di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 marzo 2021
Nel carcere di Parma sarebbero oltre trenta gli agenti dei Gom positivi, uno di loro è stato ricoverato in gravi condizioni. Crescono i numeri dei detenuti positivi al Covid al 41bis del carcere di Parma. Dopo le notizie stampa, anticipate da Il Dubbio, ieri mattina il Garante dei detenuti del Comune di Parma Roberto Cavalieri ha visitato il carcere e preso contatti con il direttore Valerio Pappalardo e il responsabile sanitario Faissal Choroma.
Si è quindi potuto apprendere che i detenuti Covid al 41bis del carcere di Parma sono ad oggi 11, mentre per il numero di agenti dei Gom si temono oltre 30 contagiati, questo ultimo dato non ha avuto però ancora conferma. Il Dubbio ha appreso che uno degli agenti è ricoverato in gravi condizioni, mentre uno dei detenuti, risultati positivi al Covid, ha subito da poco un trapianto di fegato. Il garante Cavalieri fa sapere che la direzione del carcere aveva già da alcuni giorni, e in via precauzionale, interrotto tutte le attività trattamentali (scuola, formazione, sport, etc.) mentre la direzione sanitaria ha attivato gli uffici del servizio di Igiene pubblica della locale Ausl.
Nel 41bis di Parma ci sono 49 soggetti sono da considerare vulnerabili per età o per patologie - Nel reparto 41bis sono allocati soggetti con importanti vulnerabilità per età o per patologie e il timore è che un'eventuale infezione potrebbe portare a complicanze non prevedibili. Nel complesso, dei 62 detenuti di questo circuito 49 soggetti sono da considerare vulnerabili per età o per patologie come le neoplasie, diabete, trapianto d'organo, cardiopatie severe.
Già lunedì scorso l'Ausl di Parma aveva diffuso una nota nella quale, rivolgendosi alle autorità giudiziarie, chiedeva di valutare "il trasferimento dei soggetti vulnerabili lontano dal focolaio" e invitava i superiori del penitenziario a disporre la limitazione degli spostamenti degli agenti del settore coinvolto in altri contesti del penitenziario.
Il Garante nell'apprezzare le misure di contenimento adottate al fine di contrastare la diffusione del contagio in un ambiente come quello del carcere, ha invitato il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria a prendere in seria considerazione le necessità del penitenziario di Parma che continua ad operare in condizioni di urgenza ospitando ormai 725 detenuti ai quali non è corrisposto un proporzionale aumento di uomini della Polizia penitenziaria e dei servizi previsti dall'Ordinamento penitenziario che devono essere erogati ai detenuti.
L'appello del Garante: informare familiari e avvocati - Infine, il Garante conclude un invito all'Ausl di Parma e ai competenti uffici della amministrazione penitenziaria affinché, al pari dei liberi cittadini che stanno vivendo gli effetti del contagio da Covid19, informino quotidianamente i famigliari e gli avvocati dei detenuti sullo stato di salute dei congiunti ristretti. In effetti, come ha appreso il Dubbio, si sono verificati casi di avvocati che nei giorni scorsi si sono recati a fare i colloqui con i propri assistiti al 41bis del carcere di Parma, ma nessuno li ha avvisati del focolaio. Il carcere di Parma è una potenziale bomba sanitaria, perché, di fatto, è diventato un ricettacolo di detenuti con patologie. Per capire meglio la dimensione del problema è che al carcere sono attualmente assegnati dal Dap, 260 detenuti con tipologie di cure ospedaliere. Basti pensare che in totale ci sono 710 detenuti, ciò vuol dire che più di due su 5 necessitano di cure.
Al 41bis di Parma è detenuto anche Vincenzino Iannazzo - Non a caso, come reso pubblico da Il Dubbio, al 41bis di Parma è recluso Vincenzino Iannazzo, che non solo ha gravi patologie legate al recente trapianto di reni, ma vive lasciato a sé stesso ed è disorientato nel tempo e nello spazio a causa della sua demenza. Parliamo di uno dei tre uomini al 41bis mandati in detenzione domiciliare per i loro gravi motivi di salute e con l'aggravante del Covid 19 che incombeva e, come abbiamo visto, incombe tuttora. Su quelle misure si scatenò una feroce indignazione, cavalcata dai media, tanto che l'allora ministro della Giustizia Bonafede per accontentare gli umori varò un decreto che, di fatto, li fece rientrare subito dopo in carcere.
Come ha segnalato l'associazione Yairaiha onlus, che si sta occupando del caso Iannazzo, "la stessa Corte d'Appello di Catanzaro, a seguito di perizia del Ctu, dichiarò che l'uomo è compatibile al regime carcerario esclusivamente in una struttura di medicina protetta come il Belcolle di Viterbo e non già con il regime detentivo ordinario".
Quindi figuriamoci il 41bis, ora che il covid è anche entrato. Intanto, per quanto riguarda il panorama generale, i detenuti contagiati sono 576, per 17 dei quali è stato necessario il ricovero. In Lombardia, la Regione con più casi, i detenuti affetti da Covid sono 91, mentre gli istituti più colpiti sono quelli di Catanzaro con 50 detenuti infetti seguito da Pesaro con 46 ed Asti con 39. I poliziotti penitenziari contagiati, invece, sono 790.
"Il piano vaccinale - come afferma Aldo Di Giacomo del sindacato Polizia penitenziaria S.Pp. - continua con difficoltà con solo 11200 poliziotti penitenziari avviati alla prima somministrazione e con alcune Regioni, come il Molise, in cui nessuno poliziotto è stato ancora vaccinato". Ancor peggio per i detenuti, con solo 2500 su un totale di circa 54 mila detenuti.
