di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 26 marzo 2021
Ha creato il "pentitificio" e il regime di tortura del 41bis. Sarà prima di Pasqua o sarà dopo Pasqua, ma una cosa è certa. Che l'ergastolo ostativo, quello del "fine pena mai" debba essere dichiarato incostituzionale. E che i tempi sono ormai maturi perché si spazzi via l'intera legge voluta nel 1992 dal governo Andreotti dopo l'uccisione di Giovanni Falcone, quella destinata a creare il "pentitificio" e anche il regime di tortura del 41bis. Quella normativa che il giudice assassinato, contrariamente a quanto affermano oggi i magistrati "antimafia", non avrebbe mai voluto.
di Stefania Limiti
Il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2021
Non vorrei essere un magistrato di sorveglianza chiamato a valutare la concessione dei benefici penitenziari ad un detenuto condannato all'ergastolo per reati di mafia. Nessuno di noi vorrebbe, perché quel magistrato potrebbe trovarsi nella condizione di essere minacciato, di subire interferenze odiose. Eppure è quel che potrebbe accadere se la Consulta deciderà di assecondare l'Avvocatura generale dello Stato in merito alla decisione di cancellare il cosiddetto "ergastolo ostativo", cioè quello che impedisce ad un mafioso in carcere di venirne fuori solo se decide di pentirsi e collaborare con lo Stato, provando la rottura del patto mafioso con la rete di criminalità di cui era parte.
di Marco Billeci
fanpage.it, 26 marzo 2021
Nei giorni scorsi erano filtrate sulla stampa indiscrezioni sulla possibile scelta del governo di sospendere le somministrazioni di vaccini all'interno delle carceri. Un'ipotesi poi smentita dal commissario per l'emergenza Covid Figliuolo. Ma qual è la situazione dei contagi e dei piani di vaccinazione negli istituti penitenziari? Ne abbiamo parlato con il Garante Nazionale dei Detenuti, Mauro Palma.
di Elena Seishin Viviani*
Il Dubbio, 26 marzo 2021
Quante volte risuonano nella nostra mente le parole che compongono l'articolo 27 della nostra Costituzione: "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato"? Sono parole che non possono lasciarci indifferenti in nessuna occasione, ancora di più in questo periodo di pandemia.
Il vuoto, la solitudine della popolazione carceraria è oggi più che mai opprimente. La "sete" dei carcerati non è solo quella di avere il vaccino contro il Covid, ma è quella di trovare chi è capace di ascoltarli, di raccogliere la loro storia e di confessarsi, di mettere a nudo la propria vita. È la mia personale esperienza vissuta per due anni presso il carcere di Saluzzo; venni chiamata dalla direzione del carcere perché si pensava che con la meditazione buddhista si potesse far fronte alla depressione, all'asocialità e alle tendenze suicide che molti ospiti di quella struttura andavano manifestando. Ciò non rispondeva al vero perché quelle persone avevano un disperato bisogno di sentirsi uomo, rispettato per la sua umanità e per questo ascoltato e accolto. Certo, in più occasioni, ci siamo seduti in silenzio meditando.
Ma non era la meditazione in sé stessa; era il bisogno di trovare un luogo, un momento dedicato al silenzio rispetto al sordo rumore che spesso risuona nel carcere. Recenti rapporti - non ultimo quello di Antigone- hanno messo in luce come in Italia vi sia un'assenza di cappellani nelle carceri di confessioni diverse dalla cattolica. È un fatto importante considerando come la nostra società si sta sempre più arricchendo di differenti vissuti religiosi.
Dario Doshin Girolami, abate del tempio Zenmon Ji di Roma da oltre vent'anni opera all'interno del carcere di Rebibbia ed è impegnato in prima persona nella creazione di una rete di "cappellani buddhisti" a livello europeo perché vi possa essere un fattivo scambio di esperienze e la generazione di "pratiche virtuose" all'interno dei luoghi di sofferenza.
Egli ci ricorda come: "l'unica risposta possibile all'insensatezza della realtà nella quale viviamo è la compassione, volerci bene, sostenerci, senza distogliere lo sguardo dalla sofferenza di tutti gli esseri viventi.... il carcere è un buco nero che nessuno vede, la società lo rimuove, ma lì ci sono umani sofferenti; troppo facile condannarli; che vita han fatto per finire li?". È quanto mi sono sempre chiesta lasciandomi alle spalle il carcere di Saluzzo confrontandomi con le vite di volta in volta incontrate.
