calabrianews.it, 24 marzo 2021
La segreteria regionale Fp Cgil ha inviato una lettera al direttore della Casa Circondariale Ugo Caridi di Catanzaro (e per conoscenza al Provveditore Prap Calabria) per ottenere con la massima urgenza "gli opportuni chiarimenti e relativa informativa sindacale sulle misure adottate per assicurare il contenimento del contagio da Covid 19 per il personale di Polizia Penitenziaria, del personale del comparto ministeri e dei detenuti". Al centro della preoccupazione della Fp Cgil regionale c'è il focolaio da Covid che in questi giorni ha fatto registrare numerosissimi casi nell'istituto penitenziario del capoluogo e che sta allarmando il sindacato.
"Da ultimo, in ordine di tempo - scrive il sindacato - va segnalata la presa di posizione di un deputato della Repubblica che ha inoltrato una interrogazione parlamentare ai ministri della Giustizia e della Salute, nel cui comunicato stampa parla di contagi che riguardano decine di agenti positivi e 45 detenuti il che, ovviamente, preoccupa non poco la scrivente organizzazione sindacale", si legge nella nota inviata ieri. La segreteria Fp Cgil mette in luce che è venuta a conoscenza di "Sue disposizioni che avrebbero "imposto" al personale di Polpen di assicurare i colloqui in videoconferenza dei detenuti posti in isolamento in attesa di tampone di verifica". La Fp chiede di conoscere "se tali disposizioni siano effettive, se le stesse siano in linea con le disposizioni ministeriali ed in quale misura prevengano il contagio del personale di polizia penitenziaria impegnato nella procedura".
La Repubblica, 24 marzo 2021
La deputata Cavandoli sottolinea il cronico sovraffollamento degli istituti penitenziari. Nel carcere di Parma quattro detenuti in regime di 41bis e almeno 16 agenti dei Gom, specializzati nel servizio di custodia dei detenuti sottoposti al regime differenziato, sono risultati positivi al Covid. Laura Cavandoli, deputata parmigiana della Lega, ha depositato un'interrogazione in merito al ministro della Giustizia. "A causa del cronico sovraffollamento degli istituti penitenziari, a Parma come altrove, la maggiore contagiosità delle varianti del Coronavirus - scrive Cavandoli - ha determinato una situazione preoccupante. Ho portato all'attenzione del ministro l'opportunità di rivedere le linee guida e i protocolli delle misure anti contagio alla luce delle nuove varianti e la necessità di dotare agenti e operatori di dispositivi di protezione più performanti.
Inoltre, alla luce della recente relazione annuale della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna), che esplicitamente qualifica il regime del 41bis come 'un ruolo che va potenziato con nuovi investimenti per la creazione di strutture adatte allo scopo e non certo depotenziato', "ho proposto anche di valutare la possibilità di individuare nel piano carceri nuove strutture idonee per l'assolvimento della funzione prevista dall'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, e da destinare in via esclusiva a tale scopo".
Il Mattino di Padova, 24 marzo 2021
Nelle carceri di alcune regioni italiane si registra «un alto tasso di non partecipazione alla campagna vaccinale». Lo denuncia la Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà secondo cui «appare evidente la necessità di un'adeguata campagna d'informazione tra la popolazione carceraria».
Il Portavoce della Conferenza dei Garanti, Stefano Anastasìa, al termine dell'assemblea che si è svolta in modalità telematica ha dichiarato: «In carcere c'è bisogno di un'adeguata informazione da parte dei servizi sanitari interni».
La situazione, infatti, si mostra a macchia di leopardo. In alcune regioni, come la Lombardia, la campagna vaccinale è iniziata sia tra le persone detenute che tra il personale della polizia penitenziaria, in altre ancora no. Nel Lazio, si spiega, l'assessorato alla Sanità ha scelto di utilizzare il vaccino della Johnson & Johnson, disponibile da aprile, per semplificare le procedure, in quanto non è necessaria la seconda somministrazione. In Veneto un terzo della popolazione carceraria non vorrebbe vaccinarsi. Anche in Sicilia la percentuale di astensioni sarebbe intorno al trenta per cento. La situazione dei positivi al virus nelle carceri italiane «è preoccupante ma non allarmante». Nel corso della riunione sono emerse anche altre problematiche come la difficoltà della didattica a distanza, a causa della mancata validazione, per ragioni di sicurezza, da parte del ministero della Giustizia delle piattaforme messe a disposizione dal ministero della Pubblica istruzione. Infine, il Garante della Calabria, Agostino Siviglia, ha riferito dell'imminente apertura di una Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) per quaranta ospiti, mentre è stabilito che le Rems dovrebbero essere pensate per un massimo di venti posti.
