di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 25 dicembre 2020
La lista delle vittime include giornalisti, religiosi, politici, personale sanitario, attivisti e attiviste per i diritti umani. La lista degli omicidi mirati si fa più lunga: Mohammad Yousuf Rashid, il direttore esecutivo della rete Fefa, Free and Fair Election Forum of Afghanistan, è stato ucciso ieri mattina a Kabul. "Ha bevuto una coppa di martirio per promuovere la democrazia", così il comunicato del Joint Civil Society Working Group, una delle coalizioni della società civile, di cui Rashid era un esponente conosciuto.
Da molti anni con la sua associazione monitorava infatti le elezioni, denunciandone irregolarità e brogli, cercando di promuovere quella democratizzazione che in Afghanistan è valsa perlopiù sulla carta, schiacciata da corruzione, interessi di parte, violenza. Rashid è stato ucciso mentre era nel suo veicolo, poco prima che annunciasse la nascita della Coalition for Peace Watch, una coalizione di attivisti con il compito di monitorare gli sviluppi del negoziato di pace tra Talebani e rappresentanti della politica e del governo.
Iniziato il 12 settembre a Doha, ha portato finora a un accordo sulle procedure da seguire in caso di controversie e all'intesa preliminare su alcuni punti dell'agenda negoziale vera e propria. Che verrà discussa a gennaio, dopo una pausa di tre settimane. Non c'è stata pausa, però, per il conflitto e per gli omicidi mirati. Non sono affatto una novità, ma negli ultimi mesi e settimane la frequenza e la scelta degli obiettivi sembrano rimandare a una strategia pianificata.
Tanto che ieri anche Unama, l'ufficio delle Nazioni Unite a Kabul, è intervenuta denunciando la questione, insieme alla gran parte delle ambasciate in Afghanistan. La lista delle vittime include giornalisti, religiosi, politici, personale sanitario, attivisti e attiviste per i diritti umani. Alcuni esempi: il 21 dicembre Rahmatullah Nekzad, giornalista cinquantenne, alle spalle collaborazioni con Al Jazeera e con l'Associated Press e già a capo dell'Unione dei giornalisti della provincia di Ghazni, è stato ucciso nella sua abitazione con tre colpi in testa.
Due giorni prima, a Kabul, era toccato al parlamentare Khan Mohammad Wardak. Il 10 dicembre a Jalalabad veniva uccisa invece Malala Maiwand, giornalista 24enne e attivista. In quest'ultimo caso, l'omicidio è stato rivendicato dalla "Provincia del Khorasan", la branca locale dello Stato islamico. Per molti altri omicidi non c'è invece rivendicazione, nessuna responsabilità.
Una serie di episodi che mette in luce le debolezze dei servizi di sicurezza. Secondo il giornalista Zaki Daryabi, direttore del giornale investigativo Etilaatrooz e vincitore del premio Anti-corruzione 2020 di Transparency International - il ministro degli Interni avrebbe consigliato di chiudere l'impresa agli editori che non possono permettersi di comprare armi per proteggere i propri giornalisti. Da chi vadano protetti, non è chiaro. Ma molti puntano il dito contro i Talebani, che starebbero preparando il terreno per il ritorno al potere. Eliminando tutte le voci dissenzienti e inviando messaggi intimidatori a chi vi si oppone.
di Lia Curcio
unimondo.org, 25 dicembre 2020
Il nuovo Report del Business & Human Rights Resource Centre è dedicato alle difficoltà affrontate dai difensori dei diritti umani durante la pandemia di Covid-19 e afferma che gli attacchi agli attivisti dei diritti umani sono stati senza sosta, anche perché durante la crisi sanitaria diversi governi con tendenza autoritaria hanno attivato misure che hanno sostanzialmente diminuito i diritti civili, dispiegando anche la forza per reprimere le proteste.
"In troppi paesi i difensori dei diritti umani sono stati ridotti al silenzio attraverso minacce, intimidazioni, violenze e uccisioni" denuncia il Report, in base al quale da marzo a settembre 2020 ci sarebbero stati 286 casi di attacchi ad attivisti dei diritti umani - venti in più rispetto alla media degli ultimi cinque anni - con repressioni perpetrate da governi ed attori economici.
In particolare, i difensori dei diritti dei lavoratori, gli attivisti ambientali e chi si batte per il diritto alla terra - tra questi ci sono molti leader indigeni - sono stati molto colpiti. Ad esempio, l'8 giugno 2020 Susana Prieto, avvocato messicano impegnata per la tutela dei diritti dei lavoratori, è stata arrestata con l'accusa di resistenza e incitamento alla violenza.
