di Peter Turkson* e Nigel Topping**
Corriere della Sera, 21 dicembre 2020
Le molteplici crisi che ci troviamo ad affrontare - sanitarie, economiche, ambientali, sociali - sono anche un'opportunità per creare nuovi sistemi che proteggano i nostri fratelli e sorelle più vulnerabili.
Il mondo sta lavorando più che mai per affrontare l'emergenza climatica, con alcune delle più grandi città e regioni del pianeta e di imprese grandi e piccole impegnate ad eliminare le emissioni di carbonio entro la metà del secolo o prima, facendo di questa azione una parte fondamentale della loro ripresa dagli impatti devastanti della pandemia sulla nostra salute, sui nostri mezzi di sussistenza e sul nostro senso di sicurezza.
Mentre la corsa verso un'economia a zero emissioni acquista via via slancio, aumentano anche gli effetti del cambiamento climatico, della deforestazione e dell'inquinamento. Dagli incendi in Australia, Siberia e Stati Uniti, al crescente rischio, mentre invadiamo la natura, di contrarre virus zoonotici come Covid-19, non si tratta più di una minacce future, ma di una crisi chiara e presente. Il grido della terra e dei poveri sollecita più che mai a interventi urgenti.
Per questo motivo la presidenza britannica della Cop26, l'Onu e la Francia hanno ospitato il 12 dicembre, in occasione del quinquennale dell'accordo di Parigi, un vertice virtuale di alto livello per il raggiungimento degli obiettivi climatici, al fine di fornire una piattaforma per annunciare nuovi contributi più ambiziosi, determinati a livello nazionale, e strategie a lungo termine per raggiungere lo zero netto di emissioni; così come nuovi impegni di finanziamento per la lotta a favore del clima e i connessi piani di adattamento.
Nel suo recente discorso all'Assemblea generale dell'Onu, Papa Francesco ha detto che ci troviamo di fronte a una scelta tra due strade. Il modo in cui i governi e le imprese scelgono di riprendersi da Covid-19 e dal collasso economico potrebbe accelerare la nostra trasformazione in un mondo in cui tutti possano sperimentare la dignità e la sicurezza che meritano, o condurci a un aumento del rischio di inondazioni, caldo, siccità, malattie, disuguaglianza e povertà - tutte conseguenze della nostra crisi ambientale.
Nella sua enciclica Laudato Sì, Papa Francesco ha detto che dobbiamo sostituire i combustibili fossili "senza indugio". E come dicono chiaramente gli scienziati e i medici, il miglior futuro possibile, con zero emissioni molto prima della metà del secolo, creerà e garantirà più posti di lavoro e mezzi di sussistenza, ci renderà più sani e costruirà la nostra resistenza a shock futuri simili a questa pandemia.
In America Latina, ad esempio, secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro e la Banca Interamericana di Sviluppo, i cambiamenti per ridurre le emissioni inquinanti derivanti dal modo in cui produciamo e consumiamo i beni - soprattutto nel settore alimentare e agricolo - potrebbero creare 15 milioni di posti di lavoro in più entro il 2030 rispetto al consueto business as usual. Allo stesso modo, secondo il World Economic Forum, le operazioni orientate a proteggere e ripristinare la natura in tutto il mondo potrebbero generare 395 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030.
Le molteplici crisi che ci troviamo ad affrontare - sanitarie, economiche, ambientali, sociali - sono anche un'opportunità per creare nuovi sistemi che proteggano i nostri fratelli e sorelle più vulnerabili. Abbiamo la responsabilità di dimostrare che vogliamo perseguire un futuro più sano, più pulito e più sicuro. Se quest'anno i governi e le imprese daranno priorità alla salute pubblica e planetaria, prepareranno il terreno per un obiettivo ancora più grande nell'ottica del bene comune, in vista del summit sul clima Cop26 dell'Onu che si terrà a Glasgow e Milano nel novembre 2021. Questo è ciò che l'Accordo di Parigi del 2015 ha richiesto, fissando un obiettivo a lungo termine per limitare il riscaldamento a 1,5 gradi Celsius, e un meccanismo attraverso il quale i Paesi potrebbero fornire il loro contributo a tale scopo. Il Regno Unito sta dimostrando una grande leadership in questo campo con la sua "rivoluzione industriale verde", che prevede la fine delle vendite di auto a benzina e diesel entro il 2030.
Nella corsa alla ricerca di soluzioni alla crisi climatica, sono necessari i doni e i talenti di tutti. Il progetto di proteggere la nostra casa comune richiede sicuramente la leadership dei governi, ma parla anche al cuore di ciò che i cristiani e gli altri credenti hanno di più caro. Affrontare il cambiamento climatico protegge le persone e i luoghi che amiamo. È un modo per onorare il nostro Creatore curando il creato e tutti coloro che lo condividono.
La catechesi settimanale di Papa Francesco sulla "Guarigione del mondo" ci ha offerto nuove riflessioni sulle crisi sociali e ambientali comuni. La Santa Sede ha lanciato un Anno della Laudato Si' che si trasformerà in un piano settennale della Laudato Si' e che riunirà milioni di cattolici in tutto il mondo chiamati ad agire. La Commissione Covid-19 della Santa Sede sta guidando la riflessione sui modi in cui dobbiamo cambiare. Lo Stato della Città del Vaticano sta facendo passi concreti per rendere più verde la gestione del Vaticano. La Santa Sede sta convocando amministratori delegati per l'energia e investitori per discutere dei modi in cui possono contribuire.
Questo perché, mentre assumere gli impegni è un primo passo cruciale, e necessario, verso la nostra trasformazione verso un'economia a zero emissioni di carbonio, la sfida che inizia ora, e nel prossimo decennio, sarà quella di apportare i cambiamenti necessari per adempiere a tali impegni.
In questo contesto, la campagna delle Nazioni Unite "Race to Zero" invita i governi locali, le imprese e altri soggetti a impegnarsi a zero emissioni entro il 2040, e a sostenere questi obiettivi con chiari piani d'azione. Impegni delle imprese e delle istituzioni per la corsa alle zero emissioni coprono ora un terzo della popolazione globale e la metà del Pil. Gli individui hanno un ruolo enorme da svolgere attraverso le loro azioni - come volare di meno, pedalare di più e mangiare più cibo locale e vegetale dove possibile. Tutto ciò ha un impatto positivo sulla nostra salute e sul pianeta. Questo integra, ma non sostituisce, il ruolo essenziale dei governi che devono anche rispettare gli impegni presi a Parigi.
