di Cristina D'Armi
laquilablog.it, 24 marzo 2021
La sfida della Dad entra nelle carceri. La didattica a distanza ha stravolto la routine di moltissimi studenti, come già detto e ridetto. Ciò su cui invece si è posta poca attenzione, è l'istruzione dei 20mila e 263 studenti detenuti presso le case circondariali d'Italia. Il 33% del totale dei carcerati della nostra penisola, infatti, è rimasto escluso dal diritto all'istruzione.
Una delle principali attività all'interno delle carceri, quale la scuola, è stata interrotta rischiando l'oblio.
Con l'arrivo del Coronavirus tutte le scuole hanno cambiato il proprio modus operandi, cosa che è venuta meno all'interno degli istituti penitenziari dove le attività si sono semplicemente interrotte. Per monitorare l'andamento delle attività durante la prima ondata, il Centro Studi per la Scuola Pubblica (Cesp) ha svolto un'indagine secondo cui, durante il primo lockdown, sono state erogate 1.410 ore di lezione su 38.520 previste, solo il 4%. Di queste il 3,16% riguardava classi finali, e lo 0,76% le altre classi.
Antigone, l'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, insieme al Centro Studi per la Scuola Pubblica e alla Rete delle scuole ristrette, ha interpellato 82 insegnanti presenti in 61 istituti di pena. Dalle testimonianze dei professori è emerso che, mentre le scuole tornavano presenza, per il 45,1% degli istituti monitorati le lezioni non sono state riprese. Nel 27% degli istituti le lezioni si sono svolte regolarmente tramite le piattaforme Meet, Zoom ecc. La didattica sincrona era presente solo per l'8% delle classi. Nel restante 62% dei casi non c'era didattica sincrona.
La sfida della Dad entra nelle carceri - I docenti si sono mobilitati fornendo agli alunni materiale cartaceo quale dispense, compiti e fotocopie. Tale metodo ha riguardato l'84% degli istituti in cui non c'era didattica in presenza (in alcuni caso vi è stata sovrapposizione con la didattica a distanza sincrona). Molti detenuti sono rimasti esclusi anche negli istituti in cui si faceva didattica a distanza a causa della difficoltà a garantire il distanziamento sociale nelle classi. La situazione epidemiologica incide anche sul tasso di abbandono scolastico all'interno delle carceri che, in generale, è più alto rispetto all'esterno.
di Simona Musco
Il Dubbio, 24 marzo 2021
L'avvocatura dello Stato: "Stop agli automatismi". L'avvocata Araniti: "Non è possibile pensare di buttare la chiave per alcune tipologia di detenuti". L'avvocatura dello Stato "apre" alla liberazione condizionale per i condannati all'ergastolo ostativo, anche in assenza di collaborazione. Una disponibilità non totale, ma subordinata alla valutazione, da parte del magistrato di sorveglianza, delle ragioni "che non consentono di realizzare quella condotta collaborativa nei termini auspicati dallo stesso giudice decidente".
di Mario Chiavario
Avvenire, 24 marzo 2021
Da molti punti di vista, e forse ancor più di quanto fosse prevedibile, l'avvento di Marta Cartabia alla guida del Ministero della Giustizia ha fatto segnare un notevole cambiamento nei modi di gestire quel ruolo. Da non trascurare neppure il diverso uso di certe parole, pur intrinsecamente d'obbligo sulla bocca di qualsiasi ministro della Repubblica italiana. Prendiamone due: Europa e Costituzione, fino a ieri impugnate sovente (per non dire soprattutto), dentro e fuori del Parlamento, come clave per distruggere idee e progetti altrui ed esaltare i proprii, in una logora contrapposizione tra 'garantisti' e 'giustizialisti'.
Oggi Europa e Costituzione, restano ovviamente imprescindibili punti di riferimento, per la ricchezza di princìpi che ne sgorga; ben più di prima, però, sembra che se ne riscopra il valore, anche e anzi soprattutto, nei loro risvolti problematici, suscettibili di sviluppi a volte ancor più importanti e positivi, purché li si sottragga al fuoco delle polemiche strumentali. Lo si è potuto constatare già dai contenuti e dai toni del primo intervento della ministra davanti alla Commissione giustizia della Camera dei deputati: senza anatemi, senza propositi di far tabula rasa di quanto lasciato in eredità dal predecessore, ma non senza il coraggio di mettersi in gioco con opinioni e proposte innovative, pur a rischio di impopolarità quali quelle sulle alternative al carcere e sula giustizia riparativa e, d'altra parte, con la larga disponibilità a offrire alle scelte parlamentari, su parecchi temi, un'ampia gamma di alternative, sorrette anche da raffronti non improvvisati con leggi ed esperienze straniere: così, particolarmente, su progetti di riforma scottanti quali quelli sulla prescrizione o sul Csm. C'è però un'altra parola che ha particolarmente colpito, anche per il contesto in cui è stata pronunciata dalla ministra.
