenuto e una moglie libera che, una volta la settimana, per un'ora, riescono a stringersi le mani separati dal bancone di metallo. Adesso, causa Covid, separati dal plexiglas. Tutti i detenuti sono Paolo e tutte le mogli sono Francesca. C'è poi il tema del tradimento, quindi l'infamia del conte Ugolino; il desiderio di conoscenza al quale si sacrifica anche la vita, che è di Ulisse. I nostri detenuti-attori non sono dei martiri, sono più che altro dei carnefici, ma che tentano di mostrarsi persone più che detenuti. Non rappresentano il loro reato, ma le loro speranze, il loro impegno per cambiare, per uscire da quell'inferno. Dante però non scrisse la divina tragedia, ma la Commedia, per cui ci sono anche momenti in cui si sorride. Un altro dei temi fondamentali è quello del libero arbitrio: cos'è e cos'è la libertà per chi non la conosceva nemmeno prima? Un affiliato a un'organizzazione di tipo mafioso, si assoggetta a dei criteri che nulla hanno a che fare con la libertà culturale, politica, sociale.
Ha citato l'art. 27 della Costituzione che parla di rieducazione. Uscimmo a riveder le stelle lo dice Dante dopo aver affrontato ben 9 cerchi, Lucifero ed essere passato per lo pertugio tondo, dopo un percorso di conoscenza e trasformazione. Ne I Miserabili, Hugo scrive: "Prima della galera ero un povero contadino, una specie di idiota, e la galera mi ha cambiato. Ero stupido e sono diventato malvagio". Davvero crede nella funzione rieducativa del carcere, almeno com'è in Italia?
Ho visto le carceri europee in occasione della mia partecipazione agli Stati Generali sull'esecuzione penale, promossi dall'allora Ministro della Giustizia Orlando e la situazione delle carceri in Italia, sulla carta, è una delle migliori. I Costituenti, per un terzo, erano persone che avevano conosciuto il carcere sotto il fascismo e sapevano di cosa parlavano. Le nostre leggi parlano di "pene": non solo il carcere, ma anche i servizi sociali, i domiciliari, i lavori socialmente utili, e tendono alla rieducazione del condannato, non al risarcimento della società. Questo è un principio fondamentale. La legge del 1975 e la sua riforma del 1986, hanno offerto alla società civile uno strumento che molti altri Paesi non hanno: il terzo settore come una delle strutture portanti della rieducazione nel trattamento penitenziario. Il problema riguarda l'attuazione delle leggi. Però, come dice la Presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, nel mio ultimo film Viaggio in Italia - la Corte Costituzionale nelle Carceri, se la realtà non si adegua agli ideali, non è che gli ideali devono scendere a patti con la realtà. È la realtà che deve scendere a patti con gli ideali.
Quali sono i risultati del progetto teatro in carcere?
Il tasso di recidiva nel nostro Paese, in linea con la media europea, è del 68%. Per chi svolge un'attività lavorativa adeguata, creativa, dati dell'Istituto Einaudi 2015, la recidiva scende attorno al 22-24%. Negli 800 casi che ho seguito personalmente, dal 2003 ad oggi nel carcere di Rebibbia, trattati con la cosiddetta terapia teatrale, il tasso di recidiva scende sotto il 12%. Chi incontra l'arte non vuol più tornare là dentro.
In un articolo su Corsera della Gabbanelli (Dataroom - Corsera.it - 3 nov. 2019- nda), si legge che la recidiva scende all'1% nei casi di inserimento dei detenuti nel ciclo produttivo. Lei e Laura Andreini, con Teatro in carcere, non avete risultati simili...
Ho scritto un articolo su quei dati. Sostenere che, per chi lavora, il tasso di recidiva si riduca quasi a zero, non è assolutamente reale. Lo ribadisco. Paesi come la Svezia o la Norvegia hanno un tasso di criminalità bassissimo, ma parliamo dell'avanguardia mondiale del welfare state. Però vorrei anche ricordare che in Italia c'è il tasso di omicidi più basso d'Europa. Circa 290 omicidi nel 2019. Anche il tasso di recidiva come lo consideriamo? Ci sono soggetti che hanno problemi di natura psicologica o psichiatrica, casi in genere non recuperabili.
Sui social molti gridano "gettate la chiave". Lei sembra avere un punto di vista diverso...
Nel corso delle lunghe pene, la spavalderia dei detenuti finisce. Quando poi arrivano al teatro, pensando a loro stessi, dicono: la realtà è più forte di me perché mi sovrasta come carcere, ma il teatro è più forte del carcere perché quando io sto nel teatro sono libero. Quando entri in teatro, non vedi il detenuto, vedi l'artista. Anche quando pensi a Caravaggio, vedi l'artista non il delinquente.
