di Ornella Sgroi
Corriere della Sera, 27 marzo 2021
Il progetto "Per Aspera ad Astra" ha rotto gli schemi portando la recitazione ai detenuti. Con risultati sui quali, dopo il lockdown, dovremmo riflettere tutti.
Oggi è la giornata mondiale del teatro. E in Italia avrebbe anche dovuto essere il giorno della ripartenza per lo spettacolo dal vivo e le sale cinematografiche. Non è stato possibile. La pandemia, ancora una volta, lo ha impedito. Tutto fermo. Chiuso. Imprigionato in un limbo senza più coordinate spazio-temporali, se non l'incertezza e le saracinesche abbassate. Porte chiuse. Ingressi sbarrati. Carceri - speriamo temporanei - della cultura e dell'arte. Allora perché non ripartire proprio dal teatro che si fa in carcere?
Senza retorica, però. Perché quello che si fa in carcere è teatro vero. E soprattutto è "formazione professionale ai mestieri del teatro, per fare diventare lavoro ciò che a molti sembra "solo" spettacolo", come spiega il regista Armando Punzo. Mente, corpo e maestro della trentennale Compagnia della Fortezza della Casa di Reclusione di Volterra, che ha presentato - nel corso dell'evento "Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcere" organizzato da Acri (Associazione di Fondazioni e Casse di risparmio) - il progetto Per Aspera ad Astra, in corso da 3 anni in 12 carceri italiane, con il coinvolgimento di circa 250 detenuti in percorsi di formazione artistica e professionale non solo come attori, ma anche come scenografi, costumisti, tecnici delle luci, e così via. In questo tempo che stiamo vivendo, il carcere diventa metafora perfetta di un'azione precisa messa in evidenza da Punzo: "ascoltare la parte migliore di noi, quella che ha ancora fiducia, per farsi guidare da essa". Quella che il regista ha catturato nel video che ha diretto, Uscite dal mondo, per "spostare l'immaginario verso la speranza e verso possibilità concrete. Se lo si può fare da un carcere, che è luogo di estremo dolore, allora lo si può fare ovunque". Comprendendo che "il carcere non è un luogo di afflizione e punizione, ma di conoscenza di noi stessi". È in questo spazio-non-spazio che si recupera una delle funzioni primarie dell'arte: lo stupore. Quel "meravigliarsi insieme" di cui parla Enrico Casale dell'Associazione culturale Scarti e che "crea legami tra la micro società del carcere e la macro società del territorio che lo contiene, da Palermo a Milano senza distinzione". Con in mezzo il lockdown, durante il quale "ci siamo sentiti tutti un po' detenuti, con le emozioni amplificate come in carcere. Carcere e lockdown hanno in comune la percezione di quanto abbiamo bisogno di arte, cultura e bellezza".
È attraverso cultura e bellezza che, infatti, il progetto Per Aspera ad Astra, promosso da Acri e sostenuto da 10 Fondazioni di origine bancaria dal 2018, si propone di riconfigurare il carcere attraverso "rigenerazione umana e sperimentazione, con un'operazione che ha del magico", come sottolinea Francesco Profumo, presidente Acri, perché "avviene in uno spazio che non è spazio, in cui l'uomo ritrova se stesso attraverso una sperimentazione che Per Aspera ad Astra ha portato a sistema". Il teatro non è solo palcoscenico, del resto. Ma è soprattutto "relazione, azione e voci che voce di solito non hanno", come ci ricorda Micaela Casalboni del Teatro dell'Argine, compagnia che da 27 anni fa "ricerca artistica su luoghi altri rispetto al teatro, con un lavoro di confine nelle scuole, negli ospedali, nelle periferie del mondo". E adesso anche in carcere. Per "restituire al teatro la sua funzione primaria, che è politica e poetica insieme, capace di generare un impatto che porta cambiamento e crea partecipazione dei cittadini, con un potere trasformativo dell'essere umano".
Fuori e dentro il carcere, perché "il carcere è un luogo della città e quanto più lo si rigenera al suo interno, tanto più se ne beneficia al di fuori". Lo conferma anche Bernardo Petralia, Capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, che "il teatro si è rivelato uno dei mezzi più efficaci per collegare realtà carceraria e società civile e per affermare il valore di una pena che sappia offrire alle persone detenute opportunità di formazione, lavoro e crescita culturale". Anche, anzi soprattutto, durante questa pandemia. Che ha fermato il Paese, ma non la rete costruita da Per Aspera ad Astra, che "dopo il duro colpo degli inizi e quello forse ancora più duro di questa coda così lunga, non si è fermato ma ha resistito forte come l'edera", come racconta ancora Michela Casalboni, "cercando di capire come riorganizzarsi attraverso il confronto di questa rete importantissima, per cui una conquista fatta in una città diventa una conquista collettiva".
Per Volterra, Milano, Palermo, Torino, Vigevano, Padova, La Spezia, Cagliari, Perugia, Bologna, Saluzzo, Genova. Insieme. Perché quando si fa teatro, lo si fa in due luoghi: "uno fisico e uno mentale", come ha detto Enrico Casale ispirandosi a Franco Battiato.
