di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 17 dicembre 2020
Il ministro Bonafede si è fiondato a Lamezia Terme per celebrare l'aula bunker del processo Rinascita Scott. E il lavoro? E la sanità? E i trasporti? Quelli possono attendere. Uno Stato rapido, efficiente, dal sapore nordico, nipponico, che irrompe in un mondo dal ritmo lento, dal cuore rassegnato.
Il ministro Bonafede che fa un passaggio lampo per celebrare il proprio trionfo: nella Piana di Lamezia Terme è sorta l'aula bunker dentro cui si celebrerà il processo elefantiaco Rinascita Scott. I muscoli del Governo sono scattati, hanno risposto alle esigenze della lotta alla mafia. Bonafede ha parlato di un messaggio chiaro, univoco: per la 'ndrangheta non ci sarà tregua, sarà processata nella sua sede naturale. Come se fosse un'intimazione di sfratto, una cacciata dal contesto sociale che ha annichilito.
I locali, riadattati in tempi strettissimi, dell'aula bunker sono quelli della Fondazione Terina, ente in house della Regione Calabria, prima ospitavano 700 lavoratori del call center di proprietà della Abramo Customer Care. I lavoratori erano già stati ridotti a 150 per la crisi in cui l'azienda versa da tempo, azienda che impiega in totale 3.000 calabresi in tutta la Regione. Gente che rischia di perdere il lavoro se non si troverà un modo per uscire dalla crisi.
Per gli impiegati di Lamezia è urgente trovare una collocazione logistica, posto che la Fondazione Terina non ha rinnovato il contratto di locazione, proprio perché i locali lametini sono stati destinati a un altro utilizzo: di sede processuale, appunto. E sì, i calabresi sono rimasti spiazzati. Uno Stato sprinter per rispondere alle esigenze di un processo, che di sicuro è una cosa buona.
E uno stato lumaca, anzi gambero quando gli interventi supersonici sarebbero utili per la questione occupazionale. E il ministro Bonafede è sceso per festeggiare un trionfo dello Stato, lo ha fatto con troppa velocità, e forse non la ha vista l'atmosfera di depressione. Atmosfera che sarebbe stata diversa se fosse sceso per tempo pure il ministro del Lavoro, per provare a dare soluzione a 3.000 lavoratori.
A Caulonia, che sta giusto sull'affaccio del mare opposto a quello di Lamezia, nel 2015 la piena dell'Allaro si portò via il ponte della statale 106, unica strada di comunicazione di un certo, se pur minimo, rilievo. Il ponte nuovo ancora non c'è, forse ci sarà a Natale, anche se è il quinto da promessa non mantenuta. E non c'è ancora tutta la nuova 106 promessa, non c'è ancora il tratto di 52 chilometri per completare l'autostrada del Mediterraneo, fra lo Jonio e il Tirreno c'è la galleria della Limina in cui prima di entrare ci si fa il segno della croce. La sanità è la poca cosa che era prima della pandemia. Il binario della jonica è il serpente solitario e senza elettricità del tempo in cui i treni andavano a diesel, e così ancora marciano con quella nostalgica puzza di gasolio e umanità transumante che è infissa nelle traversine di legno di castagno.
Lo Stato c'è ha detto Bonafede, ma con lui si è visto perché c'era la chiamata di una Procura. E lo Stato davvero c'è, e c'è sempre stato quando si è trattato di mostrare i muscoli. Ma in Calabria lo Stato che si vede è il consueto, quello che va dal ministero della Giustizia al ministero dell'Interno. Che i calabresi manco lo sanno che in un Governo ci stanno gli addetti al lavoro, all'economia, alla sanità, all'istruzione, trasporti, infrastrutture, turismo, spettacolo. In Calabria tutto è lento, gli scatti ci stanno solo se le chiamate arrivano dai Tribunali e dalle Caserme, che magari il diritto di voto, per i calabresi, lo si potrebbe limitare con riguardo a quei due dicasteri, ai quali gli si potrebbero pure attribuire tutti gli altri compiti che i Governi di solito hanno, perché in un lampo si rispondesse a esigenze che stanno fuori e intorno alle aule bunker.
di Nicola D'Amore*
Il Resto del Carlino, 17 dicembre 2020
La Casa circondariale Rocco D'Amato sta affrontando con sforzo e attenzione questa seconda ondata del Covid. Ma quello che manca, alla Dozza, è lo spazio, per riuscire a gestire in sicurezza l'altalena dei contagi. La situazione sanitaria in carcere è grave, ma gestibile.
Abbiamo circa settanta detenuti e una decina di agenti positivi. Ed è in atto una campagna di screening, per il contenimento dei casi. A differenza di quanto accaduto a marzo, ora c'è grande collaborazione da parte della popolazione penitenziaria.
Lo abbiamo visto con la gestione, in emergenza, delle cucine. La maggior parte dei detenuti che hanno contratto il Covid, infatti, lavora qui: per riuscire a mandare avanti il servizio ci si è attrezzati, con pragmaticità, sostituendo il personale in isolamento con personale della sezione femminile, dove non ci sono contagiate.
Tuttavia, con 716 detenuti in una struttura che ne può accogliere 500, ogni problema è amplificato. Ad aggravare la situazione, c'è la vetustà della struttura: molte celle, ad esempio, non sono dotate di doccia e questo significa andare a creare situazioni di promiscuità in un momento in cui la regola è garantire il distanziamento.