Una decisione che i suoi familiari e colleghi hanno denunciato come un tentativo di intimidazione. La donna, infatti, aveva denunciato gli scarsi interventi per prevenire la diffusione del coronavirus nelle fabbriche, sostenendo che all'interno degli stabilimenti produttivi la salute dei lavoratori fosse messa a rischio. Nel corso degli anni, Prieto si è fatta molti nemici rappresentando i lavoratori che lottano per salari più alti e cercando di organizzare sindacati indipendenti presso le maquiladoras, le fabbriche in larga parte di proprietà straniera che producono prodotti per l'esportazione.
Quello di Susana Prieto non è un caso isolato. Un altro caso studio descritto nel Report descrive come l'azienda "Ocho Sur P" abbia continuato ad operare nelle piantagioni di palma da olio in Perù, nonostante la pandemia Covid-19 avesse colpito il 90% dei lavoratori e nonostante due ordinanze delle autorità peruviane avessero prescritto delle limitazioni a causa della deforestazione dell'Amazzonia, un processo che sta esponendo le comunità indigene a minacce e attacchi di cui viene accusata anche la compagnia "Ocho sur P".
Un altro caso riporta quanto accade in Indonesia, dove alcune aziende stanno traendo vantaggio dal peso mediatico dato alla pandemia per intensificare il land grabbing, l'accaparramento della terra. "In molti casi - denuncia il Report - nei settori delle costruzioni, delle miniere e dell'agrobusiness, le aziende hanno ricevuto il permesso legale di continuare ad operare durante la pandemia, aumentando i rischi per la salute dei lavoratori e delle comunità locali. Qualche azienda, inoltre, continua ad operare anche senza autorizzazione".
In Zimbabwe vengono riportati altri casi di attacco ad attivisti. "In Zimbabwe, il governo ha usato la pandemia Covid-19 come una scusa per disperdere le proteste di massa contro la corruzione legata all'acquisto di dispositivi di protezione": Hopewell Chin'ono è un giornalista che ha denunciato la corruzione del governo nell'acquisto di dispositivi di protezione dal coronavirus, denunciando il figlio del presidente. Chin'ono è stato arrestato e tenuto in prigione per parecchie settimane: "Ho vissuto in una cella da 16 posti dove siamo stati stipati in 44, per 17 ore al giorno e senza acqua corrente" denuncia il giornalista. Recentemente, a novembre, è stato nuovamente arrestato con il motivo di aver infranto le condizioni della libertà condizionata, un'accusa che fonti legali descrivono come "senza senso".
In media, tra marzo e settembre 2020 ogni giorno si è registrato un attacco contro un difensore dei diritti umani. Secondo quanto emerge dal Report, un quarto delle vittime è donna, mentre in più di un terzo dei casi si tratta di persone che sono parte di popoli indigeni. Si tratta di un'ulteriore conferma del fatto che queste comunità pagano un prezzo particolarmente elevato nelle loro battaglie per la difesa dei diritti umani. La maggior parte degli attacchi sono avvenuti nell'ambito dell'attivismo contro i settori minerario (circa un terzo) e delle costruzioni (circa il 20%), mentre è l'America Latina a confermarsi il continente più pericoloso.
Per quanto riguarda la tipologia degli attacchi, sono state censite 108 detenzioni arbitrarie; gli omicidi sono stati 46, mentre i casi di intimidazioni e minacce sono state 51. Le autorità statali e locali sono state coinvolte in un terzo dei casi, mentre in 39 casi su 286, si legge nel Report, "c'è stato il coinvolgimento di più di un soggetto". Oltre alle autorità statali, viene segnalato il coinvolgimento delle forze di polizia, di rappresentanti delle aziende, di vigilanza privata, e in alcuni casi di membri della criminalità organizzata.
di Giulia Merlo
Il Domani, 24 dicembre 2020
Zona rossa permanente. Dietro le sbarre anche la quarantena dura di più: 20 giorni. Quest'anno nessun conforto ai detenuti per le feste, sospese le attività dei volontari. Isolamento totale. "In carcere, Natale è il giorno più triste dell'anno. Richiama la casa, la famiglia e le tradizioni e non poterle vivere direttamente apre un pozzo buio di malinconia", dice don Marco Pozza, sacerdote del carcere di Padova.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 dicembre 2020
Il sottosegretario alla Giustizia Ferraresi risponde all'interrogazione di marzo 2020 di Roberto Giachetti, ma non chiarisce i dubbi sulla fornitura dei braccialetti elettronici. "Dopo quasi un anno rispondono all'interrogazione parlamentare sui braccialetti elettronici non chiarendo nulla, temo che questa sia roba da Corte dei Conti!", tuona così l'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini in merito al giallo sulla fornitura dei braccialetti.
