di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2021
La Consulta verso il verdetto. A rischio il carcere duro inventato per i boss delle stragi. Dopo la sentenza della Cedu e quella della stessa Consulta sui permessi premio, adesso la corte dovrà esprimersi sul caso di un mafioso che vuole accedere alla libertà vigilata senza collaborare. All'udienza pubblica sarà rappresentato da un'avvocata che è anche figlia di un boss della 'ndrangheta. "Ma quella - dice - è una vicenda privata, non c'entra niente con la questione della Consulta dove io interverrò da semplice avvocata. Qui il cuore della questione è il diritto al silenzio". Il sottosegretario Sisto: "L'ergastolo non deve essere legato alla collaborazione con la giustizia". Sperano i boss irriducibili, a partire dai Graviano.
Un altro colpo all'ergastolo ostativo, un'altra picconata al carcere inventato per i boss delle stragi. È quello che potrebbe arrivare martedì dalla corte Costituzionale, chiamata a esprimersi sulla possibilità di chiedere la liberazione condizionale anche per i condannati all'ergastolo ostativo. È la cosiddetta "libertà vigilata" e può essere chiesta da tutti i detenuti che abbiano trascorso almeno 26 anni in carcere.
Tutti tranne appunto quelli all'ergastolo ostativo, cioè i condannati per reati di tipo mafioso, per terrorismo ed eversione che non intendono collaborare con la magistratura. Il tema è delicato e dalle conseguenze impreviste dopo le sentenze del 2019: prima la Corte europea dei diritti dell'uomo aveva chiesto all'Italia di riformare l'intera norma sull'ergastolo ostativo, poi la stessa Consulta aveva giudicato incostituzionale il divieto di accedere ai permessi premio per i boss che non collaborano. Due crepe nella normativa che disciplina il fine pena mai per i boss irriducibili. Crepe che con la sentenza di martedì rischiano di allargarsi ulteriormente. Lanciando un segnale diretto nei bracci più blindati dei penitenziari italiani, dove sono reclusi gli ultimi uomini delle stragi: dai fratelli Graviano a Leoluca Bagarella e Nitto Santapaola.
Sulla vicenda la Consulta terrà un'udienza pubblica, visto che il 9 marzo scorso il presidente, Giancarlo Coraggio, ha riammesso la parte privata esclusa in un primo momento: a causa delle restrizioni anti-Covid, infatti, l'avvocata Giovanna Beatrice Araniti non aveva potuto recarsi in carcere per ottenere in tempo utile la procura speciale del suo assistito, Salvatore Francesco Pezzino. "Quello che si chiede è l'opportunità di fare una valutazione sul percorso di una persona. Il cuore della questione è il diritto al silenzio, che va garantito anche nella fase esecutiva", dice l'avvocata Araniti, spiegando che "il nostro ordinamento garantisce all'imputato la possibilità di non autoaccusarsi. Quindi un soggetto non può essere costretto a collaborare a tutti i costi per uscire dal carcere. Poi se la collaborazione c'è ben venga, soprattutto se è sincera".
Penalista di grande esperienza, l'avvocata Araniti è figlia di Santo Araniti, considerato uno degli storici boss della 'ndrangheta di Reggio Calabria, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Lodovico Ligato, l'ex deputato della Dc e presidente delle Ferrovie dello Stato assassinato nel 1989. Nel marzo del 2019 Araniti senior è finito di nuovo sui giornali, perché la procura di Reggio Calabria lo aveva inserito tra gli indagati della nuova inchiesta sull'omicidio di Antonino Scopelliti, il sostituto procuratore generale della Cassazione ucciso nel 1991, quando stava preparando la richiesta di rigetto dei vari ricorsi dei superboss di Cosa nostra condannati al Maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. "Mio padre ha chiesto la revisione e ha avuto tre annullamenti dalla Cassazione per l'omicidio Ligato. Abbiamo fatto ricorso anche alla Corte europea dei diritti dell'uomo, vedremo come andrà a finire. Ma questa è una vicenda privata, non c'entra niente con la questione della Consulta dove io interverrò da semplice avvocata", dice la figlia, sottolineando come il suo genitore non beneficerebbe di una eventuale sentenza favorevole della Consulta.
"Il reato per il quale è stato condannato mio padre risale all'89 invece la normativa è a partire dal '91 e i tribunali hanno decretato il divieto di retroattività della legge più sfavorevole". In carcere dal 1994, al 41bis fino al 2008, Araniti senior ha già scontato 26 anni e mezzo di carcere: dunque, potrebbe già chiedere la libertà condizionale. Ma non lo ha ancora fatto. "Aspettiamo la decisione sulla revisione e poi vedremo", dice la legale. Che sull'udienza della Consulta ha buone sensazioni: "I presupposti ci sono, però poi bisognerà vedere cosa ne penserà la corte. È sbagliato dire che in caso di sentenza favorevole escono tutti i soggetti condannati per mafia, non è così. Quello che si chiede è l'opportunità di valutare il percorso di una persona, tutti possono essere rieducati senza pretendere la collaborazione a tutti i costi".
A considerarsi rieducato, pur senza aver collaborato con la giustizia, è nella fattispecie il suo cliente, Salvatore Francesco Pezzino, mafioso di Partinico, in provincia di Palermo. Condannato per mafia e omicidio, ha trascorso in totale 30 anni da carcerato: nel 1999 aveva ottenuto la semilibertà, salvo poi perderla nel 2000 quando era finito sotto accusa di nuovo per altri reati.
