di Nicola Cesaro
Il Mattino di Padova, 19 dicembre 2020
Sono 33 i detenuti infettati a cui si aggiungono 18 lavoratori. Scoppia la protesta, anche un tentativo di sollevazione. Se si esclude la Casa circondariale di Trieste, il Due Palazzi di Padova si conferma la struttura del Triveneto che sta vivendo la più importante emergenza Covid di questa seconda ondata. L'altro ieri il carcere padovano ha registrato anche la prima vittima: un nome che ha inevitabilmente proiettato la situazione patavina alla ribalta nazionale, visto che a perdere la vita è stato Donato Bilancia, 69 anni, noto come il "killer dei treni".
Stava scontando al Due Palazzi tredici ergastoli per diciassette omicidi, avvenuti tra il 1997 e il 1998 dalla Liguria al Piemonte. Bilancia è l'unico detenuto contagiato dal Covid trasferito in ospedale, nel reparto di Pneumologia: qui avrebbe rifiutato le cure con l'ossigeno, morendo in pochi giorni.
Il cluster di Coronavirus del carcere padovano ha ormai numeri importanti: il report diffuso giovedì sera dal Ministero della Giustizia, che attraverso il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria monitora la gestione del Coronavirus nei vari Provveditorati, parla di 32 detenuti positivi al Covid-19 nella casa di reclusione di Padova e di 1 nella casa circondariale. Stando al bollettino, sarebbero tutti asintomatici. Ai carcerati vanno aggiunte anche 15 guardie di sicurezza, di cui 3 sintomatiche, nella casa di reclusione, e altre 3 asintomatiche in casa circondariale. Nel Triveneto, per numero di contagi, Padova è seconda solo a Trieste (69 detenuti positivi) ed è davanti a Trento (31) e Tolmezzo (17).
Proprio in fatto di personale contagiato, quella padovana è la situazione più critica dell'intero Provveditorato del Triveneto. Il nervosismo, inevitabilmente, serpeggia tra le sezioni: una prima rivolta era stata sedata in occasione della prima ondata, un'altra ha preso forma in un piano del carcere appena la settimana scorsa. "Dobbiamo considerare il carcere alla stregua di un ospedale e di una casa di riposo" denuncia da tempo Giampietro Pegoraro della Cgil Penitenziaria "e dunque dobbiamo garantire un piano di monitoraggio continuo ed efficace".
Tamponi, dunque. "Non possiamo pensare di scongiurare i contagi se i tamponi vengono effettuati una volta al mese: ne servono almeno ogni due settimane, e non solo quando si rileva una positività. È già troppo tardi. Lasciare troppo tempo al virus prima di essere individuato significa creare dei cluster importanti".
Incalza il sindacalista: "Le carceri sono bombe a orologeria, e non solo per i detenuti ma per le città stesse: chi ci lavora, rischia di portare fuori il virus se questo non viene monitorato e intercettato per tempo". Un piano operativo regionale prevede di far convogliare verso il carcere di Rovigo i detenuti positivi al Covid-19 di tutto il Triveneto. Qui sarebbero stati individuati poco più di quaranta posti.
"Abbiamo scritto in queste ore al presidente veneto Luca Zaia per scongiurare questo percorso" sottolineano dalla Cgil "A Rovigo lo spazio per i detenuti Covid-19 non è perfettamente isolato rispetto a quello destinato ai carcerati non contagiati, e mancano peraltro garanzie per lo stesso personale. Prima di attuare un simile piano, forse l'amministrazione penitenziaria avrebbe dovuto coinvolgerci, anche per condividere dei protocolli di sicurezza".
parla lo psicologo del serial killer ucciso dal virus
di Evaristo Sparvieri
Gazzetta di Reggio, 19 dicembre 2020
Il Garante regionale: "Casi non conformi all'ordinamento". Il consigliere regionale Amico presenta un'interrogazione: "È un fatto intollerabile". Non solo il problema del sovraffollamento, indicato da tempo fra le criticità croniche di diverse carceri in Emilia, compreso l'istituto penitenziario di Reggio, dove ci sono 375 detenuti su una capienza che ne prevedrebbe un massimo di 294.
