di Nello Scavo
Avvenire, 22 marzo 2021
Gli ispettori delle Nazioni Unite hanno consegnato un report di 548 pagine. Dalle mazzette per tentare di pilotare la nomina del presidente alle accuse per l'intesa Roma-Tripoli. Tangenti per far nominare il nuovo presidente. Faide tra milizie e accordi indicibili con governi esteri. Il flop dell'embargo sulle armi. Le violazioni dei diritti umani, i campi di tortura istituzionalizzati. Il contrabbando di petrolio, armi, droga ed esseri umani, da maneggiare come pedine nella partita per il potere interno, spaventando i governi europei disposti a fare arrivare un fiume di soldi pur di millantare d'essere riusciti a fermare gli scafisti. E poi i rimproveri per il memorandum d'intesa tra Roma e Tripoli.
La Libia raccontata nelle 548 pagine dell'ultimo rapporto degli ispettori delle Nazioni Unite è uno Stato a pezzi, sfasciato sotto la spinta di potenze esterne, cannibalizzato dalle mafie che possono contare su referenti politici interni e padrini nei palazzi presidenziali all'estero. Nel dossier, che riassume le investigazioni dell'ultimo anno, ci sono omissis e molti fronti lasciati aperti. I tentativi di ricomposizione tra fazioni non sono facili, e forse anche per non scoraggiare un certo ritrovato attivismo della comunità internazionale il documento si tiene alla larga da previsioni catastrofiche. Ma non vuol dire scambiare la speranza con l'ottimismo.
Prendiamo i campi di prigionia, nei quali avvengono "tortura, violenza sessuale e di genere, lavoro forzato e uccisioni". I vertici delle Forze armate di Tripoli hanno spiegato all'Onu che quelle galere "sono una necessità della politica migratoria degli Stati membri dell'Unione Europea". E non è che l'inizio. Tra le pagine oltre a testimonianze e documenti ci sono copie di messaggi privati, foto satellitari, immagini scattate sul campo, contratti con mercenari e fornitori di armi. Tutto con nomi e cognomi, e con le conferme alle denunce finite in questi anni sulle dei giornali di tutto il mondo.
Cominciamo dalla fine. Dal recente negoziato per la nomina del governo unitario di transizione che dovrebbe condurre il Paese fino alle elezioni del 24 dicembre. Scrivono gli ispettori: "Durante il round iniziale del Forum di dialogo politico libico facilitato dalle Nazioni Unite, tenutosi all'inizio di novembre 2020, il gruppo (di esperti Onu, ndr) ha stabilito che ad almeno tre partecipanti sono state offerte tangenti per votare un candidato specifico come primo ministro". A quanto se ne sa, "i partecipanti al forum coinvolti nell'episodio sono stati categorici nel loro rifiuto delle tangenti", segnalate all'ufficio del procuratore generale libico, "che ha ricevuto denunce da membri del Forum e gruppi della società civile sulla questione".
Sullo sfondo il conflitto che non è ancora cronaca del passato. "I gruppi terroristici - si legge - sono rimasti attivi in Libia, anche se con attività ridotte. I loro atti di violenza continuano ad avere un effetto dirompente sulla stabilità e sulla sicurezza del Paese". Di armi, del resto, non ne mancano. L'embargo del 2011 "che obbligava gli Stati membri delle Nazioni Unite a impedire la fornitura diretta o indiretta alla Libia rimane totalmente inefficace". Non bastasse, "l'attuazione delle misure di congelamento dei beni e di divieto di viaggio per le persone indicate dall'Onu rimane inefficace", ha aggiunto il gruppo di esperti riferendosi anche a trafficanti di uomini e petrolio che hanno spostato capitali e patrimoni fuori dal Paese.
Per comprendere in che modo i drammi dei migranti prigionieri influiscano sulle dispute interne e nelle relazioni internazionali, il "panel of experts" menziona una serie di passaggi. "Nel febbraio 2020 è stato rinnovato per tre anni il memorandum d'intesa Libia-Italia sulla migrazione". L'accordo, i cui dettagli operativi non sono mai stati resi noti dai governi italiani, "prevede il supporto italiano alle autorità marittime libiche per intercettare le imbarcazioni e riportare i migranti in Libia. Nel luglio 2020 il parlamento italiano ha approvato la componente finanziaria dell'accordo".