Comunicato stampa Movimento Cristiano Lavoratori di Parma e Cefal ER
Il Movimento Cristiano Lavoratori di Parma e Cefal ER, ente di formazione dello stesso, facendo seguito al comunicato stampa del Garante dei detenuti Roberto Cavalieri, esprimono la solidale vicinanza alle persone detenute della sezione 41bis e a quanti del personale di polizia penitenziaria siano contagiati dal coronavirus. Dinanzi a questo preoccupante scenario, il MCL avverte ancora una volta il dovere indispensabile di spendersi per la tutela e la promozione della famiglia, che costituisce un bene umano fondamentale prescindendo dai luoghi e dai contesti, motivo per cui intende porre una particolare attenzione alle autorità competenti affinché le famiglie dei detenuti vengano informate ed aggiornate quotidianamente rispetto alla situazione di salute in cui vertono i propri cari. Così verso i rispettivi avvocati.
Desta apprensione la presenza di quanti fra i reclusi contagiati sono vulnerabili per età o patologie, poiché sappiamo che il contagio da coronavirus li espone certamente ad un elevato rischio per la propria salute: da qui l'urgenza del "trasferimento dei soggetti vulnerabili lontano dal focolaio", come richiesto anche dall'ASL e dal Garante. Cefal ER, presente all'interno degli Istituti Penitenziari di Parma per la formazione professionale destinata alla popolazione detenuta di altre sezioni, pur nell'apprezzamento delle necessarie misure di contenimento fino ad oggi adottate con l'attuazione del protocollo per le misure preventive dal contagio da Coronavirus siglato con la Direzione, insieme agli altri enti di formazione, auspica quanto prima la ripresa delle attività formative e di altra natura importanti per i percorsi socio educativi dei detenuti, fermo restando la tutela della salute degli stessi, del personale di polizia penitenziaria, degli educatori e del personale di quanti lavorano a vario titolo nelle carceri. Con Cefal sono presenti negli Istituti Penitenziari di Parma Forma Futuro, Centro Servizi Edili ed Irecoop.
Mauro Agnetti, Presidente MCL Parma
Giuseppe La Pietra, Coordinatore territoriale Cefal ER
di Massimo Ammaniti
Corriere della Sera, 26 marzo 2021
Contatti visivi troppo ravvicinati e prolungati con un'altra persona, soprattutto con la sua faccia, creano un contesto relazionale artificioso. Zooming, ossia comunicare con Zoom o con altre piattaforme, ha cambiato le nostre vite e quelle dei ragazzi in quest'ultimo anno. Si fa zooming quando si vuole comunicare cogli amici e coi familiari, quando viene fatta la didattica a distanza, quando si fanno incontri di lavoro, quando si fa la psicoterapia, quando si fanno conferenze di ogni genere. Ore e ore davanti allo schermo, focalizzati sul viso degli interlocutori e con un occhio sulla propria immagine in cui ci si rispecchia.
E che effetti psicologici ha lo zooming? Dopo ore e ore davanti allo schermo ci si sente spesso stanchi, svuotati, quasi alienati dentro lo schermo che ha divorato le energie mentali e fisiche. Si tratta di impressioni molto diffuse, ma che sono state studiate nel Laboratorio di Interazione Umana Virtuale presso la Stanford University. Le prime conclusioni sulle conseguenze psicologiche dello zooming sono state pubblicate dal direttore del laboratorio, Jeremy Bailenson sulla rivista scientifica Technology Mind and Behavior.
Contatti visivi troppo ravvicinati e prolungati con un'altra persona, soprattutto con la sua faccia, creano un contesto relazionale artificioso, ben diverso dagli scambi a cui si è abituati, nei quali ci si guarda in faccia solo per breve tempo e poi si sposta l'attenzione. Essere sempre al centro dello scenario è stressante, come succede a volte in quei sogni nei quali ci si trova su un palcoscenico sotto gli occhi degli spettatori con l'ansia di non essere all'altezza.
Anche la vicinanza eccessiva rischia di violare un codice relazionale di sicurezza personale, non ci si può avvicinare troppo al viso di un'altra persona se non in situazioni di intimità o di litigio. E questa vicinanza innaturale rischia di provocare una forte attivazione cerebrale che si prolunga nel tempo. Per evitare questo effetto, Bailenson della Stanford University consiglia di non attivare l'immagine completa sullo schermo. Durante le chat è presente anche l'immagine personale in cui ci si rispecchia continuamente, anche questa una condizione artificiosa perché quando parliamo cogli altri non abbiamo uno specchio che ci rimanda la nostra immagine. Questo rispecchiamento crea tensione obbligando ad avere un'oscillazione continua fra l'immagine degli altri e la propria con uno stato di vigilanza su quello che si fa.
Anche la posizione che si assume durante la videochat non va trascurata. Infatti quando si parla con un'altra persona ci si muove, si gesticola, a volte ci si alza, quasi per facilitare il pensiero e l'espressione verbale ma anche per connotare ulteriormente quello che si vuole dire. Davanti allo schermo il lessico comunicativo diviene necessariamente più rigido, meno ricco di sfumature e di modulazioni. È proprio il comportamento extraverbale ad essere più negativamente condizionato dalle videochat, tenendo presente che questa comunicazione ci accompagna dall'alba dei tempi, anche prima della comparsa del linguaggio. Infatti quando due persone si incontrano nella vita reale si guardano reciprocamente in viso e negli occhi per cogliere l'atteggiamento dell'altro e per prepararsi all'incontro. Anche la posizione del corpo, i gesti, la dinamica dei movimenti sono indizi che aiutano a farsi un'idea dell'altra persona. Davanti allo schermo lo scambio relazionale si impoverisce e diventa difficile cogliere i segni extraverbali che aiutano a orientarsi nel contesto sociale.
