di Marco Belli
gnewsonline.it, 30 marzo 2021
Ormai il suo nome è tutt'uno con quello dell'istituto penitenziario dove per oltre trent'anni anni è stato il cappellano. E così, per onorare la memoria di don Fausto Resmini nel primo anniversario della sua scomparsa, in tanti si sono ritrovati venerdì scorso per partecipare alla Santa Messa officiata dal Vescovo di Bergamo, Monsignor Francesco Beschi.
C'era il Sindaco Giorgio Gori, una rappresentanza di cittadini e una piccola delegazione della casa circondariale, guidata dalla direttrice Teresa Mazzotta e dal comandante del reparto di Polizia Penitenziaria Aldo Scalzo.
La notizia della sua morte, avvenuta nella notte fra il 22 e il 23 marzo 2020, a 68 anni, per le complicanze causate dal Covid-19, scosse profondamente non solo il microcosmo del carcere ma i sentimenti dell'intera cittadinanza, dalla quale si levò subito una sentita richiesta per associare al nome di don Fausto a quello del luogo dove il suo impegno ne aveva fatto un vero e proprio punto di riferimento per il personale e per i detenuti.
Richiesta prontamente accolta e condivisa dal Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria - Dap che, alla memoria di don Fausto Resmini, provvedeva a intitolare la casa circondariale di Bergamo, con decreto firmato il 5 giugno 2020 dal capo del Dap, Bernardo Petralia.
In tanti, fra personale di Polizia Penitenziaria e detenuti, hanno continuato a testimoniare, anche in forma scritta, l'umanità e la straordinaria umiltà espresse da don Fausto e quella sua naturale predisposizione a porsi al servizio del prossimo, indipendentemente dalla fede religiosa del suo interlocutore, tanto nel bisogno spirituale quanto in quello materiale.
affaritaliani.it, 30 marzo 2021
Sono già 41 i morti per overdose in Italia dall'inizio dell'anno. Nonostante i lockdown, la pandemia, non si ferma il mercato dell'eroina. Sono i dati di Geoverdose, sito di monitoraggio quotidiano. "L'idea ci è nata scoprendo un sito americano, LostLove, creato da un ragazzo che aveva perso per overdose la propria fidanzata.
Abbiamo creato uno strumento aperto a tutti per monitorare il fenomeno delle overdosi da sostanze nel nostro paese perché i rapporti ufficiali escono anno dopo anno mentre per monitorare il fenomeno serve uno strumento che dia informazioni quasi in tempo reale. Perché il mondo del consumo di droghe è veloce, muta in fretta, ed è importante per noi capire cosa succede sul territorio, dove si verificano dei picchi di crisi, dove si sposta il mercato.
Analizziamo e pubblichiamo tutte le notizie per morti dovute a eccesso e abuso di sostanze, utilizziamo notizie che compaiono sulla carta stampata o sul web. Certamente non abbiamo tutti i dati, nelle grandi città in particolare spesso una morte per overdose non è nemmeno una notizia da pubblicare, ma possiamo dire che il nostro grado di affidabilità è all'80-90%. Siamo diventati una fonte credibile anche per le istituzioni.
La nostra mappa non è solo importante per gli eventi in se, ovvero il conto delle vittime, ma raccogliamo dati anche sulle circostanze. Dove è avvenuto l'episodio (vicino a una stazione, in auto, in un albergo, da soli o in compagnia, se c'è stato un mix di sostanze e, se possiamo, indichiamo quali etc.). In questo modo disegnano una mappa che fa riferimento anche alle circostanze del decesso e questo è importante per la prevenzione".
Perché l'eroina continua a diffondersi, specialmente tra i giovanissimi? "Il mercato dell'eroina - continua Giancane - si è modificato molto negli ultimi anni. Partiamo dalla produzione di oppio che negli ultimi dieci anni si è decuplicata. Solo nel 2018 la produzione di oppio in Afghanistan è cresciuta dell'87%, 9mila tonnellate pronte a essere immerse sul mercato. Vuol dire tantissima merce di ottima qualità da smerciare a prezzi sempre più bassi.
Negli ultimi anni il delta tra il costo della cannabis e quello dell'eroina è stato spaventoso: se 20 anni fa con quello che serviva per 1 grammo di eroina potevi comprarti 15/20 grammi di cannabis oggi il rapporto è quasi alla pari. Le rotte dello spaccio sono cambiate. Mafia e Ndrangheta hanno abbandonato l'eroina per concentrarsi sulla cocaina.