Considerato un "detenuto modello", nel 2018 Pezzino ha chiesto al Tribunale di sorveglianza de L'Aquila di riconoscergli la libertà condizionale, prevista per tutti i detenuti che hanno scontato 26 anni di carcere, salvo, appunto, quelli condannati per reati di mafia che non hanno collaborato con la giustizia. Un divieto previsto dall'articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario, e dal decreto legge 306 del 1992, ispirato da Giovanni Falcone già con un decreto dell'anno precedente, e approvato dopo la strage di Capaci per provare a rompere la breccia di omertà di Cosa nostra, all'inizio della stagione delle bombe.
È per questo motivo che il tribunale di sorveglianza dell'Aquila aveva dichiarato inammissibile la richiesta di Pezzino. Il quale, però, ha fatto ricorso alla Cassazione. E la Suprema corte ha sollevato eccezione di costituzionalità, sostenendo che con la negazione della libertà condizionale agli ergastolani ostativi si realizza "una irragionevole compressione dei principi di individualizzazione e di progressività del trattamento". In parole semplici: visto che il fine del carcere è il reinserimento del reo nella società, è legittimo escludere dal beneficio della libertà vigilata i detenuti per reati di mafia solo perché non collaborano?
La mancanza della collaborazione basta per considerare a priori un mafioso come ancora pericoloso per la società, nonostante siano passati molti anni dalla condanna? O forse ogni vicenda deve essere valutata singolarmente, caso per caso? E come deve fare il giudice a capire se un mafioso ha davvero rotto con il suo clan di riferimento, se non valutando un persorso di collaborazione?
A queste domande dovrà rispondere la Consulta dopo aver ascoltato l'avvocata Ettore Figliolia, che rappresenta lo Stato, costituito in giudizio a difesa dell'ergastolo ostativo per decisione del precedente esecutivo. Allegate al fascicolo anche le memorie dell'associazione Antigone, del Garante Nazionale dei diritti dei detenuti, de l'Altro Diritto, di Macrocrimes, di Nessuno Tocchi Caino: parteciperanno all'udienza, seppur in forma cartolare, dopo il parere positivo del giudice relatore Nicolò Zanon.
Eletto al Csm nel 2010 su indicazione del Popolo delle Libertà, poi nominato alla Consulta da Giorgio Napolitano, Zanon ha fatto da relatore anche alla sentenza che nell'ottobre del 2019 definiva incostituzionale la parte dell'articolo 4bis sul divieto di accesso ai permessi premio, cioè il primo gradino dei benefici penitenziari, per i condannati all'ergastolo ostativo che non hanno collaborato con la magistratura.
All'epoca la Consulta era presieduta da Marta Cartabia, oggi guardasigilli di un governo che dovrà riscrivere l'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario. Lo ha chiesto la Cedu nel 2019, potrebbe chiederlo la Consulta con la sentenza di martedì. Francesco Paolo Sisto, sottosegretario alla giustizia di Forza Italia, spiega che l'esecutivo attenderà la corte costituzionale "per potere poi cadenzare i successivi step del percorso legislativo necessario". Sulla libertà condizionale per i boss, il berlusconiano spiega come la pensa: "Un elemento ostativo non può derivare da una scelta processuale di collaborare o non collaborare. L'ergastolo non deve essere legato alla collaborazione con la giustizia: io posso non collaborare ma aver rescisso i rapporti o collaborare e non averli rescissi".
Attendono la decisione della Consulta anche 1.271 detenuti al "fine pena mai" che vorrebbero accedere alla libertà condizionale pur non collaborando con la giustizia. Tra questi ci sono sicuramente i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, i boss che custodiscono i segreti delle stragi del 1992 e 1993. Condannati all'ergastolo per le bombe che uccisero Falcone e Borsellino, per gli ordigni esplosi nel 1993 a Roma, Milano e Firenze, per l'omicidio del sacerdote don Pino Puglisi, si trovano in carcere dal 1994 ma sono ancora relativamente giovani: Filippo 59, Giuseppe 56. "Lui ha ancora una speranza", ha detto recentemente - riferendosi al secondo - Salvatore Baiardo, l'uomo che ha curato la latitanza dei Graviano nel Nord Italia nei primi anni '90. "Che speranza?", ha chiesto l'inviato della trasmissione Report.
"Che l'ergastolo venga abrogato. Quella è ancora l'unica sua speranza", è stata la risposta di Baiardo. Sarà una coincidenza ma uno dei primi mafiosi di rango a chiedere il permesso premio, sulla base della sentenza della Consulta del 2019, è stato Filippo Graviano.
Non intende collaborare con i magistrati, né svelare i misteri delle bombe, ma sostiene di essersi dissociato da Cosa nostra. Una versione che può tornare buona pure per chiedere la libertà condizionale. D'altronde i Graviano sono in carcere già da 27 anni: potrebbero bastare. Anche senza abolire l'ergastolo. Almeno, non formalmente.
ansa.it, 23 marzo 2021
Occhi puntati sulla Consulta per la decisione sull'ergastolo ostativo, un verdetto atteso senz'altro dai 1.271 detenuti che hanno il fine pena mai - su un totale di circa 1.700 persone condannate alla massima sanzione - in quanto, per via della mancata collaborazione con la giustizia, non hanno diritto ad accedere alla libertà condizionale. Alla decisione della Corte Costituzionale guarda anche la ministra della Giustizia Marta Cartabia che era giudice della Consulta nel collegio che decise di aprire ai permessi premio anche per chi è in ergastolo ostativo.
di Simona Musco
Il Dubbio, 23 marzo 2021
La lettera di un'avvocata esperta in responsabilità alla ministra della giustizia Marta Cartabia: "Troppi contagi tra i legali, Abbiamo diritto a lavorare in sicurezza". Un'inspiegabile disparità, favorita da un vuoto normativo che mette a rischio i penalisti e la stessa amministrazione della giustizia.