È la parola "riserbo", scolpita come caratteristica essenziale della corretta conduzione di un'indagine penale, "lontano dagli strumenti mediatici". Il tutto, proprio con richiami alla Costituzione e all'Europa: l'una, per quell'articolo 27, secondo cui l'imputato "non può essere considerato colpevole fino alla condanna definitiva "; l'altra, principalmente per via di una direttiva della Ue, del 2016, intitolata alla più classica "presunzione d'innocenza", così come nelle principali Carte internazionali dei diritti (ma, sia detto per inciso, la diversità dei modi di esprimere il concetto, ben nota agli addetti ai lavori e sotto più di un profilo non indifferente neppure ad effetti pratici, è del tutto irrilevante dal punto di vista qui evocato).
Semmai c'è da aggiungere che la direttiva europea dà esplicito svolgimento a tutta una serie di princìpi nei quali quella presunzione deve prendere corpo maggiormente definito; princìpi che per la più gran parte, a dire il vero, possono dirsi già ampiamente attuati in Italia perché assorbiti in ciò che già è garantito dalle leggi e dalla Corte costituzionale. Non è così, tuttavia, sul punto specifico, giacché nessuno può illudersi che da noi sia scontato quanto si legge nell'art. 4 della direttiva: "Gli Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche [...] non presentino la persona come colpevole".
La parola "riserbo" lì non c'è ma è chiaramente implicita. Per di più, insieme a un'altra parola, non meno preziosa ("discrezione"), essa si trova al centro di una tra le più storiche pronunce della Corte europea dei diritti dell'uomo (la sentenza, del 1995, è etichettata "Allenet de Ribemont", dal nome del ricorrente del caso di specie). Il brano che le contiene entrambe merita tuttora di venire riportato per intero: non si tratta di "impedire alle autorità di informare il pubblico sulle inchieste penali in corso, ma occorre che lo facciano con tutta la discrezione e tutto il riserbo imposti dal rispetto della presunzione d'innocenza".
Un autentico modello di comportamento per magistrati e ufficiali di polizia, nell'equilibrio con un altro caposaldo del moderno Stato di diritto: dove non è secondario il contributo che alla completezza e alla correttezza di indagini e processi può dare una stampa libera e indipendente, 'cane da guardia' di una giustizia trasparente non meno che della democrazia in generale. Ce n'è, dunque, anche per un giornalismo che sia più incline a sollecitare e a celebrare anticipazioni di condanne (magari indulgendovi specialmente quando a esserne colpito o sfiorato è l'avversario politico) più che a vigilare, senza guardare in faccia a nessuno, contro inerzie, insabbiamenti e depistaggi. Com'è invece suo diritto e dovere.
di Massimo Malpica
Il Giornale, 24 marzo 2021
L'invito di Mattarella raccolto dal Guardasigilli. Fumata nera sul recepimento della direttiva Ue sulla presunzione d'innocenza. Un sì alla procura europea e un avvertimento al Csm, con il capo dello Stato e il nuovo Guardasigilli che, a Palazzo dei Marescialli, confermano l'urgenza di una riforma della giustizia e dello stesso organo di autogoverno della magistratura.
L'occasione è il plenum straordinario del Csm, alla presenza di Sergio Mattarella e Marta Cartabia, che vede l'approvazione della proposta del ministro della Giustizia sulla procura europea. Una proposta che individua le nove sedi di servizio per i 20 procuratori europei italiani: Roma, Milano, Napoli, Bologna, Palermo, Venezia, Torino, Bari, Catanzaro. Il nuovo organismo si occuperà in via esclusiva dell'azione penale per tutti i reati che ledono gli interessi finanziari della Ue.
Il via libera del plenum arriva a maggioranza, con l'astensione del magistrato antimafia Nino Di Matteo che teme un depotenziamento del contrasto alle mafie - e dei due membri laici in quota Lega, Emanuele Basile e Stefano Cavanna. Ma, come detto, fuori dall'ordine del giorno del plenum, a tenere banco è stato il tema delle riforme. A introdurre la questione è stato proprio il Capo dello Stato, che nel suo intervento ha ricordato l'importanza "primaria" del ministero della Cartabia, "particolarmente in questo periodo, sia per gli adempimenti nell'ambito del Recovery plan sul settore della giustizia, sia per quanto riguarda le attese di necessari e importanti interventi riformatori oggetto di confronto in Parlamento". E la Guardasigilli ha concluso raccogliendo l'invito del vicepresidente David Ermini a tornare a Palazzo dei Marescialli per "parlare di riforme". "Lo faremo senz'altro", ha tagliato corto.
Così il via libera alle sedi italiane dei procuratori europei delegati è stato l'innesco per tornare a battere sul tasto delle riforme. E l'invito di Mattarella e la "promessa" della Cartabia guadagnano il plauso di Giorgia Meloni, con la leader di Fdi che "condivide" le parole del presidente della Repubblica e ricorda che sulle "necessarie e attese" riforme della giustizia il suo partito si è già confrontato nei giorni scorsi con la Cartabia, presentando "un pacchetto di proposte sul quale siamo pronti a confrontarci in Parlamento" e rilanciando "il sorteggio dei membri del Csm" come "unico strumento per spezzare il correntismo e il sistema della lottizzazione". E auspica "una soluzione condivisa" per risolvere "i problemi emersi sul Csm" e combattere "il fenomeno correntizio" nella nomina dei vertici anche il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto. Tutto rinviato per l'altro tema caldo di giornata, il recepimento della Direttiva Ue che rafforza la presunzione di innocenza, e che vede la maggioranza spaccata con il solo M5s contrario. Ieri alla riunione dei capigruppo della commissione Giustizia, presente in videoconferenza anche la Cartabia, le posizioni non sono mutate. La Guardasigilli ha chiesto di "evitare forzature", ma al momento nessuno degli emendamenti tesi ad accogliere la direttiva è stato ritirato.
