askanews.it, 25 marzo 2021
"È stato approvato oggi pomeriggio in Commissione carceri l'avvio di un'indagine conoscitiva sulla salute mentale negli istituti di detenzione della nostra regione, un tema di estrema urgenza sul quale è necessario un impegno da parte delle istituzioni". Lo ha annunciato in una nota la presidente della commissione speciale sulla situazione carceraria della Regione Lombardia, Antonella Forattini, dopo il grido di allarme lanciato dal garante per i detenuti della Lombardia, Carlo Lio.
"La decisione di lavorare su questo tema è maturata da tempo ed è stata condivisa da tutti i componenti della commissione" ha dichiarato Forattini, spiegando che "si avvia, quindi, un percorso di indagine che durerà 18 mesi e che ci vedrà impegnati in un'analisi approfondita e nella programmazione di audizioni capillari con l'obiettivo di arrivare a una risoluzione".
"Quella della condizione psichica negli istituti di detenzione - ha aggiunto la presidente della commissione - è una questione seria che, negli ultimi tempi, si è rapidamente aggravata a causa del ben noto sovraffollamento e, nell'ultimo anno, degli effetti della pandemia che, tra l'altro, hanno comportato la riduzione delle visite esterne acuendo o facendo emergere, così, disturbi o vere e proprie patologie". "Con questo lavoro - ha concluso Forattini - vogliamo accogliere anche la richiesta di aiuto delle strutture stesse e del personale carcerario, in difficoltà nel gestire le criticità di un numero sempre maggiore di detenuti con disturbi psichici: l'ultimo appello è arrivato proprio ieri dal sindacato di polizia penitenziaria di Brescia".
di Martina Riccò
Gazzetta di Reggio, 25 marzo 2021
L'allarme dei sindacati che ora vogliono incontrare sindaco e prefetto: "Detenuti chiusi in celle minuscole 24 ore su 24: serve il vaccino per tutti". Un focolaio che non accenna a esaurirsi, agenti difficilmente sostituibili anche in caso di malattia o isolamento domiciliare, detenuti costretti a restare in cella ventiquattr'ore su ventiquattro, senza nemmeno la possibilità di uscire a sgranchirsi le gambe. Questa la situazione nel carcere di via Settembrini.
Situazione che rischia di degenerare ulteriormente, perché la convivenza forzata dei detenuti in celle progettate per una sola persona, l'interruzione delle attività normalmente previste, la difficoltà comunicativa (il 65 per cento dei detenuti è di origine straniera) sono micce da maneggiare con estrema attenzione.
"Il personale sta facendo miracoli svolgendo un lavoro di negoziato continuo, ma non si può pensare che questa condizione duri a lungo", spiega Giovanni Trisolini, ispettore superiore della polizia penitenziaria e sindacalista della Cgil. L'organico, già ridotto all'osso prima della pandemia, si sta sempre più riducendo: tanti gli operatori contagiati (agenti di polizia penitenziaria ma anche personale amministrativo, educatori, personale sanitario), tanti quelli costretti a casa in regime di isolamento domiciliare perché entrati in contatto con positivi. "Martedì - prosegue Trisolini - gli agenti di polizia penitenziaria positivi al Covid erano 12, di cui uno ricoverato in ospedale; 26 quelli in isolamento. Considerando tutto il personale gli assenti erano 60, non sostituiti. A lavoro avrebbero dovuto essere in 150".
Il Covid non ha risparmiato nemmeno i detenuti: 21 quelli positivi, suddivisi nelle diverse sezioni (a eccezione di quella femminile dove finora non sono stati registrati contagi). Il primo caso è stato riscontrato il 15 marzo, poi il numero è aumentato di giorno in giorno. "Per isolare il virus - spiega Trisolini - i detenuti rimangono chiusi in cella tutto il giorno, e stiamo provvedendo a fare tamponi a tutti. Questa procedura, che dovrebbe durare almeno fino alla fine del mese, va però contro i principi umani, le leggi e l'ordinamento penitenziario, e non può protrarsi oltre".
Per questo motivo Trisolini insieme a Vito Bonfiglio (ispettore superiore della polizia penitenziaria e sindacalista Cisl) e Leonardo Cannizzo (assistente di Polizia penitenziaria e sindacalista Uil) hanno deciso di lanciare l'allarme chiedendo che nel più breve tempo possibile venga vaccinata l'intera comunità carceraria: non solo il personale, dunque, ma anche tutti i detenuti.