E "quando si fa teatro in carcere, si lavora soprattutto sul luogo mentale. Il teatro è come un'evasione metaforica, va a cercare spazi alternativi perché non è un luogo statico ma una creatura viva, che si genera anche in luoghi estremi". Ne sono testimonianza due bravi attori formati dalla Compagnia della Fortezza di Armando Punzo. Due attori veri. Uno è Aniello Arena, che ha lavorato anche con i fratelli Taviani e con Matteo Garrone e che descrive il teatro di Punzo come un "teatro molto sperimentale, prima molto fisico e solo dopo di parole". L'altro è Ibrahima Kandji, Otello appassionato e vitale. E se per Aniello "il teatro è crescita umana, dentro o fuori dal carcere che sia", per Ibrahima "il teatro trasforma i sentimenti negativi del carcere in energia e ti fa diventare emotività".
agensir.it, 27 marzo 2021
Don Grimaldi (cappellani), "grazie, Santità, per le sue parole ricche di tenerezza per il mondo penitenziario". A Papa Francesco è stato consegnato il primo cero pasquale artistico realizzato dai detenuti del carcere di Paliano (Fr) guidati da un maestro d'arte. Lo scorso mercoledì, dopo l'udienza papale, Papa Francesco ha ricevuto nella Biblioteca privata del Palazzo apostolico l'ispettore dei cappellani delle carceri d'Italia, don Raffaele Grimaldi, accompagnato dalla direttrice del carcere, Anna Angeletti.
Il cero pasquale è il primo di una serie di ceri prodotti dai reclusi di Paliano. Le altre opere artistiche, tuttora in fase di realizzazione, saranno consegnate nelle cappelle degli istituti penitenziari disseminati sul Paese. Le opere artistiche - ceri pasquali - completate saranno, così, "il segno di Misericordia", si legge in una nota dell'Ispettorato, che "darà luce all'evento della Risurrezione di Cristo Risorto, per celebrare la gioia e la speranza di una rinascita comune, cioè il segno che darà calore e conforto a quanti sono nell'errore umano ed esistenziale". Il cero, consegnato al Pontefice che lo ha benedetto, sarà posizionato nella cappella di Santa Marta, in Vaticano.
"Il cero che umilmente le offriamo è stato realizzato dai detenuti del carcere di Paliano e rientra nel progetto pastorale 'La luce della libertà' che ha come obiettivo quello di donare a ogni cappella delle carceri italiane il cero pasquale dipinto dai ristretti del suddetto istituto penitenziario. Anche questa attività lavorativa vuole aiutare il mondo recluso a non sentirsi emarginato, marchiato e giudicato da una società che a volte condanna senza misericordia", ha spiegato al Papa don Grimaldi, che, a nome di tutti cappellani delle carceri italiane, ha consegnato il cero pasquale.
"Santità, un grazie di cuore a nome dei 250 cappellani e dei detenuti, per la sua sensibilità e attenzione verso coloro che soffrono dietro le sbarre. Le sue costanti parole, ricche di 'tenerezza', continuamente indirizzate al mondo penitenziario, spalancano le porte della speranza e consolano i molti cuori che soffrono nel silenzio e invocano il perdono di Dio per le loro umane fragilità - ha aggiunto l'ispettore generale. Questo cero, 'fiamma di misericordia' che accenderete nella vostra cappella di Santa Marta, sia la sua costante preghiera verso tutti coloro che hanno sbagliato e cercano nel Cristo Risorto la vera luce della libertà'".
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 27 marzo 2021
Dichiarare il falso nell'autocertificazione prevista dalle restrizioni anti Covid non è reato. L'ultimo colpo inferto alla normativa emergenziale arriva dal tribunale Milano: il Gup Alessandra Del Corvo, accogliendo la richiesta della Procura milanese, ha assolto un ragazzo di 24 anni finito a processo per aver mentito agli agenti durante un controllo.
"Il fatto non sussiste", motiva il giudice, perché non esiste "alcun obbligo giuridico, per il privato che si trovi sottoposto a controllo nelle circostanze indicate, di "dire la verità" sui fatti oggetto dell'autodichiarazione sottoscritta, proprio perché non è rinvenibile nel sistema una norma giuridica" di questo tipo. Un simile obbligo, aggiunge il gup, risulterebbe infatti incostituzionale perché si porrebbe in contrasto con il diritto di difesa del singolo, sancito all'articolo 24 della Carta, e con il diritto a non autoincriminarsi.
È legittimo, insomma, mentire in propria difesa se si vuole evitare di incorrere in sanzioni penali o amministrative. I fatti risalgono allo scorso marzo: il ragazzo, fermato alla stazione di Cadorna in pieno lockdown, dichiara agli agenti di essere di ritorno a casa dal negozio in cui lavora come commesso. Una versione poi smentita dal titolare dell'esercizio commerciale, a cui le forze dell'ordine si erano rivolte per una verifica.
