di Guido Vitiello
Il Foglio, 20 dicembre 2020
Inscatolare senza distinzioni i propri simili in un generico inferno, variando la data di scadenza, è, prima che inumano, spaventosamente privo di fantasia. Cos'ha da dirci Leopardi sull'apocalisse climatica? E Foscolo sul dramma dei migranti?
Niente, non hanno da dirci niente. Dio, che tormento le attualizzazioni dei classici, peggio ancora se a danno di incolpevoli scolaresche deportate in un teatro, con tanto di predica civile di qualche vip del mercato della pubblica indignazione.
Che intollerabile strazio, con una sola eccezione: le carceri, la cui popolazione è refrattaria a certi osceni esibizionismi della virtù e quotidianamente alle prese con la stessa materia magmatica da cui è germinata la grande letteratura. Nel 1984 cinquanta detenuti di Rebibbia portarono in scena l'Antigone davanti alle alte cariche dello stato, e c'è da immaginare la tensione esistenziale serpeggiante sul palco o tra i creonti in platea, dove a ogni rintocco di Sofocle qualcuno si sarà sentito chiamare per nome e per cognome.
Ieri pomeriggio - un passato che è ancora futuro, per me che scrivo - i detenuti del reparto di Alta sicurezza G12 di Rebibbia hanno trasmesso in streaming le prove dello spettacolo "Dante Alighieri il latitante". Leggo nel comunicato che "i detenuti-attori inventano un confronto ardito fra peccati e reati, gironi infernali e bracci penitenziari". Non so se qualcuno degli sciagurati che calcano la scena politica nazionale li abbia ascoltati. Mi auguro che dalle sottigliezze del contrappasso e dall'arte di calibrare la pena sulla colpa avrà capito che inscatolare senza troppe distinzioni i propri simili in un generico inferno, variando la data di scadenza e poco altro, è, prima che inumano, spaventosamente privo di fantasia.
quotidianodifoggia.it, 20 dicembre 2020
Un ponte di solidarietà sempre più solido unisce la città di Foggia al carcere, grazie all'associazione Genoveffa De Troia. Il 17 dicembre i volontari hanno donato al cappellano Fr. Eduardo Giglia beni di prima necessità per l'igiene personale.
"Abbiamo acquistato un quantitativo importante di lamette per la barba, dentifricio, spazzolini, detergente e shampoo. Saranno custoditi - spiega la volontaria Francesca Idea - nel 'magazzino della solidarietà', fondato oltre 50 anni fa dalla nostra compianta presidente, Anna Rita Nicoletti, modello esemplare di altruismo e di amore per i poveri".
Ma non saranno le uniche donazioni previste per il mese di dicembre. "Purtroppo, a causa della pandemia, noi volontari non possiamo entrare in carcere, nel rispetto della normativa anticovid: il cappellano è il nostro messaggero di solidarietà in questo momento. A lui consegneremo, prossimamente, anche centinaia di paia di scarpe e indumenti donati - con grande generosità - dalla signora Antonella Pepe della ditta 'L'AutoSport' di Lucera". Un gesto nobile che segue, di poche settimane, la consegna di abiti e biancheria acquistati dalla Fondazione dei Monti Uniti di Foggia, con la collaborazione del CSV Foggia.
"Oggi i nostri volontari - continua Francesca idea - in primis gli storici collaboratori Remo Del Sordo, Potito Grandone e Flora Pistacchio e, di recente, Emanuele Scopece, forniscono il loro prezioso contributo a distanza, come è giusto che sia in questo difficile momento". Una catena di solidarietà per i cittadini indigenti che trova un anello solido anche nel Club Rotary Foggia Capitanata, che - nelle persone del Presidente Gianni Cerisano e della Past President Antonella Riccardo - ha deciso di acquistare indumenti per i cittadini in condizione di fragilità e di consegnarli nelle mani dei volontari della Genoveffa De Troia. Un acquisto fatto presso la ditta Lucas di Foggia che, a sua volta, ha deciso di fornire un proprio contributo alla causa.
L'Associazione, ispirata al modello di vita della venerabile e costituita nel 1985 (pur operando attivamente dal 1968), ha da sempre mostrato il suo impegno negli Istituti penitenziari e nei confronti dei ragazzi a rischio, favorendone una socializzazione alternativa e aiutandoli nel recupero scolastico. I volontari, inoltre, sono impegnati quotidianamente nel sostegno materiale e spirituale alle persone fragili come anziani, migranti, famiglie indigenti. "L'impegno del carcere - sottolinea il presidente, Mario Cusenza - è sempre presente in noi perché vediamo nell'uomo e nelle donne detenuti, al di là delle colpe e degli errori, la dignità, i bisogni, i sentimenti".
di Nello Scavo
Avvenire, 20 dicembre 2020
Dopo le denunce su violenze e respingimenti, l'Agenzia Ue per i diritti umani: monitorare i comportamenti della polizia. Zagabria: violenze presunte. A Trieste con i volontari che curano le ferite.
La lavanda dei piedi comincia all'ora del vespro. È il quotidiano rito dei volontari che ogni sera, nel piccolo parco tra la stazione e il vecchio porto, dai loro zaini da studente estraggono garze, cerotti, unguenti. Passano da lì gli impavidi del game, i superstiti della roulette russa dei respingimenti a catena, e a bastonate, verso la Bosnia. Cacciati fuori dai confini Ue.
