genova24.it, 30 marzo 2021
Approvate ieri in Consiglio regionale alcune modifiche alle leggi che istituiscono in Liguria le figure del Garante per la tutela delle vittime di reato e del Garante dei detenuti. Con 16 voti a favore (maggioranza di centrodestra) e 12 astenuti ha ricevuto il via libera il provvedimento che adegua la legge sul garante per le vittime di reato alle eccezioni sollevate dal Governo, che ha impugnato la legge davanti alla Corte Costituzionale. In particolare, la nuova formulazione prevede che "la Regione promuova e stipuli apposite intese con altre amministrazioni, anche statali operanti nel settore, comprese le forze dell'ordine, per l'eventuale individuazione di propri rappresentanti quali componenti dell'organismo".
Viene, inoltre, rimossa l'esclusività del rapporto di lavoro del garante. Approvato all'unanimità un emendamento presentato dal gruppo Pd-Articolo Uno che specifica alcune cause di incompatibilità, fra le quali, quella con l'attività di lavoro subordinato a tempo pieno. Confermata l'incompatibilità con ogni carica elettiva pubblica.
La legge sul Garante dei detenuti, con 24 voti a favore e 4 astenuti (Lega), è stata aggiornata sulla base della nuova denominazione dei centri permanenza temporanea per stranieri" che sono divenuti "centri di permanenza per i rimpatri".
Vengono specificate meglio le regole di accesso del garante per quanto riguarda le visite negli istituti penitenziari, gli istituti penali per i minorenni, le strutture per il Tso, gli ospedali psichiatrici giudiziari, le comunità terapeutiche, che dovranno ottenere l'autorizzazione della prefettura competente.
Rispetto ai poteri del garante, nel caso in cui questi ritenga che una segnalazione sia fondata, può formulare specifiche raccomandazioni all'amministrazione interessata, la quale, in caso di diniego, comunica il dissenso motivato nel termine di 30 giorni. Approvato all'unanimità un emendamento presentato dal gruppo Pd-Articolo Uno che specifica alcune cause di incompatibilità del garante, fra le quali, con l'attività di lavoro subordinato a tempo pieno. Confermata l'incompatibilità con ogni carica elettiva pubblica.
"È importante costituire un organismo che vigili e promuova il rispetto dei diritti fondamentali delle persone recluse o comunque in condizione di limitazione della libertà personale - spiega Angelo Vaccarezza, capogruppo di Cambiamo! - Altrettanto imperativa, l'istituzione di una figura che possa diventare un faro istituzionale e imparziale a tutela delle vittime di reato, troppo spesso lasciate sole in un momento emotivamente delicato delle proprie vite. A breve, avremo quindi il compito di identificare le persone adatte a ricoprire tali ruoli, oltre al garante per l'infanzia e al difensore civico, gravato fino ad oggi di tutti i compiti". Per la consigliera Lilli Lauro "i due provvedimenti che abbiamo approvato oggi vanno nella giusta direzione, quella di avere una figura che vada a vigilare sui diritti fondamentali delle persone che si trovano in condizioni di limitazione della libertà personale e quella di trovare un'altra figura paritetica che si occupi delle persone vittime di reato".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 marzo 2021
La Regione è rimasta alle indicazioni, poi smentite, del commissario Figliuolo e del ministro Speranza di vaccinare solo in caso di focolai. Il Covid è entrato anche al 41bis di Cuneo. Risultano, per ora, 11 detenuti positivi, tra i quali nove sono reclusi al carcere duro. A confermarlo a Il Dubbio è Bruno Mellano, il garante dei detenuti della regione Piemonte. Parliamo dell'ennesimo focolaio che coinvolgono i penitenziari piemontesi.
Sì, perché nel frattempo ci sono altre due carceri, tutte di alta sicurezza, dove il contagio si è diffuso. C'è la Casa di Reclusione di Asti con 48 positivi su 298 detenuti presenti, a questo si aggiunge un nuovo focolaio attivo al carcere di Saluzzo con 19 detenuti positivi. Ribadiamolo: il contagio coinvolge tutti i detenuti in alta sicurezza, e da poco anche quelli in 41bis. Da segnalare che alla richiesta dell'avvocata Maria Teresa Pintus del foro di Sassari, di sapere se il suo assistito al carcere duro sia positivo al Covid, la Asl le ha risposto che non può dare informazioni senza l'autorizzazione dell'interessato.