Il problema evidenziato dal giudice, in questo caso, si pone in relazione all'articolo 483 del codice penale, che punisce con la reclusione fino a due anni le dichiarazioni false rese dal privato al pubblico ufficiale in un atto pubblico. "In tutti i casi nei quali l'autodichiarazione infedele è resa dal privato in un controllo casuale sul rispetto della normativa Covid - spiega il gup appare difficile stabilire quale sia l'atto del pubblico ufficiale nel quale la dichiarazione infedele sia destinata a confluire con tutte le necessarie e previste conseguenze di legge".
Poiché "non è rinvenibile nel sistema una norma che ricolleghi specifici effetti a uno specifico atto- documento nel quale la dichiarazione falsa del privato sia in ipotesi inserita dal pubblico ufficiale", aggiunge il giudice. La cui decisione segue di qualche giorno alla clamorosa sentenza del Tribunale di Reggio Emilia che di fatto "incenerisce" i Dpcm varati in piena emergenza Covid nella parte in cui questi prevedono il divieto di circolare.
Un divieto illegittimo, secondo il giudice Dario De Luca, chiamato a pronunciarsi sul caso di una coppia che aveva giustificato il proprio spostamento con una motivazione falsa. Un atto amministrativo, quale è il Dpcm - argomenta De Luca - non può limitare la libertà personale di movimento poiché la Costituzione pone sul punto una doppia riserva, sia di giurisdizione che di legge. Il Dpcm, dunque, "non può imporre l'obbligo di permanenza domiciliare, neanche in presenza di un'emergenza sanitaria", chiarisce il giudice, dal momento che "un decreto del presidente del Consiglio è un semplice atto "regolamentare", privo della forza normativa per costringere qualcuno a restare in casa".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 27 marzo 2021
In tutto le fosse comuni sparse tra le campagne intorno a Tarhouna sono 18: si stima vi fossero i resti di almeno un migliaio di persone uccise dal 2013 al 2020. I 13 cadaveri sono avvolti in altrettanti lenzuoli bianchi. Li hanno trovati negli ultimi giorni tra la terra fine del cosiddetto "progetto Rabat", una zona di cantieri alla periferia dei quartieri abitati. Qui si trova una delle fosse comuni più grandi. "Vi abbiamo individuato oltre 160 corpi. In tutto, le fosse comuni sono 18, sparse per le campagne attorno a Tarhouna. Stimiamo vi si trovassero i resti di un migliaio di persone uccise dal 2013 al 2020. All'appello ne mancano ancora 250", racconta, Mohammed Kesher, il sindaco di questa città posta a un'ottantina di chilometri a sud di Tripoli, i cui cimiteri possono essere visti come la metafora del dramma libico seguito alla rivoluzione assistita dalla Nato, che defenestrò nel sangue il regime di Muammar Gheddafi 10 anni fa.
Vi siamo arrivati venerdì mattina viaggiando in auto per circa un'ora e mezza. Le autorità locali per una volta sono state ben felici di incontrare i giornalisti e mostrare il loro lutto alle telecamere. "Qui ci sono i cadaveri dei miei due cugini, Mabruk di 22 anni, e Abdallah di 59. Vennero assassinati nel settembre 2019", dice tra i tanti Ibrahim Moftah, ingegnere 38enne, che abbiamo seguito prima nella preghiera nella moschea centrale, quindi di fronte ai corpi allineati in piazza ed infine nel grande corteo al cimitero. Lui assieme a tanti altri se la prende con i "sei fratelli Kaniat", accusati platealmente di avere imposto un regime di terrore pur di conquistare potere e ricchezze dopo la caduta del regime. Anche il sindaco ne parla come di "criminali assoluti, pronti ad allearsi col più forte pur di imporre il loro sistema di dominio", spiega. Ma la realtà sembra molto più complessa. E il microcosmo di Tarhouna aiuta a comprendere i meandri della Libia contemporanea. Una situazione che il nuovo governo di unità nazionale guidato da dovrà presto affrontare per cercare di pacificare il Paese e con esso anche l'Europa, con l'Italia pienamente coinvolta, ora più che mai decise a rientrare a pieno titolo nello scenario libico. La narrativa delle crudeltà della milizia dei fratelli Kaniat è infatti solo un paravento. "Serve per mettere sotto il tappeto le gravissime divisioni interne. Si preferisce accusare colpevoli invisibili, piuttosto che riaccendere la catena di odi e vendette destinate ad aggiungere caos al caos", spiega il 29enne Mohammad al Amali, che a sua volta è venuto in piazza a piangere la morte di tre cugini e uno zio. Tutti uccisi nelle battaglie tra milizie negli ultimi anni. "È ben noto che Tarhouna, assieme alla cittadina di Bani Walid, fossero roccaforti del regime di Gheddafi. Al tempo della rivoluzione i nostri giovani andarono a battersi contro le milizie di Bengasi, Misurata e Tripoli. Dopo la sconfitta del regime, le milizie vennero a vendicarsi. I morti furono subito centinaia. I Kaniat prima si schierarono con la rivoluzione, poi tornarono indietro, raccolsero i resti dell'esercito di Gheddafi assieme alle vecchie tribù lealiste e nel 2014 si unirono alle forze di Khalifa Haftar in Cirenaica", spiega al Amali.
