di Stefano Voltolini
salto.bz, 21 dicembre 2020
Marco Cristeli lavora con i detenuti a Bolzano: "Il momento più bello? Un ragazzo africano fa il risotto alla milanese e mi abbraccia. Autostima, l'ingrediente migliore".
La cucina come autostima e riscatto. È la "materia" - fatta non solo di acqua, farina e altro, ma anche di convinzione in se stessi, espiazione, speranza - che insegna Marco Cristeli. Altoatesino di Bolzano, cuoco e istruttore di 45 anni, con una lunga esperienza nella ristorazione organizzata, nella gestione dei locali e in particolare nella formazione, Cristeli è uno che ama le sfide. Come sa esserlo l'insegnamento in un contesto diverso e difficile quale il carcere. Dal 2017 lo chef ha preso in mano il testimone per i corsi che si svolgono - ultimamente con le limitazioni dovute al Covid - all'interno della casa circondariale del capoluogo altoatesino, con il sostegno della direzione della struttura e il contributo dell'ufficio formazione professionale della Provincia. "Quando me l'hanno chiesto - racconta - ho pensato: perché no, perché non mettermi alla prova? Lì dentro non sono lo chef, sono Marco, umano ma sempre professionale. Perché loro, i miei studenti, che io non giudico, quando escono devono essere sicuri di quello che sanno fare, visto che come detenuti partono svantaggiati. Il momento più bello? Un ragazzo del Centro Africa che prepara gli gnocchi di patate, o il risotto alla milanese, e mi abbraccia: perché ha ricominciato a credere in se stesso".
Marco Cristeli, quale è il suo percorso professionale che l'ha portata a fare, tra i diversi impegni, il cuoco-formatore in carcere?
Il mio percorso professionale nasce dalla scuola alberghiera Cesare Ritz a Merano e dal diploma nel 1994 a Milano Marittima, perché all'epoca la maturità non era riconosciuta in Alto Adige. Già durante gli anni di studi avevo fatto le stagioni d'estate, poi dopo la fine della scuola e una parentesi da carabiniere nell'anno di leva ho iniziato a lavorare. Dal '96 sono rimasto come responsabile per la parte ristorativa della società Plose Group, che si occupava di aree di servizio sull'A22. Nel '99 ho preso un ristorante a Bolzano, in via Andreas Hofer, che si chiamava la Locanda e in seguito ha cambiato vari nomi. Ancora, nel 2000 ho iniziato a fare formazione, facevo già i corsi, un po' alla locanda e un po' in sedi esterne, per pizzaioli.
Lo spazio dedicato alla formazione è cresciuto negli anni?
In effetti, nel 2002, quando ho lasciato la Locanda, mi sono dedicato solo all'insegnamento e nei vari settori, cucina, pizzeria e sala. Nel 2004 sono stato assunto come ispettore per Arma ristorazione, fino al 2010, nel frattempo ho sempre tenuto i corsi la sera. Nel 2010 ho preso un locale in centro, il Caffè Seltz, in via Dottor Streiter, fino al 2017, ma anche in quel periodo ho sempre seguito i corsi. Il percorso nel carcere è iniziato proprio quando stavo lasciando il caffè. Per meglio svolgere l'attività formativa ho fondato la F&B, Food & Beverage service, che si occupa di assistenza alle aziende nel mondo della ristorazione, cucina, sala, bar e pizzeria. Accanto a ciò, svolgo le attività di cooking experience per Miele Italia, l'azienda che produce elettrodomestici e ha la sede italiana ad Appiano. Facciamo formazione per le cotture con i forni a vapore, su tutte le nuove modalità di cottura nel mondo del casalingo.
Si può definirla cuoco-istruttore...
Direi di sì, è quello che faccio.
Veniamo al carcere: come si è accostato ai corsi di cucina che a Bolzano sono una realtà consolidata all'interno alla struttura?
Quando sono arrivato i corsi c'erano già da diversi anni, almeno un decennio. Gli istruttori dell'epoca mi hanno chiesto se mi sarebbe piaciuto provare. Ho accettato. Perché no, ho pensato, mi piace mettermi alla prova, e inoltre avevo già lavorato con ragazzi con problemi alla scuola alberghiera. È stato interessantissimo. L'utente finale non è visto come il detenuto, ma unicamente come il partecipante al corso. Io non giudico mai il motivo per cui è lì. Sta facendo un percorso nel quale cerco di dargli il più possibile. Come istruttore, da un lato porto dentro le mura la vita esterna, quello che succede fuori, dall'altra cerco di insegnare quello che in un futuro, all'uscita dalla reclusione, potrà servire per mettersi alla prova. È vero che il mondo della ristorazione è forse uno dei più facili. Almeno in entrata ci sono tante possibilità: puoi partire dall'aiuto cucina, cameriere, aiuto pizzaiolo, addetto al buffet, lavapiatti. La quantità di lavoro non spaventa certo coloro che hanno l'esperienza del carcere e sono abituati a "soffrire". A spaventarli è invece quello che l'opinione pubblica pensa di loro nel momento in cui escono.
