di Leonardo Degli Antoni
Il Giorno, 23 dicembre 2020
La pandemia di coronavirus ha interrotto le visite in carcere e i bambini e i ragazzi non sono più potuti andare a trovare la madre o il padre. Mantenere un rapporto con i genitori detenuti è importante per la crescita dei più piccoli e Bambinisenzasbarre Onlus ha deciso di sostenerli in questo periodo di sospensione dei colloqui. Per farlo ha potenziato il Telefono Giallo, la linea telefonica di supporto dedicata ai familiari di coloro che si trovano in carcere.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 23 dicembre 2020
Il Ministro della giustizia replica all'interrogazione del deputato di Forza Italia Zanettin. Le nomine di Roberto Tartaglia e di Gianfranco De Gesu, rispettivamente a vice capo del Dap e a Direttore Generale dei detenuti, sono "legittime" e ponderate: così si è espresso il Ministro della Giustizia rispondendo ad una interrogazione a risposta scritta dell'onorevole di Forza Italia Pierantonio Zanettin.
di Antonio Oricchio*
Il Mattino, 23 dicembre 2020
Ora i conti da regolare nel dopo-Covid ce ne è uno che - pur se fondamentale e dirimente per le stesse sorti della democrazia - ora appare riposto nel cassetto della dimenticanza: è quello del sistema giustizia, un problema spesso predicato, ma poco affrontato ed al quale tengo particolarmente anche per il mio attuale ruolo di consigliere di Cassazione.
Se gli uffici giudiziari -Giudici di Pace, Tribunali e Corti di Appello - di merito sono stati (diciamolo pure chiaramente) pressoché paralizzati causa-Covid, non meno grave è stato l'impatto pandemico sulla Suprema Corte di Cassazione. Quest'ultima, fra udienze pubbliche comunque fissate e adunanze camerali anche con collegamenti da remoto, ha fatto quel che poteva per andare avanti.
C'è un aspetto, però, significativo che va conosciuto. Sommerse ogni anno da decine di migliaia di nuove cause, tutte le sezioni civili della Cassazione - proprio nel periodo Covid - hanno dovuto fronteggiare anche altre migliaia di ricorsi per i procedimenti di protezione internazionale, ai quali -per legge- si è dovuta attribuire una corsia preferenziale.
Questi ricorsi innanzi a un organo, deputato, di norma, a decidere su violazioni di legge piuttosto che a rifare valutazioni in fatto, attengono a domande, già esaminate e anche ripetute, di protezione internazionale, sussidiaria o umanitaria (nonché di opposizioni alle convalide di decreti di espulsioni, invero quasi mai attuati).
Sono definiti, questi ricorsi, anche in meno di un anno, nonostante il Covid. Ciò non è male in sé, ma dovrebbe far riflettere su due anomalie. La prima: se un cittadino extracomunitario, richiedente protezione internazionale e soccombente nei vari giudizi di merito nel secondo semestre 2019, ottiene una decisione della Cassazione nel primo semestre 2020 perché un cittadino italiano, che vanta un risarcimento o attende una indennità di occupazione o di espropriazione deve poi aspettare - bene che vada - non meno di quattro anni per una sentenza della Suprema Corte?
La seconda e più rilevante: sulla dolorosa questione umana degli immigrati richiedenti protezione si è innestato un vergognoso valzer di convenienze, connivenze, falsi moralismi, interessi, che ormai prescindono totalmente dalla reale e civile sorte del povero immigrato spesso abbandonato a se stesso.
La "discarica" nel percorso giudiziario (anche di Cassazione) di una problematica che è, innanzitutto, politica, economica e diplomatica; la smania di certe correnti della magistratura associata, che - con tanti problemi di degrado interno - hanno trovato occasione di tenere congressi nazionali svolti in templi sikh o a Lampedusa; l'associazionismo e i centri studi vari sull'immigrazione; l'occasione (ennesima) per una certa parte di avvocatura e ceto forense di scovare nuovi ed anche redditizi filoni di cause con l'emigrazione; una interessata ed omissiva narrazione, da parte dei media, della problematica: sono - tutti questi - solo alcuni dei punti più significativi della vicenda su cui si dovrebbe riflettere.
Si pensi, al riguardo a quanto, invece, sarebbe più umano e logico evitare di spendere tanto per processi, cause, convegni, studi, patrocini a spese dello Stato e compensi legali, utilizzando molto, ma molto meglio fondi per dare agli emigrati (che continueranno a giungere finché la politica e l'Europa non troveranno altre e adeguate soluzioni) un tempestivo insegnamento della lingua italiana e dei nostri basilari principi costituzionali e civili, una educazione che prescinda dal ricorso al suggerito "escamotage" giudiziario, una formazione sempre contestuale allo svolgimento di prestazioni di lavoro anche di pubblica utilità, la concreta previsione o di inserimenti lavorativi (anche stagionali) oppure di percorsi assistiti e finanziati di rientro nei Paesi di origine non coinvolti in situazioni di effettiva pericolosità.