Gramsci era un martire, ma Dante è stato latitante vent'anni per reati comuni. Il titolo dello spettacolo al quale stiamo ancora lavorando, sarà "Dante Alighieri latitante fiorentino". Quindi quando vedi i detenuti che si esibiscono con grande bravura, vedi l'artista che è in loro. L'uomo che ha ucciso rimane indelebile, ma questo non deforma l'immagine.
Nel finale di Cesare deve morire, un detenuto dice "da quando ho conosciuto l'arte, questa cella è diventata una prigione". Non è una frase scritta da noi sceneggiatori, ma da lui. "Mi sono reso conto di cos'è una cella - dice - di cos'è il mio destino di carcerato, da quando ho conosciuto l'arte. Prima non lo sapevo. Prima quello era il mio destino. Ora il mio destino è di sopportare il dolore di aver perso l'occasione di essere libero veramente".
Insieme a Laura Andreini Salerno, dirige il teatro libero di Rebibbia. Come lavorate?
Io lavoro con i detenuti di Alta Sicurezza, quelli soggetti al 416bis del codice penale per reati di mafia. Laura ha la responsabilità del reparto G8, lunghe pene: reati gravi, ma privi del vincolo associativo. Il metodo di lavoro è uguale. Lavoriamo con persone destinate a una detenzione lunga, perché in questi casi c'è un grande bisogno di sostegno, di offrire loro una visione del mondo alternativa. Un paio di anni di impegno teatrale continuo è il minimo perché, anche dal punto di vista della recidiva, ci sia un miglioramento.
Laura svolge anche un lavoro di counseling e mindfulness, perché ha una vocazione a non affrontare il teatro solo dal punto di vista della rappresentazione, ma anche dell'introspezione. Si dedica molto al movimento scenico, mentre io lavoro più sulla parola. Dai primi di maggio, poi, quando grazie alla fibra siamo riusciti a riprendere i contatti con i nostri attori, li abbiamo sostenuti e incontrati anche senza fare teatro. Semplicemente per mantenere relazioni umane. Se il lockdown per noi è stato terribile, dentro è stato devastante. Isolati totalmente. La resistenza teatrale, a Rebibbia, è anche questo.
xquibrescia.it, 19 dicembre 2020
Il Covid ha dato un duro colpo anche alle attività che il territorio bresciano offriva all'interno degli Istituti di pena. Da febbraio sembra siano stati cancellati decenni di iniziative e attività che il volontariato penitenziario e le realtà del terzo settore offrivano alle persone detenute. E, se ancora oggi le cautele inerenti il contagio non consentono la ripresa di molte attività interne, chi da sempre opera in favore dei reclusi non ha comunque smesso di occuparsene. Nell'ultimo anno l'associazione di Volontariato Carcere (Vol.Ca.) e la Cooperativa Sociale di Bessimo hanno continuato a rifornire di vestiario, biancheria, calzature, prodotti per l'igiene i due istituti di pena bresciani.
Lo hanno fatto su richiesta diretta della direzione e con fondi propri ma anche grazie al contributo del progetto "Insieme contro l'emarginazione", sostenuto con i fondi PON / FSE a titolarità del Comune di Brescia, che si occupa, in collaborazione con le realtà cittadine che si impegnano nell'ambito della grave marginalità, proprio della distribuzione di generi di prima necessità per le fasce di popolazione più vulnerabili. Così centinaia di mutande, calze, spazzolini, dentifrici, giubbini, tute, scarpe hanno raggiunto le molte persone detenute che non hanno modo di acquistarli direttamente o non hanno famigliari che possono inviarli da fuori.
Nel periodo del Covid anche le famiglie dei detenuti hanno potuto vedere pochissimo i loro congiunti privati della libertà: video-colloqui e lettere non possono sostituire un colloquio in presenza, non solo perché manchevoli di contatto fisico, ma anche perché un cambio di vestiti non può essere inviato via Whatsapp. Se a questo si aggiunge la chiusura del servizio guardaroba da anni gestito da volontari Vol.Ca. si può facilmente intuire come il personale di Polizia Penitenziaria si sia dovuto, purtroppo, sobbarcare anche problematiche prima non di loro competenza.
Da qui le richieste, molto più voluminose del solito, di supporto esterno nel rifornire dei molti generi di cui necessita la quotidianità. Oltre a rivolgersi all'interno del carcere, i volontari e gli operatori di Vol.Ca e Bessimo si stanno occupando anche della distribuzione di uno zaino per quei detenuti scarcerandi che, usciti dalla cella, non possono tornare a casa semplicemente perché non ce l'hanno. Per loro, doppiamente segnati dagli squilibri di questo sistema sociale in quanto ex detenuti e senza dimora, un kit con beni di prima necessità verrà consegnato presso la sede dell'associazione di via Pulusella: sacco a pelo, materassino, zaino con alcuni generi di prima necessità ma soprattutto un contatto, un consiglio, un supporto per cercare, insieme, una via di affrancamento ed emancipazione.
