di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2021
Secondo quanto precisato dalla Cassazione con ordinanza n. 8606/21 nel Paese di provenienza (Pakistan) c'era una situazione socio-politica difficile. Un elevato grado d'integrazione nel tessuto sociale italiano nonché la pericolosità nel paese d'origine, garantiscono allo straniero il riconoscimento della protezione internazionale. Lo chiarisce la Cassazione con l'ordinanza n. 8606/21.
Venendo ai fatti uno straniero ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte d'appello di Catanzaro che ha respinto il gravame in tema di protezione internazionale. Tra i motivi di ricorso la violazione dell'articolo 132 cpc per omessa valutazione dei documenti prodotti a proposito dell'integrazione socio-lavorativa. Con altro motivo d'appello lo straniero denunciava la violazione o falsa applicazione dell'articolo 5 del testo unico sull'immigrazione e dell'articolo 32 del Dlgs 25/2008 essendosi proceduto al diniego della protezione umanitaria senza svolgimento di un adeguato giudizio comparativo.
La Corte di cassazione ha ritenuto i motivi manifestamente fondati in relazione alla domanda di protezione umanitaria. I Supremi giudici, infatti, hanno dato grande importanza all'integrazione raggiunta dal richiedente a fronte del non adeguato vaglio (dai giudici di merito) in termini comparativi di tale integrazione rispetto alla situazione esistente nel paese d'origine (Pakistan).
La Corte d'appello dopo aver descritto la situazione di instabilità del Pakistan e dopo aver dato atto di giudicare in base alla norma del testo unico sugli immigrati, aveva respinto (immotivamente) il gravame osservando che nessuna allegazione era stata fornita in termini di specifica vulnerabilità e che comunque per lacunosità e incongruenza delle dichiarazioni e per la mancanza di altri elementi di riscontro, non erano emersi "fatti e accadimenti" sulla cui base ragionevolmente ritenere la sussistenza di una condizione soggettiva tale da determinare il riconoscimento dell'invocata misura.
L'affermazione - a detta della Cassazione - risulta essere del tutto impersonale e generica e non soddisfa l'onere motivazionale. Dal ricorso risulta, infatti, che l'appellante avesse giustificato la domanda sostenendo di essersi impegnato fattivamente per integrarsi avendo frequentato corsi di lingua e trovato una certa stabilità lavorativa e abitativa, con alloggio dignitoso e aveva finanche aperto un conto presso le Poste italiane. La Cassazione, quindi, ha accolto il ricorso proposto dallo straniero alla stregua del principio secondo cui ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d'origine, in raffronto alla situazione d'integrazione nel Paese di accoglienza.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 27 marzo 2021
È scontro durissimo tra penalisti e magistrati a Napoli: da un lato le Camere Penali del Distretto di Corte di Appello, dall'altro il Tribunale di Sorveglianza e la giunta dell'Anm. Il casus belli, come vi abbiamo raccontato due giorni fa, è rappresentato da un documento dei penalisti campani in cui denunciano gravissime e non più tollerabili criticità degli uffici di sorveglianza: "Inaccettabile" è per loro il tempo tra la presentazione delle richieste di accesso ai benefici e la loro registrazione, il tempo tra quest'ultima e la fissazione dell'udienza, l'elevato numero di rinvii delle udienze per carenza o assenza di istruttoria, la tempistica di invio delle impugnazioni alla Cassazione, di decisione sui permessi premio, di valutazione sulle istanze di liberazione anticipata, reclamo e riabilitazione.
"Da troppi anni nel distretto di Napoli viene sistematicamente mortificato il diritto dei detenuti a espiare la pena secondo principi e modalità conformi al dettato costituzionale", ci aveva detto Marco Campora, Presidente della Camera Penale di Napoli. E invero lo stesso Presidente della Corte di Appello di Napoli, Giuseppe de Carolis di Prossedi, all'ultima inaugurazione dell'anno giudiziario aveva sottolineato le disfunzioni riguardanti gli uffici di sorveglianza: "Risulta significativamente aumentata del 21 per cento la pendenza dei procedimenti del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, passati da 28.039 a 33.983; così anche nell' Ufficio di Sorveglianza di Napoli, anche qui è aumentata la pendenza, e nell'ufficio di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere. Mentre invece risulta ridotta la pendenza negli uffici di sorveglianza di Avellino, passando da 2.372 a 2.042.
Nel complesso però gli uffici di sorveglianza sono in grande sofferenza. Siccome sono un ufficio molto delicato, questo sicuramente è un dato che ci fa riflettere". Tuttavia la miccia che ha fatto scoppiare lo scontro è stata la richiesta che concludeva il documento dei penalisti: cari magistrati di sorveglianza o "ripristinate la legalità costituzionale della pena", risolvendo tutte le criticità evidenziate, oppure "vi autosospendete dal servizio per impossibilità di rispettare le norme codicistiche e costituzionali".