È stato inevitabile che in quest'ultimo anno, soprattutto nei periodi di lockdown, si ricorresse alle videochat che ci hanno aiutato a sentire in modo meno acuto l'isolamento e la solitudine, ma allo stesso tempo hanno creato un contesto innaturale di scambi sociali, nei quali il lessico relazionale si è impoverito creando nuove abitudini che rischiano di perdurare e di perpetuarsi. È vero che l'uomo è per sua natura opportunista e si adatta anche a situazioni estreme, ma i costi possono essere troppo elevati soprattutto per le nuove generazioni che stanno acquisendo i codici relazionali e sociali. Non a caso i ragazzi quando ritornano a scuola cominciano a rivivere non solo mentalmente, ma anche col corpo che ridiventa attivo e pienamente partecipe alla vita sociale. Si ritorna a vivere in una dimensione tridimensionale con una profondità mentale e corporea a differenza della bidimensionalità degli strumenti tecnologici che appiattiscono le relazioni sociali.
di Anna Lombardi
La Repubblica, 26 marzo 2021
L'intesa raggiunta dai legislatori dello Stato, che entrerà in vigore tra un anno, apre le porte a un'industria da circa 4,2 miliardi di dollari. Sarà consentita la vendita a domicilio e la nascita di locali per il consumo. Chiunque potrà coltivare in casa (o in terrazza) fino a sei piante per uso personale.
L'odore pungente di marijuana è già da tempo uno dei più tipici della Grande Mela, spesso lì a sorprenderti in strada con le sue zaffate. Ma sebbene il suo consumo sia stato "decriminalizzato" due anni fa, chi è sorpreso a fumarla in pubblico rischia una multa salata e chi è colto nell'atto di venderla o acquistarla viene denunciato e rischia ancora di finire in carcere. Oggi, dopo anni di tentativi, i legislatori dello Stato di New York, hanno infine trovato un accordo per legalizzare la marijuana ricreativa (quella medica lo è già): aprendo le porte a un'industria da circa 4,2 miliardi di dollari, capace di creare migliaia di posti di lavoro e trasformare lo Stato in uno dei maggiori mercati d'America. Una mossa economica, certo: ma mirata pure a porre fine agli arresti di neri e ispanici, da anni sproporzionatamente nel mirino della polizia, trattati con disparità rispetto ai bianchi sorpresi con uno "spinello".
Secondo le prime indiscrezioni pubblicate dal New York Times, l'accordo consentirà la consegna a domicilio e la nascita di locali dove consumare marijuana ma non alcool. Ancora, chiunque potrà coltivare in casa (o in terrazza) fino a sei piante per uso personale. Le nuove regole, però, non saranno applicate prima di un anno almeno. Se il piano, come ci si aspetta, sarà definitivamente approvato (sarà quasi certamente inserito già nel budget al voto il 1° aprile) la vendita di marijuana legale inizierà più o meno nella primavera 2022. I funzionari devono infatti prima scrivere le complesse leggi di un mercato che si vuole altamente controllato, regolato in ogni particolare della catena, dalla coltivazione alla vendita. Saranno pure applicate specifiche tasse, pari a circa il 9 per cento sulla vendita al dettaglio, in grado di generare fino a 350 milioni di entrate fiscali l'anno per lo Stato. La città di New York medita di applicare poi una seconda tassa per lo smercio entro i suoi confini.
L'accordo è stato studiato anche per risarcire le comunità duramente colpite, nei decenni passati, da una guerra alle droghe leggere oggi considerata eccessivamente dura e che ha riempito le carceri di giovani afroamericani e latini, devastando intere generazioni e quartieri. Buona parte del ricavato fiscale dalla vendita di cannabis sarà reinvestito in quartieri e aree considerate difficili. E una parte delle licenze commerciali sarà riservata a minoranze.
I legislatori hanno cercato di modellare la loro proposta sulle migliori pratiche di altri Stati, sperando di rendere il programma di New York un modello nazionale. Dal 2012 a oggi già 15 Stati più il distretto di Columbia, hanno legalizzato la marijuana per adulti con più di 21 anni: e la mappa comprende tutti gli Stati della costa pacifica, da Washington all'Arizona. La marijuana medica è legale in 36 stati (compresi i 15 di cui sopra). Nel frattempo, altri quattro Stati - New Jersey, Arizona, Montana e South Dakota - hanno votato per legalizzare la cannabis ricreativa a novembre 2021. Invece, la marijuana è ancora illegale in ogni sua forma in sei: Idaho, Wyoming, Kansas, Tennessee, Alabama e South Carolina. Negli altri esiste una qualche forma di decriminalizzazione (come finora a New York, per intenderci). In Texas è legale solo l'olio di Cbd, quello estratto dalla canapa, che ha solo effetti rilassanti.
di Lucia Ghebreghiorges
L'Espresso, 26 marzo 2021
Questo tema viene rispolverato una volta l'anno dal Pd per riaffermare la propria identità. Ma oltre lo slogan resta poco. Quando cambierà la condizione di chi è straniero nel proprio paese?
Avviene circa una volta l'anno che dal nulla il tema dello ius soli torni alla pubblica ribalta e quasi sempre arriva attraverso una dichiarazione inaspettata e considerata "fuori luogo" rispetto al contesto politico. Un terremoto ormai prevedibile, che si manifesta quando il Partito Democratico sente la necessità di riaffermare una propria identità. In crisi, o alle prese con le diverse correnti interne, di anno in anno, fa affidamento sul tema evergreen per rassicurare, a seconda delle necessità, elettori, oppositori o in questo caso oppositori che sono anche alleati. Un tema tanto divisivo come quello della riforma della legge sulla cittadinanza infatti parla chiaro: noi siamo quelli là, non ci confondete e non ci confondiamo. È una carta d'identità in cui c'è scritto progressisti.
