di Angela Stella
Il Riformista, 25 marzo 2021
Doveva arrivare oggi la decisione della Corte Costituzionale in merito all'ergastolo ostativo ma è slittata a dopo Pasqua. Ma è già polemica e anche molto aspra. A finire sotto attacco è stata la posizione assunta dall'Avvocatura dello Stato che, pur chiedendo di non dichiarare l'incostituzionalità della norma che vieta la liberazione condizionale per l'ergastolano ostativo che non può o non vuole collaborare, allo stesso tempo ha prospettato la possibilità di "far decantare ogni forma di automatismo", assicurando al giudice di sorveglianza la possibilità di "verificare le ragioni di quella mancata collaborazione che è condizione per ottenere il beneficio".
di Liana Miella
La Repubblica, 25 marzo 2021
È stato l'attuale presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia a porre alla Corte costituzionale la questione. Nel 2019, dalla stessa Corte, era arrivata l'apertura sui permessi premio. Salvatore Borsellino: "Colpo di grazia a Falcone e a mio fratello Paolo dopo averli uccisi".
La Consulta deciderà dopo Pasqua sull'ergastolo "ostativo". Un tema che riapre ferite e riaccende l'antica polemica: tra chi sostiene che debba restare così com'è per non favorire in alcun modo i mafiosi e chi, all'opposto, vuole lasciare al giudice di sorveglianza un margine di giudizio, e quindi di libertà, nell'accogliere un'eventuale richiesta del condannato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 marzo 2021
L'ergastolo ostativo venne adottato sull'onda delle emozioni e dell'allarme sociale suscitato dalla morte di Giovanni Falcone. Alcuni magistrati antimafia sono ancora rimasti fermi ai primi anni 90. Eppure, lo stragismo della mafia corleonese è stato sconfitto quasi 30 anni fa con il sacrificio dei giudici trucidati dal tritolo e di tutti quei carabinieri e poliziotti uccisi perché davano la caccia ai boss corleonesi e messo mano ai loro affari miliardari.
di Paola Severino
La Repubblica, 25 marzo 2021
La richiesta di revisione dell'ergastolo ostativo formulata dall'Avvocatura dello Stato alla Corte Costituzionale può essere meglio compresa e valutata solo se si chiariscono almeno 4 punti: quali sono i presupposti dell'ergastolo ostativo; quale è il quesito sottoposto al Giudice delle leggi; quali sono le ragioni portate da chi sostiene il permanere del regime cui si ispira questa misura antimafia; quali sono le ragioni addotte da chi ne propone la modifica.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 25 marzo 2021
Parla il docente di Diritto costituzionale dell'Università Roma Tre. "Non riesco proprio a comprendere la ragione per la quale si stia enfatizzando in questo modo l'intervento in udienza dell'Avvocatura generale dello Stato, la quale ha chiesto che la questione sull'ergastolo ostativo sia rigettata". Il costituzionalista Marco Ruotolo, docente di Diritto costituzionale all'Università Roma Tre, non è d'accordo con chi ha interpretato le conclusioni dell'avvocato Ettore Figliolia, durante l'udienza pubblica in Consulta, come una piccola apertura verso l'abolizione dell'automatismo con il quale si impedisce la liberazione condizionale agli ergastolani che non collaborino con la giustizia.
di Lucio Boldrin*
Avvenire, 25 marzo 2021
Ogni giorno mi cresce il dubbio che, per la maggior parte dei detenuti, il carcere non sia il luogo più idoneo per aiutarli a riprendere in mano la loro vita. Di certo non vedo quel aspetto rieducativo che la detenzione dovrebbe avere. E l'ho visto ancora meno in questi 12 mesi segnati dalla pandemia e dalle conseguenti limitazioni.
La mia percezione, da dentro, è che le persone che affollano il carcere, pagando spesso con una reclusione più pesante e lunga rispetto al reato commesso o per il quale sono state condannate, siano per lo più le meno abbienti, che per ragioni economiche devono affidarsi ad avvocati d'ufficio i quali (anche per la grande mole di lavoro che devono svolgere) non riescono a seguirle in maniera ottimale. Solo un 10 per cento di chi si trova in carcere può permettersi un avvocato "di nome", che lo segua quasi quotidianamente favorendo una rapida risoluzione delle pratiche giuridiche.