Unione Buddhista Italiana crede fortemente nell'importanza di essere presenti nelle carceri come negli ospedali: dal prossimo mese di aprile UBI avvierà un programma di formazione specifico rivolto agli Assistenti Spirituali, una delle figure - con i cappellani- espressamente prevista nell'Intesa sottoscritta con lo Stato italiano.
È bene che chi andrà a condurre il proprio ministero all'interno delle carceri abbia alle spalle una preparazione solida per la conduzione di gruppi per persone detenute sulla base del programma Cultivating Emotional Balance (Ceb), ossia le sette emozioni universali quali rabbia, paura, tristezza, sorpresa, disgusto, disprezzo e gioia e i quattro equilibri emotivi.
Come Ubi crediamo tantissimo in questo progetto. Ci crediamo ancora di più alla luce della tragedia legata alla pandemia che stiamo ancora oggi vivendo. Dobbiamo prenderci cura l'uno e dell'altro considerato come questo periodo ha reso tutti più fragili. È un impegno ancora più forte verso le persone che vivono la comunità carceraria.
Ci auguriamo che la Ministra Marta Cartabia- la quale non ha mancato in passato di avere una particolare sensibilità verso il mondo carcerario - possa favorire al meglio la presenza di cappellani di diverse religioni all'interno dei penitenziari. È anche questo un passo per una compiuta attuazione dell'articolo 27 della Costituzione.
*Vicepresidente Unione Buddhista Italiana
di Pierpaola Meledandri
L'Opinione, 26 marzo 2021
Una tematica importante, oggetto d'esame, è riscontrabile nelle tutele patrimoniali per gli eventuali danni biologici, a medio e lungo termine, che si dovessero verificare a seguito della vaccinazione. Per quanto attiene all'efficacia dei vaccini, i dati disponibili sulla immunizzazione dopo sei mesi dalla loro somministrazione ancora non sono stati resi pubblici, così come i dati sulla sua sicurezza nel medio e lungo termine.
di Liana Milella
La Repubblica, 26 marzo 2021
La commissione Giustizia fissa al 23 aprile la scadenza per presentare le modifiche al processo penale, il centrodestra spinge per il 15. Ma la Guardasigilli ha chiesto tempo fino alla fine del mese prossimo e intanto ha insediato i tre gruppi di studio per le riforme civile, penale e del Csm.
Come il gatto e il topo. A colpi di inseguimenti.
Da una parte la Guardasigilli Marta Cartabia, dall'altra la commissione Giustizia della Camera che sarà il primo interfaccia per ben due strategici e attesi disegni di legge, la riforma del processo penale, con dentro la prescrizione, ma anche quella del Csm e dell'ordinamento giudiziario. Mentre la ministra, in via Arenula, insedia le tre commissioni che dovranno fare il tagliando ai testi dell'ex ministro Alfonso Bonafede e preparare gli emendamenti che la ministra stessa presenterà alla Camera. Sulla linea della "discontinuità nella continuità".
Il 9 marzo, nell'unico vertice politico sulla giustizia che finora si è tenuto in via Arenula, Cartabia ha chiesto collaborazione ai partiti, ma ha anche garantito che le riforme di Bonafede sarebbero state il punto di partenza da emendare, il tutto però senza fughe in avanti, nello spirito di corretta collaborazione tra il governo e il Parlamento. Cartabia, insomma, delineava un quadro di dialogo costruttivo.
E invece la prima fuga in avanti c'è già stata, quasi a fotografare che comunque la collaborazione non può far rinunciare affatto alla concorrenza. Tant'è che ieri, nella commissione Giustizia della Camera, si è scatenato un vero putiferio sulla data in cui fissare la scadenza per il deposito degli emendamenti al processo penale. Il vecchio termine del 29 marzo deve andare in soffitta, proprio perché Cartabia ha chiesto più tempo per i suoi gruppi di studio e per i suoi emendamenti. Convinta che la Camera non l'avrebbe scavalcata. E invece non è andata così.
