di Valentina Stella
Il Riformista, 18 dicembre 2020
Non c'è più tempo da perdere. L'emergenza sanitaria può avere conseguenze gravissime nelle carceri italiane dove il sovraffollamento è la norma. L'allarme dell'esponente del Partito radicale Rita Bernardini che per 35 giorni è stata in sciopero della fame per tentare di scalfire l'indifferenza dei politici, dei media e dell'opinione pubblica.
Nel momento in cui andiamo in stampa Rita Bernardini, storica esponente del Partito radicale e presidente di Nessuno tocchi Caino, ha appena sospeso dopo 35 giorni lo sciopero della fame intrapreso per chiedere al governo misure urgenti per svuotare le carceri in questo momento di emergenza sanitaria. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha infatti deciso di incontrarla il 22 dicembre. A lei dal 10 novembre scorso si erano uniti a staffetta circa 3.500 detenuti, 200 docenti di diritto penale, personaggi del mondo della cultura come Luigi Manconi, Sandro Veronesi, Roberto Saviano.
Innanzitutto come sta?
Quando lo sciopero della fame dura da più di un mese, si raggiunge uno stato di grazia, una forza interiore che è difficile riscontrare nella normalità quotidiana. Ho perso circa dieci chili e mi sono nutrita alla Pannella con tre cappuccini al giorno, un paio di caffè e tanta acqua.
Ancora una volta si ritrova a dover intraprendere una iniziativa nonviolenta per i diritti dei detenuti. Cosa chiede alle istituzioni?
Al governo e al Parlamento chiedo di varare urgentemente misure volte a ridurre sensibilmente la popolazione detenuta. Le strade possono essere tante. Da quella che noi, come Partito radicale, privilegiamo perché più efficace: una legge di amnistia e di indulto, o altre misure che comunque facilitino l'accesso alle misure alternative al carcere e che riducano il tempo di permanenza nelle illegali patrie galere italiane.
Che fine hanno fatto le migliaia di braccialetti elettronici che avrebbero potuto mandare a casa in questa situazione di emergenza migliaia di detenuti?
È uno scandalo tutto italiano: decine di milioni di euro per non avere il servizio previsto a seguito della gara vinta due anni fa da Fastweb. Sono due settimane che slitta la risposta all'interpellanza urgente che abbiamo potuto presentare grazie al lavoro del deputato Roberto Giachetti. Sarà interessante sapere, per esempio, il motivo per il quale c'è stata l'esigenza di produrre ulteriori 4.700 braccialetti se alla data di aprile 2020 Fastweb avrebbe già dovuto consegnarne e rendere operativi tra i 13mila e i 16mila. Braccialetti del gioielliere "Bulgari", diceva il compianto Massimo Bordin, visto che dall'inizio abbiamo speso almeno 200 milioni di euro per non averli a disposizione dei magistrati che intendono concedere la detenzione domiciliare con il supporto di controllo a distanza.
Alcuni, come il Garante nazionale Mauro Palma, sostengono che non ci sono le condizioni politiche per i provvedimenti di amnistia e indulto...
Mauro Palma è sempre stato contrario e lo è ancora oggi. Ricordo che quando coordinava la Commissione carceri istituita dalla ministra Cancellieri, faticai non poco a fargli aggiungere nel documento finale quattro righe su amnistia e indulto. Per il resto, da Garante, fa un ottimo lavoro e comunichiamo spesso fra noi. Sui provvedimenti previsti dall'articolo 79 della Costituzione, se si è convinti, le condizioni si creano.
Lei dà voce a molti detenuti. Veicolando i loro messaggi, fa scoprire un'umanità poco conosciuta...
È un'umanità sofferente, e mi riferisco anche ai familiari dei detenuti che spesso non sanno a chi rivolgersi per denunciare trascuratezza, abbandono, violazione di diritti umani. Giorni fa mi sono arrivati via WhatsApp gli screenshot di una cella di isolamento per il Covid a Caltanissetta. Si può credere o meno che il detenuto sia stato lasciato lì per tre giorni senza mangiare, come afferma la moglie che ha sporto denuncia ai carabinieri. Ma il vomito del detenuto e l'immondizia sparsa nel corridoio cosa ci stavano a fare? Dalle carceri ci arriva molta solidarietà e amicizia. Sentono che qualcuno pensa a loro, mentre sono dimenticati dalle istituzioni.
Però il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sostiene che l'attenzione sulle carceri è alta. L'ha chiamata sapendo che lei da oltre un mese è in sciopero della fame?
Finora ha dimostrato di fregarsene sia delle carceri sia della nonviolenza che stiamo animando. Ma il dialogo è anche con lui, soprattutto perché credo non si renda conto di quel che sta accadendo. Insieme alla tesoriere del Partito Radicale, Irene Testa, ho consegnato una lettera al presidente della Repubblica Mattarella, anch'egli silente: descrive con dati veri e verificabili la reale situazione delle carceri in generale e, soprattutto, in questa seconda prolungata fase della pandemia.
Sulla questione delle misure che potrebbero far diminuire la popolazione in carcere, sembra che il Pd non voglia creare uno strappo con il M5s...
Sulla giustizia in generale, non solo sull'esecuzione penale, il Pd si muove a rimorchio del M5s e ciò è gravissimo, considerato lo sfascio che stiamo vivendo e che si è aggiunto a quello dei decenni precedenti. Per il Pd, Bonafede ha carta bianca. Meno male che c'è Roberto Giachetti. Con lui andrò a visitare Rebibbia e Regina Coeli a Natale e a Capodanno.
Marco Travaglio ha scritto: "Solo una mente disturbata può pensare di difendere i detenuti dal Covid mandandoli a casa"...
Avrò una mente disturbata, ma i dati smentiscono Travaglio e non Bernardini. Il 9 dicembre il tasso di positività dell'intera popolazione italiana era dell'1,17%, quello della popolazione detenuta era dell'1,96%. Travaglio non ha mai messo piede in carcere, non sa di cosa parla. E poi noi radicali i "pazzi" li abbiamo sempre amati, in particolare, i dissidenti dell'ex Urss incarcerati negli ospedali psichiatrici.
Qualcuno, tra politici, giornalisti e società civile ha obiettato: "I detenuti dentro sono al sicuro e nel Paese abbiamo altre priorità"...
Ho già dimostrato che non sono affatto al sicuro. Quanto alle priorità, vero è che sotto una pandemia occorrono provvedimenti generali che riguardino l'intera popolazione. Ma è altrettanto vero che c'è l'obbligo di individuare i punti più deboli del sistema-Paese, soprattutto per coloro che sono letteralmente nelle mani dello Stato, come i detenuti, che non possono compiere scelte sul trattamento che ricevono, in particolar modo sotto l'aspetto sanitario.
Secondo una recente statistica del Censis quasi la metà degli italiani (il 43,7%) è favorevole alla introduzione nel nostro ordinamento della pena di morte (e il dato sale al 44,7% tra i giovani). Come commenta questi numeri?
Dopo una stagione di populismo reazionario - ancora, purtroppo, in corso - che ha avuto ed ha una sponda incredibile sui mezzi d'informazione, quei dati mi sorprendono in positivo. Vogliono dire che gli italiani riescono - in maggioranza e nonostante tutto - a resistere al boia, rinnegandolo.
Negli Stati Uniti, nonostante il tasso di carcerazione più alto al mondo, pene elevatissime, e la pena di morte, le persone continuano a delinquere. L'Italia in qualche modo è su questa strada: visione carcerocentrica dell'attuale ministro che vuole costruire nuove carceri, slogan sulla certezza della pena a sfavore delle misure alternative, pena di morte come abbiamo appena commentato. Occorre una profonda revisione culturale? Da dove partire per concepire il carcere come extrema ratio?