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 24 marzo 2021
"Figli dell'officina / O figli della terra / Già l'ora s'avvicina / Della più giusta guerra. / La guerra proletaria / Guerra senza frontiere / Innalzeremo al vento / Bandiere rosse e nere".
Quando in aula - è l'8 luglio 1968 - viene letta la sentenza della Corte di Assise di Milano, dopo un processo iniziato il 3 giugno e protrattosi per ventuno udienze, che li condanna all'ergastolo, Cavallero, Rovoletto e Notarnicola intonano la canzone proletaria e alzano i pugni.
D'altronde, figli dell'officina lo erano davvero, prima di darsi alle rapine: Pietro Cavallero, detto il Piero, torinese, veniva dal quartiere della Barriera di Milano, era figlio di un falegname e era stato un militante comunista; Adriano Rovoletto, di origini venete, era stato partigiano, era figlio di un operaio, e apprendista falegname; Sante Notarnicola, di origini pugliesi (veniva da Castellaneta, Taranto), diploma di quinta elementare, ex segretario della FGCI di Biella, ex venditore ambulante di fiori, ex facchino.
E poi c'era Donato Lopez, di diciassette anni, uno dei sei figli di un operaio emigrato dal sud a Torino, disoccupato, che fu condannato, proprio per la giovane età, a dodici anni. Cavallero e Rovoletto sono morti, entrambi di cancro, l'uno nel 1997, l'altro nel 2015. Ieri l'altro è morto Sante Notarnicola, che dal carcere era uscito nel 2000, stabilendosi a Bologna dove ha gestito per anni il pub Mutenye nel centro città. I figli dell'officina non ci sono più. Si erano messi assieme a Torino in una piòla di Corso Vercelli, all'estrema Barriera di Milano, che era il quartiere dove erano cresciuti tutti e dove si ritrovavano spesso disoccupati, senza un lavoro fisso, operai che passavano il tempo a discutere di politica, di rivendicazioni sociali, giocando a scopone o a tressette, con un buon bicchiere di vino, magari sognando la rivoluzione. Bruciava un'ansia di giustizia sociale - ma bisognava andare per le spicce. È così che nasce la banda.
Li accusarono di 23 rapine, 5 sequestri di persona, 21 tentati omicidi e 5 omicidi. La prima rapina era stata all'istituto Bancario San Paolo a Torino, l'8 aprile 1963; l'ultima, al Banco di Napoli a Milano, il 25 settembre 1967. Quattro anni e mezzo in cui misero in scacco le polizie delle due capitali del boom economico. C'era anche questo aspetto della sfida, che li spinse fino a effettuare una tripletta, tre rapine di fila, come a irridere la polizia che, nei fatti, non era preparata. "Tu chi sei?", chiese il carabiniere, puntando il mitra. E quello: "Sante Notarnicola, bandito".
Li avevano circondati, Cavallero e Notarnicola, all'alba del 3 ottobre 1967, in una caccia all'uomo che aveva mobilitato cinquecento carabinieri e poliziotti, dentro un casello ferroviario abbandonato di Valenza Po, nell'Alessandrino: l'informazione era arrivata da un commerciante della zona che li aveva riconosciuti quando erano andati a acquistare delle provviste nel suo negozio.
Era una fuga disperata - forse sapevano che chiunque li avrebbe venduti, troppa la pressione per catturarli, le loro foto segnaletiche erano sulle prime pagine di tutti i giornali - soprattutto considerando che non avevano una "cassa" per la latitanza: i soldi delle rapine li avevano spesi tutti. Era durata una settimana la loro fuga.