La regione Piemonte non ha intrapreso la campagna vaccinale per i detenuti - Nasce un problema non da poco che il Garante Mellano ha denunciato. La regione Piemonte, di fatto, non ha intrapreso nessuna strategia di vaccinazioni nei confronti della popolazione penitenziaria. Eppure, proprio l'11 marzo scorso, il Dap ha scritto al Piemonte segnalandole che rimarrebbe la sola regione a escludere la popolazione detenuta fra le categorie eleggibili prioritarie.
"Corre l'obbligo evidenziare che la disparità di trattamento rispetto agli altri detenuti potrebbe generare tensioni all'interno degli istituti penitenziari locali, con probabili ricadute sulla tenuta dell'ordine e della sicurezza", ha sottolineato l'amministrazione penitenziaria. Ma nulla da fare, il garante Mellano denuncia che in Piemonte non si è avviata l'auspicata campagna di vaccinazione mentre, a seguito della riunione della Conferenza Stato-Regioni dello scorso 19 marzo, sono emersi dubbi interpretativi delle indicazioni contenute nel documento di "Raccomandazioni" del ministero della Salute.
Dopo i focolai arrivano i vaccini - Come ha segnalato Il Dubbio era emerso che il commissario straordinario per l'emergenza Covid Francesco Paolo Figliuolo e il ministro della Salute Roberto Speranza, avrebbero indicato come non prioritaria la vaccinazione nei confronti dei detenuti, ma di effettuarla solo quando ci sono dei focolai.
Subito dopo, tramite lanci di agenzia stampa, le fonti del commissario hanno parlato di errore di interpretazione e che la popolazione carceraria è tra le categorie prioritarie previste dal piano vaccinale. Il commissario alla campagna vaccinale della Regione Piemonte, Antonio Rinaudo, però, era rimasto a ciò che gli sarebbe stato detto durante la conferenza Stato-Regioni sia dal commissario nazionale che dal ministro Speranza. Oramai i focolai sono scoppiati, quindi la vaccinazione andrebbe avviata a prescindere. Infatti, l'unità di crisi - dopo che il contagio è divampato - ha disposto l'immediata vaccinazione a Saluzzo e Cuneo. Ma ha senso attendere che scoppino i focolai, per poi poter vaccinare?
Il Resto del Carlino, 30 marzo 2021
A rivelarlo il neo Garante per i diritti Giulianelli intervenuto sugli atti di autolesionismo: "Decesso naturale, ma la Procura indaga". Proteste in carcere a Montacuto, detenuti applicano atti di autolesionismo dopo la morte di un detenuto.
Il fatto è accaduto di recente e sulla vicenda interviene il nuovo Garante regionale per i Diritti, l'avvocato Giancarlo Giulianelli, operativo da circa un mese. L'ombudsman, a proposito dell'accaduto starebbe verificando la situazione attraverso il monitoraggio dopo la protesta da parte di un gruppo di detenuti.
n'azione di verifica del Garante a cui sarebbe arrivata anche una segnalazione di attivare, al più presto, il potenziamento di personale sanitario specifico. I fatti risalgono ad alcuni giorni fa con atti di autolesionismo da parte di quattro ospiti dello stesso istituto.
La forma di protesta è scattata a seguito della morte nel sonno di un altro detenuto: "In base alle notizie raccolte - ha sottolineato Giulianelli - il decesso sarebbe avvenuto per cause naturali, ma l'esito finale, come ovvio, si avrà al termine delle indagini espletate dalla Procura della Repubblica. Vorrei cogliere l'occasione in questa sede per esprimere le mie condoglianze e la vicinanza alla famiglia da parte mia e di tutto l'apparato".
Il Garante ha aggiunto, inoltre, che nelle ultime ore ci sono stati ulteriori atti di autolesionismo da parte di due dei quattro detenuti che avevano attivato la protesta. Uno di questi si trova attualmente ricoverato nel reparto di psichiatria dell'ospedale Torrette di Ancona, mentre per l'altro sono stati effettuati tutti gli interventi del caso all'interno dell'istituto: "Ci risulta che da parte di tutti e quattro i detenuti - ha precisato Giulianelli - sia stata avanzata la domanda di trasferimento presso il carcere di provenienza, sulla quale è chiamata ad esprimersi ora l'amministrazione penitenziaria competente. La situazione complessiva a Montacuto risulta sotto controllo, ma si renderà opportuno, quanto prima, affrontare il problema dell'autolesionismo, che negli ultimi anni ha annoverato diversi casi. Anche su questo versante la carenza di personale sanitario ed un adeguato coordinamento hanno un peso specifico".