È quella che denuncia Vania Cirese, penalista esperta in responsabilità sanitaria, che in una lettera indirizzata alla ministra della Giustizia Marta Cartabia e al presidente del Consiglio Mario Draghi chiede un protocollo nazionale che consenta agli operatori della giustizia che lo richiedano di lavorare in sicurezza da remoto fino alla fine dell'emergenza, "nel riconoscimento del valore di ogni vita". L'avvocata prende spunto dalla situazione della sua regione di residenza, l'Alto Adige, dove le restrizioni sono aumentate per far fronte all'aggressività della variante sudafricana del virus.
Restrizioni che hanno ridotto i contatti praticamente a zero, finanche all'interno dei singoli nuclei familiari, proprio per evitare ulteriori contagi e vittime. Prima della pandemia, Cirese, così come gli altri avvocati italiani, era abituata ad attraversare l'Italia per difendere i propri clienti nei diversi uffici giudiziari del Paese. Ma ora, a causa dell'età, è soggetto a rischio e, pertanto, costretta ad evitare ogni situazione di possibile contagio.
L'attività negli uffici è attualmente regolata dal dpcm 137/ 2020, che ha consentito la digitalizzazione delle attività nel corso delle indagini preliminari, udienze preliminari e camerali, così come stabilito dall'articolo 23. Ma c'è un buco del decreto, denuncia Cirese, la cui interpretazione letterale porterebbe ad un rigetto automatico delle richieste di trattazione da remoto per il momento della formazione della prova, "ritenendo ostativo il dettato normativo in relazione al dibattimento".
Così mentre da un lato scuole ed esercizi commerciali sono chiusi per evitare ogni possibile rischio, gli avvocati, anche quelli più in pericolo, sono costretti a spostarsi, col rischio di diventare veicolo del virus tra colleghi, magistrati, funzionari amministrativi, clienti e familiari.
"Quasi che per questa categoria di cittadini o il virus non esista o li veda immuni o per essi ci sia licenza di infettarsi, di contagiare altri soggetti e rischiare di andare in rianimazione o morire", denuncia Cirese. I casi di contagio tra avvocati sono altissimi. E nonostante questo, i vari Tribunali d'Italia hanno agito in maniera disomogenea, con protocolli diversissimi tra di loro, affidando alla discrezionalità dei singoli magistrati i criteri di svolgimento delle udienze. Una situazione che ha costretto gli avvocati a dover peregrinare da una cancelleria all'altra per scoprire, volta per volta, le regole di comportamento da rispettare. Il tutto a scapito della salute degli avvocati, afferma la penalista, che lamenta, dunque, un "trattamento discriminatorio".
L'appello non è ad una totale remotizzazione delle udienze, respinta con forza, nei mesi scorsi, dall'Unione delle Camere penali, che paventavano di una compressione del diritto alla difesa. Ma a consentire, a chi ne fa richiesta per le più diverse ragioni, di poter lavorare da remoto, così come avviene per la Corte costituzionale, dal momento che tutti gli uffici sono muniti della piattaforma Teams e a fronte dalle ingenti risorse investite nella digitalizzazione, indicata anche dal Piano nazionale di ripresa e resilienza come "priorità per il futuro della giustizia italiana".
A riprova dell'urgenza di un intervento in tal senso, Cirese elenca le condizioni disastrose dei Tribunali italiani, dove gli assembramenti sono all'ordine del giorno, a causa, molto spesso, di problemi strutturali inaggirabili o di una gestione delle udienze non ottimale. Ma cita anche il fatto che il Dpcm preveda il collegamento da remoto per gli imputati detenuti e la presenza fisica per i processi a piede libero. Inoltre, "nessun operatore della giustizia viene testato e la maggior parte dei soggetti non è vaccinata", spiega, evidenziando l'inidoneità "del mero presidio di misurazione della temperatura all'ingresso di alcuni (non di tutti) gli uffici giudiziari".
E ciò a fronte di una scarsa sanificazione dei presìdi, sistemi di aerazione inefficienti e aule spesso prive di finestre, mentre i processi vengono svolti a porte chiuse. Il che tira in ballo un'altra domanda: venendo meno il principio di pubblicità, quale problema creerebbe la partecipazione da remoto per chi ne manifesta l'esigenza? Da qui la richiesta di un protocollo nazionale che faccia andare avanti la giustizia senza mettere a rischio la salute.
di Luisa Grion
La Repubblica, 23 marzo 2021
Carlo Borgomeo (Fondazione con il Sud): "Recuperare gli immobili sequestrati è difficile, c'è bisogno di fondi. Il Piano chiarisca obiettivi e interventi". Bisogna uscire dall'affanno, rafforzare il sistema di recupero dei beni confiscati alla mafia e usare in modo utile i fondi, 300 milioni, destinati allo scopo dal Recovery Plan.