Per altro, gran parte di questa gente non è costituita da rapinatori sanguinari o pericolosi assassini, ma di poveri disgraziati. Molti soffrono di disagio psichico e dipendenze, sono colpevoli di piccoli furti o di spaccio di stupefacenti "al dettaglio", tutti reati legati alla loro condizione di tossicodipendenti o di alcolisti. Queste persone dovrebbero scontare una pena adeguata, essere seguite e rieducate, non rinchiuse in cella e abbandonate a loro stesse, malgrado in proclami di una classe politica non sempre all'altezza. Ricordate i braccialetti elettronici? Sembravano la panacea di tutti i problemi di sovraffollamento delle carceri e di umanizzazione delle pene. Il progetto risale addirittura al 2001. È stato riproposto a marzo dello scorso anno per diminuire le presenze nelle carceri col crescere della pandemia. Ma, da quello che so, sono ben pochi i detenuti che ne hanno usufruito e, per di più, con costi economici elevati per lo Stato.
Nel frattempo sono tenuti inspiegabilmente in carcere anche molti "senza dimora", che la povertà materiale o mentale porta a vivere di espedienti, talvolta chiedendo soltanto l'elemosina, in altri casi rubando e, quasi sempre sotto l'effetto dell'alcol, diventando violenti. Poi ci sono gli stranieri, lontani da casa e senza nessuno, aiutati soltanto dai volontari e dai cappellani: arrivati in Italia seguendo l'illusione di una vita migliore e finiti a delinquere, spesso costretti da persone senza scrupoli sotto la minaccia di violenze su loro stessi o sui familiari rimasti nei Paesi d'origine. Per costoro è difficile perfino spiegarsi, farsi capire, per ragioni di lingua e di cultura, perciò molti sono discriminati anche in carcere.
Poveri, senza tetto, malati psichici, tossicodipendenti, stranieri: quando usciranno dove andranno? Ritorneranno "invisibili" nelle nostre strade fino al prossimo atto violento, magari un modo per gridare "Esistiamo, siamo persone anche noi"? La sensazione, infatti, è che la detenzione come è ora serva soprattutto a costruire nuovi "ultimi", in carcere e nella società.
*Cappellano Casa circondariale maschile "Nuovo Complesso" di Rebibbia
ansa.it, 25 marzo 2021
A Volterra, Catanzaro, Pesaro e Asti i principali focolai. Aumentano i casi di Covid 19 anche nelle carceri. Secondo i dati aggiornati a lunedì 22 marzo sono 576 i detenuti e 738 i poliziotti penitenziari positivi. Nel precedente rilevamento (18 marzo) erano rispettivamente 503 e 680 e il 9 marzo erano 468 e 612.
La gran parte di chi ha contratto il Coronavirus è asintomatico: lo sono 549 detenuti, 17 sono invece ricoverati in ospedali, mentre 10 presentano sintomi ma sono curati in carcere. Tra i poliziotti gli asintomatici sono 679, mentre i sintomatici sono 59. Sedici sono ricoverati in ospedale, mentre la maggior parte dei positivi (712) è a casa e solo 10 in caserma. Tra il personale amministrativo e dirigenziale dell'amministrazione penitenziaria i positivi sono 52 e non c'è nessun ricoverato. Preoccupano alcuni focolai, il principale tra i detenuti è a Volterra, dove sono 63 i positivi, tutti asintomatici. Segue Catanzaro (50, tutti senza sintomi), Pesaro (46 asintomatici, più un detenuto ricoverato in ospedale) e Asti (39 asintomatici e un detenuto in ospedale).
giustizianews24.it, 25 marzo 2021
Dosi a rilento anche per la Polizia penitenziaria. La situazione contagi nelle carceri italiane è definita "allarmante" dal segretario generale del sindacato di Polizia penitenziaria S.Pp. Aldo Di Giacomo. A incidere sulla sua dichiarazione sono i numeri registrati negli ultimi quindici giorni che attestano un aumento del 15% dei casi.
I detenuti contagiati sono 576, per 17 dei quali è stato necessario il ricovero. In Lombardia, la Regione con più casi, i detenuti affetti da Covid -19 sono 91, mentre gli istituti più colpiti sono quelli di Catanzaro con 50 detenuti infetti seguito da Pesaro con 46 ed Asti con 39. I poliziotti penitenziari contagiati, invece, sono 790.
La Regione che vede più contagi è l'Emilia-Romagna con 92 positivi seguita dal Lazio con 89 mentre gli istituti con più poliziotti penitenziari contagiati sono quelli di Bologna con 23 infetti e Venezia Santa Maria Maggiore con 22. "Il piano vaccinale - afferma Di Giacomo - continua con difficoltà con solo 11200 poliziotti penitenziari avviati alla prima somministrazione e con alcune Regioni, come il Molise, in cui nessuno poliziotto è stato ancora vaccinato".