Detto dei fatti in questione, all'interno della struttura carceraria di Ancona, la più capiente delle Marche, al momento non si sarebbero verificati casi di contagio da Covid-19. Per ora, stando a quanto emerso a livello generale, gli unici casi si sono verificati dentro il carcere di Villa Fastiggi a Pesaro meno di un mese fa. In quel caso si è trattato di un vero e proprio focolaio con uno dei detenuti trasferito in terapia intensiva all'ospedale della città. Per ora i due istituti presenti nel territorio anconetano, Montacuto appunto e Barcaglione, sono ancora da considerare Covid-free.
milanotoday.it, 30 marzo 2021
Procede la vaccinazione anti Covid dei detenuti nelle carceri milanesi. Lunedì 29 marzo sono stati resi noti i dati relativi al penitenziario di Bollate attraverso un'audizione del direttore, Giorgio Leggieri, nel corso della sottocommissione carceri di Palazzo Marino, convocata in video conferenza.
Secondo i dati diffusi, finora sono stati vaccinati contro il Covid 354 detenuti su 1.163 presenti. Leggieri ha spiegato che si sta procedendo con una media di circa 50 somministrazioni al giorno dopo una "brevissima interruzione iniziale" dovuta allo stop precauzionale di qualche giorno del vaccino AstraZeneca. Nel settimo reparto del carcere è stata predisposta un'area dedicata alla vaccinazione. "Cerchiamo di garantire un flusso continuo di vaccinati, per evitare che le dosi vadano perse", ha commentato il direttore.
L'area sanitaria del carcere ha preselezionato i detenuti in modo da stabilire chi può fare AstraZeneca e chi, invece, deve fare Pfizer. Samuele Cuccolo, comandante del reparto di Bollate, ha fatto sapere durante la stessa sottocommissione che le rinunce dovute alle notizie allarmistiche su AstraZeneca ci sono state, ma non sono state molte.
I vaccini Covid nel "mondo carceri" riguarderanno non solo i detenuti ma anche il personale e i volontari. Pietro Buffa, provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, ha detto che la vaccinazione coinvolgerà chiunque entri nelle carceri, compresi "il personale della mensa e i manutentori delle caldaie". Nel carcere di Bollate vi sono attualmente 33 detenuti positivi al Covid, di cui la maggior parte provenienti da altre carceri lombarde; ma la situazione è in miglioramento, dato che il "picco" era stato di 430 persone positive (e migliaia in isolamento) in un giorno.
di Federica D'Ambro
La Città di Salerno, 30 marzo 2021
I dati del Garante regionale: escalation di violenze nel 2020 e 37 detenuti in più rispetto alla capienza. Mancano 28 agenti. Mancanza di agenti di polizia penitenziaria, episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio. Ma pure sovraffollamento nelle celle rispetto alla capienza reale del penitenziario. È la fotografia sul carcere di Fuorni (e, più in generale, di tutte le strutture campane) del report annuale 2020 del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione.
Tra i numeri più rilevanti emersi dalla relazione, la capienza regolamentare della casa circondariale diretta da Rita Romano: a fronte di una disponibilità di 388 posti, si registra un sovraffollamento di 37 persone con presenza reale di 425 detenuti (387 uomini, 38 donne e 58 stranieri). Inoltre dalla relazione emergono anche alcuni episodi critici avvenuti in quest'anno: se nel report non viene annoverata la rivolta avvenuta lo scorso marzo per il blocco delle visite parentali causa coronavirus, si evidenziano i tanti tentativi di suicidi e di autolesionismo.
Emergenza polizia penitenziaria. Dal report emerge come la problematica più grande del carcere di Fuorni riguardi il personale. Dovrebbero essere 243, infatti, gli agenti di polizia penitenziaria in pianta organica all'interno della casa circondariale di via del Tonnazzo ma l'organico conta solo 215 agenti. Una mancanza di circa 28 unità che, sommata al sovraffollamento nelle celle, crea delle problematiche non indifferenti. Una situazione che è diventata più critica a causa del Covid. Molti agenti, infatti, sono risultati positivi, altri hanno dovuto fronteggiare l'emergenza con maggiori tutele e garanzie. Stando al report annuale del garante della Regione Campania, gli uomini della polizia penitenziaria sono stati quelli più a rischio durante la pandemia: nel 2020 sono 33 gli agenti risultati positivi, rispetto ai cinque detenuti contagiati.