La formazione diventa importantissima per il reinserimento?
È così. La difficoltà per loro è: vengo, mi impegno, imparo, esco e vengo visto come un ex detenuto. L'importante è quindi formarli nel miglior modo possibile in base alle loro esigenze. Inoltre, il fattore psicologico è importantissimo in un contesto del genere. I corsi di cucina sono un'occasione per staccare dalla quotidianità, dallo scontare la pena quale essa sia. Il fattore umano è cruciale.
Come si svolgono le lezioni?
Le lezioni avvengono in base alle esigenze della pubblica sicurezza, nella cucina del carcere, in piccoli gruppi differenti di circa 6-7 persone per ciascun modulo di circa 30 ore. L'epidemia di coronavirus ha inciso nel senso che per un po' siamo stati bloccati, poi abbiamo ripreso tenendo conto delle limitazioni che possono cambiare in base alle decisioni governative. Le precauzioni naturalmente sono doverose per tutelare una comunità chiusa come il carcere. Tornando alle lezioni, solitamente i detenuti vengono due, tre, quattro volte in settimana, nel momento del mezzogiorno, nell'arco di un anno scolastico.
L'identikit dei suoi studenti?
L'utente finale è solitamente un detenuto che ha una pena medio-lunga, che gli permette di poter seguire il corso. La composizione rispecchia la popolazione interna del carcere. Ai corsi c'è sempre un 75-80% di extracomunitari, moltissimi dal Nord Africa, nell'ultimo periodo c'è stata un'affluenza in crescita dal Centro Africa, ancora tanto Est Europa, Paesi come Romania, Albania, Cecenia. Italiani, di tutte le regioni, ce ne sono, ma dipende dal periodo. E solitamente sono pochi gli altoatesini, dato che essendo Bolzano una casa circondariale, dunque riservata a pene minori rispetto alle strutture di alta sicurezza, chi ha la casa ottiene in genere la detenzione domiciliare. Riguardo all'età media, è piuttosto bassa. Ci sono tantissimi giovani, di 20-22-25 anni. Purtroppo quasi tutti coloro che hanno reati legati allo spaccio sono ragazzi.
C'è una tensione particolare nelle lezioni per via dell'ambiente in cui si svolgono?
Ai corsi non ci sono mai problemi. Per i detenuti sono infatti qualcosa in più, qualcosa di diverso che possono fare e se ci fossero incidenti ci rimetterebbero in prima persona. Come insegnante devi senz'altro essere bravo a gestire il gruppo. Sei tu da solo con più persone. Devi evitare conflitti e devi essere te stesso. Lì dentro io sono Marco, non lo chef. Per loro il rapporto umano che si crea è fondamentale. C'ho messo tanto a impararlo.
Una sfida in più per un insegnante?
Certamente. I rapporti che si creano hanno bisogno di un tempo più lungo per instaurarsi. Non è come un corso nella vita normale, per l'utente cosiddetto normale. Lì dentro avverti la frustrazione, il momento in cui arriva la lettera sbagliata, una notizia che ti cambia la vita come può essere una condanna di 8, 10 mesi, un anno, due anni in più. È un tempo della vita 'in più' che noi diamo per scontato perché siamo sempre all'aria aperta e andiamo dove vogliamo.
La cucina: dalla A alla Z?
Insegno tutto il percorso formativo per quanto riguarda la cucina, dalle basi in su. Si parte dalla pasta fatta in casa, dalla preparazione di tutti i piatti di pasta, i risotti, le minestre, le salse, e mano a mano che rimangono si va avanti e ci si specializza. Chi partecipa deve risultare pronto per affrontare un lavoro esterno, venendo esaminato da coloro che lo vedranno purtroppo come un ex detenuto. Dunque, devi essere sicuro di quello che fai perché parti svantaggiato rispetto a una persona che ha le tue stesse capacità. Prima devi superare quello scalino a livello psicologico, ma nello stesso tempo devi arrivare preparato. Si pretende dunque qualcosa, a differenza di un corso esterno che può interessare di meno, oppure di un corso a scuola in cui i ragazzi sono coinvolti ma anche no. Come insegnante non puoi prenderli in giro. Devi essere una persona che riesce a stare nel gruppo, senza far emergere conflitti, ma portando professionalità. Questo è fondamentale.
Qual è il livello massimo che si raggiunge?