Al centro dei nostri sforzi deve esserci la giustizia climatica, prendersi cura di coloro che hanno contribuito meno al cambiamento climatico ma che ne soffrono di più. Si tratta di una questione di giustizia profondamente radicata che richiede anche azioni urgenti per contenere l'inquinamento da carbonio, a cominciare dai Paesi e dalle imprese più responsabili. I nostri sforzi devono essere incentrati anche sul sostegno, anche finanziario, ai più vulnerabili per costruire la resilienza e adattarsi alle perturbazioni climatiche che stanno già vivendo.
La pandemia ci ha dimostrato che il mondo è forte solo quanto lo sono i più vulnerabili tra noi, e che è più facile, più sicuro e meno costoso prevenire i disastri piuttosto che reagire. Lo stesso vale per l'azione per il clima; la transizione verso nuovi posti di lavoro e industrie non può lasciare indietro le persone. Papa Francesco ha affermato molto chiaramente che affrontare il cambiamento climatico non riguarda solo l'ambiente, ma anche la giustizia sociale e la nostra salute fisica e spirituale. Con la sua leadership, e lavorando in collaborazione con le nazioni impegnate, possiamo rendere il nostro futuro più sostenibile, inclusivo, sano e giusto.
*Cardinale, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale
**UK High Level Climate Action Champion
Il Dubbio, 21 dicembre 2020
"Gli assolti con formula piena avranno diritto al rimborso delle spese legali sostenute per difendersi. Il rimborso potrà arrivare fino a 10.500 euro e il fondo annuale è pari a 8 milioni di euro". La notizia arriva da Enrico Costa (Azione), primo firmatario di un emendamento alla manovra approvato in commissione Bilancio, che è stato approvato all'unanimità.
La proposta è stata sottoscritta anche da Lucia Annibali (IV) e Maurizio Lupi (NCI) e sostenuta da Lega, Pd e Forza Italia, "prevede un principio di assoluto buonsenso. Se lo Stato sottopone un cittadino innocente al lungo, defatigante e spesso umiliante calvario delle indagini e del processo, è giusto che lo risarcisca. Il budget annuale è di 8 milioni di euro e si prevede un limite massimo di 10.500 euro di rimborso.
"Oggi, in Italia, chi riesce a dimostrare la propria assoluta estraneità al reato o l'insussistenza di qualunque fatto di rilevanza penale, non solo deve sopportare il peso del processo (che di per se è una pena), ma anche quello delle spese necessarie per difendersi. E questo non è giusto", osserva il deputato Costa "Con l'approvazione di questo emendamento lo Stato dovrà prendere atto, con un risarcimento concreto, che la vita di molte persone è rovinata da processi che finiscono nel nulla. Ed è un importante passo di civiltà giuridica", aggiungono lo stesso Costa e Lucia Annibali.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 21 dicembre 2020
In almeno 60 stati le violenze delle forze di polizia e l'eccessiva delega a queste ultime per attuare le misure di contrasto alla pandemia da Covid-19 hanno causato violazioni dei diritti umani e in alcuni casi peggiorato la crisi sanitaria. In nome della lotta alla pandemia, si legge in un recente rapporto di Amnesty International, molti governi sono andati ben oltre quelle che possono essere considerate misure ragionevoli e giustificate per contenere la diffusione del virus. L'elenco è lungo.
In Iran, le forze di polizia hanno usato proiettili veri e gas lacrimogeni per stroncare le proteste nelle carceri, uccidendo e ferendo parecchi detenuti.
In Kenya, solo nei primi cinque giorni di coprifuoco, le forze di polizia hanno ucciso almeno sette persone e hanno costretto altre 16 al ricovero in ospedale.
In Angola, tra maggio e giugno, sono stati uccisi almeno sette giovani che avevano violato il coprifuoco e in El Salvador un uomo è stato ferito alle gambe mentre era uscito di casa per andare a comprare qualcosa da mangiare.
In Etiopia, nella Zona di Wolaita, almeno 16 persone sono state uccise dalle forze di polizia per aver protestato contro l'arresto di dirigenti e attivisti locali accusati di aver manifestato in violazione delle limitazioni adottate per il contrasto alla pandemia.
In Sudafrica le forze di polizia hanno sparato proiettili di gomma contro persone che "vagabondavano" in strada durante il primo giorno di lockdown. In Cecenia, alcuni agenti hanno aggredito e preso a calci un uomo che non indossava la mascherina.
Nella Repubblica Dominicana, tra il 20 marzo e il 30 giugno, le forze di polizia hanno arrestato circa 85.000 persone accusate di aver violato il coprifuoco.
In Turchia, tra marzo e maggio, 510 persone sono state arrestate e interrogate per aver scritto "post provocatori sul coronavirus", in evidente violazione del diritto alla libertà d'espressione.
Inoltre, in numerosi stati le forze di polizia hanno mostrato un'attitudine discriminatoria e razzista nell'applicazione delle norme sul Covid-19. Rifugiati, richiedenti asilo, lavoratori migranti, persone Lgbti o di genere non conforme, lavoratori e lavoratrici del sesso, persone senza dimora e altre a rischio di esserlo sono tra i gruppi marginalizzati che sono stati presi particolarmente di mira.
In Slovacchia, durante la quarantena, le forze di polizia e l'esercito hanno isolato gli insediamenti rom, contribuendo ad alimentare lo stigma e il pregiudizio che quelle comunità già subivano. L'aggressiva applicazione delle norme per il contrasto alla pandemia ha causato sgomberi forzati, privando persone già marginalizzate di un luogo dove potersi proteggere dall'emergenza sanitaria.
Infine in Francia, tra marzo e maggio, i volontari di "Osservatori sui diritti umani" hanno documentato 175 casi di sgombero forzato di migranti, richiedenti asilo e rifugiati nella zona di Calais.
vogheranews.it, 21 dicembre 2020
La Casa circondariale di Voghera esprime particolare sensibilità nei confronti degli animali, ultimi tra gli ultimi, attraverso azioni mirate e gesti concreti. Ciò ha portato ad una sinergia con le strutture del territorio ed in particolare con il Canile/Gattile Rifugio E.N.P.A. Onlus di Voghera, presieduto da Maria Grazia Centelli, con cui da tempo c'è una viva ed importante collaborazione.
"Da diversi mesi due persone detenute svolgono, presso il canile vogherese, un tirocinio formativo, sostenuto dall'ente Apolf di Pavia e dalla Regione - spiega il direttore del carcere Stefania Mussio -. La Sig.ra Centelli segnala quanto l'esperienza di collaborazione ed interazione con le due persone detenute, sia "fortemente positiva" perché con "serietà, disponibilità e costanza" i due lavoratori hanno saputo inserirsi ottimamente nel tessuto relazionale composto dai tanti volontari e dagli operatori che portano avanti il lavoro presso la struttura di Strada Folciona".