Allarme autolesionismo. Il carcere di Fuorni è un penitenziario che punta alla rieducazione dei detenuti fornendo loro corsi di formazione e diplomi di scuola media e superiore. Nonostante questo, però, i numeri riguardanti gli "eventi critici" non fanno ben sperare.
Nel 2020, infatti, a Fuorni sono stati registrati 14 tentativi di suicidio, un suicidio, 93 scioperi della fame e della sete. Inoltre 45 detenuti hanno rifiutato l'assistenza sanitaria e 122 sono stati gli atti di autolesionismo. Una situazione che porta la casa circondariale di Salerno al quarto posto in Campania per eventi critici, subito dopo gli istituti di Benevento, Poggioreale e Santa Maria Capua Vetere. All'interno del report annuale non si fa cenno alla rivolta dei detenuti avvenuta lo scorso marzo e tantomeno alla morte del giovane rapper Giovanni Cirillo, in arte Jhonny.
Il 23enne scafatese di origini somale, arrestato per una rapina e portato in cella dopo alcune evasioni dai domiciliari, decise di togliersi la vita all'interno della sua cella scorsa estate. E proprio in estate, visto il numero crescente di atti autolesionisti, il Provveditorato dell'Amministrazione Penitenziaria Regionale, in accordo con l'ufficio del Garante e dell'Osservatorio sulla Sanità penitenziaria, ha dato il via ad un tavolo tecnico mirato alla prevenzione del fenomeno. Quello che emerge è come questi atti "determinano un sentimento di solitudine e impotenza negli agenti che finiscono vittime di un'ingiustizia".
Lo scenario in altri penitenziari salernitani. Situazione ben diversa è emersa nella casa circondariale di Vallo della Lucania dove la capienza regolamentare è di 41 unità e sono presenti 39 detenuti - di cui uno solo straniero - e gli unici eventi critici riguardano tre atti di infrazioni disciplinari. Anche in questo caso si registra una mancanza di agenti di polizia penitenziaria con 23 in servizio su una pianta organica ipotizzata di 26. Un'altra fotografia emerge dall'Icatt di Eboli dove non si registra un sovraffollamento - 45 detenuti per 51 "spazi" - e solo una mancanza in pianta organica in termini di polizia penitenziaria. Gli unici numeri critici riguardano 13 atti di infrazioni disciplinari e tre scioperi della fame e della sete.
di Vincenzo Imperitura
Il Dubbio, 30 marzo 2021
Così Nino è morto in carcere. Non finirà con un'archiviazione l'indagine sulla morte di Antonio Saladino, il ventinovenne morto per arresto cardiocircolatorio il 18 marzo del 2018 durante il periodo di carcerazione preventiva nel penitenziario di Arghillà, a Reggio Calabria.
Il Gip del tribunale dello Stretto ha infatti accolto l'opposizione presentata dall'avvocato Pierpaolo Albanese, rigettando l'istanza d'archiviazione proposta dal pubblico ministero. Serviranno nuove indagini per fare luce sulla morte di Saladino, nel tentativo di capire come sia stato possibile che nessuno - oltre ai detenuti che dividevano con lui la cella - nonostante le numerose visite mediche, si sia accorto di come le condizioni di salute di quel ragazzone di nemmeno 30 anni fossero andate peggiorando di giorno in giorno.
Antonino sta male da giorni. Quando la mattina del 18 viene trasportato in infermeria accusa vomito e febbre e non riesce a mangiare niente da più di un giorno senza vomitare. E non è la prima volta che il detenuto fa visita all'infermeria. C'era andato la prima volta dodici giorni prima, il 5 di marzo, accusando i primi segni di un malessere che lo porterà alla morte in meno di due settimane. Misurata la febbre, anche in quella occasione, Saladino viene rimandato in cella ma le cose non migliorano, anzi.
Il malessere accusato dal giovane è continuo e cresce col passare dei giorni. Ne sono certi i detenuti che dividevano con lui la stessa cella del carcere reggino e che, sollecitati durante le indagini difensive, hanno dichiarato di come, in quei giorni lo stesso Saladino si fosse recato in infermeria numerose volte senza peraltro ricevere altra assistenza che una bustina di antistaminici. La mattina del 18 le cose ormai sono precipitate.