Attraverso lo ius soli si parla a sé stessi e a chi si contrappone, raramente il messaggio è rivolto ai diretti interessati. Diventa così uno slogan irrinunciabile, da tirar fuori dal cilindro ogni volta che il gioco si fa duro e vi è la necessità di differenziarsi. Da tempo si sente dire che non deve essere un tema né di destra né di sinistra e che una riforma deve scaturire da un patto tra le diverse forze politiche. Di fatto è il tema che più polarizza le posizioni e proprio per questo viene utilizzato da entrambe le parti come bandiera elettorale per definirsi: si allo ius soli e all'inclusione contro no alla cittadinanza facile e all'invasione.
Questa volta è toccato al neo segretario Enrico Letta rilanciare la potente parola magica e anche lui lo ha fatto in un momento molto preciso. Se infatti Nicola Zingaretti nel 2019 dal palco di Bologna se ne servì per far recapitare ai Cinque Stelle il messaggio che bisognava smarcarsi dal governo "Conte 1" a trazione leghista, infiammando gli animi degli iscritti e facendo storcere il naso agli alleati e non solo, l'ex premier Letta sembra volerla usare oggi per avvertire un po' tutti che il centrosinistra è tornato. Che è ormai alle spalle l'appiattimento verso gli alleati del "Conte 2" e che deve stare in guardia chi pensa di poter stare tutti insieme appassionatamente sotto la guida del governo Draghi annullandosi. E nessuno meglio di lui oggi può utilizzare l'arma dello ius soli per spaventare i nemici e fare l'occhiolino agli elettori più delusi. È lui che ha promosso l'operazione Mare Nostrum, quella in cui i migranti venivano salvati, che ha nominato per la prima volta nella storia della Repubblica una ministra nera, Cécile Kyenge, la quale ha migliorato alcune misure contenute nella legge sulla cittadinanza attraverso delle semplificazioni. Non gli manca quindi un po' di cognizione di causa per inaugurare una nuova stagione del centrosinistra nel nome della cittadinanza.
Ma la domanda che si fanno le persone come me, nate e cresciute qui, alle quali quella cittadinanza cambia la vita e non è solo uno slogan, è: oltre ad avere l'ambizione di diventare la carta d'identità o tessera di un partito, ha qualche speranza di trasformarsi in un passaporto valido per coloro che ne hanno un'urgenza reale?
Ci sono ragazzi e ragazze che devono guardare più a strategie di sopravvivenza che a strategie politiche, perché essere stranieri nel proprio Paese ha un impatto quotidiano specifico nelle loro vite.
Ci sarà mai la reale intenzione di restituire a queste persone dignità e prospettive? Sono loro le protagoniste di questa lunga storia non certo d'amore, non la politica. Va chiarito una volta per tutte a chi se ne fa di volta in volta portavoce. Ed è a loro che non si può più dire di stare sereni mentre si parla di loro ma non a loro.
di Jessica Masucci
L'Espresso, 26 marzo 2021
Da vent'anni non investiamo una quota adeguata del budget sul disagio psichico. E ora servono più psicologi nelle scuole e nelle Asl. Se si cercano le parole "salute mentale" nelle 168 pagine del Piano nazionale di ripresa e resilienza del 12 gennaio scorso, il Recovery plan italiano, non si ottiene alcun risultato. Eppure attivisti globali e locali, familiari dei pazienti, psichiatri, psicologi, tutti coloro che a vario titolo si occupano di questo tema sono d'accordo: investire nel benessere mentale dei cittadini è necessario per la ripresa sociale ed economica delle comunità, soprattutto dopo la pandemia di Covid-19. E conviene, perché fa risparmiare.
La questione nel dibattito internazionale è stata posta già a fine gennaio 2020, quando l'organizzazione United for global mental health ha lanciato la campagna #Timetoinvest durante il World economic forum di Davos, per sensibilizzare i leader mondiali sul tema.
L'Italia da oltre vent'anni non investe una quota adeguata del suo budget sanitario per la salute mentale. Nel 2001 i presidenti delle Regioni si sono impegnati a destinare almeno il 5 per cento dei fondi sanitari regionali alla sua tutela. Da allora quell'obiettivo non è mai stato raggiunto: la media nazionale è inchiodata ancora oggi a poco più del 3,5 per cento.
"Francia, Germania, Regno Unito stanziano almeno il 10 per cento e in alcuni casi vanno oltre", sottolinea Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica, che nel 2020 ha fatto parte della task force di Vittorio Colao per l'emergenza coronavirus. In quella sede aveva proposto un incremento del budget di almeno il 35 per cento, pari a circa un miliardo e mezzo di euro. Con il Recovery fund in arrivo dall'Unione europea, si potrà fare di più per un settore della sanità pubblica cronicamente sotto finanziato? "Sarebbe veramente ingenuo attendersi che una iniezione di denaro in un sistema che non funziona possa risolverne i problemi", ammonisce lo psichiatra, ricordando che bisogna verificare cosa funziona e cosa va cambiato in ogni Regione e aggiornare il Piano di azioni nazionale per la salute mentale, redatto nel 2013.