"I due detenuti - aggiunge la direttrice - hanno sempre dimostrato di percepire l'importanza dell'attività, svolgendola con serietà ed impegno e sono diventati una presenza preziosa e benvoluta. Un'esperienza di crescita e di arricchimento che non avviene mai in modo unilaterale". Nel mese di ottobre le persone detenute del carcere di Voghera hanno poi aderito anche ad una raccolta fondi in favore del canile vogherese finalizzata ad aiutare due cani bisognosi di interventi chirurgici. La somma donata ammonta ad euro 552,50.
Un aiuto anche al canile di Tortona - "Nei giorni scorsi - spiega ancora Stefania Mussio - la Direzione, grazie all'impegno di Fortunata Di Tullio, Adele Ianneo e alla disponibilità dell'assistente capo della Polizia Penitenziaria Nunzio Citro, ha supportato anche il canile di Tortona, accogliendo l'invito ad acquistare prodotti alimentari, eccellenze del territorio, proposti dall'associazione "Animal's Angels", responsabile Manuela Scarcella, nell'intento di raccogliere fondi da destinare alla cura, al mantenimento ed al recupero comportamentale dei cani ospiti.
"L'associazione - spiega Mussio - da anni lavora anche per migliorare la conoscenza dell'approccio al cane, il rispetto nei confronti degli animali e persegue l'obiettivo di educazione all'assunzione di responsabilità al momento della loro adozione. I prodotti sono stati esposti per i dipendenti e per le persone detenute; tra queste, ben 133 hanno acquistato beni alimentari per un valore di oltre tremila euro - tutti donati grazie al lavoro del personale di Polizia Penitenziaria, Stefano Chittano, Giuseppe Fresca e Aniello Ardolino - che serviranno ad esempio per uno degli ultimi progetti di recupero di una mamma Pitbull sequestrata in stato di gravidanza e dei suoi undici cuccioli. La veterinaria comportamentista Raffaella Tamagnone e le educatrici dello staff del canile, Carla Barbetta e Rebecca Della Pietà, si occuperanno di farli crescere nel migliore dei modi. Ringraziano in maniera particolare la Direzione della Casa Circondariale di Voghera e tutti i suoi collaboratori per l'enorme sensibilità dimostrata. Progetti di Pet Therapy o la possibilità di coinvolgere altre persone detenute in attività di volontariato sono obiettivi sempre fermi".
"La Direzione del carcere - conclude Stefania Mussio - è sensibile a tutelare "gli ultimi" e tra questi anche gli animali, è di certo disponibile a valutare percorsi educativi che prevedano la creazione di un rapporto tra le persone detenute e i cani: progetti attraverso i quali si possa determinare una condizione di reciproco sostegno e migliorare la capacità di prendersi cura dell'altro, di farsi carico dei bisogni dell'altro, favorendo un clima di empatia e benessere".
palermotoday.it, 21 dicembre 2020
L'arcivescovo ha celebrato la funzione nel penitenziario e si è rivolto ai carcerati: "Nella mia vita e in quella della Chiesa di Palermo siete al centro dei nostri pensieri e della nostra attenzione".
"Non riesco a inviare un messaggio o una lettera alla mia Chiesa non ricordando voi: nella mia vita e in quella della Chiesa di Palermo voi non siete marginali, siete al centro dei nostri pensieri e della nostra attenzione; il Vangelo che annunzia la nascita di Gesù in mezzo agli uomini, per gli uomini, è diretto innanzitutto a voi".
Così l'arcivescovo Corrado Lorefice ai detenuti della casa circondariale Pagliarelli, intitolata all'agente Antonio Lorusso, con i quali ha celebrato la messa in preparazione del Natale. Ieri l'Arcivescovo era stato insieme ai detenuti della casa circondariale Cavallacci di Termini Imerese intitolata all'agente Antonino Burrafato.
"Per me si rinnova un dono che mi offre il Signore - ha proseguito l'arcivescovo - quello di poter essere qui, in un luogo che mi è caro perché se un Vescovo non ha a cuore quanti sono reclusi, è come se non conoscesse il Vangelo, quel Vangelo che è chiamato ad annunciare. Tutti noi siamo chiamati a celebrare la nascita, il Natale, di Gesù: attraverso il volto di quel bambino nato a Betlemme da Maria noi riconosciamo il volto di Dio e troviamo le risposte che anche Giovanni Battista cercava, chiedendosi se quel Gesù che si accompagnava ai poveri e ai peccatori fosse realmente il Messia. La risposta del Figlio di Dio è arrivata, come sappiamo, attraverso i gesti e le azioni concrete, facendosi carico delle ferite, dei dolori, delle sofferenze di coloro che Gesù incontrava. Ecco perché questo Vescovo sente il bisogno di tornare in mezzo a voi".
L'Arcivescovo ha voluto infine sottolineare come Gesù non sia nato a Gerusalemme, nel tempio o in un palazzo sfarzoso: "È stato deposto in una greppia, in una mangiatoia, riconosciuto subito dai pastori. Il Natale non deve quindi essere una festa "esterna", deve essere prima di tutto accoglienza della presenza di Dio nella nostra vita, una vita che Dio conosce da sempre e che desidera trasformare in via della luce. Viviamo quindi con questa intenzione il tempo di Avvento che stiamo attraversando, viviamo con questo spirito il Natale che si avvicina, nell'attesa della venuta definitiva del Signore che accenderà cieli nuovi e stabilirà una terra nuova senza ingiustizie, senza divisioni, senza sofferenze. Senza carcere".
bergamonews.it, 21 dicembre 2020
Un investimento complessivo di oltre 1,5 milioni di euro. Accoglierà fino a sei persone offrendo casa e lavoro. L'impegno e lo sforzo messi in campo in questi mesi dalla Fondazione don Lorenzo Milani per continuare l'opera iniziata da don Fausto Resmini - mancato a causa del Covid-19 il 23 marzo scorso - è il modo migliore per rendere onore alla sua memoria.
Tale impegno, oggi, consegna alla città un nuovo spazio, una nuova casa per l'accoglienza e l'inserimento lavorativo di persone fragili, in particolare, detenute o sottoposte a provvedimenti di libertà vigilata o in prova. Nella rinnovata Cascina, 400 mq per 3 piani, 20 vani tra stanze e locali comuni per vivere i pasti e la socialità, troveranno ospitalità 6/7 persone contemporaneamente, che saranno coinvolte in progetti "a tempo" funzionali alla loro integrazione sociale ed economica nella società.
La Cascina di via Correnti, che un tempo ospitava la Comunità dell'Agro per il recupero di persone tossicodipendenti, era anche la casa in cui ha vissuto don Roberto Pennati, responsabile della Comunità e prete del Patronato San Vincenzo, venuto a mancare nel maggio 2019, dopo vent'anni di Sla.