La Cooperativa di Bessimo Onlus è una cooperativa sociale che opera dal 1976 nel campo del recupero e reinserimento di soggetti tossicodipendenti. Gestisce 15 Comunità Terapeutiche, 1 comunità educativa per minori e madri in difficoltà, 1 servizio specialistico residenziale per disturbi da gioco d'azzardo patologico, servizi di prevenzione e di riduzione del danno, servizi e progetti in area penale, attività e progetti sulle province di Brescia, Bergamo, Cremona e Mantova. Dal 1976 la cooperativa ha accolto 7.180 persone realizzando oltre 10.100 programmi terapeutici ed educativi.
Il Vol.Ca (Volontariato Carcere) è nato a Brescia nel 1987 per volontà dell'allora vescovo, mons. Bruno Foresti, come gruppo di persone laiche impegnate nel volontariato e come espressione ed appoggio della Pastorale Carceraria della nostra Diocesi, che opera nei due istituti carcerari della città. Era il 1994 quando il gruppo si costituì come associazione Onlus.
di Sabina Leonetti
Avvenire, 19 dicembre 2020
"Uno spiraglio di luce in una mente buia. Ora mi sento più libero!". È il messaggio che campeggia sul murale realizzato all'interno del carcere di Lecce nell'ambito di "Arte in libertà... oltre le sbarre", progetto di arte-terapia coordinato dall'Ufficio Integrazione Disabili dell'Università del Salento e promosso in collaborazione con la Casa Circondariale di Borgo San Nicola (Lecce).
Il racconto del percorso condiviso da studenti e detenuti è stato anche oggetto di un incontro online. Il progetto è stato ideato dagli dieci studentesse selezionate con apposito avviso pubblico del Dipartimento di Storia, Società e Studi sull'Uomo dell'Ateneo salentino (che ha finanziato l'acquisto dei materiali), e ha visto l'organizzazione di alcuni laboratori di arte-terapia che hanno condotto alla realizzazione del murale. Dopo incontri in presenza, il programma si è spostato online per l'emergenza sanitaria e si è potuto concludere in ottobre in presenza tra le mura del carcere. In diversi video pubblicati sul canale YouTube dell'Ateneo, i partecipanti hanno raccontato il progetto condividendo idee ed emozioni.
di Francesca De Benedetti
Il Domani, 19 dicembre 2020
Invece di dare asilo, l'Italia manda i migranti in Slovenia. Le violenze sono la prassi alle frontiere. Un report inchioda Bruxelles alle sue responsabilità. Non sono casi isolati, ma un grande scandalo a cielo aperto che la politica non può più fare finta di non vedere.
L'Europa respinge illegalmente i migranti che avrebbero diritto alla protezione umanitaria, mette in atto violenze e persino torture. I respingimenti illegali sono fatti in modo crescente e sistematico da diversi stati, compreso il nostro. E sono pure minuziosamente coordinati, con la complicità e il tacito consenso, se non il ruolo attivo, dell'Unione europea.
Mille e cinquecento pagine dimostrano che la violazione dei diritti non è un'eccezione ma la prassi: pagine che parlano di respingimenti illegali, di torture, di umiliazioni, di cani che sbranano uomini, donne e bambini, di spedizioni punitive, di teste che vengono rasate, di persone derubate, denudate, violentate. Le violenze sono così tante che non è bastato un solo libro per contenerle tutte. I due Black books ofpushbacks, i libri neri dei respingimenti, sono una massiccia opera di raccolta di dati e testimonianze condotta dal Border violence monitoring network (Bvmn), una rete di 14 organizzazioni attive sul campo.
La sinistra (The Left) dell'Europarlamento ha commissionato questa collezione di dati e di scandali per costringere Bruxelles a fare i conti con il tema, finora negato o derubricato a fenomeno episodico. Ieri Malin Bjork, europarlamentare della sinistra, ha consegnato i due volumi alla commissaria agli Affari interni, Ylva Johansson. "Non può far finta di non vedere e non sapere", dice Bjork, che sta negoziando l'avvio di una commissione di inchiesta dell'Europarlamento sul tema. Il fatto è che la Commissione non ha "azzerato Dublino", come ha annunciato questo autunno: non c'è alcuna svolta solidale in corso.