La richiesta dei sindacati Fp Cgil, Fns Cisl e Uilpa ha trovato sostegno a livello comunale e regionale. La consigliera Pd Cinzia Ruozzi, durante il consiglio comunale del 21 marzo, ha presentato un ordine del giorno urgente impegnando il sindaco Luca Vecchi e la giunta a intensificare il monitoraggio della situazione, accelerare la campagna vaccinale per il personale di polizia penitenziaria e amministrativo, e avviare la campagna di vaccinazione anche per la popolazione detenuta. "È ormai dimostrato - ha spiegato la consigliera - come i focolai si sviluppino maggiormente in ambienti chiusi e promiscui, dove è più difficile mantenere il distanziamento tra le persone. Il carcere di Reggio è sovraffollato e di conseguenza risulta molto difficile applicare le norme anti-contagio. Inoltre il carcere è una città nella città con numerose figure (sacerdoti, medici, infermieri, volontari, docenti, fornitori) che vi gravitano attorno". L'istanza è stata approvata all'unanimità con 27 voti su 27.
In Regione è stato invece Federico Amico, consigliere di Emilia-Romagna Coraggiosa, a farsi portavoce delle richieste dei sindacati della polizia penitenziaria reggiana, presentando una interrogazione all'assessore alla Sanità Raffaele Donini: "La situazione è grave, serve uno sforzo aggiuntivo". Ma al momento non sono state concesse aperture: "Nelle carceri la situazione è più grave che altrove - ha risposto Donini - tant'è che la polizia penitenziaria sta venendo vaccinata. Abbiamo anche disposto che i detenuti ultra ottantenni vengano vaccinati subito, in quanto a rischio". Troppo poco per i sindacati reggiani - appoggiati pienamente da quelli regionali - che ora chiederanno un incontro al sindaco Vecchi, al prefetto Iolanda Rolli e allo stesso Donini. "Bisogna evitare che la situazione degeneri - spiegano - agire preventivamente e non sempre quando ormai è troppo tardi".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 25 marzo 2021
"Le gravissime e croniche disfunzioni del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, rese ancora più acute dall'attuale contesto emergenziale, oramai non sono più tollerabili": a lanciare l'allarme sono le Camere penali del distretto di Corte d'appello di Napoli. Quelle dunque di Napoli, presieduta da Marco Campora, Benevento (Domenico Russo), Irpina (Luigi Petrillo), Napoli nord (Felice Belluomo), Nola (Vincenzo Laudanno), Santa Maria Capua Vetere (Francesco Petrillo), Torre Annunziata (Nicolas Balzano).
In un dettagliato documento, i penalisti elencano una serie di complesse criticità. Come dice al Dubbio il presidente della Camera penale partenopea Campora, "da troppi anni nel distretto di Napoli viene sistematicamente mortificato il diritto dei detenuti a espiare la pena secondo principi e modalità conformi al dettato costituzionale".
Quello che gli avvocati ritengono "inaccettabile" è il tempo tra la presentazione delle richieste di accesso ai benefici e la loro registrazione, il tempo tra quest'ultima e la fissazione dell'udienza, l'elevato numero di rinvii delle udienze per carenza o assenza di istruttoria, la tempistica di invio delle impugnazioni alla Cassazione, di decisione sui permessi premio, di valutazione sulle istanze di liberazione anticipata, reclamo e riabilitazione.
Verrebbe da dire anche in questo caso che una giustizia ritardata è una giustizia negata, "soprattutto quando parliamo di privazione della libertà personale. Questi ritardi - prosegue Campora - incidono anche sul sovraffollamento: se un detenuto ha diritto alla misura alternativa ma resta in carcere per motivi burocratici, lo si priva sia del diritto al beneficio ma anche della rieducazione, e in più si affolla il carcere".
Purtroppo, rileva il penalista, "a nulla sono serviti i numerosi tavoli tecnici e gli incontri istituzionali fino ad ora avuti con i vertici del Tribunale di Sorveglianza, i còlti e appassionati documenti di denuncia da parte dell'avvocatura, nonché le ripetute e prolungate astensioni". Pertanto, avendo gli avvocati e gli organi di rappresentanza "il dovere di vigilare e garantire che l'esecuzione della pena avvenga nel rispetto del dettato costituzionale, avendo come stella polare sempre la funzione rieducativa della pena, specialmente in questo momento storico in cui il carcere è diventato esclusivamente un reclusorio, in cui sono sospese tutte le attività finalizzate alla rieducazione" tutte le Camere penali del distretto attraverso il documento (elaborato grazie alla attività dell'Osservatorio esecuzione penale della Camera penale di Napoli, la cui responsabile è l'avvocato Elena Lepre) chiedono formalmente ai magistrati e al presidente del Tribunale di Sorveglianza di "ripristinare la legalità costituzionale della pena" risolvendo tutte le criticità evidenziate.