In particolare è la Ndrangheta oggi a gestire e a decidere il prezzo della cocaina, l'unica organizzazione al mondo in grado di non dover pagare ai produttori il materiale sequestrato perché già compreso nel prezzo di acquisto come voce di 'rischio'. L'eroina segue rotte diverse: dalla Nigeria, dai Balcani. Il prodotto che arriva dai Balcani, in mano a slavi e albanesi, subisce più passaggi, più tagli, quindi è meno puro. Il prodotto nigeriano arriva direttamente nel nostro paese, con un tasso di purezza molto più alto. I quantitativi sono generalmente piccoli.
Difficilmente un carico di eroina supera i 10kg, mentre per la cocaina parliamo di tonnellate. L'eroina viaggia su mezzi più piccoli, spesso con 'passatori' che la ingeriscono. Insomma tutta la catena è meno costosa, più leggera, e questo contribuisce alla riduzione del prezzo.
Le piccole e medie organizzazioni sul territorio, generalmente di nordafricani, che gestiscono lo spaccio al dettaglio come nel caso di Rogoredo o San Donato a Milano non danno particolare fastidio alle grandi famiglie della Ndrangheta o della camorra. Lasciano fare.
E poi l'eroina viene sempre più fumata o mischiata con la coca, sempre meno iniettata. L'allarme sociale è sceso anche perché sono oggettivamente diminuiti i 'tossici' nei centri urbani. Ma certo il fenomeno tra i giovanissimi è in aumento perché con soli 5 euro puoi farti una tirata".
fuoriluogo.it, 30 marzo 2021
Nell'anniversario della firma della Convenzione Unica sugli stupefacenti la società civile fa il bilancio di 60 anni di fallimenti del proibizionismo. Oggi ricorre il sessantesimo anniversario della firma della Convenzione Unica sugli stupefacenti, siglata a New York il 30 marzo 1961, il testo che è alla base del sistema proibizionista e della "war on drugs". La rete italiana della Società civile ha promosso un webinar internazionale, dal titolo "La convenzione unica sugli stupefacenti: 60 anni di un epic fail?", che si terrà proprio stasera, dalle 18 alle 20 (info e iscrizioni su https://www.fuoriluogo.it/epicfail).
Per Leonardo Fiorentini, segretario nazionale di Forum Droghe "non è un caso il silenzio assoluto delle Istituzioni mondiali e nazionali su questo anniversario. Il fallimento delle politiche globali sulle droghe è acclarato, e da qui l'imbarazzo e la scelta di non ricordare al mondo gli errori e i danni provocati. Il sistema delle convenzioni e l'azione degli Stati membri dell'Onu dovevano eliminare completamente la produzione e uso illegale di droga entro 25 anni. Ne sono passati 60 di anni e produzione, traffico e consumo non sono mai stati così vari e ampi: non lo dico io, lo hanno detto i Governi stessi riuniti a Vienna nel 2019".
"Quegli stessi governi nel 1998 - ricorda Fiorentini - avevano rilanciato, annunciando un mondo senza droghe in 10 anni. 20 anni dopo, nel 2018, il World Drug Report dell'Unodc attestava l'esistenza di 269 milioni di consumatori di sostanze nel mondo. Un aumento del 54% rispetto al 1998: le persone che usano sostanze sono dunque aumentate a velocità esattamente doppia rispetto all'aumento della popolazione mondiale (+27%) nonostante politiche pesantemente repressive, eradicazioni forzate e fumigazioni aeree con glifosato, carcerazioni indiscriminate e in alcuni casi torture e pena di morte.
Tra il 2009 e il 2018 la produzione di oppio e coca è aumentata rispettivamente del 125% e del 30%, mentre nessun segno di riduzione si è avuto per la cannabis. Un quarto delle entrate complessive della criminalità organizzata proviene dal narcotraffico. Nel 2018 il fatturato del mercato globale della droga è stato stimato tra i 426 e i 652 miliardi di dollari. Ben oltre la metà dei profitti vengono riciclati, e di questi meno dell'1% viene sequestrato.
"A questo punto - conclude il Segretario di Forum Droghe - è tempo di cambiare rotta. Lo hanno già fatto Uruguay e Canada e 16 stati Usa (questa settimana potrebbe essere il turno di New York) legalizzando la cannabis, lo ha fatto il Portogallo e lo sta facendo la Norvegia puntando sulla decriminalizzazione. In Italia invece siamo fermi alla legge Jervolino-Vassali, concepita oltre 30 anni orsono sulla spinta proibizionista degli Usa di Reagan e della San Patrignano di Muccioli".
di Enrico Pugliese
Il Manifesto, 30 marzo 2021
La loro regolarizzazione annunciata di fatto non c'è stata. Il lockdown è un grave peso per chi è costretto a restare a casa. Ma per chi la casa non ce l'ha è una vera tragedia. È passato un anno da quando grazie a un manifesto della Flai Cgil si cominciò a parlare di una regolarizzazione per i lavoratori stranieri occupati in agricoltura e privi di permesso di soggiorno. E ancor prima dell'iniziativa sindacale c'erano state richieste da parte di grandi e piccoli imprenditori agricoli che - vedendo approssimarsi mesi di intensa domanda di lavoro per le semine e altre operazioni primaverili e per le raccolte estive - si erano resi conto che la manodopera disponibile era drasticamente ridotta rispetto agli anni precedenti.