Ma in un certo senso è vero che Dublino è stato azzerato: i migranti non riescono più neppure a presentare la loro richiesta di asilo. Scandalo su larga scala Quanti sono i migranti che vengono respinti senza poter esercitare il loro diritto di asilo? Gli autori del dossier possono provare con verifiche sul campo e testimonianze oltre 12.600 casi (nel senso di persone coinvolte) dal 2017 a oggi, e la tendenza è in aumento. Quattro anni fa i casi erano circa 1.200, l'anno scorso 3.300, nel 2020 più di 6mila. Raddoppiano di anno in anno.
Oltre il 40 per cento dei casi riguarda minorenni. I migranti che in Europa cercano protezione vengono non solo respinti, ma molto spesso durante i respingimenti subiscono anche violenze dalla polizia di frontiera. Le subiscono quasi tutti: solo uno su dieci è risparmiato. Otto migranti su dieci sono privati degli oggetti personali, sette su dieci vengono picchiati. Tre su dieci sono costretti a denudarsi. Qualcuno è minacciato con le pistole, altri sono attaccati dai cani o con scosse elettriche: un'ampia gamma di torture.
I respingimenti via mare operati nel Mediterraneo dal governo italiano, con la partnership della Guardia costiera libica, sono solo una delle pratiche sistematiche denunciate nel dossier, che riferisce di oltre 420 persone respinte illegalmente dal nostro paese tra gennaio e metà aprile. Il porto di Bari è in testa, con 311 casi. Anna Brambilla, avvocata dell'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, ha curato la parte dei libri che riguarda l'Italia. Dice che "la prassi dei respingimenti in mare è nota da tempo, mentre quelli via terra alla frontiera italo-slovena sono aumentati di recente. L'Italia rinvia i migranti in Slovenia, da qui vengono rispediti in Croazia, dove la polizia usa violenza, come è noto a tutti e anche al nostro governo; dalla Croazia vengono mandati in Bosnia, in una catena collaudata di respingimenti. Il ministro dell'Interno ha persino rivendicato la scelta". Il Viminale si appella a un accordo bilaterale firmato ne11996, senza neppure la ratifica del parlamento, e le chiama "riammissioni di migranti in Slovenia".
A maggio ha pure annunciato di voler incrementare il numero di "riammissioni". Il parlamentare di +Europa Riccardo Magi a luglio ha fatto una interrogazione parlamentare: dice che "la ministra Luciana Lamorgese ha ammesso la prassi dei respingimenti, giustificandola con questo accordo de11996. Ma non c'è niente di legale nel rimandare i migranti fuori dal nostro paese senza neppure notificare le loro richieste di asilo".
Brambilla sta portando avanti un ricorso sul tema. "Intanto però - dice Magi - tutto va avanti come se nulla fosse. Spediamo i migranti verso le torture croate ma nessuno si scandalizza". Non si scandalizza il governatore leghista del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, sodale del premier populista sloveno; e non si scandalizza il governo, che "rialloca" sempre più risorse per la "difesa" dei confini.
Le torture d'Europa Dall'Italia parte una catena ben collaudata di respingimenti. La tappa croata è la più sconvolgente: è servito l'intero secondo volume per riferire tutte le testimomanze. Milena Zajovic è presidente della Ong croata Are You Syrious e ha contribuito al report. Dice che "a inizio 2016 abbiamo iniziato a scoprire i respingimenti al confine con la Serbia. Inizialmente erano casi sporadici, illegali ma non violenti. Poi tutto è cambiato: i respingimenti sono diventati sistematici, quest'anno conto oltre 1.600 casi, e pure la violenza.
Nel 2020 la gravità delle torture si è intensificata". Zajovic riferisce di minorenni uccisi a colpi di pistola, spedizioni punitive, violenze sessuali, trattamenti degradanti. La sezione del libro che raccoglie le testimonianze è una antologia di Spoon River delle violenze croate: "La polizia ha picchiato mia madre", "il cane ci aggrediva e la polizia rideva", "ci trattano come animali", "sembrava di essere in guerra".
Il governo croato continua così, l'Ue fa finta di nulla e anzi, premia persino la polizia croata: nel dicembre del 2018 Bruxelles ha dato 7 milioni di euro aggiuntivi al paese per il controllo della frontiera. In una lettera dello scorso luglio, la commissaria Johansson fa riferimento a un progetto recente da 11 milioni a beneficio del ministero dell'Interno croato; parte del budget è proprio per l'addestramento della polizia di frontiera. I soldi a chi respinge e tortura aumentano, i controlli no.
di Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 19 dicembre 2020
L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha chiesto a gran voce la moratoria delle esecuzioni capitali. Lo ha fatto mercoledì sera (16 dicembre) quando 123 Stati, sui 193 membri dell'ONU, hanno votato la Risoluzione che chiede siano sospese impiccagioni, fucilazioni e decapitazioni in modo da andare verso l'abolizione definitiva della pena di morte. I rimanenti Stati sono andati in ordine sparso: 38 contrari, 24 astenuti e 8 assenti. Positivo che, per la prima volta, due Paesi mediorientali, la monarchia di re Abd Allāh II di Giordania e il Libano, abbiano votato a favore. Lo hanno fatto insieme a Gibuti e Corea del Sud.