Alle 15.20, Cavallero, Notarnicola e Rovoletto entrarono in banca con le pistole spianate. Lopez li attendeva in auto con il motore acceso. L'azione fu veloce e il bottino cospicuo: dodici milioni di lire. Che allora erano proprio soldi. Un impiegato però riuscì a dare l'allarme e, da quel momento, si scatenò il finimondo. Una volante della polizia, a cui subito se ne aggiunsero altre, intercettò la Fiat 1100 nera dei rapinatori e iniziò l'inseguimento. Per seminare la polizia, Cavallero e gli altri cominciarono a sparare ad altezza d'uomo. In mezz'ora appena, vennero colpite a morte tre persone: in viale Pisa l'autista di una cartiera sul suo furgoncino; in piazza Stuparich un automobilista, e in piazzale Lotto uno studente liceale di 17 anni.
Ci fu poi una quarta vittima, che morì d'infarto qualche ora dopo essersi scontrato con uno dei rapinatori (Rovoletto, subito catturato) in fuga a piedi con il bottino sottobraccio. Dodici chilometri era durata quella fuga in auto, che era terminata con uno schianto contro un muro. Lopez fu catturato il giorno dopo, a Torino. Il bilancio di quel giorno fu tragico: quattro morti e una ventina di feriti tra civili e agenti. Tutta la storia ebbe un clamore enorme, e Carlo Lizzani "a caldo" ci fece un film, "Banditi a Milano", con Gian Maria Volontè, Don Backy, Tomas Milian.
Poi, in carcere, i percorsi si divisero. Cavallero si tirò fuori da tutto, scoprì la pittura e, più tardi, il cattolicesimo. Notarnicola, invece, fece parte di quella generazione di detenuti che nei primi anni Settanta "intercettarono" i militanti politici, in particolare quelli di Lotta Continua: è proprio dallo scioglimento del "fronte carceri" di LC che dopo il 1973 nasceranno i NAP. Sante diventa un'icona del movimento carcerario e della sinistra antagonista di quegli anni. Nel 1972 Feltrinelli gli pubblica il suo primo libro L'evasione impossibile, a cui seguiranno altri. Nel 1978, il suo nome è il primo nella lista di tredici detenuti che le Brigate rosse intendono "scambiare" con Moro.
Ho rivisto Sante a Bologna due anni fa circa - mentre andavo 'in tour' a presentare il mio librino sull'indipendentismo. La presentazione era in un'aula dell'università e Sante arrivò, qualche minuto prima, con un giovane compagno. Lucido ma affaticato - sarebbe andato via subito, mi disse. Ci sedemmo su una panca e scambiammo un po' di saluti e di chiacchiere - non ricordo davvero di cosa parlammo. Non era importante. L'ultima volta che avevo visto Sante - quarant'anni prima - era nella sua cella, forse a Badu e Carros o forse a Palmi. Parlammo, con Sante, in quella cella - avevo rispetto ma anche le mie idee e molte cose non mi garbavano in quei "comitati di lotta prigionieri" egemonizzati dalle Br: però, anche di questo ho un ricordo vago.
Poi, le cose andarono come andarono. Ritrovarlo lì, su una panca, dopo quarant'anni - mi sembrò, da parte sua, un segno di affetto verso di me. E per tanti, tanti versi - lo considerai una cosa preziosa.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 24 marzo 2021
A volte, più delle parole, sono i numeri a descrivere meglio una realtà. I numeri sono diretti, concisi, efficaci. Indicano la somma, arrivano rapidamente al cuore di questioni su cui le parole spesso si perdono o si sprecano, sono in grado di tracciare il quadro della situazione e consentire l'analisi di possibili scenari futuri. Dagli ultimi report sullo stato delle carceri dell'associazione Antigone e del garante regionale Samuele Ciambriello, sono emersi i dati più aggiornati e ancora una volta è emerso che il carcere costa alla collettività più di qualunque altra misura alternativa con ricadute, in termini di sicurezza e recidive, che sono peggiori di ogni altra misura. Sì, è proprio così.