Occorre sfidare i populisti reazionari sul loro terreno, quello della sicurezza; far ragionare le persone, magari proprio partendo dai dati statunitensi e i risultati che producono rispetto a quelli dell'Italia o di altri Paesi europei. Negli Usa c'è una liberalizzazione completa delle armi per la difesa personale che in Italia, fortunatamente, non c'è. Nel 2017, per esempio, negli Usa si registrava un tasso di omicidi ogni 100mila abitanti pari al 5,3% mentre in Italia era notevolmente più basso, cioè pari allo 0,6. Ma le cose stanno cambiando anche negli Stati Uniti: sono più forti di un tempo i movimenti abolizionisti del carcere e dell'affermarsi del panpenalismo. E non dimentichiamo che la sola legalizzazione della cannabis sta influendo positivamente negli Usa sul numero totale dei crimini commessi.
di Simona Maggiorelli
Left, 18 dicembre 2020
"Un uso indiscriminato del carcere come strumento di punizione porta inevitabilmente una maggiore insicurezza per i cittadini" osserva l'ex ministro della Giustizia Andrea Orlando. "La pena va trasformata in un'ottica di finalità rieducativa come indica la nostra Carta".
Il sovraffollamento in carcere è una questione annosa. Per questo l'Italia è stata condannata dalla Corte europea nel 2013. Con il Covid la situazione è ulteriormente peggiorata. Lo denunciano numerose associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e lo documenta ogni settimana Radio carcere dando voce ai detenuti attraverso Radio radicale.
Onorevole Orlando come si può e si deve intervenire per affrontare questa grave situazione?
Si può intervenire facendo quello che chiediamo da tempo: che si riprenda la riforma del sistema penitenziario che è rimasta appesa nel passaggio fra le due legislature nel 2018. Perché in quella riforma c'erano tutti gli strumenti per intervenire sul sovraffollamento senza provvedimenti di carattere eccezionale, ovvero senza "lotterie" che beneficiano alcuni in specifiche condizioni oggettive e magari penalizzano altri che in quel momento non hanno quei presupposti. Al contrario la riforma era basata su un'idea di valutazione del percorso trattamentale e della possibilità di utilizzare pene alternative; il che coniuga la flessibilità e la congruità del trattamento alla certezza della pena. La pena non viene cancellata viene trasformata in un'ottica di finalità rieducativa come indica la Costituzione.
A questo proposito ormai è dimostrato che il tasso di recidiva si abbassa molto se la pena non è scontata "marcendo in cella". È un interesse dello Stato recuperare pienamente la funzione rieducativa del carcere e conviene a tutti?
Io ho sempre sostenuto che la sicurezza non si garantisce con questo tipo di carcere. Tutti i passi che abbiamo fatto nella direzione di una più forte flessibilità dell'esecuzione della pena hanno dato frutti positivi a partire dalla messa alla prova, così come la possibilità di usufruire delle pene alternative. La reclusione è uno strumento rigido che impone un trattamento uguale a situazioni diverse. In altre parole c'è un effetto emulazione dentro il carcere e delle gerarchie criminali che dentro il carcere si esplicitano e si concretizzano che portano a una regressione, non a una educazione del detenuto.
Il carcere andrebbe abolito come hanno sostenuto figure autorevoli?
Io non credo che si possa abolire il carcere, ma ritengo che debba essere utilizzato in modo intelligente. Perché un uso indiscriminato del carcere come strumento di pena porta a una crescita della recidiva e quindi inevitabilmente una maggiore insicurezza per i cittadini. Prova ne è il sistema minorile che ha adottato un ampio ricorso alle pene alternative e di messa alla prova. Peserà anche l'età ma è un fatto che il tasso di recidiva dopo la riforma è sceso drasticamente.
Il punto è evitare il contagio criminale in carcere?
Direi proprio di sì.
Ma non basta. Dobbiamo anche lavorare a una umanizzazione del carcere. Per questioni di prevenzione anti Covid sono stati interrotti i colloqui con i familiari. Lei si era molto occupato della questione dell'affettività in carcere, che non deve essere un diritto negato...
Noi avevamo eliminato tutte le separazioni nei colloqui rimuovendo il bancone che divideva i detenuti dai parenti. Avevamo introdotto strumenti che permettessero anche il rapporto con i bambini, garantendo a loro dei percorsi protetti che evitasse il trauma del contatto con genitori detenuti in certi contesti particolarmente degradanti. Avevamo lavorato sul tema delle detenute madri. Tutte queste iniziative sarebbero state realizzate con il compimento della riforma che però non è avvenuto. Nella riforma si affrontava anche il tema dell'affettività in modo più strutturato. Rita Bernardini aveva coordinato un gruppo di lavoro che aveva prodotto una normativa andando in quella direzione. Io credo che anche quello sia un lavoro che debba essere ripreso. Ricerche europee ci dicono che un carcere umanizzato che non interrompa i rapporti del detenuto con l'esterno è un carcere che ha più propensione a rieducare; è un carcere che in qualche modo spinge le persone più meritevoli alla riconquista di un ruolo nella società. Non a tutti questo fa lo stesso effetto, beninteso, ma se guardiamo alle statistiche vale per la maggior parte dei casi.
Oggi sono 34 i bambini in carcere con le loro madri. Come si fa a considerare giusto tutto questo?
No non è giusto. Dobbiamo anche dire per onor del vero, che questo dato è dovuto, a volte, anche dalla scelta delle madri. Le madri preferiscono talvolta stare in una sezione ad hoc piuttosto che nelle residenze protette perché queste ultime spesso si trovano molto lontano dagli affetti. Nelle case ci sono condizioni migliori ma c'è l'impossibilità di vedere i parenti. Fatta questa premessa il punto è aumentare la discrezionalità del magistrato di sorveglianza per permettere di costruire delle pene alternative che consentano al bimbo di non stare dentro al carcere. Va detto che rispetto a 10 anni fa sono stati fatti molti passi avanti. Il numero delle case è aumentato. Il numero dei bambini in carcere è diminuito, ma anche uno solo è troppo.
Un'altra questione prioritaria è la salute mentale. Quest'anno, in 11 mesi, sono già 55 i suicidi in carcere. Psichiatri e psicoterapeuti denunciano la difficoltà di tenere insieme pena e cura. Anche per il doppio binario previsto dal codice Rocco, per cui uno sconta la pena e poi eventualmente ci sono le Rems. Troppo spesso vengono somministrati psicofarmaci perché nel carcere non ci sono le condizioni per fare psicoterapia. Che ne pensa?
Penso che torniamo al punto di partenza. L'unica soluzione al problema strutturale è l'individualizzazione del trattamento. È consentire al giudice di sorveglianza di valutare strada facendo quale sia la condizione di pena più funzionale alla condizione del singolo detenuto. Gli automatismi sono nemici della cura, lo credo che la chiusura degli Opg sia stato un passo molto importante. E molto attaccato dalla destra. Io credo che la sinistra dovrebbe essere orgogliosa perché quella era comunque una ferita alla Costituzione, che ha persistito fino a pochi anni fa.
Verissimo ma il dramma è che mancano sufficienti alternative...
Mi permetta di dire che l'esperienza delle Rems alla fine ha retto. Tutto sommato sono meglio questi problemi che avere persone in contenzione o che scontavano una pena senza condanna. Quando c'è un passo avanti va valorizzato, se non Io facciamo diventa difficile reclamarne degli altri, perché si crea una alleanza tra i critici e i nemici, tra chi pensa che sia troppo e chi pensa che sia troppo poco, ed essa impedisce di procedere.