Soprattutto perché c'è un tecnicismo che va spiegato. Se in commissione vengono presentati gli emendamenti al processo penale di Bonafede, l'atto camera 2435, e poi la ministra a sua volta presenta i suoi emendamenti, a quel punto sarà necessario fare dei subemendamenti, quindi ci sarà un ulteriore passaggio parlamentare.
In commissione, appena si apre la questione, il presidente di M5S Mario Perantoni propone che il termine del 29 marzo slitti direttamente al 3 maggio, quindi dopo che la ministra Cartabia ha presentato i suoi emendamenti. Ma Forza Italia, Lega ed Enrico Costa di Azione contrappongono un'altra data, il 15 aprile, quindi "prima" del passo in avanti di Cartabia. Anche Italia viva sposa la soluzione del 15 aprile. Sempre con il dichiarato scopo di anticipare gli emendamenti della ministra. E soprattutto anche per la possibilità di sub-emendare il testo su cui influirà poi il lavoro della commissione ministeriale. All'opposto il Pd con Alfredo Bazoli la pensa all'opposto. Chiede di non fare giochetti sulle date e soprattutto di non assumere comportamenti scorretti nei confronti di Cartabia, che non solo ha garantito di presentare i suoi l'emendamenti, ma ha chiesto piena collaborazione ai parlamentari. Anche M5S condivide questa linea e fa asse con il Pd.
Un gioco a rimpiattino. Nel quale la commissione Giustizia della Camera vuole esercitare appieno le sue funzioni e "tenere sotto controllo" la Cartabia e le due riforme che le competono. Con un scontro duro all'interno della maggioranza, da una parte Pd e M5S, dall'altra Italia viva con Forza Italia, Lega e Azione. Tant'è che in commissione ieri se n'è discusso per oltre due ore. Alla fine passa la data del 23 aprile, quindi prima degli emendamenti ministeriali, di fatto una sorta di "tradimento" rispetto agli accordi presi nell'ultimo e unico vertice sulla giustizia.
In questo lavorio ai fianchi, in via Arenula partono i tre gruppi di studio chiamati a "riformare" la legge di Bonafede. Per il processo penale ecco il vertice affidato all'ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi, con due vice di peso, come l'ex presidente della Cassazione Ernesto Lupo e il docente di diritto penale Gian Luigi Gatta. Mentre per la riforma dell'ordinamento giudiziario e del Csm la guida del gruppo sarà del costituzionalista Massimo Luciani.
Ma con lui anche Renato Balduzzi, docente di diritto costituzionale ed ex componente laico del Csm, nonché Nello Nappi, giudice in Cassazione, anche lui un ex Csm molto battagliero, autore di un libro che ha fatto molto discutere - "Quattro anni a Palazzo dei Marescialli. Idee eretiche sul Csm - proprio sulle dinamiche del Consiglio e sulla "guerra" tra le correnti.
La riforma del civile sarà in mano a Francesco Paolo Luiso, ordinario di questa materia a Pisa. Dalle prime riunioni esce già qualche indiscrezione tecnica sui dettagli dei futuri emendamenti che però, pur rilanciati mediaticamente, vengono del tutto smentiti da via Arenula. Visto anche che siamo solo alle prime mosse delle riunioni che si svolgono a distanza.
di Astolfo Di Amato
Il Riformista, 26 marzo 2021
Il vicepresidente del Csm, in una intervista, ha dichiarato che nel valutare la professionalità di un magistrato vi sia anche il controllo sulla qualità e tenuta dei suoi provvedimenti. Ma questo confonde due questioni e non basta.
I vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, David Ermini, ha tra l'altro dichiarato, in una intervista rilasciata al Messaggero (21 marzo) "personalmente, sono dell'avviso che nel valutare la professionalità di un magistrato vi sia anche un controllo sulla qualità e sulla tenuta dei suoi provvedimenti: se ad esempio la gran parte dei processi chiesti da un pm finiscono in assoluzione o se le sentenze di un giudice civile vengono riformate in quantità, va considerato o no in una valutazione di professionalità?".