Proposta irricevibile da parte della Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, Angelica Di Giovanni, che ha richiesto l'apertura di una pratica a tutela al Csm, la cui attività istruttoria rimarrà non pubblica fino al suo esito nel plenum. A tale iniziativa, replica così la Camera Penale di Napoli: "Il senso del nostro documento era - ed è chiarissimo e non suscettibile di fraintendimenti: le condizioni in cui versa il Tribunale di Sorveglianza sono gravissime e producono la sistematica violazione dei principi costituzionali e dei diritti dei detenuti. Avevamo invitato i magistrati di sorveglianza a partecipare con noi ad una battaglia per il ripristino delle condizioni minime di legalità e giustizia. La risposta fornitaci è stata invece una chiusura corporativa netta, intrisa di riflessi pavloviani laddove si riesuma l'istituto vintage del "fascicolo a tutela".
Per i penalisti partenopei l'invocazione della "carenza di mezzi e risorse" è un "mero alibi deresponsabilizzante. Sarà forse impopolare dirlo ma la carenza di mezzi e di risorse impone a ciascuno di noi, a seconda dei propri ruoli e delle proprie responsabilità, di fare qualcosa di più". Nel dibattito, come anticipato, è intervenuta anche la giunta dell'Anm di Napoli, il cui Presidente, Marcello De Chiara, dice al Dubbio: "La magistratura di sorveglianza napoletana è da sempre avanzato baluardo nella tutela dei diritti dei detenuti; mi pare che, con grande onestà, ciò sia stato riconosciuto dagli stessi avvocati, ma con la stessa onestà debbo dire che attribuire ai magistrati di sorveglianza la sistematica violazione delle norme costituzionali è un'accusa ingiusta ed in alcun modo aderente alla realtà dei fatti".
E prova a distendere i toni: "Auspico che con la Camera Penale di Napoli possano esservi al più presto occasioni di reale confronto. Le proposte di collaborazione non possono però essere veicolate attraverso comunicati stampa o accompagnate da richieste di autosospensione che rischiano di assumere il significato di una inutile, anche se involontaria, provocazione: bisogna invece al più presto incontrarsi, ragionare insieme, unire le nostre alte professionalità per individuare tutte le possibili soluzioni; in questa direzione va il mio auspicio ed intendo adoperarmi personalmente".
palermotoday.it, 27 marzo 2021
Dopo sei mesi si chiude la vertenza. La Uiltucs Sicilia ha firmato l'accordo con la Fabbro Food, ditta che si è aggiudicata l'appalto subentrando nella gestione alla Cot ristorazione. Il segretario generale Marianna Flauto: "Conserveranno tutti i diritti maturati". Salvi i 70 dipendenti in servizio nelle mense delle carceri siciliane. La Uiltucs Sicilia ha firmato l'accordo con la Fabbro Food, ditta che si è aggiudicata l'appalto subentrando nella gestione alla Cot ristorazione
Dal primo aprile il servizio mensa ripartirà e tutto il personale transiterà presso il nuovo soggetto per proseguire l'attività rivolta al personale di polizia penitenziaria. "I dipendenti - spiega Marianna Flauto, segretario generale della Uiltucs Sicilia - conserveranno tutti i diritti maturati relativi ad esempio all'anzianità, alla qualifica, alla mansione e alla retribuzione. È una vertenza che finalmente dopo sei mesi trova soluzione".
Nei giorni scorsi i sindacati avevano protestato contro la sospensione del servizio mensa, avvenuto lo scorso 25 settembre e non ripreso nonostante l'avvenuta assegnazione del servizio alla nuova azienda. A rischio erano una settantina di lavoratori in tutta l'Isola di cui una ventina solo a Palermo. Il dipartimento di polizia penitenziaria era così intervenuto rassicurando sulla decorrenza del nuovo contratto. Con la firma dell'accordo tutto il personale manterrà il posto di lavoro e i diritti maturati.
"Siamo stati vigili e - afferma Mimma Calabrò segretario generale Fisascat Cisl Sicilia - abbiamo tenuto i riflettori sempre puntati sulla vertenza affinché tutte le parti interessate si facessero carico di una problematica che si è protratta fino alla data odierna. Abbiamo apprezzato il sostegno - continua la sindacalista - ricevuto dagli agenti penitenziari che, in tutti questi mesi, hanno subito le conseguenze di tale mancato servizio. Tornare sul posto di lavoro - conclude Calabrò - significherà, per circa 70 lavoratori, riconquistare dignità lavorativa e tranquillità economica per le loro famiglie".
La Repubblica, 27 marzo 2021
"Sono iniziate le vaccinazioni al personale di polizia penitenziaria, con oltre 260 somministrazioni già fatte". "La settimana scorsa, con la positività al coronavirus riscontrata in due agenti del Gom, il corpo speciale dedicato alla sorveglianza della sezione 41bis degli istituti penitenziari di Parma, è subito scattato il protocollo per la gestione dell'emergenza covid-19 - spiega Romana Bacchi, sub-commissaria sanitaria dell'Azienda Usl di Parma -. Sono quindi state realizzate tutte le azioni mirate a ricercare casi di positività e mettere in quarantena o in isolamento i soggetti coinvolti per interrompere la catena del contagio. Tutto ciò - conclude la sub-commissaria - in stretto raccordo e in collaborazione con la direzione del carcere, da subito informata al pari di tutte le autorità competenti". L'Ausl spiega quindi le azioni messe in campo per contenere il contagio e mettere in sicurezza agenti e detenuti. a seguito del focolaio di coronavirus che si è sviluppato nel carcere di Parma nei giorni scorsi.