"La casa di don Roberto era una casa del Patronato a tutti gli effetti - afferma don Dario Acquaroli, Direttore del patronato San Vincenzo di Sorisole, Comunità don Lorenzo Milani, e membro del Consiglio di Amministrazione dell'omonima Fondazione. "Qui con lui, fino alla fine assistito dalle persone a lui più vicine e dai ragazzi di Sorisole, don Fausto Resmini e i preti del Patronato si ritrovavano per non rinunciare alla sua presenza nel confronto e condivisione del lavoro. Il legame affettivo con questa casa, la Cascina, è stato fortissimo per don Fausto e per tutti noi. Don Fausto aveva a cuore questo luogo, per dare accoglienza e, insieme, insegnare un mestiere e restituire alla vita "attiva" i detenuti offrendo loro un'occasione per ricominciare. C'è una continuità di missione tra la Comunità dell'Agro di don Pennati e il progetto che don Resmini aveva pensato e voluto per la Cascina".
La Cascina nel quartiere di Redona, sul confine con Gorle, è stata un investimento importante per la Fondazione: 1,5 milioni di euro per l'acquisto di due edifici rurali e una porzione di terreno agricolo rilevati dall'Istituto per il Sostentamento del Clero, e per la ristrutturazione degli edifici. I lavori di ristrutturazione, avviati nel settembre 2020 sotto la direzione dell'architetto Maurizio Rocchi e divisi in lotti, interessano sia l'edificio principale, quello residenziale (primo lotto), sia i locali che un tempo ospitavano le stalle e che saranno adibiti a laboratori di trasformazione dell'attività agricola (secondo lotto). Il primo lotto dei lavori, che si è concluso ad ottobre, ha reso abitabile l'edificio residenziale. Da quel momento la Cascina ospita Yacuba, un giovane di 25 anni, senegalese d'origine, che qui coordina le attività di manutenzione e agricole per conto della Fondazione. Arrivato in Italia in precarie condizioni di salute, Yacuba è stato accolto dalla Comunità di Sorisole e curato anche grazie alla diffusa rete di solidarietà della città. In primavera 2021, è previsto l'avvio del secondo lotto di lavori che coinvolgerà le ex stalle.
I terreni agricoli, 30 mila metri quadrati, sono stati concessi in comodato d'uso alla Cooperativa Il Mosaico - di cui la Fondazione don Lorenzo Milani è socia - che si occupa, in particolare, dell'inserimento lavorativo attraverso investimenti in attività, strumenti e attrezzature. Insieme al Mosaico è stata recentemente avviata anche un'altra iniziativa di inserimento lavorativo e sviluppo di professionalità per persone fragili, il forno sociale "Doppio Zero" a Lallio, altro progetto che don Fausto ha voluto fortemente.
"La Cascina accoglierà persone detenute o sottoposte a provvedimenti dell'autorità giudiziaria per insegnare loro il lavoro agricolo. L'intenzione - afferma Luigi Zucchinali, presidente della Fondazione don Lorenzo Milani - è di avviare coltivazioni di frutta e ortaggi, e di produrre miele, contando sulla presenza di 20 arnie, che già don Fausto aveva indicato come attività auspicabile in questo luogo. Trentamila metri quadrati di terreno attorno alla nostra proprietà ci consentono di dare un importante impulso allo sviluppo dell'attività agricola".
Progetti così ambiziosi sono possibili grazie ad un'azione sinergica tra Fondazione don Lorenzo Milani, Cooperativa Il Mosaico e il Patronato S. Vincenzo che, per don Dario Acquaroli, "rappresenta una situazione unica nel suo genere". Più strumenti a disposizione per agire con tempestività ed efficacia nelle situazioni di fragilità, anche estrema, e farsi prossimi al bisogno senza "aspettare che ti venga incontro", come diceva don Fausto e come si sono scolpiti nel cuore i suoi amici.
di Giusy Santella
linkabile.it, 21 dicembre 2020
La manifestazione che si è tenuta il 19 dicembre fuori dalle imponenti mura della Casa circondariale di Poggioreale è stata molto partecipata: i promotori hanno trascorso con i volontari e le associazioni intervenute momenti di riflessione collettiva, in cui ciascuno ha raccontato le ragioni che l'hanno spinto ad aderire all'appello lanciato dal Garante campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello e da Don Franco Esposito, cappellano di Poggioreale. Numerosissimi striscioni hanno invaso la strada: il tema comune per tutti era senza dubbio una richiesta di maggiore umanità nell'espiazione della pena e di una tutela reale del diritto alla salute, in particolare in questo momento in cui la pandemia sta scuotendo le nostre vite.
"La nostra Costituzione non impone solo che la pena tenda alla rieducazione, ma soprattutto che essa non sia contraria né a giustizia né a umanità" ha sottolineato il professore Ciambriello, rivendicando l'importanza di misure deflattive reali per svuotare le carceri e salvare le persone recluse e il personale penitenziario dal rischio continuo di contagio.
Era presente anche una rappresentanza della comunità srilankese, che ha manifestato ricordando le condizioni precarie in cui versano le carceri del loro paese, in cui numerose rivolte sono finite nel sangue, mentre le persone detenute temono per il contagio, a dimostrazione che la visione del carcere come luogo oscuro e separato dalla società non è tipica della sola istituzione penitenziaria italiana. Ed è proprio il disinteresse della classe politica che si voleva ribaltare con la manifestazione messa in campo, come ha ricordato anche Don Franco Esposito, presente in piazza con l'intera Associazione Liberi di Volare Onlus che accoglie detenuti in affidamento, e con la presidentessa Valentina Ilardi.
Tra le numerose associazioni che operano nell'ambito erano presenti l'Associazione Carcere Possibile Onlus, Carcere Vivo, Figli di Barabba, Art For Cuozzis. Erano inoltre presenti i giovani dell'Ex Opg 'Je so pazz e della Rete di Solidarietà popolare, che da qualche anno si occupano di carcere e portano avanti progetti di volontariato. Questi ultimi hanno, durante il loro intervento, posto l'accento sulla necessità di non dimenticare quanto avvenuto a Modena durante le rivolte di marzo.
Il Garante Ciambriello ha anche ricordato, in conclusione del suo intervento, la difficile situazione in cui si trovano i detenuti di Santa Maria Capua Vetere, che hanno denunciato le violenze subite ad aprile e ora sono reclusi con gli stessi aguzzini che hanno denunciato, sottoposti a uno stress psicologico ed emotivo che non dovrebbe essere permesso.