Un mese dopo il rinnovo del memorandum, nel marzo 2020, "l'Ue ha deciso di porre fine a un'operazione contro il contrabbando di migranti che coinvolgeva principalmente aerei di sorveglianza, nota come Operazione Sophia, e di schierare navi militari con il compito principale di sostenere l'embargo sulle armi delle Nazioni Unite, sotto il nome di Operazione Irini". Il risultato è stato quello di fare il solletico agli scafisti, sottrarre il Mediterraneo centrale al prevalente controllo navale italiano, e non riuscire neanche a ostacolare la consegna di armi da guerra al generale Haftar in Cirenaica e al governo centrale di Tripoli.
Nel giugno 2020 la Libia ha firmato con Malta un accordo "nel settore della lotta all'immigrazione clandestina con il quale Malta si è impegnata a finanziare due centri di coordinamento e a proporre alla Commissione europea e agli Stati membri dell'Europa l'aumento del sostegno finanziario per aiutare il governo di accordo nazionale, in particolare, nel rendere sicuri i confini meridionali della Libia e nel rafforzare le capacità di intercettazione dei migranti". Nessun riferimento alla protezione dei diritti umani.
Nel corso dei colloqui con gli ispettori il ministro dell'Interno Fathi Bashaga, riconfermato anche nel nuovo esecutivo, "ha sottolineato che meno dello 0,5% di tutti i migranti in Libia sono detenuti in centri di detenzione (vale a dire, circa 2.000 dei 574.146 migranti presenti in Libia a novembre 2020). La stragrande maggioranza era tenuta in strutture non ufficiali in condizioni di vita degradanti".
Tra le strutture ufficiali, che dunque ricevono sostegno dal governo centrale attraverso vari progetti di finanziamento dall'Italia e dall'Ue, il luogo peggiore resta Zawyah, il centro petrolifero sulla costa, lungo la strada tra Tripoli e il confine con la Tunisia. Il campo di prigionia si chiama "Al-Nasr", dal nome della milizia che lo gestisce da un decennio. "Il panel ha scoperto che il suo direttore de facto, Osama al-Kuni Ibrahim, ha commesso diverse violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani". Si tratta di un nome noto ai lettori di Avvenire. Nel settembre del 2019 per la prima volta abbiamo pubblicato le sue foto e ricostruita la sua storia, legata a doppio filo con il comandante "Bija" e i capi della potente milizia, i fratelli Kashlaf.
Negli ultimi mesi la milizia ha subito per mano del ministro dell'Interno Bashaga quello che sembra un avvertimento, con l'arresto nell'ottobre scorso dello stesso Bija "accusato di traffico di esseri umani e contrabbando di carburante".
Tuttavia, viene precisato, Bija si trova in "detenzione provvisoria". Curiosamente, le autorità non hanno fornito agli ispettori "dettagli sull'indagine riguardo le finanze e le proprietà" riconducibili a Bija. In ogni caso "le circostanze del suo arresto nell'ottobre 2020 dimostrano gli interessi contrastanti all'interno dei servizi di sicurezza del governo di accordo nazionale, a scapito dell'applicazione della legge". In altre parole al-Milad ha potuto godere di protezioni interne e internazionali e, al momento, anche la sua posizione giudiziaria non è delineata, tanto da definire "provvisorio" lo stato di detenzione.
A Zawyah i migranti prigionieri "hanno raccontato di atti di rapimento a scopo di riscatto, tortura, violenza sessuale e di genere, lavoro forzato e uccisioni. Il centro è ancora in funzione, nonostante le dichiarazioni che regolarmente ne annunciano la chiusura". Nel report viene tracciata una mappa delle "rete di Zawyah" e dei molteplici interessi del clan al-Nasr.
"La brigata al-Nasr, guidata da Mohammed Al Amin Al-Arabi Kashlaf, mantiene il controllo del complesso petrolifero di Zawiyah. Fino alla sua detenzione, Abd Al-Rahman al-Milad (Bija) era il capo de facto del distaccamento della Guardia costiera libica presso il complesso petrolifero". Alcune nuove e più piccole bande di contrabbandieri hanno cercato di inserirsi nel business, "aumentando le tensioni con i gruppi preesistenti". Con scarsi risultati: "La rete Zawiyah - riassume il report - ha esercitato grandi sforzi per mantenere lo status quo in città e mantiene il suo ruolo centrale e preminente nel contrabbando di carburante".
