inca.it, 22 dicembre 2020
La disciplina del lavoro svolto nel carcere, anche in favore dell'Amministrazione penitenziaria, deve essere equiparata a quella riconosciuta al lavoratore in libertà. È quanto ha stabilito il Giudice del Lavoro del Tribunale di Venezia, con una sentenza emessa il 15 dicembre, accogliendo il ricorso promosso dagli avvocati Marta Capuzzo e Giancarlo Moro, legali di Inca, contro l'Inps, che aveva negato l'indennità Naspi ad un detenuto, impegnato nell'assistenza ad un disabile durante il periodo di detenzione fino alla scarcerazione.
Per il Tribunale, dunque, è infondata la ragione adottata dall'Inps, secondo cui "ai soggetti detenuti in Istituti penitenziari, che svolgano attività lavorativa retribuita all'interno della struttura e alle dipendenze della stessa, non può essere riconosciuta la prestazione di disoccupazione in occasione dei periodi di inattività in cui essi vengano a trovarsi".
Rigettando le argomentazioni dell'Istituto previdenziale pubblico, la sentenza afferma la natura discriminatoria di tale comportamento, poiché, si legge nel dispositivo: "contrarie alle finalità del lavoro penitenziario e alla tendenziale equiparabilità di tale prestazione lavorativa al cosiddetto lavoro libero, più volte ribadito dalla Corte Costituzionale".
Pertanto, ribadisce il tribunale di Venezia, la cessazione del rapporto di lavoro penitenziario per scarcerazione, come nel caso esaminato, comporta che il detenuto-lavoratore si trovi nella condizione di disoccupazione involontaria, presupposto per il riconoscimento della relativa indennità Naspi. La negazione di tale diritto, continua la sentenza, "confliggerebbe con il principio di uguaglianza con il principio di cui l'articolo 3 della Costituzione", in quanto i "detenuti alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria sarebbero gli unici, nell'ordinamento, a versare la contribuzione atta a finanziare la Naspi senza potersene avvantaggiare". Per Inca Cgil, spiega Giuseppe Colletti, dell'Area Previdenza, "si tratta di una sentenza molto importante poiché oltre a ribadire il principio di uguaglianza nei trattamenti previdenziali, anche dei cittadini, privati momentaneamente della libertà, evidenzia la necessità di non vanificare ogni sforzo affinché si affermi la funzione rieducativa della pena e la prospettiva di un possibile loro reinserimento nella società libera".
di Alessandro Congia
sardegnalive.net, 22 dicembre 2020
Iniziativa promossa dall'associazione di volontariato Onlus che da anni sostiene chi è privato della libertà. "Un dolce Natale" è l'iniziativa che l'associazione di volontariato Onlus "Socialismo Diritti Riforme" ha destinato alle persone private della libertà della Casa Circondariale "Ettore Scalas".
Trecento confezioni di Pandoro sono state infatti recapitate nei giorni scorsi all'Istituto di Cagliari-Uta per rappresentare la vicinanza della società civile a chi sta vivendo un momento di difficoltà. Le confezioni, che sono state consegnate agli addetti alle cucine del carcere, dopo essere divise, verranno distribuite ai circa 600 detenuti in occasione delle Festività natalizie e d fine anno.
"Il Covid19 - sottolinea in una nota la presidente del sodalizio Elisa Montanari - ha accentuato il senso di solitudine di chi sconta una pena avendo determinato la riduzione drastica dei colloqui in presenza e l'impossibilità per i familiari di esprimere fisicamente affettività e partecipazione emotiva. Una condizione che, avendo ampliato il senso di isolamento, incide negativamente, aldilà dell'impegno degli operatori penitenziaria, soprattutto sulle personalità più fragili e/o con disturbi della sfera psicosociale. La nostra iniziativa intende ricordare alle persone private della libertà che il volontariato non le ha dimenticate".
"La ricorrenza delle festività di fine anno ed in particolare il Natale - ricorda Maria Grazia Caligaris di Sdr - è vissuto da chi sconta una pena sempre con particolare sofferenza. Quest'anno le condizioni rendono lo stato di detenzione ancora più difficile anche per le oggettive limitazioni derivanti dalle severe norme di prevenzione anticovid. L'associazione, grazie alla concreta azione della vice presidente Paola Melis, è riuscita a realizzare un progetto che con un positivo messaggio di vicinanza colma un'assenza indotta dalla pandemia".
"L'iniziativa - ha evidenziato Marco Porcu, Direttore della Casa Circondariale di Cagliari-Uta - è stata particolarmente apprezzata per la sua valenza simbolica. I detenuti e i loro familiari hanno dovuto seguire in questi mesi un rigido protocollo per evitare la diffusione del virus. Sapere che nonostante le difficoltà che tutta la comunità sta vivendo non viene dimenticato chi vive dentro un Istituto detentivo incoraggia anche gli operatori che quotidianamente ne condividono ansie e difficoltà".
vita.it, 22 dicembre 2020
La Cooperativa Spazio Aperto Servizi, dal 2005 al fianco di genitori in carcere e dei loro figli grazie al programma, attualmente attivo nelle case di reclusione di Opera e Bollate e nella casa circondariale di San Vittore. Un genitore in carcere, il papà o la mamma, per un bambino è uno spartiacque tra un prima e un dopo: da una parte la quotidianità familiare conosciuta e, dall'altra, l'assenza improvvisa di uno dei genitori e la necessità di trovare risposta alle molte domande e un nuovo equilibrio.