Incisivi anche gli interventi del Garante napoletano Pietro Ioia, che ha sottolineato l'importanza di una risocializzazione reale per le persone recluse, che devono poter avere una seconda opportunità, e di una rappresentante dello staff del Garante Ciambriello, che ha ricordato che il loro impegno quotidiano in difesa dei diritti dei detenuti e in ascolto costante delle loro famiglie.
A benedire l'intera manifestazione una lettera pervenuta dal nuovo arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia, che ha sposato la causa e condiviso la necessità di agire subito.
A conclusione della giornata, una delegazione di manifestanti ha potuto incontrare il Ministro Amendola che ha voluto ascoltare all'esterno del carcere di Poggioreale le loro richieste. Anche questa è una piccola vittoria, ma è ancora molta la strada da fare.
di Carla Chiappini
vocidalponte.it, 21 dicembre 2020
Aparo: sono nato a Ragusa nel 1951, la mia famiglia è piuttosto piccola, quand'ero bambino i pochi parenti di mio padre erano negli Stati Uniti; mia madre, invece, aveva genitori e sorelle che sono stati per me un allargamento della mia famiglia. Sono stato il primo figlio di tre sorelle e, fra l'altro, maschio in una famiglia dove abbondavano le femmine. Quando venivano le feste, Natale, Capodanno, i morti (A Ragusa i giocattoli li portano i morti e non Babbo Natale), avevo tutto l'affetto che un bambino può desiderare; insomma ho vissuto nel lusso.
Domanda: sei stato in Sicilia fino a quando? Hai studiato anche in Sicilia?
Aparo: Ho studiato in Sicilia fino al liceo, dove ho perso un anno. Dopo il diploma sono andato in Germania a studiare, ma, tra l'anno perso e il tempo speso in Germania per gli esami di lingua, non ho fatto in tempo a chiedere il rinvio per il militare, che ho dovuto iniziare quindi quando avevo ancora 20 anni. L'ho fatto a Roma dove ho frequentato anche l'università. Dopo la laurea, a 26 anni, sono venuto a Milano, dove vivo ancora oggi.
Domanda: hai cominciato la tua professione subito in carcere?
Aparo: il carcere è arrivato dopo due anni che vivevo a Milano. Conclusa l'università, nel 1977, mi sono dato da fare per lavorare e, tra le tante cose, ho anche avanzato la richiesta per lavorare in carcere. Inserito nell'elenco degli esperti ex art. 80, ho cominciato a fare lo psicologo a San Vittore nel 1979. Prima, per guadagnare qualcosa, avevo fatto ricerche di mercato e supplenze nelle scuole medie.
Domanda: cosa hai trovato in carcere? Cosa ti è piaciuto e cosa no di quell'inizio del 1979?
Aparo: Per i primi due anni ho fatto delle ore anche nel carcere di Varese, poi solo a San Vittore. Non è che amassi particolarmente lavorare con i detenuti, ma, visto che ero là, ci parlavo e giorno dopo giorno mi sembrava di capirci qualcosa. Degli inizi ricordo qualche conflitto con un direttore, il dott. Cangemi. C'erano i vetri della finestra rotti nella stanza dove incontravo i detenuti e dove stavo 4 ore seduto con 13 gradi a congelare, ma lui diceva che bastava mettere la maglia di lana. Per fortuna c'era una vice direttrice della quale sono stato e sono molto amico, Giovanna Fratantonio; forse è anche responsabilità sua se ho continuato a lavorare in carcere. Negli anni ho sfiorato tanti direttori con cui avevo scarsi rapporti fino a quando è arrivato Luigi Pagano con il quale sono riuscito a comunicare meglio. Tra l'altro, il Gruppo della trasgressione è nato quando c'era lui; non fosse stato così, credo che non sarebbe mai partito.
Domanda: in teoria, sei quello che da più tempo frequenta San Vittore quindi è importante per me capire che cosa è cambiato in questi lunghi anni. Cosa ricordi dei primi anni e come è cambiato il tuo lavoro in questi anni in carcere?
Aparo: credo che il carcere sia un mondo in cui il direttore incide pesantemente su tutto; non è come un treno che, se deve fare la tratta Milano-Roma, la fa abbastanza indipendentemente dalle idee politiche del capotreno. Detto questo, c'è stato un tempo in cui qualche volta uscivo dall'ufficio e vedevo per terra un laghetto di sangue; era l'epoca in cui i conflitti fra detenuti venivano "risolti" a coltellate, ancor di più i contrasti tra detenuti comuni e detenuti per reati sessuali. I miei primi anni a San Vittore sono stati anche caratterizzati dalla presenza delle BR. Le BR non ammazzavano in carcere le persone, ma contribuivano a mantenere un clima vivace... una volta alcuni di loro mi hanno pure mezzo sequestrato per un paio ore. Poi mi hanno lasciato andare perché abbiamo concordato pacificamente che la cosa avrebbe comportato danni per tutti.
Per quello che avveniva a quei tempi, nei miei primi 18 anni ho svolto il mio ruolo più o meno normalmente, cioè facevo con i detenuti dei colloqui in previsione di una relazione finalizzata al programma di trattamento; questo faceva lo psicologo ex art. 80! Oggi ci sono molti più psicologi e con i detenuti si può avere un rapporto meno frettoloso. Negli anni ho visto passare generazioni di psicologi e affini. Dico "affini" perché gli "esperti ex art. 80" potevano essere criminologi, psicologi e sociologi. Ma in pratica questi "esperti", pur con professionalità nominalmente diverse, facevano la stessa cosa, o meglio, facevano quello che passava loro per la testa, senza alcuna indicazione su come procedere.
Una cosa che da subito mi ha molto colpito in carcere è che non c'è mai stato qualcuno che indicasse cosa ci si aspetta da uno psicologo. Si dovevano produrre le relazioni, ma non si è mai discusso né sono mai stati indicati i criteri per scriverle. Non credo che adesso sia molto diverso. In 41 anni di esperienza non ho mai sentito di un gruppo di studio dove ci si chiedesse come procedere nel colloquio con i detenuti e poi nella stesura della relazione. Dopo i primi 18 anni di lavoro, mi sono detto che, per cominciare a capire cosa passava per la testa dei detenuti, sarebbe stato il caso di provare qualcosa di alternativo e da lì è nato il Gruppo della Trasgressione.
Domanda: A un certo punto tu hai cominciato a pensare al gruppo ma anche alla società esterna che entrava in carcere
Aparo: quello che nei primi 18 anni di esperienza avevo sentito dire ai detenuti mi suggeriva che loro sapessero e si chiedessero ben poco in merito alla vita delle persone che lavorano, tabaccai e cassieri compresi. E dunque, sì, fra i primi obiettivi del gruppo c'era e c'è quello di favorire un confronto costante e battagliero fra detenuti e comuni cittadini. In questo sono stato avvantaggiato dal fatto che nel gruppo c'era Sergio Cusani, che era un polo di attrazione un po' per tutti, dentro e fuori.