L'arrivo, sette anni dopo, della pandemia ha reso evidenti le contraddizioni presenti nel sistema. Valerio Canzian, presidente di Urasam, il coordinamento delle associazioni di familiari di pazienti psichiatrici in Lombardia, racconta come negli ultimi mesi sia stata ancor più complicata la vita di queste famiglie. Nei periodi di massima criticità sono mancate le visite a domicilio, i centri diurni sono stati parzialmente o del tutto chiusi, era difficile per un parente visitare chi si trovava in una comunità ed è aumentato l'uso dei farmaci. L'esigenza principale, secondo chi vive su questo fronte della trincea della salute mentale, è assumere più infermieri, più psichiatri, più educatori, più psicologi e soprattutto passare "da una cura di attesa - spiega Canzian - a una cura di iniziativa", con i medici che, invece di aspettare che i pazienti psichiatrici vadano in ospedale, li raggiungano dove vivono. Ma per inviare medici e infermieri a casa di chi ha bisogno, non serve solo più personale, servono gli adeguati mezzi di trasporto per i Dsm, Dipartimenti di salute mentale.
Il rinnovo del parco auto fa parte della lista di priorità per gli investimenti nel settore, anche in vista dell'arrivo degli aiuti europei, stilata dal presidente della Società italiana di psichiatria (Sip), Massimo Di Giannantonio. Oltre ai mezzi per i Dsm, l'elenco include i sistemi informatici e di telemedicina per mantenere il contatto con il paziente anche quando non è possibile visitarlo in presenza e l'edilizia sanitaria. La Sip ha inoltre stimato che servirebbe assumere 800 professionisti della salute mentale - non solo medici - perché i Dsm garantiscano ai cittadini almeno i livelli essenziali di assistenza previsti. Nel complesso, secondo Di Giannantonio, servono 2 miliardi e mezzo di euro per rimettere in moto la psichiatria italiana. "Il mancato finanziamento corretto della salute mentale - aggiunge - porta a un aumento dei casi clinici, un peggioramento del loro decorso e un aumento dei costi che se fossero affrontati a tempo debito avrebbero un esito assolutamente migliore". Non finanziare significa anche non diagnosticare in tempo: sono circa 837mila i pazienti dei Dsm (secondo i dati dell'ultimo rapporto del ministero della Salute, riferiti al 2018), ma ci sarebbero altre 300mila persone con disturbi psichiatrici gravi non ancora intercettate dal sistema. E tutti questi numeri riguardano solo una parte degli italiani che presentano un disagio mentale.
Uno dei problemi con i quali ci si confronta quando si parla di questo tema è infatti quello dei dati. Quelli disponibili, certificati dai rapporti annuali del ministero della Salute, fanno riferimento, appunto, all'assistenza psichiatrica. A questo calcolo sfugge tutta la fascia di popolazione che soffre di un malessere psicologico che può essere affrontato con delle sedute di psicoterapia private, possibili solo per chi se le può permettere economicamente.
Proprio nel 2021 è difficile pensare che la ripresa anche economica di un paese possa prescindere dall'aiutare le persone a stare meglio. "Vedersi è la cosa che è mancata di più, soprattutto per coloro che già hanno pochi momenti di contatto con altre persone", racconta Cristina Ardigò, presidente dell'associazione milanese di pazienti psichiatrici e loro familiari Aiutiamoli. Quest'ultimo anno in tanti li hanno cercati anche via Facebook per chiedere aiuto, persone che prima non avevano mai avuto contatti con loro.
Secondo un'indagine condotta dall'Istituto Piepoli per il Consiglio nazionale dell'ordine degli psicologi (Cnop), lo "stressometro" degli italiani lo scorso 8 marzo ha segnalato che solo il 16 per cento dei cittadini si sente poco stressato, gli altri avvertono livelli di stress medi (46 per cento) oppure alti (38 per cento). "Occorre un uso pubblico della psicologia oltre a quello privato", rimarca David Lazzari, presidente del Cnop. Il rappresentante degli psicologi è stato ascoltato il 27 gennaio scorso in audizione dalla commissione Affari sociali della Camera dei deputati sul Pnrr, dove ha proposto dei voucher per consentire a chi non può permetterselo un certo numero di sedute di psicoterapia privata. Ma ci sarebbe, a suo dire, soprattutto bisogno di intervenire su sanità, scuola, lavoro, welfare.
Stiamo parlando di assunzioni di psicologi nelle Asl, che da 5.000 dovrebbero arrivare a essere almeno 15.000; più psicologi nelle scuole, dove ne servirebbero circa 2.000 in più e quelli che ci sono dovrebbero poter fare più ore; di istituire presidi psicologici nei centri per l'impiego e punti di consulenza a livello provinciale per le piccole e medie imprese. "Se si aiutano le persone in tempo, si impedisce che lo stress degeneri e si trasformi, con ulteriori costi a carico del Sistema sanitario nazionale", spiega Lazzari, il quale aggiunge che "mediamente ogni euro speso per interventi psicologici ne produce due di risparmio". Ma il guadagno nell'investire sul benessere delle persone non è solo quello economico. La risposta del rappresentante delle associazioni di familiari, Valerio Canzian, è senza esitazioni: investire in salute mentale consente di "prendere la sofferenza là dove nasce".
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 26 marzo 2021
L'attivista denuncia "torture" e "privazioni del sonno", ma il servizio penitenziario federale smentisce. L'avvocato: "Ha forte dolore alla schiena e alla gamba destra". La moglie Julija: "Liberatelo e lasciate che lo curino medici di cui si fida". Il Fondo anti-corruzione raccoglie adesioni per una nuova manifestazione.