E poi, come un magnete, la Risoluzione ha richiamato a sé il voto favorevole di 4 Stati - le Filippine del "cattivo" Rodrigo Duterte, il Congo, la Guinea e Nauru - che la volta precedente avevano votato contro. Va apprezzato anche chi ha voluto andare incontro alla Risoluzione passando da un voto contrario all'astensione, come lo Yemen e lo Zimbabwe del Presidente Mnangagwa con cui tanto abbiamo dialogato. Certo, alcuni Stati, 6, sono passati a un voto contrario nonostante si fossero precedentemente astenuti o avessero votato a favore. Ma sono certa che si recupereranno. Perché l'abolizione della pena di morte è un processo inesorabile e ogni volta che la Risoluzione va al voto guadagna consensi. Questa volta, l'ottava, ne ha guadagnati due rispetto al 2018 quando 121 Paesi votarono a favore. Ne ha guadagnati una ventina rispetto al 2007 quando per la prima volta il testo fu approvato con 104 sì.
Questa Risoluzione è una pietra miliare dell'abolizione della pena di morte e un fiore all'occhiello dell'Italia che nel mondo è riconosciuta per questa battaglia grazie alla quale brilla ancora un riflesso di patria e culla del diritto. Una battaglia nella quale anche il Ministro Di Maio si è riconosciuto e si è impegnato, con la Vice Ministra Marina Sereni, per assicurarne il successo.
La concepirono poche persone, Marco Pannella, Sergio D'Elia, Maria Teresa di Lascia, quando nel 1993 fondarono Nessuno tocchi Caino. Scelsero Caino, il colpevole per eccellenza per far dire al mondo: basta pena di morte! Fecero avverare la profezia biblica che vuole Caino trasformarsi in costruttore, in questo caso costruttore di un nuovo diritto umano, quello a non essere uccisi per mano dello Stato.
Convinsero così nel 2007 il Governo italiano a dar seguito alle richieste unanimi del Parlamento italiano ed europeo a presentare la Risoluzione con un'azione nonviolenta che comportò per Pannella uno sciopero della sete di quasi otto giorni a cui poi aggiunse, insieme a D'Elia, uno sciopero della fame di tre mesi. Si trattò di aiutare a far superare più che la resistenza dei Paesi mantenitori, quella del conformismo sostenuto da prestigiose ONG per cui l'abolizione sarebbe stata meglio della moratoria e che comunque il mondo non era pronto a votare neppure la moratoria.
Oggi la Risoluzione arriva in un mondo in cui assistiamo, da un lato, a decisioni colme di grazia come quella del Presidente della Tanzania John Magufuli che nel giorno dell'Indipendenza, il 9 dicembre, ha commutato tutte le 256 condanne a morte. Dall'altro, all'impiccagione in Iran di liberi pensatori come di recente quella di Ruhollah Zam. Si tratta dunque di usarla questa risoluzione, di usarne la forza politica, la forza morale e chiedere sempre a quei Paesi che ancora mandano sul patibolo uomini e donne di fare la grazia di non farlo più. Perché la pena di morte è un ferro vecchio della storia, un anacronismo intollerabile di cui l'umanità si deve liberare. Perché Caino più che farlo penzolare al cappio è meglio per tutti che diventi costruttore di città.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 19 dicembre 2020
Scade oggi il termine per la partecipazione al concorso d'idee San Vittore, spazio alla bellezza rivolto a progettisti, architetti, designer, urbanisti e ingegneri, promosso da Triennale Milano e dalla casa circondariale milanese. La collaborazione tra le due realtà che, come ha sottolineato Stefano Boeri, presidente di Triennale, "si trovano a poche centinaia di metri l'una dall'altra, ma sono separate da una distanza enorme", è iniziata nel 2018 con la mostra fotografica Ti porto in prigione ed è proseguito nel 2019 con PosSession, un progetto di fotografia e teatro per indagare sulle potenzialità dell'arte come strumento di recupero.