Sciogliere questo nodo sta alla politica nazionale, che dovrebbe agevolare le pratiche per la concessione di misure alternative alla detenzione e, invece di progettare nuove carceri, pensare a interventi di riqualificazione per quelle già esistenti. Criticità vecchie a cui si aggiunge la decisione di realizzare, a breve, la sezione di salute mentale al padiglione femminile: un ulteriore sforzo richiesto agli agenti di polizia penitenziaria. Lo stress, per lavoratori e detenuti, è tanto. Gli sforzi massimi. L'obiettivo è la sicurezza di tutti, ma stare in equilibrio su questo filo sottile è ogni giorno più difficile.
*Vice segretario regionale Sinappe
di Marco Preve
La Repubblica, 17 dicembre 2020
Ecco i passaggi fondamentali, e quelli più oscuri, delle ultime ore di vita di Emanuel Scalabrin. Decisivo per l'inchiesta sarà l'interrogatorio dell'altro detenuto presente quella notte. Cosa è accaduto nella cella di sicurezza della caserma di Albenga fra le 4 di notte e le 11 del mattino di sabato 5 dicembre?
È in queste sette ore, in questo lasso di tempo che Emanuel Scalabrin, 33 anni, tossicodipendente con precedenti per spaccio, arrestato alle 14 del giorno precedente perché trovato in possesso di cocaina e hashish, muore per un arresto cardiocircolatorio. È una morte misteriosa sulla quale la procura di Savona ha aperto un'inchiesta. I famigliari di Emanuel si sono rivolti ad uno studio legale per costituirsi parte civile.
Repubblica ha potuto visionare gli atti ed è in grado di ricostruire le ultime ore di vita del 33enne. Compito degli inquirenti e del medico legale sarà capire se il decesso sia conseguenza di un evento naturale, se il fatto che solo alle 11 i militari si siano accorti del decesso configuri negligenze ed omissione di soccorso, o se la morte possa essere conseguenza di traumi. La prima ricognizione del medico legale non avrebbe evidenziato lesioni e segni tali da fra ipotizzare un pestaggio, solo una ferita ad un labbro.
Ore 14 di venerdì 4 dicembre - Giulia, la compagna di Emanuel - e moglie del loro bambino - attualmente agli arresti domiciliari, è presente all'arresto. Racconta che si è trattato di un fermo in cui i quattro carabinieri hanno usato le maniere forti. I militari on lo negano, tanto che nel verbale d'arresto scrivono: "Avvedutosi della presenza degli operanti Scalabrin tentava la fuga spingendo e strattonando i militari. Era necessario l'intervento di ben quattro militari e l'applicazione delle manette di sicurezza per ridurne la pericolosità, un'azione che si protraeva per quasi trenta minuti dove Scalabrin scalciava e colpiva gli operanti a più riprese tanto che il brigadiere capo G. riportava una contusione alla coscia destra... giudicata guaribile in 5 giorni".
Ore 21.40 la visita in cella di sicurezza - Verso le 21 Scalabrin accusa un malessere e i carabinieri fanno intervenire la guardia medica. La dottoressa che lo visita riscontra tachicardia e pressione alta. Consiglia "l'accompagnamento al pronto soccorso per somministrazione metadone e monitoraggio delle condizioni cliniche".
Ore 22.57 visita lampo al pronto soccorso - I carabinieri seguono le indicazioni della Guardia Medica e accompagnano Scalabrin al pronto soccorso di Pietra Ligure. La permanenza nell'ospedale è uno degli elementi oggetto di approfondimento dell'inchiesta del pm Chiara Venturi. Il referto segnala l'ingresso alle 22.57, l'apertura della cartella clinica alle 22.59 e la chiusura della cartella clinica alle 23.02. In tre minuti, riferisce il referto, gli vengono somministrati 90 millilitri di metadone - che la madre di Scalabrin aveva consegnato ai carabinieri - e viene sottoposto a "visita pronto soccorso". Tre minuti appena.
Ore 01 di notte di sabato - Prende servizio il piantone di notte della caserma di Albenga. Nel verbale del giorno successivo spiega che al suo arrivo nelle celle di sicurezza sono presenti due persone. Scalabrin e un altro arrestato. Il militare spiega di aver sempre vigilato i detenuti "attraverso i monitor dell'impianto di videosorveglianza". Il militare sottolinea che l'altro detenuto era in stato di agitazione dovuta probabilmente all'astinenza da stupefacenti.
Ore 03 assistenza ad un altro detenuto - Arriva una dottoressa della guardia medica per visitare l'altro detenuto. Il piantone nel suo rapporto scrive "si sentiva chiaramente il russare dello Scalabrin, guardavamo dallo spioncino e ci rendevamo conto che russava in maniera molto rumorosa". Nel frattempo viene somministrata una terapia all'altro detenuto e alle 4 il piantone sveglia Scalabrin con un altro militare "gli chiedevamo dopo averlo svegliato se avesse bisogno di qualcosa e lui riferiva di voler andare in bagno". Dopo essere tornato dal bagno "beveva una bottiglia d'acqua fuori dalla camera di sicurezza, fumava una sigaretta e si sdraiava sul eletto per continuare a dormire".
Ore 07 di sabato mattina - Prende servizio un altro piantone. Nel suo verbale riferisce di aver controllato i detenuti sul monitor. Alle 8.30 l'altro detenuto (che diventa a questo punto un importante testimone) chiede di andare in bagno e mentre viene accompagnato i due militari guardano Scalabrin che sembra stia dormendo voltato su un fianco.
Ore 10.30 arriva l'avvocato - Il verbale dei carabinieri prosegue raccontando che alle 10.30 arriva in caserma il difensore di Scalabrin. I militari a quel punto vanno in cella "ma nonostante i tentativi per svegliarlo on rispondeva e notavano una carnagione insolitamente pallida". Scattava l'allarme.