Tarohouna divenne così la bandiera dalla riscossa del fronte contrario ai Fratelli Musulmani e alle maggiori milizie che operano tra Tripoli e Misurata. Ma la situazione divenne critica dopo la fallita offensiva lanciata da Haftar nell'aprile 2019. Lui era convinto di vincere in poche settimane, grazie anche all'aiuto russo, egiziano ed emiratino. La reazione delle milizie, sostenute da Turchia e Qatar cambiò l'equilibrio delle forze. "La notte più sanguinosa fu quella del 4 giugno 2019. I Kaniat massacrarono i soldati di Haftar che volevano ritirarsi incalzati dai droni turchi. A decine sono sepolti in questo stesso cimitero dove mettiamo i nostri cari. Quindi scapparono a loro volta verso Bengasi, uccidendo chiunque cercasse di arrestare la loro fuga", raccontano ancora al cimitero. La "leggenda" dei Kaniat non riesce d'altronde neppure più a nascondere le tensioni che stanno al momento investendo la Cirenaica. Haftar, stanco e malato, sta perdendo il controllo delle piazze e dei suoi stessi soldati, compresi le centinaia di veterani pro-Gheddafi alleati ai Kaniat. Lo dimostrano gli omicidi che investono la società civile.
Oggi è stata rapita (qualcuno dice anche uccisa sui social) la 23enne Hanina al Barassi figlia di Hanan al Barassi, nota avvocata attivista per i diritti umani assassinata il 10 novembre nel centro di Bengasi. Entrambe accusavano Saddam Haftar, il figlio 28enne di Khalifa, di dominare col terrore in Cirenaica grazie alla soldataglia della sua Brigata 106. Due giorni fa è stato inoltre ucciso Mahmoud Warfalli, ex comandante dei pretoriani di Haftar, accusato anche dal Tribunale Internazionale dell'Aja di abusi contro i prigionieri. "A Bengasi si sta scivolando nel terrorismo come ai tempi dell'assassinio dell'ambasciatore americano Christopher Stevens nel settembre 2012", sottolineano tra gli ambienti diplomatici a Tripoli. Da Tarhouna a Bengasi, la tensione resta forte. Dovranno tenerne conto anche a Roma, vista l'intenzione di riaprire al più presto il consolato italiano a Bengasi.
di Antonio Stango
La Repubblica, 27 marzo 2021
Kiev ha invitato tutti gli Stati partner a partecipare a un forum che adotti un percorso strategico per porre fine all'occupazione della penisola. Il lancio è previsto per il 23 agosto. Un passo necessario: l'alternativa sarebbe solo l'accettazione di una "legge del più forte".
In uno scenario globale su cui sembrano soffiare venti di una nuova guerra fredda, sono passati sette anni da quando, il 18 marzo 2014, Vladimir Putin firmò un "Trattato sull'annessione della Crimea alla Federazione Russa": solo due giorni dopo il preteso "referendum" inscenato nella penisola ucraina militarmente occupata, considerato illegittimo dal Consiglio d'Europa, dall'Unione Europea, dall'Assemblea Generale dell'Onu e dalla maggior parte degli Stati membri.
Nell'anniversario, i ministri degli Esteri del G7 e l'Alto rappresentante dell'Unione Europea per la politica estera e di sicurezza comune hanno condannato "le continue azioni della Russia per minare la sovranità, l'integrità territoriale e l'indipendenza dell'Ucraina", aggiungendo che i tentativi della Russia di legittimare l'annessione "non sono e non saranno riconosciuti", con la conferma delle sanzioni in atto contro la Russia. La dichiarazione del G7 e dell'UE condanna inoltre le violazioni dei diritti umani da parte delle forze occupanti, in particolare contro i tatari di Crimea: il gruppo etnico considerato indigeno, la cui etnogenesi in quel territorio risale al XIII secolo.
Il khanato di Crimea - Il khanato di Crimea era stato per circa trecento anni uno Stato indipendente, anche se a lungo sotto protettorato ottomano. In effetti, già la prima annessione da parte di quello che allora era l'impero russo, nel 1783, avvenne in violazione di un accordo internazionale: il trattato di pace di Küçük Kaynarca, che poneva fine a una lunga guerra russo-turca e affermava l'indipendenza del khanato. Ai tatari restava però almeno la possibilità di rimanere nella propria terra ancestrale, seppure presto ridotti a minoranza; ma nel 1944 tutti i circa 193.000 tatari di Crimea (come altre popolazioni accusate collettivamente di collaborazione con gli invasori tedeschi) furono deportati da Stalin in Asia centrale. Decine di migliaia di loro morirono durante il trasferimento o in pochi anni per le durissime condizioni di vita.
Il movimento per il ritorno in Crimea delle famiglie deportate, iniziato dopo la morte di Stalin, poté divenire consistente solo dal 1989. In quell'anno ebbi l'opportunità di ospitare in un convegno a Roma sulla crisi sovietica della politica delle nazionalità la leader di quel movimento, Aishe Seitmuratova - perseguitata in epoca sovietica e ancora oggi, a 84 anni, un punto di riferimento per il suo popolo. Con l'indipendenza dell'Ucraina, nel 1991, i tatari di Crimea - che intanto erano tornati ad essere circa 150.000, ovvero intorno al 10 per cento della popolazione di allora della penisola - ne divennero cittadini, mentre la regione ebbe lo statuto di "Repubblica autonoma".