Il gruppo era appena nato e già arrivavano persone di ogni genere, cantanti del calibro di Ornella Vanoni, Enzo Jannacci, Roberto Vecchioni; presentatori televisivi con Fabio Fazio o Chiambretti; giornalisti come Enzo Biagi, filosofi come Gianni Vattimo e Massimo Cacciari, genetisti come Edoardo Boncinelli, teologi, medici, antropologi e tanti nomi importanti di diversi settori. Diverse volte era venuto anche un virologo di cui ero amico. Ognuno di loro parlava della propria materia e cercava insieme con me e con i detenuti quali collegamenti si potessero cogliere, quali analogie si potessero far fruttare, in termini di conoscenza o anche solo di pura suggestione, fra alcuni aspetti delle rispettive materie e la spinta dell'uomo a trasgredire.
Di certo queste persone non venivano per me; a portarli dentro erano Sergio Cusani ed Emilia Patruno, giornalista di Famiglia Cristiana. Con loro due e con un avvocato, a sua volta detenuto e molto motivato, il gruppo è partito a tutta velocità. Sergio Cusani e l'avv. Spada hanno avuto un ruolo fondamentale nel motivare gli altri detenuti a impegnarsi in modo sistematico. Ogni settimana loro due scrivevano il verbale delle riunioni e ogni settimana, grazie anche a Emilia Patruno, arrivavano al gruppo nuovi stimoli importanti, spesso anche parenti di vittime: Paolucci, il padre di un bambino ucciso da un pedofilo; la Bartocci, moglie di un gioielliere assassinato; la Capalbio, sorella di un tabaccaio ucciso durante una rapina.
Domanda: Il carcere non ti ha mai dato obbiettivi perché non li dà mai a nessuno, però tu quando hai pensato al gruppo avevi sicuramente un obbiettivo o più obbiettivi, in particolare cosa volevi da quel gruppo in cui hai investito e investi un sacco di energie e competenze?
Aparo: accanto all'obiettivo di favorire il confronto col mondo esterno, direi che il gruppo è nato perché non volevo che i detenuti parlassero con me solo in funzione della relazione da inviare al magistrato. Uno che fa lo psicoterapeuta è abituato a parlare con persone che ti confidano i loro pensieri, le loro paure perché hanno bisogno di essere aiutate, non perché hanno bisogno di uscire dal carcere. Fare psicoterapia significa aiutare le persone a dialogare con i propri conflitti e questo all'epoca in cui a San Vittore c'era uno psicologo per oltre 1000 detenuti era certamente impossibile. Per il detenuto, anche in considerazione del poco tempo che c'era per parlarsi, risultava molto più facile raccontare o inventare quello che nella sua fantasia avrebbe dovuto indurre lo psicologo esaminatore a scrivere una relazione favorevole alla misura alternativa.
Mi si potrà osservare che uno psicologo bravo dovrebbe essere capace di andare oltre quello che il paziente gli dice. Sarà pure, rispondo io, ma, fin quando il detenuto è essenzialmente una persona che vuole uscire dal carcere, egli non potrà essere un paziente e lo psicologo non potrà essere uno psicoterapeuta, cioè il partner di una ricerca condotta in due. In pratica, sto dicendo che dovresti riuscire a motivare il detenuto, almeno nel tempo del colloquio, a comportarsi da paziente, nonostante le serrature che egli vede attorno a sé lo inducano a guardare il mondo da carcerato. Ma questo è molto difficile se l'unica ragione per cui detenuto e psicologo entrano in contatto è costituita dalla relazione per il magistrato e se a commissionare la relazione è la direzione del carcere.
Proprio per questo, un certo giorno del settembre del '97, dopo avere raccolto con l'aiuto di Sergio Cusani una ventina di detenuti attorno a un tavolo, il gruppo è nato con un discorso esplicito e abbastanza rude, che suonava più o meno così: "cari signori, da 18 anni ho colloqui con detenuti di questo carcere, ma vi sento dire cose superficiali, quando non vere e proprie fesserie, e questo perché sapete che devo fare la relazione su di voi. Capisco che ognuno cerca di uscire dal carcere il prima possibile, ma in questo modo non mi diverto io e non ci guadagnate niente voi. Se volete, possiamo fare un gruppo di discussione che ha come scopo quello di entrare nelle vostre storie, di tornare ai tempi delle vostre prime trasgressioni e di provare a capire voi, ancora prima di me, com'è possibile che, pur essendo partiti voi tutti con l'idea di diventare qualcuno e, all'occorrenza, commettere reati per migliorare la vostra condizione, oggi voi siete qua in galera e i vostri figli sono mezzo orfani".
In generale, l'attività del gruppo era anche un modo per far sì che il tempo del carcere non fosse solo il "tempo dell'attesa". I 18 anni precedenti alla nascita del gruppo mi avevano fatto capire, infatti, che per i detenuti il tempo passato in carcere veniva conteggiato principalmente in relazione alla distanza dal fine pena. Di quegli anni a San Vittore ricordo ben poche iniziative, una era quella della Patruno, Il giornale "Il Due"; ricordo anche l'associazione di "Incontro e presenza".
Ma tornando al gruppo, i primi due obiettivi erano: fare in modo che i detenuti si interessassero a loro stessi e alimentare una comunicazione tra dentro e fuori. Poi c'era anche il terzo obbiettivo, quello di fare in modo che i detenuti, conoscendo meglio se stessi, potessero contribuire a migliorare il funzionamento dell'istituzione. Un obbiettivo ambizioso, forse velleitario, un po' da don Chisciotte. D'altra parte, come potevo sopportare che sia i detenuti sia le figure istituzionali continuassero a ripetere che dal carcere si esce più delinquenti di quando si è entrati?
E così, paradossalmente, un po' per conoscere se stessi, un po' per cambiare il carcere, una ventina di detenuti di San Vittore si sono messi a indagare sul perché delle loro prime trasgressioni e sono diventati miei alleati e partner di ricerca molto di più delle figure istituzionali. Alcuni di quei detenuti sono ancora oggi miei amici. L'istituzione, visto che non facevo male a nessuno, me lo ha lasciato fare, pur senza mai interessarsi, almeno per i primi 10/12 anni a quello che facevo. Negli ultimi cinque o sei anni qualche piccolo sostegno è arrivato con Siciliano, fino a tre anni fa direttore del carcere di Opera, e oggi con Di Gregorio, attuale direttore di Opera. Nel carcere di Bollate, l'attività del gruppo è finanziata dall'ASST Santi Paolo e Carlo, di cui sono consulente da una decina d'anni.