Ma a queste probabili assenze corrispondeva una sicura presenza di immigrati privi di permesso di soggiorno oppure con permesso scaduto comunque in condizione di irregolarità : persone intrappolate in Italia e a rischio di rimpatrio forzato. Attingere ulteriormente in maniera legale a questo bacino era l'interesse dichiarato e in larga misura effettivo di molti imprenditori agricoli. Risultava dunque evidente che la sanatoria (o regolarizzazione che dir si voglia) era una buona opportunità non solo per i lavoratori.
E a questo punto l'interesse per la regolarizzazione si estese riguardando lavoratori e datori di lavoro di vari settori ed ambienti. In particolare il lavoro domestico e quello di cura (colf e badanti). Alla fine la regolarizzazione fu approvata rientrando come parte integrante del Decreto Rilancio del 16 maggio 2020 tuttavia con una serie di paletti e di vincoli volti a renderne il percorso difficile e costoso per tutti e praticamente impraticabile per i braccianti. Le domande furono poco più di duecento mila per il complesso delle categorie ma quelle dei lavoratori agricoli furono circa quindicimila: una cifra veramente irrisoria se si considera il notevole e crescente numero di lavoratori stranieri occupati al nero.
E questo merita una spiegazione specifica che chiama in causa il meccanismo cardine delle regolarizzazioni in atto nel nostro paese: un procedimento secondo il quale l'immigrato non è un soggetto che richiede di regolarizzare la propria posizione e ottenere un permesso di soggiorno. Al contrario egli è l'oggetto di una richiesta presentata da un datore di lavoro che decide di regolarizzare una persona alle proprie dipendenze. Con la legge Bossi-Fini e relativa sanatoria questo principio fu codificato con l'infame norma del 'contratto di soggiorno', che lega il permesso a uno specifico rapporto di lavoro rendendo strutturalmente insicura la condizione del lavoratore 'oggetto' del contratto sempre a rischio di perdere il permesso di soggiorno.
Ma la maggior parte dei braccianti che lavorano ora al nero non hanno un rapporto di lavoro certificabile. In agricoltura la domanda di lavoro è estremamente irregolare con concentrazione in alcuni periodi e con la durata dell'occupazione presso un'azienda spesso molto breve. A volte il bracciante conosce solo il caporale e non ha alcun contatto con il titolare dell'azienda agricola. Ed è comprensibile la scarsa disponibilità di questi ultimi. Ma anche nel caso di disponibilità i requisiti personali dell'imprenditore e relativi all'azienda richiesti per dar corso alla regolarizzazione sono talmente stretti da disincentivare ogni buon proposito. Per questo i braccianti la battaglia l'hanno persa ancora prima di cominciarla. Chi non voleva che se ne facesse nulla ha vinto la partita in anticipo. E i lavoratori si sono trovati nelle stesse condizioni di prima aggravate dall'epidemia. Questo è l'aspetto più doloroso. La costrizione a restare chiusi in casa - il lockdown come si dice - è una gran bella seccatura, che rende la vita difficile a chiunque. Ma questa è una seccatura per chi una casa dove stare ce l'ha. Il che non è il caso di una larga parte dei lavoratori agricoli immigrati.
Un alloggio di fortuna per quanto terribile è più sopportabile se usato solo per riposarsi di notte. I ghetti, le baraccopoli, e le stesse tendopoli sono forme di degrado abitativo comunque. Ma diventano una insopportabile prigione quando non se ne può uscire. Uscire dalle precarie sistemazioni nei ghetti e altrove per gli irregolari non implica solo una contravvenzione alle norme del lockdown ma anche il rischio delle sanzioni per l'assenza di permesso di soggiorno.
Inoltre le agglomerazioni, anche le più precarie e malsane, sono comunque un luogo di socialità e solidarietà. La giusta paura del contagio ha determinato un'ulteriore dispersione degli immigrati, costretti a cercarsi nel freddo nei mesi autunnali e dell'inverno un tetto un tugurio o una casa di campagna abbandonata per ridurre il rischio di contagio. Lo stesso accesso al tampone è stato difficile e in alcune situazioni del Mezzogiorno è stato reso possibile dall'impegno di associazioni del volontariato. Infine in qualche caso si è dovuto rinunciare a progetti di sistemazione in strutture più o meno attrezzate di numeri significativi di braccianti per i rischi connessi all'affollamento, con il risultato di un ulteriore aumento della loro solitudine e precarietà. Insomma è stato un anno, e soprattutto un inverno, orribile.