Senza scendere, in questa sede, in complessi dettagli tecnici e penosi risvolti umani di questa storia tutta italiana, quello accennato è solo un emblematico e significativo aspetto che dovrebbe farci pensare, per il dopo-Covid, a prendere seriamente in considerazione pure la dimenticata necessità di un sistema giustizia nel suo complesso più efficiente e serio.
Fra il 1300 ed il 1400 la drammatica pandemia che colpì l'Europa e l'Italia, passando alla storia come "peste nera", riuscì a costituire - quando ebbe fine- un'occasione di risveglio e riforma. Speriamo di poter commentare, quando la pandemia di oggi finalmente finirà, che il dopo- Covid italiano riuscirà a dare al nostro Paese - fra le tante riforme necessarie- anche quella di una giustizia migliore.
*Consigliere S.C. Cassazione
di Dario Raffone
Corriere del Mezzogiorno, 23 dicembre 2020
I lettori di questo giornale sono a conoscenza della vicenda relativa alle dichiarazioni del Presidente dell'Associazione nazionale magistrati in risposta alle affermazioni, apparse sul Corriere della Sera, del professor Giavazzi, noto economista ed editorialista.
Esse, non vi fosse un contrasto sul modo di intendere questo servizio fondamentale per la democrazia di qualsiasi Paese. Circola, nei pensatoi delle varie Correnti che costituiscono l'Anm (e che declinano programmi quasi del tutto sovrapponibili), l'idea che i problemi della giustizia siano legati a performances quantitativamente inadeguate, quanto alle definizioni dei giudizi, sia in campo civile che penale.
Si tratta di temi complessi che non possono essere affrontati con la scure dei numeri indipendentemente dalla qualità della risposta giudiziaria se non altro perché dietro ogni decisione c'è una vita, un destino, grande o piccolo che sia. Sia solo concesso ricordare che sono ormai anni che le definizioni civili superano le sopravvenienze mentre le effettive difficoltà del settore penale sono legate ad un rito inadeguato che ha ingigantito il momento delle indagini preliminari (con tanto di clamori mediatici, conferenze stampe e quant'altro) a scapito del momento di accertamento dell'effettiva responsabilità penale e cioè il dibattimento.
Non sembra, però, ed è questa la cosa che muove il più fermo dissenso, esservi, all'interno dell'Anm, alcuna consapevolezza circa il fatto che la crisi della giustizia è anche la crisi di una società che non riesce più stare insieme senza ricorre al diritto. Si vedano, l'enorme numero di cause per liti condominiali o determinate dalla totale inefficienza della pubblica amministrazione che ormai è fra le prime produttrici di contenzioso civile. Da qui una domanda smisurata di giustizia, ampliata dalla declinazione di sempre nuovi diritti con un accesso alle aule dei Tribunali altrettanto smisurato. Solo per fare un esempio: la Cassazione civile emette oltre 30 mila sentenze all'anno, un numero enorme assolutamente incompatibile con la natura e le funzioni di tale organo.
È necessaria quindi la forte consapevolezza che non ci si trova solo di fronte ad un problema di risorse, che non ci sono, ma che esiste qualcosa che riguarda la vita di ciascuno di noi, il nostro orizzonte di senso e che ci spinge ad affidarci alla regolazione giuridica, anticamera di una crescente anomia dei rapporti sociali.
Va anche detto chiaramente che la magistratura, anche la più efficiente, non è in grado di dare risposte alle crescenti contraddizioni sociali indotte da diseguaglianze economiche, sempre più marcate, dal rarefarsi di politiche solidaristiche sempre meno finanziate. Il dramma di questa attuale pandemia mette in evidenza ogni giorno cosa ha significato "l'efficienza" nella sanità. Ma il tema è un altro: premesso che l'efficienza è uno strumento necessario, bisogna allora chiedersi quale efficienza vogliamo, con quali scelte e a quale costo.
Perché l'efficienza non ha limite e si può sempre essere più efficienti. L'efficienza deve servire ad uno scopo. Ed è sul tipo e la natura di tale scopo che bisogna interrogarsi. E, conseguentemente, interrogarsi anche su quale tipo di giustizia vogliamo. Una giustizia che dia risposte, in tempo ragionevole, ma frutto di riflessione e ponderatezza o un prodotto standardizzato, reso con i ritmi di una catena di montaggio, senza troppi distinguo.