Domanda: chiunque stando in carcere peggiora, questo vale anche per gli operatori, i direttori. Io spesso mi pongo questa domanda, com'erano prima questi soggetti, prima di fare 10/20 anni dentro il carcere?
Aparo: quello del direttore è un mestiere che rischia, anche per le persone equilibrate, di far diventare chiunque una specie di Napoleone che si bea del suo potere, intanto che deve difendersi da attacchi che arrivano da tutte le parti. Ma è anche vero che di questi tempi esistono direttori che si appassionano al loro lavoro, che si adoperano per far si che il tempo del carcere sia di costruzione della propria libertà e non di attesa del fine pena. Anno dopo anno, almeno nelle carceri che frequento io, questo avviene sempre di più.
Fino a una ventina d'anni fa, invece, il carcere era in prima istanza controllo, doveva innanzitutto evitare che i detenuti scappassero, si suicidassero, si ammazzassero fra di loro, introducessero all'interno oggetti illeciti, ecc. Insomma, per garantire che non succedesse nulla di male, molti direttori preferivano (e non escludo che in molte parti d'Italia sia ancora così) chiudere quante più porte possibile, pur se, in questo modo, ad essere garantita era soprattutto la morte della mente, la morte emotiva e quindi anche la morte del cittadino, dell'uomo. E' chiaro che il carcere non può eliminare del tutto il controllo, ma si dovrebbe considerare che se tu affidi il compito di controllare a una persona dall'equilibrio un po' precario, il controllo diventa una smania, una malattia autorizzata, che esaspera i rapporti e che fa impazzire sia l'agente che controlla sia i detenuti controllati.
Insomma, il carcere è stato soprattutto un mondo che induceva operatori e detenuti più a difendersi che a progettare. Oggi si sta cominciando a capire, quantomeno da parte dei direttori che conosco io, che la migliore e più duratura garanzia viene da una progettualità di cui i detenuti stessi siano interpreti e, possibilmente, registi. E io conosco, effettivamente, molti detenuti che sono diventati in carcere registi di attività e delle loro vite, contribuendo in tal modo anche alla stabilità e all'evoluzione di altri detenuti.
Domanda: che cosa salvi del carcere e qual è il ricordo più positivo che hai in questi anni?
Aparo: del carcere salverei il fatto che dà un confine alle persone che non sanno fare della propria libertà un uso compatibile con quella degli altri, ma trovo indispensabile che, all'interno di questo confine, ci siano dei programmi studiati, organizzati e praticati assiduamente per condurre i ristretti a vivere entro confini più ampi e non imposti dall'esterno. È indispensabile che dopo una necessaria riduzione della libertà di azione, il carcere e le istituzioni ad esso collegate trovino il modo, e facciano assidui studi in tal senso, per motivare il detenuto a interpretare la propria libertà in modo più compatibile con quanto ci viene indicato dalla costituzione, dal buon senso e dalle ferite ricevute da chi aveva avuto in passato la disgrazia di incontrarlo.
Come si fa, dopo essere diventati delinquenti, a diventare cittadini? Dove sono gli studi che si occupano di questo? Forse si confida nell'idea che la persona che sta in galera, una volta condannata, possa cominciare a interrogarsi su se stessa e da sola trovare la risposta, ancora meglio se posta in isolamento! Ma se uno è ignorante come una capra e per giunta abituato a comportarsi come un bisonte, da dove dovrebbe arrivargli la scintilla?
In altre parole, apprezzo che il carcere riduca la possibilità di scorrazzare nella prateria del delirio d'onnipotenza, ma rilevo una sua colpevole miopia quando constato che l'istituzione si comporta come se dal delirio di onnipotenza, dalla coscienza polverizzata di chi uccide il tabaccaio, si potesse guarire semplicemente stando in cella ad attendere una luce divina che si fa strada fra le sbarre. Tutto l'apparato istituzionale che si occupa del reo (dall'arresto, al giudizio in tribunale, alla restrizione in carcere) sembra partire dal presupposto che chi pratica abitualmente il reato sia completamente consapevole, responsabile e intenzionato nel fare quello che fa e confida nel fatto che il delinquente, parlando con se stesso e con quelli che stanno in cella con lui, possa trovare dentro di sé tutte le risorse per cambiare sensibilità, idee, valori, intenzioni e comportamenti.
Magari nessuno lo pensa in modo sistematico, ma nel loro complesso, sembra che le istituzioni che si occupano di devianza facciano riferimento a un adolescente che comincia a drogarsi, a odiare le divise, ad abusare del proprio potere, dopo aver deciso a tavolino che queste debbano essere le sue aspirazioni primarie nella vita.
E si trascura che la pratica dell'abuso è il risultato di un complesso di fattori, fra i quali, uno dei principali è costituito da una sensazione fisica, umorale, che galleggia fra le palafitte del cervello dell'adolescente: cioè la sensazione che chi incarna il potere (il padre, chi indossa la divisa, la toga o chi viaggia in macchina blu) non sia degno del suo ruolo e, pertanto, che non esistono impegni verso se stessi, tanto meno verso gli altri, da onorare. Qualcuno, per completare il quadro, si convince che gli unici impegni che vale la pena osservare sono l'omertà e il mantenimento della contrapposizione paranoica con tutto quello che somiglia a una divisa.
Per quello che a me pare di aver capito, a far diventare delinquenti sono le sensazioni di un adolescente ferito, sfiduciato, arrabbiato e rancoroso, che poi, strada facendo, diventano idee deliranti, capaci di orientare l'azione di adulti che hanno perso la libertà di sentire, pensare e decidere, già a causa del loro rancore e della conseguente smania di vivere nell'eccitazione del potere e della droga.
In Italia abbiamo più di 200 carceri e ho ragione di credere che nella grande maggioranza di questi le problematiche di cui ho appena detto siano del tutto ignorate. E se questo è vero, capisco che tante persone, anche dirigenti dell'amministrazione penitenziaria, finiscano per dire che il carcere non serve a nulla.
Da parte mia, credo che il carcere vada cambiato radicalmente, ma in qualche modo un sistema che impone confini a chi delinque in preda al proprio delirio ci deve essere. E il delirio, lo ribadisco, non è solo quello del boss mafioso; il delirio parte dagli umori dell'adolescenza che, strada facendo, si incancreniscono nello scontro con una realtà istituzionale che non sa motivare a cambiare rotta e che, anzi, contribuisce a rafforzare il delirio e a ossificarlo.