Nei giorni scorsi siamo rimasti tutti molto colpiti da un sondaggio del Censis secondo il quale il 43,7 per cento degli italiani sarebbe a favore della pena di morte; una percentuale che sale addirittura al 44,7 se si tratta di giovani. Un dato decisamente sconcertante, non crede?
È il retaggio di una cultura populista xenofoba e razzista che nel corso degli ultimi anni ha trovato una sua egemonia. Più che stupirmi mi porrei il tema di come far tornare egemone una cultura democratica nel rispetto dei diritti fondamentali. Questo dato è in linea con il fatto che ci sono milioni di persone che anche nel nostro Paese guarderebbero ad ipotesi di assetto statuale in linea con la Polonia o con l'Ungheria. La nostra democrazia rischia di perdere la base sociale su cui si reggeva. Il punto non è tanto esecrare queste posizioni - cosa che va comunque fatta - ma interrogarsi su come si riconquista un fondamento su cui si regga una cultura democratica. Che non è stata conquistata una volta per tutte ed è diventata maggioritaria con molta fatica. Il nostro è un Paese che ha avuto sotto il pelo dell'acqua una cultura fascista che è sopravvissuta alla fine del fascismo. C'è stato il grande passaggio degli anni Sessanta e Settanta ma quelle conquiste sono ora minacciate. Questi sondaggi devono preoccupare ma anche muovere ad una autocritica, la sinistra deve superare la propria sufficienza rispetto ad alcune acquisizioni che vanno mantenute e gli va costruito un consenso intorno. O c'è una militanza politica che le sostiene o dubito che con gli editoriali si faccia egemonia.
M5s e Pd hanno visioni molto differenti in tema di giustizia. Lei aveva avviato la riforma della prescrizione nel 2017 ma poi è arrivato lo "spazza corrotti". Ora che fare?
Questo è uno dei punti su cui fare una seria verifica. Quando chiediamo un nuovo patto di legislatura è anche per chiedere di questo che stiamo dicendo. Sicuramente l'impostazione che è prevalsa dal M5s è molto distante dalla nostra. Sicuramente nei giorni in cui si doveva far passare la riforma nella scorsa legislatura ho trovato disponibilità anche in figure parlamentari significative nel M5s. Purtroppo è prevalsa una linea di populismo penale che segna il punto di maggior distanza in questo momento tra noi e il M5s perché, se dovessi dire, io non vedo distanze insormontabili, né sulla politica economica, né su quelle che riguardano la transizione ecologica, né persino sull'aspetto istituzionale. Su questo punto specifico, è vero, sono ancora più forti le tracce residue dell'ispirazione populistica che ha caratterizzato il M5s nella sua fase di crescita.
E allargando lo sguardo al contesto europeo?
L'europeizzazione del M5s, la progressiva adesione del M5S a un orizzonte europeo non si è ancora compiutamente accompagnata con la consapevolezza che l'Europa non è solo un mercato e una serie di istituzioni comuni. Europa è anche un luogo di salvaguardia di diritti fondamentali che non ha uguali in questo momento nel mondo.
La pandemia ha fatto sì che si cominci a parlare di una Europa della Salute, è una grossa e importante scommessa...
L'Europa ha ancora una scissione al suo interno fra Unione europea e Consiglio d'Europa che dovrebbe vedere una convergenza. Quanto sia necessaria l'abbiamo visto riguardo alla questione del veto ungherese. Si è arrivati ora a parlare di Stato di diritto. Ma se Polonia e Ungheria hanno potuto fare quello che hanno fatto evidentemente lo Stato di diritto non era così al centro di questo progetto politico europeo. Ricongiungere l'operato delle istituzioni che guidano le politiche europee con quello del Consiglio d'Europa e della Corte europea dei diritti dell'uomo è un punto fondamentale. Ci sono stati tentativi di far aderire tutta l'Unione europea al Consiglio d'Europa e in più occasioni ma le divisioni interne lo hanno impedito sino a oggi.
di Zita Dazzi
La Repubblica, 18 dicembre 2020
La senatrice ha presentato un'interrogazione parlamentare: "In carcere alte possibilità di contagio". Siamo tutti reclusi in questo anno di pandemia, ma c'è chi è più prigioniero di altri, più esposto a rischi e più abbandonato di tutti. Ed è pensando a questo che la senatrice a vita Liliana Segre firma una interrogazione al presidente del Consiglio dei ministri e al ministro della Giustizia per chiedere che i carcerati vengano inseriti fra le categorie da vaccinare con priorità contro il Covid.
La senatrice è da sempre molto sensibile a questo tema e nelle sue frequenti visite al carcere milanese di San Vittore ha sempre ricordato con riconoscenza come i detenuti furono gli unici che salutarono gli ebrei che venivano avviati ai treni per Auschwitz, nella Milano indifferente alla sorte di tante persone innocenti, fra le quali c'erano anche Segre, 13 enne, e suo padre Alberto.
Segre ha notato che il vaccino verrà somministrato in via preventiva al "personale medico e infermieristico, alle persone di età superiore a sessant'anni, ai malati cronici e affetti da più patologie, ad insegnanti e forze di polizia e comunque a quanti vivano o lavorano in condizioni in cui è impossibile assicurare il distanziamento sociale" ma sottolinea che "appare altresì necessario comprendere anche le persone affette da fragilità o comunque in condizioni tali da comportare un'elevata complessità assistenziale, nonché beneficiarie dell'amministrazione di sostegno". E ricorda che "nelle circa 200 carceri italiane vivono e lavorano oltre 100.000 persone, oltre a detenuti e detenute, anche operatori di polizia penitenziaria, personale socio-sanitario, amministrativo e di direzione".
Nell'interrogazione Segre assieme ai senatori Loredana De Petris e Gianni Marilotti evidenzia che secondo i "dati forniti dal ministero della Giustizia e ripresi dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà e dall'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Italiane, risultavano a metà dicembre 2020 1.023 persone contagiate, per lo più asintomatiche, di cui solo 31 ospedalizzate. Mentre fra il personale amministrativo e gli agenti di polizia penitenziaria risultano rispettivamente 810 e 72 contagiati".
Le conclusioni sono chiare: "Appare drammaticamente evidente come il carcere, nonostante le misure predisposte per il contenimento, sia uno dei luoghi in cui sono più alte le possibilità di contagio e diffusione, anche all'esterno, del contagio stesso" e quindi la richiesta è che anche i detenuti vengano vaccinati oltre a "personale di polizia penitenziaria, in quanto personale delle forze dell'ordine, previsione che per altro non tiene adeguato conto del fatto che lo Stato ha un preciso obbligo di garanzia nei confronti delle persone che sono affidate alla sua custodia durante tutto il periodo della detenzione negli istituti di pena".
Oltre a chiedere se il presidente Conte e il ministro Bonafede "non ritengano urgente la predisposizione di un piano vaccinale per detenuti e personale che lavora nelle carceri", Liliana Segre e i due collegi senatori chiedono "se non si ritiene altresì che, proprio per i rischi congeniti, l'insieme delle persone che vivono e lavorano nelle carceri debbano essere inserite sin dall'inizio fra le categorie con priorità sottoposte alla campagna di vaccinazione".
di Rita Bernardini
Il Riformista, 18 dicembre 2020
La domanda innocente di una bambina alla madre. Suo padre è detenuto a Tolmezzo, il supercarcere invaso dal Covid. Ecco due lettere che descrivono meglio di uno studio l'affettività negata a chi ha un genitore detenuto.
