di Maria Teresa Martinengo
La Stampa, 23 dicembre 2020
La collaborazione con il Polo del '900 collega la storia del movimento gay alla storia del Paese. In autunno una mostra. Un anno senza fatti troppo eclatanti, il 1971 in Italia. Si chiude con l'elezione di Giovanni Leone alla Presidenza della Repubblica, emerge il tentativo di golpe di Junio Valerio Borghese. Tempo di depistaggi, ma anche segni diversi.
La Corte Costituzionale abroga l'articolo del codice penale che vieta la produzione, il commercio e la pubblicità degli anticoncezionali. Basaglia è direttore del manicomio di Trieste, il Manifesto diventa un quotidiano. È in questa atmosfera - condita dalle note di Imagine, appena lanciata - che Angelo Pezzana e un gruppo di amici fedeli danno vita in questa città al Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, il Fuori! E Fuori! sarà il nome della rivista fondata dallo stesso Pezzana, allora alla guida della libreria internazionale Hellas di via Bertola.
"Oggi si scrive lgbtq+, nel 1971 la parola "omosessuale" - ricordava ieri Pezzana - sui giornali era vietato scriverla". In redazione con lui Enzo Francone, Marco Silombria, Mario Mieli, Alfredo Cohen, Mariasilvia Spolato: la rivista è la scintilla da cui partono le lotte per i diritti che portano fino alle unioni civili.
Ora il prezioso patrimonio di documenti sulla cultura gay raccolti dalla Fondazione Sandro Penna/Fuori!, presieduta da Pezzana e da Maurizio Gelatti, editore e comunicatore, viene accolto dal Polo del '900 tra i suoi archivi digitali. Sull'hub 9CentRo, piattaforma che integra fonti e archivi sulla storia del Novecento, vengono messi a disposizione dei ricercatori libri, riviste, articoli di giornale, fotografie, video, audio, manifesti. "È la ricostruzione della storia dell'Italia arcobaleno - sottolinea Gelatti.
Tra i documenti già disponibili c'è la collezione integrale della rivista pubblicata tra il 1971 e il 1982. L'operazione di migrazione e digitalizzazione si concluderà nel 2021". In autunno il Polo del '900 ospiterà anche la Mostra per i 50 anni del movimento di liberazione omosessuale, realizzata in collaborazione con il Museo diffuso della Resistenza. Significativa, poi, è la collaborazione con l'Università, attenta alle tematiche Lgbtq+, promotrice del primo corso di Storia dell'omosessualità, tenuto dal professor Antonio Pizzo.
"La collaborazione con il Polo del '900 - sottolinea Pezzana - è importante perché è un luogo di studio. Ed è giusto che la mostra dei 50 anni avvenga in quel tipo di contesto dove si possono cogliere legami stretti con la storia del Paese. Il Fuori! è nato a Torino ma è ben presto diventato nazionale: le mille copie del numero zero le diffondemmo in una quindicina di città. Erano poche, ma furono sufficienti a far nascere numerosi gruppi Fuori!, da Pordenone a Palermo".
Pezzana spiega che "nella mostra illustreremo le azioni fatte per arrivare alla visibilità. La visibilità era la battaglia all'inizio. Nessuno parlava degli omosessuali, che dovevano nascondersi, confinati in luoghi malfamati. Oggi tutto è cambiato perché sono avvenute riforme che all'inizio i "rivoluzionari" giudicavano con sufficienza. Noi abbiamo sempre sostenuto che per i cambiamenti durevoli servono riforme.
Dal '74 in poi, da quando ci siamo federati al Partito Radicale, il Fuori! con le sue battaglie ha avuto un carattere sociale. Insieme abbiamo lottato per il divorzio, l'aborto, i cambiamenti sociali". Sono tante le tappe di quel percorso e nella mostra saranno ripercorse: Pezzana sulla piazza Rossa, Enzo Francone a Teheran, il congresso degli psichiatri a San Remo ("erano omofobi, poi si sono ricreduti").