I tatari perseguitati - Da sette anni, se l'amministrazione occupante reprime qualsiasi cenno di protesta come se si trattasse di "terrorismo", la minoranza tatara è oggetto più degli altri di arresti, processi iniqui, pesanti condanne, trasferimenti in centri detentivi in territorio russo. Su 230 prigionieri politici e perseguitati penalmente durante questo periodo, 158 sono tatari (71 detenuti in centri dell'Fsb - l'ex Kgb); e il Crimean Tatar Resource Center ha segnalato 13 sparizioni e 21 uccisioni di membri della loro comunità.
Tutto questo ha portato a un'ondata di spostamenti di tatari verso altre regioni dell'Ucraina (almeno 40.000, oltre a circa 100.000 ucraini), mentre sono giunti ufficialmente circa 247.000 russi: in realtà, secondo il governo ucraino, centinaia di migliaia in più - in gran parte militari, burocrati, operai nella cantieristica, con le rispettive famiglie. È quindi in corso un drastico cambiamento della composizione demografica di un territorio occupato, in violazione di precise norme di diritto internazionale; e fra le conseguenze della sovrappopolazione indotta c'è anche una grave insufficienza delle risorse idriche in una terra piuttosto arida, con l'incapacità dell'amministrazione occupante di garantire approvvigionamenti sufficienti.
La Piattaforma della Crimea - In questo quadro, l'Ucraina ha invitato tutti gli Stati partner a partecipare a una "Piattaforma della Crimea": un forum di analisi e di discussione, aperto dal livello dei capi di Stato e di governo a quello di parlamentari, esperti e associazioni non governative, che adotti un percorso strategico di azioni congiunte per la fine dell'occupazione e l'effettivo ristabilimento in Ucraina della Repubblica Autonoma di Crimea e della città a statuto speciale di Sebastopoli. Il lancio è previsto per il 23 agosto - trentennale della stesura della Dichiarazione di Indipendenza dell'Ucraina dall'Unione Sovietica. I princìpi e lo spirito di allora sono oggi aggrediti da più parti; ma occorre ormai riportarli con decisione al centro della politica internazionale, poiché l'alternativa alla prevalenza del Diritto sarebbe solo l'accettazione di una "legge del più forte" che l'umanità ha già tragicamente sperimentato.
leggo.it, 27 marzo 2021
La Brexit potrebbe portare diversi problemi in campo giudiziario all'interno dell'Unione europea. Almeno 10 Paesi membri dell'Ue infatti non estraderanno più i propri cittadini per affrontare un processo nel Regno Unito: si tratta di Croazia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Svezia. Secondo quanto ammesso dallo stesso governo britannico, questi 10 Paesi "invocheranno le regole costituzionali come motivo per non estradare i loro cittadini" in Gran Bretagna.
Oltre a questi 10 Paesi, ce ne sono anche altri due - l'Austria e la Repubblica Ceca - che estraderanno i propri cittadini sono col loro consenso. Prima della Brexit il Regno Unito faceva parte dei Paesi che utilizzavano il mandato d'arresto europeo, che consente un'estradizione semplificata tra gli Stati dell'Ue ed è stato utilizzato per assassini, trafficanti di droga e terroristi. Ma nell'ambito degli accordi post Brexit, con l'uscita del Paese dall'Unione, è cambiato tutto: ora, secondo quanto scrive il quotidiano britannico Independent, la strategia dovrebbe essere quella, nel caso si abbia a che fare con criminali da mettere nel mirino, di farli viaggiare liberamente in Paesi in cui non ci sono problemi di estradizione, per poi arrestarli. Una sorta di tuffo nel passato a metodologie da guerra fredda.
Oltre all'estradizione, i cui nuovi accordi dovranno essere "testati", così come la loro "efficacia operativa", la Brexit potrebbe portare farraginosità e scarsa cooperazione anche nelle norme sulla protezione dei dati (la privacy) e sui diritti umani. Restando all'estradizione stessa, il Regno Unito uscendo dall'Ue ha perso l'accesso al database del SIS II, il sistema d'informazione Schengen che era integrato con i database della polizia, che include informazioni sui passeggeri aerei, casellario giudiziario, DNA e impronte digitali e consente la continua condivisione dei dati di polizia e di giustizia penale. Un nodo da sciogliere presto per le autorità britanniche, per non far cadere la giustizia nel caos.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 marzo 2021
Attualmente, soprattutto grazie all'effetto pandemia, ci sono circa 300 migranti trattenuti nei dieci centri di permanenza e rimpatrio (Cpr) dislocati in Italia. Per l'esattezza si trovano a Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d'Isonzo (GO), Macomer (NU), Palazzo San Gervasio (PZ), Roma, Torino, Trapani e recentemente a Milano con la sua riapertura. Per ora non risulta nessun piano vaccinale per gli ospiti, ma teoricamente basterebbe una giornata visto il numero esiguo.