La prima l'ho ricevuta il 15 dicembre da una ragazza che oggi ha 22 anni. Quando suo padre era detenuto aveva solo 11 anni. Lo incontrai nel 2010 quando era ristretto nel carcere di Messina e io ero deputata. Rimasi sconvolta perché a quest'uomo, invalido, avevano dato una carrozzina troppo larga per muoversi nella cella stretta ove erano sistemati altri 5 detenuti.
Per andare nello squallido gabinetto era costretto a strisciare per terra per poi a fatica arrampicarsi sulla tazza del wc. In aula a Montecitorio presi la parola per dire a un allibito Ministro della Giustizia: "voi costringete un disabile in carrozzina (peraltro divenuto disabile a seguito del trattamento ricevuto in carcere) a strisciare per terra per andare in bagno!". Anni dopo, quando il padre era stato scarcerato, andai a casa sua, in un paesino sperduto della Campania. Trovai una famiglia splendida: "lui", che si stava riprendendo dal trauma della detenzione; la moglie, una giovane e colta donna che gli era stata a fianco nonostante le distanze e i pochi mezzi; le tre figlie tutte studentesse a pieni voti, tra le quali la ragazza che mi scrive oggi e che il giorno del nostro incontro aveva 15 anni.
Se papà è in carcere e tu hai solo 11 anni
"Non so se si ricorda di me. Avevo solamente quindici anni quando venne a trovare me e la mia famigliola. Lei è stata ed è tuttora un punto di ispirazione, una persona che non smetterò mai di ringraziare per quello che ha fatto e che non smetterò mai di ammirare, perché vedo che continua a combattere una battaglia infinita contro quelli che sono gli ORRORI delle carceri italiane. Quando penso di averLa incontrata (insieme al carissimo Marco Pannella) e abbracciata al tempo, mi si riempie il cuore di orgoglio, di gioia, di forza perché so che qualcuno che crede nei propri puri ideali c'è ancora. So che una categoria abbandonata, giudicata e spesso condannata ingiustamente può trovar voce nella sua! Inarrendevole Rita Bernardini. Il suo nome è una luce per le persone che vedono solo il buio anche quando fuori splende il sole, la sua sola esistenza è una coperta per tutte quelle persone che tremano il freddo, lontano dalle famiglie, dagli affetti, da tutto ciò che amano. Chiusi in un buco dal quale usciranno, secondo i calcoli e la lentezza della "Giustizia" italiana, tra molti, ma molti anni. Ricordo quando io dovevo stare lontana da mio padre. Era proprio la sera della vigilia e quando vedevo tutto il mondo festeggiare insieme, io me ne stavo buttata sul divano a stringere lettere e caramelle ricevute da quel posto che volevo demolire con tutta me stessa. Volevo solo riaverlo tra le braccia. Volevo ricevere il suo affetto e dormire tra le sue mani gigantesche... Poi un giorno, una luce. Lei. Grazie. Non la dimenticherò mai. La abbraccio immensamente forte e spero di poterla ancora incontrare".
L'altra lettera è stata spedita il 13 dicembre da E.D.R., una madre con una bambina piccola il cui padre è ristretto nel supercarcere di Tolmezzo ove si è sviluppato un focolaio che ha contagiato pressoché tutti i detenuti al Covid-19. È una madre consapevole dei diritti del minore e dei danni che subisce la sua bambina a causa del mancato rispetto della normativa italiana e delle convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro Paese.
"Mamma, perché non posso più abbracciare Papino?"
"Oggi è una data come tante per i soliti personaggi che negano l'esistenza di problemi importanti. Un'ulteriore sofferenza per tutti quei minori che quotidianamente sono intrappolati in un sistema che non gli appartiene e dal quale dovrebbero essere tutelati. Bambini, minori, anime innocenti che si trovano a vivere senza i loro legami fondamentali da mesi e mesi. Affrontare "l'affettività" all'interno di quattro mura e per il poco tempo che è concesso, ha delle ripercussioni sulla crescita del bambino. Ma quando tale situazione, al di fuori delle sbarre, si protrae per tempi che non possono essere definiti, il tutto diventa realmente assurdo. È impossibile pensare di parlare di "legami e relazioni", quando ci si trova dinnanzi a uno schermo o dietro un telefono.
Come si pensa di poter dare delle risposte certe a questi bambini? Come si pensa di poter colmare il vuoto che da quel maledetto mese di marzo è nei loro cuori? Ci siamo trovati in situazioni disastrose. Giorni trascorsi nella tortura, con contagi esponenziali neanche presi in considerazione. Se questo per voi è Giustizia, va bene così. Considerate però, che dietro a ogni detenuto, c'è una famiglia e in questa famiglia spesso ci sono minori. Riuscite a dare una risposta alla domanda posta da mia figlia? Riuscite a dare "una fine" a tutta questa situazione?
Come si possano tappare gli occhi, non considerando affatto il futuro del nostro paese: i nostri figli. Ricordiamoci che dentro gli occhi di ogni bambino, c'è spensieratezza, innocenza, semplicità, purezza e, un mare di sogni e desideri di felicità! Il nostro compito è sostenerli e accompagnarli in questo cammino, tutelandoli nella crescita.
Il vostro, è quello di restituirgli il diritto di avere un padre o una madre e poterseli vivere con relazioni stabili. È previsto da una legge dello Stato, non solo da diversi articoli della nostra Costituzione. L'art. 28 dell'Ordinamento penitenziario prevede infatti che "particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie".
di Susanna Marietti
Left, 18 dicembre 2020
La sicurezza non si garantisce tenendo in galera le donne responsabili di piccoli reati e i loro figli. Eppure sono ben 34 i bambini con meno di 3 anni che vivono in stato di detenzione con le madri. Ecco cosa si potrebbe fare per risolvere questa situazione senza separarli.
Le carceri non sono un luogo sano, per nessuno e in nessuna parte del mondo. Meno che mai possono esserlo per dei bambini. La salute è qualcosa di complesso, che non può ridursi alla semplice assenza di malattia. L'autentico concetto di salute rimanda a un benessere psichico, fisico e sociale complessivo, che abbraccia molti aspetti della vita della persona e certo l'ambiente penitenziario non può garantire a un infante.
Le carceri non sono un luogo sano, tanto meno in tempi di pandemia. Negli Usa alla fine di ottobre si contavano 1.122 morti tra la popolazione detenuta e 42 tra i membri del personale penitenziario. Dei 100 maggiori focolai di tutti gli Stati Uniti, ben 90 si trovavano nelle carceri. La politica statunitense dell'incarcerazione di massa e della severa punizione a ogni costo non si è fermata neanche davanti alla tragedia. In Italia per fortuna le cose sono andate diversamente, ma ciò non significa che non vi siano pericoli e che non sia urgente fare spazio per poter gestire tutte le misure sanitarie e preventive che in questi mesi abbiamo imparato a conoscere.
Oggi in carcere con 53.266 persone detenute vivono anche 34 bambini. All'alba della pandemia, alla fine del mese di febbraio 2020, le persone detenute erano 61.230 e i bambini 59. Tutto ciò per una capienza ufficiale di 50.568 posti, che si riduce di varie migliaia di unità se consideriamo le sezioni in manutenzione e non utilizzate.
Al 9 dicembre sono 1.049 le persone contagiate dal Covid-19, di cui ufficialmente solo 90 sintomatiche (41 di esse sono ricoverate in ospedale). Gli operatori penitenziari positivi al virus sono 853. Non è un caso che non si riscontrino contagi nelle carceri minorili, dove i posti disponibili sono 536 a fronte di 305 presenze. I 34 bambini in carcere al seguito delle loro madri si trovano in 13 strutture in giro per l'Italia. A Torino ve ne sono 5.