Un conto è saper cucinare un piatto di pasta, un altro riuscire a fare un piatto completo, con gli accostamenti, capire ciò che fai, dosare gli equilibri. Se rimani impari a saperti gestire, a saperti presentare in un posto di lavoro e dire: dammi gli ingredienti e io riesco a portare una ricetta alla fine. Che tu debba preparare pasta, riso, gnocchi, vitello, manzo, pesce, devi saper entrare in una cucina ed essere a tuo agio. Non avere paura.
La cucina del carcere è equipaggiata?
Lavoriamo nella cucina dove cucinano per i detenuti, poi io ho portato l'attrezzatura della mia società, i forni, le cotture a vapore, la nuova concezione di cucina che i partecipanti troveranno quando escono. Vapore, sottovuoto, cotture a bassa temperatura, più sane e più buone, ciò che va di moda adesso.
I detenuti con le loro diverse provenienze geografiche portano anche le ricette che conoscono?
Assolutamente sì. Tu devi dare tanto spazio alla loro cultura. Nello stesso momento in cui loro sono obbligati a imparare le regole della nostra cucina, della cucina italiana che assieme a quella francese fa da base alla cultura gastronomica internazionale, è importante che nel 2020 o 2021 loro sappiamo valorizzare anche la loro tradizione. Non è che una tradizione diversa dalla nostra, come si pensava una volta, è sbagliata, al contrario arricchisce.
Che piatti propongono?
Ricette che magari non hanno un nome specifico, che rispecchiano le abitudini e anche l'economicità visto che i tanti detenuti non hanno a disposizione un grosso budget per gli acquisti personali in carcere. Ad esempio, l'Est cucina tanta carne e zuppe, l'Africa riso, pollo, gallina. Chiaro che se avessero la possibilità farebbero agnello, capretto. Tanti non hanno la possibilità di fare una spesa decente. Ecco l'importanza di saper cucinare con poco, di saper riconoscere gli ingredienti e utilizzarli al meglio: un valore aggiunto.
Il momento più bello per lei?
Momenti bellissimi dentro la casa circondariale ce ne sono stati molti. Vedere un ragazzo del Centro Africa che non ha mai mangiato gli gnocchi e riesce a preparare degli gnocchi di patate fatti a regola d'arte, o un risotto alla milanese, è bellissimo. È una soddisfazione quando ti abbracciano e ti dicono grazie. Grazie di avermi insegnato qualcosa di importante, di avermi fatto passare un periodo bello. Vedi che iniziano a riprendere un po' di fiducia in se stessi. Noi siamo una goccia nel mare, ma grazie alla direttrice, al comandante delle guardie, si è creato un gruppo coeso, anche con il contributo dell'ufficio formazione professionale della Provincia di Bolzano che finanzia le attività.
Il carcere non è sempre muri vecchi e abbandono?
Tutt'altro. L'opinione pubblica pensa che perché un muro è rotto il detenuto venga trattato male. Non è così. La struttura è quello che è, ma in quell'edificio riuscire a fare quello che facciamo è un grande risultato. Grazie alla squadra che si è creata, alla direttrice Nuzzaci che fa di tutto e anche di più, e alla dottoressa Pacher della Provincia.
C'è una storia personale che l'ha colpita in particolare?
Io non posso, come gli altri operatori, tenere contatti con loro o mantenerli dopo, per un'esigenza di tutela. Posso solo dire che tanti ragazzi giovani una volta che escono dal cancello sono sulla strada. Quello sarebbe importante, anche se difficile. Lo step successivo rispetto a quanto già si fa, ovvero riuscire a seguire chi non ha un approdo, una casa. Il problema grande è sempre quello: tu che esci dal cancello, hai capito che hai sbagliato, ed è un riscatto, oppure pensi che hai sbagliato ma non hai altra via e pensi che sia più facile rifarlo? Questa è la sfida.
di Farian Sabahi
La Repubblica, 21 dicembre 2020
Tecniche simili a quelle che utilizzava la polizia segreta dello scià. La storia di Habib Chaab, rifugiato politico in Svezia, è stato sedotto da una 007 iraniana che gli ha dato appuntamento a Istanbul. Qui sarebbe stato drogato e trasportato a Teheran. I protagonisti di questa brutta storia sono tre oppositori iraniani. Mandate in onda sulla tv di stato della Repubblica islamica, le loro vicende vogliono incutere terrore tra i dissidenti rifugiati in Occidente e, al tempo stesso, far credere agli iraniani in patria che i pasdaran sono gente in gamba. In realtà, le tecniche per reprimere il dissenso sono le stesse della Savak, la polizia segreta dello scià negli anni Sessanta e Settanta. Il dissidente scappa e un paese europeo gli concede lo status di rifugiato. Dopodiché, cede alla tentazione di tornare in Medio Oriente, anche se non proprio in patria, e gli viene tesa una trappola.