I detenuti della sezione del 41bis sono stati sottoposti a tampone antigenico rapido. In seguito, il tampone molecolare ha confermato la positività al coronavirus in 11 di loro. Queste persone sono quindi state trasferite all'ultimo piano del nuovo padiglione del carcere che è stato adibito a reparto covid, dove sono allestite 17 stanze singole con bagno e doccia. Sul fronte delle vaccinazioni, in linea con quanto disposto dal piano nazionale e regionale, è stata offerta la somministrazione delle dosi ai detenuti in base all'età (over 75) e alle condizioni di salute (elevata vulnerabilità).
Sono stati formati infermieri dedicati alla vaccinazione e potenziato il personale sanitario dedicato all'attività in carcere. Gli agenti ad oggi risultati positivi al Covid-19, dopo gli accertamenti eseguiti, sono 37 (tra personale del Gom e della polizia penitenziaria). Per uno è stato necessario il ricovero in ospedale in altra provincia, mentre gli altri sono in hotel covid o al proprio domicilio. Sono iniziate le vaccinazioni al personale di polizia penitenziaria, con oltre 260 somministrazioni già fatte".
di Lorenza Pleuteri
La Repubblica, 27 marzo 2021
A chiederlo gli avvocati dei parenti di Hafedh Chouchane, dell'Ufficio nazionale del garante dei detenuti e dell'associazione Antigone che hanno presentato opposizione. Dopo le rivolte di marzo 2020 e l'assalto alle scorte di metadone e psicofarmaci furono otto i detenuti deceduti.
"Strage del Sant'Anna di Modena, no all'archiviazione. Servono nuove indagini, occorrono approfondimenti su eventuali responsabilità e omissioni. Vanno ricostruite le catene di comando, del personale penitenziario e del personale medico interno ed esterno. Si deve precisare il ruolo della direttrice, sparita di scena".
Gli avvocati dei familiari di Hafedh Chouchane, dell'Ufficio nazionale del garante dei detenuti e dell'associazione Antigone (Luca Sebastiani, Gianpaolo Ronsisvalle e Simona Filippi) hanno presentato opposizione alla richiesta di archiviazione delle indagini sulla morte di otto detenuti del carcere emiliano, deceduti dopo le rivolte di marzo 2020 e l'assalto alle scorte di metadone e psicofarmaci.
Le tre domande dei legali - Tre domande, su tutte, vengono rilanciate dai legali. Hafedh e gli altri potevano e dovevano essere salvati? I medici in campo avevano il tempo e il modo per farlo? L'emergenza è stata gestita in modo adeguato e applicando linee guida efficaci? Le risposte fin qui date dalla procura non convincono i rappresentanti delle persone offese. Le ragioni? Giustificano violazioni e inosservanze (ad esempio la non compilazione di nulla osta sanitari ai trasferimenti) con lo "stato di necessità" dovuto alla drammaticità della situazione. Lasciano inesplorati alcuni aspetti. Spingono a chiedere di non chiudere il caso e di disporre invece nuove indagini.
Ricapitola l'avvocata Filippi, di Antigone: "È stato accertato che i nove detenuti, gli otto per cui procede la procura di Modena e Salvatore Piscitelli, sono deceduti per una overdose da metadone. Il rilascio non è istantaneo, la morte arriva dopo ore, vanno approfonditi aspetti e circostanze delle fasi immediatamente successive alla rivolta dell'8 marzo. A fronte di un numero importante di persone che erano in condizioni di salute critiche, e che con alta probabilità potevano andare incontro a conseguenze irrimediabili, è stato comunque deciso di provvedere al loro trasferimento in altri istituti o alla ricollocazione in reparto. Perché? Ed esattamente da chi? Ci hanno rimesso la vita in tanti, non si possono chiudere le indagini senza completare gli accertamenti su questo e altri fronti".
L'avvocato Sebastiani, riferendosi all'amministrazione penitenziaria e alla direzione, incalza: "Chi riveste una posizione di garanzia e di protezione nei confronti di altri soggetti ha l'obbligo di impedire l'evento e, se ciò non avviene, ne risponde a titolo di responsabilità omissiva, al pari che in posti di lavoro, ospedali o altre strutture pubbliche o private, dove ogni giorno i soggetti di riferimento devono rispondere per fatti accaduti all'interno. I detenuti sono affidati alla custodia e cura dello Stato. Assumendosi l'onere di privarli della libertà, lo Stato deve assicurare anche la loro tutela e la loro salute durante la detenzione. Stiamo parlando di una rivolta in carcere, che era prevedibile ed evitabile, diversamente da come è successo".
I misteri - Gli esempi portati, su singoli aspetti da scandagliare meglio, abbondano. Il mistero della chiave, tra i tanti. Fonti carcerarie e sindacali avevano raccontato che la cassaforte dell'infermeria, con dentro litri e litri di metadone e decine di confezioni di psicofarmaci, era stata forzata dai detenuti con una fresa prelevata nel magazzino degli attrezzi. Non è andata così. Ora viene fuori una diversa ricostruzione, basata sulle dichiarazioni sottoscritte dal coordinatore degli infermieri e avvalorata dalla procura, "senza accertamenti investigativi specifici".