di Giacomo Salvini
Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2021
Un mese fa, appena insediata in via Arenula, aveva sventato il blitz contro "la blocca-prescrizione" di Alfonso Bonafede. Ma stavolta, la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, non è riuscita a fermare l'assalto dei "garantisti", ma solo a rinviarlo di una settimana.
Perché il nodo politico che ruota intorno al principio della presunzione di innocenza dentro la maggioranza resta. E la Guardasigilli se n'è resa conto ieri durante la riunione con i capigruppo in commissione Giustizia per provare a evitare il voto sugli emendamenti alla legge di Delegazione europea 2019-2020 presentati dal deputato di Azione, Enrico Costa, ma anche da Lega, Forza Italia e Italia Viva.
L'obiettivo del centrodestra più i renziani è quello di recepire la direttiva europea che impone all'Italia di adeguarsi sul principio della presunzione di innocenza aggiungendo a essa degli emendamenti in funzione anti-pm: limitazione delle dichiarazioni dei magistrati durante le inchieste, lo stop alla diffusione di intercettazioni, audio e video, ma anche il divieto di pubblicare "integralmente" le ordinanze di custodia cautelare.
Inoltre Costa ha presentato un emendamento secco per chiedere di recepire la direttiva del Parlamento Ue del 2016 "sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali". Ma su un tema così delicato la maggioranza si sarebbe spaccata in aula per la contrarietà del M5S.
Così ieri è intervenuta Cartabia convocando la riunione e chiedendo alla maggioranza di "esprimersi" e provando a mettere in campo la sua moral suasion per far ritirare gli emendamenti e inserire le modifiche nella riforma del processo penale di cui si sta occupando la task force di via Arenula.
Oltre alla pressione del ministro dei Rapporti col Parlamento, Federico D'Incà, per far ritirare gli emendamenti, anche il sottosegretario alle Politiche Ue del Pd Enzo Amendola ha chiesto che la legge di Delegazione sia approvata il prima possibile per evitare una procedura d'infrazione evitando un nuovo passaggio in Senato: cosa che avverrebbe nel caso in cui gli emendamenti di Costa & C. venissero approvati. Ma nessuno ha deciso di ritirare le proposte di modifica.
Lega e Fi hanno fatto sapere che avrebbero ritirato i propri emendamenti se lo avessero fatto tutti, ma il niet è arrivato da Costa e da Maria Elena Boschi di Iv. Quest'ultima ha detto che sulla presunzione di innocenza "non possono esserci ambiguità" legando il ritiro degli emendamenti a una legge con corsia preferenziale. Ma Costa va avanti: "Io non ritiro niente - spiega - se ci sono incertezze sulla presunzione di innocenza è un problema politico che va risolto". Così Cartabia ha detto: "Mettetevi d'accordo". Il voto di oggi è stato rinviato. Ma il nodo politico resta.
di Liana Milella
La Repubblica, 24 marzo 2021
M5S contro tutti: non vuole il principio europeo, ma alla fine del vertice resta isolato. La legge di delegazione prevista domani alla Camera slitta alla prossima settimana. Niente da fare. M5S è coriaceo. Non vuole il principio di presunzione d'innocenza che, una volta declinato, imporrebbe comportamenti garantisti per i magistrati nei confronti degli imputati. Si tiene un vertice. La Guardasigilli Marta Cartabia, che condivide quel principio sancito in una direttiva europea del 2016, capisce che un accordo è impossibile e che neppure l'ipotesi di piazzarlo in una qualsiasi legge alla fine passerebbe, e chiude l'incontro con una "bocciatura". E dice a tutti, come riferisce più di un partecipante: "Come Guardasigilli io devo esprimere un parere sugli emendamenti. Trovate un punto di accordo e io lo valuterò. Ma preferirei non respingerlo. Quindi è necessario che troviate un'intesa prima". Che, ovviamente, la ministra giudici accettabile.
Tira brutta aria sulla presunzione d'innocenza, il principio introdotto nel 2016 in una direttiva europea, e finora mai recepito nella giurisdizione italiana. Poi ecco, in aula alla Camera la legge di delegazione europea, che recepisce a sua volta una serie di norme della Ue, contenitore di per sé omogeneo per la direttiva. A piazzare più di un emendamento ci prova Enrico Costa di Azione. Non da oggi in verità, ma addirittura, prima in commissione, dal novembre dell'anno scorso. Già allora fu M5S, con il voto determinante del presidente grillino Mario Perantoni, a bloccarlo. Poi riecco che Costa, con Riccardo Magi di Più Europa, ripropone lo stesso testo, ampliandolo a norme fortemente garantiste (del tipo niente conferenze stampa dei procuratori). Lo segue Forza Italia. E ieri anche Italia viva e Lega presentano i loro testi, giusto alla vigilia del dibattito in aula alla Camera previsto per mercoledì.