Nella scena successiva lo vediamo in carcere a Teheran, dove viene torturato e costretto a rilasciare una video-intervista in cui confessa di essere una spia. Nell'ultima scena, il dissidente pentito sale sul patibolo. La corda al collo, viene impiccato. In sottofondo, una musica inquietante. A ripetere lo stesso copione è la magistratura di Teheran. Per catturare l'attenzione, nel macabro spettacolo di ottobre sono state inserite immagini di esplosioni e di persone insanguinate, tratte dall'attacco alla parata militare del settembre 2018 nella città sudoccidentale di Ahvaz, in cui 25 persone erano morte in un attentato rivendicato dal Movimento arabo di lotta per la liberazione di Ahvaz (Asmla).
Protagonista del video è l'oppositore Habib Chaab, cittadino iraniano di etnia araba. Sullo schermo è bendato, nella seconda scena rimuove la benda e racconta i dettagli di quella "operazione terroristica" e dei finanziamenti sauditi. Rifugiato politico in Svezia, è stato sedotto da una 007 iraniana che gli ha dato appuntamento a Istanbul. Qui, sarebbe stato rapito, drogato e trasportato in un camioncino per 1.600 km attraverso la Turchia, fino a Van. Al confine con l'Iran, sarebbe stato consegnato ad agenti della Repubblica islamica.
Alcuni giorni fa, i servizi di intelligence turchi hanno arrestato undici cittadini turchi accusati di spionaggio a favore dell'Iran e del sequestro del dissidente. Oltre a Chaab, recentemente il pubblico della televisione iraniana ha visto scorrere sullo schermo anche le immagini del giornalista dissidente Ruhollah Zam, direttore del sito Amad News che diffondeva notizie sui politici iraniani e che aveva contribuito a fomentare il dissenso durante le proteste di fine 2017 e del 2018. Rifugiato in Francia, era stato rapito dai pasdaran a ottobre 2019 mentre si trovava in Iraq, dove si era recato per incontrare il Grande Ayatollah Ali Sistani. Deportato in Iran, è stato condannato per "corruzione sulla terra" e sabato 12 dicembre è morto impiccato. In segno di protesta, le diplomazie dell'Ue hanno mandato a monte un atteso business forum.
ilpost.it, 21 dicembre 2020
Un software testato da Huawei e da un'altra società cinese sarebbe in grado di individuarli e di mandare un avviso alla polizia. La grossa azienda di telecomunicazioni Huawei e la start-up tecnologica Megvii - entrambe cinesi - hanno testato un software per i sistemi di videosorveglianza che sarebbe in grado di riconoscere età, sesso ed etnia di ogni persona attraverso le immagini scansionate.
Il software sarebbe stato programmato per mandare una sorta di "allarme" alla polizia ogni qualvolta il sistema di sorveglianza scansioni una persona di etnia uigura, la minoranza di religione islamica sistematicamente discriminata e perseguitata dal governo cinese. Le due aziende hanno negato che gli scopi delle loro tecnologie siano questi, ma sia in Cina che in altri paesi software simili vengono già utilizzati per controllare le persone o reprimere i dissidenti, con grosse implicazioni etiche e giuridiche.
Della vicenda si sono occupati due giornalisti del Washington Post, che hanno visto il rapporto dei test sul software ottenuto tramite Ipvm, un'organizzazione indipendente che si occupa di analizzare e valutare i sistemi di videosorveglianza. Il documento, firmato dai funzionari di Huawei, si trovava sul sito dell'azienda e chiariva che il software era stato sviluppato nel 2018, e testato di recente. Dopo la pubblicazione dell'articolo sul Washington Post, lo scorso 8 dicembre, il documento è stato tolto dal sito di Huawei. Il caso ha tuttavia riacceso il dibattito sull'uso controverso dei sistemi di videosorveglianza, che in Cina sono sempre più diffusi.
Funzionari del governo cinese citati dal Washington Post hanno sostenuto che i sofisticati sistemi di riconoscimento facciale riflettano l'avanzamento tecnologico della Cina e agevolino il lavoro della polizia nel garantire il livello di sicurezza nelle città. Per le ong e gli osservatori internazionali, invece, sono strumenti che consentono di reprimere coloro che vengono visti come un pericolo per il mantenimento del controllo esercitato dal governo sui cittadini. Secondo John Honovich, il fondatore di IPVM, si tratta di tecnologie "spaventose" e "assolutamente normalizzate" che vengono impiegate anche per discriminare.
Secondo Amnesty, negli ultimi anni almeno 1 milione di uiguri sono stati perseguitati e detenuti in diversi "campi di rieducazione", come li chiama la Cina. Il governo cinese ha sempre negato di aver represso o trattato diversamente la minoranza uigura, descrivendo spesso le testimonianze sulle loro condizioni di vita "fake news" e definendo semmai la repressione di questa minoranza come una campagna antiterroristica. L'esistenza di campi di detenzione per gli uiguri è stata però verificata da inchieste giornalistiche e rapporti dell'Onu.