"Organizzeremo anche un paio di tavole rotonde con giornalisti, perché il rapporto con i giornali è una parte della storia...". Soddisfazione anche per Alessandro Bollo, direttore del Polo del '900: "9CentRo è un hub che valorizza gli archivi degli Enti partner del Polo e progressivamente sta includendo nuove realtà esterne interessate a raccontare il Novecento e i suoi protagonisti. In un unico luogo virtuale sono riunite fonti di inestimabile valore. Con gli archivi della Fondazione Sandro Penna/Fuori!, 9CentRo si arricchisce di documenti e testimonianze uniche e di grande valore storico e documentale".
di Giordano Stabile
La Stampa, 23 dicembre 2020
Abusi di potere e violazioni dei diritti umani sono diffusi anche nei Paesi democratici. Nel 2019 la polizia americana ha ucciso 33,3 persone ogni 10 milioni di abitanti. Il braccio violento della legge conosce picchi di brutalità in Medio Oriente, Africa e Sud America, anche se neppure le democrazie avanzate, a cominciare dagli Stati Uniti, sono esenti da eccessi nell'uso della forza e violazioni dei diritti umani.
Nel 2019 la polizia americana ha ucciso 33,3 persone ogni 10 milioni di abitanti, contro le 0,2 in Giappone, e quest'anno il caso di George Floyd ha suscitato un'ondata di proteste senza precedenti. Per i Paesi mediorientali non esistono però statistiche accurate, mentre violenze e uccisioni sono molto più diffuse. Fra l'ottobre del 2019 e il gennaio del 2020 in Iraq le forze di sicurezza, infiltrate da elementi estremisti delle milizie sciite, hanno ammazzato almeno 600 persone, spesso con l'uso di cecchini. Il che, per comparazione, porterebbe da solo il tasso a 150 persone per 10 milioni. In Egitto, secondo la ong Committee for Justice, 1058 persone sono morte nelle mani della polizia fra il 2013 e il 2020. Il fenomeno è così diffuso che in tutti i romanzi del più conosciuto scrittore egiziano contemporaneo, Alaa al-Aswani, c'è almeno una scena di tortura da parte della polizia.
Le stesse primavere arabe sono state innescate dagli abusi degli agenti. Ancora in Egitto, nel 2011 i ragazzi di piazza Tahrir protestavano nel nome di Khaled Said, torturato a morte in commissariato ad Alessandria, e brandivano le immagini del suo corpo sfigurato. Con il fallimento delle rivoluzioni i regimi hanno affinato i metodi di repressione e preso di mira soprattutto attivisti e reporter.
L'ultimo rapporto di Amnesty International sulla regione di Medio Oriente e Nord Africa, del 2019, denuncia come "367 difensori dei diritti umani sono stati arrestati, 240 nel solo Iran". E questi sono i casi conosciuti, mentre la "realtà è molto più ampia". Le proteste adesso vengono stroncate con un uso della forza massiccio e concentrato, come in Iran fra il 15 e il 18 novembre del 2019, quando 300 manifestanti sono stati uccisi e le manifestazioni soffocate sul nascere. L'altro strumento privilegiato sono le sparizioni forzate, sul modello dei desaparecidos nel Sud America degli Anni Settanta e Ottanta. I numeri sono contenuti nell'ordine delle centinaia di Egitto, Iraq, Iran ma hanno raggiunto proporzioni sudamericane in Siria, con una stima massima di 98 mila.
Anche la guerra civile siriana, nel marzo del 2011, è stata innescata dagli abusi della polizia. Alcuni ragazzi, nella città meridionale di Daraa, vennero arrestati e torturati dopo che avevano scritto su un muro "Assad, sei il prossimo", in riferimento alle cadute di Ben Ali e Mubarak. Ai famigliari che ne chiedevano il rilascio i poliziotti replicarono che "dovevano dimenticarli e fare altri figli" e che "in caso di bisogno, possiamo dare una mano noi".
La risposta fu l'inizio della lotta armata. Per sopravvivere il regime ha utilizzato tutti i mezzi, compreso l'uso di "70 metodi diversi di tortura", come ha denunciato il Syrian Network for Human Rights. I servizi di Intelligence, o "mukhabarat", hanno anche sviluppato sistemi di sorveglianza più sofisticati, sul modello di quelli utilizzati dalle monarchie petrolifere del Golfo, che hanno ben altri mezzi finanziari. Lo stesso hanno fatto gli Stati del Maghreb, come Algeria e Marocco, dove però in questo momento il livello di violenza della polizia è inferiore. Le forze di sicurezza algerine sono state impegnate fra il 1992 e il 1998 in una campagna implacabile contro l'insorgenza jihadista, 100 mila morti, ma hanno gestito le proteste che hanno portato alla caduta del presidente Abdelaziz Bouteflika con più professionalità.