"C'è un percorso che sia il bambino sia la famiglia devono attraversare, fatto da difficoltà ad orientarsi, da rabbia, paure e desiderio di non perdere pezzi del proprio mondo, per quanto assai imperfetto sia. Ed è questo che facciamo da 15 anni all'interno degli istituti di pena in cui siamo presenti: accompagnare le famiglie che vivono l'esperienza detentiva, salvaguardando innanzitutto il diritto del bambino a mantenere il legame con il proprio genitore, a sentirsi protetto e rassicurato".
Con queste parole Maria Grazia Campese, presidente di Spazio Aperto Servizi racconta l'impegno della cooperativa che oggi festeggia il 15° anno del progetto "Genitorialità in Carcere", un percorso di sostegno a situazioni familiari di particolare fragilità e a cui lavorano psicopedagogisti, psicoterapeuti, criminologi, mediatori familiari con una lunga esperienza negli istituti di pena e con una specifica formazione.
Un importante anniversario per il programma, attualmente attivo nelle case di reclusione di Opera e Bollate e nella casa circondariale di San Vittore, avviato proprio nel 2005 grazie al sostegno e alla lungimiranza dell'allora Direttrice del Carcere di Bollate e di alcuni operatori di Spazio Aperto Servizi che hanno iniziato a sperimentare nuove modalità per accompagnare le relazioni tra i figli e i papà e/o le mamme detenute.
Il progetto "Genitorialità in Carcere" si rivolge a nuclei familiari attraversati dall'esperienza detentiva con l'attenzione a rendere tale esperienza più sostenibile per i minori coinvolti. L'intervento si avvale di psicologi che seguono, attraverso percorsi di sostegno, il genitore detenuto, creando un ponte con il figlio, la famiglia ed eventuali servizi territoriali, al fine di ricreare e/o sostenere la relazione genitoriale, anche attraverso il supporto durante le visite familiari.
Dal carcere di Bollate 15 anni fa è nata l'idea della "Casetta", una stanza accogliente, arredata con divano, cucina, tavolo, giochi per permettere alle famiglie di incontrarsi in un ambiente più "familiare" delle asettiche sale-colloqui delle carceri.
"La stanza è costruita con attenzione, la stessa che si dedicherebbe alla disposizione della propria casa. All'interno si svolgono dei colloqui molto speciali, durante i quali è possibile ritrovare o sperimentare in maniera inedita dei momenti di naturale quotidianità come sedersi insieme sul divano, leggere un libro, condividere un gioco, mangiare insieme, funzionali alla possibilità di costruire o rinsaldare il legame genitoriale", spiegano Teresa Di Stefano e Alessia Valentini, entrambe Funzionario Giuridico Pedagogico della C.R. Bollate.
"L'idea è nata 15 anni fa dopo una visita nelle sale colloqui e nella ludoteca della Casa di Reclusione di Bollate dove tante famiglie in contemporanea si incontravano settimanalmente con i propri cari", racconta Barbara Moretti, criminologa clinica, referente dell'Area Carcere di Spazio Aperto Servizi e una delle prime operatrici del progetto. "Come era possibile creare una situazione di intimità, tranquillità e complicità tra i bambini e i loro genitori nonostante la carcerazione? Per questo è stata pensata quella che viene definita colloquialmente la "casetta", un luogo all'interno dell'Istituto ideato perché ciascuna famiglia abbia uno spazio privilegiato di incontro. E quello è stato solo l'inizio di un lungo viaggio che dura da 15 anni a favore dei genitori detenuti e del benessere dei loro bambini".
Come spiega Daniela Ambrosi, psicologa, psicoterapeuta coordinatrice del Progetto a Bollate e a San Vittore, negli anni sono aumentati gli interventi a sostegno delle famiglie da parte dall'équipe dell'Area Carcere di Spazio Aperto Servizi, favorendo la costituzione di un virtuoso lavoro di rete con i servizi del territorio nell'ottica di una più globale presa in carico dei nuclei famigliari ed un più accurato inserimento sociale.