Circa un mese fa è uscita la notizia che due bimbi in questo istituto erano positivi al Covid. Se anche nel reparto nido del carcere femminile di Rebibbia a Roma vivono oggi 5 bambini e nell'Icam (Istituto a custodia attenuata per madri) di Lauro in Campania ne vivono 7, in ben 6 istituti (Bologna, Milano San Vittore, Foggia, Lecce, Agrigento e Venezia Giudecca) troviamo un solo bambino. Immaginiamo che la sua giornata sarà ancor più solitaria, ancor meno a misura della sua età, rispetto a quella di chi ha almeno un amichetto con il quale giocare.
Soprattutto in questa fase nella quale il carcere è un luogo ancor più isolato: non si entra e non si esce, o lo si fa con estrema difficoltà. Non verrà nessuno - il papà, la nonna o il volontario di qualche associazione - a prendere quel bambino per portarlo fuori a fare un giro se è bel tempo o a seguire qualche attività.
Negli ultimi decenni, il numero di bambini nelle carceri italiane è oscillato sempre attorno alla cinquantina, vedendo come margini superiori e inferiori della curva gli 83 della metà del 2001 e i 28 della fine del 2014. Quando nel lontano 1975 il legislatore previde nella legge sull'ordinamento penitenziario che la madre detenuta poteva scegliere se portare o meno con sé in carcere il proprio figlio di età inferiore ai tre anni, fece a mio parere una scelta di buon senso.
Ci sono situazioni nelle quali, tristemente, l'ingresso del bambino in carcere assieme alla propria madre è il male minore rispetto alla loro separazione. Io credo che il principio del superiore interesse del fanciullo imponga che gli ordinamenti siano dotati della possibilità di non separare il figlio piccolo dalla propria madre detenuta.
In questo senso, l'auspicio secondo il quale mai più un bambino dovrebbe varcare la soglia di un carcere va valutato in profondità e nella maniera più corretta. Non credo che nessuna delle due soluzioni normative in astratto possibili siano effettivamente perseguibili. Né quella che imporrebbe alla madre detenuta di lasciare il bambino sempre e comunque fuori dal carcere; né l'altra, quella di togliere alla pubblica autorità la possibilità di punire con il carcere una donna con giovane prole, che non sarebbe pensabile di codificare a livello normativo e che configurerebbe una categoria di persone a priori protette per legge.
Quel che si può e si deve fare è lavorare caso per caso alle storie di vita e giudiziarie delle donne che incontrano il carcere. La legge cosiddetta Finocchiaro del 2001, entrata simbolicamente in vigore 1'8 marzo di quell'anno, e le modifiche introdotte dieci anni dopo con la legge 62 del 2011 permettono, insieme alle altre opportunità fornite dall'ordinamento, di trovare strategie virtuose per evitare che donne autrici di piccoli reati frutto del contesto di marginalità sociale di provenienza piuttosto che di radicate scelte criminali debbano scontare la pena in carcere costringendo anche il proprio figlio dentro una cella.
Chi conosce le carceri sa che quando si entra in un istituto o in una sezione femminile si prova, ancor più che in un carcere maschile, una sensazione di indignato stupore nello scoprire che la detenzione è lo strumento che la nostra società sceglie di utilizzare verso coloro che lì si incontrano. Ma possibile che non abbiamo altre idee?
Possibile che categorie di persone così affaticate e vuote di pericolosità sociale vengano messe in galera e abbandonate a sé stesse? Possibile che non siamo stati in grado di affrontare il problema con strumenti sociali piuttosto che di repressione penale? È di pochi giorni fa il racconto del Garante regionale dei diritti dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, che riporta come una giovane donna in detenzione domiciliare con le sue due bambine presso la casa-famiglia protetta di Roma si sia vista rifiutare l'affidamento in prova al servizio sociale a quattro mesi dalla fine della pena. La donna, condannata per piccoli furti, ha sempre tenuto un comportamento irreprensibile durante l'esecuzione penale.
E allora perché il rigetto da parte del Tribunale di sorveglianza? L'affidamento in prova al servizio sociale è una misura alternativa più aperta rispetto alla detenzione domiciliare e decisamente più colma di significato. Invece di dover stare chiusi in casa a fare niente, consente di programmare una giornata piena di senso per il futuro ritorno in società.
Permette di lavorare, di seguire un corso di formazione professionale, di andare a scuola, di recuperare i legami famigliari. Tutto questo sotto lo stretto controllo dei servizi sociali e con la supervisione del magistrato. Nessuna libertà totale, ma semplicemente un modo più ragionevole per scontare quella stessa pena e per poter, nel caso concreto, garantire una vita migliore a due bambine. Ben vengano dunque eventuali miglioramenti delle leggi oggi in vigore.
Ma ben venga soprattutto un cambiamento culturale di fondo, che veda la pena carceraria veramente come misura estrema. Quei 34 bambini che oggi vivono in una cella potrebbero probabilmente uscire ad uno ad uno, con misure diverse e percorsi individualizzati per le loro madri. Il problema dei bambini in cella è figlio del problema più generale di una cultura che guarda al carcere come alla sola punizione possibile e che per tutto il resto grida all'incertezza della pena. La sicurezza non si difende tenendo in galera una donna con piccoli reati e i suoi bambini. Si difende creando per lei un autentico percorso di vita, che le permetta di non tornare a delinquere e di costituire un punto di appoggio materiale ed educativo per i suoi figli.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 18 dicembre 2020
Il deputato di +Europa Riccardo Magi ha presentato una proposta di legge per depenalizzare, che inciderebbe anche sul sovraffollamento. De Raho: la legalizzazione andrebbe contro le mafie.
Giustizia ingolfata e sovrappopolazione carceraria si devono alla medesima matrice, a un'unica causa: la criminalizzazione dei cannabinoidi. È quanto si evince dal confronto in commissione Giustizia alla Camera, dove ieri sono state prese in esame due proposte di legge, tra loro antitetiche, che insistono sulla riforma dell'art. 73 del testo unico sulle droghe. L'articolo che segna il motivo principale per cui in Italia si finisce in carcere: la detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti.
La pdl a prima firma di Riccardo Magi, Più Europa, punta a depenalizzare il possesso di droghe leggere. Ridurre le pene e rafforzare l'attenuante della lieve entità, che diventerebbe una fattispecie autonoma. E decriminalizzare la coltivazione domestica ad uso personale: la legge Magi sancirebbe che non è punibile in assoluto, seguendo la giurisprudenza più recente espressa anche dalle sezioni unite della Cassazione.
"Una soluzione che la maggioranza, con M5S e Sel più convinti, e una parte di Pd e Iv, considera con favore. È a loro che rivolgo il mio appello - dice Magi - Spero in una riforma coche riconosca il fallimento storico dell'approccio repressivo". La proposta di Molinari, al contrario, aumenterebbe la pena per l'aggravante dello spaccio. Prevede l'inasprimento persino per il "fatto di lieve entità", che a questo punto culminerebbe in un minimo della pena paradossalmente più alta del minimo altrimenti previsto.
L'obiettivo della Lega è palese: chiunque ceda anche solo cannabis, deve andare in carcere. Ma il dibattito in commissione ha permesso al Parlamento di acquisire dati incontrovertibili nel corso delle audizioni, tutte assai eloquenti. Per vederci chiaro il legislatore ha infatti chiesto lumi alle tre autorità più autorevoli in materia: Antonino Maggiore, direttore centrale per i servizi antidroga preso il Ministero dell'Interno, il Procuratore Generale Anti-mafia Cafiero De Raho e Mauro Palma, Garante dei detenuti.