Si tratta di una tesi, che è affiorata più volte nel dibattito pubblico sulle modifiche da apportare all'ordinamento giudiziario e che, sinora, non ha trovato il consenso di gran parte della magistratura associata. Può essere la soluzione per evitare il continuo ripetersi di inchieste all'apparenza esplosive, che si risolvono dopo anni in un nulla di fatto, o l'agonia di una giustizia civile, in cui non infrequentemente sentenza di primo grado, sentenza di appello e sentenza di legittimità dicono tre cose diverse ed il giudizio diventa eterno? Certamente no! Ed è singolare che la proposta venga da chi, avendo vissuto in presa diretta i veleni della vicenda Palamara, dovrebbe rendersi conto delle implicazioni di una proposta che si risolve, in definitiva, in una commistione di due temi egualmente sensibili, ma profondamente diversi: carriera dei magistrati e merito dei processi.
Lo scandalo Palamara e le rivelazioni contenute nel libro intervista, scritto con Sallusti, hanno rivelato l'esistenza, nell'ambito del inondo giudiziario, di alcuni magistrati mossi da un carrierismo sfrenato e di altri legati da solidarietà politica anche nella gestione delle vicende processuali. Per fortuna, la maggior parte degli appartenenti all'ordine giudiziario non è assoggettata a questa logica. Tuttavia, nel momento in cui vi sono le condizioni perché quel rischio concretamente esista, è razionale ed accettabile introdurre nei giudizi un ulteriore possibile condizionamento legato alla valutazione di sé ed in che misura la decisione potrebbe influire sulla carriera del pubblico ministero o del giudice di grado inferiore?
La pervasività dei collegamenti utilizzati per fare carriera, emersa a seguito della vicenda Palamara, non rischia, con una riforma del genere, di tradursi in un fattore di potente condizionamento delle decisioni giudiziarie? A ben vedere, è pacifico che, per i giudici, le conseguenze dell'esito del processo sulla affermazione professionale degli avvocati sono del tutto indifferenti. Si tratta, difatti, di soggetti che, pur appartenendo allo stesso mondo, quello della giustizia, non possono lecitamente appartenere a cordate comuni o coltivare interessi personali convergenti. Questa considerazione porta, allora, a ritenere che una riforma del genere, con riguardo al pm, può avere senso e non tradursi in un aggravamento della situazione esistente, solo se si affianca alla separazione delle carriere.
Quanto, poi, alla rilevanza della mancata conferma delle sentenze e, perciò, al rapporto tra giudici collocati nei diversi gradi di giudizio, la proposta di Ermini, oltre a presentare i rischi indicati, non terrebbe altresì conto del fatto che la percentuale delle riforme potrebbe non avere un nesso diretto con la preparazione e la capacità di giudizio.
Più convincente, sarebbe, allora affrontare con coraggio il fatto che, anche in magistratura, la regola uno vale uno è priva di base razionale: vi sono magistrati molto preparati ed altri meno, cosi come vi sono magistrati molto equilibrati ed altri meno. Ed allora, la via maestra non può che essere quella di una valutazione, da eseguire con tutte le garanzie e le cautele del caso, dell'attitudinale sulla base delle sentenze scritte.
Si tratterebbe di una valutazione, i cui elementi di tensione sarebbero alleggeriti dalla circostanza che essa non influirebbe, comunque, sulla progressione economica, che come è noto è legata alla anzianità. Si aggiunga che la funzione del decidere mantiene inalterata la sua nobiltà a prescindere dal grado nella quale la si esercita.
di Errico Novi
Il Dubbio, 26 marzo 2021
Il deputato di Azione: "Disposto a ritirare le proposte di dettaglio se c'è intesa sui principi" Perantoni, presidente m5s della commissione Giustizia: "Fiducioso in un esito positivo". Lodo giustizia secondo atto. Marta Cartabia stavolta resta in "rispettosa attesa". Ma con esiti favorevoli. Perché è la maggioranza a essere "spontaneamente" vicina a un nuovo accordo sul diritto penale, dopo il piccolo "miracolo" sulla prescrizione. Parlare di pace forse è troppo, ma si può evocare la tregua, a fronte di una tensione gravissima che rischiava aprire una frattura fra i partiti di governo ben prima del mezzogiorno di fuoco sulla norma Bonafede.