La conferma arriva anche da chi è stato beneficiario di questo progetto, come testimonia M.C, un ex detenuto. "Gli interventi di supporto alla genitorialità mi sono stati molto utili soprattutto perché in quei momenti uno ha bisogno di confrontarsi e di parlare dei propri problemi e voi avete fatto parte di questo mio percorso. Mi avete aiutato a capire meglio il mio ruolo come papà nel rapporto con i miei figli e a capire come parlare con loro e come parlare con i servizi. Poter vedere i miei figli dentro al carcere è stato bello perché era da tanto che non capitava ed è stato bello poterli incontrare in uno spazio curato che sembra una casa".
di Elisa Saccullo
Quotidiano di Sicilia, 22 dicembre 2020
Si è concluso proprio in questi giorni il progetto "Metti una sera a cena in cella", che ha coinvolto i detenuti ospiti della Casa circondariale di Piazza Armerina. Un percorso di odori e sapori in cui gli ospiti del penitenziario sono stati guidati da Pierelisa Rizzo, giornalista e appassionata di cucina. Dieci lezioni che hanno coinvolto sei ospiti del carcere per insegnar loro a maneggiare le materie prime, usare le spezie, sperimentare nuovi piatti e riscoprire quelli della tradizione.
Nella cucina, allestita in una delle stanze del carcere, i detenuti hanno formato una vera e propria batteria di cucina, imparando a lavorare tutti insieme, come una vera e propria squadra. Sotto l'attenta guida del direttore della Casa circondariale di Piazza Armerina, Antonio Gelardi e degli educatori Ivana La Rocca e Gianni Giannone, con la collaborazione degli agenti della Polizia penitenziaria comandati da Salvatore Puglisi, è stato possibile realizzare il corso per dare un'opportunità in più di socializzazione ai ristretti. Viste le restrizioni imposte per l'emergenza Covid, non è stato possibile organizzare un evento di chiusura del progetto. Per questo, i detenuti corsisti hanno pensato di realizzare dei dolci per tutti gli ospiti del carcere, regalando loro un momento di dolcezza.
"È stata una bella esperienza - ha detto Pierelisa Rizzo - e credo che, proprio di questi tempi, sia necessario ricominciare a imparare il rispetto per le materie prime. Chi maneggia gli alimenti ha una grande responsabilità, perché dobbiamo sempre ricordarci che il cibo è Vita. Durante il corso, ci siamo anche divertiti, cucinando insieme, e abbiamo scoperto come realizzare molti piatti con i mezzi di fortuna che si posseggono in cella". "D'altro canto - ha concluso - il carcere è il luogo per antonomasia in cui si sperimenta l'arte di arrangiarsi".
di Barbara Apicella
Il Giorno, 22 dicembre 2020
Ricominciare si può, anche dopo aver sbagliato e aver pagato il proprio debito con la giustizia. Ma non solo si può ricominciare, ma si può anche aiutare a ricominciare chi è stato messo ai margini della società. Il tutto partendo dal lavoro. Questo lo spirito che anima il progetto imprenditoriale e sociale del "Pollo volante", ideato dal monzese Giovanni Marelli e che a gennaio prenderà il via a Milano, nel quartiere della Barona.
Il progetto prevede l'avvio di una vera e propria attività di ristorazione d'asporto: nella grande cucina all'interno della sede dell'associazione "Ci sono anch'io" verranno cucinati polli allo spiedo e patatine al forno. I piatti verranno poi consegnati a domicilio, pedalando per le vie della Zona 6 di Milano. Nel progetto di Marelli, sono coinvolte dieci persone (ex detenuti e persone fragili) impegnate tra ordinazioni, cucina, confezionamento e consegna in bici, con l'intenzione di sfornare un centinaio di polli al giorno.
"Credo molto in questo progetto - spiega Giovanni Marelli, 70 anni, ex detenuto, imprenditore del mondo della ristorazione, molto noto nella cosiddetta Milano da bere che ha trascorso diversi anni anche nella casa circondariale di Sanquirico. Gli anni trascorsi nel carcere di Monza sono stati importanti e grazie a Paolo Piffer (che lavora nella casa circondariale ndr) ho riconquistato la mia autostima e ho ritrovato la mia strada".
Ricominciare non è stato facile. "In carcere veniamo marchiati a fuoco, siamo considerati reietti dalla società. Ad oggi non posso avere una licenzia, non per mancanza di requisiti professionali, ma per mancanza di requisiti morali". Da qui l'idea di costituire l'associazione "Ci sono anch'io" e di cercare di dare una svolta alla sua vita e a quella degli altri ex detenuti.
"Il problema non è quando si sta in carcere, ma quando si esce. Una volta fuori c'è il rischio di reiterare il reato". Oppure, se sostenuto da progetti imprenditoriali e da persone che credono nelle tue potenzialità, iniziare una nuova vita. "Credo molto nel progetto del Pollo Volante: non è stato facile avviarlo, è un progetto pilota e se dovesse andar bene l'idea è di ampliarlo su tutta l Milano".