L'armadio blindato, si dà per assodato nelle carte, è stato aperto con la chiave. La chiave era riposta in una non meglio precisata cassetta di sicurezza, collocata non è dato sapere dove. La cassetta di sicurezza è stata manomessa e il contenuto, chiave della cassaforte compresa, è sparito. La deduzione è che sia stata tutta opera dei rivoltosi. "Ma questo - osservano i legali - è uno degli aspetti trascurati dalle indagini e dati per scontati, anziché essere investigati meglio". Il testimone creduto sulla parola, il coordinatore degli infermieri, non lavora più nel carcere di Modena. È passato ad una Ausl, rivela un collega. Non si conoscono le ragioni del trasferimento. Voci interne dicono che non se la sentisse più di lavorare in un carcere.
Altro esempio, la disponibilità delle dosi già pronte. Le due infermiere di turno, quando è scoppiata la rivolta, stavano dividendo il metadone e i farmaci da distribuire a centinaia di detenuti in terapia, un migliaio di bustine in tutto. A verbale hanno ricostruito dettagliatamente i minuti di terrore vissuti quel pomeriggio. Temevano di essere ammazzate, rivelano di aver trovato rifugio sotto un letto. Garantiscono che la cassaforte era "perfettamente integra" (e non chiusa) nel momento in cui sono riuscite ad allontanarsi, passando dalla finestra rotta di una porta. Ma non parlano di alcuna chiave né di cassette di sicurezza. Non spiegano se e dove hanno nascosto le dosi di metadone e di medicinali già pronte, per sottrarle all'assalto dei ribelli. Le hanno lasciate in giro, a portata di mano? O hanno riaperto la cassaforte, posto che l'avessero serrata, per rimetterle all'interno? Ma la chiave, tornando al punto precedente, dove era?
La procura, sempre prendendo per buone le testimonianze raccolte, scrive che le modalità di custodia dei farmaci (ma il riferimento arriva a proposito del metadone e degli oppiacei) sono risultate perfettamente conformi alle indicazioni contenute nelle Linee di indirizzo per la gestione clinica dei famaci negli istituti penitenziari della regione Emilia Romagna - documento tecnico regionale per la sicurezza nella terapia farmacologica n. 2, regione Emilia Romagna, aprile 2015, il cui par. 6.2 prevede espressamente che lo stoccaggio dei prodotti farmaceutici debba avvenire in locali opportunamente custoditi, eventualmente in armadi chiusi a chiave.
La procedura applicata viene definita "irreprensibile e inappuntabile", alla luce delle direttive. Peccato che la disposizione richiamata per "assolvere" il personale e il carcere non riguardi i "farmaci stupefacenti", come è esplicitamente scritto a pagina 2 delle linee guida citate, quelle sbagliate.
Le storie - Poi ci sono le singole storie. Hafedh Chouchane, che stava male o forse era già morto, dove è stato consegnato alla polizia penitenziaria dai compagni? Nella sintesi degli atti ci sono tre indicazioni diverse, che potrebbero riferirsi allo stesso luogo o a punti diversi. La procura non sembra porsi il problema della differente indicazione.
Il comandante degli agenti nella nota informativa redatta l'11 marzo 2020 scrive: "In data 08.03.2020, alle ore 19.30 circa, alcuni detenuti non identificati trasportavano il nominato in oggetto fino al passo carraio interno della portineria centrale dell'istituto poiché non stava bene, lasciandolo in terra. Il personale di polizia penitenziaria appostato all'esterno del passo carraio ha immediatamente soccorso il detenuto, che veniva trasportato presso il presidio mobile del 118... i quali ne costatavano il decesso per arresto respiratorio". Nel rapporto del 19.03.2020 lo stesso comandante annota che il corpo veniva lasciato "al piano terra delle scale riservate al personale della polizia penitenziaria (ingresso nr. 88) del plesso detentivo principale". Uno dei detenuti soccorritori afferma di averlo portato "giù al piano terra, alla rotonda...". È lo stesso posto citato dal comandante? E quale dei due?
Lo scarto di 50 minuti. Un medico attesta che il decesso di Hafedh è avvenuto alle 20.20, cioè 50 minuti dopo che il detenuto è stato consegnato alla polizia penitenziaria (circa alle 19.30, come ha messo per iscritto il comandante). Possibile che sia passato tutto quel tempo? Quanto c'è voluto per portare Hafedh dal punto di consegna fino al tendone del 118, a poche decine di metri? Il medico lo ha preso subito in carico o lo ha messo in coda, dopo altri? E in quei tre quarti d'ora abbondanti che cosa ha fatto, oltre all'elettrocardiogramma risultato piatto?
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 27 marzo 2021
"Felicità e solitudine, libertà e regole": cosa significano per chi è libero e per chi è dietro le sbarre? Cento classi delle scuole superiori di Torino e della città metropolitana hanno partecipato (con quasi 2.500 i collegamenti) alla diretta streaming dal Teatro Agnelli di Torino nella mattinata del 22 marzo, ad un dialogo teatrale sui temi del rapporto tra individuo e società che toccano profondamente, non solo le nuove generazioni in questo momento di isolamento forzato dovuto alla pandemia, ma tutti noi, a maggior ragione chi sconta una pena in carcere, "Game over - Le regole del gioco" il titolo dello spettacolo realizzato con il sostegno della Compagnia di San Paolo, prodotto da Teatro e Società, in collaborazione con l'Associazione "Sulleregole" e il Fondo Alberto e Angelica Musy in concomitanza con il nono anniversario dell'omicidio di Alberto Musy, avvenuto a Torino il 21 marzo 2012.