di Gianpaolo Contestabile e Simone Scaffidi
Il Manifesto, 30 marzo 2021
Nel giorno in cui il lavoratore dell'Onu morto in Colombia avrebbe compiuto 34 anni il Festival Internazionale di Giornalismo Civile dà voce ai familiari, agli amici e alle legali che seguono il caso per ricordare il suo lavoro e rileggere le sue parole. Domenica 28 marzo il lavoratore delle Nazioni Unite Mario Paciolla, morto in Colombia il 25 luglio scorso durante la Missione di Verifica degli Accordi di Pace, avrebbe compiuto 34 anni. La piattaforma "Imbavagliati", che coordina il Festival Internazionale di Giornalismo Civile, ha dato voce ai familiari, agli amici di Mario e alle legali del caso per ricordare il suo lavoro, rileggere le sue parole e ribadire la determinazione nella ricerca della verità e della giustizia.
In occasione della "Giornata mondiale per il diritto alla verità per gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime", istituita dalle Nazioni Unite nella data simbolica del 24 marzo, il giorno in cui monsignor Oscar Romero veniva assassinato in Salvador nel 1980, il Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite (Unric) ha condiviso il video-messaggio di Alessandra Ballerini, legale del caso Paciolla, oltre che difensora della famiglia di Giulio Regeni e di Andy Rocchelli, in cui l'avvocata sostiene quanto la verità rappresenti una parte fondamentale della riparazione per i familiari e gli amici e dunque uno dei passi fondamentali verso la giustizia.
Domenica scorsa, in occasione del compleanno di Mario Paciolla, Alessandra Ballerini ha ribadito che il diritto alla verità "è un diritto di ciascuno di noi, non solo della famiglia" e ha aggiunto che "è curioso che proprio l'Onu abbia istituito la giornata per il diritto alla verità, quella verità che noi cerchiamo anche da parte dell'Onu". Parole a cui si sommano quelle di Emanuela Motta, l'altra legale del caso, che insieme al collega colombiano, la Procura di Roma e gli investigatori dei Ros sta lavorando incessantemente perché venga fatta giustizia. Emanuela Motta ricorda che le vicende come quelle di Mario "non sono affari di altri, sono affari che ci riguardano tutti", sottolineando come questo modo di pensare fosse caratteristico proprio di Mario.
Durante l'incontro sono intervenuti anche Claudio Silvestri, segretario del Sindacato Unitario dei Giornalisti della Campania, e Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana, che hanno ricordato la professionalità di Mario Paciolla come giornalista. Mario aveva infatti ottenuto il patentino di giornalista pubblicista dell'ordine della Campania e aveva iniziato a scrivere per un giornale di quartiere, Chiaia News, raccontando la realtà napoletana e denunciando le sue ingiustizie. Grazie ai suoi viaggi, gli studi e il suo impegno in progetti sociali in Italia e all'estero, e all'esperienza di Café Babel, aveva sviluppato capacità analitiche profonde che lo hanno portato a scrivere articoli per le più importanti testate italiane di geopolitica, come Eastwest e Limes, dove, tra le altre cose, raccontava la Colombia all'indomani degli Accordi di Pace e l'aumento degli omicidi di difensori dei diritti umani.
Le dichiarazioni di impegno per la ricerca della verità sul caso di Mario Paciolla da parte delle istituzioni sono state tempestive, all'indomani dell'accaduto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il presidente della Camera Roberto Fico, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e il senatore Sandro Ruotolo hanno da subito comunicato il loro impegno nella ricerca della verità e della giustizia. Recentemente il Presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, Erasmo Palazzotto, è intervenuto per sollecitare azioni decise e trasparenti. Abbiamo provato in varie occasioni, attraverso comunicazioni telefoniche con l'ufficio stampa, ad ottenere informazioni e dichiarazioni da parte del Ministero degli Esteri senza successo. "Le istituzioni si sono palesate all'inizio ma non abbiamo avuto più grandi contatti", ricorda Alessandra Ballerini durante l'incontro.
"Non era uno sprovveduto" ripetono da mesi gli amici di Mario, non si trovava in Colombia per caso, e contro ogni retorica semplificatoria ribadiscono quanto Mario fosse invece "l'esempio di una generazione, che si è trovato al posto giusto nel momento giusto per risolvere una problematica delicatissima".
Hanno chiuso l'incontro i genitori, Anna Motta e Giuseppe Paciolla, accompagnati dalla figlia Raffaella, condividendo alcuni ricordi di gioventù di Mario e leggendo una sua poesia. Lo hanno descritto come un bambino curioso, sempre pronto a esprimere solidarietà, anche agli sconosciuti, un ragazzo perseverante che si dava sempre da fare. "Lui correva sempre, questa è l'immagine che ho di lui - ricorda la madre - di uno che corre, di uno che va sempre alla ricerca di qualcosa".