Dietro le sbarre, nei primi dieci mesi del 2020, in Emilia-Romagna ci sono stati anche dieci bambini. C'è chi li chiama i "bambini galeotti", accostando due parole stridenti in una sorta di triste ossimoro, che tuttavia aiuta bene a descrivere una difficile realtà: minori, spesso molto piccoli, che non hanno commesso alcun reato. Ma che si trovano a trascorrere periodi in carcere al fianco delle proprie madri detenute.
È uno degli aspetti più delicati su cui si è concentrata l'ultima riunione della Commissione regionale Parità e Diritti, presieduta dal consigliere regionale reggiano di Er Coraggiosa, Federico Amico, durante la quale è stata illustrata l'informativa del Garante regionale dei detenuti, Marcello Marighelli, con i dati 2020 delle realtà carcerarie emiliano-romagnole, mettendo in rilievo anche i riflessi dell'emergenza Covid sulla situazione penitenziaria in regione.
Il Garante ha fatto il punto della situazione per i nove istituti presenti nei capoluoghi emiliani, ai quali si aggiungono un istituto minorile, due residenze per l'esecuzione di misure di sicurezza sanitarie e una casa di lavoro a Castelfranco Emilia, nel Modenese. Sono stati 1.643 i detenuti usciti in libertà nel 2020, contro i 1.831 entrati negli istituti di pena regionali, per un totale che lo scorso 30 novembre era di 3.176 ristretti presenti nelle strutture carcerarie della regione. Di questi 421 ancora in attesa di primo giudizio.
"Una situazione non dissimile a quella di un anno fa - ha ricordato Marighelli - Ma questi numeri sono significativi perché in tempo di pandemia il distanziamento fisico è fondamentale per garantire la non diffusione del virus. La situazione della nostra regione è penalizzata anche dal fatto che a Modena, dopo la rivolta dell'anno scorso, la capienza sia stata ridotta da 366 a 238 detenuti. Al 30 novembre gli istituti di Piacenza, Parma e Modena rispettano la capienza regolamentare, mentre il sovraffollamento carcerario è particolarmente critico a Bologna (731 detenuti per una capienza di 500), Ferrara (345 detenuti anziché 244) e Reggio Emilia (375 detenuti contro una capienza regolamentare di 294)".
Un'emergenza nel pieno dell'emergenza sanitaria, che tuttavia - stando ai dati diffusi - fortunatamente all'interno degli istituti penitenziari non si è tradotta in un aumento esponenziale dei contagi, con la sola eccezione del carcere bolognese della Dozza, dove le persone risultate positive tra detenuti e personale sono oltre 50. "Dal mio punto di vista la situazione si sta stabilizzando, anche grazie al protocollo adottato per riorganizzare la logistica dei detenuti - ha spiegato il garante - Attualmente la situazione è buona, grazie alla possibilità di sottoporre al tampone le persone che arrivano nelle sezioni di comunità in una condizione di sicurezza".
A essere irrisolta invece è proprio la preoccupante situazione dei minori: 10 bambini che da gennaio alla fine di ottobre, con un periodo di permanenza durato anche oltre 30 giorni, hanno seguito le madri all'interno degli istituti di pena. "Sono periodi abbastanza brevi, ma comunque lesivi dei diritti del bambino e non conformi all'ordinamento", ha commentato Marighelli.
Sui casi di minori le cui madri sono in carcere, l'ordinamento prevede forme alternative di detenzione, con lo scopo di limitare ai bambini la percezione di trovarsi in una condizione restrittiva e garantire una convivenza serena con la madre detenuta.