Alla piece, a cui hanno partecipato anche gli studenti dell'Istituto Grassi di Torino (nella foto sopra) che hanno seguito il laboratorio formativo sui temi dell'educazione civica, è intervenuta la vedova dell'avvocato Musy, Angelica, che in memoria del marito ha promosso un Fondo per sostienere in particolare le persone che nel periodo detentivo scelgono di iscriversi al Polo Universitario per studenti reclusi, offrendo loro borse lavoro per aiutarli a reinserirsi una volta "fuori" , riducendo la reiterazione dei reati.
"È importante" ha sottolineato Angelica Musy durante lo spettacolo - condotto dagli attori-autori Elisabetta Baro e Franco Carapelle con interventi del rapper Alp King, Moni Ovadia e Neri Marcorè - "che tutti nella vita, anche chi sbaglia abbiano un'altra chance: per questo chi, come recita la nostra Costituzione, ha l'opportunità di scontare il tempo della pena con percorsi rieducativi non commetterà più crimini: nel nostro Paese la recidiva è al 68% perché in carcere non c'è l'opportunità di cambiare. Ecco il contributo che vuole offrire il nostro Fondo.
E dopo tre anni di repliche dello spettacolo "Game over, per un nuovo inizio" con cui abbiamo raggiunto 4 mila giovani, vogliamo rinnovare il prezioso lavoro con cui abbiamo portato il carcere oltre le sbarre, parlando di seconde opportunità ai giovani studenti e per spazzare via i pregiudizi sul mondo penitenziario". Tra gli intervenuti, don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, richiamando alla realtà della galera, ha invitato i giovani a considerare la felicità "incompatibile e con l'egoismo e l'individualismo ma come ricerca della propria strada nella vita".
E poi il magistrato Gherardo Colombo, promotore dell'associazione "Sulleregole" che ha avvisato gli studenti che non c'è libertà "senza le regole necessarie per la convivenza civile" e quanto la scuola con l'insegnamento dell'educazione civica possa essere decisiva per la formazione delle nuove generazioni alla legalità.
Conclude Franco Carapelle: "Dopo 28 anni di attività teatrale in carcere e 30 nelle scuole superiori credo sia fondamentale che gli studenti riflettano sui temi dell'isolamento e della solitudine a partire dalla condizione di chi ha perso la libertà perché ha infranto le regole, magari pensando di trovare una felicità effimera: una condizione che può riguardare tutti perché gli Istituti di pena, anche se spesso ai margini delle nostre città, ci riguardano, sono un pezzo della nostra società. E, nella misura in cui i detenuti si sentono 'inclusi' e non discriminati, hanno possibilità di tornare alla vera libertà nel rispett o di chi ci è accanto, strada verso la felicità".
vita.it, 27 marzo 2021
Nell'occasione della Giornata mondiale del teatro presentato il progetto promosso dalle Fondazioni porta l'arte del teatro in 12 istituti di pena. Un progetto in corso da 3 anni in 12 carceri italiane, che coinvolge circa 250 detenuti in percorsi di formazione artistica e professionale nei mestieri del teatro.
Oggi è la Giornata mondiale del Teatro, ma per il secondo anno consecutivo questa ricorrenza vedrà tutte le sale chiuse a causa delle limitazioni imposte dalla pandemia. Alla vigilia di questa Giornata, Acri ha organizzato l'evento "Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcere" per presentare Per Aspera ad Astra, un progetto in corso da 3 anni in 12 carceri italiane, che coinvolge circa 250 detenuti in percorsi di formazione artistica e professionale nei mestieri del teatro.
All'evento, che si può rivedere al link www.acri.it/peraspera21, con la conduzione di Andrea Delogu, sono intervenuti: Francesco Profumo, presidente di Acri; Bernardo Petralia, Capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria; Aniello Arena, attore; Giorgia Cardaci, attrice, vicepresidente Associazione Unita - Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo. Oltre ad alcuni testimoni del progetto: Enrico Casale, Associazione culturale Scarti; Ibrahima Kandji, attore Compagnia della Fortezza; Micaela Casalboni, Teatro dell'Argine. Per l'occasione è stato proiettato il video di azione collettiva "Uscite dal mondo", diretto da Armando Punzo, Compagnia della Fortezza, con la drammaturgia musicale di Andrea Salvadori e la partecipazione di tutti i registi delle compagnie che partecipano a Per Aspera ad Astra.
Il Ministro della Cultura Dario Franceschini, ha inviato un messaggio: "L'incontro di oggi dimostra quanto il cammino iniziato oltre trent'anni fa da Armando Punzo con la Compagnia della Fortezza al carcere di Volterra abbia dato frutti generosi. E come fosse giusta l'intuizione di fare della cultura una leva potente per un migliore percorso di pena dei detenuti. Domani in tutto il modo si celebrerà il teatro. In Italia doveva essere una giornata di festa, la data di una prima ripartenza. Purtroppo non sarà così. Ma, come dimostra il progetto di formazione artistica nei mestieri del teatro, la cultura ha un ruolo fondamentale nelle nostre vite. Tanto più per noi italiani che siamo abituati a vivere nell'arte e nella cultura: le nostre città senza teatri e cinema, le nostre piazze senza musica sono più tristi. Così l'Italia non è l'Italia. Ieri era il Dantedì, la giornata nazionale istituita per celebrare Dante Alighieri. Per questo vorrei concludere citando Dante, quando alla fine del lungo viaggio all'Inferno ha detto "e quindi uscimmo a riveder le stelle". Ecco, arriverà in fretta il momento in cui potremo uscire a rivedere le stelle, in cui tornerà la musica nelle piazze, gli spettacoli teatrali, i festeggiamenti".