Le ricostruzioni hanno mostrato come gli uiguri vengano rinchiusi nei campi senza avere possibilità di difendersi, né di sostenere un processo; come siano sottoposti a indottrinamento, lavori forzati, e in alcuni casi anche a torture.
Nel 2018 alcuni ricercatori cinesi avevano progettato un algoritmo che era in grado di riconoscere, distinguendoli, i "tratti distintivi" dei volti degli uiguri, dei tibetani e dei coreani. Come aveva raccontato il New York Times, inoltre, l'anno scorso un software per il riconoscimento facciale impiegato dal dipartimento di polizia della città di Sanmenxia - circa 1.200 chilometri a nord-ovest di Shanghai - aveva individuato i volti degli uiguri 500mila volte in un solo mese. Diversi software impiegati per la videosorveglianza sviluppati da Megvii sono utilizzati in più di 110 cittadine cinesi.
Secondo quanto ha raccontato Maya Wang, osservatrice della ong Human Rights Watch, in Cina questi software sono sempre più diffusi anche per controllare i dissidenti e reprimere le proteste. Wang ha aggiunto che le ambizioni del governo cinese vanno ben oltre la persecuzione delle minoranze: il vero obiettivo sarebbe utilizzare i sistemi di riconoscimento facciale per criminalizzarle.
Oltre alle implicazioni etiche dell'utilizzo sistematico della videosorveglianza per controllare i cittadini, però, c'è anche un altro tipo di problema: i software infatti potrebbero fornire risultati inaccurati perché il funzionamento dei programmi dipende da alcuni fattori, come l'intensità della luce o la qualità delle immagini scansionate; in più, non è detto che i tratti somatici delle persone siano nettamente distinguibili o attribuibili con totale certezza a una o all'altra etnia.
Sia Huawei che Megvii hanno confermato di aver lavorato insieme per sviluppare in tutto tre software per il riconoscimento facciale e hanno detto che il rapporto su quello testato di recente era vero. Tuttavia il portavoce di Huawei, Glenn Schloss, ha detto che il documento faceva riferimento "soltanto a un test e non ha alcuna applicazione nel mondo reale"; Schloss ha anche specificato che l'azienda "vende solo prodotti dagli utilizzi generici per questo tipo di sperimentazione ma non fornisce algoritmi o applicazioni personalizzati". Un portavoce di Megvii ha detto che i software sviluppati dall'azienda "non sono programmati per individuare specifici gruppi etnici".
Jonathan Frankle, ricercatore del Laboratorio di Computer Science e Artificial Intelligence del MIT (Massachusetts Institute of Technology), ha spiegato che le società di sviluppo software stanno investendo parecchio sui sistemi di riconoscimento facciale perché sono molto redditizi. Negli Stati Uniti e in altri paesi, per esempio, vengono utilizzati da alcuni anni durante le indagini criminali; il loro uso è ritenuto comunque controverso, perché secondo alcuni violerebbe le leggi che tutelano i cittadini sotto indagine. In altri paesi, come l'Uganda, è stato confermato che sistemi simili vengono usati per sorvegliare gli oppositori politici e identificare chi partecipa alle proteste.
Nel 2019 otto società cinesi furono sanzionate dagli Stati Uniti per il loro coinvolgimento in attività che "violavano i diritti umani" e per "abusi relativi all'implementazione di campagne di repressione, detenzione arbitraria di massa e sorveglianza con sistemi altamente tecnologici" nei confronti degli uiguri e di altre minoranze. Tra queste società c'era anche Megvii. Tra le altre cose, da qualche tempo gli Stati Uniti stanno anche cercando di limitare l'influenza di Huawei in Europa e tra i paesi alleati perché, sostiene l'amministrazione americana, Huawei è vicina al governo cinese e pone un rischio per la sicurezza.
di Giulia Merlo
Il Domani, 20 dicembre 2020
Intervista a Vittorio Manes, professore ordinario di diritto penale all'università di Bologna, sulla deriva mediatica dei processi e sulle possibili soluzioni. "La prima vittima del processo mediatico è la presunzione di innocenza, la seconda sono i giudici, che devono dire da che parte stanno, se dalla parte della pubblica opinione oppure dalla parte di un imputato che ormai si presume colpevole".
di Liana Milella
La Repubblica, 20 dicembre 2020
Il nuovo presidente della Corte costituzionale nella prima conferenza stampa parla della "difficile collaborazione tra Stato e Regioni", dice sì all'obbligo dei vaccini, e parla dello sciopero della fame dei giudici onorari che "svolgono la stessa funzione di quelli ordinari". Vicepresidente è il giudice Giuliano Amato, ex leader socialista.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 20 dicembre 2020
"Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre".