Norme spesso di difficile applicazione, nel tentativo di trovare una sorta di equilibrio fra tutela dell'infanzia, della maternità e certezza dell'espiazione della pena. "I "bambini galeotti" rappresentano un fenomeno molto grave - afferma Federico Amico, che sull'argomento ha presentato un'interrogazione urgente in Assemblea legislativa - È un tema estremamente delicato se si considera che si parla di bambini in tenerissima età. Un bambino in carcere è un fatto intollerabile".
di Marco Grasso
Il Fatto Quotidiano, 19 dicembre 2020
La rivelazione choc avviene durante un colloquio che si è tenuto in gran segreto ieri presso il carcere di Imperia: "Sono stato picchiato all'interno della caserma dei carabinieri di Albenga. Mi hanno preso a calci e a pugni sul costato. Un militare, che ricordo bene, perché era alto e muscoloso, mi ha colpito con un bastone avvolto in un giornale rosa. Ho perso un dente".
Paolo Pelusi ha 57 anni e un passato difficile, costellato di tossicodipendenza e problemi con la giustizia. Il 4 dicembre scorso è stato catturato durante la stessa operazione antidroga che ha portato all'arresto di Emanuel Scalabrin. La sua testimonianza, se trovasse riscontri e fosse ritenuta attendibile, potrebbe essere dirompente per l'inchiesta aperta dalla Procura di Savona per omicidio colposo. Scalabrin, 33 anni, è stato trovato morto la mattina del 5 dicembre nella branda della cella di sicurezza all'interno della stazione.
Fra l'ora della morte stimata dal medico legale, intorno alle 8, e il suo ritrovamento, alle 11, c'è un buco nero di tre ore. Un intervallo su cui non possono fare chiarezza le telecamere: il consulente dei pm ha rilevato che il sistema non ha registrato, era senza hard disk. Pelusi, insomma, potrebbe essere l'ultimo testimone non appartenente all'Arma dei carabinieri a poter raccontare qualcosa su quanto avvenuto nella stazione.
Ciò che racconta ai magistrati contraddice di fatto i rapporti di servizio. A cominciare da un episodio riferito come un'anomalia: "A metà pomeriggio sono stato prelevato dalla mia cella e portato in una sala d'attesa. Mi ero convinto che mi volessero rilasciare. A un certo punto ho sentito delle urla provenire dalla cella di Scalabrin. Ho riconosciuto la sua voce, diceva: "Aiuto! Aiuto! Basta! Basta". Davanti a me c'erano due carabinieri, li ho guardati, ma non ho ricevuto alcun cenno di risposta".
Il colloquio, cominciato alle 12 di ieri, è durato due ore abbondanti. Pelusi è stato interrogato dalle due pm Chiara Venturi ed Elisa Milocco, alla presenza del suo avvocato Andrea Cechini, senza polizia giudiziaria. "È stato sentito in qualità di testimone, non possiamo rivelare nulla del contenuto delle sue dichiarazioni", spiega il legale. La famiglia, assistita dall'avvocato Branca e sostenuta dalla Comunità di San Benedetto, chiede di fare chiarezza. Sul caso ha presentato un'interrogazione parlamentare il deputato di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni.
di Marco Preve
La Repubblica, 19 dicembre 2020
"Donato Bilancia era soprattutto un manipolatore. Non era un serial killer ma voleva interpretare quel ruolo". Fu una lunga caccia resa difficile non solo dall'assenza di uno schema nei delitti ma anche da alcuni contesti esterni che, prima e dopo l'arresto rischiarono, più o meno intenzionalmente di inquinare l'indagine. Enrico Zucca - oggi sostituto procuratore generale - in quel sanguinoso 1998 divenne uno dei protagonisti del più truce caso di cronaca nera del dopoguerra italia.
Dottor Zucca la sua prima reazione dopo aver saputo della morte di Donato Bilancia in prigione?
"La cosa che più mi colpisce è che una persona è morta di Covid in carcere, in un luogo che dovrebbe essere sicuro per definizione e che invece dimostra di non esserlo. Ancor di più colpisce se pensiamo che Bilancia era non un detenuto di passaggio ma un pluriergastolano".
Che ricordi ha di quel periodo, prima dell'arresto?