Qui entra in scena Federico D'Incà, il ministro dei Rapporti con il Parlamento, di M5S, che convoca alle 13 una call e chiede di soprassedere sulla presunzione d'innocenza perché altrimenti la legge dovrebbe ritornare al Senato. Mentre - come ha ribadito ieri durante il vertice il sottosegretario Pd agli Affari europei Vincenzo Amendola - la legge è proprio urgente perché l'Italia rischia delle procedure d'infrazione. L'asse M5S-Pd è compatto, via agli emendamenti sulla presunzione d'innocenza in questa legge, anche nella versione short che accetterebbe Costa, cioè solo il richiamo al titolo stesso della direttiva europea.
Ma a questo punto ecco - durante la stessa call - la duplice sorpresa. Perché la grillina Carla Giuliano, capogruppo di M5S in commissione Giustizia alla Camera, insiste sulla mancanza di tempo per far tornare la legge al Senato, cioè la stessa tesi che D'Incà propugna da giorni, ma fa anche capire chiaramente che proprio sul principio stesso non c'è alcuna apertura. Non deve entrare né in quella legge, né in altre. Stop.
È il punto di snodo della riunione. Quello che produce il fallimento di una possibile trattativa. Anche perché si arrabbiano tutti. Interviene Costa chiedendo che l'emendamento "short" entri, ma senza più discutere, "perché è una questione di principio inderogabile sulla quale non sono ammessi dinieghi". A seguire, sulle sue orme, stesse affermazioni di Forza Italia. Mentre a scendere pesantemente in campo è Maria Elena Boschi, la capogruppo di Italia viva alla Camera, che chiede l'inserimento del principio che Lucia Annibali ha già presentato il giorno prima per la discussione in aula. Soprattutto perché, dice Boschi, l'eventuale "navetta" al Senato determinerebbe un rinvio di pochi giorni, sicuramente compatibile con eventuali contestazioni dell'Europa per il ritardo nel recepire alcune direttive. Da Maurizio Lupi arriva la stessa richiesta.
Ed è a questo punto che Marta Cartabia mette un punto netto. Il suo parere è che quel principio debba essere recepito, ma anche che non debba diventare la scusa per una prova di forza dentro la maggioranza. Se ne potrebbe discutere in una legge ad hoc. Malvista però da Costa e dagli altri perché "avrebbe tempi troppo lunghi e finirebbe nel dimenticatoio".
Cosa fa Cartabia? Prende atto delle distanze e di una mediazione che risulta impossibile. Ma anche del rifiuto di un "metodo", perché la sua idea è che quel principio vada sì inserito nell'ordinamento, ma non debba diventare l'oggetto di una forzatura per pesare le forze tra i partiti di governo. E dunque lei chiede ai gruppi di soprassedere in questo momento, di riflettere, di mettersi d'accordo, anche se alla fine sarà la stessa Cartabia a esprimere un parere, ovviamente importante, sull'emendamento stesso.
Finisce inesorabilmente come doveva finire, in un fallimento. Nella prima vera spaccatura della maggioranza sulla giustizia. In cui, per chiudere, D'Incà è costretto a inviare un messaggio che recita esattamente così: "Buongiorno a tutti. Dopo la riunione di oggi pomeriggio con la ministra Cartabia, il sottosegretario Amendola e tutta la maggioranza, abbiamo riscontrato la necessità di prendere del tempo sulla legge di delegazione europea per arrivare a una soluzione condivisa. Mi sembra che la soluzione prevalente sia, quindi, il rinvio alla settimana prossima". Nella speranza che qualcuno abbia voglia di fare il primo passo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 marzo 2021
Gli autori dei due "lodi anti Bonafede", Enrico Costa di Azione e Lucia Annibali di Italia viva, spingono su un nuovo dossier: la presunzione di innocenza. Metodo e tempi. È lì il nodo. È sul metodo della massima condivisione possibile e sulla necessità di trovare i tempi giusti che la più garantista delle ministre si trova distante dai due garantisti più "intransigenti" del Parlamento.
Da una parte la guardasigilli Marta Cartabia confida nella elevata competenza del suo "gruppo di lavoro" sulla giustizia penale, guidato da Giorgio Lattanzi, e ritiene di poter sciogliere diversi nodi nel ddl sul processo, da emendare a fine aprile. Dall'altra parte, Enrico Costa di Azione e Lucia Annibali di Italia viva la vedono un po' diversamente. Sono gli autori dei due principali "lodi anti Bonafede": ebbene, dopo aver accettato di ritirare i loro emendamenti sulla prescrizione non intendono fare un ulteriore passo indietro su un altro dossier: la presunzione di innocenza.
Succede che a Montecitorio è in corso di approvazione la legge di delegazione europea. Un provvedimento ampio, non declinato esclusivamente sulla giustizia, ma nel quale Costa e Annibali chiedono di introdurre appunto specifici richiami alla direttiva della stessa Ue in materia di presunzione d'innocenza.