Contrabbandieri e trafficanti possono ancora vantare un credito nei confronti del governo centrale. Durante l'aggressione del generale Haftar, la coalizione di milizie e forze armate che sosteneva il governo centrale di Tripoli (Gna), "i contrabbandieri sono diventati molto visibili nel corso della controffensiva.
Il 13 aprile 2020, un video online mostrava al-Milad (Bija) unirsi all'operazione del Gna a Sabratha", come mostra l'immagine qui sotto: l'uomo in alto cerchiato in rosso è proprio Bija durante i giorni della battaglia a sostegno del governo centale di Tripoli. Il 15 aprile 2020 un altro boss, al-Fitouri, "ne ha seguito l'esempio ed è apparso in un video online in cui ha dichiarato la sua cooperazione con il Gna". Molte immagini di uno dei fratelli Kashlaf "sono circolate online mostrandolo presumibilmente a Sabratha o a Surman", a riprova della "illegalità dilagante che ha avuto luogo intorno alla metà di aprile come parte dell'operazione del Gna".
Le esportazioni illecite di petrolio sono in calo, ma a causa del Covid. Al contrario non diminuiscono le operazioni dei trafficanti di esseri umani. Che i campi di prigionia ufficiali siano ingestibili anche a causa del sovraffollamento lo ha ammesso anche il colonnello Abdallah Toumia capo della guardia costiera di Tripoli: "Ha affermato al panel che a causa del sovraffollamento dei centri di detenzione, la Guardia costiera libica è stata "talvolta costretta a lasciarle andare i migranti".
Un "rilascio" che non ha nulla a che fare con la "liberazione". Poiché in queste circostanze, appena fuori dai porti di sbarco, i trafficanti attendono i migranti "rilasciati" per catturarli e condurli nelle prigioni clandestine. Ma a chi gli chiede il perché le gattabuie per stranieri non siano ancora stati chiusi, il colonnello Mabrouk Abdelhafid, capo del Direttorato anti-immigrazione illegale, risponde "collegando la necessità dei centri di detenzione alla politica migratoria degli Stati membri dell'Unione Europea, sottolineando che il 99% dei migranti presenti nei centri di detenzione erano stati intercettati in mare e consegnati dalla Guardia Costiera libica. Mentre ha respinto l'idea di chiudere tutti i centri di detenzione, ha presentato al panel una politica di riorganizzazione, che avrebbe dovuto interrompere le reti di contrabbando e consentire un migliore controllo da parte della Direzione".
A scaricare le responsabilità ancora una volta sui Paesi europei è proprio l'uomo forte del nuovo governo, il ministro dell'Interno Fathi Bashagha, che ha mantenuto l'incarico nell'esecutivo di transizione dopo essere uscito perdente nella corsa presidenziale. Incontrando il "panel" delle Nazioni Unite è stato categorico "ha riconosciuto le sfide poste dalla situazione dei centri di detenzione - si legge. Ma ha anche legato l'attività delle prigioni alla pressione esercitata da alcuni Paesi europei per impedire ai migranti di attraversare il Mediterraneo". In particolare alludendo all'Italia.
di Maurizio Martina*
Corriere della Sera, 22 marzo 2021
Secondo dati Fao, negli ultimi vent'anni le riserve di acqua dolce sono diminuite di oltre il 20 percento. Occorrono investimenti per l'irrigazione e gli impianti, l'occasione è oggi.
Due miliardi e duecento milioni di persone nel mondo vivono ancora senza accesso quotidiano alle risorse idriche. È fondamentale ricordare questo dato oggi, Giornata Mondiale dell'Acqua. Ma è ancora più importante agire ogni giorno con coerenza per fare in modo che questi numeri diminuiscano velocemente e si azzerino davvero, così da raggiungere l'ambizioso Obiettivo 6 dell'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.