Ogni opzione è lecita. E probabilmente, con le necessarie informazioni e le dovute riflessioni, ogni cittadino può aderire all'uno o all'altro scenario. Deve esser quindi essere la Politica, intesa nel senso più alto, ad effettuare queste scelte, ad adottare i modelli ritenuti conformi ad esse e, coerentemente, perseguirli con le relative dotazioni. La Politica e non già un'associazione privata alla quale, da molti anni, è venuta a mancare la linfa di una seria capacità riflessiva.
di Paolo Comi
Il Riformista, 23 dicembre 2020
Intervista a Francesco Paolo Sisto, avvocato e parlamentare di Forza Italia, "dopo i tanti provvedimenti che hanno massacrato il processo penale in questi anni, aver previsto la possibilità di rimborsare le spese legali agli imputati assolti è stato un (piccolo) miracolo".
Lo scorso fine settimana, in Commissione giustizia a Montecitorio è stato approvato un emendamento, presentato da Enrico Costa (Azione) e da Pierantonio Zanettin (Forza Italia), alla legge di Bilancio che stabilisce un risarcimento delle spese legali fino a 10mila e 500 euro per coloro che solo stati assolti in via definitiva. Il capitolo di spesa è al momento stato finanziato con 8 milioni di euro.
Onorevole Sisto, il risarcimento per gli innocenti è una vecchia battaglia di Forza Italia. È soddisfatto?
Certo. Nell'attuale clima pestilenziale che caratterizza la legislatura sui temi della giustizia questa norma ha finalmente rimesso il processo penale nei binari costituzionali.
L'emendamento è stato approvato all'unanimità.
Opporsi ad un emendamento di questo genere era troppo. È un emendamento di "giustizia".
Ci può spiegare perché risarcendo le spese legali affrontate dagli imputati per la propria difesa si recuperano i cardini del processo di accusatorio?
Glielo spiego subito. La norma punta essenzialmente a recuperare la centralità del giudice, colui che decide, rispetto al pm che accusa. Quindi c'è tutto l'interesse ad avere un accertamento approfondito della verità. E quindi una pronuncia assolutoria al termine di un giusto processo.
È la "valorizzazione" del giudice?
Esatto. È una "clausola" a difesa del giudicante. Con questa disposizione si ribadisce con forza l'importanza del giudice rispetto al pm. Chi giudica "scrive" il processo, chi accusa "partecipa" a scrivere il processo.
Che poi è quanto affermano le Camere penali a proposito della separazione delle carriere dei magistrati.
La separazione delle carriere, ricordo, non è una semplice impuntatura: come può l'arbitro essere della stessa genesi di uno dei calciatori in campo? Il giudice è un altro "mondo" rispetto ad accusa e difesa.
Pensa che questa norma influirà anche sull'azione dei pm?
Credo di si, responsabilizzando il pm nell'esercizio dell'azione penale, obbligatoria ma solo nei casi dove ci sono gli estremi. Bisogna farla finita, ad esempio, con questi processi "satelliti" incardinati solo per dare forza all'accusa principale. Adesso il pm non rischia nulla se incardina processi che andranno a finire nel nulla.
Lei prima ha detto che questa riforma è un (piccolo) miracolo. Come valuta l'operato del ministro della Giustizia?
Alfonso Bonafede è uno dei peggiori ministri della storia della Repubblica.
Giudizio severo....
Allora correggo: è il peggiore. Bonafede, comunque, è perfettamente nella scia di Andrea Orlando, il suo predecessore. Sono ministri vicini alla logica inquisitoria delle Procure della Repubblica, la cd logica pm-centrica. Tutte le riforme (sciagurate) di Bonafede, con la complicità dolosa del Pd, in materia di giustizia vanno in questa direzione.
Cos'è diventato oggi il processo penale?
È un processo che serve ad accertare i colpevoli e non la verità. Per accertare i colpevoli si aumenta a dismisura, come è stato fatto, la potenza di fuoco delle indagini preliminari del pm e quindi si cercano i colpevoli prima della sentenza.
L'imputato è messo all'angolo?
L'imputato, oppresso da misure cautelari di ogni genere, ha solo due vie d'uscita.
Quali?
Si butta sui riti alternativi che inizialmente dovevano snellire il processo e adesso sono diventati il suo "succedaneo".
Niente processo?
No. Si fa un abbreviato con solo il materiale raccolto dal pm che impedisce ogni approfondimento o un bel patteggiamento. Le Procure vogliono evitare l'accertamento dei fatti nel processo.
Chi è in grado di affrontare il processo penale?
Il processo penale oggi è solo per gente che sa resistere. Non è per tutti. Serve resistenza, sia da parte dell'imputato che, ovviamente, da parte dell'avvocatura, nel cercare il giudizio del giudice.
di Liana Milella
La Repubblica, 23 dicembre 2020
Principale nodo, non dichiarato ufficialmente, della discordia la storica rivista di Magistratura democratica, "Questione giustizia", oggi in versione online e diretta da Nello Rossi, accusata di essere "troppo" indipendente. Si è schierata contro la permanenza di Davigo al Csm mentre Area voleva salvarlo.