Ore 11.20 arriva l'ambulanza - In caserma arriva l'equipaggio dell'auto medica del 118. Il dottore alle 11.40 constata il decesso e stima la "verosimile epoca della morte entro tre ore".
Le indagini e le perplessità - Il medico legale nei prossimi giorni dovrà fornire un resoconto complessivo sull'orario e sulle cause del decesso. I famigliari di Emanuel, attraverso gli avvocati Lucrezia Novaro e Giovanni Sanna dello studio di Gabriella Branca hanno a loro volta nominato come consulente il medico legale Marco Salvi. I carabinieri negano atti di violenza e le prime indagini, come detto, sembrerebbero confermare questa tesi.
Restano però due punti da chiarire. Il tecnico incaricato dalla procura di esaminar le immagini della video sorveglianza ha scoperto che l'impianto era privo di hard disk. La procura vuole capire se il disco fisso fosse presente in precedenza o se invece l'impianto ne fosse sprovvisto e se questa sia una scelta dettata da direttive precise per tutte le celle di sicurezza delle caserme.
Bisogna ricordare che Albenga è sede di una compagnia e non di una semplice stazione. Altro punto da approfondire è il ritardo nell'allarme. Appare insolito che nessuno si sia curato di svegliare, per la colazione o per andare in bagno, il detenuto Scalabrin fino a quando non è arrivato il suo difensore.
di Angela Stella
Il Riformista, 17 dicembre 2020
È deceduto nella cella di sicurezza: picchiato da agenti in borghese e arrestato in casa per possesso di coca, finisce in pronto soccorso ma dimesso subito. Il video della sorveglianza? Sparito. La Procura indaga. È ancora troppo presto per dire se siamo in presenza di uno nuovo caso Stefano Cucchi, ma certamente la morte di Emanuel Scalabrin merita attenzione e approfondimento investigativo.
Emanuel è morto tra la notte del 4 e 5 dicembre nella camera di sicurezza della caserma dei carabinieri di Albenga, in provincia di Savona, dopo essere stato arrestato durante un blitz antidroga durante il quale è stato trovato in possesso di 40 grammi di cocaina.
"La dinamica di quanto accaduto in quelle ore - ci dice l'avvocato Giovanni Sanna che assiste la famiglia insieme alla collega Lucrezia Novaro - ci lascia molto perplessi. Alcuni aspetti sono ancora da chiarire ma è comunque singolare che una persona muoia mentre è sotto la custodia dello Stato".
L'autopsia sul corpo del ragazzo non è ancora terminata, anche se i primi accertamenti del medico legale Francesca Fragiolini sembrano ricondurre il decesso a un problema cardiaco. Intanto però la Procura di Savona ha aperto un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti. Proprio per scongiurare un nuovo caso Cucchi, inoltre, il pubblico ministero Chiara Venturi, appena giunta sul posto, ha prontamente chiesto non solo una ispezione del corpo al medico legale, ma anche un confronto con il fotosegnalamento con l'obiettivo di rilevare eventuali ecchimosi successive all'arresto.
Ma vediamo quali sono le circostanze che potrebbero far pensare che dietro la morte di Emanuel, bracciante agricolo di 33 anni con problemi di dipendenza, ci possa essere qualche forma di responsabilità di terzi. Partiamo dall'arresto: secondo i racconti dei familiari, pubblicati dalla Comunità San Benedetto al Porto, fondata da don Andrea Gallo, "Emanuel verso le 12.30 del 4 dicembre si trova nella sua casa di Ceriale insieme alla compagna Giulia, mentre il loro figlio minore di 9 anni si trova presso una famiglia di amici.
Ad un certo punto mentre si apprestano a pranzare viene a mancare la corrente elettrica ed Emanuel esce dalla porta di casa per verificare se si tratta di un'interruzione o altro. Improvvisamente viene spintonato all'interno dell'alloggio da alcuni agenti in borghese che erano lì appostati per l'irruzione, lui viene trascinato all'interno della casa fino alla camera da letto e qui gettato sul materasso dove viene colpito in ogni parte del corpo torace, addome, schiena, viso ed estremità.
Emanuel urla e chiede aiuto, dice che non riesce a respirare mentre Giulia la sua compagna implora i carabinieri del nucleo di Albenga di fermarsi". Le fasi dell'arresto dureranno circa 30 minuti: un tempo forse troppo lungo, durante il quale la Procura dovrà accertare cosa sia veramente successo. Il ragazzo viene poi tradotto nella cella di sicurezza della caserma dei carabinieri di Albenga. Intorno alle 21 viene chiamata la guardia medica perché Emanuel non si sente bene e presenta sintomi patologici.
La Guardia Medica lo visita per circa un'ora e chiede ai carabinieri che l'uomo venga trasferito al pronto soccorso di Pietra Ligure per ulteriori accertamenti, avendo riscontrato pressione alta e tachicardia. E qui arriviamo alla seconda questione da chiarire: da quello che si sa al momento, Emanuel viene portato al Pronto Soccorso con l'auto di servizio dei carabinieri, la sua permanenza dura solo 5 minuti, e non gli sarebbe stato fatto un elettrocardiogramma, né alcun altro accertamento. Gli viene dato solo del metadone ipotizzando una crisi di astinenza per essere rispedito subito in caserma. Emanuel torna nella cella di sicurezza prima di mezzanotte.
Da quel momento in poi un cono d'ombra avvolge le sue ultime ore di vita. Solamente alle 11:00 del 5 dicembre i carabinieri si accorgeranno che il giovane padre non respira più, è morto. Dalle prime ricostruzioni sembrerebbe che i militari di turno abbiano tenuto sotto controllo Emanuel tramite le telecamere di videosorveglianza presenti nella cella.