Anche se il cuore di Giovanni resta in Brianza. "Mi piacerebbe portarlo anche a Monza". Per realizzarlo Giovanni Marelli ha attinto a quanto appreso dietro le sbarre di Sanquirico: in quegli anni monzesi ha scoperto la sua inclinazione per l'arte, allestendo una mostra al Binario 7 e oggi diventando un artista quotato. "Per ogni donazione a sostegno del Pollo Volante invio al benefattore una cartella con alcune mie litografie".
di Errico Novi
Il Dubbio, 22 dicembre 2020
Dopo trent'anni si può essere ancora prigionieri della guerra fra giustizia e politica? Se ne può uscire, per il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick, che affida gli auspici, senza risparmiare analisi impietose, al suo ultimo saggio "Giustizia in crisi (salvo intese). Leggi, giudici, processi e carcere di fronte alla pandemia". Uno sguardo in fondo ricco di speranza sul conflitto che trascina con sé i destini della democrazia, avviato dalla "palingenesi" di Mani pulite, da cui è venuto quel mood anticasta che rischia di tramortire l'intero sistema.
Maramaldeggiare sulla giustizia sarebbe un pelino da vigliacchi. Oggi come oggi significa sparare sulla croce rossa. E per capire com'è che ci siamo arrivati, si dovrebbe risalire molto indietro, fin quasi alla madre di tutte le battaglie perdute dalla Costituzione, cioè alla "mitica" palingenesi di Mani pulite.
Certo è che pochi potrebbero guardare le cose dall'alto della loro autorevolezza, fino a potersi permettere, magari, un'invettiva livida, senza sconti, senza speranze. Giovanni Maria Flick però è un signore sotto ogni punto di vista, e ben se ne guarda. C'è fiducia più che catastrofismo, nel suo ultimo saggio, Giustizia in crisi (salvo intese). Leggi, giudici, processi e carcere di fronte alla pandemia (edito da Baldini e Castoldi, 2020, Milano, 176 pagine). Un consueto - per Flick - atto di benevolenza, di discrezione: lucido, impietoso nell'indicare vizi incancreniti ma affabile nell'ottimismo delle soluzioni. In primis il richiamo alla necessità di "riportare la persona al centro".
Il presidente emerito della Consulta è figura assai cara alla redazione del Dubbio. Grazie alle sue interviste, il nostro giornale può permettersi, da alcuni anni, di anticipare letture dei fatti, in materia di processo, carceri e diritti, con qualche mese di vantaggio sugli altri. La riconoscenza verso Flick è notevole perché è appunto difficilissimo evitare la banalità del giudizio liquidatorio, quando si parla di giustizia: d'altronde il Dubbio è il giornale degli avvocati e non potrebbe permettersi di accarezzare la tentazione del qualunquismo.
Anche perché, in fondo, chi vuol bene alla giustizia e alla democrazia deve per forza essere ottimista. È proprio la cupa tetraggine dello sfascismo forcaiolo ad averci condotti dove siamo. Cioè, come scrive Flick, a una crisi fortissima del giudice e alla perdita di fiducia nella giurisdizione. Che si aggiungono al già consolidato discredito delle istituzioni rappresentative.
Si deve essere ottimisti perché il pessimismo è il trucco perfido che ci ha portati fin qui. Messo in scena con un dramma in due atti. Prima Mani pulite, e le varie tangentopoli "improvvisamente scoperte" dalle magistrature di quasi tutta Italia, sollecitate dall'esempio milanese. Quindi uno strano intervallo, lunghissimo: il discredito della politica era stato sì completo, ma il fenomeno Berlusconi compì un parziale e temporaneo miracolo, fece infatuare di sé mezza Italia e la sfiducia verso la politica trovò un imprevisto narcotico.
Il disgusto venne avvolto in quello che Ferdinando Adornato definì, col solito mix d'intelligenza e sarcasmo, "un fascino da rockstar", che solo il Cavaliere poteva suscitare. Processi e inchieste continuarono ma si diressero in gran percentuale verso il parafulmine di Arcore. Il fatto che lui fosse il bersaglio prediletto dei pm insinuò in quella metà del Paese a lui devota un tale sospetto di faziosità verso le toghe che per un po' riuscì a beneficiarne l'intera politica. Poi venne Turigliatto: nome che a molti dice nulla ma che costò l'esistenza al secondo governo Prodi.
Di fronte alla manciata di senatori che, come il dissidente di Rifondazione, finirono per condizionare i destini di un'intera stagione politica, parte della stampa sparò direttamente contro il sistema politico, contro "la casta". Il libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella nacque da lì. E da quel libro venne la virulenza dei primi vaffa di Beppe Grillo. Quindi una nuova terribile stagione di discredito per la politica consumata a colpi d'inchieste.
Bassolino, Penati, Guidi, Errani, Del Turco, fino a casi più recenti come De Girolamo. Un tritacarne disumano, carburante dell'antipolitica, veicolo di una tesi devastante: il Parlamento è un covo, non un tempio, e bisogna sbarazzarsene. Quando si parla dell'incrocio fra giustizia e politica si parla di questo. La fine della democrazia per come la conosciamo.