La foto di famiglia non c'è più. Quella che ritraeva le toghe di sinistra. Le toghe "rosse" odiate da Berlusconi. Al suo posto - e non da oggi - c'è solo una scia di cenere al veleno. Come se la foto fosse stata bruciata e non ne rimanessero che quei poveri resti. Ma c'è un'espressione - fare "la mossa del cavallo" - che forse rende plasticamente quello che, neppure tanto all'improvviso, è accaduto nella sinistra della magistratura.
O meglio, è successo dentro Area. Perché non è certo un divorzio consensuale quello annunciato da una lettera che, già dal titolo, è una dichiarazione di guerra. "Il tempo delle scelte" scrivono 25 magistrati di Area: decidono di tagliare il cordone ombelicale che, sempre più malvolentieri, li ha legati a Md. E Magistratura democratica risponde con un gelido "la scelta del recesso".
Ma fin qui siamo alla cronaca di un divorzio deciso unilateralmente, vecchio ormai di due giorni, quando si sono incrociate le due missive. Alle quali sono seguite reazioni d'indifferenza, come quella di un magistrato che dichiara di voler restare "multilevel", iscritto a Md, ad Area e all'Anm. E come lui ce ne sono altri che snobbano l'aut aut, fuori da Md, solo dentro Area. O come quelle di chi, restando in Md, ritiene che in realtà si sia ormai "esaurita la forza propulsiva di Area".
Per chi non fosse addentro alle storie della magistratura stiamo parlando ormai di due differenti gruppi associativi, di due "correnti", che si radicano entrambe a sinistra. Da una parte c'è Magistratura democratica, nata oltre 50 anni fa. Le vere "toghe rosse". Quelle attente agli "ultimi", ai detenuti e agli immigrati, quelle rispettose della Costituzione e delle garanzie dei diritti. Con la loro rivista, Questione giustizia, prima cartacea e adesso online.
Oggi diretta da Nello Rossi, ex procuratore aggiunto a Roma, pm protagonista di tanti processi, ma anche di brillanti interventi nei congressi di Md. Che ha dato nuovo impulso e vivacità a quelle pagine divenute attente alla quotidianità del diritto e alle sue contraddizioni. Una rivista ingombrante se per esempio, ad agosto, esce con un articolo di Rossi su Piercamillo Davigo che da pensionato non può restare al Csm e poi alla vigilia della scelta del vertice dell'Anm pubblica un lungo articolo di Silvia Albano. Che viene ingiustamente interpretato come una sua candidatura scatenando un putiferio.
Dall'altra parte c'è Area. Era nata così nel 2013, un semplice cartello elettorale tra Md e il Movimento giustizia, il gruppo che fu di Giovanni Falcone, anch'esso di sinistra. Poi, via via, Area si è trasformata essa stessa in una corrente. Ha ampliato il nome in Area democratica per la giustizia. Ha eletto presidenti e segretari. E ha cominciato a coltivare dentro se stessa l'insofferenza per Md. Per la sua storia antica? Per le sue storiche battaglie? Per i nomi importanti che ne hanno fatto parte? Per l'elaborazione ideologica dei padri fondatori? Sicuramente c'è tutto questo nella lesione progressiva dei rapporti.
Perché, a un certo punto, nel 2015 nel congresso di Md a Reggio Calabria, nel 2016 in quello straordinario di Bologna, nel 2019 in quello di Roma, il tam tam insistente è se Md si scioglie definitivamente dentro Area oppure resta una corrente con le sue strutture e la sua storica visibilità. Ne è nata una guerra che giunge adesso all'epilogo con la "mossa del cavallo".
Perché ormai da qualche mese, dentro Area, serpeggia un solo veleno contro Md, la certezza che al prossimo congresso - che doveva svolgersi a gennaio ma slitterà causa Covid - il gruppo dirigente di Md sia deciso ad annunciare la spaccatura di Area, e l'uscita di Md dalla stessa Area. Questo ha determinato la decisa avversione per una presidenza di Albano all'Anm, vissuta come la provocazione di chi vuole conquistare un posto di vertice proprio prima di lasciare la barca in cui naviga. Ininfluente il fatto che Albano e quelli di Md smentissero recisamente questa manovra. Non sono stati creduti. La "mossa del cavallo" adesso anticipa qualsiasi altra mossa scissionista. Soprattutto quella che - a detta di Area - Md vorrebbe compiere nel suo prossimo congresso, uscire da Area, prendendo l'iniziativa. I 25 magistrati che hanno firmato "Il tempo delle scelte" hanno nomi noti. C'è il segretario di Area Eugenio Albamonte, pm a Roma. C'è l'ex presidente dell'Anm Luca Poniz. C'è l'ex segretaria di Md Anna Canepa. C'è l'ex segretario dell'Anm Alcide Maritati. C'è il procuratore aggiunto di Roma Stefano Pesci.