Peccato però che, come riferito dal portavoce nazionale di Sinistra Italiana, l'onorevole Nicola Fratoianni, nell'annunciare una interrogazione parlamentare sul caso, "non esiste la registrazione del video controllo di sorveglianza, perché l'hard disk non c'è più".
Dunque sì tratta di una storia con ancora molti interrogativi. Cosa è successo durante l'arresto? Perché i sanitari non hanno approfondito il suo stato clinico? Cosa è successo nella notte in cui è morto? Forse si è lamentato e qualcuno ha cercato di zittirlo con la violenza? La morte di un ragazzo di 33 anni poteva essere evitata?
La Nuova Venezia, 17 dicembre 2020
La protesta contro il blocco delle visite causa lockdown e il sovraffollamento era iniziata con la tradizionale "battuta" delle stoviglie contro i ferri delle celle. Poi, però, una cinquantina di detenuti era passata a distruggere telecamere, suppellettili e persino a dare fuoco alle lenzuola, con spirali di fumo che uscivano dalle finestre del carcere, creando pericolo e scompiglio.
Ora la violenta protesta che ha scosso per giorni Santa Maria Maggiore in pieno lockdown, a marzo, è arrivata a giudizio: 23 i detenuti delle più diverse nazionalità (italiani, tunisini, marocchini, romeni, senegalesi, bulgari) che sono stati accusati di aver preso parte alle violente proteste e sono così stati citati a giudizio dal pubblico ministero Giorgio Gava, con l'accusa di danneggiamento aggravato e resistenza a pubblico ufficiale. Ieri, si è svolta la prima affollata udienza preliminare davanti alla giudice Marta Paccagnella, in aula bunker: in 7 hanno fatto richiesta di rito abbreviato, gli altri hanno deciso di difendersi in aula. Prossima udienza il 17 febbraio. Tra i difensori gli avvocati Federico Tibaldo, Mauro Serpico e Marco Zanchi.
Nei primi giorni di marzo, le proteste hanno scosso per giorni il carcere veneziano, che da sempre soffre per il sovraffollamento. I divieti di visita dei familiari a causa dell'emergenza coronavirus avevano fatto partire la rivolta in molti istituti in Italia. A Santa Maria Maggiore c'era così chi era passato dalle "battute" di protesta serali, alle vie di fatto. La tensione era andata crescendo.
Al secondo giorno di protesta decine di persone, hanno infatti deciso di passare all'azione: sezioni e telecamere interne distrutte, letti rovesciati, stoviglie rotte, persino principi d'incendio e fumo dalle ringhiere. Il carcere venne circondato da centinaia di agenti, carabinieri, finanzieri, polizia locale, controllato dall'alto da un elicottero, mentre squadre di vigili del fuoco vennero impegnate per mettere in sicurezza il carcere. In quei giorni, Santa Maria Maggiore contava 262 persone recluse a fronte di una capienza regolamentare di 159 posti (e di una capienza tollerabile di 239).
di Lucia Cappelluzzo
bergamonews.it, 17 dicembre 2020
L'appello di Valentina, mamma e moglie di un detenuto. "Sono la moglie di un detenuto del carcere di Bergamo. Mio marito per la seconda volta è in isolamento perché ci sono positivi, sono in isolamento per quindici giorni, 24 ore su 24, in spazi non adeguati, in tre o quattro in cella". Inizia così il racconto che Valentina ha condiviso con noi di Bergamonews, con un messaggio arrivato in posta di redazione. Poche righe in cui esprime una preoccupazione opprimente per la salute del marito detenuto nel carcere cittadino, dove si è insinuato il Covid-19.
"Viviamo nel terrore che possa accadere qualcosa. Abbiamo paura di non poterlo rivedere mai più. Siamo in piena pandemia e in piena emergenza: noi fuori dobbiamo mantenere il metro di distanza e rispettare tutte le regole. Indicazioni che non è possibile vengano rispettate anche in carcere: così chiusi tutto il giorno nella stessa stanza. Siamo molto preoccupati: non possono vedere nessuno e sono come abbandonati", continua a scrivere Valentina.
Sono due le sezioni del carcere di Bergamo chiuse all'inizio di dicembre per arginare la diffusione del virus, dopo che sono risultati positivi alcuni detenuti "comuni" (i carcerati ancora in attesa di giudizio) e alcune detenute del "femminile". Dal 16 dicembre è stata chiusa anche la sezione "penale" dove si trovano i detenuti che hanno già ricevuto il giudizio della pena.
Dopo la quarantena, la divisione "in rosa" è stata riaperta, mentre rimangono situazioni di criticità nella sezione dei carcerati con pendente giudizio e con giudizio definitivo, tanto che alcuni di loro sono stati traferiti nel carcere di Bollate e, lì, isolati. Circa venti, invece, sono gli agenti di sorveglianza risultati positivi e, quindi, per il momento, allontanati dalla casa detentiva bergamasca.