di Stefano Anastasia
Il Riformista, 24 dicembre 2020
Mentre tutto tace sul fronte del contrasto al Covid nelle carceri (le minime previsioni del decreto ristori tali sono rimaste, la prossima campagna vaccinale ancora non sembra aver preso in considerazione i detenuti), la Commissione bilancio della Camera, su iniziativa del deputato Pd Paolo Siani, ha approvato un emendamento che - per la prima volta, dopo dieci anni - finanzia le case famiglia protette destinate a ospitare le donne in esecuzione di provvedimenti penali con figli piccoli e piccolissimi.
di Valter Vecellio
lindro.it, 24 dicembre 2020
Il successo dell'iniziativa non violenta di Rita Bernardini che da sempre con coerenza e coraggio conduce una battaglia esemplare per il diritto al diritto e per il diritto alla conoscenza. Numeri, cifre, non opinioni; e quelli snocciolati da Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà rivelano una realtà che sconcerta: "Negli ultimi dieci giorni le persone registrate negli Istituti sono diminuite di 339 unità, passando da 54.195 del 9 dicembre a 53.856; le persone effettivamente presenti sono oggi 53.002 (alla stessa data del 9 dicembre erano 53.266).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 dicembre 2020
Giuseppe Conte, mantenendo la promessa fatta a Rita Bernardini del Partito Radicale, nella giornata di ieri ha visitato il carcere romano di Regina Coeli. In linea con l'andamento nazionale, gli ultimi dati sulla diffusione del Covid 19 nelle carceri sono più o meno stabili.
Ma si aggiunge l'ennesimo decesso per Covid 19 avvenuto ieri. Parliamo di un detenuto, con patologie pregresse, che era recluso al carcere Due Palazzi di Padova.
adnkronos.com, 24 dicembre 2020
"Sono venuto a conoscenza del fatto che il personale delle carceri e i detenuti (compresi quindi anche coloro i quali, come nel caso di Sulmona, stanno vivendo il dramma dei tanti positivi attualmente presenti) saranno vaccinati solo a partire dal mese di luglio. Chi ha deciso questo non considera quanto possa essere rischioso vedere ritardare di così tanto l'appuntamento con il vaccino. Il tutto in considerazione della peculiarità che hanno gli attori in campo di vivere in un ambiente fortemente condizionato dalla mancanza di spazi e libertà di movimento". È la denuncia di Mauro Nardella, segretario generale territoriale Uil-Pa polizia penitenziaria.
di Giulia Merlo
Il Domani, 24 dicembre 2020
I cinque eventi principali che hanno inciso sulla vita della magistratura, in un 2020 fatto di scontri interni ma anche esterni con il ministero della Giustizia. Dalla bufera scatenata dall'inchiesta sull'ex capo di Unicost alla nomina di Francesca Nanni a Milano fino alla nuova Anm del dopo Palamara. Il 2020 è stato un anno complicato per la magistratura, fatto di scontri interni ma anche esterni con il ministero della Giustizia. Ripercorriamo qui gli eventi principali che hanno condizionato la vita delle toghe e le hanno riportate al centro del dibattito pubblico.
Lo scontro tra Nino di Matteo e il ministro Alfonso Bonafede - Lo scontro avviene nel maggio 2020, in diretta televisiva nella trasmissione di Massimo Giletti, Non è l'arena. L'ex pm antimafia Nino di Matteo, ora togato del Consiglio superiore della magistratura, accusa il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede di avergli prima proposto e poi negato il posto al vertice del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. I fatti risalirebbero al 2018, all'inizio del governo Movimento 5 Stelle Lega.
Di Matteo afferma di aver ricevuto da Bonafede l'offerta di diventare capo del Dap oppure degli Affari penali, di aver chiesto due giorni per riflettere. La voce gira e la polizia penitenziaria registra la reazione di importanti boss che tra di loro in cella dicono "se arriva questo (al Dap ndr) abbiamo chiuso". Quando Di Matteo avverte il ministro di voler andare al Dap, Bonafede gli avrebbe risposto di aver già scelto per quel posto Francesco Basentini (che nel 2020 si dimette dal ruolo dopo i disordini nelle carceri e alle scarcerazioni, in seguito all'emergenza Covid). Alla telefonata in diretta Bonafede ribatte dicendosi "esterrefatto" ma la polemica politica scoppia e le opposizioni chiedono le dimissioni del ministro, che deve difendersi in parlamento e spiegare che la sua scelta per il vertice del Dap non è stata condizionata dalle intercettazioni ai boss.