I numeri parlano chiaro più delle parole: in merito ai reati di droga di lieve entità negli ultimi cinque anni - considerando dal 2016 al 30 novembre scorso - sono state effettuate 92.989 operazioni antidroga per cessione o detenzione ai fini di spaccio di 125.210 responsabili, dei quali 83.534 in stato d'arresto. Dell'elencazione voce per voce si è fatto carico il Ministero, tramite il direttore dell'antidroga Maggiore: "L'attività di contrasto estesa a tutto il settore stupefacenti ha portato a 109.167 operazioni di polizia, alla denuncia per trafficanti e spacciatori di 155.772 soggetti. Tra questi 107.873 sono in stato di arresto.
Anche in presenza di un piccolo spaccio le forze di polizia procedono all'arresto del responsabile in misura più che doppia rispetto alla denuncia a piede libero, a riprova di un ampio ricorso alla misura cautelare", ha concluso Maggiore. A prescindere dalla reale pericolosità sociale, la macchina della giustizia tritura indistintamente tutti. Lo sottolinea anche il Garante dei detenuti, Palma: "Oggi i numeri dei detenuti sono elevati nonostante i provvedimenti recentemente adottati. Per questo la concezione di una possibile gradazione di intervento dello Stato è a mio parere un elemento di valore" tanto più che "il 29,7% dei carcerati è colpevole di reati inerenti allo spaccio di sostanze stupefacenti".
Quasi il trenta per cento, circa un terzo di chi affolla i limitati spazi carcerari è dentro per reati connessi alla detenzione a fini di spaccio. Specifica Maggiore: "Le denunce a piede libero per piccolo spaccio sono pari al 31% del totale. Ciò vuol dire che nel 69% dei casi le polizie arrestano responsabili anche di situazioni di lieve entità. Il dato percentuale sembra tale da rendere non essenziale un ulteriore irrigidimento del sistema con riguardo una misura pre-cautelare dell'arresto". Consonante il procuratore generale antimafia Cafiero de Raho, quando accenna al fatto che con una qualche forma di legalizzazione ci sarebbe una fetta importante di mercato che verrebbe sottratto alle organizzazioni criminali.
di Giulio Cavalli
Left, 18 dicembre 2020
La pandemia, doveva essere la prova che in un mondo globale non ci si può disinteressare di ciò che accade agli "altri". Invece il nostro mondo si è ristretto ancora. E gli "altri" sono stati fatti sparire: di detenuti, poveri, diseredati e calpestati sembra che non sia il caso di parlare.
Forse dovremmo avere il coraggio di ammettere che questo 2020 è stato un anno nero per i diritti, che si fa una fatica immane a parlarne e a farne parlare, che perfino nelle pagine sempre assetate dei siti d'informazione e delle bacheche di politici sembra che non ci sia spazio per discutere di diritti calpestati e di dignità da preservare. È un movimento sottile che si è infilato sottopelle anche dei cosiddetti "attenti", quelli che comunque l'empatia l'hanno sempre esercitata con gli ultimi e che oggi in nome dell'emergenza si ritrovano schiacciati dalla morsa della pandemia che infligge prove sanitarie, economiche, sociali, lavorative.
Ci si aspetterebbe che nel momento in cui una buona fetta di popolazione rischia di finire tra gli ultimi per la crisi provocata dal Covid scoppiasse dappertutto una rinnovata empatia, una coinvolgente solidarietà e un nuovo movimento di massa che riesca a tenere aperti gli occhi su ciò che accade "fuori" da noi, al di là della nostra ristretta cerchia di conoscenze e dei nostri abituali contatti sociali. E invece, per ora, poco o niente.
"Occupati di sopravvivere e non sprecare energie e tempo per occuparti dei sopravviventi" è il comandamento di questo 2020: la lezione risuona invertita. Se davvero il coronavirus ci ha insegnato che può capitare a tutti di ritrovarsi in condizioni che non avremmo mai sospettato nemmeno nei nostri momenti più bui la reazione spropositata da parte dei più è la solita visione egoriferita che vede nei diritti degli altri la causa della contrazione (se non addirittura uno scippo) dei nostri diritti.
Doveva essere la prova che siamo un mondo globale che non può permettersi di disinteressarsi di quello che accade dall'altra parte del mondo e invece con la pandemia il nostro mondo si è ristretto, ancora, ancora una volta. Si è ristretto fisicamente nelle quarantene obbligate che ci hanno costretto a guardare nelle minuscole case di moltissimi italiani ma si è ristretto anche dal punto sociale, sentimentale e dell'ampiezza del pensiero.
Lo scopo è uscirne vivi, uscirne in piedi e uscirne "nonostante" gli altri, mica insieme agli altri. Una sorta di sovranismo al cubo, fuori dall'ideologia politica ma perfettamente aderente al sovranismo politico che attraversa il mondo, per cui l'unica vera patria è rio e al massimo i parenti più stretti, quelli che sono stati anche certificati e burocratizzati dal termine "congiunti". Se prima come spauracchio funzionava l'immigrazione (pompata e raccontata sovradimensionata) ora il virus svolge lo stesso ruolo senza nemmeno bisogno di acrobazie linguistiche: occupati di te, pensa a te, pensa ai tuoi cari, lascia perdere tutto quello che sta lì fuori.
Un lockdown delle responsabilità che ci regala un ragionamento infeltrito e localissimo: si sorvola sugli spaventosi numeri di contagi e di decessi nazionali ma si sobbalza se un amico o un vicino contrae il virus. Il tracciamento che non è stato fatto a livello nazionale circola velenoso di quartiere in quartiere per scuoiare l'untore e per rinchiudersi dentro.
È un processo che era già iniziato da anni con il federalismo delle responsabilità che ci avevano inoculato lentamente e che ora ha preso a correre: la responsabilità sociale di cui ci sentiamo investiti anni fa si limitava al nostro territorio nazionale (quanto si faticava a scrivere e raccontare delle ingiustizie dell'altra parte del mondo), poi si è ristretta alla propria regione, bastava che quella fosse la locomotiva d'Italia per sentirsi al sicuro e tutelati, poi ha cominciato a bastarci che la nostra città fosse una città tranquilla e che ce frega perfino del resto del territorio regionale, poi addirittura che il nostro quartiere fosse un quartiere tranquillo, perfino che il nostro condominio fosse infine un sereno condominio e ora le dimensioni si limitano al nostro pianerottolo, dentro il nostro appartamento.
Tutto il resto è pleonastico, poco interessante, addirittura disturbante: "Mantenete le vostre energie per occuparvi delle vostre cose" è il comandamento generale. Così in questo 2020 spariscono tutti gli altri, ogni volta che si parla di poveri, di detenuti, di diseredati, di calpestati sembra che non sia il tempo e che non sia il caso di scriverne. Occupiamoci di non ammalarci, dicono e così c'è sempre un "ma anche" da sputare di fronte a ogni ingiustizia.