Qualche giorno fa, ho riletto, citata in una bella intervista dal professor Giovanni Fiandaca, una riflessione di Lev Tolstoj tratta dal romanzo Resurrezione. Vale la pena di riportarla, perché pare che nel mondo odierno si sia persa traccia di un pensiero serio sulla complessità della natura umana: "Una delle superstizioni più frequenti e diffuse è che ogni uomo abbia solo certe qualità già definite, che ci sia l'uomo buono, cattivo, intelligente, stupido, energico, apatico eccetera. Ma gli uomini non sono così. Possiamo dire di un uomo che è più spesso buono che cattivo, più spesso intelligente che stupido, e viceversa. Ma non sarebbe la verità se dicessimo di un uomo che è buono o intelligente e di un altro che è cattivo, o stupido. Gli uomini sono come fiumi: l'acqua è in tutti uguale e ovunque la stessa, ma ogni fiume è ora stretto, ora rapido, ora ampio, ora tranquillo, ora limpido, ora freddo, ora torbido, ora tiepido. Così anche gli uomini. Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre lo stesso".
zic.it, 20 dicembre 2020
L'inchiesta autogestita di Zic.it sulla sanità pubblica durante la seconda ondata pandemica non poteva non soffermarsi anche sulla situazione della Casa circondariale cittadina dove, nelle ultime settimane, il numero dei contagiati Covid-19 è salito in modo preoccupante. Verso la fine di novembre il garante dei detenuti di Bologna comunicava che, all'interno del carcere della Dozza, vi erano almeno 12 i detenuti contagiati ed altri casi di positività erano presenti tra gli operatori penitenziari. Ammoniva che, in una situazione in cui "la capienza massima di 500 persone era ampiamente superata dalle circa 700 presenze", con la seconda ondata pandemica in corso, "il rischio di una diffusione del contagio all'interno dell'istituto penitenziario era molto concreto".
di Giuseppe Pignatone
La Repubblica, 20 dicembre 2020
In una recentissima serie tv che ha catturato l'attenzione di milioni di spettatori, Giuseppe Fiorello interpreta il ruolo di un cittadino che per ragioni di lavoro entra casualmente in contatto con una rete di narcotrafficanti e accetta, pur controvoglia, di agire da infiltrato nell'organizzazione, consentendo così, tra mille pericoli, il sequestro di un enorme quantitativo di droga.
Egli vede, però, travolta la sua vita precedente ed è costretto tra difficoltà e sofferenze a cominciarne una nuova, con una diversa identità fornitagli dalla polizia (nell'ambito di un programma di protezione, peraltro, che è stato poi molto migliorato da una legge del 2018). La sceneggiatura della fiction si ispira a una storia realmente accaduta, con l'ovvia aggiunta di forzature drammatizzanti e spettacolarizzatati necessarie allo share.
Se ne parliamo qui è perché il modello di collaborazione Stato-cittadino proposto dalla tv potrebbe far sorgere nel telespettatore un dubbio non peregrino: è giusto che il prezzo del dovere civico sia lo stravolgimento di un'intera esistenza, anche per chi non ha scelto di fare il poliziotto, né tanto meno il delinquente?
Per rispondere a questa domanda - che sintetizza il dilemma di tante persone oneste costrette a decidere se chinare il capo oppure ribellarsi e denunciare le pretese mafiose-occorre uscire dal caso estremo, direi eccezionale, dello sceneggiato Rai e calarsi nella realtà molto meno eroica che raccontano i processi e l'informazione che ne dà conto, di solito e salvo rarissime eccezioni nelle cronache locali (e anche questo scarso rilievo non è un bel segnale).
Queste cronache confermano che l'omertà rimane un fenomeno diffuso e non solo al Sud. Un esempio? Al termine di un processo contro una cosca di ndrangheta insediatasi in provincia di Varese, il pubblico ministero ha richiesto la trasmissione degli atti relativi a 14 persone offese (cioè quasi tutte le vittime dei mafiosi) ipotizzando altrettanti casi di falsa testimonianza, dato che esse hanno negato persino i fatti che emergevano con tutta evidenza dalle indagini.
Per fortuna le eccezioni esistono, come per esempio quella dei commercianti e imprenditori palermitani che hanno fatto arrestare i loro estortori (si veda questo giornale del 2 novembre: "i ribelli di Palermo") o la condotta, nello stesso processo varesino di cui s'è detto, di un giovane imprenditore che ha prima respinto le richieste di denaro e poi i tentativi di imporsi come socio da parte del boss del paese in cui il giovane intendeva avviare una nuova attività.