Basti pensare che un detenuto in carcere costa ogni giorno circa 130 euro e c'è un'elevata possibilità che torni a delinquere finendo nuovamente in cella, tanto che il tasso di recidiva per chi esce dal carcere è calcolato tra il 50 e il 75%. I soggetti sottoposti alle misure alternative, invece, costano appena un decimo dei detenuti in carcere, cioè 12 euro al giorno, e tornano a delinquere nello 0,5% dei casi secondo le stime contenute nel rapporto Antigone. Non serve, dunque, essere matematici per capire che il carcere, oltre a essere un luogo di drammi umani e di diritti sacrificati, è anche un luogo che costa alla collettività molto e con minori ritorni in fatto di sicurezza.
Calando queste statistiche nella realtà napoletana e campana, si nota che in Campania si arrivano a spendere 820mila euro al giorno per i detenuti e il sovraffollamento incide per 26mila euro al giorno. Secondo l'ultimo report, parliamo infatti di 6.329 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 6.156 e la maggior parte sono reclusi nel carcere di Poggioreale (circa 2mila detenuti a fronte di una capienza di 1.571) e in quello di Secondigliano (circa 1.200 detenuti a fronte di una capienza di 1.037). Se invece si guardano i dati delle misure alternative, così come illustrati nel report del garante regionale Ciambriello, si calcola una spesa di circa 100mila euro al giorno. Un totale che rende le misure alternative non soltanto più convenienti secondo un semplice calcolo matematico ma anche più sicure, perché il tasso di recidiva è nettamente inferiore. Eppure continuano ad essere meno diffuse.
Nel report del garante emerge, infatti, che nell'ultimo anno sono stati 8.426 i soggetti presi in carico dall'Ufficio esecuzione penale esterna a fronte dei 9.020 del 2019. Un numero in calo nonostante la pandemia abbia imposto la necessità di ridurre il sovraffollamento nelle carceri e adottare il distanziamento come principali misure per contenere i contagi. Eppure, anche a voler seguire quel che stabilisce la Costituzione a proposito di funzione rieducativa della pena, le misure alternative dovrebbero essere il rimedio ordinario nei confronti di chi commette reati, e non quello straordinario e meno diffuso e il rimedio che dà maggiori ritorni in fatto di sicurezza. "Ricerche scientifiche - si legge nel report del garante - dimostrano, contrariamente al sentire comune, che le misure alternative abbassano fortemente il tasso di recidiva che si riscontra tra i detenuti usciti dal carcere e sono di per sé più funzionali ai fini di una vera reintegrazione sociale rispetto al carcere tradizionale".
Nel report di Antigone si avanzano proposte su come utilizzare diversamente le risorse economiche destinate al sistema penitenziario: "La proposta è di potenziare l'area penale esterna, meglio ancora i servizi sul territorio, per rafforzare il servizio di accompagnamento per gli ex detenuti perché possano proseguire o cominciare eventuali percorsi di istruzione, formazione, ricerca di un lavoro, cura delle dipendenze. Diminuirebbero la recidiva e andrebbero a incidere positivamente sul carcere che, a fronte di un'utenza numericamente minore, avrebbe più risorse a disposizione per concentrarsi sui detenuti che avendo compiuto reati più gravi hanno bisogno di più sostegno per reintegrarsi all'interno della società".
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 24 marzo 2021
Ciambriello: "Una condizione di sostanziale ingiustizia che non può essere ignorata". "Sono 335 le misure detentive in atto al 31 gennaio di quest'anno in 6 strutture di casa lavoro. Ad Aversa la sezione dell'Istituto penitenziario conta 42 internati, ma il lavoro che dovrebbe caratterizzarla manca.
Queste persone rischiano di diventare invisibili, senza casa e senza lavoro una condizione di sostanziale ingiustizia che non può essere ignorata" cosi il Garante campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello nel commentare le motivazioni che lo hanno spinto ad un incontro oggi presso la casa di reclusione Filippo Saporito di Aversa sul tema del lavoro di pubblica utilità per i detenuti della casa di reclusione e in particolare per gli internati che sono ivi ristretti.