Tra le altre, il deputato di Azione ed ex viceministro alla Giustizia chiede di inserire norme (descritte anche in un'intervista al Dubbio) che vincolino le Procure a un rigoroso contegno pubblico nella fase delle indagini, a non attribuire nomi suggestivi alle inchieste, a non diffondere video para-polizieschi, insomma a evitare di servirsi della giustizia mediatica per impressionare l'opinione pubblica, condizionare il giudice e ottenere una condanna virtuale immediata e assurda prima ancora che si verifichi la consistenza delle loro accuse. "Confidiamo che i nostri emendamenti alla legge di delegazione europea, che richiedono il recepimento della direttiva Ue sulla presunzione di innocenza, siano approvati al più presto", dice Costa.
"Nella maggioranza di cui facciamo parte non si può indugiare, né prendere tempo su principi inaggirabili della nostra Costituzione". Annibali gli dà man forte: "È inaccettabile il ritardo che il nostro Paese continua ad accumulare rispetto all'attuazione della direttiva: dopo tre anni non possiamo continuare a compromettere la salvaguardia di un principio costituzionale". Poi aggiunge: "Come segnalato anche dalla ministra Cartabia durante l'esposizione delle linee programmatiche, è necessaria una piena attuazione della direttiva europea attraverso un rafforzamento della presunzione di innocenza". Verissimo: la ministra è stata tutt'altro che elusiva sul punto. Tanto è vero che Costa per primo, dopo l'audizione della guardasigilli alla Camera, ha esclamato: "Sento musica per le mie orecchie". Qual è il punto? Cartabia sa delle ritrosie di una parte della maggioranza, dei Cinque Stelle innanzitutto. Ritrosie emerse anche nella riunione lampo di ieri, che lei stessa presiede in videoconferenza coi capigruppo Giustizia della maggioranza. La ministra chiede dunque di evitare forzature, ma non per accantonare il tema: vuole che le proposte sul penale, sia quelle della "commissione Lattanzi" che le modifiche elaborate dai partiti, confluiscano a breve nel ddl delega, in modo da farne l'epitome della nuova giustizia, nella più ampia condivisione possibile. E d'accordo con lei il sottosegretario agli Esteri Enzo Amendola, che è del Pd e che sovrintende al dossier sulla legge di delegazione europea, divenuta imprevedibilmente occasione di attrito.
Alla fine la mediazione è sui tempi: il ministro 5s ai Rapporti col Parlamento Federico D'Incà chiede e ottiene che la riunione si aggiorni alla settimana prossima. Nella speranza di trovare un'intesa sul merito e sui tempi: accogliere nel ddl penale, dunque a fine aprile, parte delle proposte di Costa e Annibali. Si vedrà. I due deputati sono convinti che il dissenso 5 stelle è destinato a emergere, e preferiscono giocare d'anticipo. Cartabia sa che va ricercata l'intesa migliore possibile. E perciò non condivide l'idea di precorrere i tempi. Resta il fatto che il nodo giustizia prima o poi arriverà al pettine della nuova maggioranza. E ci vorrà tutta la cultura costituzionale della ministra per evitare che si trasformi in una mina esplosiva per il governo.
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 24 marzo 2021
Se n'è andato il giorno dopo l'inizio della primavera, Sante Notarnicola. Aveva compiuto nello scorso mese di dicembre 82 anni. Di recente si era ammalato di Covid. Era guarito ma ne era uscito acciaccato, prima che un'infezione lo portasse via. La vita del bandito Notarnicola è un impressionante affresco del Novecento, uno spaccato dei suoi conflitti e un esempio, controverso quanto si vuole eppure cristallino, di come anche nei momenti più bui, dentro una cella umida in mezzo al niente di un carcere speciale, grazie al fatto di sentirsi comunisti ci si possa immaginare come parte del motore della storia.
Era nato nel 1938 a Castellaneta, in provincia di Taranto. Da lì, dopo anni in un orfanotrofio, a 13 anni era riuscito a raggiungere sua madre a Torino. Gli anni Cinquanta nelle città operaie, soprattutto Torino e Milano, sono anni di passaggio. La base comunista, come racconterà Primo Moroni ricostruendo quella composizione di classe, non ha ancora smesso di attendere l'ora X. Nelle intercapedini delle fabbriche che erano state occupate alla fine del fascismo sono nascosti piccoli arsenali: intemperanze che il Pci togliattiano tollera appena confidando nella lenta evoluzione del suo popolo verso la lotta democratica. In questo clima, dieci anni prima del Sessantotto e molto prima che nascessero le formazioni armate, Sante Notarnicola si unisce a Pietro Cavallero. Rapinano banche e gioiellerie, dirà in seguito, "per raccogliere denaro a favore dei movimenti di liberazione nei paesi coloniali" e "mettere in risalto l'inefficienza della polizia, ridicolizzarla".