La "vita e la salute" dell'oppositore russo Aleksej Navalnyj in carcere è in pericolo, dichiarano i suoi collaboratori in una denuncia indirizzata all'amministrazione penitenziaria e all'ufficio del procuratore generale diffusa oggi online. L'attivista ha spiegato di essere svegliato "otto volte a notte" dai suoi carcerieri. "Mi privano del sonno, è un uso de facto della privazione del sonno come tortura", ha scritto Navalnyj, chiedendo di "ricevere cure".
"Per me il suo stato di salute è ovviamente estremamente problematico", ha detto alla tv indipendente Dozhd la sua avvocata Olga Mikhailova che solo ieri è riuscita a incontrare Navalnyj in carcere. L'oppositore soffrirebbe di "forti dolori" alla schiena e alla gamba destra e mercoledì sera sarebbe stato sottoposto a una risonanza magnetica presso un "ospedale pubblico" senza però ricevere una diagnosi. Un neurologo gli avrebbe prescritto il solo ibuprofene, un comune anti infiammatorio.
Il Servizio penitenziario federale (Fsin) della regione di Vladimir, vicino a Mosca, dove è imprigionato Navalnyj, ha smentito problemi di salute assicurando che sono state effettuate le visite mediche e che le condizioni di Navalnyj sono state "considerate stabili e soddisfacenti". "Non seguiamo il caso, il monitoraggio della salute dei prigionieri è di competenza delle autorità penitenziarie", ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov.
Il quarantaquattrenne è sopravvissuto all'avvelenamento da Novichok. Finito in coma e trasferito in Germania, dopo cinque mesi di convalescenza, lo scorso gennaio era rientrato a Mosca, ma era stato arrestato non appena atterrato. Condannato in febbraio a due anni e mezzo di carcere per un caso di frode risalente al 2014 giudicato "motivato politicamente" dalla Corte europea per i diritti umani, è detenuto dall'inizio di marzo nella colonia penale Pokrovskaya Ik-2, a 100 chilometri dalla capitale russa. Da allora Navalnyj ha pubblicato solo due messaggi su Instagram.
"Chiedo l'immediato rilascio di mio marito, Aleksej Navalnyj, e che gli venga data l'opportunità di essere curato da medici di cui si fida", ha scritto su Instagram la moglie dell'oppositore russo, Julija Navalnaja. "Putin lo ha spinto illegalmente in prigione. Lo ha spinto perché ha paura della competizione politica e vuole sedere sul trono per il resto della sua vita. Quello che sta accadendo sotto i nostri occhi è una vendetta personale e una rappresaglia contro una persona. Deve essere fermata immediatamente".
Per chiederne il rilascio il Fondo anti-corruzione ha creato il sito free.navalnyj.com dove sta raccogliendo le adesioni per una nuova manifestazione. Raggiunta quota 500mila adesioni, verranno resi noto il luogo e la data dell'evento.
di Carlo Tecce
L'Espresso, 26 marzo 2021
Avviata una trattativa da Fincantieri per il "supporto logistico", pezzi di ricambio e di riserva per le due Fremm già vendute al regime di Al Sisi. E il generale vuole esercitare l'opzione, come previsto dal contratto per un'altra coppia di fregate. Per l'Italia, nonostante Regeni e Zaki, il Cairo è un cliente e un alleato necessario.
Si può dire che l'Italia abbia deciso, senza dirlo agli italiani, di armare ancora il regime egiziano di Abdel Fattah al Sisi. Il generale ha ottenuto le due fregate di classe Fremm a lungo bramate, una l'ha ricevuta lo scorso dicembre, l'altra è pronta a salpare dalle officine liguri e da buon cliente soddisfatto - questa è la novità - si prepara a ordinarne altre due, come previsto da una postilla inserita nel contratto firmato lo scorso anno e sottaciuta dal governo giallorosso di Giuseppe Conte. Nell'attesa, negozia con gli italiani il costo del "supporto logistico", pezzi di ricambio e di riserva, per la prima coppia di fregate. Al Sisi viene reputato un compratore facoltoso e un alleato necessario in quel lembo di Africa e soprattutto di Mediterraneo in cui si concentrano gli interessi e le debolezze di Roma. Lo si può dire perché lo dicono i fatti. Invece il baratto fra le commesse belliche e la verità su Giulio Regeni o la liberazione di Patrick Zaki - proditoriamente vaticinato dai partiti - non ha funzionato. Le fregate sono arrivate, la giustizia no.
Il capo di Fincantieri si chiama Giuseppe Bono. Chi gestisce un'azienda statale per quasi vent'anni non è soltanto un amministratore delegato. Bono non ha pensato mai di portare la pace con le bombe. Fincantieri fabbrica navi civili e militari. Così retribuisce i suoi operai. Un paio di anni fa l'Egitto si è fiondato sul mercato per rinforzare la sua flotta. Voleva delle fregate, le voleva subito. Con una manovra azzardata, e la copertura politica del governo giallorosso, Bono propose al Cairo le fregate assegnate alla Marina italiana, già bardate col tricolore, le due intitolate ai palombari Emilio Bianchi e Spartaco Schergat, medaglie d'oro al valore militare. La "Bianchi" e la "Schergat" erano gli ultimi esemplari prodotti dal consorzio italiano Orizzonte sistemi navali, controllato da Fincantieri col 51 per cento e partecipato da Leonardo (ex Finmeccanica). Bono ha scatenato una rivolta ai massimi livelli dello Stato maggiore della Marina italiana e l'imbarazzo dei ministri e dei partiti inchiodati alle proprie responsabilità.
E sebbene la legge 185 del '90 impedisca di cedere materiale bellico ai Paesi che non rispettano i diritti umani, che sono invischiati in un conflitto o che aggirano embarghi internazionali, la Orizzonte sistemi navali è riuscita a sottoscrivere con l'Egitto un accordo per due fregate più due da "opzionare".