Garantisti e Movimento 5 Stelle sono dunque vicini all'intesa sulla presunzione di innocenza. Martedì prossimo, quando i capigruppo Giustizia della maggioranza torneranno a incontrarsi in videocall con la guardasigilli, dovrebbe essere siglato l'accordo che prevede il "recepimento secco", con un emendamento condiviso, della direttiva europea 2016/234. Il testo dell'Europarlamento e del Consiglio europeo vincola appunto le "autorità pubbliche", e dunque gli stessi magistrati, a non presentare "la persona come colpevole" fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato "non sia stata legalmente provata".
La direttiva sarà recepita dalla maggioranza all'interno della più ampia legge di delegazione europea. In cambio però i parlamentari di centrodestra, e soprattutto Enrico Costa di Azione e Lucia Annibali di Italia Viva, si impegnerebbero a ritirare le altre loro proposte di modifica. Quelle per intenderci con cui Costa vorrebbe tradurre in modo particolareggiato il testo Ue. A cominciare dal vincolo di sobrietà imposto alle Procure nelle conferenze stampa.
Miracolo di Cartabia? Non proprio. In realtà i passi avanti sono stati, appunto, spontanei. Da una parte il Movimento 5 Stelle si è reso conto che arroccarsi su un rifiuto totale di adesione alla direttiva Ue sarebbe stato incomprensibile, visto che lo stesso principio è già contenuto all'articolo 27 della Costituzione italiana. Ma ai 5 stelle non piaceva che fossero anticipati in una disposizione di principio, qual è la ratifica di una direttiva comunitaria, norme che, secondo il Movimento, andrebbero accolte in una più ampia riforma del processo.
La tregua è già certa? Alcuni contatti ci sono stati. Certo, manca il sigillo definitivo. E tra gli altri, la stretta di mano fra la capogruppo 5 Stelle nella commissione Giustizia di Montecitorio, Carla Giuliano, e il ricordato Costa. Ma interpellato dal Dubbio, il deputato di Azione la mette così: "Se davvero ci fosse disponibilità al recepimento secco della direttiva, non avrei alcun problema ad accantonare gli altri emendamenti. Non per rinunciarvi, ovviamente: li riproporrei in un altro provvedimento". Disponibilità che ha tutta l'aria di essere decisiva.
Perché se la legge di delegazione europea, il veicolo principale a cui agganciare la direttiva, è ancora in commissione, è pur vero che Costa non avrebbe avuto alcun problema a sfidare il no pentastellato e la cautela dem nell'Aula della Camera. Lì cioè dove è possibile chiedere il voto segreto e mandare sotto persino il governo, se dà parere sfavorevole. Siamo ai protocolli preliminari. Martedì prossimo si metteranno le carte sul tavolo.
Ma uno che è abituato a parlare con chiarezza come il presidente M5S della commissione Giustizia, Mario Perantoni, fa notare al Dubbio un aspetto essenziale. Premessa: "Sono fiducioso sul fatto che la prossima settimana la maggioranza supererà le criticità sulla legge di delegazione europea". E aggiunge: "Ricordo che la direttiva sulla quale si è tanto discusso non è una novità del momento: era stata introdotta nel 2017, nel 2018 il governo Gentiloni comunicò all'Europa che l'Italia non aveva nessun bisogno di recepire il contenuto della direttiva in quanto già compreso nel nostro ordinamento". Tutto vero. Ciononostante Costa ritiene di potersi considerare soddisfatto, visto che, come detto, già il testo "secco" dell'Ue è abbastanza esplicito.
Lo ha ben ricordato peraltro sul Dubbio di ieri il professor Giorgio Spangher, punto di riferimento dell'avvocatura penale italiana, che ha definito nel suo intervento "surreale" la lite in corso alla Camera. Il bello della vicenda è che tutti sembrano avvertire il profumo di una mezza vittoria. Gli stessi pentastellati considerano comunque positivo aver fatto slittare alla fase degli emendamenti sul ddl penale (che i deputati dovranno depositare in commissione entro il 23 aprile) la discussione su norme come quelle che vorrebbe inserire Costa.