Se ciò non fosse possibile i penalisti chiedono altresì di conoscere "le ragioni ostative all'adempimento e a valutare ogni forma di sollecitazione, ivi inclusa la possibilità di autosospendersi dal servizio per impossibilità di rispettare le norme codicistiche e costituzionali". "Chiediamo loro - conclude Campora - un forte segnale di vicinanza ai diritti dei detenuti e una protesta da far giungere al Ministero, conoscendo anche la sensibilità della Ministra verso la tematica carceraria".
di Nicola Sposato
Il Mattino, 25 marzo 2021
Lo scorso 26 luglio Giovanni Cirillo, un giovane di 23 anni di origini somale, adottato da una famiglia scafatese, si è suicidato nel carcere di Fuorni dove era detenuto per scontare una condanna per rapina dopo quattro evasioni dagli arresti domiciliari. In città il ragazzo era molto conosciuto ed apprezzato per la sua passione per la musica rap. Giovanni si faceva chiamare "Jhonny" e la sua morte ha lasciato nello sconforto la famiglia e quanti lo conoscevano.
Dedicato a "Jhonny" don Peppino De Luca, parroco della chiesa di San Francesco di Paola, ha ideato il progetto "Giardino urbano Jhonny Cirillo" per dare una possibilità concreta di futuro ai detenuti in affidamento ai "Servizi sociali" attraverso la messa in prova. Il progetto nascerà su un terreno di circa 3.600 metri quadri, il fondo "Raffaele Prete", messo a disposizione dall'ingegnere Domenico Cuomo e dai figli Alessandro ed Anna. Il terreno si trova a via Alessandro Volta, stradina a fianco della chiesa di San Francesco ed è già stato destinato a progetti sociali in passato.
"Ci sarà un giardino - racconta don Peppino - Uno spazio aperto alla città dedicato agli uomini ed alle donne che vogliono ricominciare la loro vita. E racconteremo la storia di Giovanni, spenta troppo presto da quel mostro che si portava dentro. Cercheremo cosi di dare agli altri quella possibilità che a lui è stata negata".
L'ingegnere Cuomo è soddisfatto: "Conosco da anni don Peppino e il suo prodigarsi per le persone più in difficoltà, gli ultimi. Ed ho conosciuto le sue difficoltà per reperire spazi. La mia unica richiesta è stata quella di stipulare una concessione ad uso gratuito per 20 anni con destinazione del terreno ad una finalità sociale. E così è nato il progetto per dare una seconda possibilità a chi non l'ha avuta".
La Nazione, 25 marzo 2021
"RadioDante" è un'idea de "I sacchi di Sabbia" con arrangiamenti musicali di Davide Barbafiera (Campos) e la partecipazione di Dome La Muerte. Il progetto "Radio Dante", ideato e realizzato dalla compagnia teatrale "I Sacchi di Sabbia", con il contributo di Fondazione Pisa e Regione Toscana, parte il 25 marzo alle 14.30, in occasione del Dantedì, con la prima puntata del radio/dramma sull'emittente radiofonica Punto Radio di Cascina (www.puntoradio.fm). Si tratta di un progetto innovativo, interamente sonoro, che vedrà quindici allievi - detenuti nella casa circondariale Don Bosco - impegnati nella realizzazione di una serie di podcast sulle tre cantiche della Divina Commedia. La prima puntata è dedicata all' ingresso infernale nella selva oscura. Per l'occasione, l'ospite musicale che interviene per accompagnare le voci degli allievi detenuti è Dome la Muerte.
I quindici allievi in questi mesi preparatori, con cadenza di due incontri settimanali (di 2 ore ciascuno), si sono affacciati all'immenso materiale dantesco; sono stati scelti alcuni canti e personaggi infernali che potessero meglio favorire la curiosità e l'interesse dei partecipanti e di chi poi ne avrebbe usufruito in modalità radiofonica. Tutti i partecipanti hanno portato in dote lingue e dialetti di diversa provenienza e di buon grado hanno accettato di lavorare su tali specificità.
Francesca Censi de "I Sacchi di Sabbia", spiega come nasce il progetto: "Il media radiofonico oltre ad essere piuttosto inedito in un contesto carcerario, si presta particolarmente alla esigenze di questo drammatico periodo storico: non solo dal punto di vista espressivo, ma anche da quello della gestione didattica, mettendo in primo piano un lavoro su suono e voce da ascoltare non nella prossimità, come nel caso dello spettacolo dal vivo, ma a distanza".
La diffusione radiofonica delle puntate di "RadioDante", permetterà di raggiungere un pubblico più vasto, facendo così conoscere ad un maggior numero di persone un lavoro importante come quello del teatro in carcere che mostra tutta la sua resilienza creativa ed evolutiva in tempo di Covid19.