Nel saggio di Flick la minaccia di un disincanto distruttivo incombe pur senza essere sempre evocata. Si evita di tenerla di continuo al centro dell'inquadratura, si rinuncia a dettagli e dovizia di nomi: la personalizzazione è una cosa che al professore, presidente emerito, ed ex guardasigilli, piace poco. Nomi ne fa quasi mai, se non quando inevitabile. Però all'inizio del primo capitolo, che assimila onomasticamente il saggio di Flick a questo giornale, "Dal dubbio alla certezza: o viceversa?", si evoca un'osmosi perniciosa. "La fiducia nella legge come unica fonte delle regole e la sfiducia nel giudice sono anche esse via via venute meno per molteplici ragioni", tra le quali innanzitutto i "problemi interni alla funzionalità e rappresentatività dei parlamenti". E qui il cerchio terribile dell'anticasta si chiude nel più paradossale dei modi.
In quel passaggio d'altra parte Flick spiega come mai sia passato dall'ardore per la certezza vissuto nella prima fase della propria vicenda di giurista fino alla cultura del dubbio, come rivoluzione dell'analisi permanente, del risvolto prospettico di ogni accertamento, processuale o politico che sia. E in fondo già l'invito a coltivare il dubbio con meno esitazioni di quanto sia successo a lui è una prima induzione all'ottimismo.
Il dubbio serve anche a sdrammatizzare, ad esempio. A smetterla con la religione dell'anticasta. Se a ogni indagine su un politico è lecito dubitare della colpevolezza, e se persino di fronte a una sentenza definitiva si deve assumere il dubbio come approccio necessario in vista di possibili revisioni, anche quell'ansia nata dal doppio colpo di Mani pulite e della caduta di Prodi potrebbe in futuro vedersi superata. Si potrà forse, con la pazienza e la fiducia, ricomporre la vera frattura, che è innanzitutto fra cittadini e istituzioni, e con essa anche la crisi della giustizia.
Certo, i segnali di una notevole e diffusa resistenza possono anche fiaccare l'apertura dello sguardo. Ad esempio, persino tra i magistrati la disillusione si è fatta strada e ha assunto sembianze analoghe all'antipolitica. "Il riflesso prevalente nella magistratura associata non sembra quello di rivendicare il pur prezioso pluralismo delle correnti, ma di infliggere censure sbrigative. Un atteggiamento", scrive Flick, che "è anche la conseguenza del deserto di autorevolezza lasciato dalla politica". L delegittimazione di qualsiasi centro di potere o anche solo di influenza è indiscriminata. È una sorta di incendio, che annulla la fiducia in tutto, in ciò attorno a cui ruota la nostra stessa vita. E il propagarsi ha un effetto imprevedibile.
Tocca anche la dignità dell'avvocato, di cui pure il presidente emerito della Corte costituzionale si occupa. Lo fa nella parte del libro dedicato alle relazioni "multilevel" tra le giurisdizioni, interne e internazionali. Tra regole dettate da fonti primarie, pronunce della Consulta, interazioni fra giudice delle leggi e Corti europee, diventa così impegnativa la ricerca del diritto vigente (figurarsi quello vivente), che ne dovrebbe derivare almeno "una maggiore dignità anche nella condizione economica dell'avvocato". Non è così, Flick lo sa bene, e anzi la globalizzazione del lavoro intellettuale, la sua dispersione, la precoce corsa a liberalizzare per prime le attività delle categorie ordinistiche, hanno schiacciato la professione forense nella prospettiva della concorrenza innalzata a nuovo idolo. A pensarci bene, anche l'avvocatura, come le altre libere professioni con cui il saggio di Flick auspica un'alleanza, viene indebolita dall'ostilità collettiva verso ogni presidio. Certo il difensore soffre di tale tensione, dello sguardo obliquo verso l'anticasta, intesa ormai come forma di pensiero, anche perché osa assicurare il diritto a chi è accusato dei reati più odiosi. Ma non c'è solo questo riflesso, c'è in generale la diffidenza verso chiunque detenga una qualche prerogativa speciale. Che si tratti del deputato eletto per approvare le leggi o dell'avvocato che assicura il diritto di cui all'articolo 24 della Costituzione.
Come si esce dalla cultura del sospetto verso chiunque eserciti funzioni democratiche? Forse si deve partire da una delle definizioni più belle del libro, riportata da Flick per dare valore al metodo del dubbio: che non è nevrotico amletismo, si tratta piuttosto "del ragionevole dubbio, dell'umiltà di cercare la legge vivente più che quella vigente; di muovere dal diritto per come vive più che per come dovrebbe vivere". È legittimo avere fede nella legge, ma secondo i limiti che Flick si premura di raccomandare in tutto il libro. Soprattutto, è giusto oltre che legittimo, avere un sano laicismo verso la giustizia come verso la politica, non metterle in conflitto fra loro, non chiedere alla prima di essere fustigatrice della seconda. È necessario accettare gli errori della giustizia penale anche quando il bersaglio indebitamente colpito era un uomo delle istituzioni, È necessario e utile, in ultima analisi, guardare al futuro come a un'esperienza partecipata, senza l'attesa per una vendetta permanente.