"Mi sono spesso chiesto cosa sarebbe accaduto oggi con breaking news e internet onnipresente con aggiornamenti e coperture continue. All'epoca le notizie si aspettava di leggerle il giorno dopo sui giornali o ai telegiornali della sera".
Però fu un evento mediaticamente molto seguito...
"Eccome e io all'epoca mi lamentavo perché mi ero accorto che i dati investigativi non riuscivamo a tenerli segreti per più di 48 ore. Penso in particolare alla vicenda della Mercedes nera con cui si spostava o altri episodi".
Aspetti critici e di forza dell'inchiesta?
"Fra i primi la complessità del coordinamento delle forze dell'ordine (ci furono fortissime contrapposizioni fra la polizia e i carabinieri, ndr) anche nelle loro diramazioni territoriali e di ben cinque procure interessate. Dall'altro lato fu uno dei primi casi in cui le nuove tecniche investigative dei Ris di Parma vennero utilizzate ampiamente e benissimo sfruttate in sede locale dai carabinieri guidati dall'allora maggiore Ricciarelli".
A delitti in corso venendo formulate diverse ipotesi, si parlò anche di mafia...
"Fu una sorpresa anche per noi scoprire che si trattava di un uomo solo, scoprire per così dire la banalità dei crimini. Ma nel processo che seguì e anche dopo le sentenze definitive emersero interessi spuri, c'era chi aveva interesse a sostenere teorie che tiravano in ballo altre piste, misteriosi quanto fantasiosi complici, anche perché la vicenda Bilancia fece venire alla luce il giro di bische cittadine e questo diede fastidio ad alcuni ambienti criminali".
Bilancia davanti a lei confessò. Che legame si stabilì fra di voi?
"Nessuno. Il serial killer che si confida con il magistrato appartiene alla mitologia, alla letteratura noir, alla fiction, nella realtà non può esserci alcun rapporto, la confessione non nasce per persone disturbate".
Criminalmente che personaggio è stato Donato Bilancia?
"Non un serial killer. Anche se i suoi delitti tennero in ansia la popolazione per mesi, lui non aveva le caratteristiche di scuola del serial killer. Non c'era lo sfondo sessuale tipico. Lui interpretò il ruolo di serial killer, come dissero i periti, anche quando oltraggiò le vittime a bordo dei treni. Bilancia ha sempre recitato anche in carcere".
Bilancia le scrisse nel 2011 per chiedere un suo intervento sul giudice di sorveglianza e lasciando intendere che ci fossero verità ancora non emerse...
"Era un manipolatore, e lo dimostrò soprattutto con quella strampalata intervista televisiva con Bonolis. Ed era utile a chi voleva sviluppare teorie complottistiche. Voleva la ribalta e sentirsi al centro dell'attenzione, ricordo che parlava del personale del carcere definendolo il suo "staff". Purtroppo devo rilevare che il carcere ha rinsaldato e non attenuato certi suoi atteggiamenti patologici. Anche il continuo cambio di avvocati alla ricerca di attenzione mediatica lo conferma".
di Nicola Cesaro
Il Mattino di Padova, 19 dicembre 2020
"Il venir meno alle cure è stato forse un modo per sentire la responsabilità di ciò che non era ancora riuscito a mettere a posto". Antonio Iudici è lo psicologo che ha accompagnato negli ultimi due anni il percorso di Donato Bilancia, il serial killer che stava scontando 13 ergastoli per 17 omicidi al Due Palazzi di Padova, morto l'altro ieri per Covid-19 in ospedale a Padova.
Iudici ha avuto modo di scrivere a Bilancia pochi giorni prima del contagio: "Sto attendendo indicazioni dallo pneumologo che lo aveva in cura, perché anche io ho appreso che Bilancia avrebbe voluto evitare le cure". Se così fosse, per lo psicologo non si tratterebbe "di una disaffezione alla vita, ma di un modo per dare una forma di concretezza a quella responsabilità che ancora si sentiva addosso".