Erano presenti la direttrice del carcere Stella Scialpi, il comandante del carcere Francesco Serpico, l'educatore Angelo Russo, il Garante Regionale dei Detenuti Samuele Ciambriello, Assunta Borzacchiello delegata del Provveditore Regionale dell'amministrazione penitenziaria, la Responsabile dell'archivio storico di Napoli Candida Carrino e Alfonso Golia sindaco di Aversa.
Il Garante Ciambriello ha comunicato di voler promuovere finanziando con i soldi delle Regione, dei progetti di pubblica utilità sia per far uscire un gruppo di detenuti dal carcere al lavoro presso il Comune di Aversa sia per riordinare l'archivio dell'ex OPG così da essere fruibile anche all'esterno.
I progetti saranno su più fronti con attività sul territorio del Comune di Aversa, come la cura del verde (aiuole, parchi), arredo urbano, manutenzione della segnaletica stradale. Il Comune prevede l'utilizzo di circa 50 detenuti (di cui 5 "internati") mentre all'interno del carcere l'altro progetto il riordino dell'archivio dell'ex OPG vedrà coinvolti 5 internati, sempre all'interno del carcere un progetto vedrà coinvolti detenuti per l'utilizzo e la valorizzazione del tenimento agricolo nel carcere.
Durante l'incontro il Garante Ciambriello ha tenuto a precisare che "bisogna superare le case lavoro che sono in piedi dal 1930, un'idea terapeutica di lavoro superata. Occorre pensare invece a luoghi non detentivi, case che siano veramente tali e contesti di lavoro e di inclusione sociale che vedano coinvolti gli enti locali. Insomma delle vere misure alternative di reinserimento sociale per queste persone che vengono considerate particolarmente pericolose".
Il Garante poi è entrato nella sezione degli internati, li ha incontrati portando loro delle mascherine e a ognuno un libro mentre il Sindaco ha regalato delle "polacchine aversane". "Questo di oggi è stato un importante passo in avanti per la definizione di un percorso comune volto alla promozione di opportunità di inserimento lavorativo per i detenuti e gli internati della casa di reclusione di Aversa" così il sindaco di Aversa Alfonso Golia al termine dell'incontro di oggi presso l'Istituto.
II primo cittadino di Aversa così conclude "di concerto con i sottoscrittori del Protocollo e con il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania, si sono individuate le specifiche attività lavorative da realizzarsi nella città di Aversa, selezionando soggetti in stato di detenzione, compresi gli internati ristretti nella Casa di Lavoro, con l'obiettivo di accrescerne le competenze professionali per un futuro inserimento nel mercato del lavoro. Le stesse parti hanno già stabilito che i progetti avranno quale area prioritaria di intervento quella relativa alla manutenzione del verde pubblico e al recupero del patrimonio ambientale, la cura dell'arredo urbano e la manutenzione della segnaletica stradale".
di Fabrizio Pomes
bandieragialla.it, 24 marzo 2021
Il carcere, come tutti i luoghi in cui la sofferenza umana assume una valenza centrale, acquisisce un'importanza rilevante l'incontro con la religione. È proprio nei momenti del bisogno che ci si rivolge all'entità superiore perché possa aiutarci a realizzare tutti i nostri desiderata e lo scorrere lento del tempo offre maggiori opportunità di riflessione tanto introspettiva quanto spirituale.
Un percorso che tutti compiono, nei modi e nelle maniere più disparate, ma che comunque ha un solo filo comune denominatore: quello di chiedere al Padre un aiuto.
Alcune espressioni nell'intercalare comune, le preghiere quotidiane, la frequentazione dei luoghi di culto, le immaginette sacre che arredano le celle sono i segni concreto della dimensione spirituale in questa esperienza così dura. Le carceri negli ultimi anni sono il riflesso amplificato delle dinamiche che attraversano la società: di conseguenza anche qui, come all'esterno, il problema dell'incontro-scontro delle differenti etnie e delle relative religioni è di grande attualità.
Le due religioni che più delle altre si confrontano sono quella cattolica e quella islamica, essendo le più praticate (oltre il 95%), in considerazione della provenienza dei detenuti.