Nella dialettica fatale e irreparabile, quella iniziata con le inchieste del ' 92 fra magistratura e politica, la svolta consisterebbe, d'altra parte, anche in una politica capace di rassegnarsi a non poter "ricomprendere tutto nella legge, in modo tale che l'intervento del giudice sia solo un automatismo e non abbia alcuno spazio di discrezionalità. La tentazione", secondo l'autore di Giustizia in crisi, nasce dal simulacro di quella "giustizia dell'algoritmo, nella quale non ci dovrebbe essere più bisogno del giudice, perché ci si illude che basterà introdurre nel computer le coordinate giuste (quali?) per ottenere il risultato. È evidente il contrasto con la Costituzione, che ha come profilo fondamentale la difesa dell'identità, della pari dignità e della personalità di ciascuno di fronte all'ondata montante degli effetti patologici della globalizzazione".
Ci mancherebbe solo la scomparsa del processo in favore di un software. Non si può restare indifferenti alla chiusura di tutte le agorà, con la sopravvivenza dei soli social, luogo però in cui ci si trincera nelle proprie convinzioni pregresse, piuttosto che scambiare chiacchiere con chi la pensa diversamente. E si torna sempre alla democrazia intesa come partecipazione, il solo modo perché possa compiersi l'esito umanistico prefigurato da Flick rispetto alla crisi della giustizia. Serve persino un ritorno dei cittadini ai partiti, a quei partiti infangati dalla prima eruzione del cataclisma, sempre Mani pulite. Solo l'aggregazione del partito può essere carburante della democrazia intesa come comunità che si autodetermina. Solo se la politica non sarà più infame impostura, solo se non sarà più considerata come un "colpevole che l'ha fatta franca", pure la giustizia ritroverà il suo equilibrio. La sua veste, cioè, di accertamento del fatto secondo le regole del processo, senza più pretese di farne il lavacro della democrazia.
gazzettadalba.it, 22 dicembre 2020
Nella casa di reclusione di Quarto, frazione a pochi chilometri da Asti, da diversi anni l'associazione di volontariato Effatà organizza laboratori manuali e corsi per i detenuti. Nelle ultime settimane è stato organizzato il progetto Te piace o' presepe, una vera e propria officina in cui si sono costruiti bellissimi presepi. Protagonista è stato in modo particolare un detenuto esperto nell'arte del presepe napoletana, che ha condiviso le sue conoscenze con i compagni.
L'assessore alle Politiche sociali Mariangela Cotto e il dirigente Roberto Giolito hanno accolto con piacere la presentazione del progetto, dando la possibilità di esporre il book fotografico dei presepi, con indicato il loro valore economico, nelle bacheche dei Servizi sociali nell'atrio di palazzo Mandela e nei locali della Banca del dono di piazza Roma 8. Questi manufatti si potranno anche acquistare: così l'associazione Effatà potrà comprare il materiale per realizzare le prossime attività con i detenuti. Per chiunque fosse interessato, accanto alle foto, sarà indicato il nominativo e il contatto telefonico del referente dell'associazione con il quale concordare una visita guidata tra i presepi.
di Gianantonio Stella
Corriere della Sera, 22 dicembre 2020
Un tempo la nostra era la lingua della diplomazia. Poi le troppe raccomandazioni fecero sì che rinunciammo alle buone posizioni in cambio di molti impieghi. Era l'italiano, un tempo, la lingua ufficiale della diplomazia egiziana. In italiano era la rivista antenata della Gazzetta Ufficiale del Cairo. Italiani erano in buona parte gli uomini chiamati laggiù, con ammirazione, per fare dell'Egitto uno stato moderno. E vedere oggi come i nostri diplomatici e i nostri magistrati vengano tutti i giorni presi a ceffoni nella loro richiesta di verità e giustizia su un crimine come le bestiali torture inflitte a Giulio Regeni fa salire la collera. E insieme il rimpianto per quella grande occasione storica che fu data al nostro Paese e venne buttata via.
"Uno Stato serio non si lascia trattare così", ha accusato Giuliano Ferrara. "Non si lascia trattare così", ha insistito parola per parola Ernesto Galli della Loggia denunciando il senso di impotenza di tutti davanti all'impudenza di un despota come Al Sisi. "Solo schiaffoni per l'Italia in affari con l'Egitto", ha titolato Il Manifesto. Siamo su "una china che rischia di farci scivolare nell'irrilevanza", ha scritto Goffredo Buccini, abbiamo "quasi certezza di vedere celebrato un processo in contumacia ad aguzzini che mai sconteranno un giorno di galera". Colpa dei rapporti di forza internazionali che ci vedono sempre più deboli? Delle incertezze e ambiguità avute sulle rivolte arabe? Della morsa di Putin ed Erdogan? Di Macron e della Legion d'Onore al dittatore del Cairo? Tutto l'insieme. Ma sullo sfondo vale appunto la pena di rileggere quel pezzo di Storia di cui dicevamo.