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 30 marzo 2021
L'oppositore politico russo sostiene di aver ricevuto sei ammonizioni per piccole infrazioni compiute nelle due settimane di detenzione in una colonia penale. Tra i comportamenti censurati aver indossato una t-shirt all'incontro con i legali ed essersi alzato dieci minuti prima della sveglia.
L'oppositore russo in carcere Aleksej Navalnyj ha scritto di aver ricevuto "sei ammonizioni in due settimane" nella colonia penale Ik-2 di Pokrov, a circa 100 chilometri da Mosca, dove sta scontando una pena detentiva di due anni e mezzo. E rischia perciò di essere rinchiuso in una cella d'isolamento.
"Nelle carceri russe, ci sono due tipi principali di sanzioni: ammonizione e posizionamento in una cella d'isolamento. E con due ammonizioni, puoi essere mandato lì. E questa cosa non è conveniente: le condizioni di detenzione sono vicine alla tortura lì", ha scritto l'attivista anti-corruzione in un messaggio pubblicato sul suo profilo Instagram, accompagnato dalla prima foto dalla prigionia. Benché non abbia accesso a Internet, Navalnyj pubblica regolarmente sui suoi profili social, ma i suoi avvocati si rifiutano di spiegare come riesca.
Nell'ultimo messaggio, l'avvocato spiega di essere stato oggetto di "venti denunce disciplinari", in particolare per essersi "alzato dal letto 10 minuti" troppo presto, aver indossato una maglietta per incontrare i suoi avvocati o essersi "rifiutato di partecipare" agli esercizi fisici mattutini obbligatori. La scorsa settimana aveva spiegato di essere svegliato "otto volte a notte" dai suoi carcerieri e aveva paragonato la privazione del sonno a "tortura" e lamentava dolori alla schiena e alla gamba destra. I suoi collaboratori, gli avvocati e la moglie Julija Navalnaja avevano espresso timori per la sua "vita e salute".
Vittima lo scorso agosto di un avvelenamento con l'agente nervino Novichok e trasferito in Germania in stato di coma, dopo cinque mesi di convalescenza, è rientrato in Russia lo scorso gennaio ed è stato arrestato subito dopo l'atterraggio. In febbraio è stato condannato a due anni e mezzo di prigione per un caso di frode del 2014 che la Corte europea dei diritti umani ha definito "politicamente motivato".
di Marina Catucci
Il Manifesto, 30 marzo 2021
Stati uniti. Iniziato ieri il processo all'ex agente di polizia Chauvin, accusato dell'omicidio che ha acceso le città Usa al grido "Black lives Matter". Interviene anche la Casa bianca: l'agenda Biden cambiata dopo il caso, serve equità. A Minneapolis è iniziato, in un tribunale blindatissimo per via della pandemia e del timore di proteste, il processo a Derek Chauvin, l'ex agente di polizia che ha ucciso George Floyd, soffocandolo, il 25 maggio 2020. Per la prima volta un processo dell'era Black Lives Matter viene trasmesso in diretta televisiva nella sua interezza, ogni giorno dalle 9 alle 16, per quattro settimane.
"Questo è un processo a un singolo agente, non al corpo di polizia", ha detto nella sua dichiarazione iniziale il procuratore Jerry Blackwell ed ha esposto il caso contro Chauvin. Ha presentato alla giuria le prove video del giorno in cui George Floyd è stato ucciso: si vede Chauvin inginocchiato sul collo di Floyd che dice "Non riesco a respirare". "Potete vedere con i vostri occhi che si tratta di omicidio - ha detto Blackwell - Potete sentire la sua voce diventare più profonda e pesante, le sue parole più distanti, il suo respiro più superficiale. Lo vedete quando perde conoscenza e scuotersi senza controllo quando non respira più".
Dopo aver visto ancora una volta il filmato è evidente che il compito dei difensori dell'ex agente non è semplice. Nella stessa deposizione hanno affermato che schiacciare Floyd al terreno per otto minuti era necessario perché l'uomo era grande e forte, ma anche tanto debole e fragile da morire a causa "di un uso di routine della forza da parte della polizia"; e che il loro assistito, come gli altri tre poliziotti presenti, ha reagito stando sulla difensiva perché "si sono sentiti in pericolo, la folla che aveva assistito al soffocamento di Floyd diventava via via più cattiva".