Obiettivo perseguito con tenacia e costanza dal cardinale Zuppi è stato sempre quello di un dialogo interreligioso serrato e un'integrazione completa che, seppur lontana dal realizzarsi completamente, resta per noi cattolici prioritaria. Certamente anche nelle manifestazioni esteriori le due differenti religioni presentano tratti per molti versi differenti e che non possiamo non evidenziare.
La comunità islamica ha dei momenti di preghiera durante la giornata che sono anticipati dal richiamo cantato da un detenuto e ciò certamente non passa inosservato. Altro rito che colpisce è la fila che si crea per il lavaggio che precede la preghiera. L'esteriorità della religiosità ha anche un effetto domino non secondario su tutti i "paesani" che non possono rimanere indifferenti e che quindi vengono necessariamente coinvolti. La stessa cosa avviene durante il periodo di Ramadan, a cui tutti i detenuti musulmani indistintamente partecipano. In un contesto che spersonalizza, il valore identitario della religione, a prescindere dalla fede, è un collante potente.
Differente è l'approccio alla religione di noi cattolici, molto più laico e in taluni casi apparentemente disinteressato. Credo che molti in un modo o nell'altro preghino e si rivolgano al Signore, ma lo fanno talvolta nel silenzio delle proprie celle e senza voler apparire a tutti i costi. L'atteggiamento distaccato porta in Chiesa un numero esiguo di detenuti di fede cattolica e ancor meno nei gruppi di approfondimento del Vangelo. Non per mancanza di fede, ma perché il nostro Dio misericordioso è sempre pronto a perdonare e offre sempre nuove opportunità.
Comunque al momento alla Dozza la convivenza le differenti fedi religiose è improntato al massimo rispetto personale e alla pacifica discussione, come opportunità di crescita reciproca. Le discussioni sono anche animate, ma sono per lo più costruttive e rispettose delle differenti culture ed esperienze.
Il confronto fra religioni è stimolante e dovrebbe a mio parere essere approfondito, perché la comune ricerca di Dio, sia che si parli di Maometto o di Gesù, ci può aiutare a camminare insieme, a migliorare come persone e a sentirci fratelli.
di Giulia Gonfiantini
Corriere Fiorentino, 24 marzo 2021
Attori professionisti e detenuti insieme sulla scena per dare voce al dolore universale calandosi in quello di Maria, la madre per eccellenza. Accade in Stabat Mater, cortometraggio realizzato nella casa circondariale di Santa Caterina di Pistoia e diretto da Giuseppe Tesi. Promosso dall'associazione Electra e approvato dal ministero della Giustizia, il progetto "è stato reso possibile dalla disponibilità della dirigenza del carcere e della polizia penitenziaria", dice il regista.
Il testo è un dramma poetico di Grazia Frisina ispirato a Jacopone da Todi e al teatro medievale, ma anche alla tragedia greca. È interpretato da Giuseppe Sartori, attore proveniente dalla fucina del Piccolo di Milano, dalla ronconiana Melania Giglio (nei panni di una Maria neorealista) e da 12 detenuti di diversa nazionalità, lingua e cultura. "All'inizio c'era diffidenza - racconta Tesi - ma tempo e tenacia hanno contribuito a far comprendere che l'opera va al di là della componente cristiana: qui Maria ha rinunciato alla propria santità davanti al dolore e alla morte del figlio. È stato un percorso lungo. Alla fine ci siamo lasciati con le lacrime agli occhi".
Le riprese, terminate a fine anno dopo rallentamenti dovuti alla pandemia, si sono svolte nel carcere e nel Pistoiese, come nel settecentesco teatro anatomico del Ceppo e alla fontana di Daniel Buren a Villa La Magia, con un set anche alla spiaggia della Lecciona, in Versilia. Il film unisce livelli e voci diverse. I partecipanti "sono stati chiamati a dare il meglio di sé - nota il regista - cimentandosi con un'opera letteraria difficile. È emersa una componente inaspettata anche per loro. Che risultano veri, reali: il testo è stato scelto perché consentiva le loro testimonianze. Nel corto sono parte del coro, figli di una madre che rinuncia a essere la Madonna". Appassionata di personaggi femminili storici, mitici e del mondo biblico, Grazia Frisina trae da quest'ultimo le protagoniste della raccolta Madri (Oèdipus 2018), di cui fa parte Stabat Mater.