È l'obiettivo che si pone Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione con il Sud, ente no profit nato dall'alleanza tra le fondazioni di origine bancaria e il mondo del terzo settore e del volontariato per promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno. L'allarme arriva dai dati diffusi pochi giorni fa dal dossier di "Libera": dei 36.600 beni immobili confiscati dal 1982 ad oggi, il 48% sono stati destinati dall'Agenzia nazionale per le finalità istituzionali e sociali, ma 5 su 10 sono rimasti fermi.
Presidente partiamo da quei 300 milioni che il Recovery Plan, al momento, destina al recupero. Sono tanto o pochi?
"Sono un punto di partenza sufficiente per fare qualcosa di sensato. Il problema è che il testo che accompagna la destinazione del fondo è generico all'inverosimile. Si parla giustamente di potenziare i presidi della legalità nell'ambito di una gestione trasparente. Ma non si dice a chi vanno questi fondi e per fare cosa. E questa è una mancanza grave che denuncia una scarsa attenzione verso la questione".
Ovvero?
"Crediamo o no che il recupero dei beni confiscati possa essere una straordinaria opportunità di crescita per il Paese? Togliere la roba ai mafiosi è un colpo strategico, ma se poi non riesci a farci niente lanci un messaggio sbagliato. Il recupero non è fatto di avventure eroiche, di storytelling, è la possibilità di creare una economia sana e posti di lavoro in terre dove mancano. La legalità conviene".
Il recupero arranca perché la legge è superata?
"No, la legge è straordinaria, è un modello per gli altri Paesi e ha raggiunto risultati importanti. Ma ora la dimensione del problema è tale che il quadro normativo ansima".
Quali sono i punti deboli?
"Io ne vedo almeno tre. Il primo riguarda l'Agenzia nazionale: fa un lavoro eccezionale, ma si muove in un quadro normativo troppo stretto, le sue forze operative arrivano dai distacchi pubblici dove è difficile trovare le competenze industriali, finanziarie, immobiliari necessarie al recupero effettivo dei beni. Dovrebbe avere la possibilità di attingere a contratti di lavoro di diritto privato, mantenendo trasparenza e obiettivi no profit, certo. Altro punto debole é la gestione delle imprese confiscate: se è impossibile recuperarle vanno chiuse in tempi stretti".
Quando è impossibile recuperarle?
"Quando sono totalmente connesse al sistema mafioso e non c'è nulla che possa essere salvato. In questi casi, fatta salva la tutela dei lavoratori, vanno chiuse evitando costi e perdite di tempo. Poi c'è la questione dei fondi".
Pochi soldi, torniamo all'inizio...
"Basterebbe attingere al Fug, il Fondo unico di giustizia dove confluiscono i capitali e i titoli confiscati alla mafia. Oggi parte delle risorse va al bilancio dello Stato, parte si perde in mille rivoli: sarebbe importante che i capitali tornassero alla base e fossero investiti per il recupero dei beni strappati alla mafia. Altrimenti operare è difficile: l'Agenzia la scorsa estate ha messo al bando mille beni da affidare al terzo settore in base alla formulazione di progetti precisi, una scelta innovativa e importante. Ma il capitale messo sul tavolo era, in tutto, un milione: mille euro a bene. Non bastano nemmeno ad avviare una attività".
Massimo Malpica
Il Giornale, 23 marzo 2021
Il radicale: ai politici purtroppo manca il coraggio. "Per Pannella la partitocrazia impediva ai cittadini di farsi classe dirigente. Nella magistratura la correntocrazia impedisce al singolo magistrato estraneo al sistema di porsi sullo stesso piano del magistrato che ne fa parte". Il responsabile della commissione Giustizia del partito Radicale, Giuseppe Rossodivita, riassume così la grande distorsione del sistema giustizia, sul quale l'organismo (composto da 110 avvocati iscritti al partito, tra gli altri anche Tullio Padovani, e che conta sulla collaborazione di Palamara) sta per far uscire un "libro giallo".
"Sarà un libro di denuncia continua Rossodivita - sulle condizioni in cui versa la giustizia italiana. Se e quando la pandemia lo consentirà, faremo un tour di presentazione per sensibilizzare l'opinione pubblica, che proprio grazie al libro di Sallusti e Palamara si è avvicinata a un tema ostico e poco conosciuto. In buona parte a causa della disinformazione determinata dalla collusione di parte della stampa con le procure.
Per questo il libro "Il Sistema", pur raccontando cose che gli addetti ai lavori conoscevano già, ha il grande valore aggiunto di aver reso queste dinamiche leggibili, raccontando cose complicate in modo semplice per tutti. E quel libro per noi è anche uno strumento di lotta politica".
Da esplicitare in che modo?
"Vorremmo, anche dialogando con altre forze politiche, arrivare a una stagione referendaria. La politica ha dimostrato di non sapere o di non volere prendere il toro per le corna, quindi la giustizia in Italia si può riformare solo a colpi di referendum: magari non otterremo i migliori risultati possibili, ma daremo la possibilità alla gente di far sentire la propria voce".
E i magistrati?