Siamo all'inizio dell'Ottocento. Passata la Campagne d'Égypte di Napoleone, dal "processo di frantumazione" dell'impero turco esce trionfante Muhammad 'Ali Pascià, un militare ottomano albanese nato nell'attuale Macedonia greca, che sarà ricordato come padre fondatore dell'Egitto moderno. Un uomo, ricorda lo scrittore e diplomatico Ludovico Incisa di Camerana ne "Il grande esodo" edito da Corbaccio, "che apre il paese al mondo occidentale, avvia il suo ammodernamento ed è chiaramente ben disposto verso gli italiani e in particolare gli esuli dei primi moti risorgimentali".
Erano convinti, lui e i successori Abbas e Said fino al 1863, spiega Ibraam Gergis Mansour Abdelsayed nel saggio "Italiani sulle rive del Nilo", "che solo attraverso l'integrazione tra la società e le varie comunità straniere e attraverso l'inserimento negli affari statali di personale straniero qualificato si potesse concretizzare la necessaria innovazione per uscire dall'arretratezza". Fu con lui che "la società egiziana d'allora, e fino all'epoca in cui si fu instaurata la repubblica, fino alla metà del Novecento, acquistò un carattere cosmopolita, dove convivevano e collaboravano culture diverse di ogni parte del mondo".
In testa, i nostri nonni. "Italiano l'unico vice-ammiraglio europeo della Marina egiziana; l'ordinamento della milizia secondo i suggerimenti italiani; le costruzioni pubbliche fatte per opera di Italiani, che primi introdussero in Egitto il gusto per le belle arti; le intraprese affidate agli Italiani; attuati per mezzo di Italiani i miglioramenti agricoli; italiani i consulenti legali del Vicerè e perfino esclusivamente italiani gli avvocati patrocinanti nei processi giudiziari", racconta nel 1937, in "Gli italiani in Egitto", lo storico Angelo Sammarco. E "la lingua italiana era così diffusa che poteva considerarsi quale la sua seconda lingua tanto che fino a tutto il regno di Mohammed Ali, la nostra lingua era la lingua diplomatica dell'Egitto e la sola usata dal governo egiziano nei rapporti internazionali".
Non basta, scrive lo storico Francesco Surdich nel capitolo "Nel Levante" della "Storia dell'emigrazione italiana" (Donzelli), va a merito dei nostri "avere sviluppato una rete postale, gestita in lingua italiana, capace di operare in maniera capillare sia all'interno che all'esterno dell'Egitto" e l'"altrettanto rilevante" ruolo nell'organizzazione del sistema sanitario". Di più: "Su impulso del livornese Lorenzo Masi, che nel 1820 ne assunse la direzione, fu costituito ex novo, per finalità fiscali, il catasto..." Di più ancora: "Interamente in mano agli italiani fu anche l'amministrazione della sicurezza pubblica..." Antenata di quella che oggi, sul caso Regeni e altri, mette i brividi.
E quando l'architetto livornese Pietro Avoscani costruì al Cairo il Teatro d'Opera, uguale identico alla Scala di Milano sia pure in legno, la cosa fu sottolineata come "il punto culminante della influenza italiana". Fu anche l'inizio però, insieme con l'apertura del Canale di Suez finito in mani inglesi e francesi con l'Italia tagliata fuori, della decadenza. Già nel 1905, ricorda Incisa di Camerana, l'agente diplomatico presso il sultano e console generale al Cairo Giuseppe Salvago Raggi lamentava: "Nell'epurazione compiuta in questo ventennio, gli italiani vennero per la quasi totalità eliminati e la causa di ciò deve cercarsi nel sistema seguito per reclutarli".
Cioè? Mentre inglesi e francesi cercavano di occupare i ruoli più importanti e delicati "preoccupandosi del prestigio che ne veniva al loro paese (...) l'Agenzia d'Italia invece oppressa dalle numerosissime raccomandazioni rinunciò in pratica a ottener buoni impieghi per gli italiani e si contentò di impiegarne molti". Traduzione: troppi fratelli, cugini, cognati, amici, parenti... Col risultato, scriverà in un rapporto a Roma lo stesso agente diplomatico e console generale al Cairo, che "le alte posizioni vennero occupate da francesi, da alcuni austriaci, da pochi inglesi e da pochissimi tedeschi, quelle più umili da italiani e le infime da greci". Un boomerang. Dal quale non riuscimmo più a riprenderci. Come sarebbe andata, se quell'occasione fosse stata gestita meglio?
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 22 dicembre 2020
Durissima condanna per l'ex parlamentare curda dell'Hdp, in sciopero della fame per 200 giorni. Nella Turchia sempre più erdoganizzata, la campagna contro il partito di sinistra prosegue spedita
Parlamentari e sostenitori dell'Hdp durante un sit-in a Istanbul in solidarietà con Leyla Guven, all'epoca in sciopero della fame. L'escalation contro Leyla Guven, storica esponente della sinistra curda in Turchia, ieri ha toccato la vetta: una condanna a 22 anni e tre mesi di prigione per terrorismo.