Antonino Saladino fa avanti e indietro tra la cella e l'infermeria altre tre volte quel giorno. Alle 15.30 prima e poi di nuovo alle 19.30, prima dell'ultimo viaggio, quando manca poco a mezzanotte e quando ormai risulta vana anche la telefonata al 118, con i medici del pronto soccorso che non possono fare altro che constatare la morte del ragazzo.
Alla base di quel malessere c'era un'infezione che è degenerata provocando la morte del detenuto (in tempi brevissimi sostiene il perito dell'accusa, in tempi più dilatati e convergenti con le testimonianze dei compagni di cella, secondo il perito di parte nominato dal legale dei familiari della vittima). Forse una disattenzione, forse una sottovalutazione, ma nessuno, nel periodo in cui Saladino lamenta sempre gli stessi sintomi - febbre e vomito - pensa di fargli un semplice emocromo. La diagnosi è sempre la stessa: influenza.
Non si accorgono nemmeno delle numerose chiazze scure provocate dalle emorragie interne che sono comparse sul corpo del ragazzo e che vengono invece notate dai suoi compagni di cella che raccontano tutto all'avvocato. Una morte che forse poteva essere evitata e che invece si va ad aggiungere alle tante tragedie che si susseguono nelle carceri italiane e su cui si è mossa anche la magistratura che, su quella morte, aveva aperto un fascicolo.
L'indagine, tra mille lungaggini, ci mette comunque quasi due anni a fare il suo corso e alla fine, l'unica cosa di cui si è certi, è un buco nel diario clinico di Saladino che va dal 6 marzo, giorno del suo secondo viaggio in infermeria a causa dei primi sintomi del malessere, al 18, giorno in cui si chiude il suo calvario. Su questo punto, le testimonianze dei detenuti, accolte come veritiere dal Gip che ha disposto un supplemento d'indagine, sono concordi.
Antonino Saladino stava male da giorni e più volte si era recato in infermeria per farsi visitare, ma di quelle visite, sui registri ufficiali della struttura medica del penitenziario, non c'è traccia. Tanti i non ricordo registrati dagli investigatori della penitenziaria (che hanno svolto in questa indagine le funzioni di polizia giudiziaria) tra i sanitari che hanno prestato servizio nei giorni in cui Saladino avrebbe fatto la spola tra il suo letto a castello e la brandina dell'infermeria.
"Noi abbiamo fiducia nella giustizia - racconta l'avvocato Albanese - ovviamente si spera di recuperare il troppo tempo perso finora. Bisognava mantenere alta l'attenzione su questa morte e forse non lo si è fatto fino in fondo, ma sono certo che si possa ancora raggiungere la verità dei fatti sia per quanto riguarda le cause della morte, sia per fare luce sul buco nel diario clinico e sulla mancata reazione dei medici del carcere all'aggravarsi del quadro clinico di Saladino".
Imbianchino da anni e molto conosciuto nel quartiere, nel carcere di Arghillà Antonino Saladino c'era arrivato in seguito al suo arresto di un anno prima. Una storia di droga che lo vedeva coinvolto con un ruolo minore e per cui era in attesa di giudizio.
"Nino era un ragazzo come tanti - ha detto durante un convegno sulla sanità nelle carceri la madre della giovane vittima, da quel 18 marzo in prima linea nella ricerca della verità e in questi giorni impegnata in una dura lotta contro il Covid - lavorava come imbianchino e si dedicava a me e alla sorella. È entrato in carcere perché sospettato di un reato, ma non era un criminale, ancora doveva svolgersi un processo. Quando lo hanno arrestato era in piena salute, è morto il 18 marzo del 2018 in solitudine, con tanta sofferenza e lontano dai suoi cari.
Non conosco le leggi ma penso che se lo Stato arresta una persona perché sospetta che abbia commesso un reato e lo trattiene prima ancora di giudicarlo, allora è responsabile della sua persona e deve fare in modo che riceva tutte le cure, perché anche se ha sbagliato deve avere la possibilità di curarsi. Spero di cuore, come madre e come cittadina, che quello che è capitato a Nino non succeda mai più a nessun altro detenuto, perché non riesco ad accettare che la vita di una persona detenuta abbia un'importanza diversa rispetto a quella di qualunque altra persona".