Non possiamo non riflettere a fondo su come stia cambiando la situazione idrica in relazione ai cambiamenti climatici che stiamo vivendo. L'acqua è il bene comune primario per eccellenza ma spesso, a molti, sembra ancora sfuggire questa importanza. Secondo dati FAO, negli ultimi vent'anni le riserve di acqua dolce sono diminuite di oltre il 20 percento. Ciò impone soprattutto al settore agricolo, che è tra gli ambiti produttivi proprio il principale consumatore d'acqua con oltre il 70 percento dei prelievi idrici, un cambio di passo per produrre di più con un minor dispendio di risorse.
È questa la sfida irrinunciabile se si vogliono davvero fare passi verso una maggiore sostenibilità dei modelli produttivi territoriali. Da una parte in diverse zone del mondo la carenza cronica d'acqua è ancora una drammatica emergenza che minaccia la sicurezza alimentare di intere comunità e dunque la vita di milioni di persone. Dall'altra, in troppe zone del pianeta, assistiamo ogni giorno a sprechi e perdite idriche: un contrasto insopportabile e insostenibile.
Per l'ottanta percento dei terreni coltivati e il sessanta percento della produzione agricola mondiale, l'apporto d'acqua dipende innanzitutto dalla piovosità e bisogna dunque insistere per investimenti nella raccolta e nella conservazione delle acque nelle zone irrigate e per la modernizzazione dei sistemi irrigui in quelle aree che necessitano di metodi irrigui artificiali. È necessario accompagnare questi investimenti anche con le migliori pratiche agronomiche, valorizzando le varietà colturali più resistenti alla siccità ed è centrale applicare efficaci sistemi di assegnazione delle risorse idriche, come i diritti e le quote regolati dai soggetti pubblici a garanzia della collettività, per garantire un accesso equo a questo bene essenziale.
Di certo l'acqua non può essere trattata alla stregua di un semplice bene di consumo e di mercato. Il quaranta per cento delle persone che vivono in aree in cui l'agricoltura ha gravi carenze d'acqua è localizzato in Asia orientale e sudorientale. Condizioni analoghe di grave difficolta si vivono in Africa settentrionale e Asia occidentale. Nella sola Africa subsahariana sono cinquanta milioni le persone che vivono dove almeno ogni tre anni si assiste a una grave siccità con conseguenze disastrose su pascoli e coltivazioni. In sintesi, dove manca l'acqua ci sono povertà e fame.
Accanto a questi dati assai difficili, ce ne sono altri che lasciano sperare. Diverse analisi indicano che entro il 2050 le superfici coltivate con tecniche irrigue cresceranno ovunque nel mondo e raddoppieranno in particolare nell'Africa subsahariana. In queste zone, dove solo il tre percento delle terre coltivate è attrezzato per l'irrigazione anche a causa delle difficoltà a operare sui regimi di proprietà e sull'accesso ai finanziamenti pubblici, supportare i sistemi irrigui di piccola scala può essere di gran lunga più promettente che sostenere grandi e complessi progetti.
Se ci spostiamo nel nostro Paese, di certo dobbiamo riconoscere che l'Italia certo ha caratteristiche proprie, ma non è esente da questa sfida. Sulla penisola cadono circa mille millimetri di pioggia ogni anno e i fenomeni metereologici - come sappiamo - si sono radicalizzati per intensità negli ultimi anni. Allo stato attuale dei dati forniti dall'Associazione Nazionale Consorzi di gestione, nel nord Italia assistiamo a un calo delle riserve idriche mentre di segno opposto è la situazione dei bacini nel mezzogiorno.
I cambiamenti climatici in atto anche alle nostre latitudini accentuano l'andamento torrentizio dei più importanti corsi d'acqua. Non si tratta di un cambiamento di poco conto. In troppe aree del Paese, specie al Sud purtroppo, assistiamo a sprechi e perdite d'acqua e a una scarsa capacità di raccogliere e gestire questo bene essenziale. Oltre il trentasette per cento dell'acqua immessa nelle reti dei comuni capoluogo si perde e non arriva ai cittadini mentre a livello agricolo sono circa venti i miliardi i metri cubi d'acqua usati nei campi per la produzione di cibo. Siamo i secondi in Europa, dopo la Spagna, in termini di superficie irrigata.