Dichiarazione del Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Bernardo Petralia: "Il DAP continuerà a sostenere e valorizzare, per ora entro i limiti e le inevitabili precauzioni dovute alla pandemia, le tante attività teatrali presenti negli istituti penitenziari italiani, ben conosciute e apprezzate anche all'estero, come dimostrano gli importanti riconoscimenti ottenuti. Il teatro si è rivelato uno dei mezzi più efficaci per collegare realtà carceraria e società civile e per affermare il valore di una pena che sappia offrire alle persone detenute opportunità di formazione, lavoro e crescita culturale. Speriamo solo di poter tornare a farlo presto senza più alcuna limitazione".
Dichiarazione del Presidente di Acri, Francesco Profumo: "Le Fondazioni di origine bancaria promuovo il progetto Per Aspera ad Astra, perché intendono contribuire a garantire il "diritto alla bellezza" anche alle persone in condizione di privazione della libertà. Troppo spesso il carcere è uno spazio in cui la cultura sembra bandita. Invece, il teatro può contribuire a rigenerare questi spazi, perché può offrire ai detenuti la possibilità di vivere un'esperienza artistica potentissima, in grado di far riscoprire loro tutta la loro umanità, fatta di sogni e di empatia. Inoltre, questo progetto permette ai detenuti di acquisire anche competenze professionali nei mestieri del teatro, da poter utilizzare per il loro reinserimento nella società al termine della pena. Per Aspera ad Astra ha dato vita a un'inedita comunità composta da Fondazioni, compagnie teatrali, detenuti, direzioni e personale delle carceri, che condivide un progetto innovativo e ambizioso".
"Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" è un progetto promosso da Acri e sostenuto da 10 Fondazioni di origine bancaria che, dal 2018, sta realizzando in carcere innovativi percorsi di formazione che riguardano non solo attori e drammaturghi, ma anche scenografi, costumisti, truccatori, fonici e addetti alle luci. Il progetto è nato dall'esperienza ultra trentennale della Compagnia della Fortezza di Volterra, guidata dal drammaturgo e regista Armando Punzo che, nel corso della sua lunga attività, ha costruito un patrimonio consolidato di buone pratiche, che ora si estende in altre carceri d'Italia.
Per Aspera ad Astra ha dato vita a una rete nazionale di compagnie teatrali che operano nelle carceri e che condividono l'approccio e la metodologia di intervento. L'esperienza condivisa testimonia come sia possibile lavorare nelle carceri mettendo al centro l'arte e la cultura, lasciando che essa possa esprimersi appieno e compiere una rigenerazione degli individui, favorendo il riscatto personale e avviando percorsi per il pieno reinserimento del detenuto nel mondo esterno. Altro obiettivo di questo intervento è che possa contribuire alla riflessione sulla piena applicazione dell'art. 27 della Costituzione italiana, innescando un processo di ripensamento del carcere, delle sue funzioni e del rapporto tra il personale che vi opera e le persone detenute.
Le carceri e le compagnie teatrali coinvolte nell'edizione 2020/2021 di Per Aspera ad Astra sono: Casa di Reclusione di Volterra (Pi) - Carte Blanche / Compagnia della Fortezza; Casa di Reclusione Milano Opera - Opera Liquida; Casa Circondariale di Torino "Lorusso e Cutugno" - Teatro e Società; Casa Circondariale di Palermo "Pagliarelli" - Associazione Baccanica; Casa di Reclusione di Vigevano (Pv) - FormAttArt; Casa di Reclusione di Padova - Teatro Stabile del Veneto; Casa Circondariale di La Spezia - Associazione Gli Scarti; Casa Circondariale di Cagliari Uta - Cada Die Teatro; Casa Circondariale di Perugia Capanne - Teatro Stabile dell'Umbria; Casa Circondariale di Bologna "Dozza" - Teatro dell'Argine; Casa di Reclusione di Saluzzo (CN) - Voci Erranti; Casa Circondariale di Genova Marassi - Teatro Necessario.
di Massimiliano Tarantino
Corriere della Sera, 27 marzo 2021
Troviamo il coraggio di reinventare i codici della nostra convivenza, del nostro rapporto con il denaro, con il possesso e diamo concretezza ad una next generation ecology. Caro Direttore, una volta Tina Anselmi disse che "per cambiare il mondo bisognava esserci". Mi sembra un buon suggerimento per affrontare le sfide che il tempo presente ci propone. Non esiste un manuale per superare una crisi. Ne abbiamo avute moltissime nel nostro recente passato e ogni volta abbiamo trovato le risorse, gli attori, le congiunture che ci hanno fatto percepire di averle superate. Chissà se è stato davvero così. Studiando la storia lo possiamo capire, caso per caso. Ma oggi è diverso, la stiamo vivendo e non abbiamo intenzione solo di farci i conti, vogliamo andare oltre.