Dopo le nuove denunce di queste settimane, qualcosa tra Bruxelles e Zagabria si muove. L'agenzia Ue per i diritti fondamentali è pronta a monitorare i comportamenti delle polizie lungo i confini. Ma manca una data per l'avvio del piano di prevenzione degli abusi. Pochi giorni fa a Bruxelles hanno chiuso un rapporto che racconta di vicende sfuggite alle cronache e conferma che nella Commissione Ue tutti sanno. Nelle scorse settimane "una bambina afghana di sei anni, Madina Hosseini, è stata uccisa da un treno in transito al confine tra Croazia e Serbia" si legge nel dossier, che precisa: "Secondo il rapporto del difensore civico croato, Madina e la sua famiglia erano arrivate in Croazia e avevano chiesto asilo, quando è stato detto loro di tornare in Serbia". Una violazione delle norme sul diritto d'asilo finita in dramma. La famiglia è stata trasferita "in un veicolo della polizia vicino alla ferrovia e istruita a seguire i binari fino alla Serbia. Poco dopo, la bambina di sei anni è stata uccisa da un treno".
Da Kabul a Trieste sono 4mila chilometri. Da qui il villaggio di casa è lontano, la guerra anche. C'è chi l'ultimo tratto lo ha percorso cinque volte. Perché acciuffato dagli agenti sloveni, infine riportato in Bosnia dopo una lezione della polizia croata. E c'è chi a Trieste invece c'era quasi arrivato, ma è stato colto dalla polizia italiana sulla fascia di confine, e poco dopo "riammesso" in Slovenia, come prevede un vecchio accordo tra Roma e Lubiana siglato quando implodeva la ex Jugoslavia.
Scarpe sfondate, vestiti rotti, le caviglie gonfie e gli occhi troppo stanchi di chi l'ultima volta che s'è accucciato su un materasso era in un qualche posto di polizia. Per Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), è più che "anomalo che la riammissione possa avvenire senza l'emanazione di un provvedimento amministrativo". Anche perché "è indiscutibile che l'azione posta in essere dalla pubblica sicurezza attraverso l'accompagnamento forzato in Slovenia produce effetti rilevantissimi - aggiunge - sulla situazione giuridica dei soggetti interessati".
Ricacciati indietro senza neanche poter presentare la domanda di protezione, molti passano per le mani delle guardie croate. Anche qui, però, il compatto muro di omertà tra uomini in divisa comincia a incrinarsi. La diffusione di immagini e filmati che documentano la presenza di gendarmi tra i picchiatori di migranti sta convincendo diversi agenti a denunciare anche i loro superiori. Gli ordini, infatti, arrivano dall'alto. Il merito è dell'Ufficio per la protezione dei diritti umani di Zagabria, dotato di poteri investigativi che stanno aprendo la strada a indagini della magistratura, garantendo l'anonimato ai poliziotti che collaborano con le indagini. Il ministero dell'Interno di Zagabria respinge le accuse arrivate nelle ultime settimane da testate come Der Spiegel, The Guardian e Avvenire, riguardo le violenze commesse dalle autorità lungo i confini. Foto e filmati mostrano uomini in divisa armati di spranghe e fruste. "Non si può confermare con certezza che siano membri regolari della polizia croata", si legge in una nota. "La polizia croata protegge il confine dalla migrazione illegale, lo protegge dalle azioni illegali e dai pericoli - aggiunge - che possono portare con sé persone senza documenti e senza identità, e lo fa per fornire pace e sicurezza al popolo croato".
Tuttavia "non tolleriamo alcuna violenza nella protezione delle frontiere né (la violenza) è parte integrante delle nostre azioni". Riguardo al filmato e alla ricostruzione di Border Violence Monitoring "concludiamo che non abbiamo registrato azioni in base alla data e al luogo dichiarati nell'annuncio". Quali indagini siano state condotte non è però dato saperlo. "Controlleremo accuratamente i presunti eventi".
Mentre dal Carso i primi refoli della sera si scontrano con quelli che soffiano dal mare, i volontari appostati nei dintorni della statua della principessa Sissi si preparano a un'altra serata con dolori da alleviare e lamenti da ascoltare. Lorena Fornasier, 67 anni, psicoterapeuta, e suo marito Gian Andrea Franchi, 83 anni, professore di filosofia in pensione, passano spesso di qua. Raccolgono quelli messi peggio. Lo fanno da anni, senza clamore, e si devono a loro le prime denunce sui maltrattamenti subiti dove finiscono i Balcani e comincia la Mitteleuropa.
"Bisogna portare in tribunale dei casi individuali con l'intento di definire un precedente che sia valido per tutti, per attivare dei cambiamenti normativi che permettano un maggiore rispetto dei diritti fondamentali", osserva Giulia Spagna, direttrice per l'Italia del Danish refugee council, le cui squadre continuano a raccogliere prove di abusi lungo tutta la dorsale balcanica. "Da una parte - aggiunge - si devono offrire soluzioni concrete alle persone che hanno subito soprusi, attraverso supporto legale, oltre che medico e psicologico. Dall'altra usare questi episodi per influenzare le politiche europee e nazionali".
di Filippo Barbera
Il Manifesto, 20 dicembre 2020
Il Recovery Fund ci pone di fronte alla scomoda domanda: "chi desideriamo essere?" Non solo o non tanto come individui, ma come collettività organizzata. Non è facile ammettere che il Recovery Fund ci obbliga a occuparci del nostro futuro e, soprattutto, ci chiede di fare conti con le implicazioni che questo, come fatto sociale e culturale, comporta per il nostro vivere in comune. Il Recovery Fund ci pone di fronte alla scomoda domanda: "chi desideriamo essere?" Non solo o non tanto come individui, ma come collettività organizzata. Il timore più grande non è per il "futuro incerto", ma anzitutto per le condizioni necessarie a immaginare un futuro condiviso. Condizioni che obbligano a chiederci con chi costruire il futuro, attraverso quali conflitti, per il tramite di quali confronti pubblici, mediante quali impegni credibili.