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 30 marzo 2021
Il deputato Generoso Maraia in visita al carcere di Sant'Angelo dei Lombardi. "Stamattina, insieme al mio collega deputato del Movimento 5 Stelle Pasquale Maglione, ho visitato la casa circondariale di Sant'Angelo dei Lombardi, un carcere all'avanguardia per i suoi progetti di reinserimento sociale dei detenuti." Ad affermarlo in una nota, il deputato irpino Generoso Maraia.
"Ho potuto constatare, accompagnato dalla direttrice Marianna Adanti, che i detenuti sono impegnati in molti progetti lavorativi e formativi, perché la pena detentiva possa davvero avere la funzione rieducativa che la Costituzione le assegna. All'interno della Casa circondariale sono presenti una carrozzeria con annessi officina meccanica e lavaggio, una tipografia che produce il materiale di cancelleria per l'amministrazione penitenziaria in tutta Italia, una produzione agricola con trasformazione di pomodori, marmellate e miele e una piccola produzione di vino fatta in collaborazione con una cantina sociale locale. Il progetto più ambizioso è probabilmente quello della "Sartoria Borbonica Penitenziaria", grazie al quale i detenuti vengono formati per la realizzazione di capi in seta di alta sartoria.
Nel corso della mia visita - continua Maraia - ho insomma trovato una struttura penitenziaria attiva, che rispetta la dignità e i bisogni dei detenuti, attenta al reinserimento nella società dei detenuti stessi. Una struttura che può essere presa a modello per tutti gli istituti penitenziari italiani, che è anche aperta al territorio nel quale opera grazie alla partecipazione di cooperative e aziende locali.
Sarà mio impegno - conclude Maraia - attivarmi con il Ministero della giustizia perché l'istituto possa avere una classificazione corrispondente alle attività di alto livello messe in campo. Sarebbe opportuno, inoltre, dare all'istituto la possibilità di avere una Partita Iva, in modo da poter vendere al pubblico i prodotti realizzati dai detenuti."
di Domenico Massano
lavocediasti.it, 30 marzo 2021
Il Covid-19 è, purtroppo, recentemente entrato nella Casa di Reclusione di Asti contagiando un numero rilevante di persone ristrette e di agenti. La tempestiva somministrazione dei vaccini e l'assunzione di specifiche misure sanitarie sembrano avere contenuto la diffusione del virus che, tuttavia, ha contribuito ad alimentare timori e ad amplificare preesistenti criticità con inevitabili ricadute negative sull'intera comunità penitenziaria.
In particolare in relazione alla prevenzione della diffusione del virus, per cui il distanziamento fisico assume un'importanza determinante, la questione del sovraffollamento degli istituti penitenziari rappresentava sin dall'inizio della pandemia un diffuso elemento di preoccupazione, come emergeva già un anno fa anche dal richiamo di Papa Francesco: "Ho letto un appunto ufficiale della Commissione dei Diritti Umani che parla del problema delle carceri sovraffollate, che potrebbero diventare una tragedia. Chiedo alle autorità di essere sensibili a questo grave problema e di prendere le misure necessarie per evitare tragedie future".
Tali parole erano sottolineate dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, Mauro Palma: "Ponendo l'accento sulla gravità dell'ingresso del virus in un mondo chiuso, del rischio per chi qui vive e lavora, della situazione esplosiva negli istituti di pena, il Papa ha voluto ricordare che anche il carcere è parte di tutti noi e della società nella sua complessità".
Con l'arrivo della pandemia era ben chiaro, quindi, che il tema del sovraffollamento delle carceri da condizione oggettiva di trattamento degradante (per cui l'Italia è stata in passato condannata dalla Corte Europea dei diritti umani), era diventato anche una questione di salute pubblica. A livello nazionale si è cercato di agire immediatamente sbloccando percorsi di accesso a misure alternative alla pena detentiva che prima erano negati e/o non presi in considerazione (elemento su cui sarebbe opportuno fare qualche riflessione).