I regimi evolvono e cambia la geografia delle brutalità poliziesche. L'America latina ha avuto il suo picco negativo negli Anni settanta. Alla violenza di matrice politica si è sostituita quella sociale, e della criminalità comune. Città come Rio de Janeiro, sempre secondo Amnesty International, sono attraversate da una guerra civile sotterranea, con 1810 persone uccise dalla polizia nel 2019, una media di "cinque al giorno".
In Messico alla violenza dei cartelli si sovrappone quella degli agenti, con casi di commistione, come mostra il dramma dei 43 studenti rapiti e uccisi nello Stato di Guerrero nel 2014. Altri picchi di violenza si riscontrano in Colombia, Giamaica e in molti Paesi dell'Africa subsahariana. In Kenya, per esempio, 122 persone sono state uccise dagli agenti l'anno scorso. E quattro delle cinque "peggiori polizie" al mondo appartengono a Stati africani: Nigeria, Congo, Kenya appunto, e Uganda.
Al quinto posto, nella classifica stilata dalla International Police Science Association, c'è il Pakistan, dove il "65 per cento dei cittadini ha riportato di dover pagare mazzette" ai poliziotti e solo "il 34 per cento ha fiducia nell'istituzione". Ai primi cinque posti ci sono invece Singapore, Finlandia, Danimarca, Austria e Germania. A titolo d'esempio, nel decennio che si sta per concludere non c'è stato neppure un caso di persona uccisa dalla polizia in Finlandia o in Norvegia, altro esempio virtuoso. Mentre negli Stati Uniti, fra il 2013 e il 2019, ci sono state 7666 uccisioni legate alle forze dell'ordine.
di Francesca Paci
La Stampa, 23 dicembre 2020
Nelle stanze dei commissariati come nei tribunali il regime egiziano non lascia scampo. Chi sopravvive alle botte degli agenti finisce nelle mani della magistratura. "Qui a Washington ormai la diaspora egiziana contende il primato a quella iraniana". Mohammed ha trentun anni, ne aveva ventuno quando a piazza Tahrir credeva di spezzare le catene della Storia.
Invece il regime ha spezzato lui e i giovani protagonisti della rivoluzione del 2011: chi celebrava la caduta di Mubarak ingrigisce davanti al pc, in carcere, in esilio. C'è chi resiste in casa o nelle retrovie, dove l'impegno è meno sospetto e la battaglia più aperta, ma la finestra politica è chiusa. L'Egitto che con i suoi figli ha divorato Giulio Regeni è oggi un regime autoritario puntellato dalla paranoia, la delazione, la violenza quotidiana di una polizia malpagata quanto arrogante che vessa i connazionali e si china alla catena di comando, la sicurezza nazionale, il ministero dell'interno, l'intelligence militare.
Ci sono 1.058 Regeni egiziani morti in carcere da quando nel 2013 il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha imposto il pugno di ferro. Ma non è il Cile di Pinochet, non è l'Argentina di Videla, il lugubre elenco dei desaparecidos egiziani non risponde a una logica criminale pianificata e non ci sono squadroni della morte a fare piazza pulita. C'è l'arbitrio, il caso, la prepotenza del penultimo sull'ultimo, basta che un poliziotto accampi una presunta luce di posizione rotta per intascare la mazzetta necessaria a campare con 400 euro al mese perché si spalanchi l'abisso kafkiano, il fermo, il pestaggio, le sevizie senza altro scopo che schiacciare chi è prono. Con il sospetto di una qualche trama sovversiva poi, tutto è lecito.