E lì, tra quelle mura recintate, porte automatiche, grandi altoparlanti e celle, ci si prepara ad un Natale diverso, senza visite e sguardi amorevoli di parenti e amici per via delle restrizioni Covid che impediscono ingressi esterni. Non riuscendo così ad avverare il più importante e sentito desiderio di Natale nelle celle bergamasche: quello di poter rivedere la propria famiglia. Un sogno condiviso anche dall'altro capo delle sbarre. "Sono preoccupata per i miei figli che non abbracciano il loro papà da dieci lunghissimi mesi come tanti altri bambini. Chiedono solo di vedere il papà e di poterlo andare a trovare. Non so più che cosa raccontare alle più piccole: è straziante sentire una bambina di 5 anni che ti dice 'mamma io non voglio nessun gioco per Natale. Voglio solo vedere il mio papà'", conclude Valentina nel suo racconto.
di Anna Spena
vita.it, 17 dicembre 2020
Durante il webinar "Strade percorse e possibili sviluppi per un nuovo metodo di intervento della genitorialità in carcere e della centralità del bambino" si è parlato del progetto genovese "La Barchetta rossa e la Zebra". Un nuovo metodo di gestione della genitorialità in carcere è possibile. Lo dimostra l'esperienza nelle Case Circondariali Marassi e Pontedecimo di Genova. Ora bisogna creare le basi per rendere il modello replicabile anche in altre carceri italiane.
"La Barchetta Rossa e la Zebra". Una barca, perché può contenere tutti. Rossa, perché i colori piacciono ai bambini. Una zebra perché le sue strisce ricordano le sbarre e le sbarre ricordano il carcere.
La storia di questo progetto inizia 3 anni fa, nel carcere maschile Marassi e nella casa Circondariale femminile Pontedecimo di Genova. La vita dei detenuti può cambiare attraverso il rapporto che hanno con i loro figli. E i figli dei detenuti, come tutti gli altri bambini, hanno lo stesso diritto a coltivare una relazione con i loro genitori.
Nell'evento della detenzione di uno dei due genitori, le relazioni genitoriali cambiano e i ruoli tra genitori si organizzano, o si riorganizzano. Quando il carcere irrompe non colpisce unicamente il soggetto detenuto, ma travolge l'intero sistema familiare, alterandone il funzionamento e la stabilità relazionale.
"Il progetto nasce con l'obiettivo preciso di mettere al centro il bambino in un mondo fatto di soli adulti. Rimettere al centro il minore significa cambiare prospettiva", spiega Elisabetta Corbucci, Coordinatrice del Cerchio delle Relazioni, l'associazione capofila del progetto, durante il webinar che si è tenuto ieri mattina, "Strade percorse e possibili sviluppi per un nuovo Metodo di intervento della genitorialità in carcere e della centralità del bambino", che ha restituito i risultati raggiunti in tre anni di lavoro e tracciato una strada affinché questo progetto sia replicabile anche nelle altre carceri italiane.
"La Barchetta rossa e la Zebra" è un'iniziativa dalle Associazioni territoriali genovesi del Terzo Settore: la Cooperativa Sociale Il Biscione, Veneranda Compagnia di Misericordia, il Centro Medico psicologico pedagogico LiberaMente, Arci Genova e Ceis Genova. La Fondazione Francesca Rava N.P.H. Italia Onlus, a cui è stata affidata l'opera di riqualificazione delle aree dedicate all'incontro dei bambini con i genitori detenuti nelle due Case Circondariali, è partner e promotore dell'iniziativa finanziata dal Bando Prima Infanzia (0-6 anni) dell'Impresa Sociale Con i Bambini. Insieme al privato sociale sono coinvolte le Istituzioni Pubbliche ed è stata sviluppata in sinergia con l'Amministrazione penitenziaria locale e dell'esecuzione penale esterna e con il Comune di Genova.
"La prima azione che ha riguardato la ristrutturazione degli spazi", continua Corbucci, "non è stata scontata. Garantire ai bambini uno spazio accogliente dove poter incontrare i genitori significa anche mettere a disposizione uno spazio "non vuoto" per esprimere le loro domande. Quegli stessi spazi sono diventati anche un'antenna sui bisogni degli adulti che accompagnavano questi bambini, quindi della famiglia intera".
Alla ristrutturazione sono seguiti i momenti di formazione, per le famiglie, per il personale penitenziario. Quello che è finalmente emerso in questi anni sono stati i "bisogni inaspettati", continua Corbucci. "I bambini spesso vengono tenuti allo scuro delle cose. Gli si dice che il papà è lì perché sta lavorando. E i momenti di formazione sono serviti anche a questo: a ridare il potere ai genitori di saper rispondere alle domande dei loro figli". In tre anni sono stati coinvolti 267 genitori, presi in carico 144 bambini e intercettati 267 minori.
"L'obiettivo adesso", continua Mariavittoria Rava, presidente della Fondazione Francesca Rava N.P.H. Italia Onlus, "è quello di mutuare l'esperienza maturata a Genova anche in altre carceri italiane, tenendo conto della specificità di ogni territorio. I genitori devono poter essere genitori sia fuori che dentro il carcere. Ci auguriamo davvero che nasca la figura dell'operatore "barchetta rossa" a livello nazionale". "La Barchetta rossa e la Zebra" ha cercato di raggiungere in questi anni due risultati: da una parte, favorire e rafforzare la relazione dei figli che hanno un genitore in carcere o sottoposto a misure penali alternative. Dall'altra, promuovere la cultura della centralità indiscussa del bambino che, improvvisamente, si trova a vivere in una dimensione adulta e critica come quella carceraria. Il senso profondo del progetto è la consapevolezza che i bambini con un genitore detenuto sono bambini fragili tra i fragili.
Tra gli ospiti in collegamento: Carlo Borgomeo, Presidente Impresa Sociale Con i Bambini,, Luca Villa, Presidente Tribunale per i Minorenni di Genova, Marco Bucci, Sindaco di Genova, Maria Milano, Direttore C.C. Marassi e Domenico Arena, Direttore Udepe.
strill.it, 17 dicembre 2020
Isolamento doppio: per la detenzione e per la pandemia. Eppur si studia. E anche in qualche carcere la didattica a distanza riesce a partire: è il caso della Casa Circondariale Ugo Caridi di Catanzaro, diretta da Angela Paravati, come rilevato dal Garante regionale delle persone detenute.