Aggiunge: "Se avesse voluto uccidersi, ne avrebbe avuto più volte l'occasione. Non l'hai mai fatto, forse proprio perché non era contro la vita". In questo caso, però, "l'occasione" è arrivata senza ricercarla. Iudici parla di un percorso psicologico molto serio affrontato da Bilancia in questi ultimi tempi: "Aveva in mente davvero tanti progetti di riparazione. Mi aveva dato incarico di contattare i famigliari di quelle persone a cui aveva tolto la vita: voleva in qualche modo mettersi a disposizione di queste famiglie, e stava ancora malissimo per quanto compiuto oltre vent'anni fa".
E ancora: "Ci sono tante iniziative volute da Bilancia come vie di riparazione: si è saputo del sostegno economico a un ragazzo disabile, ma in realtà i progetti erano tanti altri. La gravità di quanto ha fatto resta tale, ma la prova di riscatto è stata evidente". Anche Nicola Boscoletto, presidente di Officina Giotto, vuole lasciare un'immagine forte in questo lutto: "Fin dall'inizio, per oltre dieci anni, Donato è stato seguito da Bianca Maria Vianello, per tutti Biki, scomparsa nel 2017. In silenzio, con discrezione e fedeltà, Biki è stata al fianco di Donato. Sono sicuro che ora, lassù, si adopererà per venire in qualche modo incontro all'uomo che l'ha raggiunta, per proseguire quel percorso così importante fatto in carcere". La data del funerale di Bilancia non è ancora stata decisa.
di Alessandra Di Dio
Corriere del Mezzogiorno, 19 dicembre 2020
Associazioni e volontari hanno aderito alla manifestazione. Ciambriello: "Evitiamo morti dietro le sbarre". "Fame di giustizia e sete di verità". Queste le parole chiave e l'appello che si vuol chiedere alle istituzioni con un giorno di digiuno per la dignità dei detenuti. Sabato 19 dicembre ci sarà un presidio simbolico davanti al carcere di Poggioreale. "Dalle 11 alle 15 avverrà un momento di riflessione e digiuno per preservare la dignità di ogni detenuto", dice Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti della Campania.
"Stiamo attraversando una fase delicata, durante la quale abbiamo assistito a molti decessi, dovuti soprattutto al Covid - insiste - un virus che si è diffuso molto nella struttura di Poggioreale e in altre case circondariali campane. Di recente c'è stata la scomparsa del direttore sanitario del carcere di Secondigliano, De Iasio, a causa del coronavirus. Inoltre Vincenzo Irollo, è uscito da poco dalla medesima malattia. Se parlare è un bisogno, ascoltare è un'arte. È giusto che chi commette reati paghi e sia sottoposto alla giustizia, ma non a prezzo della vita".
A luglio scorso, al Complesso Donnaregina, Museo Diocesano di Napoli, era stato presentato il libro di Ciambriello sulle vicissitudini del sistema detentivo dal titolo "Carcere" edito da Rogiosi. "Un libro che mi ha permesso di segnalare la precarietà delle condizioni fisiche e mentali di molti detenuti - dice Ciambriello - abbandonati a se stessi e dalle politiche locali. L'anagramma del termine "carcere" è cercare. Cerco di dar voce a loro e di aiutarli a svolgere un percorso di rieducazione ma anche di rinascita. Lunedì vi sarà il pranzo di Natale dei detenuti a Salerno e si svolgerà con distanziamenti anticovid. Nella giornata di domani speriamo di essere ascoltati dal ministero della Giustizia. La scorsa settimana ho assistito a 4 decessi di detenuti per Covid a causa dell'eccessivo sovraffollamento nelle singole celle. Chiediamo che le pene non vengano trasformate in condanne a morte silenziose".
La pastorale carceraria di Napoli e il cappellano di Poggioreale don Franco Esposito saranno domani al presidio. "La manifestazione si svolgerà in piena sicurezza anticovid - dice il sacerdote - è giusto far sentire la nostra voce. Hanno aderito alla giornata varie associazioni, il cardinale Sepe, il nuovo vescovo Battaglia, don Tonino Palmese e padre Alex Zanotelli.