E Cartabia? In "rispettosa attesa", è la posizione espressa da via Arenula. Con una postilla che si può liberamente aggiungere: visto che nella riunione di martedì scorso la guardasigilli aveva chiesto ai partiti di "trovare un'intesa", se l'intesa consisterà nel recepimento secco della direttiva, la ministra della Giustizia, la prossima settimana in commissione, sarà ben lieta di esprimere il parere favorevole a nome di tutto il governo.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 26 marzo 2021
L'incontro tra il suo avvocato e un consigliere alla vigilia dell'audizione. L'audizione di Luca Palamara torna a scuotere il Consiglio superiore della magistratura. Non tanto per ciò che ha detto ieri l'ex consigliere davanti alla prima commissione del Csm, quanto per il singolare incontro, alla vigilia dell'interrogatorio, tra il suo avvocato e uno dei componenti di quella stessa commissione. Si tratta di Alessio Lanzi, avvocato anche lui e consigliere "laico" in rappresentanza di Forza Italia, che dà una spiegazione del tutto banale e lecita della visita effettuata nello studio di Roberto Rampioni, uno dei legali che assiste Palamara imputato di corruzione a Perugia. Tuttavia quando al Consiglio s'è venuto a sapere, in maniera casuale, di questa curiosa coincidenza, i malumori sono arrivati fino al Comitato di presidenza, che ha incontrato la commissione prima dell'audizione di Palamara.
La convocazione dell'ex presidente dell'Associazione magistrati espulso dall'ordine giudiziario (nel quale spera di essere riammesso, dopo aver presentato ricorso in Cassazione contro la radiazione) era stata decisa e comunicata all'interessato mercoledì, senza svelare gli argomenti sui quali gli sarebbero state fatte domande. Poi, all'ora di pranzo, Lanzi è andato a trovare il collega che difende Palamara, e nel pomeriggio la commissione che si occupa degli eventuali trasferimenti d'ufficio per presunte incompatibilità ambientali, s'è riunita nuovamente deliberando a maggioranza (con il voto favorevole pure di Lanzi) di allargare l'oggetto dell'audizione: non solo la posizione del procuratore di Milano Francesco Greco, come inizialmente previsto, ma anche quella del procuratore aggiunto di Roma Angelo Racanelli.
Due pratiche aperte da tempo e apparentemente destinate all'archiviazione (per Racanelli c'era già una proposta che il plenum ha rimandato in commissione), che però potevano fornire a Palamara lo spunto per tornare su argomenti affrontati spesso nelle interviste televisive seguite alla pubblicazione del suo libro intitolato Il sistema.
A decisione presa, al Csm s'è venuto a sapere dell'incontro tra Lanzi e Rampioni, e nel palazzo c'è chi l'ha messa in relazione all'audizione di ieri, nonché all'0perazione politico-editoriale innescata dal libro di Palamara. Una fuga di notizie anticipata, insomma, che Lanzi invece ha negato con decisione. E anche dopo l'interrogatorio dell'ex magistrato ribadisce: "Con il collega Rampioni c'è un'antica amicizia e frequentazione, abbiamo parlato di problemi legati all'università dopo che lui è andato in pensione. Palamara non c'entra niente, e nell'audizione io ho avuto un ruolo del tutto passivo, tant'è che non ho fatto alcuna domanda".
Il comitato di presidenza e la prima commissione hanno preso atto della versione di Lanzi, ma il disappunto della presidente della commissione Elisabetta Chinaglia (che fa parte di Area, il gruppo della "sinistra giudiziaria") e di altri consiglieri resta ed è "agli atti". Se ci saranno strascichi e conseguenze si vedrà nelle prossime settimane.
Sul contenuto dell'audizione, svoltasi a porte chiuse come avviene normalmente, Palamara - giunto a palazzo dei Marescialli con Rampioni - si limita a dire: "Ho parlato di fatti specifici, e in particolare degli uffici giudiziari di Roma e Milano; ho parlato di quanto emergeva dalle chat, ma il discorso si è poi allargato al trojan". Durante la deposizione l'ex consigliere si sarebbe soffermato più sulle vicende romane che su quelle milanesi, e il riferimento al trojan (che trasformò il suo telefonino in una microspia) riguarderebbe soprattutto un'intercettazione tra lui e Racanelli alla vigilia del voto del Csm per la successione all'ex procuratore Giuseppe Pignatone.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 marzo 2021
Alla vigilia della conclusione dell'appello del processo trattativa Stato-mafia spunta il giallo del cellulare di uno dei referenti di Provenzano. Si parte da capi d'accusa ben precisi nei confronti degli imputati al processo presunta trattativa Stato-mafia, ma strada facendo spuntano fuori altri elementi. Ma sono sempre gli stessi.