"La magistratura associata deve rendersi conto che così non si può andare avanti: la Costituzione voleva un ordine indipendente a potere diffuso tra i 9mila magistrati, che avrebbero dovuto proiettare i propri eletti al Csm senza intermediazione, per garantire l'autonomia e l'indipendenza sia della magistratura che del singolo magistrato. Mentre oggi, grazie alla interposizione di Anm e alle correnti, abbiamo imbuti e poteri verticistici. Il problema è che nessuno in Italia vuole 9mila magistrati sottoposti soltanto alla legge. Meglio avere otto capicorrente con i quali si cerca di governare".
di Valentina Errante
Il Messaggero, 23 marzo 2021
Magistrati più preparati, sottoposti a verifiche periodiche, e processi veloci che "neutralizzino" il nodo gordiano della prescrizione che, per ragioni politiche, non potrà essere reciso. Il tavolo di lavoro sulla riforma penale, presieduto dall'ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi, sta mettendo a punto gli emendamenti che il Guardasigilli Marta Cartabia dovrebbe presentare ai testi già incardinati alla fine di aprile. Si cerca la mediazione su molti punti, a partire dalla "revisione" della prescrizione, che può avvenire solo nell'ambito di una riorganizzazione dei processi. Ma Cartabia, come ha sottolineato in commissione Giustizia alla Camera, punta molto anche sulla formazione dei magistrati. Oggi intanto, la ministra parteciperà al plenum del Csm presieduto dal presidente Mattarella, che approverà l'istituzione della Procura europea.
L'idea annunciata dal vice presidente del Csm David Ermini, proprio sul Messaggero di domenica scorsa, di valutare le toghe è all'esame dei giuristi di via Arenula, che stanno studiando anche la riforma del Csm. Ma sembra escluso che le "pagelle" si basino su risultati concreti, come l'esito delle inchieste per i pm. La ministra sembra infatti più orientata a una periodica valutazione sulla formazione dei candidati o di chi già svolga ruoli direttivi e semi-direttivi degli uffici giudiziari. Cartabia lo ha detto con chiarezza in commissione Giustizia alla Camera, esponendo le linee guida del suo programma. Il Guardasigilli ipotizza infatti corsi obbligatori più lunghi di quelli attuali, che riguardino anche i profili organizzativi dell'amministrazione della giustizia e coinvolgano anche docenti "e testimoni esterni al circuito giudiziario".
Sessioni di studio che si concluderanno con una valutazione seria del profilo attitudinale dei partecipanti. E non è escluso che nei consigli giudiziari, attualmente costituiti presso ciascun distretto di Corte d'Appello (il numero dei componenti varia a seconda di quello magistrati in servizio nel distretto) possa proporzionalmente crescere il peso dei laici, docenti di diritto e avvocati, rispetto a quello dei togati, chiamati a valutare la professionalità dei colleghi.
Il punto di equilibrio tra le diverse scuole di pensiero sulla prescrizione passa sicuramente dalla revisione globale dei processi, che avverranno in tempi più rapidi, rendendo eccezionale la chiusura dei procedimenti a causa dei ritardi. Nelle more si valutano tre ipotesi che comunque dovranno trovare l'accordo di tutti i partiti. La prima è quella di ancorare la prescrizione ai diversi gradi di giudizio. Ossia dare un tempo limite, per ogni step, per impugnazioni e celebrazione. Ma si valuta anche di spostare il congelamento della prescrizione, eliminata dalla riforma Bonafede, alla Cassazione. Ipotesi ancora allo studio, la soluzione finale potrebbe essere varata attraverso un'ampia legge delega.
Ampliare l'accesso ai riti alternativi, incrementare il ricorso a condotte riparatorie, sospendendo i procedimenti penali con la messa alla prova dell'imputato, e allargare lo spettro della non punibilità per particolare tenuità del fatto, passa attraverso questi passaggi la cura del processo penale. Ma Cartabia ritiene che la principale innovazione sia "l'ufficio del processo", già avviata in fase sperimentale.
"Un modello organizzativo - ha spiegato - che rafforza la capacità decisionale del giudice inserendo nello staff gli assistenti - sul modello dei clerks anglosassoni - incaricati della classificazione dei casi, della ricerca dei precedenti giurisprudenziali e dei contributi dottrinali pertinenti e della predisposizione di bozze di provvedimenti". Una squadra che supporterebbe il giudice nella fase organizzativa e preliminare del giudizio.
In Commissione Giustizia, la ministra ha spiegato che non bisogna nutrire "l'illusoria rappresentazione che un intervento sul sistema elettorale del Consiglio possa di per sé offrire una definitiva soluzione alle criticità che stanno interessando la magistratura italiana", perché nessuna legge può sovvertire un sostrato comportamentale e culturale. Così la riforma elettorale del Csm potrebbe prevedere un rinnovo parziale ogni due anni che riguardi metà dei laici e metà dei togati. In quest'ottica la continuità sarebbe mantenuta mentre potrebbero essere scoraggiate logiche spartitorie.
di Lucrezia Ricchiuti
Il Manifesto, 23 marzo 2021
A chi interessano i morti di mafia, i cui nomi ancora qualche giorno fa Luigi Ciotti ha rievocato? E, soprattutto, alla politica di oggi interessa combattere seriamente le mafie? La parola mafia manca completamente dal lessico del discorso programmatico di Mario Draghi e - per la verità - è assente anche dai discorsi di tutti gli esponenti parlamentari.
"Pio La Torre, chi era costui? E Mattarella? E gli altri cento, quelli che un giornale progressista elencava ieri come anonimi e trascurabili "sindacalisti, politici locali, funzionari", nessuno, insomma? E gli altri ancora, i morti quotidiani in Sicilia, a Napoli, dappertutto? Sempre nessuno". Così scriveva Luigi Pintor sul manifesto del 5 settembre 1982, all'indomani dell'eccidio di via Carini a Palermo, in cui persero la vita Carlo Alberto Dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro.