Faremo un giro intorno alle mura del carcere di Poggioreale e poi ci ritroveremo al centro direzionale davanti gli uffici della Regione Campania. Il nostro appello è più misure alternative, meno carcere. Chi sbaglia deve sottoporsi alla giustizia. Ma la dignità umana ci auguriamo sia sempre tutelata".
Ristretti Orizzonti, 19 dicembre 2020
Il Portavoce della Conferenza sull'interrogazione urgente con cui la senatrice Liliana Segre sollecita un piano prioritario di vaccinazioni nelle carceri, per detenuti e personale
"Siamo grati alla senatrice Liliana Segre, per l'attenzione che ha voluto portare al mondo del carcere e alla necessità di inserire le detenute e i detenuti tra le categorie prioritarie della prossima campagna vaccinale contro il Covid-19". Così il Portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Stefano Anastasìa, in merito all'interrogazione parlamentare, con la quale la senatrice Segre chiede al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, "se non ritengano urgente la predisposizione di un piano vaccinale per detenuti e personale che lavora nelle carceri".
di Rossella Grasso
Il Riformista, 19 dicembre 2020
Antonio Castellucci ha 25 anni. Un mese fa è entrato in carcere a Poggioreale. Non aveva mai avuto problemi con la giustizia finché una sera ha fatto salire sul suo motorino un amico che era in possesso di una pistola. Fermati dalla polizia per un controllo sono finiti entrambi in carcere. "Mio nipote è un bravo ragazzo che ha sempre fatto il pizzaiolo - dice suo zio - ora si trova in carcere da innocente e per di più dopo che gli hanno dato i domiciliari non può tornare a casa perché i braccialetti elettronici non ci sono. E adesso rischia di passare il Natale in carcere".
I familiari del ragazzo raccontano che 16 giorni fa il giudice ha stabilito che Antonio potesse andare a casa ai domiciliari con il braccialetto. "Mio nipote è ancora in carcere in attesa di questo braccialetto elettronico che non c'è. La Giustizia vanta di aver messo in atto le scarcerazioni per alleggerire il sovraffollamento con i braccialetti ma di fatto non esiste niente", dice lo zio di Antonio.
A preoccupare lo zio di Antonio c'è anche un'altra questione: "Anche io purtroppo ho vissuto il carcere - racconta - So bene che non è altro che una scuola che insegna come fare una rapina fatta bene, come vendere la droga senza essere arrestati... un ragazzo giovane che entra in carcere e che non sa nulla di questo mondo potrebbe uscire peggiore. Io spero che mio nipote quando uscirà da questa storia, riprenderà a fare il pizzaiolo anche se il lavoro non c'è. Il carcere a volte crea criminali. È anche questo: chi entra per la prima volta sta andando a un college per imparare quello che sono i reati".
"Questa è una giustizia finta - continua lo zio - Non capisco che senso ha che un giudice manda ai domiciliari un ragazzo e poi la burocrazia e la giustizia che non funziona lo tengono comunque in carcere. La giustizia è fallita". Normalmente un detenuto nella stessa situazione di Antonio ci metterebbe due giorni a tornare a casa. Ne è consapevole Pietro Ioia, Garante dei detenuti del Comune di Napoli. "Invece qui si aspetta settimane e settimane - dice Ioia.