E la procuratrice generale di Caltanissetta Lia Sava. E prim'ancora di loro, dal Csm, l'ex pm di Roma Giuseppe Cascini e il giudice barese Ciccio Zaccaro. Tutti contro Md. Troppo corrente nella corrente. I cui vertici - la segretaria Maria Rosaria Guglielmi, detta Maro, pm a Roma, e il presidente Riccardo De Vito, giudice di sorveglianza a Sassari - avrebbero ostacolato il cammino di Area. Il neonato, divenuto adulto, come nei drammi più oscuri, mangia il padre.
Le parole ovviamente pesano. E quelle delle 25 toghe di Area sembrano scritte apposta per ferire. Come quando si dice che "è ormai compromessa ogni possibilità di continuare a lavorare insieme e a riconoscersi in questa Md, che seppellisce nel silenzio il dissenso interno e a noi appare ormai come un luogo escludente, autoreferenziale, assente dal dibattito politico reale, proteso a una narrazione costantemente autoassolutoria degli eventi, opaco e ambiguo rispetto al progetto politico di Area".
Compagni che sbagliano, insomma. Che "disertando i luoghi di confronto democratico interni al gruppo ignorando, spesso con sprezzante, ostentata indifferenza, le dinamiche elaborate e complesse del progetto politico di Area e della sua autonoma soggettività".
Parola a cui, da Md, si risponde con dei fatti, come il rifiuto di Area di accettare la doppia tessera, sia della stessa Area ma anche di Md, o quella lettera di Cascini che per lasciare Md, di cui pure è stato uno storico protagonista, si limita a inviare la "revoca della trattenuta sindacale". Tutto qui, neanche una riga sul perché e sul per come. O ancora quei vertici di Area, dal segretario Albamonte, all'ex presidente dell'Anm Poniz, agli stessi consiglieri del Csm che sono stati disciplinatamente votati anche da Md e quindi non hanno alcun motivo di lamentarsi.
Non va giù, a Md, l'attacco di Area alla segretaria Maria Rosaria Guglielmi, una che, a conoscerla, tutto appare fuorché una despota. O le accuse al presidente Riccardo De Vito, definito il secondo segretario, perché caratterialmente più interventista di Guglielmi.
Finora, nelle chat delle toghe, le accuse di Area a Md hanno sortito due o tre adesioni, tra cui quella dell'ex procuratrice di Modena Lucia Musti. E molti non sono d'accordo. Ma chi aderisce ad Area è convinto di aver fatto la mossa giusta perché a questo punto la palla dell'eventuale scissione non è più di Md, quanto meno è stata depotenziata. Però se Md fa il passo potrà coprirsi con le dimissioni degli "aeristi". Una battaglia di posizioni che, una cosa è certa, non giova alla magistratura.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 23 dicembre 2020
"Ci sono diversi magistrati che stanno seriamente valutando di lasciare l'Associazione nazionale magistrati. Molti di loro, ed è più che comprensibile, sono titubanti perché la scelta è lacerante e c'è il timore di sentirsi abbandonati a sé stessi. Io vorrei tranquillizzare questi colleghi: se decidono di lasciare l'Anm non resteranno soli. Ci sono tante brave persone che in questo momento sono disposte ad accoglierli in una nuova casa". Paolo Itri, pm attualmente in forza al pool Antimafia di Napoli, spiega le ragioni del distacco suo e di alcuni colleghi dall'Associazione.
Anche se è presto per pensare alla nascita di una nuova associazione che possa accogliere gli indignati del metodo Palamara, sembra che un progetto ci sia già: "Si può pensare a un'associazione di natura culturale che abbia una duplice condizione per potersi iscrivere: l'appartenenza all'ordine giudiziario, quindi si tratterebbe di un'associazione di magistrati, e il non essere iscritti all'Associazione nazionale magistrati. Un'associazione culturale con valori ideali nei quali ci si possa riconoscere, con il totale e definitivo superamento della logica correntizia che è una logica vecchia, che ha dato pessima prova di sé e che, è inutile illudersi, non è capace di emendarsi da quelle che sono state le gravissime deviazioni a cui ha dato luogo". "La logica correntizia - ribadisce Itri - va semplicemente superata e basta".
Sarebbero una trentina i magistrati napoletani pronti ad andare via dall'Associazione nazionale magistrati, seguendo la scelta fatta nei giorni scorsi da Itri e da altri quattro colleghi (i giudici Dario Raffone, Federica Colucci, Michele Caccese, Giuseppe Sassone).