Quelli che fanno giri immensi, ma che poi ritornano. Sì, perché nonostante i processi clone nei confronti degli ex Ros, poi finiti con l'assoluzione, le tesi giudiziarie medesime riaffiorano in corso d'opera. L'ultimo atto del processo d'appello della trattativa Stato-mafia, ora agli sgoccioli perché a maggio dovrebbe finalmente iniziare la discussione, riguarda la vicenda della perquisizione di Giovanni Napoli.
Parliamo di un veterinario, arrestato per essere stato un referente mafioso di Mezzojuso e soprattutto per aver dato sostegno logistico a Bernardo Provenzano. Una vicenda che si inquadra nel discorso della mancata cattura di quest'ultimo. Un argomento, questo, in realtà già sviscerato dalla sentenza di assoluzione del processo Mori-Obino. I due ex ufficiali erano stati accusati di aver favorito la mancata cattura dell'allora superlatitante, ma assolti definitivamente dall'accusa sostenuta dal procuratore generale Roberto Scarpinato e l'allora sostituto pg Luigi Patronaggio.
I floppy furono consegnati a Gioacchino Genchi - Ma i procuratori generali del processo d'appello sulla trattativa Stato-mafia, hanno delegato degli accertamenti alla Direzione investigativa antimafia. Hanno ritenuto sospetto il fatto che la perquisizione in casa di Napoli e la prima, non riuscita, analisi dei floppy sia stata affidata a due carabinieri, uno da poco arrivato al Ros e un altro appena ventenne senza alcuna esperienza. Un giallo? In realtà non c'è stato alcun insabbiamento, dal momento in cui i Ros - di comune accordo con la procura di Palermo - hanno consegnato i floppy disk a uno dei più qualificati e conosciuti esperti informatici dell'epoca, ovvero Gioacchino Genchi. Lui stesso si lamenta di averli tuttora in casa, nonostante abbia più volte sollecitato la Procura a ritirare il materiale e a liquidare la parcella per la consulenza. Sicuramente c'è una spiegazione plausibile, ma i Ros cosa c'entrano in tutto ciò?
Un altro mistero che mistero non è - Si aggiunge però un altro mistero, che come vedremo più avanti mistero non è. Dopo pochi giorni dall'arresto di Giovanni Napoli, i Ros restituirono alla moglie due telefonini e un rilevatore di microspie satellitari. Ed è qui che nasce un dubbio. Come mai? Hanno almeno fatto delle analisi?
Non è questione di poco conto e per capire meglio bisogna fare un passo in dietro. Durante il processo trattativa Stato-mafia di primo grado, l'allora pubblico ministero Antonino Di Matteo interroga il pentito Ciro Vara, il quale racconta di avere ricevuto delle confidenze da Giovanni Napoli: "... in certi dischetti avevano registrato delle cose interessanti che conservava il Napoli, tanto è che quando hanno fatto la perquisizione a casa del Napoli, poi il comandante della stazione dei carabinieri di Mezzojuso poi dopo qualche giorno ha consegnato questi dischetti e effettivamente mi diceva il Napoli c'era qualche, qualche cosa interessante da estrapolare... qualche cosa che poteva essere utile agli inquirenti... mi ha detto soltanto queste testuali parole, che c'erano questi dischetti, sono stati sequestrati e che c'erano delle cose interessanti che riguardavano Provenzano, e che sono stati restituiti dopo pochi giorni. Solo questo".
Ora sappiamo che i floppy disk non sono mai stati restituiti, ma fatti analizzare da Genchi. Infatti i procuratori generali che rappresentano l'accusa al processo d'appello trattativa Stato-mafia, dicono che il pentito Ciro Vara potrebbe aver fatto confusione quando ha parlato delle confidenze ricevute da Napoli. Quest'ultimo parlò di floppy disk, ma in realtà si trattava dei telefonini. E in effetti tutto torna. Sono stati i telefonini a essere restituiti. Tutto scritto nero su bianco dalle note che i Ros hanno mandato all'allora procuratore aggiunto di Palermo Maria Teresa Principato, magistrata seria e che da anni è stata impegnata nella cattura del super latitante Matteo Messina Denaro, tanto da fargli terra bruciata con arresti e sequestri di beni.