"Se l'impossibilità del lavoro sul corpo amputa ogni laboratorio teatrale di una sua componente essenziale, a trarne vantaggio - aggiunge Gabriele Carli - è la voce e tutte le pratiche che orbitano intorno ad essa: l'articolazione della parola, l'emissione del suono, il controllo dell'intonazione, le modalità di espressione, la veicolazione del senso, la dizione, la respirazione".
Al progetto hanno collaborato anche Letizia Giuliani e Carla Buscemi. La musica e l'edizione dei podcast sono a cura di Davide Barbafiera del gruppo musicale Campos. I Sacchi di Sabbia coordinano dal 2015 i laboratori di espressione teatrale all'interno della Casa circondariale di Pisa "Don Bosco" nelle sezioni sia maschili che femminili grazie al contributo di Fondazione Pisa e Regione Toscana.
di Davide Dionisi
osservatoreromano.va, 25 marzo 2021
Le testimonianze raccolte da suor Vessoni nel penitenziario Ugo Caridi. Perché il carcere è costruito prevalentemente fuori dal contesto urbano? È la domanda che apre il volumetto curato da suor Nicoletta Vessoni, della Congregazione delle Suore delle Poverelle di Bergamo, intitolato Fasciati dalla Luce (Carello Edizioni). Si tratta di una serie di testimonianze, raccolte dalla religiosa e dai ragazzi che operano insieme a lei nel penitenziario Ugo Caridi di Catanzaro durante il primo periodo di immobilità forzata causata dalla pandemia di coronavirus.
"Ero seriamente preoccupata perché il lungo tempo di inattività avrebbe potuto far allontanare alcuni volontari. Così è nata l'idea di coinvolgerli tutti in un momento di riflessione personale per focalizzare la loro attenzione sulle motivazioni che li hanno spinti a scegliere questo tipo di volontariato, quale era stata la loro esperienza vissuta sul campo, ravvivando, in questo modo, la loro consapevolezza" racconta la religiosa. La risposta è stata a dir poco sorprendente, per questo si è deciso di mettere in ordine il materiale raccolto e ampliarlo arricchendolo di contributi sul tema carcere-volontariato.
"Ci siamo detti che sicuramente era importante intraprendere questo percorso anche con i nostri fratelli detenuti, così abbiamo ottenuto i permessi per recuperare le storie di alcuni di loro" continua, aggiungendo che "ad una prima lettura, probabilmente, non si coglie, ma sono gli stessi detenuti a legare l'intero libro. Ogni capitoletto e successivamente ogni storia, sono scanditi nella prima parte da un racconto, e nella seconda parte da brevi poesie, opere tratte da un testo che hanno scritto gli ospiti". A guidare la stesura del volume, secondo suor Vessoni, è stata la parola: "Ha illuminato, guidato e portato a compimento questo piccolo sforzo editoriale che ha offerto l'opportunità ai nostri amici di vivere da un altro punto di vista il nostro lavoro con loro e per loro".
Ma è alla domanda di apertura che suor Nicoletta intende dare una risposta, partendo dalle esperienze pregresse: "Gli istituti di pena vengono costruiti fuori, perché noi società non vogliamo farci i conti: loro sono i cattivi e se ci vivono a fianco, se le inferriate del penitenziario le ritrovo di fronte al mio balcone, forse qualche punto interrogativo me lo devo porre. Il non vederle e non sapere che c'è, o meglio, sapere che è confinato là, quasi irraggiungibile, ci evita di dialogare con la nostra parte cattiva, la nostra parte malata. Quella parte non viene disturbata". La religiosa è convinta che "collocarli fuori crea un'altra difficoltà: quella del raggiungerli".
Ma chi svolge un ruolo fondamentale per creare quel ponte tra l'interno e l'esterno è sicuramente il volontario, la figura capace di avviare una rivoluzione culturale, passando dalla carità alla solidarietà, pensando al carcere come formazione sociale, per lo sviluppo umano e delle persone e non come rimedio totale e assoluto, con l'obiettivo primario di deflazionare perché un istituto con meno popolazione significa più attenzione e possibilità di reinserimento sociale.
"Credo che la funzione del volontariato sia quella di permettere il cambiamento, di dare un piccolissimo contributo alla rinascita della persona. Quella di scoprire, far emergere, far venire a galla quella parte di umanità che molto spesso è nascosta dietro a brutture, a storie impossibili. Quando si coglie quell'aspetto, da lì il carcere può iniziare un lavoro di cambiamento, un'opportunità nuova per la persona" scrive suor Nicoletta.