"I poliziotti stanno al gradino più basso del sistema, sono gli aguzzini del popolo contro cui cominciò la rivoluzione del 2011 nel nome del blogger Kalhed Said, ammazzato di botte ad Alessandria, sono disgraziati senza formazione che arrotondano prendendo il taxi senza pagare" racconta da Berlino l'ex attivista Ashraf. L'arbitrio si accanisce sui poveri, il 70% degli egiziani, quelli senza connessioni con le organizzazioni internazionali che soccombono nell'ombra, come i 5 innocenti freddati nel 2015 e spacciati per i seviziatori di Regeni.
Nei confronti dei ceti più alti e alfabetizzati, da cui spesso provengono gli attivisti, umiliazione e torture si tingono di vendetta sociale ma l'epilogo è raramente la morte perché a un certo punto, anche dopo una lunga detenzione, interviene un generale "amico" a dire basta e si torna a casa, magari devastati come la paladina LGBT Sarah Hejazi che, esule in Canada dopo le ripetute violenze in cella, si è poi tolta la vita. Quando alla fine del 2012 fu ammanettata la femminista Mona Eltahawy abusarono di lei, le ruppero entrambe le braccia e, a resistenza umana allo stremo, un alto ufficiale chiese scusa per aver capito tardi si trattasse di una giovane "di buona famiglia".
Sebbene gli egiziani ripetano che i cinque nomi indicati dalla Procura di Roma come gli esecutori di Giulio Regeni siano "signori nessuno" è in una stazione di polizia che lui ha cominciato a morire. "Abitavo davanti al commissariato di Maadi, ho dovuto cambiare casa per le grida che uscivano da lì, mese dopo mese, sempre peggio" chatta su Signal un informatico del Cairo.
Il trattamento base, la routine. Sopra c'è il Mabahith Amn ad-Dawla, alias la State Security, i servizi segreti del ministero dell'interno di cui, cacciato Mubarak, i ragazzi di Tahrir ottennero lo scioglimento, salvo vederli rinati come al-Amn al-Watani, Homeland Security. Il secondo tentacolo dell'apparato di sicurezza è il General Intelligence Directorate, l'altro paio di mani per cui potrebbe essere passato Regeni, una sorta di Cia che si occupa di minacce terroristiche esterne ed è ai ferri corti con il regime per aver visto i suoi vertici sostituiti dagli uomini di al Sisi provenienti dal terzo ramo degli 007 egiziani, quello militare.
"Mi hanno caricato in macchina, urlavano che se non avessi parlato avrebbero violentato mia madre e le mie sorelle": il ragazzo, la cui storia risale ai mesi in cui veniva pedinato Regeni, dice che la prima scossa è la privazione della dignità, poi arrivano quelle elettriche.
Una blogger spiega che è tutto casuale: "Per tanto tempo ho ricevuto telefonate che ammonivano di non parlare con i media stranieri, per strada mi guardavo alle spalle ma non sono venuti. Uno può attaccare il regime e non subire conseguenze e un altro può finire in cella per nulla. Così ci tengono sotto pressione".
L'ultimo anello della catena è la magistratura. Chi sopravvive all'arresto trova i giudici che, più potenti dei tempi di Mubarak, rinviano il giudizio di 45 giorni in 45 giorni, a oltranza, una regola ormai, come per Patrik Zaki, per tutti. "Ogni volta che atterro al Cairo non so se sarò fermato" ammette George, pendolare, ma sempre meno, con gli Emirati. Pensano lo stesso Mohammed, Ashraf. Deve averlo pensato anche Zaki e deve aver deciso che valeva la pena rischiare. Perché, comunque sia oggi l'Egitto, gli egiziani sono così.
di Elvira Terranova
adnkronos.com, 23 dicembre 2020
"La notte era il momento più brutto, quando si sentivano le urla disperate di detenuti che venivano torturati. I militari li venivano a prendere e subito dopo c'erano le grida disumane. Sembravano bambini". Bernardo Salvo, uno dei 18 pescatori liberati in Libia, fa ancora fatica a parlarne. Appoggiato sulla ringhiera del balcone di casa, nel centro di Mazara del Vallo, dove si prepara alle feste di Natale, ricorda quei momenti in cui i militari avrebbero torturato decine di detenuti. Si allontana dal figlio più piccolo, Gabriele di 10 anni, che lo tiene abbracciato da quando è tornato dalla Libia, perché non vuole che senta queste atrocità. "Era terribile - racconta con il viso che si rabbuia - si sentiva chiaramente che subivano torture".