E proprio l'acqua introduce anche un differenziale significativo di valore, tra le colture irrigate o meno, stimato l'anno scorso nell'ordine di circa 13.500 euro a ettaro. Una differenza importante che ricade sulla redditività delle diverse esperienze agricole territoriali e di settore. Ci sono anche segnali positivi che indicano vie interessanti e moderne per una corretta gestione della ricorsa idrica. Dal lato delle tecnologie l'Italia possiede professionalità e competenze all'avanguardia che vanno certamente meglio valorizzate. Ma anche nell'ammodernamento degli strumenti territoriali, a volte, si sanno sperimentare vie interessanti. Come ad esempio i Contratti di Fiume o di Foce che recentemente si sono diffusi in diverse zone e che creano le condizioni per una gestione aperta, accurata ed efficace insistendo su un approccio legato alla logica di bacino idrografico.
È indubbio che anche da noi occorre ora aumentare la resilienza dei territori ai cambiamenti climatici e riflettere strategicamente sul bene idrico migliorandone sia il risparmio che l'efficienza di gestione. Per questo, se c'è oggi la possibilità di concretizzare un salto di qualità degli investimenti infrastrutturali pubblici anche con le risorse europee, bisogna toccare anche questo fronte e supportare i lavori di ammodernamento degli impianti in grado di riportare a piena efficienza tanti bacini in difficoltà.
E servono invasi in tutto il Paese per raccogliere l'acqua piovana che oggi va sprecata 9 volte su 10. A metà del 1800, in Piemonte, prese le mosse la realizzazione del canale artificiale di cui fu tra i primi promotori proprio Cavour. Un'opera idraulica eccezionale a supporto dell'agricoltura, lunga ben ottantatré chilometri da Chivasso fino al Ticino.
Ancora oggi questo canale è una infrastruttura fondamentale di servizio per la nostra agricoltura e quelle terre e ci testimonia, concretamente, come sia possibile agire in modo corretto, innovativo e sostenibile proprio per gestire una risorsa straordinariamente preziosa come l'acqua. Il Recovery Plan può essere l'occasione per pensare a una nuova stagione delle infrastrutture irrigue del futuro. L'occasione è oggi.
*Vice direttore generale Fao
di Maurizio Crippa
Il Foglio, 21 marzo 2021
Avvicinare il male e "ripararlo". Per chi l'ha compiuto e per le vittime. Memorie (e pensieri) del criminologo Ceretti. "Professo', ogni sera, prima che io mi addormenti, il diavolo viene e mi accarezza i capelli". Una mattina d'autunno del 2016, in una cella del Due Palazzi di Padova, si sentì rispondere così da un detenuto. Lo avevano chiamato per una mediazione nel conflitto tra due carcerati, ormai fuori controllo. Non era certo la prima volta che oltrepassava i cancelli di una prigione, fa parte del suo lavoro, dei suoi molti lavori.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 21 marzo 2021
Emendamenti "garantisti" per applicare la direttiva europea sulla presunzione di innocenza appena citata da Cartabia alla camera. E scontro anche sull'utilizzo allargato del trojan. La coalizione extralarge rompe subito la tregua firmata sulla prescrizione.
La tregua sulla giustizia, costruita sul rinvio a fine aprile degli emendamenti alla riforma del processo penale, sarà messa alla prova la prossima settimana. Le avvisaglie ieri, quando Renzi ha ripreso il tiro al giustizialismo del ministro Bonafede, come se il 5 Stelle fosse ancora in via Arenula e non fosse stato tirato via da Draghi e sostituito con Marta Cartabia.
di Massimo Malpica
Il Giornale, 21 marzo 2021
La giustizia come spartiacque, il garantismo come bandiera da contrapporre ai grillini. All'assemblea di Italia Viva Matteo Renzi tende la mano al "nuovo" Pd di Enrico Letta, ma chiede di accordarsi sui paletti per camminare insieme, tornando a rimarcare le distanze dai Cinque Stelle.
di Davide Varì
Il Dubbio, 21 marzo 2021
Al bando canzoni che strizzano l'occhio alla criminalità organizzata. Il De Andrè di "Don Raffaè" avrebbe rischiato l'ergastolo. "La mafia vive di messaggi e certi messaggi vanno fermati. Qualsiasi sia il canale di cui si servono".
di Alberto Gentili
Il Messaggero, 21 marzo 2021
Intervista al vicepresidente del Csm: "Se troppo spesso l'accusa non regge o la sentenza è annullata, deve incidere sulla valutazione. Palamara? Responsabilità di singoli". La carriera dei giudici va legata alla fondatezza dei "processi". David Ermini, vicepresidente del Csm, ritiene necessaria "la riforma e una rifondazione etica della magistratura".