Ce lo stiamo ripetendo da più di un anno, "Andrà tutto bene". Ma se la definizione di bene in relazione alla pandemia ha una risposta certa, i vaccini e la loro distribuzione di massa, condividere una comune definizione di bene in relazione alla società che abbiamo davanti apre scenari ambigui, e risposte sulle quali si prende tempo, o si pensa di poterlo perdere.
Mentre è urgente dare corpo a quella dimensione di sostenibilità, ecologica e sociale, per la quale sono scesi in piazza i giovani di mezzo mondo, prima di questo tsunami, e che altre priorità hanno ibernato. Dimostriamo di essere smart per davvero. Non accontentiamoci di utilizzare i computer per fare le lezioni da casa o le riunioni dal parco, non illudiamoci che basta utilizzare la macchina ad idrogeno o riciclare la plastica, non lasciamo alla tecnologia il privilegio di sostituirci nell'essere brillanti e moderni. Troviamo il coraggio di reinventare i codici della nostra convivenza, del nostro rapporto con il denaro, con il possesso e diamo concretezza ad una next generation ecology.
Una dimensione ultraverde, che parte dall'attenzione a clima e risorse naturali per estendersi a giustizia sociale, diritti, lavoro: una proposta politica aggregante, che si proponga di riaccendere il senso della partecipazione di massa verso un obiettivo concreto, il miglioramento delle condizioni di vita per tutte e tutti, e che sfidi le storture del sistema capitalistico che abbiamo ereditato, riformandolo in senso plurale.
È una sfida imponente: non si tratta solo di una corsa contro il tempo, ma anche di un cambio di paradigma culturale. È tempo di riscoprire il ruolo dell'attore pubblico, come soggetto capace di regolare il mercato orientandolo verso una "trasformazione più giusta", di stampo sociale. È tempo di fare evolvere la globalizzazione degli interessi verso un pensiero aggiornato d'interdipendenza tra esseri umani, garantendo a ciascuno il medesimo paniere di diritti fondamentali. È tempo di sostenere, ad ogni angolo del pianeta, pratiche di dissenso quotidiano che sappiano colorare la democrazia del dinamismo delle idee e della tutela delle minoranze.
Ed è anche tempo di smettere d'indignarsi, di lamentarsi, di trovare un pretesto per chiedere. E di ricominciare tutti a trovare le motivazioni per fare, anche con istanze radicali. In questo Milano è stata negli ultimi anni un grande laboratorio, che in questi mesi deve ritrovare spazio, fiducia e motivazioni. Nell'interesse dei cittadini che la abitano ma anche delle piccole e grandi città che guardano al nostro esempio, e a volte ne subiscono il peso e la distanza. La ricerca e la cultura possono e devono fare la loro parte, come sentinelle dei bisogni e come mediatori tra le soluzioni.
Siamo tutti chiamati ad una prova di coraggio ma, come ha scritto Piero Gobetti, "per raggiungere questa umanità migliore dobbiamo distruggere le abitudini e le indifferenze. Ma mentre distruggiamo un mondo di pregiudizi, costruiamo con ardore e pazienza il mondo della concretezza".
*Direttore Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
di Gianfranco Capitta
Il Manifesto, 27 marzo 2021
Oggi le celebrazioni ma i sipari sono sempre abbassati, e i ristori distribuiti in modo discutibile. Due eventi permettono di scoprire il lavoro in carcere, con Collovà e Traitsis, Punzo e Arena.
Sarà forse anche un effetto indotto della pandemia, ma ormai ogni giorno che arriva in Terra, sentiamo quasi il bisogno di festeggiare qualcosa. Che sono spesso le cause più nobili, e rispettabili e necessarie (sul valore non si discute) ma quest'idea di dedicare o consacrare a "qualcosa", rischia spesso per sminuire l'oggetto del festeggio. L'informazione del resto gonfia notiziari e approfondimenti in uno scadenzario che prende ormai il posto di antichi rosari e litanie di valore quasi esorcistici. Il calendario, ma non solo, può fare così degli scherzi anche crudeli, oltre che ingiusti. Solo l'altro ieri, sotto la brillante etichetta del "Dantedì" (appetibile come un supermercato), si è celebrato il settimo centenario della morte di Dante sommo poeta. Ricorrenza e festeggiamento sacrosanti, che hanno rischiato di allagare nella banalità la bellezza e il senso fortissimo dei versi della Commedia.
Tra radio, televisione e giornali (ma anche cartelli, striscioni e social), ogni medium ha sentito il dovere di sproloquiare sulla grandezza del sommo poeta, anche se la hit parade delle citazioni finivano col privilegiare sempre gli stessi canti e personaggi. I "professori" strologavano a spron battuto, come per altro sarebbero tenuti a fare, in maniera magari più comprensibile, in tutti gli ordini di scuola. Poi c'era l'esercito di improvvidi che ai titoli più vari, citavano proponevano e dissertavano, e soprattutto "interpretavano", quei versi scultorei e i loro protagonisti. La "festa"aveva il suo ispiratore supremo, ça va sans dire, nel ministro della cultura Franceschini, come la carica richiedeva ovviamente. Parole di circostanza che avevano un senso quando a acchiappare il pubblico ai versi danteschi era Benigni (forte della comunanza territoriale e quindi linguistica, ma anche per essersi esercitato su quelle parole da anni), forse meno per certi entusiasmi rituali che la scultorea chiarezza di quei versi rendeva quasi più "oscura".