Le azioni della banda finiscono tragicamente nel '67, con il colpo al Banco di Napoli di Largo Zandonai, a Milano, che culmina con un inseguimento della polizia e una sparatoria tra la folla al termine del quale rimangono uccise tre persone. Notarnicola viene arrestato e condannato all'ergastolo e qui comincia la sua terza vita, dopo quella di bambino del sud e bandito metropolitano. Conosce il carcere e vive da dietro le sbarre le trasformazioni sociali di quegli anni. Dalle galere quasi medioevali in cui finiscono soprattutto i soggetti dimenticati dalla modernizzazione, i figli di un'Italia contadina che subisce arretratezza o mutamenti vertiginosi, assiste allo scoppio dei movimenti e conosce i primi detenuti che si dichiarano prigionieri politici. Non è organico a nessuna formazione, ma è rispettato e ha un ruolo nelle lotte e nelle rivolte dei dannati della terra. In una lettera a Lotta Continua fa un bilancio (autocritico) della sua esperienza ma afferma: "Posso riprendermi anche nel luogo in cui meno credevo fosse possibile mantenere una linea rivoluzionaria, il carcere. Ho scoperto quanto ci sia da fare anche in questo luogo per un comunista. Questo è il mio impegno verso la mia vecchia classe: vivere in carcere da comunista, perché per me non vi è altro modo di sentirsi uomini che essere comunista". Nel 1972 Feltrinelli pubblica L'Evasione impossibile, il libro (poi ristampato da Odradek) in cui Sante ripercorre la sua storia e lancia un gancio ai movimenti della sinistra rivoluzionaria.
Racconta che quando gli agenti penitenziari gli comunicano che gli è consentito di tenere soltanto un volume in cella lui sceglie di conservare il dizionario della lingua italiana. Si aggrappa alle parole, le cesella, gli dà peso e infonde forza come solo i poeti riescono a fare. Anni dopo, invia a Primo Levi una sua raccolta di componimenti. L'autore di "Se questo è un uomo" gli scrive una lettera. Gli contesta l'equiparazione tra carcere e lager ("Solo ad Auschwitz morivano 10mila persone al giorno", sottolinea) ma gli riconosce la patente di poeta. "Le tue poesie sono belle, quasi tutte - scrive Levi - alcune bellissime, altre strazianti. Mi sembra che nel loro insieme costituiscano una specie di teorema, e ne siano anzi la dimostrazione: cioè che è poeta solo chi ha sofferto o soffre e che per ciò la poesia costa cara". Levi considera "memorabile", "miracolosa per concisione e intensità" la poesia che si intitola Posto di guardia. Eccola: "Il guardiano più giovane/ ha preso posto/ davanti alla mia cella./ 'Dietro quel muro - mi ha/ indicato - il mare è azzurrissimo'./ Per farmi morire un poco/ il guardiano più giovane,/ mi ha detto questo".
Il carteggio con Primo Levi risale al 1979, l'anno prima Sante era finito in cima alla lista dei possibili detenuti politici da liberare per ottenere la liberazione di Aldo Moro. Come è noto non se ne fece nulla e lui continuò assieme ad altri la peregrinazione lungo il Circuito dei Camosci, la rete delle carceri speciali nei quali venne rinchiuso un pezzo della generazione successiva alla sua.
Il suo destino doveva essere ancora quello di fare da ponte, di scolpire la parola a caro prezzo e consegnarla ad altre generazioni. Pur essendo un personaggio che nulla a fatto per rendersi compatibile, per rinnegare la sua storia, incrocia la cultura popolare, che nasce dal basso ma arriva anche al grande pubblico. Quando finiscono gli anni Ottanta, Onda Rossa Posse pubblica Batti il tuo tempo, il primo album rap italiano che segna l'uscita dal ghetto dei centri sociali. Militant A, animatore della posse, scova un componimento di Sante sulle pagine di Politica e Classe, una delle riviste che in quegli anni erano pensate per costruire sbocchi politici ai reduci delle sconfitte degli anni Settanta. Il brano diventa una canzone, Omaggio a Sante, che racconta il momento in cui dopo 21 anni esce di galera: è in semilibertà, ma si impegna a non dimenticare chi è rimasto dentro: "Questi miei compagni vanno amati/ giovani generosi/ questi compagni vanno amati rispettati/ liberati".
Nel 1991 i "Gang" registrano "Le radici e le ali", il disco con il quale fondono le radici combat rock e la canzone popolare italiana. Contiene una canzone che resterà appiccicata adosso alla band e che ripropone per immagini, lungo un arco di tempo che va da Gaetano Bresci a Joe Strummer, il mito-archetipo del bandito sociale analizzato dallo storico Eric Hosbawm e decantato da decine di canzoni rock'n'roll. Il brano si intitola Bandito senza tempo ed è evidentemente anche un omaggio a Sante Notarnicola: "Un tempo fu a Milano/ Dove si va a lavorare/ C'erano tante bande/ Quante banche da rapinare/ Forse fu per caso/ Che con Pietro Cavallero/ Fece la comparsa/ In un film in bianco e nero".