Ed è, inoltre, notizia di questi giorni anche la decisione di Catello Maresca, attuale sostituto alla Procura generale di Napoli e ormai protagonista di un caso che si è creato attorno alla sua possibile candidatura a sindaco di Napoli, di abbandonare l'Anm. "Per quanto ne sappia, si tratta di motivazioni personali che nulla hanno a che vedere con le nostre argomentazioni - spiega Paolo Itri - anche se possono esserci punti di contatto nel ragionamento che fa lui e in quello che facciamo noi". Sta di fatto che l'Associazione nazionale magistrati continua a perdere pezzi, e potrà perdere con essi anche credibilità, rappresentatività, quindi potere.
"Noi siamo fortemente critici non solo nei confronti dell'attuale assetto dell'Anm, ma anche verso l'assoluta mancanza di autocritica che registriamo da parte dell'Associazione nazionale magistrati rispetto a determinate gravissime vicende che hanno visto coinvolti esponenti e rappresentanti dell'Associazione stessa, vicende rispetto alle quali né l'Associazione al proprio interno né la politica, e purtroppo dispiace dirlo, sta assumendo alcun genere di iniziativa atta a evitare il perpetuarsi di comportamenti che sono al di fuori di ogni regola e - commenta Itri - ai limiti dell'eversione".
L'Anm appare come un'entità chiusa in se stessa e chiusa al dialogo. "Per dialogare bisogna essere in due, di fronte a chi non vuol dialogare non ci può essere alcun rapporto e per noi l'Ann non esiste più". Nelle parole di Itri c'è amarezza, ma anche voglia di guardare al futuro: "Per anni c'è stata una gestione clientelare e correntista delle nomine e delle questioni collegate, ora registriamo un'esigenza comune di totale e radicale cambiamento".
Quanto al caso Maresca, Itri preferisce non commentare le voci su una possibile candidatura a sindaco ("Sono scelte personali del collega", precisa) ma commenta la posizione dell'Anm che a Maresca ha chiesto pubblicamente di fare chiarezza sulla decisione di accettare la candidatura facendo riferimento anche a esigenze di tutela dell'immagine dell'intera magistratura: "Penso che per poter criticare determinate scelte e comportamenti - chiosa Itri - bisogna avere la statura morale per poterlo fare. Prima di indicare agli altri quali linee di comportamento tenere e quali sono le più consone ai canoni etici e deontologici, occorre rendersi credibili e l'Associazione nazionale magistrati, a seguito delle ben note vicende che l'hanno riguardata, non ha fatto quello che doveva fare, tanto che determinati errori sembra che continuino a perpetuarsi".
di Simona Musco
Il Dubbio, 23 dicembre 2020
Il Vicepresidente del Csm interviene sulla crisi della magistratura. "serve un manager dei tribunali". Secondo il vertice di Palazzo dei Marescialli occorrono una presa di coscienza e un nuovo codice di comportamento. "Non c'è bisogno di consenso, ma di fiducia".
Serve una presa di coscienza etica. Una rivoluzione. E ricordare che la magistratura non ha bisogno di consenso, ma di fiducia. Intaccata, oggi, dallo scandalo toghe che ha visto come protagonista Luca Palamara, ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati. David Ermini, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, analizza così il clima pesante che da molti mesi avvolge il mondo delle toghe, in preda ad una perdita di credibilità che trova la sua spiegazione nella degenerazione correntizia denunciata, nei mesi scorsi, dal presidente della Repubblica - nonché del Csm - Sergio Mattarella.
"Serve una presa di coscienza etica - ha spiegato ieri Ermini a Radio24 -, perché io credo che le leggi possono essere tutte valide e nessuna valida, in quanto dipende da come poi le applichi, però credo che alla fine di tutto questo ci debba essere una rivoluzione nel modo di comportarsi che deve essere assunta da tutti magistrati".
Il caso Palamara ha scoperchiato il vaso di Pandora, portando alla luce una verità forse nota a molti da tempo, ma mai evidente come lo è adesso. E anche se per qualcuno - in primis lo stesso Palamara - l'ex presidente dell'Anm è l'unico capro espiatorio di una situazione che vedeva coinvolte molteplici persone, per Ermini la realtà è diversa. E a testimoniarlo ci sono i numerosi fascicoli in mano al Csm, che dovrà giudicare le condotte di tutti quelli che con lui hanno intrallazzato per ottenere qualcosa.
"Non ho partecipato al processo Palamara, mi sono astenuto perché ritengo che per poter giudicare le persone bisogna essere sereni e io non ero sereno" dopo aver letto le intercettazioni, ha spiegato. "Però l'altro giorno, in consiglio, il procuratore generale ha detto che ci sono 27 procedimenti aperti e non so neanche se sono finiti. Abbiamo tanti procedimenti, soprattutto in prima commissione, che sta esaminando tutte le chat, non tanto le intercettazioni.