"L'istituto ospita oltre seicento detenuti" ci spiega la direttrice "e sono presenti i corsi scolastici della scuola dell'obbligo, gestiti dal Centro provinciale d'istruzione per gli adulti Cpia, e di scuola superiore di II grado: il liceo artistico, il tecnico agrario ed il professionale alberghiero.
A marzo, con lo scoppio della pandemia, i contatti con la comunità esterna sono stati necessariamente ridotti, ma mantenere i corsi scolastici è stata una priorità: per questo è stata avviata la didattica a distanza. Le lezioni scolastiche, oltre ad essere parte fondamentale del trattamento rieducativo, costituiscono un'occasione importante per quella parte della popolazione detenuta che è nata in contesti particolarmente deprivati e non ha avuto proprio la possibilità di andare a scuola. Senza contare il ruolo fondamentale che ha l'impegno nello studio per evitare tensioni e rivolte all'interno dell'istituto. Con la partecipazione attiva del funzionario informatico Donatella Chiappetta e dell'assistente capo coordinatore Pasquale De Luca è stato possibile organizzare in poco tempo le postazioni per consentire di seguire le lezioni a distanza."
Un'esperienza che ha visto in prima lineala dirigente Rita Elia dell'istituto comprensivo Vittorio Emanuele II, scuola superiore di II grado, e la referente del Polo didattico carcerario, la docente Gigliotti, che hanno collaborato con la direttrice del carcere ed il capo area educativa Giuseppe Napoli per trovare le migliori soluzioni. Grazie al Pon Smart class Cpia è stato inoltre possibile adesso fornire alcune lavagne interattive multimediali alla Casa Circondariale.
La dirigente Elia ha rivolto un particolare ringraziamento a tutto il personale anche non docente della scuola e alla dirigente dell'Ufficio scolastico regionale per la Calabria Maria Rita Calvosa, con l'augurio finale affinché "tutte le istituzioni prestino la giusta attenzione e sostengano l'attività nella Casa Circondariale di Catanzaro, così preziosa seppur silente." Il Covid non ha fermato la scuola in una frontiera sociale come il carcere: una notizia che, al termine di questo 2020, dà comunque speranza.
di Linda Meoni
La Nazione, 17 dicembre 2020
Lanciato crowdfunding per concludere il cortometraggio girato al Santa Caterina: manca la fase del montaggio e della post produzione. Il dolore di una madre non ha bandiere né lingue: nella sua drammaticità è talmente universale da unire. È quel che è accaduto nel corso delle riprese di "Liberi di immaginare", il corto cinematografico ispirato all'intenso Stabat Mater di Grazia Frisina, avvenute in un set davvero particolare, il carcere di Santa Caterina in Brana, con degli attori altrettanto insoliti, un gruppo di detenuti.
Il film che vede alla regia Giuseppe Tesi da un progetto dell'associazione pistoiese Electra Teatro è nato come "opera collettiva" sostenuta grazie al crowdfunding che ad oggi ha permesso di giungere al termine delle riprese. Uno step importante ma certo non definitivo: ora si apre una fase complessa, quella del montaggio e della post produzione, che richiede altrettante risorse economiche. Ecco perché la raccolta fondi (Iban: IT34T 07601 13800 00000953944; info:
"Siamo davvero grati ai supporter che finora ci hanno permesso di fare quanto abbiamo fatto - è il commento della presidente dell'associazione Elena Bernardini -: dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia alla Fondazione Giorgio Tesi, la Fondazione Un raggio di luce, la Misericordia di Pistoia e l'Ordine degli avvocati e i tanti privati che con qualsiasi somma hanno voluto rispondere "presente".
Ci appelliamo ancora una volta al pubblico perché questa opera, davvero di tutti, possa arrivare a compimento". Più di un anno è trascorso dall'idea al prodotto (quasi) finito, in una situazione che già partiva difficile per via della particolarità del set, poi complicata dalla diffusione del virus che come un po' ovunque è accaduto, ha rallentato la macchina e posto qualche ostacolo in più. "C'è stata una collaborazione inimmaginabile da parte dei detenuti - prosegue Bernardini - e questo non era affatto scontato, anche per la difficoltà del testo proposto e per la grande varietà di etnie e di culture presenti nel gruppo.
La parte loro assegnata era quella del coro che vuole rappresentare il sentimento popolare: il fatto di aver dato ai detenuti questa parte ci ha dato la possibilità di far loro esprimere pensieri propri, individuali, che raccontano l'esperienza della detenzione. Importantissimo è stato il lavoro sul testo di Giuseppe Tesi e Martina Novelli, che lo hanno reso più comprensibile e fruibile, evidenziandone l'aspetto umano".
Una decina i detenuti coinvolti e il contributo artistico di due attori professionisti come Melania Giglio e Giuseppe Sartori, con riprese avvenute per la quasi totalità in carcere - "di questo non possiamo che ringraziare sinceramente la direttrice Loredana Stefanelli, la funzionaria amministrativa Rosa Cirone e la polizie penitenziaria tutta per il grande lavoro di coordinamento" - con scene invece alla fontana do Buren a Villa La Magia, nella saletta anatomica e del Ceppo e persino dentro la Brana, oltre che un piccolo set sulla spiaggia della Lecciona. "L'idea, quando il percorso sarà terminato - conclude la presidente - è portare il corto in giro per l'Italia".
di Andrea Romano
Il Fatto Quotidiano, 17 dicembre 2020
Il progetto nato dall'impegno dell'Associazione Nairi Onlus e della Polisportiva San Precario permette a chi deve scontare pene medio-lunghe di trovare svago, impegno e nuove regole (anche di vita) nella squadra che milita in Terza Categoria (fuori classifica). L'allenatore Fernando Badon: "Ci alleniamo due volte a settimana, il martedì e il giovedì pomeriggio - ha raccontato - poi il sabato abbiamo la partita. Sempre in casa, visto che i ragazzi non possono uscire".