"Nella Bibbia queste sono donne del silenzio - afferma - ma qui Maria è calata nel terreno: il suo dolore è umano, di fronte alla morte ingiustificabile del figlio. Anche la voce delle persone coinvolte nel progetto è poco udibile, la loro sofferenza è sotterranea. Tesi fonde la figura simbolica in una realtà sofferente, creando una commistione di poesia, dramma e testimonianze vive, attuando una sintesi di elementi opposti". Il corto, dove secondo il regista "i protagonisti danno vita a figure di grande potenza per coralità e fisicità", si avvale di musiche originali di Marco Baraldi e di Riccardo De Felice alla direzione della fotografia. È in post produzione e c'è una raccolta fondi per sostenerlo (Iban: IT 34 T 07601 1380000000 9533944,
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 24 marzo 2021
La famiglia della giornalista uccisa: "Fare giustizia non significa perdonare gli assassini". Alfred e George Degiorgio, i fratelli arrestati assieme a Vince Muscat come esecutori materiali dell'omicidio della giornalista Daphne. Vincent Muscat, il primo pentito dei tre sicari, in aula ha già testimoniato di aver accompagnato il suo complice Alfred Degiorgio a La Valletta per incontri nei palazzi del governo nei mesi precedenti l'omicidio della giornalista. Gli incontri sarebbero avvenuti con l'ex ministro dell'economia, Chris Cardona.
Secondo quanto riporta oggi Malta Today, Alfred Degiorgio sostiene di poter fare sia il nome di un ex ministro che commissionò l'omicidio, sia quello di un intermediario finora mai nominato nell'inchiesta. Quest'ultimo non sarebbe il taxista ed allibratore clandestino Melvin Theuma, che a novembre 2019 ottenne la grazia in cambio delle prove che consentirono l'arresto del tycoon Yorgen Fenech come mandante dell'assassinio. Alfred Degiorgio nella sua richiesta di perdono ha affermato di avere anche credibili informazioni di prima mano su una rapina ed un altro omicidio, in cui sarebbero coinvolti lo stesso ex ministro ed un ministro attualmente in carica nel governo Abela. Anche il fratello George afferma di avere informazioni sul mandante dell'omicidio.
"Questa richiesta di grazia deve essere trattata come qualsiasi altra richiesta presentata fin qui. Non può essere scartata perché menziona il coinvolgimento di certi individui che occupano o hanno occupato certe posizioni" ha dichiarato a Malta Today l'avvocato dei fratelli Degiorgio, William Cuschieri. "Fare giustizia per Daphne Caruana Galizia significa che i suoi assassini non debbano essere perdonati. I crimini del passato non devono diventare moneta di scambio che consenta ai killer di comprarsi una via di uscita", ha replicato però la famiglia della giornalista uccisa con una bomba il ottobre 2017, commentando la notizia della richiesta di grazia presentata da altri due degli esecutori materiali dell'omicidio.
di Francesco Vignarca*
Il Manifesto, 24 marzo 2021
Produrre armi non è utile a nessuno, neanche dal punto di vista economico. Lo scrivevamo proprio un anno fa dalle pagine de il manifesto: mentre l'Italia chiudeva per il Covid-19 le fabbriche di armamenti potevano decidere autonomamente se rimanere aperte grazie ad una concessione del governo che arrivava a definirle "apicali". Lo confermano gli elementi portati all'attenzione del grande pubblico dalla puntata di Presa Diretta di questo lunedì: la "dittatura delle armi" riesce a proteggere con qualsiasi governo gli affari militari. E sicuramente non è nei programmi dell'esecutivo di Mario Draghi e del confermato Lorenzo Guerini un cambio di rotta.