Il futuro è un fatto culturale, sostiene l'antropologo Arjun Appadurai, e dipende dalla capacità di aspirare delle persone. Chiederci come usiamo il nostro tempo e interrogarci se lo stiamo utilizzando bene, facendo i conti con la finitezza e caducità delle nostre vite, è "l'essere generico" che ci caratterizza come esseri umani, scrive Martin Hagglund in Questa vita (Neri Pozza 2020).
Qualità, questa, che non ha nulla di naturale e non è data una volta per tutte, ma dipende dalle condizioni materiali e dalla libertà sostanziale di cui godiamo. Così, la capacità di aspirare è fortemente segnata dalle diseguaglianze materiali e immateriali relative a ricchezza, capitale culturale, autostima e senso del controllo. Il futuro non è di tutti, ma solo di chi ha il potere di immaginarlo.
Fare i conti con le condizioni necessarie per immaginare chi vogliamo essere insieme significa non chiudere gli occhi di fronte alle diseguaglianze che impediscono una reale democratizzazione del futuro. Nelle società in cui la capacità di aspirare è privilegio di pochi, appannaggio di "élite del tempo", i progetti biografici, la scala delle priorità e le immagini del futuro di una minoranza diventano i repertori culturali che danno forma alle aspirazioni legittime per tutti, anche di chi non ha le risorse per ottemperare alle false promesse di un domani immaginato da e per i pochi. Ciò genera delusione, aspirazioni mancate, disallineamento tra desideri e risultati e, quindi, rabbia, risentimento, apatia e distopie quotidiane. Non c'è futuro senza la costruzione condivisa di un "noi" proiettato nel tempo a venire: chi vogliamo essere come collettività? A cosa aspiriamo?
La pervasiva carenza di meccanismi politico-istituzionali di costruzione del "noi" lascia spazio a ripiegamenti sulla propria individualità disperata, facile preda di una politica della nostalgia da parte degli imprenditori della paura. Senza un progetto comune, non c'è un vero "noi" proteso verso il domani. Ma solo una somma di "io" orientata al passato.
E da una somma di "io" nativisti, come dai diamanti, non nasce niente. Non ogni tipo di società è ugualmente adatta a esprimere un orientamento collettivo al futuro, così come non lo è ogni tipo di organizzazione economica o politica.
A fare la differenza è la presenza di luoghi concreti, di ramificazioni territoriali della sfera pubblica, di corpi intermedi e delle loro necessarie intermediazioni. Ci sentiamo parte di qualcosa di collettivo orientato al futuro solo se esistono luoghi terzi dove i problemi e i bisogni individuali qui e ora diventano impegni condivisi, proiettati nel futuro e accessibili a tutti. In quali occasioni, oggi, abbiamo questa possibilità? Quante "opportunità di futuro" ci offre lo spazio pubblico? Quanto spesso abbiamo occasione di sperimentarci, insieme ad altri, in azioni e riflessioni dove i nostri bisogni trovano soluzioni che chiamano in causa gli assetti sociali più generali?
Dove i futuri possibili prendono di petto le diseguaglianze, i poteri, le diversità individuali e territoriali che ci connotano qui e ora come collettività? Dove, cioè, un problema privato - occupazionale, di abitazione, di salute, di qualità della vita - si traduce in una soluzione futura che coinvolge idee, valori e meccanismi di funzionamento potenzialmente validi per tutti?
E dove questa messa a tema si confronta con l'alterità e le diseguaglianze di potere riconoscendo i bisogni, i valori e gli interessi di cui sono portatori i soggetti marginali? Riconoscendo cioè la "voce" di chi occupa una posizione periferica, o perché privo di cittadinanza pur vivendo da anni nel nostro Paese, oppure perché residente in uno dei tanti luoghi che non contano, o in quanto vittima di diseguaglianze di classe.
I marginali, gli "altri", in queste e altre accezioni, devono essere riconosciuti, nella loro capacità di futuro, anzitutto come persone morali. Soggetti marginali i cui comportamenti testimoniano la validità di un sistema di valori e interessi da cui dipende il futuro di tutti. Pensiamoci: quanta paura abbiamo di confrontarci in modo radicale con le diseguaglianze e le diversità che costituiscono le condizioni necessarie per immaginare, oggi, il nostro futuro? Da qui, più che vuote parole chiave in ossequio allo spirito del tempo, deve partire la discussione pubblica sulle risorse del Next Generation Europe.
di Giada Nocella
ilfaroonline.it, 20 dicembre 2020
In un'ottica di sviluppo sostenibile e integrato il progetto non riguarderà soltanto il carcere e l'isolotto di Santo Stefano, ma anche l'isola madre, ovvero Ventotene. "Un luogo simbolico di memoria e visione dei valori e del futuro dell'Europa e del Mediterraneo che dalla storia del carcere trarrà ispirazione per una "Scuola di alti pensieri" dove saranno ospitate esperienze di cittadinanza, di formazione e di creatività artistica" è così che il commissario straordinario del Governo, Silvia Costa, ha definito il progetto di recupero che riguarderà, in quello spazio sospeso tra cielo e terra, l'ex carcere borbonico di Santo Stefano.
Un ambizioso progetto che ha un duplice obiettivo: in primis, rivolgersi alle nuove generazioni, attraverso un campus europeo, che offra un'esperienza di cittadinanza e di ricerca, ricordando il passato, insegnando loro il peso specifico della memoria, insegnando loro cosa ha significato quel luogo, poi diventato culla dell'Europa che oggi conosciamo.