C'è un campo dove ci si abbraccia anche dopo un pallone sparato alle stelle davanti alla porta. Perché su quel prato più marrone che verde il calcio non è solo agonismo, è soprattutto evasione. Nel vero senso della parola. A suggerirlo è la forma stessa di quell'impianto.
Una tribuna, inaugurata nel 2018. Niente tifosi. Niente cori che piovono giù dalle gradinate per ammorbidire i muscoli degli avversari. Tutto il loro mondo è raccolto dentro quelle mura alte una decina di metri, tutte le loro speranze sono sostenute dallo sguardo benevolo di qualche agente e dei volontari. Poco. Eppure così tanto.
Perché questo è il mondo della Polisportiva Pallalpiede, la squadra nata sette anni fa nel carcere "Due Palazzi" di Padova con l'obiettivo di utilizzare lo sport nella rieducazione dei detenuti. Con risultati incredibili. E non tanto per la vittoria del torneo di Terza Categoria, arrivata nel 2019. Il progetto Pallalpiede è infatti riuscito a cucire insieme tante solitudini diverse, a sommare tanti "io" fino a farli diventare "noi". Anche se per poche ore a settimana.
E per riuscirci ha dovuto superare barriere linguistiche, pregiudizi, stereotipi e quelle gerarchie che all'interno del carcere finiscono con il calcificarsi. Italiani, nigeriani, senegalesi, albanesi, romeni, tunisini, marocchini. Tutti con la stessa maglietta. Tutti con un futuro fagocitato da un passato difficile. Al primo provino, nel 2014, si sono presentati in più di cento. Qualcuno aveva giocato nelle giovanili di qualche club importante. Altri non avevano mai calciato un pallone. Altri ancora non avevano chiare nemmeno le regole del gioco. Dettagli. Un'ulteriore scrematura ha portato la rosa della squadra a una trentina di elementi. Una panchina lunga, anzi lunghissima. Perché fra scarcerazioni, permessi e situazioni personali il rischio di ritrovarsi senza attaccante o senza portiere è piuttosto serio. Ora a guidare la Pallalpiede c'è Fernando Badon, una voce gentile con un passato da attaccante fra Serie B e C (Padova, Venezia, Cittadella, Forlì e Bassano) e un presente nel suo studio di progettazione di giardini.
"Ci alleniamo due volte a settimana, il martedì e il giovedì pomeriggio - ha raccontato a ilfattoquotidiano.it - poi il sabato abbiamo la partita. Sempre in casa, visto che i ragazzi non possono uscire". Proprio per questo "vantaggio" la Polisportiva è stata iscritta al campionato della Figc, ma fuori classifica. E la vittoria del 2019 non ha portato alla promozione in Seconda Categoria. Poco male, perché il lavoro del mister è già piuttosto complicato.
"Noi siamo l'unica squadra che ha un mercato sempre aperto - spiega sorridendo - facciamo provini in continuazione". Ed è vero. Di domande per entrare a far parte della rosa ne arrivano tantissime. Ma ci sono molti parametri da tenere in considerazione prima di tesserare un nuovo calciatore. "Alcune domande vengono scartate per limiti di età - racconta Badon - altre perché i ragazzi verranno scarcerati a breve e noi non possiamo permetterci di bruciare cartellini e visite mediche che per noi hanno un costo. Noi non guardiamo al reato che hanno commesso, ma al loro percorso in carcere e alla durata residua della loro pena, che deve essere medio-lunga, in modo da dare continuità". Ma non finisce qui.
Perché prima di poter entrare in squadra i nuovi giocatori devono firmare anche un codice etico, una lista di regole da seguire per garantire il rispetto degli organizzatori, degli avversari e dell'arbitro. E non è un caso che la Polisportiva abbia sempre vinto la Coppa Disciplina, il riconoscimento per la squadra più corretta del torneo.
"L'unica volta che l'abbiamo persa è stato per colpa mia - dice Lara Mottarlini, fondatrice e presidente dell'ASD Pallalpiede, nata dall'impegno dell'Associazione Nairi Onlus e della Polisportiva San Precario - nella distinta non avevo messo il luogo di nascita di un guardalinee ed è partita la squalifica. Ma anche in quell'anno eravamo stati i più corretti". La parte più difficile per Badon non ha niente a che fare con il lavoro sul campo. "Il vero problema è scartare chi si presenta ai provini, chi ti dice: "Mister io ci sono, vorrei giocare", e ti guarda con quegli occhi così grandi. Noi però non dobbiamo lasciarci commuovere, dobbiamo comportarci come se fossimo una quadra "normale".
Giusto, anche se è difficile non stabilire un rapporto empatico. Soprattutto dopo aver ascoltato le loro storie. Parabole in attesa di lieto fine che in molti casi non arriverà, dove la speranza cerca timidamente di prendere il posto della disperazione.
Così come è stato per G., 41 anni sulla carta d'identità, 22 dei quali passati in carcere. Per anni è stato il capitano della Polisportiva Pallalpiede, poi ha dovuto cedere fascia e scarpini. La sua pena finirà con lui, visto che è stato condannato all'ergastolo. Ma grazie alla sua buona condotta è riuscito a ottenere un permesso per lavorare in una mensa collegata al carcere. Esce la mattina e fa ritorno al penitenziario il pomeriggio. L'aver dovuto rinunciare al pallone gli pesa.