Durante la conferenza stampa quotidiana che si è svolta in contemporanea a una parte del processo, l'addetta stampa della Casa Bianca Jen Psaki ha detto: "Il presidente Biden sta osservando da vicino l'udienza, così come gli americani di tutto il Paese. Al momento della morte di George Floyd, il presidente ne aveva parlato come di un evento che ha davvero aperto una ferita nel popolo americano e che ha portato alla luce il dramma di molte persone in questo Paese, vissuto solo a causa del colore, l'ingiustizia e la disuguaglianza che molte comunità vivono ogni singolo giorno".
Psaki ha sottolineato come la morte di Floyd abbia avuto un impatto sull'agenda di Biden. L'uccisione e le proteste che ne sono derivate "hanno sicuramente influenzato il modo in cui ha formato il suo governo, rendendo l'equità il centro di ciò che facciamo", ha detto Psaki osservando che l'ingiustizia razziale è una priorità per Biden e una delle "crisi chiave che crede di avere di fronte", e che la Casa bianca sta spingendo il Congresso a lavorare a una legge che riformi la polizia, chiamata espressamente "legge George Floyd".
L'avvocato della famiglia Floyd, Ben Crumb, prima di entrare in aula ha dichiarato: "Questo è un referendum su due sistemi di giustizia in America, uno per bianchi e uno per neri. L'obiettivo oggi è giustizia equa per gli Usa". Fuori la famiglia, insieme a tanti manifestanti Blm, si inginocchiava, il gesto che ha accompagnato le proteste esplose pressoché ovunque nell'ultimo anno.
agensir.it, 30 marzo 2021
Da questa settimana è online un nuovo servizio multilingue della Caritas, rivolto ai figli dei detenuti nelle carceri tedesche. Sostituisce una precedente offerta, poiché le restrizioni nate dalla pandemia del Covid-19 hanno reso più complicati i contatti genitori detenuti-figli in ambito carcerario. In tempi di pandemia le visite in carcere sono spesso proibite e i contatti con i detenuti sono estremamente limitati, e per i bambini coinvolti le informazioni sulla vita dei loro genitori incarcerati divengono sempre più preziose e rare.
Sono circa 100mila i bambini che in Germania hanno un genitore in carcere. La Caritas tedesca e l'Associazione federale cattolica per l'aiuto ai detenuti lanciarono nel 2014 il sito http://besuch-im-gefaengnis.de con l'obiettivo di informare in bambini sulla vita in carcere. Giochi e tutorial psicologici preparavano i bambini all'incontro coi genitori. Ma dal 2020, con la pandemia, le visite dei parenti avvengono principalmente in streaming, se le strutture lo permettono, e la videochiamata non sostituirà mai una visita dal vivo.
"Se un genitore è in custodia, i bambini sono spesso turbati, si preoccupano, possono anche vergognarsi, e la pandemia non fa che intensificare questi sentimenti. Una visita a mamma o papà in prigione fa male ai tempi del coronavirus, perché il contatto personale diretto è spesso impedito da uno schermo protettivo. Molti bambini e giovani hanno domande che non possono porre a nessuno nel loro ambiente familiare", afferma don Peter Holzer, cappellano della prigione di Bruchsal. Il sito è stato ripresentato completamente rinnovato, con i servizi nelle lingue più parlate nelle carceri tedesche: inglese, francese, turco, arabo e russo.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 30 marzo 2021
"She was just walking home" ("Stava solo tornando a casa"). Con questo slogan il 13 marzo scorso centinaia di persone si erano radunate, per una veglia a lume di candela, nel parco di Clapham Common a Londra. La manifestazione era stata indetta in memoria di Sarah Everard, una ragazza scomparsa dieci giorni prima e poi ritrovata il 10 marzo, con il corpo smembrato, in una zona boscosa della città di Ashford, nel Kent.
L'assassinio di un serial killer? Forse sì. Ma il fatto che l'omicida sia stato rapidamente individuato e riconosciuto come un agente di polizia (Wayne Couzen del Comando di protezione parlamentare e diplomatica) ha ben presto fatto assumere alla vicenda una valenza diversa da quella di un tragico fatto di cronaca. Con il pretesto del divieto di assembramento per le restrizioni anti Covid, le forze dell'ordine sono intervenute in forze e si sono scontrate con i dimostranti e la manifestazione ha avuto un epilogo tumultuoso; 4 donne sono state arrestate provocando però lo sdegno generalizzato, anche a livello politico.
In molti hanno visto lo spropositato intervento come il segno dello sgomento che attraversa la polizia e la diffidenza o ostilità manifesta che sempre di più si sta condensando contro i suoi appartenenti. Tutto questo mentre in Parlamento sta andando in scena una battaglia legislativa su un gigantesco disegno di legge che a metà di marzo è passato, in seconda lettura, alla Commissione preposta all'esame con 359 voti a favore contro 263. Il provvedimento, fortemente voluto dal Ministero dell'Interno e dal Segretario generale del Dipartimento alla sicurezza, la dura Priti Patel, va sotto il nome di legge su "polizia, crimini, condanne e tribunali, 300 pagine che includono le proposte del governo Johnson per riformare l'intero sistema di giustizia penale.