Cpr è l'acronimo più recente affibbiato dalla legge ai centri di identificazione ed espulsione per migranti irregolari presenti sul territorio italiano, che sono stati istituiti e costantemente implementati da tutti i governi degli ultimi vent'anni. La creazione di queste strutture carcerarie risale al 1998, quando - a seguito di alcune direttive europee in vista dell'entrata nell'area Schengen - Livia Turco e Giorgio Napolitano, con il T. U. sull'immigrazione 286/ 1998, stabilirono il trattenimento coatto delle persone straniere da identificare o in attesa di espulsione, per un massimo di 30 giorni: periodo che venne poi raddoppiato con la Legge Bossi- Fini (L. 189/ 2002), la quale introdusse anche il reato di non ottemperanza all'ordine di espulsione, cui sarebbe seguito il reato di clandestinità (L. 94/ 2009). Il nome attuale Cpr risale alla Legge Minniti- Orlando (L. 46/ 2017), che prevedeva la costruzione di un centro in ogni regione.
Il decreto legge del 21 ottobre 2020 ha introdotto diverse disposizioni sul trattenimento del cittadino straniero nei centri di permanenza per i rimpatri (articolo 3), tra queste si ricordano: la riduzione dei termini massimi di trattenimento da 180 a 90 giorni, prorogabili di ulteriori 30 giorni qualora lo straniero sia cittadino di un Paese con cui l'Italia ha sottoscritto accordi in materia di rimpatri; la previsione che il trattenimento deve essere disposto con priorità nei confronti degli stranieri che siano considerati una minaccia per l'ordine e la sicurezza pubblica; siano stati condannati, anche con sentenza non definitiva, per gravi reati; siano cittadini o provengano da Paesi terzi con i quali risultino vigenti accordi in materia di cooperazione o altre intese in materia di rimpatri; l'estensione dei casi di trattenimento del richiedente protezione internazionale limitatamente alla verifica della disponibilità di posti nei centri; l'introduzione della possibilità, per lo straniero in condizioni di trattenimento di rivolgere istanze o reclami al Garante nazionale ed ai garanti regionali e locali dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale e, per il Garante nazionale, di formulare specifiche raccomandazioni all'amministrazione interessata.
Ad oggi i cittadini stranieri possono essere trattenuti in una struttura di fatto carceraria senza aver compiuto alcun reato e il loro trattenimento - che non è formalizzato come detenzione - garantisce loro meno diritti e a chi li trattiene maggiore arbitrarietà che se fossero carcerati. In più, la gestione dei Cpr è appaltata a privati tramite bandi gestiti dalle Prefetture: la privatizzazione della gestione dei centri di internamento per migranti rischia di essere un business simile a quello del sistema carcerario americano.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 marzo 2021
Grazie all'ordinanza del tribunale di Milano, è stato riconsegnato il cellulare a un migrante trattenuto nel centro per il rimpatrio (Cpr) di Milano. Il giudice, nell'accogliere il ricorso presentato dal ragazzo, appena 18enne nato in Tunisia e difeso dall'avvocata Giulia Vicini, ha richiamato non solo la normativa nazionale e internazionale ("la particolare rilevanza che nel corso del trattenimento assume la libertà di corrispondenza telefonica con l'esterno" si evince già, secondo il Tribunale, dalla "frequenza con cui essa compare nelle norme"), ma anche le raccomandazioni espresse dal Garante Nazionale per i diritti delle persone private della libertà con riferimento al trattenimento dei cittadini stranieri.
In sostanza, come sottolinea l'Asgi che si occupa degli studi giuridici sull'immigrazione, l'ordinanza riconosce che la libertà di corrispondenza telefonica costituisce un diritto fondamentale stabilito dall'art. 15 della Costituzione che deve essere garantito all'interno del Cpr. Un piccolo passo in avanti, visto che i migranti, pur non avendo commesso nessun reato, di fatto sono meno tutelati dei detenuti in carcere. Non c'è nessun ordinamento come quello penitenziario e quindi non hanno garanzia alcuna.
Ma ritorniamo all'ordinanza, a partire dalle vicissitudini che ha dovuto affrontare il migrante. Vale la pena narrarle per comprendere quanta difficoltà e palesi violazioni incorrono le persone che giungono nel nostro Paese. Parliamo di un ragazzo che è giunto in Italia, da minorenne, il 4 novembre scorso.
Appena messo piede a Lampedusa, gli è stato notificato un decreto di respingimento. La questura di Siracusa gli ha disposto il trattenimento presso il Cpr di Ponte Galeria, a Roma. A causa delle misure di quarantena imposte dalla pandemia, l'udienza di convalida del trattenimento si è tenuta soltanto un mese dopo, il 7 dicembre 2020, e il giudice di pace di Roma, nonostante che lo straniero avesse dichiarato di essere minorenne, ha convalidato il suo trattenimento.