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 21 marzo 2021
Don Ciotti alla giornata in ricordo delle vittime della criminalità. "È necessario un pensiero nuovo, radicale e rigeneratore nella lotta alle mafie: se non rigeneriamo rischiamo di degenerare": il grido di allarme viene da don Luigi Ciotti, che ha partecipato all'evento romano della Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie è promossa da Libera ormai da ventisei anni e da quattro è riconosciuta per legge nazionale come ricorrenza ufficiale.
Ciotti ha parlato a Roma, all'Auditorium della musica, dove è stato letto l'elenco delle 1031 vittime della mafia censite dall'associazione, alla presenza di esponenti delle istituzioni e della società civile. "La lotta alle mafie non è una questione da delegare solo a forze dell'ordine, magistrati, prefetture, cui va la nostra riconoscenza - ha proseguito Ciotti - La repressione deve arrivare alla fine di un percorso".
Il presidente di Libera ha parlato anche delle Ong che soccorrono i migranti nel Mediterraneo, finite nel mirino di diverse procure. "Sostenere le Ong è un dovere - ha detto - vuol dire permettere loro di proseguire nell'attività di soccorso e far parte di quell'Italia che si oppone al naufragio delle coscienze".
Il tema riguarda la "legalità", che non può prescindere dalla giustizia: "Ci sono leggi inadeguate, funzionali a tutelare i potenti. Siamo chiamati a lottare contro impunità per i diritti umani calpestati, violati. Dobbiamo colpire impunità economica che perpetua le ingiustizie". Da qui il riferimento allo Ius Soli, di recente tornato nei radar del dibattito dei partiti. Per Ciotti "è una vergogna respingere lo ius soli, ancora una volta una grave emorragia di umanità".
A Napoli, il lungo elenco dei nomi delle vittime ha risuonato all'interno della sala sociale della fabbrica Whirlpool, luogo simbolo delle crisi e della precarietà. La città di Milano ha ricordato le vittime delle mafie con una cerimonia a Palazzo Marino. Dalla facciata del comune sono state stese otto lenzuola con i nomi di altrettante vittime della mafia uccise a Milano.
I nomi delle vittime sono stati proiettati sul campanile di Piazza San Marco a Venezia e della Mole Antonelliana a Torino. Molte iniziative si sono tenute nei luoghi della cultura chiusi per la pandemia: a Palermo al Teatro Massimo, a Locri al Teatro Greco di Portigliolo, a Torino in Piazza del Conservatorio Giuseppe Verdi.
Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale, ha scritto a Libera per lanciare l'allarme: "Con la pandemia, le mafie, e la sottocultura mafiosa, si stanno rafforzando". Dunque, dice il presidente della Camera, Roberto Fico, "lo stato deve arrivare prima". Per il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, "la lotta alla mafia deve coinvolgere tutti", istituzioni, società civile e "soprattutto i più giovani".
di Simona Lorenzetti
Corriere della Sera, 21 marzo 2021
Il diario drammatico narrato dalla famiglia del giovane, 24 anni, in carcere per una tentata rapina. Poi il trasferimento in una cella di osservazione del reparto psichiatrico, dove avrebbe dovuto trascorrere solo poche notti. La "liscia", così la chiamano al carcere Lorusso e Cutugno.
Non è una cella come le altre: è la numero 150 e si trova all'interno del Sestante, il reparto psichiatrico. Una stanza completamente vuota, priva di mobili e suppellettili. Le uniche parvenze di arredo sono un materasso, una coperta e il bagno a vista con lo scarico attivato dall'esterno. M., 24 anni, nella "liscia" avrebbe dovuto trascorrere solo poche notti, invece vi sarebbe rimasto per molto più tempo: oltre i limiti stabiliti dai regolamenti. "È rimasto nudo, con la luce sempre accesa e senza acqua corrente", denuncia il padre.