Ma prima è necessario affrontare il tema della pena in una prospettiva nuova per far sì che il reinserimento degli ex-detenuti parta prima che il detenuto esca dal carcere. Una volta uscito, poi, le istituzioni e lo stesso volontariato, devono cooperare affinché il percorso riabilitativo in carcere non sia vanificato dal nulla che si trova fuori. La religiosa è ben consapevole di tale necessità e, forte anche di esperienze maturate in Sardegna e in Sicilia, racconta: "Penso spesso a chi mi saluta con enfasi quando arrivo e un ragazzo straniero, un giorno, mi ha fatto comprendere qual è il motivo. Suora, mi ha detto, quando io la vedo mi porta dentro il fuori che non posso vedere e mi fa respirare aria di normalità. È per quello che la mattina quando la incontro la saluto sempre molto volentieri. Mi permette di prendere una boccata d'aria".
La stessa boccata d'aria che ha consentito agli ospiti della Casa Circondariale di Catanzaro di preparare torte e pasticcini per le famiglie più povere della città in occasione delle festività natalizie. "Lo hanno fatto senza chiedere nulla in cambio. Sono ragazzi generosi e talentuosi. Hanno impiegato male le loro qualità in un momento della loro vita. Per questo continuiamo a stargli vicino perché, anche se in prigione, conservano la loro dignità di esseri umani con una libertà interiore. Nella realtà e nel pensiero non possono essere tagliati fuori da una società a cui essi continuano ad appartenere".
di Teresa Valiani
redattoresociale.it, 25 marzo 2021
Sabato 27 marzo seminario di formazione internazionale sulle due esperienze. Vito Minoia: "L'attività teatrale in carcere stimola occasioni di dialogo, confronto, consapevolizzazione. Ne abbiamo tutti bisogno".
Due realtà diverse, latitudini differenti, il nord e il sud d'Italia, un carcere per adulti l'una, un istituto per minori l'altra, a rappresentare tutto il ventaglio di esperienze che da otto anni unisce sotto un unico logo e con lo stesso intento molti dei progetti che nascono e si sviluppano sui palcoscenici dei penitenziari italiani. Si apre con un seminario di formazione internazionale su due significativi percorsi teatrali con adulti e minori, quelli di Venezia e Palermo, l'Ottava Giornata nazionale del teatro in carcere, in programma per sabato 27 marzo.
Promosso in modalità online dal Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, costituito da oltre 50 esperienze professionali (www.teatrocarcere.it), e dall'International Network Theatre in Prison / ITI Unesco Partner Organization (www.theatreinprison.org), l'evento avrà inizio dalle 15.00 e si svolge in occasione della Giornata Mondiale del Teatro 2021.
Apriranno i lavori i saluti del ministro della Giustizia, Marta Cartabia, e del Garante nazionale, Mauro Palma, a cui seguiranno i contributi video sulle esperienze di Michalis Traitsis, regista della Compagnia Balamòs Teatro, attiva negli istituti penitenziari femminile e maschile di Venezia, in dialogo con Valeria Ottolenghi, componente dell'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, e di Claudio Collovà, regista e direttore artistico di esperienza internazionale, autore a Palermo di una lunga attività con minori d'area penale e a rischio di esclusione sociale, che dialoga con Valentina Venturini, docente di Storia del teatro all'Università degli Studi Roma Tre.
L'incontro vedrà la partecipazione di Tobias Biancone, direttore generale dell'International Theatre Institute - Unesco, e si chiuderà con la lettura del Messaggio internazionale del World Theatre Day 2021 curato dall'attrice inglese Helen Mirren.
Introduce e conduce Vito Minoia, esperto di Teatro educativo all'Università di Urbino, presidente dell'International University Theatre Association e coordinatore dell'International Network Theatre in Prison - ITI/Unesco Partners. "Il teatro in carcere, grazie a significative esperienze artistico-espressive, come le due che andiamo a mettere a fuoco, stimola occasioni di dialogo, confronto, consapevolizzazione. Ne abbiamo tutti bisogno - spiega Vito Minoia.
Con il coordinamento italiano delle esperienze prima e con il Network internazionale oggi, si è generata un'alta attenzione per il livello di qualificazione con il quale il teatro in carcere, se sostenuto istituzionalmente e con continuità, produce una cultura del rispetto di tutti e di ciascuno che passa attraverso il diritto del riconoscimento di quell'intrinseca dignità e valore dell'essere umano. In questo periodo così complesso, in relazione alla pandemia in corso, rivolgiamo la nostra attenzione alla necessità di non comprimere, in ogni angolo del mondo, i diritti fondamentali delle persone private della libertà personale".