È il momento in cui una nuova generazione di militanti, usciti dalla Pantera e alla ricerca di nuove forme di attivismo, riprende in mano i libri di Notarnicola. Lui decide di vivere a Bologna e apre una birreria, il Mutenye. Si trasferisce al Pratello, quartiere a ridosso del centro nel quale il popolo autoctono delle osterie e della piccola criminalità si mescola a studenti ed artisti. Qui non smette di fare attività culturale e diventa una presenza costante, discreta ma imprescindibile. La sua postazione è in una saletta appartata del locale: chi lo conosce sa che può trovarlo lì. Dispensa consigli da vecchio saggio e lascia trasparire la sua storia con discrezione, conservando La nostalgia e la memoria (come si intitola una sua raccolta di componimenti) ma senza caricarla sulle giovani generazioni. "Veniva con la pioggia e se ne andava via col vento", cantano i Gang. Questa volta Sante Notarnicola, il bandito senza tempo con un vocabolario sottobraccio, se n'è andato davvero.
Ci saranno due occasioni per dare l'ultimo saluto a Sante Notarnicola, a Bologna. Venerdì 26 marzo, dalle 14 alle 15 alla camera mortuaria dell'ospedale Sant'Orsola-Malpighi, Padiglione 18, ingresso da Viale Ercolani. Nel pomeriggio, dalle 15.30 alla Sala del commiato del Polo crematorio del cimitero di Borgo Panigale.
di Simona Musco
Il Dubbio, 24 marzo 2021
La dura requisitoria di Francesca Ceroni: teoria priva di fondamento scientifico, ignorati completamente i bisogni del bambino. L'alienazione parentale, come il plagio, è incostituzionale. È quanto emerge tra le righe della requisitoria della sostituta procuratrice generale della Cassazione Francesca Ceroni, che nel chiedere l'annullamento di una sentenza della Corte d'Appello di Roma, che imponeva il collocamento in una casa famiglia di un bambino vietando ogni contatto con la madre, ha fortemente criticato la teoria. Recentemente, anche l'Organizzazione mondiale della sanità ha escluso la Pas dall'elenco delle patologie riconosciute, così come non trova posto all'interno del Dsm 5, il manuale diagnostico utilizzato da psichiatri e psicologi di tutto il mondo.
Formalmente, dunque, non esiste. Ma, ha denunciato recentemente Valeria Valente, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno del femminicidio, tale argomento viene spesso utilizzato in tribunale per ridurre la violenza tra le mura familiari a semplice conflitto tra genitori, con conseguenze dannose per donne e bambini. Opinione diametralmente opposta a quella del senatore leghista Simone Pillon, autore di un ddl "in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità", basato proprio sulla teoria della "alienazione genitoriale", formulata dallo psichiatra forense Richard Gardner, accusato di appoggio alla pedofilia.
La requisitoria di Ceroni, ora, avvalora la tesi di Valente. Stigmatizzando fortemente il comportamento dei giudici d'appello di Roma, che non avrebbero minimamente tenuto in considerazione, nel caso in questione, le dichiarazioni fatte dal bambino ai carabinieri circa le violenze subito dal padre. Il bambino ha infatti dichiarato di "essere stato picchiato più volte", con schiaffi e pugni, specie quando dichiarava di voler raccontare alla madre quanto accadeva col padre. Il principio di bigenitorialità, afferma la magistrata, non ha dignità costituzionale. Al primo posto, in ogni caso, c'è e ci deve essere sempre il supremo interesse del minore. Qualsiasi diritto del genitore, dunque, cede il passo al diritto fondamentale del bambino all'integrità fisica e alla sicurezza.
Argomento, questo, sul quale "i giudici di merito omettono qualsiasi accertamento e valutazione". Anzi, gli stessi non indicano alcun fatto o circostanza per argomentare la tesi secondo cui la madre rappresenterebbe un rischio per il bambino, parlando, genericamente, di "eccessivo invischiamento" e "rapporto fusionale", argomenti senza "base oggettiva o scientifica", ma frutto di una mera valutazione soggettiva. Si tratta, dunque, di un pregiudizio, sulla cui base si accusa la madre di "verosimili problematiche di personalità (...) gravemente inficianti la genitorialità", nonostante il bambino non soffra di alcun disturbo della personalità. I giudici di merito sono però convinti che la madre abbia "indotto al convincimento che l'interazione con un genitore (la madre) dovesse determinare l'esclusione dell'altro e del di lui ramo familiare".
Ma nessuna verifica è stata fatta sull'effettivo tentativo di allontanare il minore dal padre, né sono state tenute in considerazioni le ragioni del suo rifiuto a stare con lui, ragioni che emergono chiaramente dalle annotazioni dei carabinieri. Per Ceroni, la decisione "viola il diritto del fanciullo a mantenere la continuità affettiva e di cura con la madre" e quello al mantenimento dell'habitat domestico. Decisione assunta in violazione alla Convenzione di Istanbul - recentemente tornata alla ribalta per il ritiro della Turchia dalla stessa -, secondo la quale l'affidamento condiviso va escluso nel caso in cui emergano casi di violenza, così come ogni contatto con l'autore stesso delle violenze. "La Corte - continua la requisitoria - non ha neppure riportato in modo sintetico i bisogni, le opinioni, le aspirazioni espressi dal minore", basandosi, probabilmente, sull'idea di una "totale adesione" del bambino al pensiero della madre.