Ma anche quello di trasformare il carcere in un polo di attrazione turistica e culturale (con eventi e spettacoli) ma anche in una residenza spirituale. Un ambizioso progetto che servirà anche a celebrare gli 80 anni, nel 2021, del Manifesto di Spinelli, Rossi e Colorni, scritto nel confino dell'isola di Ventotene. Una data che ancor più cementerà questa storia a quella forse meno nota ma significativa dell'ex carcere di Santo Stefano, dove per 200 anni sono stati imprigionati anche oppositori politici come Settembrini e Spaventa fino agli antifascisti e padri costituenti Pertini e Terracini.
Tempi e costi del progetto - La Presidenza del Consiglio ha voluto che il progetto di recupero diventasse il simbolo anche di quelle che sono le priorità politiche presenti nell'agenda del Governo. Per questo, tra gli obiettivi principali è stata posta la tutela dell'ambiente e della biodiversità, la promozione di forme di sviluppo economico sostenibile, la valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico e la formazione e alla ricerca.
Ma se il progetto è ambizioso e vuole essere anche il fiore all'occhiello di questo Governo, è lecito chiedersi: quanto verrà a costare? Ebbene, il progetto conta su un finanziamento per complessivi 70 milioni di euro, destinato dal CIPE agli interventi necessari per preservare la struttura e consentirne la valorizzazione. Per quanto riguarda i tempi, invece, durante la conferenza, la Costa ha spiegato che i lavori potrebbero terminare non prima del 2025.
Le difficoltà del progetto - Un progetto ambizioso e appassionante, che, però, non è scevro di difficoltà. Santo Stefano, che fa parte con la vicina isola di Ventotene della Riserva Naturale Statale e dell'Area Marina Protetta, infatti, è un'isola non abitata, senza approdi, acqua e luce (vi sono solo cisterne per l'acqua piovana), con numerosi vincoli paesaggistici, ambientali e idrogeologici, dove sorge il Complesso carcerario borbonico dalla straordinaria forma del Panopticon, chiuso dal 1965 e in avanzato stato di degrado. "Per questo - ha sottolineato la Costa -, sono state chiamate le maggiori aziende italiane più avanzate per farne un vero e proprio modello di sviluppo sostenibile".
Non solo. In un'ottica di sviluppo sostenibile e integrato il progetto non riguarderà soltanto il carcere e l'isolotto di Santo Stefano, ma anche l'isola madre, ovvero Ventotene. "Ventotene - ha sottolineato la Costa - passa dai 300 abitanti invernali, ai 5mila d'estate, con carenze infrastrutturali e difficoltà economiche. Per questo, abbiamo deciso di adottare un modello di intervento che permetterà di mettere al centro la comunità isolana, anche grazie al supporto delle associazioni locali e della Regione, che interverrà con risorse aggiuntive." Poi la Costa ha anticipato che, sempre in quest'ottica, si sta per firmare un Protocollo per sostenere l'imprenditorialità dei giovani.
Il cronoprogramma - Consapevole delle difficoltà, appena nominata, a febbraio, la Costa si era adoperata per riattivare il progetto, lanciato tre anni fa, sia salvaguardando le risorse stanziate (70 milioni di euro) sia approvando il Piano Operativo e il Cronoprogramma insieme alle Istituzioni del Tavolo che presiedo e a Invitalia, quale soggetto attuatore.
Per quanto riguarda il cronoprogramma dei lavori, è bene sottolineare che, già dallo scorso mese di novembre sono stati avviati i primi lavori "in somma urgenza" su alcune parti della struttura ritenute a rischio crollo e sullo sbarco della Marinella, per garantire la sicurezza delle maestranze impegnate nei lavori. Ed è stato approvato il progetto degli interventi di messa in sicurezza dell'intero complesso carcerario e dell'approdo.
A gennaio, invece, partirà una gara di appalto di quasi 10milioni di euro per la realizzazione della messa in sicurezza di tutti gli edifici e di restauro conservativo del nucleo storico, che inizieranno nella primavera 2021. E, sulla base del documento presentato ieri, sarà approvato lo Studio di Fattibilità affidato a Invitalia e subito dopo partirà il Concorso internazionale di progettazione dell'intero complesso. Inoltre, c'è la speranza che il Ministero dell'Ambiente approvi il progetto del nuovo approdo entro l'estate prossima, così da consentire di indire la gara per la sua realizzazione.
Per il 2022, invece, si prevede che, durante i lavori, potranno partire le prime visite guidate e i primi cantieri scuola. Previsti, inoltre, i lavori di riqualificazione dei giardini e del paesaggio e gli interventi artistici. Infine, secondo il cronoprogramma presentato ieri, per il 2023 sono previsti la costruzione di residenze formative, artistiche e giovanili. E ancora: sono previsti i lavori per l'allestimento museale e servizi, di eventi, spettacoli e percorsi ambientali.