In realtà si tratta di un dispositivo che mette insieme aree disparate, dai crimini violenti fino alle proteste di piazza. Così i giudici potrebbero aumentare le pene per gravi reati introducono nuove regole di libertà su cauzione, prendere in considerazione la possibilità di incarcerare a vita anche i bambini protagonisti di omicidio, raddoppiare gli anni di prigione per le aggressioni ai danni degli operatori d'emergenza.
Ma è il punto 3 che promette di scatenare l'opposizione a livello sociale in maniera macroscopica. Attualmente infatti la polizia prima di imporre qualsiasi tipo di restrizione ad una manifestazione deve dimostrare fattivamente che una protesta può determinare "gravi disordini pubblici, gravi danni alla proprietà o gravi interruzioni della vita della comunità".
Con la nuova legge invece esisterebbero specifici percorsi alle marce, cosa che solitamente viene discussa settimane prima con gli organizzatori, toccando anche le manifestazioni statiche. Regole inerenti anche per sit in composti da una sola persona. Chi si rifiutasse di seguire le indicazioni della polizia potrebbe essere multato fino a 2.500 sterline. Diventerà anche un crimine non seguire le restrizioni di cui i manifestanti ' avrebbero dovuto' sapere, anche se non hanno ricevuto un ordine diretto da un ufficiale.
Verrebbe introdotta anche una nuova fattispecie di reato e cioè di ' provocare intenzionalmente o incautamente molestia pubblica'. Una norma evidentemente diretta ad impedire l'occupazione di spazi pubblici. Una parte sembra fortemente desiderata dalla polizia metropolitana sconfitta dalle azioni dell'organizzazione ambientalista Extinction Rebellion nel 2019. Ma probabilmente il punto più contestato è quello che riguarda la pena prevista per chi danneggia statue o memoriali, 10 anni di carcere. Non a caso la città dove si sono svolte le manifestazioni più partecipate e violente contro il disegno di legge è stata Bristol dove è nato il movimento "Kill the Bill" e dove lo scorso anno è stata divelta la statua del mercante di schiavi Edward Colston.
Se è vero che contro la norma sono schierati i Laburisti, le organizzazioni femministe, i movimenti sociali, avvocati per i diritti umani e diversi intellettuali, anche il fronte della Polizia non è compatto. Se la Federazione della Polizia si è detta soddisfatta, così non è per l'Associazione dei Commissari che proprio sul tema delle proteste ha rilasciato una posizione ufficiale tramite il proprio presidente Paddy Tipping: "Penso che i politici farebbero bene a lasciare le decisioni alle persone responsabili... devono lasciare che le persone prendano decisioni locali in circostanze locali".
di Carlo Ciavoni
La Repubblica, 30 marzo 2021
In una terra di povertà estrema, diffusa e minacciosa. Nel mirino il gruppo jihadista di Al-Shabaab, i cui metodi per contrastarlo da parte del governo keniano sono analizzatati da Human Rights Watch con la lente "omogenea" del rispetto dei diritti basilari. La lotta al terrorismo nel Corno d'Africa, che ha come principale obiettivo il gruppo jihadista armato di Al-Shabaab, viene analizzata da Human Rights Watch (Hrw) con la lente giustamente "omogenea" del rispetto dei diritti umani basilari, oltre che del della legalità e della trasparenza.
Un approccio ineccepibile, non c'è dubbio, ma che purtroppo, come spesso accade, si scontra con la durezza incorreggibile di alcuni contesti politici, sociali, culturali, geopolitici. Il Daily Maverick - un quotidiano online sudafricano, fondato nel 2009, curato da Branko Brkic, pubblicato da Styli Charalambous e gestito da una società privata indipendente - ha pubblicato recentemente (poi rilanciato da Hrw) i risultati di un'inchiesta di Declassified UK, un media investigativo online, sul ruolo dei servizi di intelligence degli Stati Uniti e del Regno Unito nella campagna antiterrorismo in corso. Campagna considerata da HRW "altamente abusiva" da parte del Kenya, Paese confinante della Somalia, dove Al Shabaab imperversa ormai da anni, contribuendo a mantenere in stallo ogni possibile superamento della condizione di anarchia e insicurezza per la popolazione civile, in endemica estrema povertà.