Il percorso compiuto fino alla sentenza di ieri contro l'ex parlamentare 56enne del partito di sinistra Hdp e co-leader del Dtk (Democratic Society Congress) ha occupato tutti gli ultimi 10 anni, per inasprirsi a partire dal 2015 con l'esplosione del consenso per la formazione filo-curda, la ripresa della campagna militare turca contro il sud est e poi nel Rojava, il nord-est siriano: prima l'arresto, poi un lungo sciopero della fame, il rilascio in attesa del processo, una prima condanna a sei anni non concretizzata perché protetta dallo status di deputata e infine (lo scorso giugno) il ritiro dell'immunità parlamentare.
Una cancellazione che ha aperto alla sentenza più dura, quella comminata ieri dalla corte penale di Diyarbakir: 14 anni e tre mesi per l'accusa di appartenenza a organizzazione terroristica (il Pkk) e altri 8 anni per due diverse accuse di propaganda terroristica (il riferimento è a due discorsi pubblici che Guven ha tenuto a Batman e Diyarbakir).
Nello specifico, la procura ha chiesto condanne per fondazione, guida e appartenenza a organizzazione terroristica, incitamento a proteste illegali e partecipazione disarmata a riunioni illegali. Subito è stato spiccato un mandato d'arresto, ma mentre scriviamo non è ancora chiaro dove l'ex deputata si trovi: ieri in tribunale erano presenti solo i suoi due legali, Serdar Celebi e Cemile Turhalli Balsak.
Immediata è giunta la condanna dell'Hdp: "La magistratura ha mostrato ancora una volta di agire in linea con gli interessi del partito di governo - si legge in una nota - Non riconosciamo questa punizione illegittima e dannosa". "Questa decisione ostile - prosegue il comunicato - non va solo contro Leyla Guven e non solo contro il Dtk, ma contro tutti i curdi e tutta l'opposizione. Né lei né noi ci arrenderemo a causa di punizioni e arresti".
Guven è considerata un simbolo della lotta all'autoritarismo che oggi caratterizza la Turchia. Ex sindaca, ex deputata, prigioniera politica tra il 2009 e il 2014, riarrestata a gennaio 2018 per aver criticato l'operazione militare di Ankara nel cantone curdo-siriano di Afrin, nel novembre dello stesso anno ha iniziato uno sciopero della fame durato fino al 26 maggio 2019, sostenuto da migliaia di prigionieri e prigioniere curde nelle carceri turche ma anche da donne esponenti della sinistra mondiale, da Angela Davis a Leila Khaled: 200 giorni a digiuno contro l'isolamento a cui è sottoposto il leader del Pkk Abdullah Ocalan.
Ridotta pelle e ossa, era stata rilasciata a gennaio 2019 ma aveva proseguito la protesta nella sua casa di Baglar, a Diyarbakir. Con la mascherina al volto, gli organi vicini al collasso, continuava a chiedere "democrazia, diritti umani e giustizia". Nulla di nuovo sotto il sole a strisce turco: le accuse mosse sono sempre le stesse, tutte derivazioni varie ed eventuali del reato "terrorismo", con cui in cinque anni una magistratura sempre più erdoganizzata e un ministero degli interni campione di commissariamento di enti locali hanno devastato l'Hdp.
Tanti piccoli golpe Akp-diretti: il Partito democratico dei Popoli ha visto imprigionare i propri leader nazionali, Selahattin Demirtas e Fiden Yukesdag, insieme a una decina di altri parlamentari; arrestate migliaia di amministratori locali, membri di partito e semplici sostenitori; commissariare quasi ogni comune vinto nelle due ultime tornate elettorali municipali. E stracciare l'immunità parlamentare solo al fine di poter procedere contro l'espressione della partecipazione politica curda e di sinistra alla vita nazionale, talmente ristretta da accogliere ben poche forme di espressione politica al di fuori dell'erdoganismo.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 22 dicembre 2020
Leyla Guven è stata sindaca di due città, poi deputata nazionale per l'Hdp, il Partito democratico dei popoli, ha 56 anni, già detenuta per anni, è stata reincarcerata a giugno, privata dell'immunità parlamentare, condannata ieri da un tribunale di Diyarbakir a 22 anni e 3 mesi di galera per "appartenenza a un gruppo terrorista" e "propagazione di propaganda terrorista" (il gruppo sarebbe il Pkk, il Partito dei lavoratori curdo). Due anni fa aveva promosso uno sciopero della fame di 200 giorni con il fine di interrompere l'annoso isolamento di Abdullah Ocalan, e permettergli di incontrare i suoi famigliari e i suoi avvocati.
Al digiuno si unirono centinaia di detenuti politici. Simili scioperi della fame, che sono diventati un segno distintivo della giustizia turca e hanno più volte portato alla morte dei loro autori, sono condotti nutrendosi di acqua e sale, acqua e zucchero e vitamina B.
Guven era già allora in prigione, condannata per aver definito "invasione" l'invasione turca (macabramente chiamata Operazione Ramo d'Ulivo) in Siria contro le Forze democratiche siriane, sigla della coalizione guidata dai curdi siriani. Una voce meno sommaria, ma non aggiornata, su Leyla Giiven scritta da Cristina Cammelli si trova in rete nell'Enciclopedia delle Donne.
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