"Come possiamo occuparci degli altri se prima non ci occupiamo di noi?", dicono quelli che vorrebbero indurci al sovranismo dell'io. E la retorica egoistica funziona, eccome se funziona. Il virus ci ha cambiati, sì, e ha cambiato anche la voglia di fare informazione larga: meglio intervistare una schiera di presunti virologi (meglio ancora se sono in netto disaccordo tra di loro) piuttosto che raccontare dei focolai nelle carceri o delle file per il pane. In nome dell'emergenza ci invitano a non occuparci dei diritti degli altri con il solito errore di non capire che quegli altri, prima o poi nella vita, potremmo ritrovarci ad essere noi. E la solita storia, sempre quella, questa volta con l'ombra del virus. E intanto l'empatia muore. E come ci si può occupare di diritti con l'empatia rinsecchita?
rovigooggi.it, 18 dicembre 2020
La Fp-Cgil chiede un incontro con Zaia per parlare del carcere di Rovigo, invoca anche l'intervento del Prefetto. Secondo il Sindacato il piano operativo per la prevenzione e il contenimento emergenza sanitaria Covid-19 negli Istituti Penitenziari. Emergenza Covid-19 che non risparmia i Penitenziari, quello di Rovigo è stato individuato come Istituto "contenitore" di detenuti positivi al Covid 19 provenienti da tutto il Distretto del Triveneto.
Gianpietro Pegoraro, Coordinatore Regionale Veneto Fp-Cgil Penitenziari, il segretario generale Fp-Cgil, Davide Benazzo e Franca Vanto, segretaria regionale della Fp-Cgil Veneto, sottolineano che sono 34 i posti per detenuti positivi covid-19 classificati di alta e media sicurezza, nella Casa Circondariale di Rovigo. "I posti sono collocati all'interno di un reparto detentivo dove di fronte allo stesso sono ubicati detenuti non soggetti a positività al Covid, e l'unico divisore è costituito da una rotonda con due cancelli a lati che separano i due reparti. Vi è un'unica via di accesso per poliziotti e non, poiché gli stessi usano per salire e scendere la stessa rampa di scale, identica cosa accade anche per i detenuti, che hanno anch'essi un'unica rampa di scale per salire e scendere".
Una situazione potenzialmente pericolosa sotto il profilo sanitario "Accanto al piano operativo si apprende, in questi giorni di una nota della Regione Veneto del 10 dicembre 2020 n. Prot. 525612, con la quale vengono individuati, presso il reparto interno "Sai" ulteriori 10 posti per contenere detenuti positivi al Covid-19. Ora non è ben chiaro se quest'ultimi 10 posti ricavati vanno sommati ai 34 posti inizialmente ricavati. Come non è chiara il modo con cui si effettua il servizio di sorveglianza ai detenuti collocati al Sai e di come si deve procedere qualora le condizioni dei detenuti positivi al Covid-19 peggiorassero".
I Sindacati lamentano il fatto di non essere stati coinvolti dall'Amministrazione Penitenziaria "pur sapendo che in entrambi i casi vi è una forte carenza di personale, di polizia e infermieristico. Ci preme far notare che non vi è un protocollo di prevenzione a favore di tutto il personale, poliziotti e infermieristico, condiviso da entrambe le Amministrazioni. Non vi sono direttive per il personale di polizia di come si deve comportare all'interno di un reparto di detenuti positivi e di come usare determinati Dpi e nel loro smaltimento.
Pieno d'incertezze è il modo con cui dovrà funzionare il reparto Covid, oltre alla sua collocazione che già abbiamo sopra riportato vi è anche il problema dell'avvicendamento del personale di polizia penitenziaria, che come prevede il vigente AQN. Esiste anche il problema dei tamponi da far svolgere a tutto il personale del carcere del carcere Rovigo, in particolar modo ai poliziotti ed ai detenuti, che vengono svolti, rispetto al personale infermieristico, con ritardo di circa due mesi tra un tampone e l'altro.
La mancanza di personale infermieristico, che non è garantito nell'arco delle 24 ore giornaliere, come mancano apposite apparecchiature di ventilazione qualora il paziente abbia difficoltà respiratorie. Va anche in questo caso evidenziato che la struttura ospedaliera di Rovigo, rispetto altre strutture risulta essere insufficiente e non attrezzata a contenere al proprio interno, reparto Covid, detenuti classificati AS. Questo pone il problema del piantonamento da parte del personale di polizia penitenziaria, qualora uno di essi viene ricoverato. Per quanto sopra esposto si chiede che sia aperto un confronto".
La Fp-Cgil chiede un intervento anche del Prefetto di Rovigo, Maddalena De Luca, del dg dell'Ulss 5 Polesane, Antonio Compostella e del sindaco di Rovigo, Edoardo Gaffeo, "si chiede un intervento affinché il piano oggetto e la nota della Regione non siano calate all'interno del carcere di Rovigo, ma si deve essere fatta una valutazione molto più approfondita sia da parte del Prap, che dalla Sanità, al fine di individuare altre soluzioni all'interno del Distretto del Triveneto, che non ricadano in un unico Istituto l'ingrato incarico di ospitare nel proprio interno detenuti positivi di altri Istituti, oltre ad un confronto sulla situazione organizzativa per far fronte ad eventuali positività che si possono riscontrare e/o nuovi entrati in carcere".
Covid e disabilità, una guida per salvaguardare il diritto alla salute e gestire il rischio contagio
di Carmela Cioffi*
Ristretti Orizzonti, 18 dicembre 2020
In questo momento di emergenza sanitaria, il rischio che una persona con disabilità venga discriminata nell'accesso alle cure è dietro l'angolo. Del resto già prima della pandemia, i disabili in ospedale erano costretti a districarsi tra macchinari inadatti, personale non adeguatamente formato, attese prolungate, vere e proprie "barriere sanitarie".
Per affrontare la gestione del rischio Covid-19 nelle persone con disturbi del neurosviluppo, con disabilità intellettiva, che vivono in strutture semiresidenziali, residenziali o che si trovano in contesti lavorativi, l'associazione Asmed - Associazione per lo studio dell'assistenza medica alla persona con disabilità e la Società Italiana di Ergonomia e Fattori Umani hanno elaborato una guida ad hoc.
Si tratta di indicazioni operative igienico-sanitarie ed ergonomiche messe a punto durante questi lunghi mesi di pandemia da Sars-Cov-2 sulla base dell'esperienza di un gruppo di professionisti che da tempo si dedicano al tema di diritto alla salute e disabilità.
La cooperativa "Spes Contra Spem", da anni impegnata sul fronte dell'assistenza ai disabili gravi e promotrice della "Carta dei Diritti delle Persone con Disabilità in Ospedale", vuole farsi portavoce del documento, anzi megafono su tutto il territorio italiano, perché non si ripetano più storie come quella di Tiziana, ragazza con disabilità che viveva in una delle case famiglia di 'Spes contra Spem', morta nel 2004 in un ospedale romano, sola e inascoltata. Nessuno aveva prestato ascolto ad alcune sue semplicissime richieste, come quella di chiudere una finestra o di abbassare l'aria condizionata. A quali condizioni il caregiver, cioè la persona che si prende cura di una persona disabile, può essere una risorsa per l'ospedale e per la persona stessa? È sempre più necessario pensare a una medicina "su misura". Cure appropriate significa risposte diverse da costruire nei contesti in cui ci si trova. È necessario cambiare paradigma.
Solo qualche esempio: è possibile effettuare il tampone in sedazione a coloro che non potrebbero farlo diversamente, oppure si possono ricercare soluzioni alternative adattate ad ogni singolo caso, sostenibili, ugualmente valide nella diagnosi e nel tracciamento dei contagi (raccomandare pratiche come il tampone salivare); con un posto libero in reparto, è possibile accogliere in ospedale il caregiver assieme alla persona con disabilità sospetto Covid e, in assenza del posto libero, si può predisporre una poltrona letto, creando le condizioni di sicurezza per tutti.