Le leggi si interpretano, non si applicano, se prevale una determinata ragione di Stato. Questo dimostra che la commessa realizzata lo scorso anno non era un rapporto occasionale, ma un sodalizio più profondo fra il Cairo e Roma. Tant'è che qualche settimana fa, non più tardi di due mesi dalla denuncia contro il governo italiano della famiglia Regeni proprio per le presunte violazioni della legge 185 del '90, il consorzio ha presentato l'ennesima richiesta all'Autorità nazionale (Uama) che fornisce le licenze per le esportazioni di armamenti. Stavolta Orizzonte sistemi navali ha notificato l'apertura di una trattativa per il "supporto logistico" agli egiziani per le due fregate.
Un contratto naturale per un acquirente di Fremm, però non esattamente scontato, comunque necessario per consentire ai fornitori di Orizzonte sistemi navali e pure al socio Leonardo di guadagnarci dall'operazione con Al Sisi. Bono ha lavorato per sé, per allungare il programma Fremm, che era vincolato alla Marina italiana e di fatto in scadenza nel 2021, dunque il prezzo per il Cairo era un prezzo di favore, scarsi 1,2 miliardi di euro tutto incluso. Come ha svelato l'Espresso, c'era anche l'intoppo da 140 milioni di euro per la conversione tecnica delle fregate, cioè le spese sostenute per smontare l'apparecchiatura destinata a un membro Nato come l'Italia e montare quella ordinata da un regime estraneo al patto Atlantico come l'Egitto.
Fincantieri ha avviato un mese fa il complesso percorso per costruire le due fregate alla Marina italiana. Ci si impiega dai quattro ai cinque anni. Per sedare le proteste dei militari, che addirittura si erano appellati con lettere ufficiali al ministero della Difesa, si era pronosticato il varo nel 2024. Già oggi si può posticipare l'evento al 2025. Al Sisi non deve temere di restare in coda, può annunciare l'opzione per le altre due fregate. Fincantieri garantisce la stessa data degli italiani, il 2025, anche per gli egiziani.
Lo Stato maggiore della Marina italiana ha più volte esposto i danni patiti per l'addio alla Schergat e alla Bianchi: mezzi obsoleti, denaro già investito, perdita di prestigio, "ricadute sulla capacità dello strumento aeronavale di adempiere ai compiti istituzionali in campo nazionale e internazionale". Niente ha evitato o rallentato l'intesa con l'Egitto. Non era possibile, nonostante i proclami delle istituzioni persino dinanzi alla commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. Per l'Italia è un'intesa preziosa. Irrinunciabile. Quanto inconfessabile. Si fa, non si dice. Ora lo dicono i fatti. Quantomeno, loro, non sono ipocriti.
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 26 marzo 2021
La visita dei ministri degli esteri di Italia, Francia e Germania, nel mirino la ricostruzione del paese e la lotta all'immigrazione. Nessun accenno all'uccisione del comandante delle Forze speciali al-Saiqa al-Werfalli, ricercato dall'Aia. Se l'Unione Europea voleva mandare un messaggio di vicinanza al nuovo Governo di unità nazionale (Gun) libico di Dabaiba e contrastare l'influenza di attori regionali (Turchia e Russia in primis), la missione di ieri dei ministri degli Esteri di Francia, Germania e Italia non poteva avere un significato più chiaro.
Nel vertice sono stati toccati molti temi: dalla lotta alle migrazioni illegali, ai progetti delle imprese europee nella ricostruzione del Paese, alla missione Irini per monitorare il cessate il fuoco e al sostegno di Bruxelles per l'organizzazione delle elezioni libiche entro il 24 dicembre. Il primo risultato tangibile è stato l'annuncio delle riaperture delle ambasciate in Libia di Francia e Germania fatto da Najla el-Mangoush, la prima donna a guidare il dicastero degli Esteri libico.
Baldanzoso era ieri soprattutto Luigi Di Maio, il primo ministro europeo a essere ricevuto (domenica) a Tripoli da esponenti del Gun e al suo settimo viaggio nel Paese nordafricano in meno di due anni. "La nostra presenza - ha detto il titolare della Farnesina - testimonia l'unità d'intenti dei Paesi europei più impegnati per la stabilizzazione della Libia. L'Europa continuerà a restare al fianco del popolo libico e a sostenerlo nel suo cammino verso la pace". La "vicinanza" di cui parla di Di Maio è però soprattutto per gli interessi economici italiani come apparso evidente domenica quando il ministro, insieme all'ad di Eni Descalzi (Eni che proprio ieri ha patteggiato per induzione indebita in Congo nell'indagine nata dall'esposto di Re:Common - ha incontrato il premier Debaiba.
Di Maio ha poi lodato le autorità libiche per la loro "lotta ai trafficanti di esseri umani e per il presidio delle frontiere marittime" aggiungendo, non senza ipocrisia, di attendersi "che venga compiuto il massimo sforzo per garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali". Come se non fosse già noto chi gestisce i lager in cui sono rinchiusi i migranti e quale sia la biografia degli appartenenti della cosiddetta Guardia costiera libica. Di Maio ha inoltre rimarcato come l'operazione Irini a guida italiana fornisca un "contributo efficace all'attuazione dell'embargo sulle armi". Parole che stridono con la realtà perché gli armamenti continuano ad arrivare a Tripoli e a Bengasi dai rispettivi sponsor regionali.