Nel complesso, il progetto di recupero permetterà il recupero in primis e il restauro poi di tutti gli edifici dell'ex carcere (compresi chiesa e cimitero), come anche è prevista anche la riqualificazione ambientale degli spazi esterni e in particolare della Piazza della Redenzione, nonché la realizzazione di un Giardino Mediterraneo emblematico, il restauro del giardino della Casa del Direttore e del Cimitero, il restauro del paesaggio dell'area dell'ex campo di calcio, la riqualificazione dei percorsi di arrivo al complesso monumentale. Infine, previsto anche il recupero funzionale dei terrazzamenti, con un progetto pilota per la gestione sostenibile dell'ambiente terrestre e della agricoltura innovativa.
redattoresociale.it, 20 dicembre 2020
I casi di Giulio Regeni e di Patrick Zaki meritano giustizia e provvedimenti che facciano in modo che questa spirale di violenza e sopraffazione venga interrotta. Sono passati quasi cinque anni senza che sia stata fatta giustizia sulla vicenda di Giulio Regeni e senza che la verità su quanto accaduto sia emersa in maniera chiara. Una storia tornata di stretta attualità dopo che nei giorni scorsi la procura di Roma ha chiuso le indagini mettendo sotto accusa quattro membri dei servizi segreti egiziani. La scorsa settimana, intanto, è stata prolungata la detenzione di Patrick Zaki, attivista egiziano e studente dell'Università di Bologna da dieci mesi in carcere. Due vicende che hanno a che fare con la complessa questione dei diritti umani in Egitto e sul quale il Parlamento Europeo si è espresso proprio in queste ore attraverso l'approvazione di un'importante risoluzione. Su Giornale Radio Sociale è dedicato a questo l'approfondimento settimanale condotto da Fabio Piccolino, che si apre con la scheda di Elena Fiorani.
"La ricerca della verità sul rapimento, la tortura e l'assassinio di un cittadino europeo non appartiene solo alla famiglia, ma è un dovere imperativo per le istituzioni nazionali ed europee che richiede di intraprendere tutte le azioni e le conseguenze diplomatiche necessarie". Sono le parole della risoluzione presentata al Parlamento Europeo che chiede al governo egiziano di collaborare con le indagini in corso in Italia. Il testo sollecita inoltre una forte reazione diplomatica all'arresto e alla detenzione prolungata di Patrick Zaki. Al centro della discussione c'è poi il rapporto tra l'Egitto e l'Unione Europea, che non può continuare a rimanere indifferente alla costante violazione dei diritti umani.
"La popolazione egiziana è oggetto di una repressione senza precedenti e la realtà continua a peggiorare ogni giorno in termini di diritti dell'uomo", ha dichiarato l'europarlamentare belga Marie Arena durante la discussione in aula. Sul Giornale Radio sociale anche il commento della giornalista Antonella Napoli, direttrice di Focus on Africa.
Le persone giustiziate dal governo del Cairo nel 2020 sono almeno 110, di cui 66 soltanto negli ultimi due mesi. La Ong americana Committee for Justice ha calcolato che da quando Abdel Fatah al-Sisi ha preso il potere nel 2013, sono state 1.058 le persone morte in carcere per torture, maltrattamenti, cure mediche negate. Una situazione di allarme costante, come spiegano ancora al Grs Antonella Napoli e Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia. I casi di Giulio Regeni e di Patrick Zaki meritano giustizia e provvedimenti che facciano in modo che questa spirale di violenza e sopraffazione venga interrotta. Ascolta le notizie e gli approfondimenti su www.giornaleradiosociale.it.
di Salvatore Vassallo*
Il Domani, 20 dicembre 2020
Nel 1972 la Corte suprema dichiarò incostituzionale la pena di morte, che fu reintrodotta nel 1988. Tuttavia, tolte le 3 esecuzioni autorizzate da George W. Bush tra il 2001 e il 2003, è stata sempre mantenuta una moratoria, al livello federale. Nel solo anno elettorale 2020 Trump ha invece autorizzato il maggior numero di esecuzioni di qualsiasi altro presidente dagli anni Quaranta. Dieci sono state già effettuare, nonostante nei singoli Stati questa pratica medioevale sia in declino e sia stata ulteriormente limitata per il Covid.
Per capire l'America divisa di oggi, gli eccessi di Donald Trump e il consenso che li ha alimentati, si deve considerare il ciclo aperto dalle presidenziali del 2008. La polarizzazione politica su basi razziali è anche una reazione alle innovazioni rappresentate dalla presidenza Obama. La circostanza che un leader e una famiglia nera (colta, popolare, cool) si siano insediati alla Casa Bianca ha riattivato pregiudizi latenti che Trump ha sfruttato nel 2016 con cinismo, gettando vari ami verso quella fetta di elettori bianchi, soprattutto maschi, evangelici, residenti in aree rurali, che sono poi diventati la frangia più intensa dei suoi sostenitori.
Per tenere mobilitato quell'elettorato, Trump ha voluto completare il primo mandato con un record, che rappresenta la sua eredità più duratura: lo spostamento degli equilibri all'interno del sistema giudiziario federale. Un sistema che si affianca a quello degli stati e opera non solo per amministrare il diritto: lo produce. Soprattutto la Corte Suprema, ma anche le Corti d'appello, dove si concludono molti giudizi che non superano il filtro della prima.
Le nomine dei giudici sono nelle mani del presidente (che le propone) e della maggioranza senatoriale (che le conferma). Nel 2008 i giudici di nomina repubblicana prevalevano in 10 Corti di appello su 13, dopo otto anni di Obama in 4. In un solo mandato di Trump sono state confermate 54 nomine e l'equilibrio è stato ribaltato in 3 casi. Con 3 nomine per la Corte Suprema la maggioranza conservatrice rimarrà blindata per una intera generazione. Con i 176 giudici nominati nelle Corti distrettuali è cambiato il volto di più di un quarto dell'organico complessivo.
La reazione a Obama - Obama aveva intrapreso la strada della diversità nominando neri, latinos, asiatici, donne, gay in una quota mai vista. Anche per questo i repubblicani, allora in minoranza, usarono come non mai l'ostruzionismo, consentito dal regolamento del Senato.