E allora quali ricordi buoni ho del carcere, visto che sono così critico? Il fatto che lo vedo cambiare! Collaboro con reciproca stima con un numero crescente di direttori, agenti e magistrati e mi sembra di condividere con loro idee e principi. Ma le cose cambiano troppo lentamente e inoltre è sempre troppo difficile individuare chi ha, in definitiva, la facoltà di decidere e attuare il cambiamento che tutti sembrano auspicare.
Nel mio piccolo, ho comunque dei bei ricordi e, ancor più che bei ricordi, ho i risultati che continuo a coltivare ancora oggi in collaborazione proprio con i detenuti che ho conosciuto in questi anni. Hanno nome e cognome e sono tanti; si chiamano Romeo Martel, Luigi Petrilli, Maurizio Piseddu, Roberto Cannavò... e in questo periodo in cui il Covid 19 ci costringe a usare le piattaforme on line per comunicare, ho visto e ho ripreso a lavorare e a giocare con numerosi ex studenti del gruppo e, cosa ancora più gratificante, con questi ex detenuti, oggi nuovi cittadini, che sono passati dal Gruppo della Trasgressione nei suoi 23 anni di attività.
Oggi sono questi nuovi cittadini a motivare e a fare appassionare gli studenti universitari attualmente in tirocinio con la nostra associazione: da una parte, si studiano insieme le problematiche, il divenire, la complessità degli intrecci che inducono l'adolescente a scivolare nel degrado; dall'altra, progettiamo iniziative capaci di sostenere il detenuto e l'adolescente a rischio di devianza nel suo cammino, nell'impegno e nella collaborazione con gli altri. Sì, la mia maggiore soddisfazione è quella di constatare che persone che hanno fatto parte del gruppo in carcere 8, 15 o 20 anni fa, oggi, pur avendo una famiglia e un lavoro e senza chiedermi soldi, collaborano con chi è ancora detenuto, con alcuni familiari di chi è morto per mano della criminalità e con gli studenti in tirocinio per trovare le parole e i mezzi per prevenire e contrastare il degrado soggettivo e ambientale che porta ad annichilire la propria coscienza e alla cosificazione dell'altro.
di Elvira Terranova
adnkronos.it, 21 dicembre 2020
Lo scambio tra prigionieri, tra i pescatori italiani e i 4 scafisti libici detenuti in Italia entra nel fascicolo d'inchiesta della Procura di Roma che coordina l'inchiesta sul sequestro dei 18 marittimi. Quella che sembrava una indiscrezione giornalistica dei quotidiani libici vicini a Khalifa Haftar, adesso prende corpo perché a raccontarlo sono gli stessi testimoni. Ascoltati dagli uomini del Ros dei Carabinieri nella Caserma dei carabinieri di Mazara del Vallo (Trapani) su delega della Procura capitolina, hanno raccontato di avere sentito durante la prigionia di uno "scambio tra prigionieri".
Lo raccontano anche ai giornalisti che stazionano davanti alla caserma. "Abbiamo sentito parlare in carcere di uno scambio di prigionieri tra noi e alcuni detenuti libici ma non abbiamo saputo altro. Ne parlavano i detenuti ma i carcerieri non ci dicevano niente. Ci facevano segnale che non dipendeva da loro ma da quelli più in alto di loro e indicavano le stellette militari", ha detto Pietro Marrone, il comandante del peschereccio 'Medinea' uscendo dalla caserma dove è stato interrogato per quasi tre ore dai Carabinieri del Ros sui tre mesi di prigionia in Libia.
"All'inizio pensavamo che fosse un sequestro normale - dice - poi abbiamo capito che la cosa era diversa, forse era più una questione politica. Dicevano solo che era una questione Italia-Libia, Italia-Libia, Italia-Libia". E lo ripete per tre volte consecutive. A pochi passi da lui c'è un altro pescatore, che deve ancora essere ascoltato dai Carabinieri. Si chiama Giovanni Bonomo ed era sulla nave Antartide. "Dopo circa un mese di prigionia in Libia i carcerieri ci hanno detto che la Libia chiedeva uno scambio di prigionieri tra noi e quattro detenuti libici".
di Michele Pusterla
Il Giorno, 21 dicembre 2020
Il progetto di Orit Liss (Garante dei diritti dei detenuti) ha coinvolto la popolazione carceraria di via Caimi e Il Gabbiano. La Garante dei diritti dei detenuti del Comune, Orit Liss, ha coordinato l'iniziativa "Il cammino verso l'inclusione sociale", un progetto che, con la realizzazione di un presepe in Garberia, ha un obiettivo educativo sia nei confronti dei detenuti in via Caimi che nei confronti del pubblico. Si articola in tre macro-aree.
L'aspetto socio ambientale, ove il presepe presenta la radice della tradizione Cristiana di accoglienza, illustrata attraverso la rappresentazione della Natività, mentre sullo sfondo c'è la sagoma della Casa circondariale, dalla parte sinistra, e, a destra, un richiamo ad una comunità. Un secondo aspetto che sottolinea la distanza tra le condizioni e i codici sociali ai quali sottostanno quanti si trovano allontanati dalla società per un periodo, e la realtà che trovano quando riacquistano lo status di membro attivo della società (la Natività, nel presepe, funge da tramite tra carcere e comunità attiva, attraverso un percorso di speranza e reciproca fiducia).
Un terzo ed ultimo aspetto, racchiuso nel messaggio che la città, seppur in un momento di grave emergenza, non si perde d'animo e si prende cura della necessità sociale delle persone separate dalla società, ma che in essa e da essa sono attese con fiducia e speranza.
"Il presepe - spiega la dottoressa Liss - composto da sagome in truciolato di legno, è stato organizzato con la collaborazione dei detenuti che hanno, coordinati dal cappellano don Mariano, realizzato le sagome, il supporto della Comunità Il Gabbiano di Tirano, che ne cura, con l'intervento di alcuni ex detenuti, le finiture e il montaggio e la direzione artistica di Emma Gerosa. L'opera è semplice e ad un costo contenutissimo, visto il doloroso periodo e si avvale del contributo della ditta Tnv di Rogolo che ha fatto omaggio del materiale ferroso necessario".
L'allestimento è visibile al pubblico da ieri, eventuali donazioni possono essere fatte a: Associazione Comunità il Gabbiano (IT57A0306909606100000018327) comunità che da anni aiuta gli ex detenuti nel loro percorso di reinserimento sociale. "Ringrazio il direttore del carcere, la dottoressa Santandrea e il comandante Fusco per il loro sostegno e fattiva collaborazione e il Comune di Sondrio che dimostra, ancora una volta, la sensibilità verso temi sociali importanti, i detenuti, gli ex e quanti visiteranno il presepe", dice Liss.
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