Di notte, all'esterno del carcere "si sentivano in continuazione degli spari", racconta ancora 'Dino' Salvo, timoniere del peschereccio 'Natalino', che subito dopo il sequestro è stato picchiato a sangue. Gli hanno dato delle ginocchiate, schiaffi e pugni. "Per tre giorni ho zoppicato per il dolore", dice. E poi racconta che nel tragitto da un carcere all'altro "Bengasi era popolata solo da militari e pochissimi civili - dice - non ho mai visto un bambino per strada. Sembrava una città fantasma. Una città orribile, in guerra".
Anche un altro pescatore, il tunisino Hedi Ben Thameur, 59 anni, che deve prendere da giorni pesanti antidolorifici "perché non mi sentivo più le gambe a furia di dormire a terra, sul pavimento" racconta di torture e pestaggi all'interno del carcere. "Con noi c'erano doversi intellettuali, erano rinchiusi in altre celle - spiega il pescatore imbarcato insieme con il figlio Lysse di 30 anni - c'erano professori, maestri, scienziati, studiosi, insomma intellettuali che erano stati presi dal regime di Haftar. E venivano picchiati, senza motivo". Attraverso l'Adnkronos lancia un appello "al mondo, all'Europa, all'America", dice "affinché qualcuno intervenga per fare uscire "gli intellettuali dal carcere, sono innocenti. Perché devono continuare a stare in galera senza alcun motivo valido?", dice.
Il collega pescatore Jemmali Farhat, tunisino anche lui, è convinto che i carcerieri di Haftar siano "terroristi dell'Isis". "Mi sbattevano la faccia contro il muro - racconta ancora con il terrore negli occhi e in dialetto mazarese- Poi prendevano uno dei detenuti libici e gli gridavano che era un terrorista. A quel punto lo picchiavano davanti a noi, come manco le bestie, Ma non erano terroristi, erano intellettuali, tra cui dei professori, altro che terroristi...".
I 18 pescatori, a differenza degli altri detenuti in Libia, non sarebbero stati picchiati. Lo hanno raccontato loro ai carabinieri del Ros durante gli interrogatori. Solo due pescatori, Bernardo Salvo e Gaspare Giacalone, sono stati picchiati il primo giorno perché i loro pescherecci sono scappati e per punizione sono stati pestati a sangue. Ma durante la detenzione raccontano di non avere subito alcuna violenza fisica. Ma maltrattamenti psicologici sì. Un trattamento di 'favorè? Sembra di sì, dal momento che quasi tutti raccontano delle torture subite dagli altri detenuti.
Il primo ufficiale Lysse Ben Thameur racconta che al loro arrivo erano pronti a cospargerli di "polverina bianca sul corpo nudo per poi lavarci con una pompa di acqua", dice all'Adnkronos. "Ma poi non lo hanno più fatto - spiega - per gli altri detenuti il trattamento era invece questo, ci hanno detto".
All'uscita della caserma dei carabinieri c'è anche Ismail, un giovane senegalese, che non ha molta voglia di parlare. È ancora molto spaventato. È arrivato in Italia su un barcone dopo essere passato dalla Libia, dove era stato torturato, e la detenzione in quel paese gli ha fatto tornare in mente tutti quei maltrattamenti. Non parla, non p necessario. Ma annuisce quando gli chiediamo se ha subito maltrattamenti. "Non mi hanno picchiato - dice - ma ci trattavano malissimo. Mi facevano fare la pipì in una bottiglia di plastica".
Ismail insieme con un altro pescatore senegalese e i due pescatori indonesiani, Giri Indra Gunawan, 43 anni, e Samsudin Moh di 40 anni, non hanno una fissa dimora a Mazara del Vallo. Al momento sono ospiti dell'Hotel Greta a spese dell'armatore di 'Antartidè Leonardo Gancitano. Poi dovranno lasciare l'Italia. Il contratto è scaduto e non hanno più il permesso di soggiorno.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 23 dicembre 2020
Questa mattina la Commissione Esteri della Camera dei deputati ha approvato una risoluzione, avente come prime firmatarie le onorevoli Ehm e Quartapelle, che chiede la proroga della sospensione dell'esportazione di alcuni tipi di armamenti verso la coalizione a guida saudita ed emiratina che dal marzo 2015 è impegnata in un conflitto militare nello Yemen.