Il 31 dicembre, a seguito della procedura medica di accertamento dell'età del migrante, il giudice di pace ne ha ordinato il rilascio. È stato quindi portato in un Centro di accoglienza, dove vi è rimasto fino al 5 gennaio 2021. È accaduto che in quel contesto non gli è stato permesso di contattare amici o familiari, né il suo avvocato, che non hanno più avuto notizia di lui fino all' 8 gennaio, nonostante le richieste inoltrate dal legale di fiducia, avvocata Cristina Cecchini del foro di Roma, alla Questura. L'avvocata, non avendo avuto riscontro, ha inviato una segnalazione anche al Garante.
Si è venuto quindi a scoprire che il 5 gennaio stesso, il prefetto di Roma ha notificato al ragazzo un nuovo decreto di espulsione, con accompagnamento alla frontiera. Il questore ha disposto il suo trattenimento presso il Cpr di Milano, essendo necessario acquisire un documento valido per l'espatrio. Ed è lì che non gli è stato restituito il suo cellulare. Non ha potuto chiamare nessuno, soprattutto il suo avvocato per chiedere di essere assistito visto che nel frattempo ha fatto richiesta di protezione internazionale e avevano già fissato l'udienza. Ecco quindi spiegato il motivo del ricorso. Secondo il tribunale di Milano, l'impossibilità di accedere al proprio telefono cellulare costituisce una limitazione del diritto alla libertà di comunicazione dei trattenuti che non trova fondamento nel nostro ordinamento ed è anzi contraria alle norme costituzionali e sovranazionali che presidiano tale diritto.
La limitazione delle comunicazioni con l'esterno, che necessariamente consegue all'impossibilità di accedere al proprio telefono cellulare, è altresì idonea a configurare una violazione del diritto di difesa dei trattenuti. Tale circostanza, come riconosciuto dal Tribunale, risulta particolarmente evidente nel caso del richiedente asilo ricorrente, a cui non è stato consentito di comunicare con il proprio difensore di fiducia prima dell'udienza di convalida del trattenimento, con la conseguenza di non potersi avvalere della sua assistenza in tale sede.
Il Tribunale ha quindi ordinato alla Prefettura, alla Questura di Milano e all'ente gestore del Cpr di consentire al ricorrente la detenzione e l'utilizzo del proprio telefono cellulare secondo le modalità indicate dall'articolo 7 del Regolamento Unico Cie (Regolamento Ministeriale 20 ottobre 2014) per le visite all'interno del centro, ovvero in base a turni quotidiani, in locali sottoposti a sorveglianza ma nel rispetto della riservatezza della persona e per un tempo sufficiente, che l'ordinanza indica in almeno due ore.
di Giulia Cannizzaro
Il Domani, 27 marzo 2021
Nonostante l'esecutivo nato sotto l'egida dell'Onu e le sanzioni dell'Unione europea, il territorio rimane sotto il controllo delle bande armate che torturano i cittadini. Come il fratello di Hakim, scomparso da tre anni. "Se vado a Tarhuna, uccideranno anche me, me l'hanno detto". Abdul Hakim Amer Abu Naama vive a Tripoli ma la sua famiglia di abita a Tarhuna, una piccola cittadina agricola a circa 90 chilometri dalla capitale libica. Il fratello di Hakim, Abu Bakr Amer Abu Naama, è scomparso proprio lì il 14 novembre 2019 in circostanze tutt'altro che misteriose. Hakim e la sua famiglia sanno bene chi sono i responsabili. "Alle 6 del mattino ha squillato il telefono. Ho risposto ed era mio fratello minore che, in maniera concitata, mi ha detto che Abu Bakr non era tornato a casa e non riuscivano a rintracciarlo. Ho subito pensato al peggio", dice Hakim. "La sera prima era andato da un amico e non ha fatto più ritorno a casa". Abu Bakr Amer Abu Nama ha 37 anni, vive a Tarhuna, è sposato, ha due figli e risulta ancora scomparso. "Appena ho saputo della sua sparizione, ho cominciato a chiamarlo compulsivamente al telefono - racconta Hakim -. Dopo molte chiamate, però, qualcuno finalmente mi ha risposto e non era mio fratello". Il sospetto che sia stato fatto sparire diventa quasi subito una certezza. "La chiamata è durata pochissimo. Ho chiesto di parlare con mio fratello e chi stava dall'altra parte, sghignazzando, mi ha chiuso il telefono in faccia. Ho capito subito che Abu Bakr era stato rapito e che erano stati loro. Agiscono così".