Luca Palamara viene espulso dalla magistratura - Il caso Palamara inizia nell'estate del 2019, ma la sua conclusione - quantomeno quella sul fronte interno alla magistratura - arriva nel 2020 con la sua espulsione prima dall'Associazione nazionale magistrati (giugno) e poi dall'ordine giudiziario, al termine del procedimento disciplinare davanti al Csm (ottobre). La prima udienza davanti al Csm si svolge in luglio: Palamara è accusato di "comportamento gravemente scorretto" e "strategia di danneggiamento" nella trattativa per la nomina del successore di Giuseppe Pignatone a capo della procura di Roma, per i fatti avvenuti durante il dopocena all'hotel Champagne di Roma, dove Palamara ha incontrato l'allora leader di Magistratura indipendente Cosimo Ferri, Luca Lotti (indagato nel caso Consip) e alcuni togati del Csm. La difesa di Palamara evoca una specie di chiamata in correità dell'intero sistema, allargando l'analisi dei fatti all'intero sistema correntizio e di spartizione delle nomine a capo degli uffici. La logica è: se il magistrato va rimosso, allora lo stesso deve accadere anche a tutti coloro che hanno beneficiato del suo aiuto e hanno contribuito alla spartizione. L'accusa, invece, punta tutto sulle intercettazioni ricavate dal Trojan installato nel cellulare di Palamara (indagato per corruzione dalla procura di Perugia) e limita l'oggetto del procedimento ai soli fatti del dopocena per la scelta del procuratore capo di Roma. Il procedimento lampo si è concluso con l'espulsione di Palamara, che ora dovrà affrontare anche il processo penale a suo carico a Perugia.
Piercamillo Davigo va in pensione - L'ex pm di Mani pulite e membro del Csm, Piercamillo Davigo decade dal ruolo di consigliere in ottobre, il giorno dopo il suo compleanno. Davigo ha dovuto andare in pensione in ottobre per aver raggiunto il limite d'età di 70 anni, ma voleva rimanere in carica come consigliere del Csm anche da pensionato, perché nessuna norma vieta esplicitamente a un pensionato di permanere nell'incarico. Il Csm, in una difficilissima seduta, ha invece deciso a maggioranza con il voto anche di Nino di Matteo, eletto nella corrente Autonomia e indipendenza fondata da Davigo, che un magistrato in pensione decade dal suo ruolo nel consiglio, perché il requisito di essere magistrato in attività deve permanere per tutta la durata del mandato. Davigo, tuttavia, ha scelto di fare ricorso al Tar contro la decisione degli ex colleghi: bocciato il ricorso, ha impugnato la decisione davanti al Consiglio di Stato e ha chiesto di essere reimmesso nelle sue funzioni di consigliere togato.
L'elezione della nuova Associazione nazionale magistrati - Il 20 ottobre l'Associazione nazionale magistrati ha eletto i nuovi componenti del direttivo, nel primo voto dopo lo scandalo Palamara. L'esito: vittoria delle toghe progressiste di Area con 1.785 preferenze, ma il vero exploit è di chi era dato per perdente. Magistratura indipendente - la corrente del deputato Cosimo Ferri sotto procedimento disciplinare al Csm per lo scandalo sulle nomine pilotate - è arrivata seconda con 1648 voti ed è separata da Area da poco più di cento voti. Terza, invece, Unità per la Costituzione con 1.212 preferenze. Quarta la corrente Autonomia e Indipendenza, dal 20 ottobre orfana del suo leader Piercamillo Davigo, che ha preso 749 preferenze. Ultima, infine, con 651 voti la neonata lista Articolo centouno, formata dai magistrati fuori dalle correnti e capeggiate dal procuratore di Ragusa Andrea Reale. La vittoria non netta ha reso molto complicato formare una maggioranza ed eleggere il nuovo presidente. Sono serviti 50 giorni e un estenuante dibattito interno. Alla fine è stato scelto come nuovo presidente il magistrato di Area, Giuseppe Santalucia, a capo di una giunta quasi unitaria da cui è rimasta fuori solo Articolo 101.