Senza dimenticare poi la questione dei mercenari stranieri per cui ieri il Governo di unità nazionale libico ha chiesto con forza che lascino il Paese "immediatamente". Un tema toccato anche dal ministro degli Esteri tedesco Maas mentre il suo omologo francese Le Drian ha sottolineato il "messaggio di sostegno" lanciato dagli europei alle nuove autorità locali. La Francia è quanto mai attiva in queste settimane sul dossier libico come testimonia tre giorni fa la visita del neo capo del Consiglio presidenziale libico Menfi da Macron.
Incassato il sostegno dell'Eliseo, Menfi è volato ieri in Egitto alla corte del "Faraone" al-Sisi. Una visita significativa (la sua prima in un Paese arabo) che ribadisce la centralità che gli egiziani vogliono avere nelle vicende dello Stato "fratello". Tra sorrisi e strette di mano tra Tripoli e il Cairo, nessun accenno è stato fatto all'uccisione l'altro ieri a Bengasi del comandante delle Forze speciali al-Saiqa, il salafita al-Werfalli. Un assassinio su cui restano molte ombre: solo pochi giorni fa la città cirenaica era stata teatro di un'esecuzione di massa di 11 persone. I corpi erano stati ritrovati dietro a un cementificio e presentavano colpi di pistola alla testa. Una modalità che ha ricordato le esecuzioni proprio di Saiqa. Werfalli era ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi) per presunti crimini di guerra, perpetrati in particolare durante il conflitto con le milizie islamiste di Bengasi. A più riprese la procuratrice della Cpi Bensouda ha sottolineato come il comandante libico fosse ancora libero contrariamente a quanto affermavano le autorità militari cirenaiche.
Corriere della Sera, 26 marzo 2021
La richiesta a Baku: rispettate la convenzione di Ginevra dopo il cessate il fuoco. Pubblichiamo l'appello al governo dell'Azerbaigian per il rilascio dei prigionieri di guerra cui hanno aderito tra gli altri Dacia Maraini, Antonia Arslan, Laura Efrikian, Carlo Verdone e Giovanni Donfrancesco. Per aderire
È estremamente allarmante che, nonostante la Dichiarazione tripartita di cessate il fuoco firmata dai leader di Armenia, Azerbaigian e Russia il 9 novembre 2020, centinaia di prigionieri di guerra armeni e civili, tra cui anche donne, restino prigionieri e non siano ancora stati rilasciati dall'Azerbaigian. Molti di loro sono stati catturati dopo la fine delle ostilità.
Ci appelliamo all'Azerbaigian perché restituisca immediatamente e incondizionatamente tutti i prigionieri di guerra e tutte le altre persone catturate alle loro famiglie in conformità con le Convenzioni di Ginevra e con la Dichiarazione tripartita. Tutti gli ostacoli per il rilascio dei prigionieri di guerra armeni politicizzano il processo di ripresa umanitaria postbellica. La diffusione sui social media dei video che dimostrano il trattamento degradante e disumano nei confronti dei prigionieri di guerra armeni è profondamente preoccupante.
Inoltre, il trattamento disumano dei prigionieri di guerra e di altre persone catturate costituisce una flagrante violazione dei principi del Diritto Internazionale. Crediamo fermamente che il rilascio immediato di tutte le persone catturate sia una questione puramente umanitaria e non debba essere soggetto ad alcuna manipolazione e politicizzazione. Pertanto, sollecitiamo l'Azerbaigian ad astenersi dall'utilizzo di questa questione per scopi politici e a permettere a tutti i prigionieri di riabbracciare i loro cari al più presto possibile. Il rilascio immediato di tutte le persone catturate contribuirebbe a rafforzare la fiducia tra i due paesi, essenziale per la stabilità della regione e nell'auspicio di una pace duratura.
La Stampa, 26 marzo 2021
Un uomo di 37 anni è il quarto aborigeno a morire in stato di detenzione in meno di tre settimane in Australia, durante un inseguimento della polizia nella cittadina mineraria di Broken Hill, 1.150 km nell'entroterra di Sydney. Secondo un rapporto della polizia, l'uomo della nazione Brakindji, Anzac Sullivan, è morto dopo "un episodio medico" il 18 marzo e gli agenti hanno tentato invano di rianimarlo. Lo riferisce il quotidiano The Australian. La morte di quattro persone aborigene in custodia della polizia o in prigione in un periodo di 16 giorni causa allarme in coincidenza con il 30/o anniversario della Commissione nazionale d'inchiesta sulle morti di aborigeni "in custodia".
Il 2 marzo è morto un uomo di circa 30 anni nell'ospedale di un carcere di Sydney, il 5 marzo una donna in una cella di un altro carcere di Sydney, e due giorni dopo un uomo in carcere presso Melbourne. E la morte di Anzac Sullivan durante un inseguimento della polizia, secondo la legge è considerata "morte in custodia" anche se in quel momento non era in stato di arresto.
"La morte di quattro persone nello spazio di poco più di due settimane è un forte segnale d'allarme, che qualcosa è seriamente sbagliato con i sistemi di polizia e carcerari in Australia", ha detto l'avvocata Sarah Cresslin del Servizio legale aborigeno di Sydney, che rappresenta la famiglia di Sullivan. "Chiediamo che la morte di Anzac Sullivan sia investigata urgentemente da un ente indipendente, che l'indagine sia trasparente e responsabile verso la sua famiglia e verso la comunità aborigena di Broken Hill".
L'eccessiva presenza di aborigeni in custodia della polizia e in detenzione significa che le persone aborigene hanno una probabilità di morire in carcere o in stato di arresto in assai più alta del resto della popolazione. Nel 1991 la commissione nazionale d'inchiesta ha investigato le morti di aborigeni in custodia in un periodo di 10 anni e ha dato 339 raccomandazioni, di cui solo due terzi sono state pienamente implementate.
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