Le persone detenute in carcere in Italia sono così passate da 61.230 a febbraio 2020 a 53.697 a febbraio 2021, con una parziale ma insufficiente diminuzione del tasso medio di affollamento che è rimasto al 106,2%, rendendo difficilmente comprensibile, come affermato sul recente Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, il fatto che continuino ad essere ristrette 19.040 persone con un residuo pena inferiore ai tre anni, dunque potenzialmente ammissibili a una misura alternativa alla detenzione, quando "se solo metà di loro ne fruisse si risolverebbe in gran parte del problema dell'affollamento carcerario italiano" (senza dover così assecondare il presunto bisogno di nuove costruzioni).
Concentrando lo sguardo sulla situazione astigiana, sempre dal rapporto di Antigone emerge come la Casa di Reclusione di Quarto registri un tasso di sovraffollamento del 146,3% (ben al di sopra della soglia da rispettare, il peggiore in Piemonte e tra i peggiori in Italia).
La presenza media di 300 persone detenute a fronte di una capienza massima di 205 posti ha, infatti, determinato il protrarsi di una situazione preoccupantemente pericolosa nel corso della pandemia, in cui l'indice di affollamento dell'istituto è rimasto costantemente sopra ogni prudente soglia di sovraffollamento, nonostante le indicazioni degli organismi di garanzia e sanitari, internazionali e nazionali, come ha evidenziato il Garante regionale Bruno Mellano.
Il problema del sovraffollamento dell'istituto astigiano (e di tutte le sue conseguenze umane, sociali e sanitarie) forse avrebbe dovuto essere affrontato da tempo, ma ad oggi, anche in relazione alla recente diffusione del virus, è ormai chiaro come sia necessario considerarlo una questione non più rimandabile. Purtroppo, però, tale aspetto sembra quasi scomparire nelle dichiarazioni istituzionali e nel dibattito pubblico, rischiando di alimentare il diffondersi, come stigmatizzato dal Garante nazionale Mauro Palma, di fenomeni "di richiesta populista di penalità, di diminuzione della pietas e di irrazionalità nell'intervento penale".
Il tema del sovraffollamento, seppur prioritario, non è certo l'unico da affrontare ma si affianca (sovente con ripercussioni negative), ad altre problematiche come la sospensione a tempo indefinito delle attività formative e lavorative, le carenze di personale, ..., e, più in generale, la possibilità di garantire la finalità rieducativa della pena, come previsto dall'articolo 27 della Costituzione. È importante tener conto della complessità di tale quadro e delle sue croniche criticità che si ripercuotono sull'intera comunità penitenziaria, per non correre il rischio di limitarsi a letture securitarie, spesso parziali, e senza dimenticare mai, come sottolineato nelle recenti e promettenti dichiarazioni della Ministra della Giustizia Cartabia nel suo discorso al Dap, che "Il carcere è davvero un luogo di comunità, dove il benessere di ciascuno alimenta quello di tutti e dove il disagio, la paura, la malattia di uno si riverbera su tutti. Anche sotto questo profilo la pandemia ha operato come una lente di ingrandimento portando in evidenza ciò che il carcere è, ciò che lo contraddistingue in tutti i suoi aspetti. Non trascuriamo mai questa dimensione comunitaria che lega profondamente tutti e ciascuno".
canale58.com, 30 marzo 2021
È terminata la campagna vaccinale anti Covid-19 nell'hub dell'Asl all'interno della Casa circondariale di Benevento. La comunicazione giunge proprio dal direttore Gianfranco Marcello. "La campagna - spiega il direttore - iniziata il 13 marzo - può definirsi sostanzialmente conclusa (l'ultima giornata in istituto è prevista il 31 marzo per le ultime 15 unità rimaste più un 'recupero' per chi in un primo momento ha rifiutato).
In accordo con l'Asl nelle giornate in cui non è stato possibile organizzare l'hub interno il personale è stato inviato presso un sito esterno, ma sempre con gestione centralizzata dall'istituto. Ciò ha consentito di non gravare minimamente sui servizi, dall'altro di ottimizzare la distribuzione del vaccino potendo contare su un numero maggiore di candidati. Forti, infatti, del vaccino potendo contare su un numero maggiore di persone possibile senza sprecare dosi.