L'iniziativa di quest'anno - realizzata insieme a Fondazione Maimeri con il supporto di Shifton e dell'Associazione Amici della Nave - è dedicata a interventi per modificare la percezione del carcere iniziando dall'estetica degli spazi che lo ospitano. Un cambiamento che, secondo il direttore della casa circondariale Giacinto Siciliano deve essere "guidato da un pensiero complessivo sulla consapevolezza che la bellezza possa suscitare spontanee sensazioni piacevoli, provocare suggestioni ed emozioni positive e generare un senso di riflessione costruttiva".
I casi di studio proposti ai candidati comprendono sei ambiti spaziali: le aree verdi e per i colloqui, i locali abitativi maschili e femminili, i cortili passeggio e le zone per la ricreatività e il benessere del personale. La prima fase progettuale prevede l'individuazione di criticità e la proposta di soluzioni relative a due tra gli spazi proposti.
Nella successiva fase saranno selezionati un massimo di sei progettisti o gruppi di progetto cui saranno assegnati i casi studio che dovranno sviluppare seguendo precise linee guida. Gli elaborati confluiranno in un processo di progettazione integrato che prevede studi di fattibilità tecnico-economica condivisi per assicurare organicità e concretezza agli interventi. Il risultato finale atteso è una proposta flessibile e replicabile in altri contesti. I progetti saranno presentati pubblicamente presso gli spazi di Triennale e della Casa Circondariale di San Vittore a giugno 2021.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 19 dicembre 2020
Con 153 voti a favore il Senato approva le nuove norme. Scontri in aula con la Lega, due feriti. Un assistente parlamentare e un senatore questore, Antonio De Poli dell'Udc, finiti in infermeria per gli spintoni ricevuti, De Poli con una spalla lussata. Fischietti, striscioni contro gli ex alleati del M5S, urla e i richiami inutili del presidente di turno per ripristinare un minimo d'ordine. È finita come era cominciata la discussione al Senato sulla fiducia al decreto Sicurezza, vale a dire con la Lega scatenata pur di evitare che dopo il voto della Camera, anche quello del Senato mandasse definitivamente in soffitta i decreti anti immigrazione e anti ong di Matteo Salvini.
Alla fine quello che doveva essere è stato, con l'aula di palazzo Madama che quasi in zona Cesarini (il decreto sarebbe scaduto domani), ha approvato il nuovo testo con 153 voti a favore, 2 contrari e 4 astenuti, tra i quali la senatrice di +Europa Emma Bonino, critica con la scelta del governo per quello che ha definito un "uso e abuso dei decreti omnibus accompagnati dall'immancabile voto di fiducia". Il centrodestra ha invece deciso di non partecipare al voto.
Sugli scontri avvenuti ieri e giovedì, la presidente Casellati ha annunciato che verrà aperta un'istruttoria per stabile le responsabilità di quanto avvenuto. Intanto non si smorzano le polemiche. "Le sceneggiate di queste ore della Lega in aula sono semplicemente vergognose. Parlano di legalità e sono i primi a non rispettare le regole" ha scritto su Facebook Matteo Renzi, mentre il Pd Andrea Marcucci parla di "atteggiamenti senza precedenti dagli anni '20": "Commessi spintonati, il senatore questore De Poli costretto ad andare in infermeria e buttato giù dai banchi - è il commento a fine seduta. L'atteggiamento della Lega è intimidatorio e vuole a tutti i costi impedire l'esercizio democratico del voto".
Anche se da ieri i decreti salviniani sono definitivamente in soffitta, le nuove norme mantengono delle riserve nei confronti delle navi delle ong. Non ci sono più le maxi multe da 150 mila euro a un milione, ma le sanzioni rimangono anche se più contenute (tra i 10 mila e i 50 mila euro) per quelle imbarcazioni che non rispettano l'eventuale divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane (imposto dal Viminale in accordo con i ministeri dei Trasporti e della Difesa). Sarà però un giudice, e questa è una novità, a infliggere eventualmente la multa.
Un altro punto controverso riguarda le operazioni di soccorso. Le nuove norme ovviamente le consentono a patto che la nave impegnata nei salvataggi abbia prima avvertito il Paese di bandiera e il Centro di coordinamento dei soccorsi competente, comprendendo tra questi anche quello libico.
Altra novità: è prevista la creazione dei Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione dei richiedenti asilo che riforma il precedente Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e minori non accompagnati (Siproimi) voluto da Salvini in sostituzione del precedente Sprar. Il nuovo Sai si articola in due livelli di prestazioni: il primo per i richiedenti asilo, il secondo destinato a coloro i quali è stata accolta la domanda, con servizi aggiuntivi finalizzati all'integrazione. Ai richiedenti asilo è inoltre di nuovo consentita l'iscrizione all'anagrafe comunale con la possibilità di richiedere la carta di identità.