L'iniziativa è resa possibile grazie al Protocollo d'Intesa tra Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, e Università degli Studi Roma Tre ed è sostenuta dal Ministero della Cultura, Direzione Generale dello Spettacolo dal Vivo,
nell'ambito di Destini Incrociati, progetto nazionale a cura del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, avente come capofila il Teatro Universitario Aenigma dell'Ateneo Carlo Bo di Urbino. L'evento, in italiano e inglese (con traduzione simultanea), sarà pubblicato e rimarrà visibile sul canale Youtube www.youtube.com/user/teatroaenigma, sul sito www.teatroaenigma.it e condiviso sulla pagina Facebook Teatro Aenigma. Fino a tutto il mese di aprile la segreteria del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere raccoglierà all'indirizzo
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 25 marzo 2021
In una fase come l'attuale, nella quale tutto il mondo punta all'immunizzazione dal Covid, la ricerca di accordi e di compromessi, a maggior ragione con Paesi amici, è probabilmente una strada migliore, per ottenere risultati, che non l'intrapresa di scontri che si sa come iniziano ma non come finiscono.
Facile a dirsi che l'Unione europea può confiscare i vaccini presenti sul proprio territorio e impedirne l'esportazione. Piuttosto rischioso farlo. A parte le conseguenze politiche di breve e di lunga durata di una scelta del genere - che è sul tavolo del Consiglio europeo di oggi - il pericolo di aprire le porte a un occhio per occhio è reale. L'ha sottolineato, tra gli altri, Micheál Martin, il primo ministro irlandese, quando gli è stato chiesto cosa ne pensasse della proposta in discussione tra Bruxelles e le capitali del Continente. "Sono molto contrario - ha risposto - Sarebbe un passo decisamente retrogrado. È assolutamente vitale che manteniamo aperte le catene di fornitura". Se infatti i Paesi eventualmente colpiti dal blocco della Ue decidessero per rappresaglia di bloccare il loro export di componenti di vaccini in Europa, sarebbe un disastro per tutti.
Martin ha portato tre numeri a sostegno della sua opposizione: per produrre il vaccino di Pfizer-BioNTech servono 280 materiali. Questi sono realizzati da 86 fornitori. I quali stanno in 19 Paesi compresa la Gran Bretagna, la quale è il target principale dell'iniziativa europea. La situazione delle forniture è già sotto pressione oggi. Adar Powalla, numero uno della Serum Institute of India che sta producendo milioni di dosi AstraZeneca, ha detto a un dibattito della Banca Mondiale che una legge degli Stati Uniti impedisce l'esportazione di materiali chiave per i vaccini e ciò crea colli di bottiglia seri nella produzione.
Una scelta drastica di confisca in Europa aumenterebbe lo stress. Cosa serve per produrre un vaccino? Innanzitutto, gli ingredienti attivi che nel caso di AstraZeneca sono vettori di adenovirus di scimpanzè e nel caso di Pfizer-BioNTech sono messaggeri Rna modificati. Poi ci sono gli ingredienti aggiunti, ad esempio adiuvanti. Inoltre, servono prodotti utili alla manifattura che non necessariamente compaiono nel prodotto finito: proteine, antibiotici, regolatori dell'acidità. Infine, c'è la confezione e la logistica. Questo vale per ogni vaccino. In una fase come l'attuale, nella quale tutto il mondo punta all'immunizzazione, la ricerca di accordi e di compromessi, a maggior ragione con Paesi amici, è probabilmente una strada migliore, per ottenere risultati, che non l'intrapresa di scontri che si sa come iniziano ma non come finiscono.
di Rosaria Manconi*
La Nuova Sardegna, 25 marzo 2021
Esistono molti modi per porre fine alla vita di un uomo. Tra questi, l'inerzia, l'omissione e l'indifferenza, non meno gravi di quella di chi impugna un'arma e deliberatamente compie il gesto omicidiario. Anzi, se possibile, alcuni di questi modi sono ancora più incomprensibili e crudeli perché non hanno neppure la scusante dell'impeto irrefrenabile, dell'avventatezza del movente.
Ma è la noncuranza delle istituzioni la più inaccettabile delle offese, in quanto proviene da chi ha il potere/dovere di garantire supremi valori come la tutela costituzionale all'integrità psico-fisica dell'individuo. Tale tutela impone anche il dovere di assicurare cure finalizzate al miglioramento della qualità della vita, nel rispetto della dignità e dell'autonomia della persona. Soprattutto in quei casi in cui, a causa di malattie incurabili o croniche, la terapia del dolore diventa indispensabile per il controllo e l'emenda del dolore stesso.
Con la legge n. 38/2010, e prima ancora con la n. 94/98 cosiddetta legge Di Bella, nel nostro paese è stato consentito l'impiego di farmaci cannabinoidi e oppiodi per alleviare il dolore derivato da patologie gravi, per lo più invalidanti resistenti ad altri trattamenti.