Una cosa così non era mai avvenuta". Secondo il numero due del Csm, esiste comunque una maggioranza silenziosa, fatta di magistrati che non hanno partecipato ad accordi e spartizioni sottobanco e sono "spettatori inorriditi" di quello che è accaduto. Ma serve una riflessione profonda, che parta dalle degenerazioni del carrierismo. È quello, per Ermini, uno dei due grossi problemi della magistratura. L'altro, invece, è il cattivo uso che il Csm ha fatto della possibilità di decidere discrezionalmente delle nomine.
Nel primo caso, il problema dipende da quel filo che tiene legati Anm e Csm, nonostante si tratti di "due cose istituzionalmente e totalmente diverse". E finché non si interrompe questo legame, ha sottolineato Ermini, le leggi rischiano di non bastare. Nel secondo caso tutto nasce, invece, dalla riforma del 2006, quando il criterio dell'anzianità ha lasciato il posto a quello della discrezionalità. Un fatto positivo, ha evidenziato il vicepresidente del Csm, perché fu proprio il primo criterio a far preferire un altro magistrato a Giovanni Falcone.
"Ma la discrezionalità non è stata usata bene", ha sottolineato. La selezione della magistratura deve essere effettuata sulla base di alcuni parametri. Come la capacità di coordinamento, "perché non è detto che un bravo giurista sia anche un bravo dirigente".
E ogni ruolo richiede un diverso metro di valutazione. Ma il problema serio, adesso, è la perdita di fiducia da parte dei cittadini nei confronti della magistratura. Non di certo una novità, ma il crollo, negli ultimi mesi, è stato quasi verticale. Il primo passo da fare è, dunque, cercare di recuperare quella fiducia, attraverso un netto cambiamento nel modus operandi. "La magistratura non ha bisogno del consenso - ha sottolineato Ermini - quello lo cerca la politica, ma ha bisogno della fiducia. E quando manca la fiducia diventa un problema grave per tutti".
Per Ermini non si tratta di una questione di procedimenti disciplinari: sono tanti, ha affermato, i fascicoli aperti e le sanzioni, anche pesanti, comminate. Ma l'idea di una figura di supporto che controlli tutta una serie di aspetti legati alla giustizia non sarebbe da scartare. Per questo per Ermini accanto ad ogni direttivo ci vorrebbe un manager. "Oggi gestire un tribunale vuol dire gestire personale, mezzi informatici, rapporti con la polizia giudiziaria, con tutte le attività investigative che si fanno, strumenti nuovi, poi si pensi a tutte le strutture", ha concluso.
di Romina Marceca
La Repubblica, 23 dicembre 2020
La Santa sede ha riconosciuto il martirio "in odium fidei". Il compagno di liceo: "All'esame di maturità aiutò tutti". Lo chiamavano il "giudice ragazzino" per il viso pulito e lo sguardo limpido. Minuto e semplice nei modi, Rosario Livatino era un magistrato che si batteva senza paura contro la mafia. Il giudice istruttore, assassinato trent'anni fa sulla strada veloce Caltanissetta-Agrigento, sarà beato. La Santa Sede ha riconosciuto il martirio "in odium fidei" (in odio alla fede): è questo il contenuto di un decreto della Congregazione per le Cause dei santi, di cui papa Francesco ha autorizzato la promulgazione nel corso di un'udienza col cardinale prefetto Marcello Semeraro.
L'associazione "Amici del giudice Rosario Livatino" dal 2011 si è battuta per la beatificazione del magistrato. Giuseppe Palilla, presidente dell'associazione e compagno di scuola di Livatino al liceo racconta: "Ci siamo impegnati per raggiungere questo obiettivo, grazie anche al cardinale Montenegro che ha portato avanti l'esempio di Rosario. L'associazione è stata fondata dalla nostra professoressa di greco. Con lei Rosario si vedeva ogni mattina quando era già magistrato". Palilla e Livatino hanno frequentato il liceo classico Ugo Foscolo.
"Le nostre strade poi si sono divise ma ci vedevamo almeno una volta l'anno e andavamo a pranzo o a cena", racconta l'amico del giudice. C'è una grande gioia per la beatificazione. "La sua vita è stata molto breve. Come amico di Rosario - dice Giuseppe Palilla - e presidente dell'associazione non poteva esserci un finale migliore per un magistrato come lui.
Come diceva la nostra professoressa, era una moneta fuori corso: mi ricordo che all'esame di maturità aiutò tutti i compagni. Una volta lo incontrai al tribunale di Agrigento e lo salutai con imbarazzo, lui mi richiamò e mi disse "Ricorda che sono sempre Rosario". Quando è stato ucciso ci siamo raccolti con tutti i compagni, eravamo basiti e abbiamo partecipato alla funzione religiosa ma ci vietarono di portare la bara a spalla fino al cimitero. C'erano le passerelle".