Una sofferenza lenita dalla possibilità di tornare a respirare l'aria fresca, di avvicinarsi a un concetto di normalità. G. divide la cella con G.. Erano amici fin da bambini, in Sicilia. Poi sono persi di vista. Hanno preso strade diverse ma ugualmente sbagliate.
E si sono ritrovati nella sofferenza del Due Palazzi. Anche G., che in carcere si è laureato, si è avvicinato alla Polisportiva. È l'incaricato della redazione delle liste. Una piccola responsabilità che lo inorgoglisce e che gli consente di seguire la squadra durante le partite del sabato. Il carcere di Padova, però, è una struttura all'avanguardia. Alcuni detenuti hanno la possibilità di lavorare in una pasticceria diventata ormai famosa. Altri invece sono impiegati al CUP. Prenotano le analisi nelle strutture pubbliche per i loro concittadini.
"Più di una volta mi è capitato di chiamare il centralino per fissare una visita e di sentire la voce di un mio giocatore - racconta Badon - mi hanno detto 'Mister, ma non si preoccupi, ci penso io, è in buone mani'". Fra questi c'è anche Natale, il nuovo capitano. È cresciuto negli Allievi della Lazio, ha giocato nell'Eccellenza e nella Serie D in Sicilia. Poi si è fatto trascinare alla deriva. Ora gioca un po' dappertutto. Centrocampista, mezzala, trequartista. Tanto che si è guadagnato la maglia numero 10. Il campo del Pallalpiede è un palcoscenico molto diverso da quello che sognava da bambino, ma è comunque il massimo a cui può aspirare adesso. Fra gli altri componenti storici della squadra c'è B., un ragazzo albanese condannato all'ergastolo. Non aveva mai giocato a calcio prima di entrare in carcere. Ora è diventato il jolly del gruppo. "Immaginati quando l'ho visto palleggiare la prima volta - racconta il mister - ora se non lo schiero si arrabbia. È bellissimo perché sembra di allenare una squadra vera. Io cerco di portare quello che ho imparato da calciatore professionista. Loro sono cresciuti, ora sanno fare per bene il riscaldamento, sanno come si entra nello spogliatoio, come ci si comporta prima e durante una partita. Sono diventati addirittura amici, etnie rivali si sono riappacificate".
Il potere dello sport che si stacca dalla retorica e dalla banalità per diventare realtà concreta. Molti di loro hanno bisogno di imparare delle regole. Proprio quelle che non hanno avuto da ragazzi. Perché sbagliare vuol dire essere fuori dalla squadra. Una volta per tutte. Qualche ragazzo che ha giocato con Pallalpiede è stato scarcerato e poi, dopo qualche tempo, ha varcato nuovamente la soglia del penitenziario.
"Chi è tornato ci ha chiesto di poter far parte di nuovo della squadra - spiega Badon - ma noi non li abbiamo ripresi. Sarebbe eticamente sbagliato. Andrebbe contro il senso del nostro progetto". Non un dettaglio da poco in un Paese che, secondo l'associazione Antigone, poco più di 10 anni fa aveva un tasso di recidiva del 68,45%.
"Uno dei problemi più grandi per noi - continua Fernando - è che ogni anno perdiamo per strada la metà dei nostri calciatori. Qualcuno viene scarcerato, altri hanno problemi personali, qualcuno attraversa dei momenti di crisi individuale in prigione. Non è semplice. Io li lascio il giovedì e li ritrovo il sabato. Senza avere altri contatti con loro. Così io provo a fare una formazione, ma prima della partita sono sempre lì con l'arbitro a vedere chi riesce a presentarsi fra colloqui, udienze con il magistrato e altre situazioni". Un progetto tanto nobile quanto delicato che ora rischia di entrare in sofferenza a causa della pandemia. Pallalpiede si è iscritta alla stagione 2020/2021 ma ha deciso di non scendere in campo. Anche per rispetto di chi vive in carcere e può andare incontro a situazioni piuttosto complesse in caso di positività.
Così i suoi calciatori, che già si sono visti ridurre colloqui e telefonate, hanno dovuto dire arrivederci anche alla partita del sabato. E allenarsi, quando possibile, non è esattamente come sfidare un avversario. Il progetto della Asd Pallalpiede, che ha vinto un bando regionale, ha un sostegno concreto dalla Regione e dal Comune di Padova, ma ogni contributo può fare la differenza in questa partita.
"Noi dobbiamo giocare sempre in casa - spiga Lara Mottarlini - quindi rispetto alle altre squadre abbiamo costi doppi, dalla tracciatura del campo fino alla pulizia degli spogliatoi. Per questo chi ci vuole aiutare può donare alla Asd di tutto: abbiamo bisogno di palloni, magliette, scarpe, contributi economici. Ora ci si è rotta la macchinetta per tracciare le linee del campo. Costa circa 600 euro".
Dal canto loro i volontari di Pallalpiede hanno investito un'altra risorsa, forse ancora più preziosa. Il loro tempo. "Quello che leggo nei loro occhi è la gratitudine - racconta Lara - mi ringraziano per il tempo che dedico al progetto e che magari sottraggo alla famiglia, a mio figlio. Sanno che io di calcio non ci capisco niente, ma sono sempre lì a guardare gli allenamenti, a dare una mano durante le partite". Sacrifici ricompensati dai risultati. E non solo da quelli che vengono dal campo.
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