Il giovane entra in carcere nel dicembre del 2019: deve scontare due anni di reclusione per una tentata rapina. Prima viene mandato all'istituto penitenziario di Verbania, poi trasferito a Torino perché ha problemi psichici: la diagnosi è disturbo borderline della personalità. "Una patologia che è possibile curare con la psicoterapia", racconta il papà. In carcere, però, le sue condizioni di salute si aggravano ed M. tenta il suicidio. Basta questo per trasferirlo in una cella di osservazione del reparto psichiatrico: lì non c'è nulla con cui possa provare a mettere fine alla propria vita. Quel trasferimento avrebbe dovuto essere temporaneo. Invece M. ci rimane per diversi mesi. Uscirà nel febbraio del 2021, quando i genitori riescono a riportarlo a casa (sta scontando il resto della pena ai domiciliari). Un risultato raggiunto al temine di una strenua battaglia a suon di carte bollate, istanze davanti al giudice di Sorveglianza, perizie psichiatriche e interventi del garante dei detenuti.
"Mio figlio è stato sottoposto a un trattamento disumano. È stato denudato e abbandonato in una cella - spiega il padre. Per calmarlo lo hanno imbottito di psicotici. A nulla è servito insistere sul fatto che avesse bisogno di psicoterapia e non di trattamenti farmacologici, che per altro come effetti collaterali portano a depressione e suicidio". È un diario drammatico quello narrato dalla famiglia del giovane. "Mio figlio ha riportato anche alcune ustioni: si era rotta la finestra e non l'hanno riparata. Così in pieno inverno e con solo una coperta addosso per scaldarsi, si è rannicchiato vicino al termosifone fino a bruciarsi. Per quattro giorni, poi, non gli hanno fornito acqua in bottiglia e così quando dall'esterno attivavano lo scarico dei bagni, lui la raccoglieva prima che finesse negli escrementi. Lo hanno mortificato, insultato, umiliato".
Una perizia psichiatrica ha anche stabilito che M. era sottoposto a trattamento psicofarmacologico "esagerato" e "abnorme", con il rischio "non solo di aggravare e perpetuare la sintomatologia psichica e comportamentale, ma anche di ostacolare e compromettere le possibilità di recupero". "Da quando è a casa sta meglio, ma è uscito distrutto dal carcere. Ancora adesso ha gli incubi per quello che ha subito". Della vicenda di M. si è occupata anche Emilia Rossi, componente del collegio del Garante nazionale dei detenuti. Nel luglio dello scorso anno ha fatto un'ispezione. "Abbiamo riscontrato il disagio di questo giovane - spiega. Sono anni che denunciamo l'inadeguatezza del Sestante e soprattutto della camera liscia".
In un rapporto del 2017, il Garante ne chiedeva l'abolizione rilevando non solo le pessime condizioni igienico-sanitarie, ma anche "l'illegittimità dello stato di isolamento del detenuto" per un periodo superiore al limite di 15 giorni previsto dalla legge. E ora la storia di questo ragazzo è anche racchiusa nell'ultimo rapporto di Antigone, l'associazione che dagli anni Ottanta si occupa di diritti nell'ambito del sistema carcerario e alla quale la famiglia si è rivolta per chiedere aiuto. È stata scelta perché rappresenta un caso limite, la cui crudezza mette a nudo "quanta strada ancora c'è da fare per garantire diritti e protezione a chi vive all'interno delle carceri italiane", si legge nel documento.
di Carlotta Rocci
La Repubblica, 21 marzo 2021
Aveva 41 anni, era originario di Torino: aperta un'inchiesta. Un detenuto nel supercarcere Cerialdo di Cuneo si è suicidato questa notte impiccandosi con un lenzuolo nella sua cella. L'uomo, 41 anni, di Torino, è stato trovato dagli agenti di polizia penitenziaria che hanno dato l'allarme. Nemmeno il tentativo di salvarlo da parte di un'equipe del 118 è servito.
Ora sulla sua morte è stata aperta un'indagine. Il detenuto era stato trasferito a Cuneo da altri carceri ed era tenuto separato dagli altri detenuti perché già in passato si era dimostrato aggressivo nei confronti degli altri carcerati e degli agenti della polizia penitenziaria. Anche nelle altre case circondariali in cui era stato detenuto si erano verificati episodi violenti. Ora le indagini dovranno capire che cosa abbia spinto il carcerato al suicidio e come l'uomo sia riuscito a portare a termine il suo piano senza che nessuno riuscisse a impedirglielo.
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