Denuncia che ha portato agli arresti degli ndranghetisti e, dopo la con ferma in udienza, anche alla sentenza di condanna. Nelle intercettazioni di quell'inchiesta risuonano le stesse frasi che vengono ascoltate in Calabria o in Sicilia: "qualunque cosa lui fa in quella zona lì, avrà solo problemi", e ancora "sono io che vado lì e scasso tutto".
Infatti, ai capi opposti del Paese, la pretesa dei mafiosi è la stessa: impadronirsi del territorio e lucrare su ogni attività che vi si svolga. Con l'aggravante che ben diversi sono, tra Nord e Sud, il contesto economico e le ricchezze in gioco. Per quanto coinvolgente sia l'esempio proposto dalla tv, è certo che ai cittadini viene richiesto qualcosa di molto lontano dall'infiltrarsi in contesti criminali per conto delle forze dell'ordine (che per questo genere di azioni possono contare su professionisti ben addestrati).
Agli imprenditori, per esempio, specie quelli che guidano realtà di notevole rilievo, lo Stato chiede semplicemente di restare nel campo della legalità senza cedere alla tentazione di scorciatoie che aprano la porta a gruppi mafiosi in grado di porsi come agenzie di servizi, ovviamente illegali.
Una storia emblematica di simili derive illecite, emerge da una recentissima sentenza del tribunale di Bologna relativa a un importante operatore del settore alimentare che, trovandosi in difficoltà finanziarie e gestionali, si era rivolto a un gruppo ndranghetista, di cui faceva parte anche un politico locale, perché lo "agevolasse" nei rapporti coni fornitori, con gli enti pubblici e perfino con le banche. Ma c'è di più.
La stessa azienda, impegnata in una controversia civile con un altro grosso operatore economico lombardo, ha rimesso la risoluzione della vertenza alla decisione delle cosche di ndrangheta presenti nei due territori. Ovvero la mafia è stata chiamata a sostituire lo Stato in una delle sue funzioni essenziali, la giurisdizione. Naturalmente tutto questo ha avuto un prezzo salato: in denaro, in forniture, in assunzioni di personale e - in prospettiva - nell'ingresso della cosca nella compagine societaria.
Questo percorso perverso, purtroppo non inedito, è stato rallentato dapprima dal fallimento della società provvidenziale, in questo caso e poi dall'arresto degli ndraghetisti, che ha finalmente convinto gli imprenditori a confermare quanto già emerso dalle intercettazioni, riferendo nei dettagli l'intera vicenda ai magistrati.
Credo sia di importanza decisiva che i cittadini, e gli imprenditori in particolare, Mantengano salda la fiducia negli organi dello Stato, che hanno già dimostrato di saper rispondere alle denunce con azioni repressive rapide, concrete ed efficaci, preoccupandosi anche, e prima di tutto, di tutelare - secondo moduli operativi ormai collaudati le persone offese.
Ed è altrettanto necessario che gli operatori economici, ma anche i pubblici funzionari, i professionisti, i politici e tutte le categorie sociali, siano pienamente consapevoli che allacciare rapporti con le mafie, supponendo di sfruttarne il potenziale economico e di violenza, non solo origina possibili responsabilità penali, ma è sempre un "affare" estremamente pericoloso perché - come viene detto in una intercettazione - "alla fine quelli si vogliono prendere tutto, anche la vita".
di Michela Marzano
La Repubblica, 20 dicembre 2020
Era la notte tra il 21 e il 22 dicembre del 2019 quando Gaia Von Freymann e Camilla Romagnoli, due adolescenti romane di 16 anni, furono travolte e uccise su Corso Francia dall'auto guidata da Pietro, figlio ventenne del regista Paolo Genovese. A un anno esatto di distanza da quel dramma, Pietro è stato ieri condannato a otto anni per duplice omicidio stradale, nonostante la richiesta di condanna da parte del pubblico ministero fosse stata di cinque anni.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 20 dicembre 2020
Cesare Battisti ha fatto parte di un movimento eversivo (i Pac, che non esistono più da quarant'anni) che ha esercitato la propria violenza soprattutto nei confronti di appartenenti all'amministrazione penitenziaria. Durante i suoi lunghi anni di latitanza è stato appoggiato da persone sicuramente della sua stessa risma (gli intellettuali francesi che lo hanno sempre difeso, piuttosto che il presidente Lula in Brasile?). Ancora oggi il suo atteggiamento nei confronti dell'istituzione carceraria è quello di scontro frontale, tratta quella di Rossano come fosse un luogo di tortura, una sorta di Guantánamo dove si stia verificando una vera vendetta nei suoi confronti.