E qui, citando l'incostituzionalità del plagio, Ceroni ricorda che affinché una norma possa essere determinata la stessa deve regolare un fenomeno "effettivamente accertabile dall'interprete in base a criteri razionalmente ammissibili allo stato della scienza e dell'esperienza attuale". Cosa che, nel caso della Pas, non avviene. "Solo condizionamenti accertabili su un piano scientifico a partire da comportamenti concretamente posti in essere possono costituire la ragione per confinare nell'irrilevante giuridico la volontà chiaramente e consapevolmente espressa dal minore, che il diritto vivente vuole al centro di ogni decisione che lo riguardi", conclude la requisitoria.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 24 marzo 2021
Il mondo delle toghe deve saperlo: ecco che il metodo del governo "poche parole-molti fatti" si fa strada, e si coglie la determinazione ad intervenire presto e sul serio. Nessuna "rivoluzione" epocale come quelle periodicamente declamate in passato, fino a ieri, e poi rimaste nei cassetti a futura memoria. Decisioni operative, di ampia visione, capaci di incidere con immediatezza, plasticamente, sul settore della Giustizia. Ecco il pacchetto che si sta preparando.
E del resto nel discorso del premier Draghi alle Camere il vasto e controverso tema non era affatto un inciso ma anzi rivestiva un impegno preciso su entrambi i fronti della giustizia, civile e penale. Senza chiasso, silenziosamente, in ambiti diversi, attraverso contributi originali ecco i primi passi nell'era Draghi-Cartabia.
Tanta la carne al fuoco ma solo poche portate sembrano destinate a divenire servizio attivo in tempi brevi. Il ministro della Giustizia Marta Cartabia, avvolta in un operoso silenzio, si muove con determinazione verso una figura di magistrato dalla potente formazione giuridica, affiancata da una altrettanto forte capacità organizzativa. Gli uffici funzionano perché guidati da metodologie collaudate, serie e severe, catene di montaggio giuridico-giudiziario intelligenti, nemiche delle lentezze e delle lungaggini: le istruttorie e i processi si muovono con cadenze verificate, le risposte attese dalla società giungono in tempi ragionevoli, l'arretrato si assottiglia, quasi si prosciuga.
Lo "scandalo Giustizia", inadeguata ai tempi e perciò inadempiente, si trasforma in "macchina della Giustizia". Se per un verso il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, David Ermini, accarezza l'idea di istituire delle pagelle da aggiornare periodicamente e finalizzate alla verifica della fondatezza di provvedimenti e sentenze dei magistrati, (proposta che trova ammiratori e acerrimi nemici in dosi uguali), la ministra Guardasigilli mette in campo, e vedremo quanto seguito avrà, l'idea di istituire corsi obbligatori con aumentata attenzione per i profili organizzativi e amministrativi. Verrebbero tirati in ballo anche docenti e testimoni esterni al circuito giudiziario.
E quindi? Alla fine dei corsi ecco prendere corpo le valutazioni serie del profilo attitudinale dei partecipanti. Un magistrato, dunque, che sa fare squadra, che si abitua a utilizzare la statistica e la giurisprudenza consolidata. Nasce "l'Ufficio del processo", modello clerks inglesi, che classificano i casi, cercano i precedenti e i contributi dottrinali, uno staff di supporto al giudice.
Qualcosa che richiama il team della Formula Uno, dove ogni ruolo è finalizzato a rendere macchina e pilota un tutt'uno vincente. È chiaro che, su questa strada, vecchie e arcigne modalità culturali e comportamentali andranno smantellate.
Il giudice agirà dentro i confini dettati dalla legge ma fatalmente con minori margini di discrezionalità, anche riguardo ai tempi di produzione delle sentenze. Se ne sono viste e lette di incredibili, interminabili nelle implicazioni culturali e nello sfoggio di nozioni. Già in passato è stato dimostrato che la struttura organizzativa di certi uffici giudiziari ha quasi azzerato il contenzioso ed esibito primati di efficienza. Dunque, si può. Per ora non si capiva bene come. Qui si punta alla concretezza, alla produttività dei risultati, sulla base di criteri organizzativi manageriali, ispirati all'efficienza, collaudati e adeguati nel tempo.
Marta Cartabia sembra voler dire che questa strada non soltanto è percorribile da subito, con la possibilità in breve tempo di cominciare a trarre valutazioni sulla qualità dei dirigenti degli uffici in carica, ma è forse l'unica che evita di impaludarsi nell'infido territorio degli schieramenti. Il filtro tecnico politico utilizzato dal Guardasigilli mira anche a sventare un'altra insidia: quella di incartarsi nel groviglio delle ideologie, delle contrapposizioni partitiche e correntizie. Gli ingredienti velenosi che ci hanno portato alla triste realtà di oggi. Situazione che ha tenuto la questione della Giustizia all'ordine del giorno senza mai fissare la data di inizio dei lavori. Poi, s'affronteranno anche le altre questioni sempre calde: la prescrizione, la separazione delle carriere, la riforma del Csm. Ma, intanto, l' "Ufficio del processo" potrebbe cominciare a dare segni di efficienza e sollevare la macchina dalla attuale asfissia.
Efficienza vuol dire fiducia: che è quella che scarseggia adesso.
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