Nella sua attuazione la normativa ha incontrato non pochi ostacoli. A partire dallo stigma, ancora insuperato che porta a considerare la cannabis nella sua unica accezione ludica (e per questo solo negativa) e dal pregiudizio cha ancora sopravvive persino fra i sanitari, spesso impreparati sulle proprietà terapeutiche della cura e sulla necessità di fare rete fra le diverse branche specialistiche. A questo si somma la limitatezza della produzione nazionale e la difficoltà di approvvigionamento dall'estero che non garantiscono il soddisfacimento del fabbisogno in costante aumento.
Secondo i dati forniti dal International Narcotics Control Board (ovvero l'organo di controllo per l'attuazione dei trattati internazionali sulle droghe) per i pazienti del nostro paese servirebbero 1950 kg all'anno di farmaco, contro 159 kg prodotti e distribuiti dallo Stabilimento Chimico Militare di Firenze.
Il tutto aggravato da un sistema di approvvigionamento complesso e farraginoso e dalla carenza di informazione verso l'utenza.
Con poche ma eccellenti eccezioni, tra le quali, proprio in Sardegna, il Centro di terapia del dolore dell'Ospedale Binaghi di Cagliari, egregiamente diretto dal Dott. Tomaso Cocco, che da tempo, con rara sensibilità, profonda umanità e competenza, pratica, con ottimi risultati, le cure a base di cannabis.
Tutto questo accade mentre nel Paese dei dibattiti infiniti e delle commissioni di studio, da anni si disquisisce senza approdo sulla legalizzazione della cannabis. E i diversi disegni di legge proposti giacciono sulle scrivanie istituzionali. Così come rimangono irrisolte le tante istanze di modifica del Dpr 309/90, il testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti alle cui falle e dubbi di conformità costituzionale hanno tentato di dare risposte, almeno in parte, la giurisprudenza di legittimità e la stessa Corte delle leggi.
Così è stato con la sentenza Cass. a Sezioni Unite n. 12348/2019, che ha segnato una importante inversione di rotta rispetto ad un precedente orientamento rigorista affermando, in sintesi, la non punibilità della coltivazione domestica per uso personale ed in quantità modica.
Un passo avanti significativo che però non colma tutte le lacune della norma, cui solo il legislatore può porre rimedio. E neppure ha impedito il rinvio a giudizio di Walter Di Benedetto, imputato di avere coltivato nella propria abitazione piante di cannabis per uso personale.
Walter è arrivato in Tribunale trasportato da un'ambulanza, devastato da anni di malattia e sofferenza causata da una grave forma di artrite reumatoide diagnosticata all'età di 16 anni, che lo costringe a letto fra dolori insopportabili, alleviati solo dall'uso della cannabis, prescritta dai medici dopo avere sperimentato, con esisti devastanti, ogni altro tipo di terapia. Dalla morfina alla chemioterapia.
Senonché il Sistema Sanitario, per le ragioni accennate, non è stato in grado di assicurargli la quantità necessaria per le cure, che ha dovuto interrompere.
Walter è imputato per aver scelto l'autoproduzione anziché rivolgersi alla criminalità organizzata e alimentare il mercato dello spaccio.
Così lui è divenuto l'emblema di una battaglia che il Parlamento non può più ignorare adottando, senza ulteriore ritardo, con approccio laico e finalmente svincolato da moralismi una disciplina delle droghe leggere unita ad una politica che tenga conto della pluralità delle tipologie di consumo, ivi compreso l'impiego medico. Legalizzando le coltivazioni e la detenzione a uso personale delle stesse e dei derivati. Solo così sarà possibile per un verso, sottrarre i grandi profitti al mercato dello spaccio illegale e, per altro verso, avviare una campagna socio culturale di prevenzione ed educazione. Ma soprattutto assicurare le cure necessarie ai tanti malati che nella cannabis trovano sollievo alle loro sofferenze. Infatti, come dice Walter di Benedetto: il dolore non aspetta, il dolore uccide.
*Avvocato
di Nello Scavo
Avvenire, 25 marzo 2021
Nel giorno in cui il premier Draghi annuncia il viaggio a Tripoli, l'inviato del segretario generale delle Nazioni Unite ha riferito al consiglio di sicurezza. "Vige l'impunità". Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha annunciato in mattinata che si recherà in Libia il 6 e 7 aprile. Una conferma di quanto importante sia per il governo italiano il dossier libico. Domani sarà il ministro degli Esteri Luigi Di Maio a tornare a Tripoli, fra l'altro per continuare a chiedere il blocco delle partenze dei migranti via mare.