Dalle note inviate in procura, emerge che, prima di restituire il telefonino, i Ros lo hanno analizzato ricavando ben 96 utenze. Nella nota datata 10 novembre 1998 e sottoscritta dal capitano Michele Sini, si legge infatti che "nel corso dell'operazione di perquisizione (l'abitazione di Napoli, ndr), il personale di questa sezione anticrimine riveniva apparati cellulari nella disposizione del prevenuto".
E aggiunge che "da un successivo esame della memoria del Motorola micro tac avente nr. di serie 5802YG1P7S si riusciva ad estrarre nr. 96 numeri telefonici". Prosegue: "Si trasmette, pertanto, l'unito verbale di restituzione materiale, nonché l'annotazione redatta e comprensiva dei numeri telefonici esistenti in memoria".
Tutto alla luce del sole - I Ros hanno spiegato tutto quello che hanno fatto, ogni singola operazione, alla procura competente. Ma ritornando alla confidenza che Napoli fece al pentito Vara, c'erano elementi importanti che potessero destare preoccupazione ai mafiosi, in particolare a Provenzano, visto che si parla del suo tesoro? Ebbene sì.
I Ros hanno analizzato tutte le utenze telefoniche e fatto visure per ognuno delle società legate ai nomi che erano entrati in contatto telefonico con Giovanni Napoli. Tutto scritto nero su bianco, tant'è vero che emerge una incredibile mappatura riguardante gli affari. Parliamo degli appalti. Compaiono diverse società che già erano attenzionate (il dossier mafia-appalti) dai Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno quando Falcone e Borsellino erano ancora in vita. In queste utenze analizzate erano usciti fuori i nomi di chi si adoperò per costringere aziende nazionali a fare affari con i corleonesi.
Anche Provenzano aveva il suo "ministro dei lavori pubblici" - Solo un esempio per far necomprendere la portata. Nella nota dei Ros dove si annota l'analisi fatta al telefonino, si legge testualmente di presunte responsabilità di uno degli utenti in contatto con Napoli nell'appalto delle forniture al sistema di Telecontrollo del consorzio Basso Belice Carboj. "In particolare- si legge nella nota dei Ros inviata alla procura di Palermo - gli indiziati, avvalendosi della forza intimidazione del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento, avrebbero, attraverso forme di corruzione costate al gruppo Gal - Isytech - Motorola oltre trecento milioni di lire, già pagati sotto forma di viaggi in Israele e negli Stati Uniti oltre che con soldi consegnati in contanti, consentito l'aggiudicazione della fornitura del Sistema di Telecontrollo del consorzio Basso Belice Carbo, a favore della Motorola".
Precisiamo. Parliamo di presunti fatti risalenti agli anni 90, ma che rendono bene l'idea dell'importanza degli affari con gli appalti. Sappiamo che anche Provenzano aveva il suo "ministro dei lavori pubblici", ed era Giuseppe Lipari. Tutto questo serve per dire che non c'è alcun giallo sulla perquisizione dell'appartamento di Giovanni Napoli. L'operazione è stata trasparente e senza tenere nulla all'oscuro della Procura.
L'unico dato negativo che emerge è la smemoratezza dei Ros che parteciparono all'operazione, tant'è vero che - sentiti come testimoni al processo trattativa Stato-mafia in corso - non si ricordavano nemmeno cosa hanno firmato o meno. Non ricordarlo dà adito a non poche suggestioni. Ma quello che conta in un'aula di tribunale, almeno in uno Stato di diritto, sono le prove. Se trattativa c'è stata, bisogna capire quali favori avrebbe ricevuto in cambio la mafia. Finora sono oggettivamente difficili da visualizzare. Vedremo cosa diranno i pg durante la discussione e cosa risponderà la difesa. La sentenza potrebbe arrivare a ridosso dell'anniversario della strage di Via D'Amelio.
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