Il clan - Le persone alle quali Hakim si riferisce sono membri della famiglia Al-Kani, che hanno formato il clan noto come Kaniyat, una milizia vicina al generale Khalifa Haftar che ha esercitato il controllo sulla città libica di Tarhuna fra il 2015 e il giugno 2020. Tre dei sette fratelli Al-Kani sono morti mentre gli altri sono stati costretti a fuggire dalle forze fedeli al precedente governo riconosciuto dalle Nazioni Unite. Nonostante questo ancora oggi molti residenti di Tarhuna hanno paura di parlarne. Due giorni fa il Consiglio dell'Unione europea ha sanzionato i fratelli Mohammed e Abdelrahim Al-Kani, due figure di vertice della milizia Kaniyat, per le torture, le sparizioni forzate e le uccisioni extragiudiziali commesse proprio a Tarhuna in quel periodo. Questi provvedimenti, che includono il congelamento dei beni e il divieto di transito all'interno dell'Unione europea, rientrano nell'ambito di una serie di misure che l'Europa ha preso nei confronti di undici persone e quattro entità (fra cui i vertici militari responsabili del colpo di stato in Myanmar dello scorso febbraio e funzionari del governo dello Xinjiang) che "devono essere incluse nell'elenco di persone fisiche o giuridiche, entità o organismi soggetti a misure restrittive per le gravi violazioni dei diritti umani e gli abusi in diverse parti del mondo".
Per l'Europa, quindi, gli esponenti di spicco della milizia Kaniyat sono responsabili della morte di centinaia di civili, fra cui moltissime donne e bambini, come testimoniato dal ritrovamento di 27 fosse comuni a Tarhuna e dalla sparizione di almeno 338 cittadini libici avvenuta proprio fra il 2015 e il 2020. Fra loro c'è anche il fratello di Hakim. "A distanza di tre anni non sappiamo ancora che fine abbia fatto Abu Bakr e noi ci sentiamo sempre in pericolo. Io non posso tornare a Tarhuna perché mi hanno minacciato di morte".
Un problema irrisolto - Hakim è riuscito a entrare in contatto con Mohammed Al-Kani attraverso Facebook. "Gli ho scritto. Gli ho chiesto di dirmi dov'era mio fratello e lui mi ha risposto che se non l'avessi piantata mi avrebbero fatto fare la sua stessa fine. Sono dei criminali". Le sparizioni forzate e le uccisioni arbitrarie da parte del clan Kaniyat in Libia sono all'ordine del giorno, al punto che lo scorso dicembre, a seguito del ritrovamento dell'ennesima fossa comune, la popolazione locale, esasperata, è scesa in strada e ha cominciato a prendere a sassate le abitazioni dei membri della milizia. Il problema del disarmo dei miliziani in Libia rimane ancora irrisolto, eppure sarebbe la prima cosa da fare per uscire dal caos e ricostruire il paese. Solo una settimana fa, il nuovo governo di unità nazionale presieduto dall'imprenditore misuratino Abdul Hamid Dbeibeh, ha giurato a Tobruk.
Nonostante l'accordo raggiunto tra le parti dopo mesi di trattative, la situazione della sicurezza sul territorio rimane precaria. L'esecutivo creato sotto l'egida dell'Onu e degli attori internazionali che direttamente e indirettamente sono intervenuti nel conflitto fra Tripoli e Bengasi, non ha ancora preso il controllo di tutte le istituzioni, né delle carceri, sia a est che a ovest. Pochi giorni fa fonti di Libya Observer hanno riportato la notizia del ritrovamento di 11 corpi, alcuni dei quali ammanettati, abbandonati per strada dietro a una fabbrica di cemento nel quartiere di Hawari, a Bengasi. Il decesso di queste persone risalirebbe a più di dieci giorni fa, quando ancora il tentativo di arrivare a una mediazione politica era in fase di svolgimento e quindi il nuovo governo non era in carica. In Libia operano centinaia di milizie, schegge impazzite che possono vanificare il lavoro diplomatico di mesi in poco tempo, mosse dalla sete di potere e denaro. La milizia Kaniyat dei fratelli Al-Kani è una di queste. "La famiglia Al-Kani è una mafia crudele e organizzata che tiene sotto scacco la gente e se non assecondi le sue richieste, sei automaticamente un nemico da fare fuori come è capitato a noi - racconta Hakim - Ci siamo opposti, non abbiamo permesso che uccidessero delle persone innocenti e li abbiamo denunciati alle autorità. Così siamo diventati loro nemici. Ecco perché ho pensato fin da subito che a mio fratello fosse capitato qualcosa di brutto".
La scelta dell'Ue di sanzionare i membri della milizia Kaniyat è un passo importante per lo meno dal punto di vista simbolico. "Sono contento che l'Unione europea abbia riconosciuto ufficialmente i responsabili di queste gravi violazioni dei diritti umani e li abbia sanzionati - dice Hakim - ma chiediamo giustizia per i crimini che hanno commesso e vogliamo la verità. Ogni giorno io e la mia famiglia controlliamo gli elenchi delle persone ritrovate in quelle fosse, e ogni giorno speriamo di non vedere il nome di mio fratello". Ieri sono stati identificati i corpi di altre 13 persone ritrovate in una delle fosse comuni di Tarhuna e tra loro non c'è il fratello di Hakim.
di Elena Cimmino*
Il Dubbio, 26 marzo 2021
Attendiamo l'esito della Consulta che è stata nuovamente invocata per dirimere il "problema strutturale" che l'Italia da 30 anni circa presenta nel suo ordinamento giuridico, vale a dire, la compatibilità tra l'ergastolo ostativo e l'art. 27 della Costituzione che prevede il divieto di pene disumane e la finalità rieducativa della pena.
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