Ancor peggio per i detenuti, con solo 2500 su un totale di circa 54 mila detenuti. "Siamo molto preoccupati- continua - perché se il virus, ma soprattutto le sue varianti, dovessero entrare nelle carceri il pericolo sarebbe altissimo. Abbiamo provveduto in queste ore ad allertare l'Amministrazione ma soprattutto le Asrem ed i Prefetti per velocizzare al massimo l'effettuazione dei vaccini per i poliziotti penitenziari ed i detenuti. Se il piano vaccinale non viene portato avanti in modo più veloce, il rischio contagio potrebbe essere di grave pregiudizio all'incolumità di detenuti e poliziotti".
di Ilaria Sesana
Avvenire, 25 marzo 2021
Su 190 strutture, 43 non hanno un dirigente titolare. Da anni, molte carceri italiane aspettano la nomina di un direttore titolare. All'interno di un panorama in cui gli organici di tutte le professioni che operano all'interno degli istituti di pena soffrono di una grave carenza di personale (dagli agenti di polizia, agli educatori) il corpo dei dirigenti di istituto non fa eccezione.
A febbraio 2021, secondo le stime dell'associazione Antigone, sono 147 gli istituti penitenziari per adulti hanno un direttore titolare sui 190 presenti in Italia; 31 hanno un direttore reggente, mentre per i restanti 12 non viene indicata la tipologia di incarico. Questo significa che in molti casi un direttore è a capo di due o più istituti. Sebbene si tratti, nella maggior parte dei casi di carceri di ridotte dimensioni o dislocate in territori limitrofi, "vi sono anche esempi di doppi incarichi in istituti di dimensioni maggiori, come nel caso della Casa circondariale di Cosenza e la casa di reclusione di Rossano, ospitanti più 200 persone detenute e gestite dallo stesso dirigente" scrive Antigone nel XVII rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia.
La situazione più grave è in Sardegna "dove su dieci istituti di pena, soltanto uno ha un direttore incaricato solo per quella sede" e dove il direttore del carcere di Cagliari deve gestire anche Isili (a quasi un'ora e mezza di strada dal capoluogo) e Lanusei (due ore). Per sanare questa situazione, il 5 maggio 2020 il ministero della Giustizia aveva indetto un concorso per l'assunzione di 45 nuovi dirigenti penitenziari, cui si aggiungono altri cinque posti per la direzione degli Istituti penali minorili (IPM).
Una decisione importante se si pensa che l'ultima assunzione di queste figure risale al 1997. Ma la data della prima prova scritta non è ancora stata fissata: dopo una serie di cinque rinvii - legati all'emergenza Covid-19 - il ministero aveva annunciato che le date e la sede di svolgimento della prima prova scritta sarebbero state "stabilite con successivo provvedimento a far data dal 23 marzo 2021".
Oltre ai casi in cui un solo direttore gestisce più istituti, il Sindacato dei direttori penitenziari (Si.Di.Pe) segnala con preoccupazione il fatto che alcuni dirigenti gestiscano, oltre a un carcere per adulti, anche un Istituto penale per minorenni (come avviene a Roma, Milano, Catania e Airola) o un Ufficio per l'esecuzione penale esterna. "È urgente sanare al più presto questa situazione-commenta Rosario Tortorella, segretario nazionale del Si.Di.Pe.
Quella del direttore è una figura indispensabile, perché ha il compito di contemperare le esigenze di sicurezza con quelle trattamentali. L'insufficienza numerica dei dirigenti determina uno sbilanciamento verso la sicurezza". La carenza di queste figure professionali coincide poi con un periodo in cui il numero di detenuti (53.697 al 28 febbraio 2021) è superiore rispetto ai 50mila posti disponibili. "Il direttore ha un ruolo chiave nel garantire il senso costituzionale della pena, rappresenta il punto di equilibrio tra istanze di sicurezza e istanze di risocializzazione.
Negli istituti dove manca un direttore di ruolo è più facile che ci siano malfunzionamenti, da cui possono derivare anche episodi gravi come violenze, maltrattamenti e abusi- sottolinea Claudio Paterniti di Antigone È chiaro che quando deve dividersi tra istituti molto diversi e magari distanti l'uno dall'altro, il lavoro è più difficile".
di Angela Stella
Il Riformista, 25 marzo 2021
L'Unione delle Camere Penali riparte dal Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo: è stato questo uno degli argomenti trattati ieri durante l'incontro con la ministra Cartabia, a cui hanno preso parte il presidente Gian Domenico Caiazza, il vice presidente Nicola Mazzacuva e il segretario Eriberto Rosso. Caiazza ha infatti informato la ministra "delle iniziative di studio e di proposta sui temi del processo penale e della prescrizione, che l'Unione sta organizzando in questi giorni in collaborazione con gli studiosi delle Università italiane che hanno condiviso il progetto del Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo".