Ovviamente non dipende dal carcere ma dalla funzionalità del Ministero di Grazia e Giustizia che tanto si è vantato di questi braccialetti ma alla fine non ci sono. Un cavallo di battaglia di Bonafede che ha detto che i detenuti che devono scontare gli ultimi mesi lo potevano fare con il braccialetto a casa. Peccato che non ci sono. Che fine hanno fatto? Perché non accordare comunque i domiciliari in attesa che arrivino?". Ora Antonio dovrà probabilmente rimanere in carcere anche a Natale. "Passare le feste in carcere per un detenuto che è stato scarcerato ma ci deve rimanere solo perché il braccialetto non arriva, è veramente devastante".
di Francesco Dondi
Gazzetta di Modena, 19 dicembre 2020
Tanti progetti per gli internati che curano anche un servizio di call center Prosegue l'attività agricola nell'azienda di 22 ettari. In arrivo le bottiglie di vino. Il lavoro che nobilita e offre uno strumento di riscossa; il lavoro come mezzo per sognare qualcosa di diverso e migliore; il lavoro come attività socialmente utile e capace di occupare quel tempo che in un carcere scorre ancora più lento. Da alcuni mesi la casa di reclusione di Castelfranco, diretta da Maria Martone, ha inserito una serie di progetti occupazionali che stanno germogliando.
È infatti iniziata l'attività di produzione delle ostie gestita dalla cooperativa sociale Giorni Nuovi con il finanziamento della Curia di Bologna, destinato principalmente all'acquisto dei macchinari necessari per il funzionamento del laboratorio produttivo. Un unicum nel suo genere, ma che dà la portata della voglia di innovare ed esplorare nuovi orizzonti. La convenzione sottoscritta con la cooperativa prevede sia la fase di produzione delle ostie che quella della commercializzazione all'esterno. In questo primo momento di avviamento sono stati assunti due internati scelti dall'equipè in base alla loro idoneità e alla loro capacità lavorativa, con possibilità di incremento del numero dei lavoratori. Anche il processo di confezionamento delle ostie in sacchetti recanti il logo della Casa di reclusione di Castelfranco (una stella che ricalca la topografia settecentesca della struttura) è gestito all'interno del carcere.
Il panorama produttivo dei detenuti si è ulteriormente diversificato con l'avvio dell'attività di call center promossa ed organizzata da Icall Work Calls You. Il progetto ha assicurato la formazione e l'assunzione di internati come operai telefonici OUT Bound ed è realizzato in modo da garantire le esigenze di sicurezza. Gli addetti prendono posto nella sala opportunamente attrezzata e interagiscono con il mondo esterno, garantendo professionalità e attenzione.
Il call center diventa quindi una plastica dimostrazione di come sia possibile investire economicamente in carcere, con imprese che affiancano le finalità di profitto produttivo con il valore aggiunto dell'attenzione al sociale e al percorso di recupero dei detenuti.
Non manca poi una speciale dedizione alla lavanderia industriale gestita dalla cooperativa sociale "L'angolo" in cui attualmente lavorano due detenuti e un internato. L'attività eroga il servizio di lavaggio delle lenzuola anche per la casa circondariale di Modena, mentre è ormai storico il percorso sui 22 ettari di azienda agricola, composta da serre, stalla, apiario e vigneto. Vi lavorano anche persone provenienti da altri istituti penitenziari e tutti godono di una graduale autonomia di movimento nel perimetro della campagna.
Per garantire, altresì, una maggiore professionalità qualificata, sono stati organizzati corsi professionali mirati in viticoltura e orticoltura, orticoltura base e scelte d'impianto e potatura per una viticoltura di qualità, conduzione delle macchine agricole e apicolture di base visto che l'azienda produce anche quantitativi significativi di miele che viene venduto all'esterno. Ma i prodotti della terra finiscono anche sulle tavole dei castelfranchesi grazie alla possibilità concessa dal Comune che accoglie detenuti e internati con il loro banchetto nei vari mercati settimanali, senza scordare lo spaccio aziendale diventato un punto vendita stabile per i clienti. E per finire sono in arrivo le bottiglie di vino con uve nate dal vigneto interno.
di Carmen Autuori
La Città di Salerno, 19 dicembre 2020
Pontecagnano, il progetto di housing sociale in favore dei reclusi prossimi al fine pena. A Salerno la struttura per le donne. "Restart", ripartenza, è il nome della housing sociale inaugurata lo scorso 16 dicembre nel comune di Pontecagnano Faiano e destinata all'accoglienza dei detenuti senza fissa dimora. Presenti alla cerimonia: Antonietta Scafuti e Roberto Romano della cooperativa San Paolo, don Gianfranco Pasquariello assistente spirituale dei detenuti nelle carceri di Eboli e Salerno, Gerarda Sica consigliere comunale, Giancarla Del Mese di Legambiente e Livia Bonfrisco educatrice della Casa Circondariale di Salerno.