La risoluzione impegna il governo "a mantenere la sospensione della concessione di nuove licenze per bombe d'aereo e missili che possono essere utilizzati a colpire la popolazione civile, e della loro componentistica" verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti già in vigore da metà 2019 (e con scadenza prevista a gennaio 2021) oltre che "a valutare la possibilità di estendere tale sospensione anche ad altre tipologie di armamenti fino a quando non vi saranno sviluppi concreti nel processo di pace".
Il voto parlamentare di oggi va anche oltre rispetto alle decisioni adottate nel 2019 dalla precedente maggioranza, in quanto chiede di "adottare gli atti necessari per revocare le licenze in essere", che quindi non potranno più essere riattivate una volta terminata la sospensione, e inoltre di valutare la possibilità di mirate misure sospensive nei confronti di tutti gli stati coinvolti attivamente nel conflitto in Yemen e dunque non solo i due principali.
Come hanno sottolineato in una nota congiunta Amnesty International Italia, Comitato Riconversione RWM per la pace ed il lavoro sostenibile, Fondazione Finanza Etica, Oxfam Italia, Save the Children e Rete Italiana Pace e Disarmo, si tratta di passi positivi sia perché prolungano - come prima dell'Italia avevano deciso altri stati - lo stop all'invio di materiale militari sicuramente utilizzati in passato per colpire la popolazione civile yemenita, sia perché viene ora prefigurata la prospettiva di estendere tale blocco.
Le organizzazioni hanno chiesto al governo Conte di recepire in maniera rapida le indicazioni provenienti dal Parlamento, in modo che la sospensione continui a rimanere effettiva anche dopo la sua prima scadenza senza soluzione di continuità; di prendere in considerazione in tempi altrettanto veloci tutte le valutazioni su ipotesi di ulteriori passi, come l'allargamento delle tipologie di materiali e come l'ampliamento degli stati destinatari delle armi; e di farsi protagonista di una iniziativa a livello europeo volta ad un embargo completo su tutti i sistemi d'arma verso gli attori coinvolti nel conflitto e verso gli stati che commettono violazioni di diritti umani o addirittura crimini di guerra. Lo scorso 17 settembre, del resto, il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione per chiedere di "avviare un processo finalizzato a un embargo dell'Unione europea sulle armi nei confronti dell'Arabia Saudita e di altri stati membri della coalizione a guida saudita".
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 23 dicembre 2020
Convocati gli ambasciatori a Mosca. Il Cremlino insiste: è tutta una montatura. Quindici milioni di persone hanno visto il video con la confessione di uno degli avvelenatori. Negli ambienti dello spionaggio russo, dal palazzo della Lubianka dove hanno la sede dal 1919 ai corridoi del Cremlino occupato dall'ex agente Vladimir Putin, c'è grande agitazione per gli ultimi sviluppi dell'affaire Navalny. Quasi 15 milioni di persone hanno già visto il video nel quale il principale oppositore del presidente russo parla al telefono con uno dei suoi avvelenatori spacciandosi per un alto funzionario governativo. E gli fa raccontare tutti i dettagli dell'operazione Novichok svoltasi in Siberia.
Non potendo negare che Konstantin Kudryavtsev, 40 anni, esperto di sostanze chimiche e batteriologiche, esista e sia un agente, gli alti vertici russi hanno reagito finora in maniera abbastanza scomposta. La prima risposta è venuta dal ministero degli Esteri che ha convocato gli ambasciatori di Francia, Germania e Svezia per annunciare nuove sanzioni contro funzionari dei Paesi europei che hanno appurato le cause dell'avvelenamento di Navalny, oltre all'Organizzazione internazionale per la proibizione delle armi chimiche (in risposta alle misure Ue di ottobre). Fatto curioso ma che si spiega con l'insistenza del Cremlino nel rimanere fedele alla sua linea, per quanto poco plausibile questa possa apparire: è tutto falso.