Nomina di Francesca Nanni alla procura generale di Milano - Il Csm ha scelto la magistrata Francesca Nanni al vertice della procura generale di Milano, considerata la più importante d'Italia. Nanni, prima donna alla guida della procura di Cuneo, nel dicembre 2018 è diventata la prima donna a capo della procura generale di Cagliari e ora lo è nel capoluogo lombardo. È stata eletta a maggioranza con 14 voti superando Fabio Napoleone, ex consigliere del Csm e sostituto pg milanese noto per l'inchiesta Duomo connection e per il caso Telecom. La sua nomina completa il "terzetto" di cariche che mai prima di questo momento sono state assegnate a una donna: segue alla prima donna presidente del Tribunale, Livia Pomodoro, e alla prima donna presidente della Corte d'Appello, Marina Tavassi.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 24 dicembre 2020
I dati 2020-2019 a confronto. Nel penale depositate quasi 15mila decisioni in meno rispetto allo stesso periodo del 2019; sono 3.800 invece i provvedimenti 'mancanti' nel civile. Al 30 novembre 2020 la Corte di cassazione ha pubblicato 18.700 decisioni in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Lo scostamento è dovuto all'emergenza Covid-19 ed in particolare al fatto che per due mesi le attività non solo della Suprema corte ma anche delle Corti di appello si sono quasi completamente fermate. Un gap che a questo punto non verrà colmato in questo scorcio d'anno.
È il penale (che pure formalmente non si è mai interrotto) a soffrire di più: le Sezioni infatti nei primi undici mesi hanno pubblicato ben 14.866 provvedimenti in meno: 9.192 sentenze e 5.676 ordinanze. Mentre lo scorso anno dunque nello stesso periodo i numeri indicavano 48.732 decisioni (28.044 sentenze e 20.688 ordinanze), nel 2020 siamo scesi complessivamente a 33.866 decisioni (18.856 sentenze e 15.010 ordinanze). Il maggior calo si è registrato nella Sezione settima che giudica le inammissibilità passata 19.975 a 14.151 (-5.824), segno che molte cause non sono proprio pervenute al Palazzaccio che infatti non registra un particolare accumulo dell'arretrato nel penale.
Nel civile, invece, a fine novembre 2020, i provvedimenti decisi sono stati 27.507, 3.836 in meno rispetto allo stesso arco temporale dello scorso anno quando erano stati 31.343. Quest'anno dunque sono state pubblicate: 3.525 sentenze civili (5.954 nel 2020), 22.226 ordinanze (23mila nel 2020), 1.000 ordinanze interlocutorie (1.756 nel 2020) e 756 decreti (631 nel 2020).
Va ricordato che con una serie di eccezioni nel civile (per esempio in materia di minori e famiglia) ma anche nel penale, dove è sempre stato assicurato un presidio per le cause urgenti, il legislatore con il Dl 18 del 2020, ha disposto che "dal 9 marzo 2020 al 15 aprile 2020 le udienze dei procedimenti civili e penali pendenti presso tutti gli uffici giudiziari sono rinviate d'ufficio a data successiva al 15 aprile 2020", termine poi "prorogato" dal Dl n. 23 del 2020, all'11 maggio 2020. Successivamente, con la ripresa si sono comunque dovute implementare e seguire una serie di regole e paletti per l'accesso e la trattazione delle cause nei Tribunali e nelle Corti.
Tornando al civile, l'impatto non è stato uguale per tutte le Sezioni. A subire di più il blocco sono state: la Sezione Lavoro che ha pronunciato circa 1.300 sentenze in meno; ma anche la Sezione Tributaria, già gravata da un ingente arretrato, che (inclusa la Sottosezione VI) è sotto di circa 1.800 decisioni. La questione dei "carichi" del resto è sotto stretta osservazione, tanto che nel PNRR (cd. Recovery plan) sono stati previsti specifici rinforzi per affrontare "la perdurante criticità che affligge la sezione tributaria della Cassazione", con la possibilità di assegnare fino a 50 unità di magistrati onorari ausiliari, in via temporanea e contingente.
È rimasta indietro anche la VI, la cd "Sezione filtro", introdotta con la legge 18 giugno 2009 n. 6, ed articolata in 5 Sottosezioni (Prima, Seconda, Terza, Lavoro e Tributaria) che nel complesso è passata da 10.661 decisioni a 8.984. In controtendenza invece la I Sezione civile che ha pubblicato 1.047 decisioni in più rispetto al 2019, anche per via dell'esplosione delle cause in materia di immigrazione. Il ritardo cumulato prima dell'estate non è poi ulteriormente cresciuto considerato che da settembre si è ripreso a depositare a ritmo sostanzialmente ordinario, dal 1/9 al 15/11, per esempio, sono state depositate soltanto 100 sentenze in meno.
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