Mi sembrano parole atrocemente attuali, a 40 anni di distanza. A chi interessano i morti di mafia, i cui nomi ancora qualche giorno fa Luigi Ciotti ha rievocato? E, soprattutto, alla politica di oggi interessa combattere seriamente le mafie?
La parola mafia manca completamente dal lessico del discorso programmatico di Mario Draghi e - per la verità - è assente anche dai discorsi di tutti gli esponenti parlamentari. Tutti, purtroppo, compresi quelli dell'arcipelago della sinistra che alla tradizione di Placido Rizzotto, Momo Li Causi e Pio La Torre si dovrebbero ispirare.
Il dibattito sull'ordine pubblico resta purtroppo monopolizzato in modo strumentale dal tema dell'immigrazione, soprattutto per sviare l'attenzione da un fattore indiscutibile: il principale problema di ordine pubblico in Italia sono le mafie, altrimenti il processo Rinascita-Scott a Lametia non richiederebbe le eccezionali misure di protezione che sono state messe in atto (vedi Presa diretta di Riccardo Iacona sulla 'ndrangheta di qualche giorno fa).
Così come la discussione sulla giustizia è tutta concentrata sulla falsa e pelosa diatriba giustizialisti contro garantisti. Facciamo un paio di esempi: Dana Lauriola, militante NO Tav è stata condannata a una pena pesante per le manifestazioni in Val di Susa. I garantisti nostrani non hanno fatto una piega. Viceversa sul fatto che i mafiosi al 41bis non possano vedere i figli minori in ragione del regime carcerario cui sono sottoposti fa scandalo, al punto che si pronuncerà la Corte costituzionale. Due pesi e due misure.
Lo sguardo deformato delle élites politiche e dell'opinione pubblica sui problemi dell'ordine pubblico e della giustizia produce una sub-cultura funzionale agli interessi mafiosi. Eccone i capisaldi.
Primo: i diritti costituzionali spettano in egual misura e nella stessa intensità ai criminali mafiosi quanto alle loro vittime. Lo Stato deve essere sostanzialmente neutrale. Quindi tutte le misure immaginate da La Torre, prima, e da Falcone e Borsellino poi, per stroncare le relazioni mafiose (carcere duro, sequestri e confische) sono perciò stesso illegittime.
Secondo: i giornalisti e gli attivisti che si impegnano quotidianamente in inchieste e iniziative per denunciare i soprusi delle consorterie mafiose presenti in tutta Italia sono in errore, perché si ostinano a sottolineare le differenze profonde tra i reati mafiosi e quelli relativi ad altri ambiti della devianza. In definitiva, persone come, per esempio, Marco Omizzolo, Lirio Abbate e Paolo Borrometi sono sotto tutela o scorta perché sbagliano a capire, non perché denunciano la verità.
Terzo: vedere mafia dappertutto, specialmente nell'economia, è un comodo alibi per non affrontare i nodi strutturali della crisi economica e non "fare le riforme". Mettere limiti al contante, rafforzare i meccanismi di controllo dei flussi finanziari e di segnalazione delle operazioni sospette e - soprattutto - applicare efficacemente il codice degli appalti, danneggia lo sviluppo economico perché crea troppa burocrazia.
Questi assunti sono tanto menzogneri quanto consolidati in una vera e propria ideologia, cui purtroppo anche le formazioni politiche del fu centrosinistra si vanno adeguando.
Val la pena allora ricordare che non c'è proprio nulla di costituzionalmente dovuto nell'ammorbidimento delle misure antimafia. La Corte costituzionale ha stabilito decine di volte che la collettività ha il dovere di difendersi dagli attacchi violenti e sovvertitori; e che la Corte europea dei diritti di Strasburgo ha a più riprese stabilito che lo Stato ha il dovere di proteggere le vittime dei reati e di non permettere troppo facilmente la prescrizione dei reati.
Occorre rammentare che Peppino Impastato, Mauro Rostagno e Giancarlo Siani (per fare solo alcuni esempi) non erano sprovveduti che prendevano per estorsioni e faide da traffico di stupefacenti meri furtarelli o liti per corna. E non si può dimenticare - mai - che le mafie sono un gigantesco potere economico-finanziario, che muove enormi affari e interessi, dall'America Latina all'Italia e all'Europa tutta. Ogni vittoria della mafia è un danno politico e sociale. E anche economico.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 23 marzo 2021
Valutare i magistrati? Intervista a Giuseppe di Federico, professore emerito di Ordinamento giudiziario dell'Università di Bologna.
Dalle pagine del Messaggero si torna a discutere di valutazione professionale dei magistrati. Il primo a parlare è stato il vice presidente del Csm, David Ermini: "sono dell'avviso che nel valutare la professionalità di un magistrato via sia anche un controllo sulla qualità e sulla tenuta dei suoi provvedimenti". Poi è stato Carlo Nordio con un suo editoriale a plaudire l'iniziativa di Ermini. Critico invece si è mostrato, questa volta dalle pagine di Repubblica, il Presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia, che ha detto: "In questi termini così radicali non posso che esprimere un fermo dissenso. [...] I magistrati devono poter agire certamente senza un'aspirazione a vantaggi personali di carriera, ma anche senza il timore di ripercussioni sulle loro carriere". Di tutto questo ne discutiamo con Giuseppe di Federico, professore emerito di Ordinamento giudiziario dell'Università di Bologna. È stato Presidente dell'European Research Network on Judicial Systems e componente del Consiglio Superiore della Magistratura.