Il 20 agosto Navalny si è sentito male dopo essere salito a Tomsk sull'aereo per Mosca. Per sua fortuna il pilota ha fatto scendere il jet a Omsk dove il pronto intervento dei sanitari gli ha salvato la vita, come avrebbe confermato nella telefonata resa nota lunedì l'agente Kudryavtsev che era stato poi mandato proprio a Omsk a cancellare le tracce del veleno dalle mutande contaminate del blogger. Dopo pochi giorni, la moglie di Navalny è riuscita a ottenere da Putin il permesso di portarlo in Germania per ulteriori cure. E questo è già un fatto per noi incomprensibile, visto che nella maggior parte dei Paesi un paziente è libero di farsi curare dove vuole. A Berlino gli esperti hanno determinato l'avvelenamento con una variante del Novichok, sostanza chimica inventata dagli scienziati dell'Urss. Cosa confermata da altri laboratori in Francia e Svezia. L'Organizzazione internazionale ha anche determinato che si tratta di una nuova variante. Il che fa sospettare fortemente che i russi abbiano continuato a sviluppare armi chimiche in violazione al trattato solennemente firmato nel 1993.
Mosca, da subito, ha adottato la linea del negare e ridicolizzare. A Omsk, le autorità locali hanno detto di non aver trovato alcuna traccia di Novichok, anche se ora sappiamo dalla "confessione" di Kudryavtsev che solo diversi giorni dopo il suo team ha ripulito la biancheria di Navalny. Ora l'Fsb sostiene che la telefonata messa in piazza dal blogger è fasulla, una creazione dei servizi occidentali. Mentre il portavoce di Putin si è spinto a dire che Navalny soffre di "mania di persecuzione e per alcuni si paragona a Gesù".
L'intera vicenda è un brutto colpo anche alla credibilità e al mito dei famigerati "organi". Come minimo, visto che lo stesso Putin ha ammesso che seguivano da tempo Navalny, non si sarebbero accorti che qualcun altro avvelenava il politico sotto i loro occhi. Sul web fioccano lazzi su spie e mutande. Un noto cineasta, Vitalij Manskij, è stato fermato (e poi rilasciato) davanti alla Lubianka mentre agitava un paio di boxer: "Ero venuto a chiedere se me li potevano ripulire". Un altro attivista innalzava un cartello con un'originale spiegazione della sigla Fsb: "Pulizia federale della biancheria".
adnkronos.com, 23 dicembre 2020
Un grave focolaio di coronavirus in un carcere federale dell'Indiana potrebbe salvare la vita a diversi condannati a morte. Secondo quanto riporta il New York Times, sarebbero almeno 14 su circa 50 i detenuti contagiati che si trovano nel braccio della morte del carcere di Terre Haute. Tra i contagiati figurano anche due condannati a morte la cui esecuzione è stata fissata per gennaio. Gli avvocati dei due condannati hanno già fatto richiesta al tribunale per rinviare le esecuzioni. Un'altra detenuta condannata a morte, Lisa Montgomery, ha già ottenuto il rinvio dell'esecuzione, dopo che i due suoi legali sono risultati positivi al virus.
Il presidente uscente Donald Trump ha ordinato quest'anno una ripresa delle esecuzioni federali, dopo una moratoria durata 17 anni. Il presidente eletto Joe Biden, che si insedierà alla Casa Bianca il 20 gennaio, ha affermato di volere imporre una nuova moratoria. Secondo le stime attuali, circa un quinto dei detenuti nelle carceri Usa sono risultati positivi al coronavirus.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 22 dicembre 2020
Che cos'è successo dopo la sfilza di assoluzioni registrate nelle ultime settimane in favore di politici, amministratori e uomini d'industria fatti fuori dalla giustizia ingiusta? È successo che gli ex colleghi (ma alcuni, mica tutti) hanno elogiato la capacità di sopportazione dimostrata da quelle vittime della violenza di Stato, mentre i giornali (ma ancora una volta soltanto alcuni) si sono limitati a incolonnare qualche considerazione di pietà solidaristica per questa gente che non meritava il colpo di sfiga di un processo campato per aria.