Il ministro è stato chiaro nelle sue linee programmatiche presentate al Parlamento: bisogna agire "valorizzando pienamente l'intero potenziale esprimibile dall'Industria della Difesa, di cui è essenziale assicurare lo sviluppo ed il posizionamento sul mercato europeo ed internazionale". L'obiettivo sarebbe "impiegare le risorse della Difesa per sviluppare pienamente l'intero potenziale esprimibile dall'Industria di settore, attraverso una rinnovata sinergia", anche e soprattutto in questa fase delicata ritenendo "fondamentale investire nel pieno rilancio dell'industria della Difesa, non solo quale settore trainante dell'economia ma (...) in quanto presidio di sovranità, libertà, sicurezza e prosperità per il futuro del Paese". Tralasciando l'immagine di armi viste come presidio di "libertà e sicurezza" è importante anche domandarsi se sia così vero anche il collegamento con la "prosperità" dato sempre troppo facilmente per scontato. E troppo spesso utilizzato come scusante per giustificare scelte distruttive.
Partiamo dal fatturato. Secondo uno studio del 2018 realizzato da Ambrosetti in collaborazione con Leonardo il comparto italiano di Aerospazio, Difesa e Sicurezza varrebbe nel complesso 13,5 miliardi di euro all'anno. Secondo Aiad (la Confindustria "militare",) il totale delle aziende di questo settore svilupperebbe un fatturato di 15,5 miliardi. Altre stime arrivano ad una quota di 16,2 miliardi. Dunque, approssimando per eccesso (e non tutte le aziende del comparto si possono considerare esclusivamente militari), si può considerare una produzione totale di 17 miliardi tutta stimata pre-Covid. Se la confrontiamo con il Pil del 2020 (già fortemente impattato dalla pandemia) si arriva di poco a superare la misera quota dell'1%, che in realtà è più verosimilmente uno 0,9% in condizioni normali.
Davvero stiamo parlando di un'industria "fondamentale e insostituibile" su cui puntare con investimenti pubblici robusti e per la quale chiudere un occhio (o forse due) dal punto di vista etico e delle norme da rispettare? Lo stesso si può dire per l'export, da sempre magnificato come elemento di valore da parte dell'industria militare ma che alla prova dei dati non è così significativo. Infatti non tutto l'export delle aziende con capitale tricolore è davvero "italiano": soprattutto le più grandi hanno una parte preponderante della produzione fuori dai confini nazionali (ad esempio Leonardo dice che solo il 16% dei propri ricavi è basato in Italia).
Limitandoci a quello militare abbiamo un dato fissato dai circa 3 miliardi certificati dalla Relazione al Parlamento della legge 185/90, che possiamo arrotondare a 3,5 valutando che non tutte le vendite di armamenti passano per quella strada (e possibili slittamenti temporali, tanto è vero che sempre Leonardo ha dichiarato di aver esportato da sola 2,9 miliardi di prodotti militari nel 2019). Anche in questo caso stiamo parlando di cifre residuali rispetto al totale di circa 480 miliardi di euro di "made in Italy", uscito dalla Penisola: poco più dello 0,7%. Infine i dati sull'occupazione principale forma di "ricatto", - soprattutto in alcune aree del Paese - per costringere la politica ad assecondare l'economia armata. Le varie stime (sempre di fonte industriale) convergono più o meno su 50.000 occupati diretti e 200-230.000 se consideriamo un non meglio precisato "indotto" (sicuramente peraltro non solo militare). Stiamo parlando di "ben" lo 0,21% (o 1% nel caso dell'indotto) di tutta la forza lavoro italiana a fine 2020. Non certo la parte preponderante degli occupati in Italia, che ad esempio per la sola piccola e media impresa ammontano a qualche milione.
E allora perché continuare ad ostinarsi a trovare una "giustificazione economica" per il sostegno incondizionato all'industria delle armi, quando risulta evidente che soprattutto valutando il medio periodo la spesa militare è infruttuosa anche da quel punto di vista? Lo dimostrano studi condotti negli Usa (dove il moltiplicatore è vantaggioso per il militare, visti i budget mostruosi del Pentagono) per cui ogni milione di dollari speso nella difesa porta a meno di 7 occupati, mentre la stessa cifra nell'energia pulita ne produrrebbe poco meno di 10, nell'educazione di base oltre 19, nell'educazione superiore più di 11 e nella cura sanitaria oltre 14. Dunque, a chi giovano gli investimenti armati? Al Paese nel suo complesso sicuramente no.
*L'autore è attivista della Rete italiana Pace e Disarmo
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