Oggi è il giorno di un'altra "trappola" di calendario fantasioso, in quanto si dovrebbe celebrare la "giornata del teatro", che suona come certe malattie rare o certe problematiche planetarie che servono solo a darci qualche rimorso, generalmente lieve. A sostenere la celebrazione ormai quasi "rituale" (se non addirittura esorcistica) è sempre in prima linea lo stesso ministro. Peccato che da più di un anno non abbia avuto molto a cuore il "teatro", prima chiudendone gli spazi come fosse il massimo focolaio del contagio, poi distribuendo i ristori e i ricoveri secondo criteri quanto meno discutibili, che hanno finito per rimpinguare le casse delle istituzioni pubbliche teatrali, statali, stabili e nazionali, con un discreto guadagno per non dover neanche spolverare le sale. Poi sono arrivate le briciole, minimi tamponi del tutto insufficienti per chi del fare teatro dovrebbe sopravvivere.
Per onestà, in questa smania tanto celebrativa quanto poco motivata (da ricordare davvero la ricorrenza dei defunti), la giornata diventa anche l'occasione per scoprire del teatro altre prospettive. Il caso principe è quello del teatro in carcere, una pratica che ha la sua intrinseca necessità nel poter abbattere, attraverso la rappresentazione, le sbarre che separano chi è detenuto dal "fuori": non solo dalla pratica ma dall'idea stessa di libertà. Per chi è curioso di conoscere quell'universo teatrale, oggi può superare a sua volta le barriere macchinose della sicurezza collegandosi online a due diversi momenti. Dalle 15 alle 16,30 sarà visibile (su www.youtube.com/user/teatroaenigma/ nonché sul sito www.teatroaenigma.it) un seminario internazionale cui parteciperanno, dopo il saluto della ministra Cartabia, il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, e i due registi Michalis Traitsis e Claudio Collovà, che conducono esperienze teatrali con adulti e minori rispettivamente a Venezia e Palermo. Con loro si confronterà la studiosa di Roma 3 Valentina Venturini.
Altra possibile visione (sul sito delle Casse di Risparmio www.acri.it/peraspera21) l'incontro avvenuto ieri sul progetto Per Aspera ad Astra, finanziato da quell'associazione bancaria, cui partecipano 250 detenuti in 12 carceri disseminate nel nostro paese.
All'incontro hanno partecipato, tra i molti, attori ancora coinvolti in quelle esperienze, e chi, come Aniello Arena, ha grazie a quelle acquisito una riconosciuta professionalità nel cinema. Armando Punzo ha mostrato un video di azione collettiva nella Fortezza di Volterra dal titolo Uscite dal mondo. Parola d'ordine comune, il "diritto alla bellezza". Un motto che avrebbe molto senso anche per chi sta "fuori".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 27 marzo 2021
Nel 2019 sono state 321 le attività teatrali organizzate negli istituti penitenziari italiani, tra spettacoli, laboratori e iniziative di formazione. Hanno coinvolto 5021 detenuti (di cui 1401 stranieri) in veste di attori, coautori di testi e addetti a mansioni tecniche. Questi dati - gli ultimi rilevati dal Dap prima del lockdown - descrivono un'attività seguita, inclusiva e diffusa in tutto il territorio nazionale. "Le esperienze teatrali in carcere sono ormai la regola, perché il teatro ha un'importante funzione pedagogica di preparazione all'inclusione nella vita civile" ha sottolineato Bernardo Petralia, capo Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (DAP), intervenuto stamani all'evento 'Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcerè organizzato da Acri, Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa, alla vigilia della Giornata Internazionale del Teatro.
"Il teatro in carcere è una ribalta naturale, un teatro vivente, è un posto, dove è facile recitare perché, in questa comunità di dolenti, le emozioni sono tutte allertate. La finzione consente al detenuto di sentirsi libero e non è poco se si considera che un aspetto fondamentale della gestione della vita carceraria è il trattamento," ha aggiunto Petralia, che ha assicurato la massima disponibilità dell'amministrazione penitenziaria a sostenere queste esperienze " che rappresentano una vibrazione di libertà, il veicolo più importante per consentire il miglior passaggio dalla vita ristretta alla vita libera".
Nel corso dell'incontro, trasmesso in streaming e moderato da Andrea Delogu, è stato presentato il video "Uscite dal mondo", diretto da Armando Punzo, fondatore della Compagnia della Fortezza, nel carcere di Volterra. L'opera è stata realizzata con i contributi artistici delle realtà che hanno aderito a "Per Aspera ad Astra", progetto sostenuto da 10 Fondazioni associate Acri che, dal 2018, coinvolge in percorsi di formazione artistica e professionale circa 250 detenuti in 12 carceri. "Cultura e bellezza consentono alle persone di esprimere quello che per troppo tempo hanno represso - ha detto Francesco Profumo, presidente Acri - e di rigenerarsi, grazie alla sperimentazione che è l'elemento centrale del percorso da noi sostenuto". L'importanza assunta dal teatro in carcere è stata ricordata anche dal ministro della Cultura, Dario Franceschini, che nel suo messaggio ha sottolineato quanto questa pratica si sia rivelata una leva potente per un miglior percorso di crescita dei detenuti".
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