Il ruolo crescente del Kenia nella regione. Alcune delle accuse documentate dalle organizzazioni per i diritti umani negli ultimi anni evidenziano un problema di fondo: quello della pericolosa mancanza di trasparenza nel sostegno straniero alla battaglia antiterrorista del Kenya. Un Paese da anni oggetto di critiche da parte di organizzazioni in difesa dei diritti e di alcuni Paesi partner per i suoi metodi di contrasto decisamente contrari ai principi e ai valori della legalità e della trasparenza. Va comunque ricordato come gli attacchi di Al Shabaab, alcuni dei quali risalenti a molti anni fa, siano stati cruenti e destabilizzanti. Ne accenniamo solo un paio: la bomba nel 1988 di Al-Qaeda (organizzazione affiliata ad Al Shabaab) alle ambasciate statunitensi a Nairobi e nella vicina città di Dar es Salaam, in Tanzania; l'attacco missilistico del 2002 su un hotel di proprietà israeliana a Mombasa, anch'esso sospettato di essere stato compiuto da Al-Qaeda. Il ruolo del Kenya, dunque, è andato acquisendo valore strategico e influenza costante in appoggio agli Stati Uniti e ad altri Paesi occidentali uniti contro la minaccia terroristica nell'Est e nel corno d'Africa.
Il terrore nella povertà e nella disuguaglianza. Ma gli Al-Shabaab somali hanno messo a segno anche una serie di attacchi mortali e rapimenti in Kenya contro turisti. Tra i più sanguinosi c'è quello al centro commerciale Westgate a Nairobi, nel settembre 2013, in cui rimasero uccise almeno 68 persone. Altre aggressioni armate con armi leggere e granate ci sono state a Mpeketoni, nella contea di Lamu, nel giugno 2014, dove ci furono 87 vittime, altri morti all'Università di Garissa, nell'aprile 2015, dove persero la vita 148 persone.
Lo scorso gennaio, infine, Al-Shabaab ha attaccato una base militare che ospitava truppe statunitensi a Manda Bay, ancora una volta nella città costiera di Lamu, in Kenya, dove hanno trovato la morte tre agenti di sicurezza statunitensi.
Tutto questo avviene in due Paesi dell'Africa orientale dove, come nel caso della Somalia, il 73% della popolazione vive in condizione di povertà assoluta, con meno di 2 dollari al giorno, e dove le frequenti carestie uccidono persone a centinaia di migliaia, come avvenuto nel 2011. Ma anche in Kenya che, pur essendo una delle più vivaci economie dell'Africa centrale e orientale, registra spaventose disparità nella distribuzione della ricchezza e segrega la metà della popolazione a vivere sotto la soglia di povertà.
I mali endemici dell'Africa orientale. Sono così la malnutrizione, la malaria, le patologie trasmesse dall'acqua inquinata i principali, gravissimi sintomi di una povertà diffusa e minacciosa, in due Paesi con un numero enorme di esseri umani coinvolti in questo stato di cose. Povertà, dunque, disuguaglianze, malattie, conseguenze pesanti e dirette dei cambiamenti climatici in atto: il tutto aggravato da sistemi politico-istituzionali evanescenti, fragili, autoreferenziali, corrotti e sistemi sanitari inesistenti, come in Somalia oppure, seppur altrettanto inesistenti, super-selettivi appannaggio solo di pochi abbienti, come in Kenya.
L'Ong Azione contro la Fame - ad esempio - è da molti anni impegnata nella realizzazione di programmi di nutrizione, sicurezza alimentare, accesso all'acqua potabile, ai servizi sanitari e all'igiene nell'area. La terribile situazione sanitaria in Somalia ha inoltre subìto un crollo ulteriore dal 2011, l'anno in cui una siccità spaventosa e la conseguente scarsezza di cibo hanno ucciso migliaia di persone e messo in pericolo la vita e i mezzi di sopravvivenza di quasi 4 milioni di esseri umani.
Il ruolo di Human Rights Watch. L'organizzazione che ha sede a New York, indaga e riferisce sugli abusi che avvengono fin negli angoli più remoti del mondo. Si avvale del lavoro di circa 450 persone di oltre 70 nazionalità, tutti esperti tra avvocati, giornalisti e di altre categorie per proteggere i più a rischio, dalle minoranze vulnerabili e ai civili in tempo di guerra, ai rifugiati e ai bambini che hanno bisogno di assistenza e cura.
Indirizzano i loro stimoli ai governi, ai gruppi armati, alle imprese, invitandoli a cambiare condotta, a rispettare e far rispettare le loro stesse leggi. Per garantire la sua indipendenza, Hrw rifiuta finanziamenti governativi e assicura di controllare le donazioni ricevute per assicurarci che siano coerenti con le nostre loro politiche, la missione, i valori. Frequenti sono le collaborazioni con altre organizzazioni che hanno la stessa missione, sia grandi che piccole in tutto il mondo, per proteggere gli attivisti in guerra e indurre gli autori di abusi a rendere conto, per rendere giustizia alle vittime.
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