Per attuare l'obbligo di distanza fisica e mascherina, nelle strutture semiresidenziali e residenziali, possiamo coinvolgere le persone con disabilità senza imporre necessariamente regole, ma ad esempio giocando a lavarsi le mani dopo averle immerse nella cioccolata, danzando il tango a un metro di distanza e perfino immaginando di essere la Banda Bassotti quando si indossa la mascherina. Sono alcune delle buone pratiche descritte nella Guida, tenendo in equilibrio il diritto alla salute fisica con il diritto alla salute psichica, che deriva dalla possibilità di condurre una vita quanto più possibile simile a quella della popolazione generale. "Se rimettiamo al centro le persone e costruiamo le risposte attorno ai più fragili, agli ambienti di vita e di cura, elimineremo gran parte delle rigidità che sono di ostacolo nell'accoglienza e nell'assistenza di queste persone... i protocolli e le buone prassi verranno di conseguenza", spiega Luigi Vittorio Berliri, presidente di Spes Contra Spem.
Questo lavoro parte dal presupposto che tutte le persone abbiano diritto a una vita dignitosa e ricca. È un dovere di giustizia da parte della società mettere in grado le persone con disabilità di essere curate su una base di eguaglianza e non discriminazione, come è sottolineato anche nella Convenzione delle Nazioni Unite e nella 'Carta dei diritti delle persone con disabilità', che traduce i diritti contenuti nella "Carta europea dei diritti del malato".
Cosa proponiamo in concreto con questo documento per le persone con disabilità?
In conclusione "i principi pratici" sono:
• il diritto a ricevere le cure più adeguate alle loro necessità e al loro stato di salute, su base di eguaglianza con gli altri, e nello stesso sistema di erogazione di tutta la popolazione.
• il diritto a non subire discriminazioni per la loro condizione di disabilità.
• la necessità di rappresentanza dei loro bisogni negli organi decisionali per la gestione della pandemia, a livello regionale e nazionale.
• Il principio delle residenzialità a misura di persona, di nucleo familiare, che dovrebbe essere un elemento fondante nella gestione del rischio da contagio Covid-19, avviando così tutte le riorganizzazioni possibili nel breve e medio periodo, seguite da una riforma generale nel lungo periodo.
• I principi e metodi ergonomici del design for all - "progettazione universale" guida agli interventi di progettazione, riprogettazione e accomodamento degli ambienti di vita e di cura, degli arredi, degli oggetti d'uso quotidiano.
• il diritto di vedere applicato nella prevenzione, così come nei percorsi clinici, diagnostico terapeutici, il principio dell'accomodamento ragionevole, quali:
- esecuzione di test di provata affidabilità, che comportino una minor invasività ed una maggiore tolleranza (salivare, nasale superficiale), in sostituzione del tampone nasofaringeo e in caso di indisponibilità, adottare procedure di prevenzione adattate;
- presenza di accompagnatore durante la degenza ospedaliera;
- rendere possibili e sicure le visite dei familiari nelle residenze;
- rendere possibili e sicure le uscite delle persone con disabilità dalla residenza, nel rispetto delle misure di prevenzione necessarie;
- rendere possibili e sicure le normali attività delle persone con disabilità, alla stregua della popolazione generale;
- organizzare uno spazio vitale per le relazioni negli ambienti in cui prestare l'assistenza in caso di contagio da Sars-CoV-2 in condizioni asintomatiche e sintomatiche;
- priorità nella somministrazione del vaccino, quando disponibile, alle persone con disabilità residenti nelle RSD, nelle case famiglie e agli operatori che se ne occupano.
*Ufficio Stampa Spes Contra Spem
di Paolo Becchi e Giuseppe Palma
Libero, 18 dicembre 2020
Il deposito della memoria può avvenire soltanto per via telematica: è un rischio. "L'art. 24 della Costituzione definisce la difesa come diritto inviolabile, al pari della libertà personale e di domicilio. Questo era, quantomeno in teoria, fino all'arrivo della pandemia.
Nella Fase 1 dell'emergenza il settore del processo civile ha funzionato abbastanza bene con la soluzione della "trattazione scritta", anche se per l'avvio delle cause si è fatto un favore alle banche obbligando gli avvocati a pagare contributi unificati e marche con strumenti telematici, quindi con commissione bancaria. Regola in vigore ancora oggi.
Il processo penale, invece, ha funzionato solo grazie ad una buona collaborazione tra avvocati, giudici e cancellerie. Poi è arrivata la cosiddetta "seconda ondata" e, per quel che riguarda il processo penale, le cose sono peggiorate. Il decreto-legge 28 ottobre 2020 n. 137 ha introdotto una rilevante novità. La memoria difensiva prevista dal terzo comma dell'art. 415 bis del codice di procedura penale può essere depositata "esclusivamente" attraverso il portale del processo penale telematico.
Una obbligatorietà che probabilmente resterà in vigore anche dopo la fine dello stato di emergenza, sotto certi aspetti positiva visto che si può fare tutto comodamente dal pc di studio. Se il sistema funzionasse. Infatti, nonostante l'esclusività del deposito telematico, il sistema operativo funziona malissimo e necessita di una procedura di deposito un po' particolare. Facciamo un esempio. L'imputato riceve la notifica dell'avviso di conclusione indagini e si reca dal difensore di fiducia dopo 19 giorni dalla notifica dello stesso.
In extremis, visto che il termine per il deposito della memoria difensiva è di 20 giorni, ma ridursi all'ultimo momento è comunque un suo diritto. Prima del decreto-legge n.137/2020 l'avvocato aveva la possibilità di lavorare anche di notte e all'indomani recarsi in procura per depositare il cartaceo della memoria difensiva, degli allegati e della nomina a difensore di fiducia, ovvero - nel periodo emergenziale fino a ottobre - provvedervi via Pec all'indirizzo comunicato nell'avviso di conclusione delle indagini. Tutto regolare: diritti di difesa garantiti.
Oggi, nella pratica, non è più così. Il difensore dell'imputato, anche se già nominato in atti, è costretto a (ri)depositare la nomina a difensore sul portale telematico del processo penale (non via Pec) ed attendere la risposta della procura circa l'autorizzazione formale al deposito della memoria difensiva e suoi allegati. Se l'imputato si recasse dal suo difensore il famigerato diciannovesimo giorno, quand'anche l'avvocato provvedesse subito a caricare la nomina sul portale del ministero, non è detto che il giorno successivo la procura dia il consenso al deposito della memoria.
Se trascorresse un giorno in più, l'imputato non perderebbe il diritto al deposito della memoria (può farlo anche dopo), ma il diritto ad essere ascoltato dal Pm in sede di richiesta di interrogatorio. Qualche avvocato con esperienza potrebbe superare questa difficoltà evitando di optare per il rito abbreviato e scegliendo il dibattimento (rito ordinario), ma il problema - in punto di diritto di difesa - resta. Non va meglio il deposito via Pec degli altri atti del processo penale.
Il Ministero ha diramato un elenco ufficiale di indirizzi Pec per ciascun distretto giudiziario, ma qualche presidente di Tribunale ha derogato, con propria ordinanza, agli indirizzi del Ministero. Insomma, una giungla. Può accadere infatti che se l'avvocato rispettasse diligentemente gli indirizzi Pec del Ministero e non leggesse le ordinanze dei singoli Tribunali, rischierebbe di vedersi dichiarare l'inammissibilità del proprio deposito via Pec.
Con ripercussioni negative sull'imputato e sul diritto inviolabile della difesa. Sulle impugnazioni regna l'incertezza totale: in teoria sarebbe possibile l'invio tramite Pec dell'atto di impugnazione, ma qualche distretto giudiziario ha già fatto sapere che accetterà solo i depositi cartacei. A nostro avviso la soluzione migliore sarebbe quella del doppio binario - telematico e cartaceo - lasciando agli avvocati libertà di scelta.
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