Nel 2013 i democratici decisero quindi di modificarlo tra le proteste dei repubblicani. Ma alle elezioni del 2014 i repubblicani ottennero la maggioranza e Mitch McConnell passò da minority a majority leader. Da quel momento le conferme sostanzialmente si bloccano. Così, all'avvio della sua presidenza Trump si ritrova con un gran numero di posizioni vacanti e pochi vincoli. I nuovi giudici sono, ovviamente, in larga parte maschi, bianchi, di provata fede iper-conservatrice. Anche il 6 a 3 nella Corte Suprema segnato da Trump è frutto di una sequenza simile.
La giudice liberal Ruth Bader Ginsburg avrebbe potuto chiedere di andare in pensione in un momento in cui la nomina per sostituirla sarebbe stata proposta da Obama. Nel 2014, allora ottantunenne, spiegò perché non lo avrebbe fatto.
Poiché il filibustering era stato disattivato solo per le corti di livello inferiore, a suo avviso Obama non sarebbe riuscito a far passare nessuna candidatura apprezzabile. Bader Ginsburg è stata sostituita nel 2020 da una giovane seguace del giudice Antonin Scalia, collega e amico di Ginsburg per una intera vita professionale, ma su posizioni ideologiche opposte. La buona notizia è che le tre nomine di super-conservatori alla Corte Suprema non sono servite al delirio di sovvertire il risultato elettorale. C'è però un altro triste record che Trump ha già battuto e ora si propone di migliorare.
Il ritorno delle esecuzioni - Nel 1972 la Corte suprema dichiarò incostituzionale la pena di morte, che fu reintrodotta nel 1988. Tuttavia, tolte le 3 esecuzioni autorizzate da George W. Bush tra il 2001 e il 2003, è stata sempre mantenuta una moratoria, al livello federale. Nel solo anno elettorale 2020 Trump ha invece autorizzato il maggior numero di esecuzioni di qualsiasi altro presidente dagli anni Quaranta. Dieci sono state già effettuare, nonostante nei singoli Stati questa pratica medioevale sia in declino e sia stata ulteriormente limitata per il Covid. E' dalla fine dell'800 che i presidenti uscenti sospendono decisioni del genere. Trump ha invece autorizzato l'uccisione di altri tre detenuti programmata per metà gennaio, pochi giorni prima dell'insediamento di Biden.
Un gruppo di 51 diplomatici italiani si è attivato per fermare questo assurdo colpo di coda. Hanno scritto chiedendo il suo intervento a Callista Gingrich, ambasciatrice Usa presso la Santa Sede. Cattolica, moglie di Newt Gingrich, capo della maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti al tempo della presidenza Clinton, convertito anche lui al cattolicesimo dopo il matrimonio. Potrebbero entrambi spiegare a Trump che non ha senso sacrificare tre vite umane sull'altare di una battaglia elettorale persa e di una rivincita che forse non ci sarà.
*Professore ordinario di Scienza politica e Analisi dell'Opinione Pubblica nell'Università di Bologna. Direttore dell'Istituto Cattaneo.
di Marinella Salvi
Il Manifesto, 20 dicembre 2020
Si cerca di nasconderli sotto il tappeto, come se questi esseri umani fossero polvere" ha detto ieri Nello Scavo alla conferenza stampa di Grei 250, rete di Ong medici giornalisti avvocati per i diritti dei migranti. Arrivano a Trieste piagati, affamati, terrorizzati. Lungo la rotta balcanica hanno subito pestaggi e ruberie, sono stati riportati in Bosnia una due tre dieci volte; adesso sono qua. A piccoli gruppi, ogni giorno, alla ricerca di un treno che li porti più dentro all'Europa, al nord, via, dove forse c'è una vita possibile anche per loro. I corpi martoriati, solo negli occhi quella scintilla che non si spegne: la speranza, la voglia di vivere.
A Trieste non c'è nulla per chi arriva a piedi, per chi vuole continuare il viaggio, solo i volontari davanti alla Stazione che, ogni pomeriggio, offrono un pasto, una coperta, un paio di scarpe e un primo intervento per curare le ferite. Il Comune, quest'anno, non ha nemmeno organizzato il solito "piano freddo": chiuso da un anno l'Help Center, chiusi tutti i centri diurni, chi non ha un tetto dorme in strada. O sotto le enormi arcate dell'ex Silos, tra immondizie, ratti, fango ghiacciato.
Quel che succede lungo il confine è ben documentato: migranti restituiti alla Slovenia che li riporta in Croazia che li riporta in Bosnia. Poco importa se hanno diritto alla protezione internazionale, se fuggono dalla Siria, dall'Afghanistan, dall'Iraq. Nessuno permette loro di presentare una domanda, nessuno chiede loro chi siano.
Quel che succede in Croazia si conosce da anni: brutalità, sevizie, sequestro di qualsiasi cosa, dal cellulare alla bottiglia d'acqua, persino le scarpe e sono documentati i casi di morti con necrosi ai piedi. Dormono nei boschi, mangiano quel niente che trovano, bevono dalle pozzanghere. A decine annegano nei fiumi che tentano di attraversare. Pare che molti non vedano, nonostante le foto, i video, i tanti documenti. Pare che a molti non interessino le pesanti responsabilità occidentali che hanno determinato questo esodo di popoli.
Si è tanto discusso sui pullman che avevano riportato in Italia gruppi di migranti a Ventimiglia ma ben poco sulle centinaia di persone che l'Italia riconsegna nelle mani dei carnefici sul confine orientale. "Si cerca di nasconderli sotto il tappeto, come se questi esseri umani fossero polvere" ha detto ieri Nello Scavo alla conferenza stampa di Grei250, rete di ong medici giornalisti avvocati per i diritti dei migranti. Sono anni che Scavo, dalle pagine di Avvenire, documenta le violazioni dei diritti umani e le situazioni disumane in cui si trova chi si mette in viaggio e sta per uscire una nuova puntata della sua inchiesta "per sensibilizzare le autorità italiane e l'opinione pubblica".