Inoltre i migranti presenti sul territorio con permessi umanitari possono vedersi trasformato il permesso in quello per lavoro se hanno un impiego, mentre non si potranno respingere gli stranieri che in patria rischiano persecuzioni politiche, tortura o per ragioni di razza, sesso e religione ma anche se corrono rischi per "l'orientamento sessuale o l'identità di genere". Queste persone possono chiedere un permesso umanitario.
Cambia inoltre il decreto flussi, per il quale è previsto che se nel corso dell'anno non viene pubblicato il Decreto programmatico con il numero massimo di immigrati regolari che possono entrare per lavoro, il presidente del Consiglio può emanare comunque (in qualsiasi momento dell'anno) il decreto flussi senza doversi attenere per forza al tetto dell'anno precedente. Infine la cittadinanza: le domande di cittadinanza (per matrimonio o dopo residenza regolare di 10 anni), devono avere risposta entro 24 mesi, prorogabili a 36.
di Furio Zara
La Repubblica, 19 dicembre 2020
L'ex di Inter e Bologna allena la "Liberi dentro", squadra della Casa Circondariale di Livorno. Condannati per reati gravi, omicidio, rapine: "Non li giudico per loro è un'opportunità e anch'io imparo qualcosa". "Una volta durante una partita do indicazioni a un difensore e gli urlo: Aspetta a uscire! Aspetta a uscire! Arriva un suo compagno e mi fa: mister, questo c'ha due ergastoli, hai voja, ce n'ha da aspettà. Ci siamo messi tutti a ridere, non ci fermavamo più".
Si può ridere anche in carcere, questa è la seconda notizia. La prima è che si può giocare a calcio. Da cinque anni Paolo Stringara allena la squadra della Casa Circondariale di Livorno "Le Sughere". "Quando andai dall'allora direttrice Santina Savoca e le proposi di formare una squadra, lei cercò di dissuadermi: ci hanno provato in tanti, vengono la prima volta, poi mollano, lasci perdere. Insistetti: mi lasci provare. Il primo giorno al campo ai ragazzi dissi: possiamo fare due cose, o rincorrere un pallone come si fa in cortile oppure provare a giocare a calcio seriamente. Decidete voi". Erano poco più di una decina, ora sono sessanta.
La squadra si chiama "Liberi dentro". Partecipa al campionato Uisp di calciotto, due allenamenti alla settimana e - va da sé - partite sempre in casa. Aspettano la fine del lockdown per tornare a giocare. Sono tutti detenuti di alta sicurezza. E quindi: associazione di stampo mafioso, omicidio, rapina a mano armata, 20-30 anni sul groppone, ci sono anche tre-quattro ergastolani.
Triplice fischio finale, fine pena mai. "Ma il campo livella tutto. Io non ti giudico, ti alleno". Tre dribbling, due tackle, forse un percorso di riabilitazione. "Il calcio ti migliora, ti dà un'identità. Non c'è tanto da fare i filosofi, mi fa star bene passare qualche ora con loro e tanto basta, è volontariato e mi riempie la vita. Ci tengo a dirlo: siamo una squadra vera, con gli scazzi, gli scherzi, la voglia di dimostrare che sei bravo".
Paolo Stringara, 58 anni, il capello argentato, lo sguardo sveglio e disincantato, quarto figlio di un maresciallo di marina e di una infermiera, toscano di Orbetello, casa a Livorno, una moglie, due figli - Vittoria di 11 anni e Aurelio di 18 - quarant'anni di calcio attraversati con la serietà di chi ama il pallone e la consapevolezza del privilegio. Da calciatore: Siena, Bologna, l'Inter all'alba dei '90.
Da allenatore: 16 squadre in 20 anni, col Livorno le stagioni migliori, oggi è nello staff dell'ex compagno Jurgen Klinsmann, prima con la nazionale americana e poi con l'Hertha Berlino. "Nella vita me la sono "sminestrata" bene - dice - ma quando vedo questi ragazzi ho la conferma che il confine tra dentro e fuori è minimo. Dipende da dove nasci, dal destino, dalle scelte che fai. Detesto chi punta il dito. Ho litigato di brutto con un paio di amici, ma amici da una vita, perché mi dicevano: oh Paolo, ma che vai a fare con quei delinquenti?".
I delinquenti lo hanno fatto felice quando gli hanno detto "Paolo, non puoi capire cosa significhi questa squadra per noi. Alla prima partita arrivano l'arbitro e la squadra avversaria e i miei ragazzi li accolgono con un applauso: è stata una cosa bellissima. Qui ho trovato una forma di rispetto che nel calcio che ho frequentato è sparita da tempo. Ok, hanno fatto le loro cazzate, hanno causato dolore, ma in fondo non sono uomini anche loro?