I penalisti hanno voluto dunque mettere sul tavolo di discussione il documento volto a fronteggiare l'avvento dei populisti al governo del Paese e la più remota crisi del garantismo penale. Una battaglia storica dell'avvocatura, che si rende ancora più urgente in questo momento, in cui si sta discutendo di moltissime riforme della giustizia. La ministra ha espresso "interesse e apprezzamento per l'iniziativa, sollecitando l'Unione a comunicarne gli esiti in tempo utile per le prospettive di riforma della legge delega". Per i penalisti, la "speranza" è che la ministra con il suo impegno "possa finalmente contribuire ad interventi legislativi sulla ragionevole durata del processo". Quanto alla riforma dei tempi del processo penale, l'Unione "ha richiamato le proposte a suo tempo avanzate in accordo con la rappresentanza della Magistratura associata al tavolo ministeriale per il recupero della durata ragionevole del processo penale, senza alcuna compromissione delle garanzie difensive".
Ma la giornata della ministra era iniziata con altri incontri formali e non relativi ad altre importanti questioni, come la Procura Europea, la riforma del Csm e il rafforzamento della presunzione di innocenza. La fase politica non è ancora quelle delle decisioni importanti ma quella dell'ascolto delle proposte e del tentativo, spesso non facile, di far trovare una sintesi a una maggioranza troppo spesso solo di facciata. Ma vediamo nel dettaglio.
La giornata della Guardasigilli è iniziata a Palazzo dei Marescialli: prima al plenum del Csm, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dove con ritardo si è fatto un passo avanti verso la Procura Europea. Il plenum ha infatti votato sì - con le tre astensioni dell'ex pm di Palermo Nino Di Matteo, e dei consiglieri laici indicati dalla Lega Stefano Cavanna ed Emanuele Basile - alla proposta del ministro della Giustizia con cui si individuano numeri e distribuzione dei procuratori distrettuali. Una proposta che il Csm ritiene allo stato condivisibile, in attesa di valutare eventuali criticità che potrebbero incidere sulle funzionalità della nuovo procura, che a breve sarà titolare dell'azione penale per i reati contro gli interessi finanziari dell'Unione Europea.
La struttura centrale della Procura Europea esiste, ma il nostro Paese dovrà accelerare per colmare il vuoto che finora ha lasciato e designare i magistrati italiani che dovranno assolvere questa funzione. Saranno venti i pm italiani che si occuperanno di perseguire questo tipo di reati: "È necessario completare questo percorso con la massima tempestività - ha detto il ministro Cartabia - recuperando il ritardo accumulato nelle precedenti fasi di adeguamento dell'ordinamento interno alle rilevanti normative europee".
L'auspicio del Procuratore capo europeo "è che si possa dare - ha concluso la Guardasigilli - avvio alle attività in occasione della prossima giornata europea, il 9 maggio: data simbolica per segnare una nuova tappa dell'integrazione giuridica e giurisdizionale". Nel suo intervento invece il presidente della Repubblica ha evidenziato la necessità di interventi di riforma della giustizia: "La guida del ministro della Giustizia è sempre di importanza primaria nella vita delle istituzioni del nostro Paese. Lo è particolarmente in questo periodo, sia per gli adempimenti che nell'ambito del Recovery Plan riguardano il settore della giustizia, sia per le attese di necessari e importanti interventi riformatori oggetto di confronto in Parlamento".
In conclusione, raccogliendo l'invito del vicepresidente del Csm, David Ermini, a tornare a Palazzo dei Marescialli per discutere della riforma del Consiglio, la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha assicurato che lo farà presto. Un altro nodo da sciogliere per via Arenula è quello relativo alla presunzione di innocenza e al recepimento della direttiva europea che raccomanda e pretende che gli Stati membri facciano rispettare da tutti gli organi dello Stato il principio della presunzione di non colpevolezza: in l'Italia la direttiva non è stata ancora recepita ed è scontro all'interno della maggioranza sulla legge di delegazione europea. Ieri pomeriggio la Guardasigilli ha incontrato i capigruppo della Commissione giustizia e altri membri delle forze politiche che appoggiano il Governo.
La linea dettata dalla ministra è quella di lasciare loro la possibilità di trovare un accordo sul tema, rispetto ai modi, ai tempi e ai contenuti del recepimento della direttiva e di comunicarle poi la sintesi. Se il risultato proposto sarà all'altezza delle aspettative, allora la questione potrà essere tolta dal tavolo di discussione ministeriale. Al termine dell'incontro il deputato e responsabile Giustizia di Azione, Enrico Costa ha detto: "Confidiamo che i nostri emendamenti che richiedono il recepimento della Direttiva Ue sulla Presunzione di Innocenza siamo approvati al più presto. Nella maggioranza di cui facciamo parte non si può indugiare, né prendere tempo su principi inaggirabili della nostra Costituzione".
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