Perché quel che succede sul confine orientale è addirittura più grave di quel che sappiamo della Libia e della rotta mediterranea: perché qui è Europa, qui si parla di Paesi europei, questo avviene dentro la nostra civile Europa. Sembra indigeribile eppure l'Italia viola consapevolmente qualsiasi legalità, in modo duraturo e strutturato e, di più, lo dichiara apertamente. "Non era mai successo ed è la parte più inquietante di questa orribile realtà: l'Italia ammette l'illegalità anzi la rivendica" dice Giancarlo Schiavone per Asgi ricordando la risposta scritta fornita dal Ministero dell'Interno l'estate scorsa: i migranti rintracciati entro dieci chilometri dalla fascia confinaria vengono respinti in Slovenia. E non può la ministra Lamorgese, né alcun altro, sostenere di non essere a conoscenza che questo vuol dire poi Croazia e poi Bosnia e piena violazione dei diritti umani.
Bosnia! Dove persino il capo missione dell'organizzazione intergovernativa Oim ha annunciato di ritirarsi dal campo di Lipa perché ingestibile. Vede solo due scenari possibili: "Il primo è che all'ultimo minuto Sarajevo prenda la decisione che le persone vengano spostate in luoghi dove poter accedere a condizioni di vita adeguate e che si trovi un centro aggiuntivo per le 1500 persone che dormono ora all'aperto". Altrimenti, aggiunge, c'è da aspettarsi solo una catastrofe umanitaria. Perché le migliaia di migranti ammassati in Bosnia sono in tende addossate a una discarica, perché troppi dormono all'addiaccio, perché il Governo vuole spostarli da un campo senza assistenza ad un altro dove non c'è nemmeno l'acqua.
Onoriamo il Natale, ormai è vicino, ascoltiamo Papa Francesco ha chiesto don De Robertis di Fondazione Migrantes, nella consapevolezza che la Notte Santa è stata una notte di angoscia: una giovane coppia che non trovava un posto dove riposare, costretta a deporre il proprio neonato dove mangiavano gli animali. "Non può dirsi cristiano chi chiude la porta in faccia a un fratello". E parliamo, denunciamo, non smettiamo di indagare. "Sulla rotta balcanica va acceso un faro, i giornalisti devono andare in quei luoghi e vedere dove si consuma la violazione dei diritti umani, Facciamo rete per impedire bavagli e oscurità" le parole di Beppe Giulietti.
di Luciano Zanardini
La Stampa, 20 dicembre 2020
Continuano le uccisioni, nonostante la fine del lungo conflitto che ha insanguinato il Paese dal 1983 al 2005. La testimonianza di padre Christian Carlassare, missionario comboniano. Juliano Ambrose è solo l'ultimo di una lunga lista. Colpito alle spalle dagli spari, è morto insieme a un ufficiale dell'esercito. Catechista, era arrivato nella diocesi di Malakal, in Sud Sudan, per partecipare all'assemblea pastorale (una sessantina tra laici, preti e religiosi coinvolti), ma ha perso la vita nella strada tra Malakia e Muderia.
Uccisioni sommarie che sono diventate una terribile "routine", come afferma padre Christian Carlassare, missionario comboniano. I colpevoli, secondo la polizia, sono "uomini armati sconosciuti. Monta la paura motivata da tanta diffidenza causata dagli ultimi anni di conflitto". La regione dell'Alto Nilo è stata divisa tra governo e opposizione: i Dinka sono schierati con il governo e gli Scilluk con l'opposizione. I due gruppi vivono separati: i Dinka in città, mentre gli Scilluk nel campo di protezione dei civili allestito dall'Onu. "Viviamo un momento di transizione in seguito ai trattati di pace dello scorso anno, ma i passi fatti sono ancora pochi e deludenti".
La Regione rimane l'unica senza governatore: la persona proposta dall'opposizione non è stata accettata perché viene considerata pericolosa dal governo per il processo di riconciliazione; per l'opposizione è, invece, la sola in grado di proteggere e dare fiducia alla parte debole della cittadinanza, a chi ha perso tutto. Non si sa quando questa situazione di stallo finirà. Sembra che le due parti non siano in grado di scegliere una terza figura neutra in grado di promuovere il bene di tutti. A novembre si è svolta l'assemblea per promuovere il dialogo nazionale, ma il risultato è stato messo in discussione dalla società civile.
Un ruolo autorevole è esercitato dalla Chiesa che "mantiene il compito profetico di radunare tutti insieme, aiutando a superare", spiega padre Christian, "le frammentazioni per scoprire una nuova fraternità, promuovendo la riconciliazione e lavorando insieme per il bene comune".
In prima linea ci sono i comboniani. "Qui a Malakal, oltre alla predicazione e alle tante celebrazioni, ci sono progetti concreti sia nel campo umanitario con la Caritas sia nel campo educativo con l'intenzione di recuperare tre importanti scuole (elementare, media e superiore) e riaprire le lezioni con il nuovo anno scolastico a marzo 2021". Fra tutte queste difficoltà, la speranza è di riuscire "comunque a fare dei passi in avanti. In fondo, come diceva Comboni, "l'opera di Dio nasce sempre ai piedi della croce".
Carlassare ha dato da poco alle stampe il suo ultimo libro "La capanna di padre Carlo. Comboniano tra i Nuer". È un romanzo nel quale padre Carlo rappresenta il modello del missionario odierno. "Ogni personaggio appare immerso nelle proprie contraddittorietà che non annientano la bontà di ciascuno. Se nessuno può essere innalzato, nessuno può al contempo essere condannato: il Signore sa scrivere dritto nelle righe storte di ognuno. E in tutto questo si percepisce quanto se da un lato la gente si discosta da un certo modello di cristianesimo, in verità ne vive alcuni valori fondanti nella sincerità e nella solidarietà".