Il 21 settembre 1990 Livatino aveva 37 anni, abitava coi genitori a Canicattì. Quella mattina venne ucciso dai mafiosi della Stidda. La prova del martirio "in odium fidei" del giovane giudice siciliano, secondo fonti vicine alla causa, è arrivata anche grazie alle dichiarazioni rese da uno dei quattro mandanti dell'omicidio, che ha testimoniato durante la seconda fase del processo di beatificazione (aperta il 21 settembre 2011 e portata avanti come postulatore dall'arcivescovo di Catanzaro, monsignor Vincenzo Bertolone, agrigentino), e grazie alle quali è emerso che chi ordinò quel delitto conosceva quanto Livatino fosse retto, giusto e attaccato alla fede e che per questo motivo, non poteva essere un interlocutore della criminalità.
Andava quindi ucciso. Emerge dalle sentenze dei processi sulla morte del giudice che importanti esponenti locali di Cosa Nostra, quando Livatino era ancora in vita, lo etichettassero come "uno scimunito", "un santocchio" (un bigotto, ndr) perché frequentava con assiduità la parrocchia di San Domenico, a pochi passi dalla casa in cui viveva con i genitori a Canicattì. La testimonianza del mandante è risultata decisiva così come quella di uno dei quattro esecutori materiali del delitto, Gaetano Puzzangaro, che quel 21 settembre era alla guida dell'auto che speronò la vettura del magistrato e che già in passato aveva deciso di rilasciare alcune dichiarazioni per la fase diocesana del processo.
Dopo la sua morte, nel 1993, Giovanni Paolo II, incontrando ad Agrigento i suoi genitori, aveva definito Livatino "un martire della giustizia e indirettamente della fede". Papa Francesco, che ha molto sostenuto la causa di beatificazione aperta, incontrando nel novembre del 2019 i membri del "Centro Studi Rosario Livatino", lo ha definito "un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l'attualità delle sue riflessioni". La notizia della beatificazione è arrivata nel paese del giudice. I suoi genitori sono morti ma c'è ancora una comunità che ricorda quel ragazzo semplice, quel giudice senza macchia. La cerimonia di beatificazione potrebbe svolgersi nella primavera del 2021 ad Agrigento.
di Giustino Parisse
Il Centro, 23 dicembre 2020
La Cassazione decide sul ricorso presentato da un detenuto. I giudici: "Non è motivo valido per ottenere domiciliari o sospensione della pena". Il rischio teorico di essere contagiati in carcere dal Covid non è motivo per ottenere la sospensione, il differimento della pena o la detenzione domiciliare. Lo ha stabilito la Cassazione decidendo sul ricorso di un detenuto in carcere all'Aquila.
Il suo legale aveva sostenuto che, in base a una relazione sanitaria, il suo assistito correva il rischio "di morte qualora si infetti dal virus". E questo anche a causa di malattie pregresse. Secondo la Cassazione, che ha confermato la prima decisione del tribunale di sorveglianza "è opportuno premettere che il giudice, chiamato a decidere sul differimento dell'esecuzione della pena o, in subordine, sull'applicazione della detenzione domiciliare per motivi di salute, deve effettuare un bilanciamento tra le istanze sociali correlate alla pericolosità del detenuto e le condizioni complessive di salute di quest'ultimo, con riguardo sia all'astratta idoneità dei presìdi sanitari e terapeutici disponibili, sia alla concreta adeguatezza della possibilità di cura ed assistenza che nella situazione specifica è possibile assicurare all'interessato.
Le valutazioni in punto di compatibilità del regime carcerario devono essere però ancorate a specifici elementi di fatto e non possono basarsi invece su congetture, ipotesi o generiche probabilità - ancorché ispirate dal principio di massima precauzione - perché, diversamente opinando, la valutazione delle condizioni di salute sarebbe rimessa al mero arbitrio, alle umane debolezze e fragilità e, in ultima analisi, esporrebbe i soggetti tenuti a effettuare le valutazioni mediche e giudiziarie a un rischio imponderabile di subire gravi conseguenze professionali e disciplinari per eventi del tutto aleatori.
Ebbene, nel caso di specie le relazioni sanitarie e, per parte loro, gli scritti difensivi non prospettano alcun effettivo rischio di infezione tale determinare un concreto e immediato pericolo di morte per il detenuto. Risulta perciò pienamente aderente ai canoni valutativi prima richiamati, nonché alla buona logica, la conclusione cui è giunto il Tribunale di sorveglianza che ha escluso - trattandosi di un rischio generico di rilievo planetario - che sussista uno specifico, concreto ed effettivo rischio di esposizione del condannato all'agente patogeno che possa costituire, al di là di specifiche e concrete situazioni di rischio che devono essere puntualmente documentate, una condizione tale da influire negativamente sul giudizio di compatibilità con il regime detentivo di un soggetto nei confronti del quale era già stata recentemente compiuta ampia valutazione delle condizioni di salute, giudicate compatibili col trattamento carcerario". Da qui il rigetto del ricorso.
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