È il trattamento di simpatia e compassione che si dimostra alla persona colpita dall'ingiustizia di una brutta malattia: si allargano le braccia quando arriva la diagnosi, dunque si resta in trepidazione e poi, quando infine quello la scampa, baci e abbracci e il riconoscimento del vigore che il poveretto ha saputo opporre all'aggressione della patologia.
Il guaio è che l'ingiustizia di anni o decenni, redenta da un'assoluzione che non restituisce la vita perduta e non ripristina la reputazione distrutta, appartiene a un altro rango: non è il coccolone arrivato chissà perché, è invece l'effetto di un dispositivo di potere lasciato libero di schiacciare la vita delle persone senza che in qualunque modo ne rispondano coloro che lo amministrano.
È insopportabile che la classe politica - perlopiù proprio quella che durante il "calvario" dei finalmente assolti girava la testa dall'altra parte - rivolga i sensi della propria partecipazione al contegno delle vittime anziché denunciare i fatti che le hanno rese tali: e i fatti sono i processi intrinsecamente ingiusti che hanno inchiodato per anni gli imputati a ipotesi accusatorie evidentemente infondate.
Perché un'assoluzione dopo sette, dopo quindici, dopo trent'anni non è la giustizia che infine si compie: è l'ingiustizia che si ferma troppo tardi, quando ormai il danno è fatto. Nemmeno davanti a questa lugubre rassegna di vite e carriere giustiziate si sente non dico l'impellenza di interrompere lo scempio, ma anche solo un vago stimolo civile a denunciarne le cause evidenti.
E, alle solite, ciò avviene in forza della più micidiale caratteristica che purtroppo accomuna il grosso delle classi dirigenti di questo Paese, cioè a dire una irrimediabile confusione tra la necessità di salvaguardare lo Stato di diritto e la opportunità, cioè la convenienza, di assolvere le aberrazioni del potere giudiziario.
Da qui, da questa confusione, promanano i luoghi comuni del corso giustizialista: che "le sentenze non si commentano", come se si trattasse di esternazioni oracolari; che "bisogna avere fiducia nella magistratura", come se la giustizia fosse rispettabile per il lustro di chi la sbriga anziché per quel che dice; che "la giustizia deve fare il suo corso", come se andasse bene il corso accelerato della prigione prima del processo o, appunto, quello pluridecennale che riconosce infine l'innocenza di una vita massacrata.
Le pagine dell'ingiustizia italiana recano in calce nomi e cognomi degli esecutori. Nessuno ha il diritto di metterli alla berlina. Ma tutti avrebbero il dovere di ricordare che la loro ingiustizia è stata fatta in nome del popolo italiano. E le loro vittime sarebbero meglio tutelate in questo modo, piuttosto che con l'ipocrisia della solidarietà tardiva.
di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 22 dicembre 2020
Serve un nuovo orientamento culturale per ripensare un ruolo meno invasivo del penale nella sfera pubblica. Non ho più l'età per fare sogni a occhi aperti, almeno in un orizzonte di vita personale. Ma come rinunciare a qualche speranza, a qualche auspicio nell'interesse generale, ora che il nuovo anno è alle porte?
di Antonio Rapisarda
Libero, 22 dicembre 2020
Approvato l'emendamento di Angelucci e Biancofiore (Forza Italia). Sono vittime "silenziose" di un'emergenza nell'emergenza, perché cronicamente sotto organico e costretti a dover subire - con tutti gli effetti collaterali del caso - l'annoso problema del sovraffollamento delle carceri.
Con il Covid-19 poi, fra i numerosi episodi di ribellione dei detenuti (con un'escalation inquietante nei primi giorni della crisi pandemica) e i contagi che si sono diffusi fra i loro colleghi, la situazione anche e soprattutto per loro è esplosa: parliamo degli agenti della Polizia Penitenziaria.
- Gonnella (Antigone): "Dalle prigioni del Kent diffusa la variante inglese del Covid
- Spese legali rimborsate dallo Stato per gli innocenti finiti a processo
- Donato Bilancia scrisse: "Condannato anche all'ergastolo mediatico"
- "Mai più bambini in carcere. Più fondi alle case-famiglia"
- "Un primo passo, adesso si rifletta sui pm che arrestano innocenti"