Ripeto: io non giudico, provo solo a capire. Ho portato qui dentro Klinsmann e mio figlio, credo sia importante mischiarsi, dare un senso alle cose che facciamo". Ogni tanto a Stringara capita di incrociare qualche detenuto in permesso sul lungomare di Livorno. "Un giorno ne trovo uno, ci facciamo un caffè. Avevo il cuore in tumulto, lo guardavo e pensavo che era la sua prima uscita dopo vent'anni di carcere. Vent'anni, ti rendi conto? A cosa stava pensando? Come lo vedeva questo mondo? Cosa si aspettava?". Troppe domande, il giorno dopo erano in campo, uno a spiegare come si difende a tre, l'altro in libertà provvisoria sulla fascia destra.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 19 dicembre 2020
Il parlamento Ue approva la risoluzione contro l'Egitto. Pisapia: "Sui diritti umani l'Europa c'è. Ora si blocchino le esportazioni di armi e attrezzature". "Giustizia per Giulio Regeni e scarcerazione immediata di Patrick Zaki". A chiederlo con forza adesso è il Parlamento Europeo, che ieri ha approvato la risoluzione sulla violazione dei diritti umani in Egitto con 434 voti a favore, 49 contrari e 202 astenuti.
Nel testo si fa esplicito riferimento all'assassinio di Giulio Regeni, morto al Cairo nel 2016, e alla detenzione di Patrick Zaky, lo studente egiziano dell'Università di Bologna che si trova nel carcere di Tora dallo scorso febbraio con l'accusa di propaganda sovversiva, istigazione alla protesta e istigazione al terrorismo. L'Eurocamera chiede all'Egitto la sua "liberazione immediata e incondizionata" e fa appello all'Unione Europea affinché esorti "le autorità egiziane a collaborare pienamente con le autorità giudiziarie italiane" nel caso Regeni.
Per gli eurodeputati si tratta di un "dovere imperativo delle istituzioni nazionali e dell'Ue", chiamata ad adottare le azioni diplomatiche necessarie. Per quanto riguarda l'omicidio del ricercatore friulano, l'Eurocamera cita l'inchiesta della Procura di Roma, chiusa il 10 dicembre: in quell'occasione i magistrati hanno affermato di disporre di "prove inequivocabili" sul coinvolgimento di quattro agenti delle forze di sicurezza dello Stato egiziano nel rapimento e nell'omicidio di Giulio Regeni, nonostante i numerosi tentativi di ostacolare le indagini da parte delle autorità egiziane. In particolare, i deputati chiedono all'Ue di esortare l'Egitto a fornire gli indirizzi di residenza dei quattro 007 indagati, come vuole la legge italiana, ed esprimono "sostegno politico e umano" alla famiglia Regeni nella ricerca della verità. Per Zaki, la cui detenzione è stata costantemente prorogata negli ultimi 10 mesi - l'ultima volta il 6 dicembre per ulteriori 45 giorni - il Parlamento Europeo chiede di ritirare tutte le accuse a carico del ricercatore e impegna l'Europa ad adottare una reazione diplomatica ferma e rapida.
"Il Parlamento europeo ha detto all'Egitto: nessun compromesso su verità, giustizia e diritti umani", scrive su twitter il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. "Dopo il Recovery Fund, dopo le sanzioni per i Paesi europei che violano lo Stato di Diritto si dimostra una volta di più che l'Europa c'è", commenta l'eurodeputato Giuliano Pisapia. Il voto di ieri "è il sigillo delle battaglie portate avanti dal parlamento europeo, mentre gli stati nazionali continuano ad avere comportamenti non lineari troppo spesso condizionati da presunti interessi nazionali", sottolinea l'ex sindaco di Milano senza fare sconti al governo italiano di cui "solo ora - precisa si coglie quel cambio di passo lungamente atteso e sollecitato". "Adesso è fondamentale - conclude Pisapia - che Parlamento e Commissione parlino sempre più con una voce sola e che si attui quanto previsto al punto 18 della Risoluzione: "il blocco di tutte le esportazioni verso l'Egitto di armi, tecnologie di sorveglianza e qualsiasi attrezzatura che possa essere utilizzata per reprimere le minoranze e i difensori dei diritti umani".
- Droghe. Garante dei detenuti favorevole a una gradazione dell'intervento dello Stato
- "Basta armi all'Egitto di al-Sisi, i governi non ignorino il voto"
- Libia, troppi pescano nel torbido
- Blitz in Libia, scelte tensioni e retroscena
- Libia. I pescatori di Mazara accusano i libici: "Picchiati e umiliati"