Professore cosa ne pensa di quanto detto dal vice presidente Ermini?
Se me lo avesse detto personalmente, avrei ricordato ad Ermini che già adesso i nostri criteri di valutazione dei magistrati sono i più stringenti, i più analitici, i più penetranti di quelli di tutti i sistemi europei che hanno un reclutamento di tipo burocratico come il nostro. Ciononostante, i dati delle ricerche da me condotte analizzando i verbali del Csm a partire dagli anni 1960 mostrano che la percentuale dei magistrati valutati positivamente ha variato, nei vari periodi, tra il 99,1% ed il 99,5%. Quindi negli ultimi 60 anni il Csm ha deciso di sua iniziativa di promuovere tutti i magistrati fino al vertice della carriera in base all'anzianità, fatta eccezione per i casi di grave e documentato demerito (come le più elevate sanzioni disciplinari o condanne penali). Anche i pochissimi magistrati bocciati di solito poi sono promossi con due o tre anni di ritardo. Quindi se non funzionano i criteri che già esistono, è ridicolo pensare ad altri criteri: l'attuale Csm, quello che lui stesso presiede, non effettua da tempo le valutazioni di professionalità ai fini dell'avanzamento in carriera. È di fatto una violazione dell'articolo 105 della Costituzione, che assegna espressamente al Consiglio il compito di effettuare le "promozioni" dei magistrati, salvo a non voler ritenere che il nostro Costituente volesse dare al termine "promozioni" un significato diverso da quello che ha nella lingua italiana.
Nordio sostiene che il discorso di Ermini è rivoluzionario perché tocca essenzialmente i pm. Pensiamo solo al caso di Nicola Gratteri e ai tanti pm mediatici le cui inchieste poi vengono smontate nei vari gradi di giudizio. Per l'opinione pubblica invece la tesi dell'accusa è quella che rappresenta la verità. Quindi fa bene l'Unione delle Camere Penali a sollevare questo dibattito...
Come faccio a non dichiararmi d'accordo con Nordio e con le Camere penali sul fatto che la proposta fatta dal V. Presidente del Csm avrebbe effetti positivi sia per la protezione dei diritti dei cittadini nell'ambito processuale sia per le casse dello Stato. Queste cose le ripeto da quarant'anni, anche nel lungo periodo in cui il dirlo era considerato sovversivo e avversato non solo dai magistrati ma anche nell'ambito universitario. E a nulla valeva ricordare le soluzioni ordinamentali che in vario modo trovavano applicazione negli altri Paesi democratici. E ha ragione Nordio nel ricordare che negli Stati Uniti i pubblici ministeri vengono considerati inadatti a svolgere le loro funzioni, e anche licenziati, se ricorrentemente portato dinanzi al giudice cause che si dimostrano prive di fondamento.
Contrario alla proposta di Ermini si è espresso su Repubblica il Presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia...
Io ho fatto ricerche sugli assetti e il funzionamento del pubblico ministero in numerosi Paesi democratici. Non dico che non esistano problemi che possono intimidire il pubblico ministero allorquando si valuta il suo operato. Questo è sempre possibile ma a fronte di questo c'è spesso il problema di evitare che cittadini innocenti vengano gravemente danneggiati sotto il profilo sociale, politico, economico, familiare e della stessa salute a causa di una azione penale irresponsabile. Quindi un equilibrio tra indipendenza e responsabilità va ricercato - anche se a parer mio in Italia non si farà nulla. A nulla vale ricordare che vigendo formalmente il principio dell'obbligatorietà dell'azione qualsiasi azione del PM, per discrezionale che sia, diventa "un atto dovuto", il pm può sempre affermare che in regime di obbligatorietà non poteva agire diversamente.
Secondo il professore Tullio Padovani "le indagini preliminari non sono coperte dal dovere che si pretende di ritrovare nell'articolo 112 della Costituzione. L'obbligatorietà dell'azione penale non si riferisce espressamente alle indagini preliminari"...
Queste sono elaborazioni teoriche che, per quanto corrette e interessanti, di per sé non producono effetti. Io sono uno studioso empirico. Il problema è che il cittadino viene danneggiato ricorrentemente da iniziative ingiustificate che dinanzi al giudice cadono con una frequenza elevata.
E all'origine c'è un pm in cerca di notorietà e carriera...
È inevitabile. Il nostro pubblico ministero dirige in via esclusiva la polizia nella fase delle indagini ed in tale contesto è di fatto un poliziotto indipendente. In un Paese democratico un poliziotto indipendente dovrebbe essere una figura inconcepibile. Da noi in Italia questo non viene considerato un problema degno di attenzione. Poi c'è un altro aspetto da rilevare nell'articolo di Nordio.
Prego...