Il conflitto che ha insanguinato il Sud Sudan (1983-2005) rimane di sottofondo a tutta la storia facendo emergere quanto la violenza abbia marcato il vissuto della società. Il testo, pubblicato da Fondazione Nigrizia, "vuole incoraggiare i lettori ad impegnarsi nella costruzione di una società più umana e fraterna, superando tutti quegli ostacoli che dividono le persone: l'ignoranza, la paura e il pregiudizio".
di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2020
Il testo di legge è in discussione al Consiglio dei Ministri ed è abbastanza improbabile che possa subire una marcia indietro. Il governo fa sapere che l'intento della nuova norma è quello di garantire i diritti degli imputati. "Sappiamo già come rispettare i loro diritti, rispettiamo i codici deontologici", protesta un reporter egiziano a Ilfatttoquotidiano.it. "La legge è incostituzionale - dicono dalla ong Eipr - per questo ne chiediamo il ritiro".
Dopo averne arrestati e lasciati nelle prigioni di Stato a decine negli ultimi anni, adesso il regime di Abdel Fattah al-Sisi ai giornalisti mette il bavaglio: è in fase di approvazione una modifica del codice penale egiziano che prevede pene detentive e pesanti sanzioni pecuniarie per chi pubblicherà foto, riprese video, in generale parole e immagini all'interno delle aule di tribunale. Un qualsiasi operatore dell'informazione rischia una pena fino a un anno e una multa non inferiore a 100mila sterline egiziane (circa 5.200 euro).
Con l'aria che tira e la crisi dell'editoria, durissima anche in Egitto, saranno pochi gli audaci giornalisti disposti a rischiare simili conseguenze. Così Il Cairo compie un passo ulteriore verso l'isolamento internazionale in materia di diritti inalienabili dopo aver firmato e controfirmato accordi e trattati internazionali in materia giuridica. Il testo di legge è in discussione al Consiglio dei Ministri ed è abbastanza improbabile che il provvedimento possa subire una marcia indietro. Anzi, tutt'altro, considerato l'uso preliminare già tacitamente in vigore: "Di recente io stesso mi sono trovato davanti ad una simile restrizione - racconta a Ilfattoquotidiano.it un giornalista di una testata vicina al regime che preferisce rimanere anonimo - Accade sempre più spesso ormai durante le udienze che il giudice impedisca ai professionisti dell'informazione di lavorare e tutti fanno riferimento proprio a quella che per ora è una bozza di legge.
Quasi si stiano adeguando ad un modo di fare anche se il testo non è ancora ufficiale. La bozza di legge l'ho letta, è confusa, scritta male, in alcuni punti davvero povera. Il governo giustifica l'adozione di un simile disegno di legge per tutelare i diritti dell'imputato, ma è chiaro che si tratta di una banale scusa perché noi stessi abbiamo piena consapevolezza di come garantire le tutele a chi non rispetta la legge. Esistono regole di deontologia chiare, sappiamo da soli fin dove poterci spingere, non abbiamo bisogno di ulteriori giri di vite".
Se, come prevedibile, il disegno di legge dovesse passare, oltre ad un colpo alla libertà di stampa a pagarne le conseguenze sarebbe, al contrario di quanto pensa il governo, proprio la tutela dei diritti degli imputati. Sono in molti a ritenere che la misura sia stata cucita su misura per limitare al massimo la conoscenza di quanto accade dentro le aule dei tribunali egiziani, specie agli imputati passati per le mani della Nsa, la Sicurezza nazionale. Sui cosiddetti reati di coscienza, meglio silenziare ogni spiraglio di libertà, specie in un periodo in cui il regime si sente gli occhi di molti Paesi e organismi internazionali addosso.
Su detenuti 'scomodi', come Patrick Zaki e Alaa Abdel Fattah, premiati proprio in questi giorni con la cittadinanza onoraria del Comune di Parigi, sarà sempre più difficile avere informazioni di prima mano se non attraverso gli sparuti colloqui con i rispettivi legali. Cosa diranno e in quali condizioni andranno alla sbarra durante le singole udienze, in particolar modo gli attivisti per i diritti umani, sarà sempre più difficile da rendere noto.
In Egitto i processi sono pubblici, a meno che sia necessario garantire alcune tutele in materia di ordine pubblico e decenza morale. È lo stesso giudice a stabilirne i criteri, ma la regola base, ossia il fatto che le udienze siano pubbliche, non è un semplice punto di vista, bensì un dettame della stessa Costituzione egiziana: "Deve essere chiaro, il principio fondamentale delle udienze è che sono pubbliche - afferma l'avvocato Reda Marei dell'Eipr - Lo specifico articolo che si vuole introdurre nel codice penale prevede la richiesta da parte del giornalista di una serie di autorizzazioni prima di pubblicare notizia e immagini. Cosa praticamente impossibile in quanto per ottenerle tutte servirebbe troppo tempo. Il legislatore vuole oscurare ciò che accade nelle aule di tribunale. Il provvedimento va contro la Costituzione egiziana e vìola trattati e accordi internazionali firmati dal nostro Paese. I processi debbono essere pubblici per garantirne l'equità e adesso si vuole impedire alla stampa di entrare in aula. A livello di fattibilità, la bozza governativa si scontra con la Costituzione, tecnicamente la promulgazione non è possibile e dunque ne chiediamo la revoca".
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