Il progetto è destinato ai detenuti che hanno una condanna inferiore ai 18 mesi e possono beneficiare della misura di detenzione domiciliare. La struttura si erge su tre piani. Al piano terra è prevista una cucina con annessa una sala che funge da soggiorno, mentre il piano superiore ospita le camere da letto con annessi servizi igienici. Il progetto della cooperativa San Paolo è finanziato da Casse e Ammende ed è promosso dalla Regione Campania, dal Provveditore Regionale Amministrazione Penitenziaria, dal Ufficio esecuzioni penali esterne in accordo con l'ufficio del Garante dei detenuti, Samuele Ciambriello.
"In queste ultime settimane il mondo penitenziario sta pagando un alto prezzo a causa dell'emergenza sanitaria. Migliaia di contagi tra i detenuti, agenti e personale socio sanitario. In quella struttura grigia che è il carcere, ci sono i detenuti ignoti, quelli senza fissa dimora, i poveri tra i poveri. Ben vengano dunque questi progetti che tendono ad alleggerire una realtà esplosiva quale è quella del carcere", ha detto Ciambriello.
Invece, Romano, responsabile della cooperativa San Paolo, nata nel 2009 in seno alla Caritas diocesana, si è detto molto soddisfatto del progetto di "Restart". "Solo con la collaborazione si possono ottenere importanti risultati. Ringrazio Casse e Ammende, il dottor Ciambriello e il direttore del carcere Rita Romano per la grande sensibilità verso gli ultimi che la contraddistingue e per la condivisione d'intenti. Per ora saranno ospitati nella struttura di Pontecagnano 6 detenuti, mentre a breve a Matierno, frazione di Salerno, sarà inaugurata una struttura analoga, nell'ambito dello stesso progetto, che ospiterà 4 donne", spiega Roberto Romano.
A padre Pasquariello è stata affidata la benedizione della nuova struttura: "Quando saremo chiamati a miglior vita, non saremo giudicati per quante volte abbiamo adorato il Signore, bensì per quanto del nostro tempo avremo dedicato agli ultimi soprattutto in termini di ascolto, astenendoci completamente dal giudizio. Per questo ci sono i tribunali, noi dobbiamo accogliere, ed accogliere con il cuore".
E i detenuti che saranno ospitati nella struttura di Pontecagnano oltre a non avere un domicilio non hanno neppure riferimenti affettivi. Gli sforzi degli operatori penitenziari, diretti dalla direttrice Romano, in questo periodo di Covid, si sono ancor più intensificati al fine "alleggerire" la tensione interna vissuta dai detenuti e riversatasi sul personale che, a sua volta, ha subito ripercussioni in termini di malattie e quarantene, garantendo, allo stesso tempo, la sicurezza sociale. "Nonostante ciò, già da diversi mesi, gli operatori della Casa Circondariale di Salerno hanno avviato un'intensa attività di collaborazione con le otto cooperative coinvolte nel progetto e, da ieri, si può affermare di aver posta una prima ed importante pietra per costruire 'ponti' di inclusione sociale", dice la Bonfrisco.
- Sulmona (Aq). Covid, scendono i contagi in carcere: da 93 a 67 casi
- Roma. Al carcere di Rebibbia si continua a far teatro con Fabio Cavalli e il suo Dante
- Brescia. Il Covid non ferma la solidarietà dei volontari nelle carceri bresciane quibrescia.it, 19
- Lecce. Detenuti e studenti per l'arte in carcere
- Migranti. L'Europa chiude gli occhi su respingimenti e torture