Onde far fronte, nel modo migliore possibile, a tale esigenza si è anche data l'autorizzazione su richiesta dei sanitari, all'ingresso di personale esterno non dipendente, come da linee guida nazionali, per evitare di dover sciupare dosi rimaste eventualmente non utilizzate: il posizionamento all'esterno della zona detentiva consentiva tale ultima iniziativa senza il minimo problema di interferenza con le normali attività penitenziarie e senza alcun danno per la sicurezza. Del resto il funzionamento dell'hub vaccinale Asl, seppur interno, non poteva non soggiacere alle regole previste in generale dal sistema sanitario". "Ache per i soggetti ritenuti non idonei qui in istituto si è tuttavia, innescato un circuito virtuoso perché sono stati formalmente presi in carico dal sistema sanitario e verranno chiamati per il vaccino più adatto in un luogo consono".
In accordo con l'Asl nelle giornate in cui non è stato possibile organizzare l'hub interno il personale è stato inviato presso un sito esterno, ma sempre con gestione centralizzata dall'istituto. Ciò ha consentito di non gravare minimamente sui servizi, dall'altro di ottimizzare la distribuzione del vaccino potendo contare su un numero maggiore di candidati".
Il direttore plaude "al personale, primo fra tutti il comandante di reparto che ha brillantemente applicato le direttive dello scrivente consentendo che l'organizzazione si dipanasse senza inconvenienti di rilievo e rendendo possibile implementare all'esterno una immagine positiva dell'Amministrazione della Istituzione penitenziaria". Vaccinati con la prima dose: 168 unità del personale penitenziario; 7 personale di supporto; esterni 19. 35 risultati non idonei. 36 rifiuti (espliciti o impliciti).
di Ornella Sgroi
Corriere della Sera, 30 marzo 2021
Se non li gusti non li puoi giudicare. Che siano biscotti e colombe pasquali, o ragazzi in carne e ossa, il senso non cambia. Bisogna conoscerli, per poter dire se sono buoni oppure no. In questa considerazione, diventata slogan, si concentra il senso del progetto Cotti in Fragranza, il laboratorio artigianale di prodotti da forno che dal 2016 si svolge nel Carcere minorile Malaspina di Palermo e che è diventato nel tempo "un'impresa sociale a forte governane partecipata, che si regge su un'intelligenza collettiva, per cui tutte le scelte vengono prese con i ragazzi che ne sono parte e protagonisti, per costruire insieme una nuova identità contro quella stigmatizzata del carcere" spiega Nadia Lodato, responsabile del progetto insieme a Lucia Lauro. Frollini agli agrumi, snack salati, biscotti croccanti, cioccolato, cantucci.
E "cicireddi" rigorosamente fatti Adesso anche colombe pasquali gustosissime, e a Natale arriveranno persino i panettoni, grazie al nuovo forno e all'impastatrice professionale a bracci tuffanti donati dall'Ufficio Speciale del Garante dei diritti dei detenuti della regione Sicilia, guidato dal prof. Giovanni Fiandaca. Sapori che profumano di sicilianità nelle materie prime di alta qualità impiegate nelle ricette messe a punto dai ragazzi di Cotti in Fragranza. Come nella novità pasquale, la colomba.
Con farina di Maiorca bio, cioccolato fondente, arancia candita, mandorle e miele di ape nera sicula, ingredienti di "una nostra ricetta originale che fa eco a quella dei nostri biscotti più amati, i Coccitacca, da cui prende il nome anche la nostra colomba" spiega Nadia. L'obiettivo iniziale era "definire percorsi professionali stabili per i ragazzi ristretti nell'istituto penale" e nel giro di cinque anni Cotti in Fragranza è arrivato oggi a "formare e contrattualizzare 33 ragazzi tra area penale e migranti a rischio fuoriuscita dai sistemi di tutela".
Anche al di fuori del carcere, nel secondo nucleo operativo inaugurato nell'ex convento seicentesco di Casa San Francesco e nel bel giardino bistrot "Al fresco", "per ampliare la gamma di prodotti e servizi e dare maggiori possibilità di inserimento lavorativo ai ragazzi che hanno finito la pena detentiva e devono espiare un residuo di pena con misure alternative, ai ragazzi in affidamento in prova ai servizi sociali e ai ragazzi migranti a rischio".
Tanti giovani che "hanno sete e desiderio di trasmettere a se stessi e agli altri l'idea che possono fare cose buone, anzi eccellenti, con una forte voglia di agire, soprattutto contro il silenzio e i tempi lasciati vuoti dalla pandemia" conclude Nadia. "Così acquisiscono una professione, ma anche la consapevolezza che c'è una possibilità di riscatto. Attraverso il pensiero e l'azione dentro un gruppo che li valorizza come possessori di una dignità dimenticata".
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