Lui dice: "Tralascio di citare i Paesi dove il pm, come in Francia, dipende dal potere esecutivo". La Francia la questione dell'indipendenza dal Ministro l'ha risolta in maniera conforme ai Paesi anglosassoni: il pubblico ministero quando compie le sue scelte di natura discrezionale sta effettuando scelte di politica criminale. Ora, tutte le scelte di politiche pubbliche in un Paese democratico dovrebbero essere inquadrate in un sistema di responsabilità politica. Nel 1997 il Presidente Chirac creò una commissione per la riforma del processo penale e chiese di considerare la possibilità di distaccare il pm dalla dipendenza del Ministro. Al tempo anche a me fu chiesto un parere da parte di Robert Badinter (già Ministro della Giustizia, ndr). Cosa venne risposto a Chirac da parte della commissione presieduta dal presidente della Corte di Cassazione francese, ma composta per la gran parte da non magistrati? Che siccome non tutte le violazioni penali possono essere perseguite, il pm deve fare delle scelte che sono di fatto scelte di politica criminale, e che tali scelte non possono essere fatte se non nell'ambito del processo democratico. Che quindi non era possibile sottrarre il pm dalla dipendenza gerarchica dal Ministro della giustizia. Alla stessa conclusione è giunta la Corte costituzionale francese decidendo su una questione sollevata dal sindacato della magistratura di quel Paese.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 marzo 2021
La notizia dei detenuti positivi al Covid al 41bis di Parma è stata confermata dal garante locale dei detenuti Roberto Cavalieri. Covid al 41bis di Parma. Per ora risultano 4 detenuti reclusi al carcere duro ad essere positivi, di cui uno è sintomatico. A confermare a Il Dubbio la vicenda è il garante locale dei detenuti Roberto Cavalieri.
Risultano infetti almeno 16 agenti dei Gom, il gruppo operativo mobile specializzato al servizio di custodia dei detenuti sottoposti al regime differenziato. C'è enorme preoccupazione, anche perché il 41bis del carcere parmense è pieno di persone vecchie e con pluri patologie. Ricordiamo che fino a poco tempo fa era recluso Raffaele Cutolo, gravemente malato, poi deceduto. Proprio a lui, nel mese di maggio, il magistrato di sorveglianza gli rigettò l'istanza per la detenzione domiciliare. Tra le motivazioni del rigetto, anche la mancanza di rischio contagio.
Al 41bis di Opera c'è scappato il morto - In realtà, i fatti dimostrano che anche il 41bis non è immune dal virus. Lo abbiamo a novembre scorso con i casi di Covid nei 41bis del carcere milanese di Opera. Ricordiamo che c'è scappato anche il morto. A dicembre è morto 78enne Salvatore Genovese, detenuto al 41bis a Opera e ricoverato in ospedale per complicazioni dovuto dal Covid 19. Era cardiopatico, già operato di tumore e con i polmoni malandati. Come ci raccontò il suo avvocato Paolo Di Fresco, circa 10 giorni prima che ha contratto il virus, si è visto respingere l'istanza per la detenzione domiciliare. Per il giudice stava al sicuro, curato e non esposto al contagio visto il regime di isolamento. I fatti hanno smentito tutto ciò.
Ma com'è possibile che il Covid entri al 41bis? - Lo aveva spiegato molto bene il giudice di sorveglianza di Sassari Riccardo De Vito, quando in un provvedimento lungo otto pagine aveva disposto la detenzione domiciliare per Pasquale Zagaria, malato di tumore al 41bis, sottolineando tra le altre cose che "sotto questo profilo occorre rilevare che benché il detenuto sia sottoposto a regime differenziato e dunque allocato in cella singola, ben potrebbe essere esposto a contagio in tutti i casi di contatto con personale della polizia penitenziaria e degli staff civili che ogni giorno entrano ed escono dal carcere".
Al 41bis di Parma 49 detenuti si 62 sono a rischio - Ma ora tocca ai 41bis del carcere di Parma, dove la tensione è massima. La situazione sanitaria, infatti, è complessa perché su 62 detenuti al 41bis ben 49 sono da considerare a rischio per l'età e le numerose patologie (neoplasie, trapianti d'organo, cardiopatie severe e diabete). La popolazione detenuta a Parma si caratterizza anche per altri dati importanti che connotano la struttura come complessa e critica: 36 detenuti sono costretti all'uso della carrozzina per deambulare e 50 sono non autosufficienti. Per ciascun detenuto recluso a Parma sono state diagnosticate in media dalle 4 o alle 5 patologie. L'incidenza maggiore è al carcere duro, dove oramai Covid al 41bis di Parma è riuscito a varcare le porte blindate.
24emilia.com, 23 marzo 2021
I familiari di Chouchane Hafedh, uno dei detenuti morti durante la rivolta scoppiata nel marzo del 2020 dentro la casa circondariale modenese Sant'Anna, si sono opposti alla richiesta di archiviazione presentata dalla procura di Modena sulla vicenda. Secondo la magistratura modenese, infatti, otto dei nove decessi (tra cui appunto anche quello di Hafedh) sarebbero sopraggiunti per overdose di metadone e benzodiazepine dopo che i detenuti avevano saccheggiato la farmacia del carcere emiliano.
Per l'avvocato Luca Sebastiani, che assiste la famiglia di Hafedh, "è un atto complesso, frutto di un lavoro lungo e copioso dove abbiamo avuto modo di affrontare ogni singolo aspetto che la procura non ha considerato. Siamo fiduciosi che le nostre perplessità, che sono tante e anche molto rilevanti, possano essere considerate dal giudice per le indagini preliminari".
Il legale, che comunque ha spiegato di condividere le risultanze investigative sulla causa della morte individuata dai pm modenesi, ci sono però altre questioni: "Oltre al tema della responsabilità omissiva, che andava esplorato con maggiore dovizia come avviene ogni giorno quando tragedie come queste accadono in posti di lavoro, in ospedali o in altre strutture, vi è un tema molto rilevante relativo al ritardo nei soccorsi, così come segnalato dal nostro consulente medico legale specializzato proprio in tossicologia".
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