Tutti questi motivi fanno temere che, anche solo per la sua violenza verbale, ed essendo Battisti comunque un personaggio mediatico, egli possa costituire un pericolo per la sicurezza dentro e fuori dal carcere. Le sue parole, i suoi scritti potrebbero avere addirittura il ruolo di scintilla, vista la situazione grave determinata anche dalla pandemia da Covid-19 e dalle rivolte che si sono già verificate nelle carceri italiane nel marzo scorso. Per tutti questi motivi il tribunale di sorveglianza di Catanzaro ha confermato la censura sulla corrispondenza dell'ex esponente dei Pac. L'ennesimo schiaffo in faccia, dopo che per ben due volte erano state rigettate le richieste di declassificazione dai reparti speciali AS2 presentate dai suoi legali Davide Steccanella e Maurizio Nucci.
Respinte senza motivazione, precisano gli avvocati. Secretate? Polemizza lo stesso Battisti in una lettera inviata a qualcuno che, possiamo garantirlo, non è né estremista né violento. Un clima che sa un po' di persecuzione, non si può negarlo. Il "visto di controllo" sui suoi scritti è una novità del carcere di Rossano, dove Battisti è detenuto da pochi mesi. Ora, avrà anche un brutto carattere l'ex esponente dei Pac che sta scontando l'ergastolo per quattro omicidi, ma sicuramente non è più la stessa persona di quarant'anni fa, cosa che gli è stata riconosciuta nel primo anno e mezzo di detenzione. Tanto che il giudice di sorveglianza gli aveva concesso novanta giorni di liberazione anticipata e due giudizi che comprovavano il suo comportamento esemplare nel carcere di Oristano. Tutto è cambiato da quando il detenuto è arrivato in Calabria, nell'istituto di pena di Rossano, dove esiste un settore che porta la classificazione di AS2, l'alta sicurezza relativa ai condannati per fatti di terrorismo.
La prima difficoltà è dovuta al fatto che quest'area non è di tipo omogeneo, come denunciato dopo una visita ai quattro istituti esistenti con questa tipologia dal garante nazionale dei detenuti Mauro Palma. La gran parte di questi carcerati è costituita da terroristi islamici. Poi c'è un'area di sovversione costituita dagli anarchici.
Il terzo gruppo è costituito dai "rivoluzionari" degli anni settanta del secolo scorso. Presenze inesistenti, nei fatti. Con l'esclusione di Cesare Battisti, i cui compagni sono tutti ormai liberi. Non essendo quindi l'alta sicurezza AS2 un'area omogenea, è impossibile applicare il percorso di trattamento previsto dalla legge e fondato sull'articolo 27 della Costituzione. Nel reparto speciale del carcere di Rossano sono ospitati solo terroristi islamici di vari Paesi, oltre a un italiano condannato per gli stessi reati degli stranieri.
Cesare Battisti è quindi, di fatto, ancora in isolamento, dopo due anni dal suo arresto. Non si capisce bene che cosa gli si chiede, dicono i suoi avvocati difensori. Si è dissociato dal terrorismo fin dal 1981, quando era in Francia e questa presa di distanza veniva richiesta dalla "dottrina Mitterand" sulla cui base moltissimi italiani furono accettati e ospitati benché ricercati dalla magistratura del nostro Paese.
Inoltre Battisti, poco dopo esser stato arrestato due anni fa, ha sollecitato un incontro con la Procura della repubblica di Milano e nel corso dell'interrogatorio ha ammesso ogni reato che gli era stato contestato e per cui era stato condannato dalla corte d'assise di Milano. Una scelta spontanea di lealtà nei confronti della giustizia, ma anche delle vittime e dell'intera società.
Nell'ultima ordinanza della corte d'appello di Milano, quella che nel maggio scorso aveva respinto la sua richiesta di scontare trent'anni di pena in luogo dell'ergastolo, i giudici avevano sottolineato il fatto che il percorso di Battisti in carcere avrebbe dovuto essere di tipo ordinario, con il trattamento previsto per i detenuti "normali".
Cosa che non sta accadendo, soprattutto nel carcere di Rossano, dove vive isolato e anche guardato male dagli agenti. Non è una novità il fatto che i Pac abbiano ucciso anche agenti penitenziari, il che può spiegare un certo risentimento da parte dei suoi custodi di oggi. Ma sono fatti di quarant'anni fa, rispetto ai quali il detenuto sta appunto scontando la pena. Che non può consistere in altro se non nella privazione della libertà.
Ed è stupefacente che proprio un tribunale di sorveglianza, composto da quei giudici che dovrebbero essere il fiore all'occhiello nelle pratiche di reinserimento dei detenuti nella società, voglia ancorare un ex terrorista alla sua immagine di allora, invece di essere in prima fila, come hanno fatto i magistrati sardi, nell'incoraggiare e valorizzare il suo cambiamento.
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