Che cosa voglia dire per gli stranieri restare in Libia senza alcuna protezione, lo ha però spiegato il nuovo rappresentante Onu a Tripoli, che davanti al Consiglio di sicurezza non ha usato il "diplomaticamente corretto", incoraggiando la comunità internazionale a fare di più, riconoscendo i passi avanti e le speranze per il dialogo politico interno, ma smentendo chi dipinge il Paese come avviato verso il progressivo rispetto dei diritti umani fondamentali, che anzi conoscono un crescente deterioramento.
L'intervento di Ján Kubiš ha confermato quanto denunciato nel rapporto degli esperti Onu, reso pubblico una settimana fa, secondo cui l'embargo sulle armi è risultato un sostanziale fallimento e le milizie, affiliate ai vari ministeri, continuano a gestire ogni genere di affare illecito, dal contrabbando di petrolio allo sfruttamento degli esseri umani. Non è un caso che il presidente del governo transitorio transitorio abbia formato un governo con 35 esponenti di ogni partito, tribù e fazione, ma abbia tenuto per sé l'interim del potente ministero della Difesa.
Introducendo la seduta del Consiglio di sicurezza, una nota ricostruiva alcuni recenti scandali. A cominciare dalla nomina del presidente del governo provvisorio, scelto da un'assemblea di delegati chiamata Forum del dialogo, e che nei piani dovrà traghettare il Paese fino alle elezioni del 24 dicembre. La missione Onu ha raccolto voci circa "offerte di tangenti tra 150 mila e 200 mila dollari" da versare ad alcuni dei 35 delegati che si fossero impegnati "a votare per Dbeibah come primo ministro", poi effettivamente eletto contro ogni previsione. Una vicenda su cui è stata aperta un'inchiesta a Tripoli dopo che "un membro del Forum per il dialogo libico - informa l'Onu - si è arrabbiato per aver sentito che altri delegati avevano ricevuto più soldi di lui".
Nonostante il cessate il fuoco la missione Onu "continua a documentare uccisioni, sparizioni forzate, violenze, inclusi stupri, arresti e detenzioni arbitrarie, attacchi contro attivisti e difensori dei diritti umani e crimini ispirati dall'odio. La libertà d'espressione è compromessa. Vari gruppi armati continuano ad operare senza incontrare ostacoli, le violazioni dei diritti umani continuano nella quasi totale impunità". E se questo è quello che devono passare anche i cittadini libici, non è difficile immaginare cosa subiscano gli stranieri. "Sebbene il loro numero rimanga basso rispetto alla popolazione totale di migranti in Libia, il numero di migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo è aumentato durante i primi due mesi del 2021 e rimane costante, esponendoli al rischio della morte".
Meno di un mese fa le organizzazioni internazionali stimavano in poco più di 2mila la popolazione di migranti e profughi rinchiusi nelle prigioni ufficiali. Ma negli ultimi giorni, alla vigilia delle trattative con Paesi come l'Italia che chiedono fermare le partenze, viene catturato "un numero crescente di migranti e rifugiati". Lo slovacco Kubiš ha riferito al Consiglio di sicurezza che "attualmente circa 3.858 migranti sono detenuti in centri di detenzione ufficiali gestiti dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (Dcim) in condizioni estreme, senza un giusto processo e con restrizioni all'accesso umanitario".
Parole che strappano il velo d'ipocrisia, davanti a quanti, anche negli ultimi mesi, hanno sostenuto che la presenza delle agenzie Onu in Libia è una garanzia di rispetto dei diritti umani, con questo giustificando la cattura in mare da parte della cosiddetta Guardia costiera libica, che restituisce ai campi di prigionia i migranti intercettati. Perciò "l'Unsmil è preoccupata per le gravi violazioni dei diritti umani contro migranti e richiedenti asilo da parte del personale del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale e dei gruppi armati coinvolti nella tratta di esseri umani". I regolamenti di conti interni si risolvono con il piombo o rastrellando i nemici.
I diritti fondamentali non sono minimamente rispettati: "L'Unsmil continua a ricevere rapporti credibili di detenzione arbitraria e illegale, tortura, sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali, rifiuto di visite da parte di famiglie e avvocati e privazione dell'accesso alla giustizia". Secondo il rappresentante del segretario generale, "sono più di 8.850 le persone detenute arbitrariamente in 28 carceri ufficiali sotto la custodia della polizia giudiziaria, con una percentuale stimata tra il 60 e il 70 per cento in custodia cautelare". Inoltre, "circa 10 mila persone sono detenute in centri di detenzione sotto l'autorità di milizie e gruppi armati. Si stima che tra essi vi siano circa 480 donne, di cui 184 non libiche, più di 63 minori e bambini". L'urgenza però sembra essere un'altra. Al Palazzo di vetro lo sanno: "Essendo la sua principale fonte di entrate e il più grande datore di lavoro, il settore petrolifero richiede supporto e investimenti continui". E sembra essere questa la principale posta in gioco.
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